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2023-07-02
Bergoglio chiude l’epoca Ratzinger con un progressista al Sant’Uffizio
Joseph Ratzinger e Papa Francesco (Getty Images)
Con un comunicato della sala stampa vaticana ieri è stato annunciato che «il Santo Padre Francesco ha ringraziato l’eminentissimo signor cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.I., a conclusione del mandato di Prefetto del dicastero per la Dottrina della fede e di presidente della Pontificia commissione sua eccellenza reverendissima monsingor Víctor Manuel Fernández, finora arcivescovo di La Plata (Argentina). Prenderà possesso degli incarichi a metà settembre 2023». È uno spartiacque. È un colpo deciso e profondo che Francesco ha assestato nel cuore della Chiesa mettendo in sella all’ex Sant’Uffizio il suo amico e già consigliere, qualcuno dice anche ghostwriter prediletto per encicliche ed esortazioni apostoliche. C’è, infatti, il vescovo Fernandez, già rettore dell’Università cattolica di Buenos Aires, nella cabina di regia del doppio Sinodo sulla famiglia del 2014 e 2015, c’è la sua penna dietro l’esortazione apostolica Amoris laetitia che apre, in certi casi, alla comunione ai divorziati risposati. C’è il contributo di Fernandez dietro l’enciclica Laudato si’, nei documenti del Sinodo straordinario sull’Amazzonia, nell’impianto della chiesa sinodale che sta prendendo forma nel Sinodo «sul sinodo» che ha già acceso i motori per l’ottobre prossimo.
E non molti sanno che anche il documento programmatico del papato di Francesco, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, scritta nel 2013, è in gran parte farina del sacco del neo prefetto della Dottrina della fede che, non a caso, nel 2014, intervistato da Paolo Rodari, dava alle stampe un libro con un titolo illuminante: Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa.
Un tempo il dicastero per la Dottrina della fede, quando ancora si chiamava Sant’Uffizio, era considerato «la Suprema», anche per designare il ruolo di faro nella Curia romana e per la Chiesa tutta. Il prefetto dell’ex Sant’Uffizio è stato per quasi 25 anni un certo Joseph Ratzinger, dal 1981 al 2005, e proprio per questo si parlava di lui come il «watchdog» della fede, il «pastore tedesco» pronto a rintuzzare ogni eresia, a promuovere e a spiegare il senso del depositum fidei, la sua coerenza, i suoi insuperabili significati.
Nel 1988, parlando ai vescovi della Repubblica Dominicana, Ratzinger disse che la Chiesa ha il compito di custodire e insegnare la verità rivelata da Gesù Cristo e che la difesa dalla dottrina erronea e dalle eresie è una parte essenziale di questo compito. Egli affermò che la fede cristiana non può essere ridotta a una semplice opinione personale, ma deve essere basata sulla verità oggettiva della rivelazione divina.
Secondo il neo prefetto, la Chiesa nei secoli «ha sviluppato un’intera filosofia e morale piena di classificazioni, per classificare le persone, per mettere loro delle etichette. Questo è... Questo è così, questo è cosà. Questo può ricevere la comunione, questo non può riceverla. Questo può essere perdonato, questo no. È terribile che questo sia accaduto a noi, nella Chiesa. Grazie a Dio, papa Francesco ci sta aiutando a liberarci da questi schemi». Così ha predicato monsignor Fernandez nella cattedrale di La Plata lo scorso 5 marzo. E così anche Ratzinger potrebbe diventare un rigido «classificatore», un dispensatore di schemi di cui liberarsi.
Peraltro, questo cambio di passo si legge in controluce anche nella lettera che Francesco in persona ha scritto a Fernandez per comunicargli l’incarico. «Il dipartimento che presiederai», ha scritto papa Bergoglio al teologo di fiducia, «in altri tempi è arrivato a usare metodi immorali. Erano tempi in cui, più che promuovere la conoscenza teologica, si perseguitavano eventuali errori dottrinali. Quello che mi aspetto da te è senza dubbio qualcosa di molto diverso».
