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2021-10-30
«Fai un lavoro straordinario». Biden corteggia Draghi per tornare leader del mondo
Joe Biden e Mario Draghi (Ansa)
È stata una giornata molto impegnativa quella di ieri per Joe Biden. Arrivato a Roma per partecipare al G20 che avrà inizio oggi, il presidente americano ha avuto un'agenda fitta di impegni. Dopo un lungo colloquio con Papa Francesco in Vaticano, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in visita dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Quirinale. Secondo quanto si è appreso, i due presidenti hanno discusso di pandemia, clima e rapporti transatlantici. Concluso l'incontro con Mattarella, Biden si è spostato a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. I due leader hanno avuto un colloquio della durata di circa un'ora, a cui è seguito un meeting tra lo stesso Draghi e il premier indiano, Narendra Modi.
«Il colloquio (tra Biden e Draghi, ndr) si è incentrato sull'eccellente cooperazione fra la presidenza italiana del G20 e gli Usa nella gestione delle più importanti sfide globali: la lotta alla pandemia, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rilancio dell'economia, il rafforzamento del sistema multilaterale basato sulle regole», si legge in comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. «I due leader», prosegue la nota, «hanno riaffermato la solidità del legame transatlantico, e l'utilità dello sviluppo della difesa europea anche per la sicurezza transatlantica, in un rapporto di complementarietà. Sono state infine passate in rassegna le principali crisi internazionali, in particolare l'Afghanistan, sulla scia degli esiti della Riunione straordinaria dei leader G20 del 12 ottobre, e la situazione di instabilità nel Mediterraneo e in Libia».
«Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto il leader Usa a Draghi durante il bilaterale.
Il viaggio romano di Biden ha posto al centro vari obiettivi. Il primo (e più evidente) è stato quello di mettere a punto una strategia il più possibile condivisa in vista del G20 odierno. Ricordiamo che al centro del summit verrà innanzitutto posta la questione del cambiamento climatico in preparazione dell'imminente Cop26 di Glasgow. Ulteriore tema sul tavolo sarà inoltre quello della global minimum tax. Tra l'altro, a margine del summit, si terranno incontri dedicati ai più scottanti dossier di politica internazionale: dalla crisi afgana al nucleare iraniano. Proprio sul nucleare iraniano si concentreranno dei colloqui, previsti per oggi, tra lo stesso Biden, il premier britannico Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco uscente Angela Merkel.
Alla luce di tali elementi, è chiaro che l'inquilino della Casa Bianca stia tentando di creare una rete di alleanze. Un modo, se vogliamo, anche per cercare di far fronte alle sue debolezze. Ricordiamo infatti che, sull'ambiente e la global minimum tax, il presidente debba fare i conti in patria con la dura opposizione di significativi settori del Partito repubblicano. Inoltre, anche sul piano internazionale, la situazione per lui risulta particolarmente problematica: i negoziati con l'Iran attraversano delle fasi impervie, mentre la crisi afgana continua a pesare negativamente sui rapporti transatlantici. Un fattore, questo, che sta mettendo in seria difficoltà la linea bideniana dell' «America is back».
Un secondo obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca nel suo tour romano potrebbe essere legato alla corsa per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: una partita, questa, che sta assumendo sempre più i tratti di un vero e proprio derby tra Stati Uniti e Cina. Washington non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un inquilino del Quirinale troppo amichevole nei confronti di Pechino. È quindi abbastanza plausibile che, agli occhi degli americani, resti proprio Draghi il candidato più appetibile. Un segnale positivo, sotto questo aspetto, è arrivato per loro dalla maggioranza trasversale che ha affossato l'altro giorno il ddl Zan: una maggioranza che, se si riproponesse in sede di elezione del prossimo capo dello Stato, potrebbe teoricamente portare al Colle Draghi o comunque un profilo non troppo lontano dall'area atlantista (come, per esempio, quello di Pier Ferdinando Casini). Non è quindi escluso che tali dinamiche siano state quantomeno toccate negli incontri di ieri.
