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2022-10-07
Parte la resistenza all’acquario urbano di Sala: la Milano dei ricchi senza auto
Beppe Sala (Imagoeconomica)
Inutile comprare automobili Euro 6, Euro 7 o elettriche, il problema per la giunta milanese guidata da Beppe Sala sono le auto private, anche se non lo dicono apertamente. Vorrebbero una metropoli per milionari senza bisogno di muoversi per lavorare, per studenti fuori sede e immigrati - i cà popular, le case popolari in milanese, in lingua bocconiana si chiamano social housing - cioè un acquario urbano irreale nel quale comincia a essere visto male anche il furgone del panettiere.
Per capire quale assurda ideologia ci sia dietro alle decisioni della giunta di Milano riguardo le limitazioni al traffico è sufficiente leggere gli ultimi post su Facebook dell’assessore alla (Im)mobilità, Arianna Censi, che ha pubblicato la notizia che a Milano, in due anni, sono stati riservati ai ciclisti ben 70 chilometri di piste. Poco le importa che siano utilizzabili e relativamente sicure soltanto se non piove o non c’è nebbia, e che per tutto il resto dell’anno abbia inutilmente sottratto spazio alla normale circolazione, perché l’odio verso gli automobilisti della Censi già lo scorso anno l’ha portata a dichiarare che entro un decennio non vorrebbe più vedere in giro auto private. Così l’assessore si appunta una medaglietta di «70 chilometri di reale alternativa all’auto» e c’è da chiedersi se abbia chiesto ai pronto soccorso cittadini quali siano gli effetti di una caduta in bicicletta su un fisico magari non più giovane, considerando che l’età media cittadina avanza. Ebbene, oltre 90 morti e quasi 1.000 feriti secondo le statistiche Asaps (il portale della sicurezza stradale), con netta prevalenza degli over 50 sulla casistica. Chi volesse accusarci di odiare i ciclisti prende un abbaglio. Il punto è che a esporli al pericolo sono proprio le ciclabili milanesi disegnate inopportunamente pur di sbandierare in Europa che la metropoli è un esempio.
Ma il peggio è apparso il primo ottobre scorso, giorno dell’entrata in vigore delle nuove limitazioni alla circolazione stradale, quando quel genio della Censi ha raccolto non pochi commenti critici per aver citato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Agenzia europea per l'ambiente: «Grazie alla riduzione delle emissioni, in Europa la qualità dell’aria è migliorata, ma non in misura sufficiente a evitare danni inaccettabili alla salute umana e all’ambiente» (nessun dato preciso). «Dobbiamo affrontare le cause profonde dell’inquinamento atmosferico con una trasformazione fondamentale e innovativa dei nostri sistemi energetico, alimentare e di mobilità», ha scritto la delegata di Sala, rincarando la dose con questa perla: «Uno studio svolto da Amat sui flussi d'ingresso in Area B milanese ha evidenziato che le telecamere rilevano in media ogni giorno 403.000 transiti unici (20.150 moto, 36.270 furgoni e 346.580 automobili). Le nuove regole ambientali previste dal primo ottobre 2022, interesseranno 47.283 veicoli, pari a circa il 13% dei veicoli che entrano quotidianamente in Area B e di questi il 9% sono veicoli diesel Euro 5, il 3% diesel Euro 4 e l’1% sono veicoli benzina Euro 2». Ammettendo quindi che il provvedimento è puramente ideologico, anche perché il 13% non rappresenta certo un campione significativo.
