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2021-10-30
«Fai un lavoro straordinario». Biden corteggia Draghi per tornare leader del mondo
Joe Biden e Mario Draghi (Ansa)
È stata una giornata molto impegnativa quella di ieri per Joe Biden. Arrivato a Roma per partecipare al G20 che avrà inizio oggi, il presidente americano ha avuto un'agenda fitta di impegni. Dopo un lungo colloquio con Papa Francesco in Vaticano, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in visita dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Quirinale. Secondo quanto si è appreso, i due presidenti hanno discusso di pandemia, clima e rapporti transatlantici. Concluso l'incontro con Mattarella, Biden si è spostato a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. I due leader hanno avuto un colloquio della durata di circa un'ora, a cui è seguito un meeting tra lo stesso Draghi e il premier indiano, Narendra Modi.
«Il colloquio (tra Biden e Draghi, ndr) si è incentrato sull'eccellente cooperazione fra la presidenza italiana del G20 e gli Usa nella gestione delle più importanti sfide globali: la lotta alla pandemia, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rilancio dell'economia, il rafforzamento del sistema multilaterale basato sulle regole», si legge in comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. «I due leader», prosegue la nota, «hanno riaffermato la solidità del legame transatlantico, e l'utilità dello sviluppo della difesa europea anche per la sicurezza transatlantica, in un rapporto di complementarietà. Sono state infine passate in rassegna le principali crisi internazionali, in particolare l'Afghanistan, sulla scia degli esiti della Riunione straordinaria dei leader G20 del 12 ottobre, e la situazione di instabilità nel Mediterraneo e in Libia».
«Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto il leader Usa a Draghi durante il bilaterale.
Il viaggio romano di Biden ha posto al centro vari obiettivi. Il primo (e più evidente) è stato quello di mettere a punto una strategia il più possibile condivisa in vista del G20 odierno. Ricordiamo che al centro del summit verrà innanzitutto posta la questione del cambiamento climatico in preparazione dell'imminente Cop26 di Glasgow. Ulteriore tema sul tavolo sarà inoltre quello della global minimum tax. Tra l'altro, a margine del summit, si terranno incontri dedicati ai più scottanti dossier di politica internazionale: dalla crisi afgana al nucleare iraniano. Proprio sul nucleare iraniano si concentreranno dei colloqui, previsti per oggi, tra lo stesso Biden, il premier britannico Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco uscente Angela Merkel.
Alla luce di tali elementi, è chiaro che l'inquilino della Casa Bianca stia tentando di creare una rete di alleanze. Un modo, se vogliamo, anche per cercare di far fronte alle sue debolezze. Ricordiamo infatti che, sull'ambiente e la global minimum tax, il presidente debba fare i conti in patria con la dura opposizione di significativi settori del Partito repubblicano. Inoltre, anche sul piano internazionale, la situazione per lui risulta particolarmente problematica: i negoziati con l'Iran attraversano delle fasi impervie, mentre la crisi afgana continua a pesare negativamente sui rapporti transatlantici. Un fattore, questo, che sta mettendo in seria difficoltà la linea bideniana dell' «America is back».
Un secondo obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca nel suo tour romano potrebbe essere legato alla corsa per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: una partita, questa, che sta assumendo sempre più i tratti di un vero e proprio derby tra Stati Uniti e Cina. Washington non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un inquilino del Quirinale troppo amichevole nei confronti di Pechino. È quindi abbastanza plausibile che, agli occhi degli americani, resti proprio Draghi il candidato più appetibile. Un segnale positivo, sotto questo aspetto, è arrivato per loro dalla maggioranza trasversale che ha affossato l'altro giorno il ddl Zan: una maggioranza che, se si riproponesse in sede di elezione del prossimo capo dello Stato, potrebbe teoricamente portare al Colle Draghi o comunque un profilo non troppo lontano dall'area atlantista (come, per esempio, quello di Pier Ferdinando Casini). Non è quindi escluso che tali dinamiche siano state quantomeno toccate negli incontri di ieri.
