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2021-10-30
«Fai un lavoro straordinario». Biden corteggia Draghi per tornare leader del mondo
Joe Biden e Mario Draghi (Ansa)
È stata una giornata molto impegnativa quella di ieri per Joe Biden. Arrivato a Roma per partecipare al G20 che avrà inizio oggi, il presidente americano ha avuto un'agenda fitta di impegni. Dopo un lungo colloquio con Papa Francesco in Vaticano, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in visita dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Quirinale. Secondo quanto si è appreso, i due presidenti hanno discusso di pandemia, clima e rapporti transatlantici. Concluso l'incontro con Mattarella, Biden si è spostato a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. I due leader hanno avuto un colloquio della durata di circa un'ora, a cui è seguito un meeting tra lo stesso Draghi e il premier indiano, Narendra Modi.
«Il colloquio (tra Biden e Draghi, ndr) si è incentrato sull'eccellente cooperazione fra la presidenza italiana del G20 e gli Usa nella gestione delle più importanti sfide globali: la lotta alla pandemia, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rilancio dell'economia, il rafforzamento del sistema multilaterale basato sulle regole», si legge in comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. «I due leader», prosegue la nota, «hanno riaffermato la solidità del legame transatlantico, e l'utilità dello sviluppo della difesa europea anche per la sicurezza transatlantica, in un rapporto di complementarietà. Sono state infine passate in rassegna le principali crisi internazionali, in particolare l'Afghanistan, sulla scia degli esiti della Riunione straordinaria dei leader G20 del 12 ottobre, e la situazione di instabilità nel Mediterraneo e in Libia».
«Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto il leader Usa a Draghi durante il bilaterale.
Il viaggio romano di Biden ha posto al centro vari obiettivi. Il primo (e più evidente) è stato quello di mettere a punto una strategia il più possibile condivisa in vista del G20 odierno. Ricordiamo che al centro del summit verrà innanzitutto posta la questione del cambiamento climatico in preparazione dell'imminente Cop26 di Glasgow. Ulteriore tema sul tavolo sarà inoltre quello della global minimum tax. Tra l'altro, a margine del summit, si terranno incontri dedicati ai più scottanti dossier di politica internazionale: dalla crisi afgana al nucleare iraniano. Proprio sul nucleare iraniano si concentreranno dei colloqui, previsti per oggi, tra lo stesso Biden, il premier britannico Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco uscente Angela Merkel.
Alla luce di tali elementi, è chiaro che l'inquilino della Casa Bianca stia tentando di creare una rete di alleanze. Un modo, se vogliamo, anche per cercare di far fronte alle sue debolezze. Ricordiamo infatti che, sull'ambiente e la global minimum tax, il presidente debba fare i conti in patria con la dura opposizione di significativi settori del Partito repubblicano. Inoltre, anche sul piano internazionale, la situazione per lui risulta particolarmente problematica: i negoziati con l'Iran attraversano delle fasi impervie, mentre la crisi afgana continua a pesare negativamente sui rapporti transatlantici. Un fattore, questo, che sta mettendo in seria difficoltà la linea bideniana dell' «America is back».
Un secondo obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca nel suo tour romano potrebbe essere legato alla corsa per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: una partita, questa, che sta assumendo sempre più i tratti di un vero e proprio derby tra Stati Uniti e Cina. Washington non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un inquilino del Quirinale troppo amichevole nei confronti di Pechino. È quindi abbastanza plausibile che, agli occhi degli americani, resti proprio Draghi il candidato più appetibile. Un segnale positivo, sotto questo aspetto, è arrivato per loro dalla maggioranza trasversale che ha affossato l'altro giorno il ddl Zan: una maggioranza che, se si riproponesse in sede di elezione del prossimo capo dello Stato, potrebbe teoricamente portare al Colle Draghi o comunque un profilo non troppo lontano dall'area atlantista (come, per esempio, quello di Pier Ferdinando Casini). Non è quindi escluso che tali dinamiche siano state quantomeno toccate negli incontri di ieri.