Un ultimo aspetto del viaggio romano di Biden riguarda la Libia. Come abbiamo visto, questo dossier è stato discusso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi. Non è d'altronde un mistero che Draghi abbia sempre puntato sulla sponda americana per far tornare Roma protagonista nel Paese nordafricano. Tuttavia attenzione: perché, sempre ieri, Biden ha incontrato a Roma anche Macron. Un faccia a faccia volto a ricucire i rapporti tra Washington e Parigi dopo la crisi dei sottomarini esplosa il mese scorso: un faccia a faccia che, secondo quanto riportato ieri sera dal sito della Cnn, ha visto Biden in un atteggiamento piuttosto conciliante nei confronti dell'inquilino dell'Eliseo.
Ora, non è affatto escluso che, nell'ottica di questo riavvicinamento a Parigi, la Casa Bianca possa alla fine offrirsi di spalleggiare Macron sul dossier libico: un dossier rispetto a cui Francia e Italia hanno assai spesso mostrato interessi divergenti. Del resto, sotto questo aspetto, non è un buon segnale il fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, parteciperà alla Conferenza sulla Libia in programma a Parigi il mese prossimo. Roma dovrebbe quindi muoversi con circospezione e guardare con diffidenza a questa rinnovata convergenza tra Biden e Macron.
Roma blindata, il Viminale non vuole sorprese
Con 79 anni di ritardo rispetto al progetto originario, ieri il mondo intero, o almeno i suoi rappresentanti più potenti, è finalmente sbarcato tra quei marmi bianchi che dovevano ospitare l'Esposizione universale del 1942 e che il Washington Post vorrebbe sottoporre alla cura della cancel culture.
A vegliare sui big della Terra giunti a Roma per il G20, oltre al personale dei presidi territoriali delle forze dell'ordine, ben 5.296 unità di rinforzo, di cui 2.542 della polizia di Stato, 1.774 dell'arma dei carabinieri, 580 della guardia di finanza e 400 unità delle forze armate. È stata inoltre implementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della capitale attraverso il concorso di assetti specialistici delle forze armate, inclusi i sistemi anti drone.
L'area di oltre 10 chilometri quadrati attorno al centro congressi La Nuvola in cui oggi e domani si svolgerà il summit è blindata: niente traffico veicolare e pedonale, salvo che per i residenti e per altre persone autorizzate. Pesanti ricadute anche sul trasporto urbano. Tutte le fermate della linea B della metropolitana situate nella zona attigua all'evento sono state chiuse: out le stazioni Marconi, Eur Magliana, Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina. Fino a domenica, saranno inoltre chiuse anche le carreggiate centrali di via Cristoforo Colombo in entrambe le direzioni nel tratto tra via Laurentina e viale dell'Umanesimo. Aree di sicurezza sono state istituite anche in centro, attorno agli obbiettivi sensibili: piazza del Quirinale, Terme di Diocleziano e Fontana di Trevi. Provvedimenti analoghi domani, invece, nell'area tra piazza Barberini, via del Tritone e via del Corso, evidentemente in previsione di qualche momento di svago dei potenti della Terra nei luoghi più esclusivi di Roma. Dalle 13 di oggi, e sino a cessate necessità, chiuderanno le stazioni metro Repubblica, Circo Massimo e Colosseo e dalle 14 di Castro Pretorio, Cavour, Barberini, Termini, Spagna, Flaminio. Monitorati anche i social network e le chat su Telegram, oltre che gli arrivi dall'estero, per paura di azioni violente coordinate e di rinforzi da parte di frange antagoniste internazionali.
Insomma, dopo settimane in cui a Roma ha manifestato, con o senza autorizzazione, praticamente chiunque, facendosi beffe di un apparato di controllo inerme, se non collaborante, il Viminale ha deciso di alzare sensibilmente l'asticella: di fronte a Joe Biden e agli altri non saranno tollerati imprevisti.