Questo «qualcosa» di diverso, di «molto diverso», dovrebbe arrivare senza «l’imposizione di un unico modo» di esprimere «la comprensione della verità», ma «le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere anche la Chiesa. Questa crescita armoniosa conserverà la dottrina cristiana più efficacemente di qualsiasi meccanismo di controllo».
Cosa possa significare, questo, nel concreto resta difficile da dire oggi: il rischio è quello di una variabilità di interpretazioni che, in altro modo, potrebbe chiamarsi relativismo dottrinale.
Per Fernandez, come indicato anche in Evangelii gaudium, ci vuole una maggiore responsabilità alle Conferenze episcopali, una devolution che, a molti, sembra una specie di eresia. «Tucho», questo il nomignolo del nuovo prefetto, arrischiò persino a dire, in una celebre intervista al Corriere di qualche anno fa, che, in fondo, «il Papa potrebbe pure andare ad abitare fuori Roma, avere un dicastero a Roma e un altro a Bogotá e magari collegarsi per teleconferenza con gli esperti di liturgia che risiedono in Germania».
Con Fernandez in sella all’ex Sant’Uffizio si compie forse la principale virata imposta da Francesco alla barca di Pietro, un tango argentino molto caliente che suona una musica assai diversa rispetto alle rigorose polifonie teutoniche espresse da Ratzinger.
Più attento ad aprire processi che a definire, Fernandez è stato in prima linea per aprire alla comunione ai divorziati risposati, è favorevole alle leggi per le unioni civili e si è mostrato teoricamente aperto anche al cardinalato per le donne. «Tucho, besame mucho», dicono tra il serio e il faceto in Argentina, a ragione del best seller di Fernandez pubblicato nel 1995 con il titolo di Sáname con tu boca. El arte de besar: «Così, nell’intento di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita, sono venute queste pagine a favore del bacio che, spero, ti aiutino a baciare meglio, che ti spingano a liberare in un bacio il meglio del tuo essere».
Molta strada è stata fatta da quando i prefetti della Dottrina della fede avevano come best seller titoli come Introduzione al cristianesimo.
Padre Georg è partito per l’«esilio»
Padre Georg Gänswein, lo storico segretario di papa Ratzinger, è in viaggio verso la Germania. Lasciati il monastero Mater Ecclesiae e l’appartamento nella vecchia Santa Marta, torna nella sua Friburgo, città della Foresta Nera in cui ha studiato teologia e dov’è stato destinato a partire da ieri. La decisione, presa da papa Francesco, è stata resa nota in un comunicato della Santa Sede che ha sottolineato come l’arcivescovo tedesco abbia «concluso l’incarico di prefetto della Casa Pontificia in data 28 febbraio 2023», data dopo la quale il Pontefice ha disposto che Gänswein «dal 1° luglio rientri, per il momento, nella sua diocesi di origine».Quel «per il momento» sott’intende che, per ora, il vescovo - che lascia Roma dopo esservi arrivato nel lontano 1995 - non avrà incarichi; anche per questo, il suo rimpatrio viene raccontato come malinconico. Da parte sua, l’interessato ha scelto di non rilasciar commenti. «Taccio e obbedisco», sono infatti state le parole di Gänswein, destinato a far rientro al Collegium Borromaeum di Friburgo dove, appunto, viveva quando entrò in seminario; e proprio nel seminario diocesano accanto la cattedrale cittadina è pronto ad accoglierlo un appartamento di 150 metri quadrati.I camion con le sue cose, partiti a Roma, sono anch’essi in viaggio, anche se l’arcivescovo, in Germania, non arriverà prima della prossima settimana. Ha, infatti, deciso di far tappa qualche giorno in Austria, per la precisione sul lago di Costanza, a Bregenz - a poco meno di 200 chilometri dalla sua destinazione -, dove ieri era atteso per un’ordinazione sacerdotale. La sosta austriaca è stata subito letta come un piccolo sgarbo. Gianpaolo Visetti su Repubblica ha, per esempio, scritto di Gänswein «assente il primo giorno», quasi a Friburgo fossero lì pronti ad accoglierlo con tutti gli onori.Ma pare non sia