Un ultimo aspetto del viaggio romano di Biden riguarda la Libia. Come abbiamo visto, questo dossier è stato discusso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi. Non è d'altronde un mistero che Draghi abbia sempre puntato sulla sponda americana per far tornare Roma protagonista nel Paese nordafricano. Tuttavia attenzione: perché, sempre ieri, Biden ha incontrato a Roma anche Macron. Un faccia a faccia volto a ricucire i rapporti tra Washington e Parigi dopo la crisi dei sottomarini esplosa il mese scorso: un faccia a faccia che, secondo quanto riportato ieri sera dal sito della Cnn, ha visto Biden in un atteggiamento piuttosto conciliante nei confronti dell'inquilino dell'Eliseo.
Ora, non è affatto escluso che, nell'ottica di questo riavvicinamento a Parigi, la Casa Bianca possa alla fine offrirsi di spalleggiare Macron sul dossier libico: un dossier rispetto a cui Francia e Italia hanno assai spesso mostrato interessi divergenti. Del resto, sotto questo aspetto, non è un buon segnale il fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, parteciperà alla Conferenza sulla Libia in programma a Parigi il mese prossimo. Roma dovrebbe quindi muoversi con circospezione e guardare con diffidenza a questa rinnovata convergenza tra Biden e Macron.
Roma blindata, il Viminale non vuole sorprese
Con 79 anni di ritardo rispetto al progetto originario, ieri il mondo intero, o almeno i suoi rappresentanti più potenti, è finalmente sbarcato tra quei marmi bianchi che dovevano ospitare l'Esposizione universale del 1942 e che il Washington Post vorrebbe sottoporre alla cura della cancel culture.
A vegliare sui big della Terra giunti a Roma per il G20, oltre al personale dei presidi territoriali delle forze dell'ordine, ben 5.296 unità di rinforzo, di cui 2.542 della polizia di Stato, 1.774 dell'arma dei carabinieri, 580 della guardia di finanza e 400 unità delle forze armate. È stata inoltre implementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della capitale attraverso il concorso di assetti specialistici delle forze armate, inclusi i sistemi anti drone.
L'area di oltre 10 chilometri quadrati attorno al centro congressi La Nuvola in cui oggi e domani si svolgerà il summit è blindata: niente traffico veicolare e pedonale, salvo che per i residenti e per altre persone autorizzate. Pesanti ricadute anche sul trasporto urbano. Tutte le fermate della linea B della metropolitana situate nella zona attigua all'evento sono state chiuse: out le stazioni Marconi, Eur Magliana, Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina. Fino a domenica, saranno inoltre chiuse anche le carreggiate centrali di via Cristoforo Colombo in entrambe le direzioni nel tratto tra via Laurentina e viale dell'Umanesimo. Aree di sicurezza sono state istituite anche in centro, attorno agli obbiettivi sensibili: piazza del Quirinale, Terme di Diocleziano e Fontana di Trevi. Provvedimenti analoghi domani, invece, nell'area tra piazza Barberini, via del Tritone e via del Corso, evidentemente in previsione di qualche momento di svago dei potenti della Terra nei luoghi più esclusivi di Roma. Dalle 13 di oggi, e sino a cessate necessità, chiuderanno le stazioni metro Repubblica, Circo Massimo e Colosseo e dalle 14 di Castro Pretorio, Cavour, Barberini, Termini, Spagna, Flaminio. Monitorati anche i social network e le chat su Telegram, oltre che gli arrivi dall'estero, per paura di azioni violente coordinate e di rinforzi da parte di frange antagoniste internazionali.
Insomma, dopo settimane in cui a Roma ha manifestato, con o senza autorizzazione, praticamente chiunque, facendosi beffe di un apparato di controllo inerme, se non collaborante, il Viminale ha deciso di alzare sensibilmente l'asticella: di fronte a Joe Biden e agli altri non saranno tollerati imprevisti.