Occhi puntati sulle manifestazioni di oggi. Sono soprattutto due gli appuntamenti caldi: alle 14, in piazza San Giovanni, ci sarà un sit-in contro il governo Draghi, organizzato dal solito e variopinto elenco di sigle di sinistra (alcuni nomi sembrano parodistici, ma non lo sono): Partito comunista, Associazione e rivista Cumpanis, Centro culturale proletario, Federazione gioventù comunista, Gramsci Oggi, Movimento per rinascita del Pci e l'Unità dei Comunisti, Patria socialista, Spread it, Riconquistare l'Italia. Alle 15, invece, partirà a piazzale Ostiense per dirigersi alla Bocca della verità il corteo di Usb. Aderiranno alla protesta, oltre ai sindacati di base, anche Rifondazione Comunista e le delegazioni dei lavoratori della Gkn e Ilva. Per tale appuntamento, gli organizzatori si attendono almeno 10.000 persone.
Ma Roma ha vissuto una giornata di manifestazioni e proteste già a partire da ieri. Migliaia di studenti hanno sfilato in corteo dal Circo Massimo fino al ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, innalzando striscioni come «Siamo il futuro senza futuro» e «Scuola, spazio, socialità. Ci riprendiamo tutto».
«Questo governo e questo sistema scolastico», recitava il loro comunicato, «hanno fallito nel garantirci un rientro in sicurezza e una didattica che non amplifichi le differenze, con l'autonomia scolastica, gli orari scaglionati massacranti e l'intenzione attraverso il Pnrr di rendere la scuola sempre più aziendalizzata, con presidi manager e piegata alle esigenze del mercato. Non possiamo restare a guardare». Gli studenti del Plinio, del Machiavelli e del Cavour, alcuni dei principali istituti della capitale, hanno scandito: «G20, G20! Noi ne vogliamo 21, uno per la scuola sennò non c'è futuro!». Un altro spezzone ha intonato: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, è questa la loro democrazia».
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Il presidente Usa incontra Sergio Mattarella e il premier. Dietro le parole di ammirazione, la necessità di ritrovare alleati. Ma occhio agli inciuci con Emmanuel Macron sulla Libia.Ieri il corteo degli studenti con slogan contro il governo, oggi previste due manifestazioni di estrema sinistra.Lo speciale contiene due articoli.È stata una giornata molto impegnativa quella di ieri per Joe Biden. Arrivato a Roma per partecipare al G20 che avrà inizio oggi, il presidente americano ha avuto un'agenda fitta di impegni. Dopo un lungo colloquio con Papa Francesco in Vaticano, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in visita dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Quirinale. Secondo quanto si è appreso, i due presidenti hanno discusso di pandemia, clima e rapporti transatlantici. Concluso l'incontro con Mattarella, Biden si è spostato a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. I due leader hanno avuto un colloquio della durata di circa un'ora, a cui è seguito un meeting tra lo stesso Draghi e il premier indiano, Narendra Modi. «Il colloquio (tra Biden e Draghi, ndr) si è incentrato sull'eccellente cooperazione fra la presidenza italiana del G20 e gli Usa nella gestione delle più importanti sfide globali: la lotta alla pandemia, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rilancio dell'economia, il rafforzamento del sistema multilaterale basato sulle regole», si legge in comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. «I due leader», prosegue la nota, «hanno riaffermato la solidità del legame transatlantico, e l'utilità dello sviluppo della difesa europea anche per la sicurezza transatlantica, in un rapporto di complementarietà. Sono state infine passate in rassegna le principali crisi internazionali, in particolare l'Afghanistan, sulla scia degli esiti della Riunione straordinaria dei leader G20 del 12 ottobre, e la situazione di instabilità nel Mediterraneo e in Libia». «Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto il leader Usa a Draghi durante il bilaterale. Il viaggio romano di Biden ha posto al centro vari obiettivi. Il primo (e più evidente) è stato quello di mettere a punto una strategia il più possibile condivisa in vista del G20 