Un ultimo aspetto del viaggio romano di Biden riguarda la Libia. Come abbiamo visto, questo dossier è stato discusso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi. Non è d'altronde un mistero che Draghi abbia sempre puntato sulla sponda americana per far tornare Roma protagonista nel Paese nordafricano. Tuttavia attenzione: perché, sempre ieri, Biden ha incontrato a Roma anche Macron. Un faccia a faccia volto a ricucire i rapporti tra Washington e Parigi dopo la crisi dei sottomarini esplosa il mese scorso: un faccia a faccia che, secondo quanto riportato ieri sera dal sito della Cnn, ha visto Biden in un atteggiamento piuttosto conciliante nei confronti dell'inquilino dell'Eliseo.
Ora, non è affatto escluso che, nell'ottica di questo riavvicinamento a Parigi, la Casa Bianca possa alla fine offrirsi di spalleggiare Macron sul dossier libico: un dossier rispetto a cui Francia e Italia hanno assai spesso mostrato interessi divergenti. Del resto, sotto questo aspetto, non è un buon segnale il fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, parteciperà alla Conferenza sulla Libia in programma a Parigi il mese prossimo. Roma dovrebbe quindi muoversi con circospezione e guardare con diffidenza a questa rinnovata convergenza tra Biden e Macron.
Roma blindata, il Viminale non vuole sorprese
Con 79 anni di ritardo rispetto al progetto originario, ieri il mondo intero, o almeno i suoi rappresentanti più potenti, è finalmente sbarcato tra quei marmi bianchi che dovevano ospitare l'Esposizione universale del 1942 e che il Washington Post vorrebbe sottoporre alla cura della cancel culture.
A vegliare sui big della Terra giunti a Roma per il G20, oltre al personale dei presidi territoriali delle forze dell'ordine, ben 5.296 unità di rinforzo, di cui 2.542 della polizia di Stato, 1.774 dell'arma dei carabinieri, 580 della guardia di finanza e 400 unità delle forze armate. È stata inoltre implementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della capitale attraverso il concorso di assetti specialistici delle forze armate, inclusi i sistemi anti drone.
L'area di oltre 10 chilometri quadrati attorno al centro congressi La Nuvola in cui oggi e domani si svolgerà il summit è blindata: niente traffico veicolare e pedonale, salvo che per i residenti e per altre persone autorizzate. Pesanti ricadute anche sul trasporto urbano. Tutte le fermate della linea B della metropolitana situate nella zona attigua all'evento sono state chiuse: out le stazioni Marconi, Eur Magliana, Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina. Fino a domenica, saranno inoltre chiuse anche le carreggiate centrali di via Cristoforo Colombo in entrambe le direzioni nel tratto tra via Laurentina e viale dell'Umanesimo. Aree di sicurezza sono state istituite anche in centro, attorno agli obbiettivi sensibili: piazza del Quirinale, Terme di Diocleziano e Fontana di Trevi. Provvedimenti analoghi domani, invece, nell'area tra piazza Barberini, via del Tritone e via del Corso, evidentemente in previsione di qualche momento di svago dei potenti della Terra nei luoghi più esclusivi di Roma. Dalle 13 di oggi, e sino a cessate necessità, chiuderanno le stazioni metro Repubblica, Circo Massimo e Colosseo e dalle 14 di Castro Pretorio, Cavour, Barberini, Termini, Spagna, Flaminio. Monitorati anche i social network e le chat su Telegram, oltre che gli arrivi dall'estero, per paura di azioni violente coordinate e di rinforzi da parte di frange antagoniste internazionali.
Insomma, dopo settimane in cui a Roma ha manifestato, con o senza autorizzazione, praticamente chiunque, facendosi beffe di un apparato di controllo inerme, se non collaborante, il Viminale ha deciso di alzare sensibilmente l'asticella: di fronte a Joe Biden e agli altri non saranno tollerati imprevisti.