così. L’ha lasciato intendere, parlando con i media tedeschi, Marc Mudrak, portavoce della diocesi, il quale, pur riconoscendo l’importanza di ospitare una personalità come lo storico segretario di Ratzinger, ha escluso che siano in corso preparativi per celebrare il suo arrivo. Viene così ad assumere un carattere di ulteriore singolarità l’invio nella Foresta Nera di un vescovo di lunga esperienza curiale, peraltro ancora lontano dall’età pensionabile dei 75 anni - monsignor Gänswein ne ha 66, portati ottimamente -, eppure lasciato a riposo. Tanto che il rimpatrio del prelato, di cui si era iniziato a vociferare a inizio del mese scorso, ha spiazzato tutti perfino in Germania. Prova ne siano le parole di Albert Baumeister, sindaco di Riedern am Wald - paese che ha dato i natali all’ex prefetto della Casa pontificia -, che ha dichiarato: «Georg, come diciamo qui, è diventato un “romano”. Nessuno si aspettava che sarebbe tornato».Probabilmente non se lo aspettava neppure lui, benché i rapporti con l’attuale Pontefice fossero freddi da tempo. Gänswein stesso, nel suo libro Nient’altro che la verità (Piemme) scritto insieme al giornalista Saverio Gaeta, ha raccontato d’essere rimasto «scioccato e senza parole», sentendosi un «prefetto dimezzato» da quando papa Francesco, nel 2020, l’aveva «congedato» da capo della prefettura della Casa pontificia. «Molti cardinali oggi sarebbero in sintonia con Angelo Scola come Papa», aveva poi dichiarato a marzo al Corriere della sera. Un’uscita forte, dopo la quale l’«esilio», per Gänswein, era scontato; anche se non si sapeva che sarebbe stato un mesto rimpatrio senza incarichi, «per il momento».
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Il monsignore argentino Victor Manuel Fernández tifa l’abolizione di Roma come sede papale ed è favorevole a unioni civili, cardinalato per le donne e comunione ai divorziati risposati. Ha scritto un best seller sul bacio. «Taccio e obbedisco»: l’ex segretario di Benedetto XVI ha lasciato il Vaticano. Vivrà in un grande alloggio nel seminario di Friburgo. Dove, però, non avrà alcun incarico. Lo speciale contiene due articoli.Con un comunicato della sala stampa vaticana ieri è stato annunciato che «il Santo Padre Francesco ha ringraziato l’eminentissimo signor cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.I., a conclusione del mandato di Prefetto del dicastero per la Dottrina della fede e di presidente della Pontificia commissione sua eccellenza reverendissima monsingor Víctor Manuel Fernández, finora arcivescovo di La Plata (Argentina). Prenderà possesso degli incarichi a metà settembre 2023». È uno spartiacque. È un colpo deciso e profondo che Francesco ha assestato nel cuore della Chiesa mettendo in sella all’ex Sant’Uffizio il suo amico e già consigliere, qualcuno dice anche ghostwriter prediletto per encicliche ed esortazioni apostoliche. C’è, infatti, il vescovo Fernandez, già rettore dell’Università cattolica di Buenos Aires, nella cabina di regia del doppio Sinodo sulla famiglia del 2014 e 2015, c’è la sua penna dietro l’esortazione apostolica Amoris laetitia che apre, in certi casi, alla comunione ai divorziati risposati. C’è il contributo di Fernandez dietro l’enciclica Laudato si’, nei documenti del Sinodo straordinario sull’Amazzonia, nell’impianto della chiesa sinodale che sta prendendo forma nel Sinodo «sul sinodo» che ha già acceso i motori per l’ottobre prossimo.E non molti sanno che anche il documento programmatico del papato di Francesco, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, scritta nel 2013, è in gran parte farina del sacco del neo prefetto della Dottrina della fede che, non a caso, nel 2014, intervistato da Paolo Rodari, dava alle stampe un libro con un titolo illuminante: Il progetto di Francesco. Dove vuole portare la Chiesa.Un tempo il dicastero per la Dottrina della fede, quando ancora si chiamava Sant’Uffizio, era considerato «la Suprema», anche per designare il ruolo di faro nella Curia romana e per la Chiesa