«Le limitazioni del traffico», scrive l’assessore, «sono concentrate sui veicoli diesel poiché tali veicoli sono i maggiori responsabili delle emissioni inquinanti, soprattutto di micropolveri e biossido di azoto. I provvedimenti riguardano anche i veicoli diesel Euro 5 perché questa categoria di veicoli, pur avendo emissioni di micropolveri inferiori a quelle delle categorie precedenti, è caratterizzata da elevate emissioni di ossido d’azoto, che rappresenta i principali precursori della componente secondaria del particolato». Cosa voglia dire, esattamente, non è dato sapere, ma certo, più il traffico è lento e congestionato, più l’inquinamento è stanziale. «Diminuire le emissioni delle auto a Milano vuol dire prendersi cura del benessere dei suoi cittadini e delle cittadine, consegnando loro una città che in prospettiva garantirà aria più respirabile. Sono decisioni che abbiamo preso da tempo, confortati anche dal fatto che le analisi sui dati di Area C ci hanno detto che le emissioni inquinanti dei mezzi che hanno avuto accesso alla Ztl in dieci anni sono scese progressivamente e costantemente. Area B è una sfida coraggiosa che va nella stessa direzione».
Forse la Censi vive in una città diversa, non quella che durante il lockdown ha dimostrato che erano i riscaldamenti a produrre l’inquinamento, e ancora nulla viene detto sulle multe per la sostituzione delle caldaie non più a norma. A dimostrazione che non è questione di Euro 5 o ibride, la Censi vuole che tutti vadano in bici come i cinesi 30 anni fa. Intanto resistiamo a questo eco-fascismo - la parola resistenza è d’obbligo - mentre sempre sui social cominciano ad apparire scorciatoie per aggirare i varchi e «indianate» per arrivare a casa prima delle 19.30. O forse un giorno i milanesi non ne potranno più e come avvenne con i Torriani nel 1311, o come contro gli austriaci nel 1848, insorgeremo e spazzeremo via telecamere e varchi. Intanto contiamo i giorni per la scadenza del mandato.
Area B, l’opposizione dà battaglia: «Dialogo? Una farsa»
È stata una farsa l’incontro di Beppe Sala con i capigruppo di minoranza. Il sindaco di Milano non cede di un millimetro sui divieti in area B, come già aveva preannunciato. «Non c’è nessuna possibilità che io cambi idea», faceva sapere, prima di accogliere con magnanimità le opposizioni.
Ha solo concesso un tavolo di confronto con la Regione Lombardia sul tema MoVe-in, il sistema di monitoraggio della percorrenza dei veicoli inquinanti. «Avevamo chiesto di ampliare il tetto massimo di chilometri annui stabilito in base alla tipologia e alla classe ambientale, davvero troppo pochi, ma davanti al no secco del primo cittadino, almeno ne parleremo in Regione», spiega Deborah Giovanati, consigliere comunale del gruppo Lega.
Sala ha promesso che tra 15 giorni sarà presentato in Aula un monitoraggio della situazione, ovvero del disastro per i lavoratori pendolari che non hanno i soldi per cambiare l’auto secondo le nuove imposizioni green. Zero risultati ottenuti dall’incontro pure sul fronte telecamere, non verranno spostate nemmeno quelle che si trovano in corrispondenza dei parcheggi di interscambio, finiti in area B.
Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Riccardo Truppo, aveva sottolineato l’urgenza di modificare i 50 ingressi in deroga ad area B, facendoli «diventare giornalieri e non singoli, cioè contati per ogni passaggio che si fa durante il giorno», ma al momento non si tocca nulla. Sala e il suo fedele assessore Arianna Censi sono invasi dal furore green per prestare attenzione alle esigenze dei lavoratori che devono circolare in un’area che si estende per circa il 72% del territorio milanese, diventata off limits perfino per gli Euro 5 diesel, concessi in ogni altra parte d’Italia.