Occhi puntati sulle manifestazioni di oggi. Sono soprattutto due gli appuntamenti caldi: alle 14, in piazza San Giovanni, ci sarà un sit-in contro il governo Draghi, organizzato dal solito e variopinto elenco di sigle di sinistra (alcuni nomi sembrano parodistici, ma non lo sono): Partito comunista, Associazione e rivista Cumpanis, Centro culturale proletario, Federazione gioventù comunista, Gramsci Oggi, Movimento per rinascita del Pci e l'Unità dei Comunisti, Patria socialista, Spread it, Riconquistare l'Italia. Alle 15, invece, partirà a piazzale Ostiense per dirigersi alla Bocca della verità il corteo di Usb. Aderiranno alla protesta, oltre ai sindacati di base, anche Rifondazione Comunista e le delegazioni dei lavoratori della Gkn e Ilva. Per tale appuntamento, gli organizzatori si attendono almeno 10.000 persone.
Ma Roma ha vissuto una giornata di manifestazioni e proteste già a partire da ieri. Migliaia di studenti hanno sfilato in corteo dal Circo Massimo fino al ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, innalzando striscioni come «Siamo il futuro senza futuro» e «Scuola, spazio, socialità. Ci riprendiamo tutto».
«Questo governo e questo sistema scolastico», recitava il loro comunicato, «hanno fallito nel garantirci un rientro in sicurezza e una didattica che non amplifichi le differenze, con l'autonomia scolastica, gli orari scaglionati massacranti e l'intenzione attraverso il Pnrr di rendere la scuola sempre più aziendalizzata, con presidi manager e piegata alle esigenze del mercato. Non possiamo restare a guardare». Gli studenti del Plinio, del Machiavelli e del Cavour, alcuni dei principali istituti della capitale, hanno scandito: «G20, G20! Noi ne vogliamo 21, uno per la scuola sennò non c'è futuro!». Un altro spezzone ha intonato: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, è questa la loro democrazia».
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Il presidente Usa incontra Sergio Mattarella e il premier. Dietro le parole di ammirazione, la necessità di ritrovare alleati. Ma occhio agli inciuci con Emmanuel Macron sulla Libia.Ieri il corteo degli studenti con slogan contro il governo, oggi previste due manifestazioni di estrema sinistra.Lo speciale contiene due articoli.È stata una giornata molto impegnativa quella di ieri per Joe Biden. Arrivato a Roma per partecipare al G20 che avrà inizio oggi, il presidente americano ha avuto un'agenda fitta di impegni. Dopo un lungo colloquio con Papa Francesco in Vaticano, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in visita dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Quirinale. Secondo quanto si è appreso, i due presidenti hanno discusso di pandemia, clima e rapporti transatlantici. Concluso l'incontro con Mattarella, Biden si è spostato a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. I due leader hanno avuto un colloquio della durata di circa un'ora, a cui è seguito un meeting tra lo stesso Draghi e il premier indiano, Narendra Modi. «Il colloquio (tra Biden e Draghi, ndr) si è incentrato sull'eccellente cooperazione fra la presidenza italiana del G20 e gli Usa nella gestione delle più importanti sfide globali: la lotta alla pandemia, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rilancio dell'economia, il rafforzamento del sistema multilaterale basato sulle regole», si legge in comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. «I due leader», prosegue la nota, «hanno riaffermato la solidità del legame transatlantico, e l'utilità dello sviluppo della difesa europea anche per la sicurezza transatlantica, in un rapporto di complementarietà. Sono state infine passate in rassegna le principali crisi internazionali, in particolare l'Afghanistan, sulla scia degli esiti della Riunione straordinaria dei leader G20 del 12 ottobre, e la situazione di instabilità nel Mediterraneo e in Libia». «Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto il leader Usa a