odierno. Ricordiamo che al centro del summit verrà innanzitutto posta la questione del cambiamento climatico in preparazione dell'imminente Cop26 di Glasgow. Ulteriore tema sul tavolo sarà inoltre quello della global minimum tax. Tra l'altro, a margine del summit, si terranno incontri dedicati ai più scottanti dossier di politica internazionale: dalla crisi afgana al nucleare iraniano. Proprio sul nucleare iraniano si concentreranno dei colloqui, previsti per oggi, tra lo stesso Biden, il premier britannico Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco uscente Angela Merkel. Alla luce di tali elementi, è chiaro che l'inquilino della Casa Bianca stia tentando di creare una rete di alleanze. Un modo, se vogliamo, anche per cercare di far fronte alle sue debolezze. Ricordiamo infatti che, sull'ambiente e la global minimum tax, il presidente debba fare i conti in patria con la dura opposizione di significativi settori del Partito repubblicano. Inoltre, anche sul piano internazionale, la situazione per lui risulta particolarmente problematica: i negoziati con l'Iran attraversano delle fasi impervie, mentre la crisi afgana continua a pesare negativamente sui rapporti transatlantici. Un fattore, questo, che sta mettendo in seria difficoltà la linea bideniana dell' «America is back». Un secondo obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca nel suo tour romano potrebbe essere legato alla corsa per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: una partita, questa, che sta assumendo sempre più i tratti di un vero e proprio derby tra Stati Uniti e Cina. Washington non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un inquilino del Quirinale troppo amichevole nei confronti di Pechino. È quindi abbastanza plausibile che, agli occhi degli americani, resti proprio Draghi il candidato più appetibile. Un segnale positivo, sotto questo aspetto, è arrivato per loro dalla maggioranza trasversale che ha affossato l'altro giorno il ddl Zan: una maggioranza che, se si riproponesse in sede di elezione del prossimo capo dello Stato, potrebbe teoricamente portare al Colle Draghi o comunque un profilo non troppo lontano dall'area atlantista (come, per esempio, quello di Pier Ferdinando Casini). Non è quindi escluso che tali dinamiche siano state quantomeno toccate negli incontri di ieri. Un ultimo aspetto del viaggio romano di Biden riguarda la Libia. Come abbiamo visto, questo dossier è stato discusso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi. Non è d'altronde un mistero che Draghi abbia sempre puntato sulla sponda americana per far tornare Roma protagonista nel Paese nordafricano. Tuttavia attenzione: perché, sempre ieri, Biden ha incontrato a Roma anche Macron. Un faccia a faccia volto a ricucire i rapporti tra Washington e Parigi dopo la crisi dei sottomarini esplosa il mese scorso: un faccia a faccia che, secondo quanto riportato ieri sera dal sito della Cnn, ha visto Biden in un atteggiamento piuttosto conciliante nei confronti dell'inquilino dell'Eliseo. Ora, non è affatto escluso che, nell'ottica di questo riavvicinamento a Parigi, la Casa Bianca possa alla fine offrirsi di spalleggiare Macron sul dossier libico: un dossier rispetto a cui Francia e Italia hanno assai spesso mostrato interessi divergenti. Del resto, sotto questo aspetto, non è un buon segnale il fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, parteciperà alla Conferenza sulla Libia in programma a Parigi il mese prossimo. Roma dovrebbe quindi muoversi con circospezione e guardare con diffidenza a questa rinnovata convergenza tra Biden e Macron. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-corteggia-draghi-leader-mondo-2655448483.