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2021-10-30
«Fai un lavoro straordinario». Biden corteggia Draghi per tornare leader del mondo
Joe Biden e Mario Draghi (Ansa)
È stata una giornata molto impegnativa quella di ieri per Joe Biden. Arrivato a Roma per partecipare al G20 che avrà inizio oggi, il presidente americano ha avuto un'agenda fitta di impegni. Dopo un lungo colloquio con Papa Francesco in Vaticano, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in visita dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Quirinale. Secondo quanto si è appreso, i due presidenti hanno discusso di pandemia, clima e rapporti transatlantici. Concluso l'incontro con Mattarella, Biden si è spostato a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. I due leader hanno avuto un colloquio della durata di circa un'ora, a cui è seguito un meeting tra lo stesso Draghi e il premier indiano, Narendra Modi.
«Il colloquio (tra Biden e Draghi, ndr) si è incentrato sull'eccellente cooperazione fra la presidenza italiana del G20 e gli Usa nella gestione delle più importanti sfide globali: la lotta alla pandemia, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rilancio dell'economia, il rafforzamento del sistema multilaterale basato sulle regole», si legge in comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. «I due leader», prosegue la nota, «hanno riaffermato la solidità del legame transatlantico, e l'utilità dello sviluppo della difesa europea anche per la sicurezza transatlantica, in un rapporto di complementarietà. Sono state infine passate in rassegna le principali crisi internazionali, in particolare l'Afghanistan, sulla scia degli esiti della Riunione straordinaria dei leader G20 del 12 ottobre, e la situazione di instabilità nel Mediterraneo e in Libia».
«Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto il leader Usa a Draghi durante il bilaterale.
Il viaggio romano di Biden ha posto al centro vari obiettivi. Il primo (e più evidente) è stato quello di mettere a punto una strategia il più possibile condivisa in vista del G20 odierno. Ricordiamo che al centro del summit verrà innanzitutto posta la questione del cambiamento climatico in preparazione dell'imminente Cop26 di Glasgow. Ulteriore tema sul tavolo sarà inoltre quello della global minimum tax. Tra l'altro, a margine del summit, si terranno incontri dedicati ai più scottanti dossier di politica internazionale: dalla crisi afgana al nucleare iraniano. Proprio sul nucleare iraniano si concentreranno dei colloqui, previsti per oggi, tra lo stesso Biden, il premier britannico Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco uscente Angela Merkel.
Alla luce di tali elementi, è chiaro che l'inquilino della Casa Bianca stia tentando di creare una rete di alleanze. Un modo, se vogliamo, anche per cercare di far fronte alle sue debolezze. Ricordiamo infatti che, sull'ambiente e la global minimum tax, il presidente debba fare i conti in patria con la dura opposizione di significativi settori del Partito repubblicano. Inoltre, anche sul piano internazionale, la situazione per lui risulta particolarmente problematica: i negoziati con l'Iran attraversano delle fasi impervie, mentre la crisi afgana continua a pesare negativamente sui rapporti transatlantici. Un fattore, questo, che sta mettendo in seria difficoltà la linea bideniana dell' «America is back».
Un secondo obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca nel suo tour romano potrebbe essere legato alla corsa per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: una partita, questa, che sta assumendo sempre più i tratti di un vero e proprio derby tra Stati Uniti e Cina. Washington non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un inquilino del Quirinale troppo amichevole nei confronti di Pechino. È quindi abbastanza plausibile che, agli occhi degli americani, resti proprio Draghi il candidato più appetibile. Un segnale positivo, sotto questo aspetto, è arrivato per loro dalla maggioranza trasversale che ha affossato l'altro giorno il ddl Zan: una maggioranza che, se si riproponesse in sede di elezione del prossimo capo dello Stato, potrebbe teoricamente portare al Colle Draghi o comunque un profilo non troppo lontano dall'area atlantista (come, per esempio, quello di Pier Ferdinando Casini). Non è quindi escluso che tali dinamiche siano state quantomeno toccate negli incontri di ieri.