Draghi durante il bilaterale. Il viaggio romano di Biden ha posto al centro vari obiettivi. Il primo (e più evidente) è stato quello di mettere a punto una strategia il più possibile condivisa in vista del G20 odierno. Ricordiamo che al centro del summit verrà innanzitutto posta la questione del cambiamento climatico in preparazione dell'imminente Cop26 di Glasgow. Ulteriore tema sul tavolo sarà inoltre quello della global minimum tax. Tra l'altro, a margine del summit, si terranno incontri dedicati ai più scottanti dossier di politica internazionale: dalla crisi afgana al nucleare iraniano. Proprio sul nucleare iraniano si concentreranno dei colloqui, previsti per oggi, tra lo stesso Biden, il premier britannico Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco uscente Angela Merkel. Alla luce di tali elementi, è chiaro che l'inquilino della Casa Bianca stia tentando di creare una rete di alleanze. Un modo, se vogliamo, anche per cercare di far fronte alle sue debolezze. Ricordiamo infatti che, sull'ambiente e la global minimum tax, il presidente debba fare i conti in patria con la dura opposizione di significativi settori del Partito repubblicano. Inoltre, anche sul piano internazionale, la situazione per lui risulta particolarmente problematica: i negoziati con l'Iran attraversano delle fasi impervie, mentre la crisi afgana continua a pesare negativamente sui rapporti transatlantici. Un fattore, questo, che sta mettendo in seria difficoltà la linea bideniana dell' «America is back». Un secondo obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca nel suo tour romano potrebbe essere legato alla corsa per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: una partita, questa, che sta assumendo sempre più i tratti di un vero e proprio derby tra Stati Uniti e Cina. Washington non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un inquilino del Quirinale troppo amichevole nei confronti di Pechino. È quindi abbastanza plausibile che, agli occhi degli americani, resti proprio Draghi il candidato più appetibile. Un segnale positivo, sotto questo aspetto, è arrivato per loro dalla maggioranza trasversale che ha affossato l'altro giorno il ddl Zan: una maggioranza che, se si riproponesse in sede di elezione del prossimo capo dello Stato, potrebbe teoricamente portare al Colle Draghi o comunque un profilo non troppo lontano dall'area atlantista (come, per esempio, quello di Pier Ferdinando Casini). Non è quindi escluso che tali dinamiche siano state quantomeno toccate negli incontri di ieri. Un ultimo aspetto del viaggio romano di Biden riguarda la Libia. Come abbiamo visto, questo dossier è stato discusso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi. Non è d'altronde un mistero che Draghi abbia sempre puntato sulla sponda americana per far tornare Roma protagonista nel Paese nordafricano. Tuttavia attenzione: perché, sempre ieri, Biden ha incontrato a Roma anche Macron. Un faccia a faccia volto a ricucire i rapporti tra Washington e Parigi dopo la crisi dei sottomarini esplosa il mese scorso: un faccia a faccia che, secondo quanto riportato ieri sera dal sito della Cnn, ha visto Biden in un atteggiamento piuttosto conciliante nei confronti dell'inquilino dell'Eliseo. Ora, non è affatto escluso che, nell'ottica di questo riavvicinamento a Parigi, la Casa Bianca possa alla fine offrirsi di spalleggiare Macron sul dossier libico: un dossier rispetto a cui Francia e Italia hanno assai spesso mostrato interessi divergenti. Del resto, sotto questo aspetto, non è un buon segnale il fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, parteciperà alla Conferenza sulla Libia in programma a Parigi il mese prossimo. 