tutta. Il prefetto dell’ex Sant’Uffizio è stato per quasi 25 anni un certo Joseph Ratzinger, dal 1981 al 2005, e proprio per questo si parlava di lui come il «watchdog» della fede, il «pastore tedesco» pronto a rintuzzare ogni eresia, a promuovere e a spiegare il senso del depositum fidei, la sua coerenza, i suoi insuperabili significati.Nel 1988, parlando ai vescovi della Repubblica Dominicana, Ratzinger disse che la Chiesa ha il compito di custodire e insegnare la verità rivelata da Gesù Cristo e che la difesa dalla dottrina erronea e dalle eresie è una parte essenziale di questo compito. Egli affermò che la fede cristiana non può essere ridotta a una semplice opinione personale, ma deve essere basata sulla verità oggettiva della rivelazione divina.Secondo il neo prefetto, la Chiesa nei secoli «ha sviluppato un’intera filosofia e morale piena di classificazioni, per classificare le persone, per mettere loro delle etichette. Questo è... Questo è così, questo è cosà. Questo può ricevere la comunione, questo non può riceverla. Questo può essere perdonato, questo no. È terribile che questo sia accaduto a noi, nella Chiesa. Grazie a Dio, papa Francesco ci sta aiutando a liberarci da questi schemi». Così ha predicato monsignor Fernandez nella cattedrale di La Plata lo scorso 5 marzo. E così anche Ratzinger potrebbe diventare un rigido «classificatore», un dispensatore di schemi di cui liberarsi.Peraltro, questo cambio di passo si legge in controluce anche nella lettera che Francesco in persona ha scritto a Fernandez per comunicargli l’incarico. «Il dipartimento che presiederai», ha scritto papa Bergoglio al teologo di fiducia, «in altri tempi è arrivato a usare metodi immorali. Erano tempi in cui, più che promuovere la conoscenza teologica, si perseguitavano eventuali errori dottrinali. Quello che mi aspetto da te è senza dubbio qualcosa di molto diverso».Questo «qualcosa» di diverso, di «molto diverso», dovrebbe arrivare senza «l’imposizione di un unico modo» di esprimere «la comprensione della verità», ma «le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere anche la Chiesa. Questa crescita armoniosa conserverà la dottrina cristiana più efficacemente di qualsiasi meccanismo di controllo».Cosa possa significare, questo, nel concreto resta difficile da dire oggi: il rischio è quello di una variabilità di interpretazioni che, in altro modo, potrebbe chiamarsi relativismo dottrinale.Per Fernandez, come indicato anche in Evangelii gaudium, ci vuole una maggiore responsabilità alle Conferenze episcopali, una devolution che, a molti, sembra una specie di eresia. «Tucho», questo il nomignolo del nuovo prefetto, arrischiò persino a dire, in una celebre intervista al Corriere di qualche anno fa, che, in fondo, «il Papa potrebbe pure andare ad abitare fuori Roma, avere un dicastero a Roma e un altro a Bogotá e magari collegarsi per teleconferenza con gli esperti di liturgia che risiedono in Germania».Con Fernandez in sella all’ex Sant’Uffizio si compie forse la principale virata imposta da Francesco alla barca di Pietro, un tango argentino molto caliente che suona una musica assai diversa rispetto alle rigorose polifonie teutoniche espresse da Ratzinger.Più attento ad aprire processi che a definire, Fernandez è stato in prima linea per aprire alla comunione ai divorziati risposati, è favorevole alle leggi per le unioni civili e si è mostrato teoricamente aperto anche al cardinalato per le donne. «Tucho, besame mucho», dicono tra il serio e il faceto in Argentina, a ragione del best seller di Fernandez pubblicato nel 1995 con il titolo di Sáname con tu boca. El arte de besar: «Così, nell’intento di sintetizzare l’immensa ricchezza della vita, sono venute queste pagine a favore del bacio che, spero, ti aiutino a baciare meglio, che ti spingano a liberare in un bacio il meglio del tuo essere».Molta strada è stata fatta da quando i prefetti della Dottrina della fede avevano come best seller titoli come Introduzione al