Un ultimo aspetto del viaggio romano di Biden riguarda la Libia. Come abbiamo visto, questo dossier è stato discusso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi. Non è d'altronde un mistero che Draghi abbia sempre puntato sulla sponda americana per far tornare Roma protagonista nel Paese nordafricano. Tuttavia attenzione: perché, sempre ieri, Biden ha incontrato a Roma anche Macron. Un faccia a faccia volto a ricucire i rapporti tra Washington e Parigi dopo la crisi dei sottomarini esplosa il mese scorso: un faccia a faccia che, secondo quanto riportato ieri sera dal sito della Cnn, ha visto Biden in un atteggiamento piuttosto conciliante nei confronti dell'inquilino dell'Eliseo.
Ora, non è affatto escluso che, nell'ottica di questo riavvicinamento a Parigi, la Casa Bianca possa alla fine offrirsi di spalleggiare Macron sul dossier libico: un dossier rispetto a cui Francia e Italia hanno assai spesso mostrato interessi divergenti. Del resto, sotto questo aspetto, non è un buon segnale il fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, parteciperà alla Conferenza sulla Libia in programma a Parigi il mese prossimo. Roma dovrebbe quindi muoversi con circospezione e guardare con diffidenza a questa rinnovata convergenza tra Biden e Macron.
Roma blindata, il Viminale non vuole sorprese
Con 79 anni di ritardo rispetto al progetto originario, ieri il mondo intero, o almeno i suoi rappresentanti più potenti, è finalmente sbarcato tra quei marmi bianchi che dovevano ospitare l'Esposizione universale del 1942 e che il Washington Post vorrebbe sottoporre alla cura della cancel culture.
A vegliare sui big della Terra giunti a Roma per il G20, oltre al personale dei presidi territoriali delle forze dell'ordine, ben 5.296 unità di rinforzo, di cui 2.542 della polizia di Stato, 1.774 dell'arma dei carabinieri, 580 della guardia di finanza e 400 unità delle forze armate. È stata inoltre implementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della capitale attraverso il concorso di assetti specialistici delle forze armate, inclusi i sistemi anti drone.
L'area di oltre 10 chilometri quadrati attorno al centro congressi La Nuvola in cui oggi e domani si svolgerà il summit è blindata: niente traffico veicolare e pedonale, salvo che per i residenti e per altre persone autorizzate. Pesanti ricadute anche sul trasporto urbano. Tutte le fermate della linea B della metropolitana situate nella zona attigua all'evento sono state chiuse: out le stazioni Marconi, Eur Magliana, Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina. Fino a domenica, saranno inoltre chiuse anche le carreggiate centrali di via Cristoforo Colombo in entrambe le direzioni nel tratto tra via Laurentina e viale dell'Umanesimo. Aree di sicurezza sono state istituite anche in centro, attorno agli obbiettivi sensibili: piazza del Quirinale, Terme di Diocleziano e Fontana di Trevi. Provvedimenti analoghi domani, invece, nell'area tra piazza Barberini, via del Tritone e via del Corso, evidentemente in previsione di qualche momento di svago dei potenti della Terra nei luoghi più esclusivi di Roma. Dalle 13 di oggi, e sino a cessate necessità, chiuderanno le stazioni metro Repubblica, Circo Massimo e Colosseo e dalle 14 di Castro Pretorio, Cavour, Barberini, Termini, Spagna, Flaminio. Monitorati anche i social network e le chat su Telegram, oltre che gli arrivi dall'estero, per paura di azioni violente coordinate e di rinforzi da parte di frange antagoniste internazionali.
Insomma, dopo settimane in cui a Roma ha manifestato, con o senza autorizzazione, praticamente chiunque, facendosi beffe di un apparato di controllo inerme, se non collaborante, il Viminale ha deciso di alzare sensibilmente l'asticella: di fronte a Joe Biden e agli altri non saranno tollerati imprevisti.