Occhi puntati sulle manifestazioni di oggi. Sono soprattutto due gli appuntamenti caldi: alle 14, in piazza San Giovanni, ci sarà un sit-in contro il governo Draghi, organizzato dal solito e variopinto elenco di sigle di sinistra (alcuni nomi sembrano parodistici, ma non lo sono): Partito comunista, Associazione e rivista Cumpanis, Centro culturale proletario, Federazione gioventù comunista, Gramsci Oggi, Movimento per rinascita del Pci e l'Unità dei Comunisti, Patria socialista, Spread it, Riconquistare l'Italia. Alle 15, invece, partirà a piazzale Ostiense per dirigersi alla Bocca della verità il corteo di Usb. Aderiranno alla protesta, oltre ai sindacati di base, anche Rifondazione Comunista e le delegazioni dei lavoratori della Gkn e Ilva. Per tale appuntamento, gli organizzatori si attendono almeno 10.000 persone.
Ma Roma ha vissuto una giornata di manifestazioni e proteste già a partire da ieri. Migliaia di studenti hanno sfilato in corteo dal Circo Massimo fino al ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, innalzando striscioni come «Siamo il futuro senza futuro» e «Scuola, spazio, socialità. Ci riprendiamo tutto».
«Questo governo e questo sistema scolastico», recitava il loro comunicato, «hanno fallito nel garantirci un rientro in sicurezza e una didattica che non amplifichi le differenze, con l'autonomia scolastica, gli orari scaglionati massacranti e l'intenzione attraverso il Pnrr di rendere la scuola sempre più aziendalizzata, con presidi manager e piegata alle esigenze del mercato. Non possiamo restare a guardare». Gli studenti del Plinio, del Machiavelli e del Cavour, alcuni dei principali istituti della capitale, hanno scandito: «G20, G20! Noi ne vogliamo 21, uno per la scuola sennò non c'è futuro!». Un altro spezzone ha intonato: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, è questa la loro democrazia».
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Il presidente Usa incontra Sergio Mattarella e il premier. Dietro le parole di ammirazione, la necessità di ritrovare alleati. Ma occhio agli inciuci con Emmanuel Macron sulla Libia.Ieri il corteo degli studenti con slogan contro il governo, oggi previste due manifestazioni di estrema sinistra.Lo speciale contiene due articoli.È stata una giornata molto impegnativa quella di ieri per Joe Biden. Arrivato a Roma per partecipare al G20 che avrà inizio oggi, il presidente americano ha avuto un'agenda fitta di impegni. Dopo un lungo colloquio con Papa Francesco in Vaticano, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in visita dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Quirinale. Secondo quanto si è appreso, i due presidenti hanno discusso di pandemia, clima e rapporti transatlantici. Concluso l'incontro con Mattarella, Biden si è spostato a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. I due leader hanno avuto un colloquio della durata di circa un'ora, a cui è seguito un meeting tra lo stesso Draghi e il premier indiano, Narendra Modi. «Il colloquio (tra Biden e Draghi, ndr) si è incentrato sull'eccellente cooperazione fra la presidenza italiana del G20 e gli Usa nella gestione delle più importanti sfide globali: la lotta alla pandemia, il contrasto ai cambiamenti climatici, il rilancio dell'economia, il rafforzamento del sistema multilaterale basato sulle regole», si legge in comunicato stampa diffuso da Palazzo Chigi. «I due leader», prosegue la nota, «hanno riaffermato la solidità del legame transatlantico, e l'utilità dello sviluppo della difesa europea anche per la sicurezza transatlantica, in un rapporto di complementarietà. Sono state infine passate in rassegna le principali crisi internazionali, in particolare l'Afghanistan, sulla scia degli esiti della Riunione straordinaria dei leader G20 del 12 ottobre, e la situazione di instabilità nel Mediterraneo e in Libia». «Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto il leader Usa a