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A vegliare sui big della Terra giunti a Roma per il G20, oltre al personale dei presidi territoriali delle forze dell'ordine, ben 5.296 unità di rinforzo, di cui 2.542 della polizia di Stato, 1.774 dell'arma dei carabinieri, 580 della guardia di finanza e 400 unità delle forze armate. È stata inoltre implementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della capitale attraverso il concorso di assetti specialistici delle forze armate, inclusi i sistemi anti drone. L'area di oltre 10 chilometri quadrati attorno al centro congressi La Nuvola in cui oggi e domani si svolgerà il summit è blindata: niente traffico veicolare e pedonale, salvo che per i residenti e per altre persone autorizzate. Pesanti ricadute anche sul trasporto urbano. Tutte le fermate della linea B della metropolitana situate nella zona attigua all'evento sono state chiuse: out le stazioni Marconi, Eur Magliana, Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina. Fino a domenica, saranno inoltre chiuse anche le carreggiate centrali di via Cristoforo Colombo in entrambe le direzioni nel tratto tra via Laurentina e viale dell'Umanesimo. Aree di sicurezza sono state istituite anche in centro, attorno agli obbiettivi sensibili: piazza del Quirinale, Terme di Diocleziano e Fontana di Trevi. Provvedimenti analoghi domani, invece, nell'area tra piazza Barberini, via del Tritone e via del Corso, evidentemente in previsione di qualche momento di svago dei potenti della Terra nei luoghi più esclusivi di Roma. Dalle 13 di oggi, e sino a cessate necessità, chiuderanno le stazioni metro Repubblica, Circo Massimo e Colosseo e dalle 14 di Castro Pretorio, Cavour, Barberini, Termini, Spagna, Flaminio. Monitorati anche i social network e le chat su Telegram, oltre che gli arrivi dall'estero, per paura di azioni violente coordinate e di rinforzi da parte di frange antagoniste internazionali. Insomma, dopo settimane in cui a Roma ha manifestato, con o senza autorizzazione, praticamente chiunque, facendosi beffe di un apparato di controllo inerme, se non collaborante, il Viminale ha deciso di alzare sensibilmente l'asticella: di fronte a Joe Biden e agli altri non saranno tollerati imprevisti. Occhi puntati sulle manifestazioni di oggi. Sono soprattutto due gli appuntamenti caldi: alle 14, in piazza San Giovanni, ci sarà un sit-in contro il governo Draghi, organizzato dal solito e variopinto elenco di sigle di sinistra (alcuni nomi sembrano parodistici, ma non lo sono): Partito comunista, Associazione e rivista Cumpanis, Centro culturale proletario, Federazione gioventù comunista, Gramsci Oggi, Movimento per rinascita del Pci e l'Unità dei Comunisti, Patria socialista, Spread it, Riconquistare l'Italia. Alle 15, invece, partirà a piazzale Ostiense per dirigersi alla Bocca della verità il corteo di Usb. Aderiranno alla protesta, oltre ai sindacati di base, anche Rifondazione Comunista e le delegazioni dei lavoratori della Gkn e Ilva. Per tale appuntamento, gli organizzatori si attendono almeno 10.000 persone. Ma Roma ha vissuto una giornata di manifestazioni e proteste già a partire da ieri. Migliaia di studenti hanno sfilato in corteo dal Circo Massimo fino al ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, innalzando striscioni come «Siamo il futuro senza futuro» e «Scuola, spazio, socialità. Ci riprendiamo tutto». «Questo governo e questo sistema scolastico», recitava il loro comunicato, «hanno fallito nel garantirci un rientro in sicurezza e una didattica che non amplifichi le differenze, con l'autonomia scolastica, gli orari scaglionati massacranti e l'intenzione attraverso il Pnrr di rendere la scuola sempre più aziendalizzata, con presidi manager e piegata alle esigenze del mercato. Non possiamo restare a guardare». Gli studenti del Plinio, del Machiavelli e del Cavour, alcuni dei principali istituti della capitale, hanno scandito: «G20, G20! Noi ne vogliamo 21, uno per la scuola sennò non c'è futuro!». Un altro spezzone ha intonato: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, è questa la loro democrazia».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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