Occhi puntati sulle manifestazioni di oggi. Sono soprattutto due gli appuntamenti caldi: alle 14, in piazza San Giovanni, ci sarà un sit-in contro il governo Draghi, organizzato dal solito e variopinto elenco di sigle di sinistra (alcuni nomi sembrano parodistici, ma non lo sono): Partito comunista, Associazione e rivista Cumpanis, Centro culturale proletario, Federazione gioventù comunista, Gramsci Oggi, Movimento per rinascita del Pci e l'Unità dei Comunisti, Patria socialista, Spread it, Riconquistare l'Italia. Alle 15, invece, partirà a piazzale Ostiense per dirigersi alla Bocca della verità il corteo di Usb. Aderiranno alla protesta, oltre ai sindacati di base, anche Rifondazione Comunista e le delegazioni dei lavoratori della Gkn e Ilva. Per tale appuntamento, gli organizzatori si attendono almeno 10.000 persone.
Ma Roma ha vissuto una giornata di manifestazioni e proteste già a partire da ieri. Migliaia di studenti hanno sfilato in corteo dal Circo Massimo fino al ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, innalzando striscioni come «Siamo il futuro senza futuro» e «Scuola, spazio, socialità. Ci riprendiamo tutto».
«Questo governo e questo sistema scolastico», recitava il loro comunicato, «hanno fallito nel garantirci un rientro in sicurezza e una didattica che non amplifichi le differenze, con l'autonomia scolastica, gli orari scaglionati massacranti e l'intenzione attraverso il Pnrr di rendere la scuola sempre più aziendalizzata, con presidi manager e piegata alle esigenze del mercato. Non possiamo restare a guardare». Gli studenti del Plinio, del Machiavelli e del Cavour, alcuni dei principali istituti della capitale, hanno scandito: «G20, G20! Noi ne vogliamo 21, uno per la scuola sennò non c'è futuro!». Un altro spezzone ha intonato: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, è questa la loro democrazia».
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Il presidente Usa incontra Sergio Mattarella e il premier. Dietro le parole di ammirazione, la necessità di ritrovare alleati. Ma occhio agli inciuci con Emmanuel Macron sulla Libia.Ieri il corteo degli studenti con slogan contro il governo, oggi previste due manifestazioni di estrema sinistra.Lo speciale contiene due articoli.È stata una giornata molto impegnativa quella di ieri per Joe Biden. Arrivato a Roma per partecipare al G20 che avrà inizio oggi, il presidente americano ha avuto un'agenda fitta di impegni. Dopo un lungo colloquio con Papa Francesco in Vaticano, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in visita dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Quirinale. Secondo quanto si è appreso, i due presidenti hanno discusso di pandemia, clima e rapporti transatlantici. Concluso l'incontro con Mattarella, Biden si è spostato a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. I due leader hanno avuto un colloquio della durata di circa un'ora, a cui è seguito un meeting tra lo stesso Draghi e il premier indiano, Narendra Modi. «Il colloquio (tra Biden e Draghi, ndr) si è incentrato sull'eccellente cooperazione fra la presidenza italiana del G20 e gli Usa nella gestione delle più importanti sfide globali: la lotta alla pandemia, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rilancio dell'economia, il rafforzamento del sistema multilaterale basato sulle regole», si legge in comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. «I due leader», prosegue la nota, «hanno riaffermato la solidità del legame transatlantico, e l'utilità dello sviluppo della difesa europea anche per la sicurezza transatlantica, in un rapporto di complementarietà. Sono state infine passate in rassegna le principali crisi internazionali, in particolare l'Afghanistan, sulla scia degli esiti della Riunione straordinaria dei leader G20 del 12 ottobre, e la situazione di instabilità nel Mediterraneo e in Libia». «Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto il leader Usa a Draghi durante il bilaterale. Il viaggio romano di Biden ha posto al centro vari obiettivi. Il primo (e più evidente) è stato quello di mettere a punto una strategia il più possibile condivisa in vista del G20 odierno. Ricordiamo che al centro del summit verrà innanzitutto