«È solo una tassa», questo provvedimento imposto, commenta Giovanati, «non lo si sta facendo per l’ambiente». Sulla stessa linea il capogruppo di Milano popolare, Matteo Forte: «Quello di Sala è un ambientalismo per ricchi, che grava sui cittadini in un momento già di grande difficoltà. Dire “blocchiamo subito le auto per salvare la salute dei cittadini” è populismo gretino». Unica soddisfazione, per le minoranze, è aver ottenuto un allungamento dei tempi di deroga a chi certifica l’acquisto di un’auto ecologica. Non sarà più dal 14 settembre, per un anno al massimo, ma probabilmente con decorrenza dai primi do ottobre. Un contentino, utile solo a chi ha la possibilità di rottamare il suo diesel, diventato improvvisamente un mostro ad alto impatto ambientale. Tutti gli altri lavoratori, che tra caro vita e incubo recessione non possono permettersi spese inutili per il bilancio familiare, dovrebbero arrangiarsi secondo il «sindaco calzetta arcobaleno».
Sala non si è curato nemmeno delle reazioni di chi amministra nell’hinterland milanese. «Fa l’ecologista con l’inquinamento degli altri perché ha preso una decisione che non risolve il problema dell’inquinamento, ma lo sta spostando sui Comuni della prima cintura», ha tuonato Roberto Di Stefano, primo cittadino di Sesto San Giovanni, capofila di una protesta che sta montando.
A Localteam ha dichiarato: «Noi siamo pronti a fare ostruzionismo, un’area S - definiamola così - dove i milanesi che passano da Sesto dovranno pagare, in maniera tale che Sala capisca che certe scelte si fanno condivise con tutti i territori della città metropolitana».
Il sindaco che piace ai radical chic meneghini ostenta protervia, indifferente alle proteste. «Fare politica significa prendere decisioni sulla base delle varie istanze. C’è anche un diritto dei milanesi a respirare meglio», rispondeva qualche giorno fa.
Prima dell’aria pulita c’è il diritto al lavoro, calpestato ripetutamente durante la pandemia. Oggi, chi amministra a Milano pensa più alle polveri sottili che alla sopravvivenza economica delle famiglie.
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Dietro le limitazioni al traffico c’è un’ideologia. Rivendicata dall’assessore Censi, che vuole fare sparire le vetture private.Il sindaco: «Non cambio idea». Fdi chiede di modificare almeno gli ingressi. La Lega: «È una tassa, l’inquinamento non c’entra».Lo speciale contiene due articoli.Inutile comprare automobili Euro 6, Euro 7 o elettriche, il problema per la giunta milanese guidata da Beppe Sala sono le auto private, anche se non lo dicono apertamente. Vorrebbero una metropoli per milionari senza bisogno di muoversi per lavorare, per studenti fuori sede e immigrati - i cà popular, le case popolari in milanese, in lingua bocconiana si chiamano social housing - cioè un acquario urbano irreale nel quale comincia a essere visto male anche il furgone del panettiere. Per capire quale assurda ideologia ci sia dietro alle decisioni della giunta di Milano riguardo le limitazioni al traffico è sufficiente leggere gli ultimi post su Facebook dell’assessore alla (Im)mobilità, Arianna Censi, che ha pubblicato la notizia che a Milano, in due anni, sono stati riservati ai ciclisti ben 70 chilometri di piste. Poco le importa che siano utilizzabili e relativamente sicure soltanto se non piove o non c’è nebbia, e che per tutto il resto dell’anno abbia inutilmente sottratto spazio alla normale circolazione, perché l’odio verso gli automobilisti della Censi già lo scorso anno l’ha portata a dichiarare che entro un decennio non vorrebbe più vedere in giro auto private. Così l’assessore si appunta una medaglietta di «70 chilometri di reale alternativa all’auto» e c’è da chiedersi se abbia chiesto ai pronto soccorso cittadini quali siano gli effetti di una caduta in bicicletta su un fisico magari non più giovane, considerando che l’età media cittadina avanza. Ebbene, oltre 90 morti e quasi 1.000 feriti secondo le statistiche Asaps (il portale della