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-blindata-il-viminale-non-vuole-sorprese" data-post-id="2655448483" data-published-at="1635592120" data-use-pagination="False"> Roma blindata, il Viminale non vuole sorprese Con 79 anni di ritardo rispetto al progetto originario, ieri il mondo intero, o almeno i suoi rappresentanti più potenti, è finalmente sbarcato tra quei marmi bianchi che dovevano ospitare l'Esposizione universale del 1942 e che il Washington Post vorrebbe sottoporre alla cura della cancel culture. A vegliare sui big della Terra giunti a Roma per il G20, oltre al personale dei presidi territoriali delle forze dell'ordine, ben 5.296 unità di rinforzo, di cui 2.542 della polizia di Stato, 1.774 dell'arma dei carabinieri, 580 della guardia di finanza e 400 unità delle forze armate. È stata inoltre implementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della capitale attraverso il concorso di assetti specialistici delle forze armate, inclusi i sistemi anti drone. L'area di oltre 10 chilometri quadrati attorno al centro congressi La Nuvola in cui oggi e domani si svolgerà il summit è blindata: niente traffico veicolare e pedonale, salvo che per i residenti e per altre persone autorizzate. Pesanti ricadute anche sul trasporto urbano. Tutte le fermate della linea B della metropolitana situate nella zona attigua all'evento sono state chiuse: out le stazioni Marconi, Eur Magliana, Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina. Fino a domenica, saranno inoltre chiuse anche le carreggiate centrali di via Cristoforo Colombo in entrambe le direzioni nel tratto tra via Laurentina e viale dell'Umanesimo. Aree di sicurezza sono state istituite anche in centro, attorno agli obbiettivi sensibili: piazza del Quirinale, Terme di Diocleziano e Fontana di Trevi. Provvedimenti analoghi domani, invece, nell'area tra piazza Barberini, via del Tritone e via del Corso, evidentemente in previsione di qualche momento di svago dei potenti della Terra nei luoghi più esclusivi di Roma. Dalle 13 di oggi, e sino a cessate necessità, chiuderanno le stazioni metro Repubblica, Circo Massimo e Colosseo e dalle 14 di Castro Pretorio, Cavour, Barberini, Termini, Spagna, Flaminio. Monitorati anche i social network e le chat su Telegram, oltre che gli arrivi dall'estero, per paura di azioni violente coordinate e di rinforzi da parte di frange antagoniste internazionali. Insomma, dopo settimane in cui a Roma ha manifestato, con o senza autorizzazione, praticamente chiunque, facendosi beffe di un apparato di controllo inerme, se non collaborante, il Viminale ha deciso di alzare sensibilmente l'asticella: di fronte a Joe Biden e agli altri non saranno tollerati imprevisti. Occhi puntati sulle manifestazioni di oggi. Sono soprattutto due gli appuntamenti caldi: alle 14, in piazza San Giovanni, ci sarà un sit-in contro il governo Draghi, organizzato dal solito e variopinto elenco di sigle di sinistra (alcuni nomi sembrano parodistici, ma non lo sono): Partito comunista, Associazione e rivista Cumpanis, Centro culturale proletario, Federazione gioventù comunista, Gramsci Oggi, Movimento per rinascita del Pci e l'Unità dei Comunisti, Patria socialista, Spread it, Riconquistare l'Italia. Alle 15, invece, partirà a piazzale Ostiense per dirigersi alla Bocca della verità il corteo di Usb. Aderiranno alla protesta, oltre ai sindacati di base, anche Rifondazione Comunista e le delegazioni dei lavoratori della Gkn e Ilva. Per tale appuntamento, gli organizzatori si attendono almeno 10.000 persone. Ma Roma ha vissuto una giornata di manifestazioni e proteste già a partire da ieri. Migliaia di studenti hanno sfilato in corteo dal Circo Massimo fino al ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, innalzando striscioni come «Siamo il futuro senza futuro» e «Scuola, spazio, socialità. Ci riprendiamo tutto». «Questo governo e questo sistema scolastico», recitava il loro comunicato, «hanno fallito nel garantirci un rientro in sicurezza e una didattica che non amplifichi le differenze, con l'autonomia scolastica, gli orari scaglionati massacranti e l'intenzione attraverso il Pnrr di rendere la scuola sempre più aziendalizzata, con presidi manager e piegata alle esigenze del mercato. Non possiamo restare a guardare». Gli studenti del Plinio, del Machiavelli e del Cavour, alcuni dei principali istituti della capitale, hanno scandito: «G20, G20! Noi ne vogliamo 21, uno per la scuola sennò non c'è futuro!». Un altro spezzone ha intonato: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, è questa la loro democrazia».
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.