posta la questione del cambiamento climatico in preparazione dell'imminente Cop26 di Glasgow. Ulteriore tema sul tavolo sarà inoltre quello della global minimum tax. Tra l'altro, a margine del summit, si terranno incontri dedicati ai più scottanti dossier di politica internazionale: dalla crisi afgana al nucleare iraniano. Proprio sul nucleare iraniano si concentreranno dei colloqui, previsti per oggi, tra lo stesso Biden, il premier britannico Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco uscente Angela Merkel. Alla luce di tali elementi, è chiaro che l'inquilino della Casa Bianca stia tentando di creare una rete di alleanze. Un modo, se vogliamo, anche per cercare di far fronte alle sue debolezze. Ricordiamo infatti che, sull'ambiente e la global minimum tax, il presidente debba fare i conti in patria con la dura opposizione di significativi settori del Partito repubblicano. Inoltre, anche sul piano internazionale, la situazione per lui risulta particolarmente problematica: i negoziati con l'Iran attraversano delle fasi impervie, mentre la crisi afgana continua a pesare negativamente sui rapporti transatlantici. Un fattore, questo, che sta mettendo in seria difficoltà la linea bideniana dell' «America is back». Un secondo obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca nel suo tour romano potrebbe essere legato alla corsa per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: una partita, questa, che sta assumendo sempre più i tratti di un vero e proprio derby tra Stati Uniti e Cina. Washington non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un inquilino del Quirinale troppo amichevole nei confronti di Pechino. È quindi abbastanza plausibile che, agli occhi degli americani, resti proprio Draghi il candidato più appetibile. Un segnale positivo, sotto questo aspetto, è arrivato per loro dalla maggioranza trasversale che ha affossato l'altro giorno il ddl Zan: una maggioranza che, se si riproponesse in sede di elezione del prossimo capo dello Stato, potrebbe teoricamente portare al Colle Draghi o comunque un profilo non troppo lontano dall'area atlantista (come, per esempio, quello di Pier Ferdinando Casini). Non è quindi escluso che tali dinamiche siano state quantomeno toccate negli incontri di ieri. Un ultimo aspetto del viaggio romano di Biden riguarda la Libia. Come abbiamo visto, questo dossier è stato discusso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi. Non è d'altronde un mistero che Draghi abbia sempre puntato sulla sponda americana per far tornare Roma protagonista nel Paese nordafricano. Tuttavia attenzione: perché, sempre ieri, Biden ha incontrato a Roma anche Macron. Un faccia a faccia volto a ricucire i rapporti tra Washington e Parigi dopo la crisi dei sottomarini esplosa il mese scorso: un faccia a faccia che, secondo quanto riportato ieri sera dal sito della Cnn, ha visto Biden in un atteggiamento piuttosto conciliante nei confronti dell'inquilino dell'Eliseo. Ora, non è affatto escluso che, nell'ottica di questo riavvicinamento a Parigi, la Casa Bianca possa alla fine offrirsi di spalleggiare Macron sul dossier libico: un dossier rispetto a cui Francia e Italia hanno assai spesso mostrato interessi divergenti. Del resto, sotto questo aspetto, non è un buon segnale il fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, parteciperà alla Conferenza sulla Libia in programma a Parigi il mese prossimo. Roma dovrebbe quindi muoversi con circospezione e guardare con diffidenza a questa rinnovata convergenza tra Biden e Macron. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-corteggia-draghi-leader-mondo-2655448483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-blindata-il-viminale-non-vuole-sorprese" data-post-id="2655448483" data-published-at="1635592120" data-use-pagination="False"> Roma blindata, il Viminale non vuole sorprese Con 79 anni di ritardo rispetto al progetto originario, ieri il mondo intero, o almeno i suoi rappresentanti più potenti, è finalmente sbarcato tra quei marmi bianchi che dovevano ospitare l'Esposizione universale del 1942 e che il Washington Post vorrebbe sottoporre alla cura della cancel culture. A vegliare sui big della Terra giunti a Roma per il