cristianesimo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-chiude-lepoca-ratzinger-2662143976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="padre-georg-e-partito-per-l-esilio" data-post-id="2662143976" data-published-at="1688281539" data-use-pagination="False"> Padre Georg è partito per l’«esilio» Padre Georg Gänswein, lo storico segretario di papa Ratzinger, è in viaggio verso la Germania. Lasciati il monastero Mater Ecclesiae e l’appartamento nella vecchia Santa Marta, torna nella sua Friburgo, città della Foresta Nera in cui ha studiato teologia e dov’è stato destinato a partire da ieri. La decisione, presa da papa Francesco, è stata resa nota in un comunicato della Santa Sede che ha sottolineato come l’arcivescovo tedesco abbia «concluso l’incarico di prefetto della Casa Pontificia in data 28 febbraio 2023», data dopo la quale il Pontefice ha disposto che Gänswein «dal 1° luglio rientri, per il momento, nella sua diocesi di origine».Quel «per il momento» sott’intende che, per ora, il vescovo - che lascia Roma dopo esservi arrivato nel lontano 1995 - non avrà incarichi; anche per questo, il suo rimpatrio viene raccontato come malinconico. Da parte sua, l’interessato ha scelto di non rilasciar commenti. «Taccio e obbedisco», sono infatti state le parole di Gänswein, destinato a far rientro al Collegium Borromaeum di Friburgo dove, appunto, viveva quando entrò in seminario; e proprio nel seminario diocesano accanto la cattedrale cittadina è pronto ad accoglierlo un appartamento di 150 metri quadrati.I camion con le sue cose, partiti a Roma, sono anch’essi in viaggio, anche se l’arcivescovo, in Germania, non arriverà prima della prossima settimana. Ha, infatti, deciso di far tappa qualche giorno in Austria, per la precisione sul lago di Costanza, a Bregenz - a poco meno di 200 chilometri dalla sua destinazione -, dove ieri era atteso per un’ordinazione sacerdotale. La sosta austriaca è stata subito letta come un piccolo sgarbo. Gianpaolo Visetti su Repubblica ha, per esempio, scritto di Gänswein «assente il primo giorno», quasi a Friburgo fossero lì pronti ad accoglierlo con tutti gli onori.Ma pare non sia così. L’ha lasciato intendere, parlando con i media tedeschi, Marc Mudrak, portavoce della diocesi, il quale, pur riconoscendo l’importanza di ospitare una personalità come lo storico segretario di Ratzinger, ha escluso che siano in corso preparativi per celebrare il suo arrivo. Viene così ad assumere un carattere di ulteriore singolarità l’invio nella Foresta Nera di un vescovo di lunga esperienza curiale, peraltro ancora lontano dall’età pensionabile dei 75 anni - monsignor Gänswein ne ha 66, portati ottimamente -, eppure lasciato a riposo. Tanto che il rimpatrio del prelato, di cui si era iniziato a vociferare a inizio del mese scorso, ha spiazzato tutti perfino in Germania. Prova ne siano le parole di Albert Baumeister, sindaco di Riedern am Wald - paese che ha dato i natali all’ex prefetto della Casa pontificia -, che ha dichiarato: «Georg, come diciamo qui, è diventato un “romano”. Nessuno si aspettava che sarebbe tornato».Probabilmente non se lo aspettava neppure lui, benché i rapporti con l’attuale Pontefice fossero freddi da tempo. Gänswein stesso, nel suo libro Nient’altro che la verità (Piemme) scritto insieme al giornalista Saverio Gaeta, ha raccontato d’essere rimasto «scioccato e senza parole», sentendosi un «prefetto dimezzato» da quando papa Francesco, nel 2020, l’aveva «congedato» da capo della prefettura della Casa pontificia. «Molti cardinali oggi sarebbero in sintonia con Angelo Scola come Papa», aveva poi dichiarato a marzo al Corriere della sera. Un’uscita forte, dopo la quale l’«esilio», per Gänswein, era scontato; anche se non si sapeva che sarebbe stato un mesto rimpatrio senza incarichi, «per il momento».
Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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Ansa
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
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