sicurezza stradale), con netta prevalenza degli over 50 sulla casistica. Chi volesse accusarci di odiare i ciclisti prende un abbaglio. Il punto è che a esporli al pericolo sono proprio le ciclabili milanesi disegnate inopportunamente pur di sbandierare in Europa che la metropoli è un esempio. Ma il peggio è apparso il primo ottobre scorso, giorno dell’entrata in vigore delle nuove limitazioni alla circolazione stradale, quando quel genio della Censi ha raccolto non pochi commenti critici per aver citato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’Agenzia europea per l'ambiente: «Grazie alla riduzione delle emissioni, in Europa la qualità dell’aria è migliorata, ma non in misura sufficiente a evitare danni inaccettabili alla salute umana e all’ambiente» (nessun dato preciso). «Dobbiamo affrontare le cause profonde dell’inquinamento atmosferico con una trasformazione fondamentale e innovativa dei nostri sistemi energetico, alimentare e di mobilità», ha scritto la delegata di Sala, rincarando la dose con questa perla: «Uno studio svolto da Amat sui flussi d'ingresso in Area B milanese ha evidenziato che le telecamere rilevano in media ogni giorno 403.000 transiti unici (20.150 moto, 36.270 furgoni e 346.580 automobili). Le nuove regole ambientali previste dal primo ottobre 2022, interesseranno 47.283 veicoli, pari a circa il 13% dei veicoli che entrano quotidianamente in Area B e di questi il 9% sono veicoli diesel Euro 5, il 3% diesel Euro 4 e l’1% sono veicoli benzina Euro 2». Ammettendo quindi che il provvedimento è puramente ideologico, anche perché il 13% non rappresenta certo un campione significativo. «Le limitazioni del traffico», scrive l’assessore, «sono concentrate sui veicoli diesel poiché tali veicoli sono i maggiori responsabili delle emissioni inquinanti, soprattutto di micropolveri e biossido di azoto. I provvedimenti riguardano anche i veicoli diesel Euro 5 perché questa categoria di veicoli, pur avendo emissioni di micropolveri inferiori a quelle delle categorie precedenti, è caratterizzata da elevate emissioni di ossido d’azoto, che rappresenta i principali precursori della componente secondaria del particolato». Cosa voglia dire, esattamente, non è dato sapere, ma certo, più il traffico è lento e congestionato, più l’inquinamento è stanziale. «Diminuire le emissioni delle auto a Milano vuol dire prendersi cura del benessere dei suoi cittadini e delle cittadine, consegnando loro una città che in prospettiva garantirà aria più respirabile. Sono decisioni che abbiamo preso da tempo, confortati anche dal fatto che le analisi sui dati di Area C ci hanno detto che le emissioni inquinanti dei mezzi che hanno avuto accesso alla Ztl in dieci anni sono scese progressivamente e costantemente. Area B è una sfida coraggiosa che va nella stessa direzione». Forse la Censi vive in una città diversa, non quella che durante il lockdown ha dimostrato che erano i riscaldamenti a produrre l’inquinamento, e ancora nulla viene detto sulle multe per la sostituzione delle caldaie non più a norma. A dimostrazione che non è questione di Euro 5 o ibride, la Censi vuole che tutti vadano in bici come i cinesi 30 anni fa. Intanto resistiamo a questo eco-fascismo - la parola resistenza è d’obbligo - mentre sempre sui social cominciano ad apparire scorciatoie per aggirare i varchi e «indianate» per arrivare a casa prima delle 19.30. O forse un giorno i milanesi non ne potranno più e come avvenne con i Torriani nel 1311, o come contro gli austriaci nel 1848, insorgeremo e spazzeremo via telecamere e varchi. Intanto contiamo i giorni per la scadenza del mandato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-sala-area-b-2658409525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="area-b-lopposizione-da-battaglia-dialogo-una-farsa" data-post-id="2658409525" data-published-at="1665138419" data-use-pagination="False"> Area B, l’opposizione dà battaglia: «Dialogo? Una farsa» È stata una farsa l’incontro di Beppe Sala con