G20, oltre al personale dei presidi territoriali delle forze dell'ordine, ben 5.296 unità di rinforzo, di cui 2.542 della polizia di Stato, 1.774 dell'arma dei carabinieri, 580 della guardia di finanza e 400 unità delle forze armate. È stata inoltre implementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della capitale attraverso il concorso di assetti specialistici delle forze armate, inclusi i sistemi anti drone. L'area di oltre 10 chilometri quadrati attorno al centro congressi La Nuvola in cui oggi e domani si svolgerà il summit è blindata: niente traffico veicolare e pedonale, salvo che per i residenti e per altre persone autorizzate. Pesanti ricadute anche sul trasporto urbano. Tutte le fermate della linea B della metropolitana situate nella zona attigua all'evento sono state chiuse: out le stazioni Marconi, Eur Magliana, Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina. Fino a domenica, saranno inoltre chiuse anche le carreggiate centrali di via Cristoforo Colombo in entrambe le direzioni nel tratto tra via Laurentina e viale dell'Umanesimo. Aree di sicurezza sono state istituite anche in centro, attorno agli obbiettivi sensibili: piazza del Quirinale, Terme di Diocleziano e Fontana di Trevi. Provvedimenti analoghi domani, invece, nell'area tra piazza Barberini, via del Tritone e via del Corso, evidentemente in previsione di qualche momento di svago dei potenti della Terra nei luoghi più esclusivi di Roma. Dalle 13 di oggi, e sino a cessate necessità, chiuderanno le stazioni metro Repubblica, Circo Massimo e Colosseo e dalle 14 di Castro Pretorio, Cavour, Barberini, Termini, Spagna, Flaminio. Monitorati anche i social network e le chat su Telegram, oltre che gli arrivi dall'estero, per paura di azioni violente coordinate e di rinforzi da parte di frange antagoniste internazionali. Insomma, dopo settimane in cui a Roma ha manifestato, con o senza autorizzazione, praticamente chiunque, facendosi beffe di un apparato di controllo inerme, se non collaborante, il Viminale ha deciso di alzare sensibilmente l'asticella: di fronte a Joe Biden e agli altri non saranno tollerati imprevisti. Occhi puntati sulle manifestazioni di oggi. Sono soprattutto due gli appuntamenti caldi: alle 14, in piazza San Giovanni, ci sarà un sit-in contro il governo Draghi, organizzato dal solito e variopinto elenco di sigle di sinistra (alcuni nomi sembrano parodistici, ma non lo sono): Partito comunista, Associazione e rivista Cumpanis, Centro culturale proletario, Federazione gioventù comunista, Gramsci Oggi, Movimento per rinascita del Pci e l'Unità dei Comunisti, Patria socialista, Spread it, Riconquistare l'Italia. Alle 15, invece, partirà a piazzale Ostiense per dirigersi alla Bocca della verità il corteo di Usb. Aderiranno alla protesta, oltre ai sindacati di base, anche Rifondazione Comunista e le delegazioni dei lavoratori della Gkn e Ilva. Per tale appuntamento, gli organizzatori si attendono almeno 10.000 persone. Ma Roma ha vissuto una giornata di manifestazioni e proteste già a partire da ieri. Migliaia di studenti hanno sfilato in corteo dal Circo Massimo fino al ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, innalzando striscioni come «Siamo il futuro senza futuro» e «Scuola, spazio, socialità. Ci riprendiamo tutto». «Questo governo e questo sistema scolastico», recitava il loro comunicato, «hanno fallito nel garantirci un rientro in sicurezza e una didattica che non amplifichi le differenze, con l'autonomia scolastica, gli orari scaglionati massacranti e l'intenzione attraverso il Pnrr di rendere la scuola sempre più aziendalizzata, con presidi manager e piegata alle esigenze del mercato. Non possiamo restare a guardare». Gli studenti del Plinio, del Machiavelli e del Cavour, alcuni dei principali istituti della capitale, hanno scandito: «G20, G20! Noi ne vogliamo 21, uno per la scuola sennò non c'è futuro!». Un altro spezzone ha intonato: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, è questa la loro democrazia».
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
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Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
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