Draghi durante il bilaterale. Il viaggio romano di Biden ha posto al centro vari obiettivi. Il primo (e più evidente) è stato quello di mettere a punto una strategia il più possibile condivisa in vista del G20 odierno. Ricordiamo che al centro del summit verrà innanzitutto posta la questione del cambiamento climatico in preparazione dell'imminente Cop26 di Glasgow. Ulteriore tema sul tavolo sarà inoltre quello della global minimum tax. Tra l'altro, a margine del summit, si terranno incontri dedicati ai più scottanti dossier di politica internazionale: dalla crisi afgana al nucleare iraniano. Proprio sul nucleare iraniano si concentreranno dei colloqui, previsti per oggi, tra lo stesso Biden, il premier britannico Boris Johnson, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco uscente Angela Merkel. Alla luce di tali elementi, è chiaro che l'inquilino della Casa Bianca stia tentando di creare una rete di alleanze. Un modo, se vogliamo, anche per cercare di far fronte alle sue debolezze. Ricordiamo infatti che, sull'ambiente e la global minimum tax, il presidente debba fare i conti in patria con la dura opposizione di significativi settori del Partito repubblicano. Inoltre, anche sul piano internazionale, la situazione per lui risulta particolarmente problematica: i negoziati con l'Iran attraversano delle fasi impervie, mentre la crisi afgana continua a pesare negativamente sui rapporti transatlantici. Un fattore, questo, che sta mettendo in seria difficoltà la linea bideniana dell' «America is back». Un secondo obiettivo dell'inquilino della Casa Bianca nel suo tour romano potrebbe essere legato alla corsa per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: una partita, questa, che sta assumendo sempre più i tratti di un vero e proprio derby tra Stati Uniti e Cina. Washington non ha alcuna intenzione di ritrovarsi con un inquilino del Quirinale troppo amichevole nei confronti di Pechino. È quindi abbastanza plausibile che, agli occhi degli americani, resti proprio Draghi il candidato più appetibile. Un segnale positivo, sotto questo aspetto, è arrivato per loro dalla maggioranza trasversale che ha affossato l'altro giorno il ddl Zan: una maggioranza che, se si riproponesse in sede di elezione del prossimo capo dello Stato, potrebbe teoricamente portare al Colle Draghi o comunque un profilo non troppo lontano dall'area atlantista (come, per esempio, quello di Pier Ferdinando Casini). Non è quindi escluso che tali dinamiche siano state quantomeno toccate negli incontri di ieri. Un ultimo aspetto del viaggio romano di Biden riguarda la Libia. Come abbiamo visto, questo dossier è stato discusso nel vertice tenutosi a Palazzo Chigi. Non è d'altronde un mistero che Draghi abbia sempre puntato sulla sponda americana per far tornare Roma protagonista nel Paese nordafricano. Tuttavia attenzione: perché, sempre ieri, Biden ha incontrato a Roma anche Macron. Un faccia a faccia volto a ricucire i rapporti tra Washington e Parigi dopo la crisi dei sottomarini esplosa il mese scorso: un faccia a faccia che, secondo quanto riportato ieri sera dal sito della Cnn, ha visto Biden in un atteggiamento piuttosto conciliante nei confronti dell'inquilino dell'Eliseo. Ora, non è affatto escluso che, nell'ottica di questo riavvicinamento a Parigi, la Casa Bianca possa alla fine offrirsi di spalleggiare Macron sul dossier libico: un dossier rispetto a cui Francia e Italia hanno assai spesso mostrato interessi divergenti. Del resto, sotto questo aspetto, non è un buon segnale il fatto che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, parteciperà alla Conferenza sulla Libia in programma a Parigi il mese prossimo. 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A vegliare sui big della Terra giunti a Roma per il G20, oltre al personale dei presidi territoriali delle forze dell'ordine, ben 5.296 unità di rinforzo, di cui 2.542 della polizia di Stato, 1.774 dell'arma dei carabinieri, 580 della guardia di finanza e 400 unità delle forze armate. È stata inoltre implementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della capitale attraverso il concorso di assetti specialistici delle forze armate, inclusi i sistemi anti drone. L'area di oltre 10 chilometri quadrati attorno al centro congressi La Nuvola in cui oggi e domani si svolgerà il summit è blindata: niente traffico veicolare e pedonale, salvo che per i residenti e per altre persone autorizzate. Pesanti ricadute anche sul trasporto urbano. Tutte le fermate della linea B della metropolitana situate nella zona attigua all'evento sono state chiuse: out le stazioni Marconi, Eur Magliana, Eur Palasport, Eur Fermi e Laurentina. Fino a domenica, saranno inoltre chiuse anche le carreggiate centrali di via Cristoforo Colombo in entrambe le direzioni nel tratto tra via Laurentina e viale dell'Umanesimo. Aree di sicurezza sono state istituite anche in centro, attorno agli obbiettivi sensibili: piazza del Quirinale, Terme di Diocleziano e Fontana di Trevi. Provvedimenti analoghi domani, invece, nell'area tra piazza Barberini, via del Tritone e via del Corso, evidentemente in previsione di qualche momento di svago dei potenti della Terra nei luoghi più esclusivi di Roma. Dalle 13 di oggi, e sino a cessate necessità, chiuderanno le stazioni metro Repubblica, Circo Massimo e Colosseo e dalle 14 di Castro Pretorio, Cavour, Barberini, Termini, Spagna, Flaminio. Monitorati anche i social network e le chat su Telegram, oltre che gli arrivi dall'estero, per paura di azioni violente coordinate e di rinforzi da parte di frange antagoniste internazionali. Insomma, dopo settimane in cui a Roma ha manifestato, con o senza autorizzazione, praticamente chiunque, facendosi beffe di un apparato di controllo inerme, se non collaborante, il Viminale ha deciso di alzare sensibilmente l'asticella: di fronte a Joe Biden e agli altri non saranno tollerati imprevisti. Occhi puntati sulle manifestazioni di oggi. Sono soprattutto due gli appuntamenti caldi: alle 14, in piazza San Giovanni, ci sarà un sit-in contro il governo Draghi, organizzato dal solito e variopinto elenco di sigle di sinistra (alcuni nomi sembrano parodistici, ma non lo sono): Partito comunista, Associazione e rivista Cumpanis, Centro culturale proletario, Federazione gioventù comunista, Gramsci Oggi, Movimento per rinascita del Pci e l'Unità dei Comunisti, Patria socialista, Spread it, Riconquistare l'Italia. Alle 15, invece, partirà a piazzale Ostiense per dirigersi alla Bocca della verità il corteo di Usb. Aderiranno alla protesta, oltre ai sindacati di base, anche Rifondazione Comunista e le delegazioni dei lavoratori della Gkn e Ilva. Per tale appuntamento, gli organizzatori si attendono almeno 10.000 persone. Ma Roma ha vissuto una giornata di manifestazioni e proteste già a partire da ieri. Migliaia di studenti hanno sfilato in corteo dal Circo Massimo fino al ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, innalzando striscioni come «Siamo il futuro senza futuro» e «Scuola, spazio, socialità. Ci riprendiamo tutto». «Questo governo e questo sistema scolastico», recitava il loro comunicato, «hanno fallito nel garantirci un rientro in sicurezza e una didattica che non amplifichi le differenze, con l'autonomia scolastica, gli orari scaglionati massacranti e l'intenzione attraverso il Pnrr di rendere la scuola sempre più aziendalizzata, con presidi manager e piegata alle esigenze del mercato. Non possiamo restare a guardare». Gli studenti del Plinio, del Machiavelli e del Cavour, alcuni dei principali istituti della capitale, hanno scandito: «G20, G20! Noi ne vogliamo 21, uno per la scuola sennò non c'è futuro!». Un altro spezzone ha intonato: «Chiediamo diritti, ci danno polizia, è questa la loro democrazia».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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