i capigruppo di minoranza. Il sindaco di Milano non cede di un millimetro sui divieti in area B, come già aveva preannunciato. «Non c’è nessuna possibilità che io cambi idea», faceva sapere, prima di accogliere con magnanimità le opposizioni. Ha solo concesso un tavolo di confronto con la Regione Lombardia sul tema MoVe-in, il sistema di monitoraggio della percorrenza dei veicoli inquinanti. «Avevamo chiesto di ampliare il tetto massimo di chilometri annui stabilito in base alla tipologia e alla classe ambientale, davvero troppo pochi, ma davanti al no secco del primo cittadino, almeno ne parleremo in Regione», spiega Deborah Giovanati, consigliere comunale del gruppo Lega. Sala ha promesso che tra 15 giorni sarà presentato in Aula un monitoraggio della situazione, ovvero del disastro per i lavoratori pendolari che non hanno i soldi per cambiare l’auto secondo le nuove imposizioni green. Zero risultati ottenuti dall’incontro pure sul fronte telecamere, non verranno spostate nemmeno quelle che si trovano in corrispondenza dei parcheggi di interscambio, finiti in area B. Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Riccardo Truppo, aveva sottolineato l’urgenza di modificare i 50 ingressi in deroga ad area B, facendoli «diventare giornalieri e non singoli, cioè contati per ogni passaggio che si fa durante il giorno», ma al momento non si tocca nulla. Sala e il suo fedele assessore Arianna Censi sono invasi dal furore green per prestare attenzione alle esigenze dei lavoratori che devono circolare in un’area che si estende per circa il 72% del territorio milanese, diventata off limits perfino per gli Euro 5 diesel, concessi in ogni altra parte d’Italia. «È solo una tassa», questo provvedimento imposto, commenta Giovanati, «non lo si sta facendo per l’ambiente». Sulla stessa linea il capogruppo di Milano popolare, Matteo Forte: «Quello di Sala è un ambientalismo per ricchi, che grava sui cittadini in un momento già di grande difficoltà. Dire “blocchiamo subito le auto per salvare la salute dei cittadini” è populismo gretino». Unica soddisfazione, per le minoranze, è aver ottenuto un allungamento dei tempi di deroga a chi certifica l’acquisto di un’auto ecologica. Non sarà più dal 14 settembre, per un anno al massimo, ma probabilmente con decorrenza dai primi do ottobre. Un contentino, utile solo a chi ha la possibilità di rottamare il suo diesel, diventato improvvisamente un mostro ad alto impatto ambientale. Tutti gli altri lavoratori, che tra caro vita e incubo recessione non possono permettersi spese inutili per il bilancio familiare, dovrebbero arrangiarsi secondo il «sindaco calzetta arcobaleno». Sala non si è curato nemmeno delle reazioni di chi amministra nell’hinterland milanese. «Fa l’ecologista con l’inquinamento degli altri perché ha preso una decisione che non risolve il problema dell’inquinamento, ma lo sta spostando sui Comuni della prima cintura», ha tuonato Roberto Di Stefano, primo cittadino di Sesto San Giovanni, capofila di una protesta che sta montando. A Localteam ha dichiarato: «Noi siamo pronti a fare ostruzionismo, un’area S - definiamola così - dove i milanesi che passano da Sesto dovranno pagare, in maniera tale che Sala capisca che certe scelte si fanno condivise con tutti i territori della città metropolitana». Il sindaco che piace ai radical chic meneghini ostenta protervia, indifferente alle proteste. «Fare politica significa prendere decisioni sulla base delle varie istanze. C’è anche un diritto dei milanesi a respirare meglio», rispondeva qualche giorno fa. Prima dell’aria pulita c’è il diritto al lavoro, calpestato ripetutamente durante la pandemia. Oggi, chi amministra a Milano pensa più alle polveri sottili che alla sopravvivenza economica delle famiglie.
(IStock)
Quello della Suprema Corte è uno scarto dirompente rispetto alla vulgata dominante. È l’affermazione di un punto fermo che restituisce umanità a un tema ormai preda dei tecnicismi e di un certo scientismo paranoico; secondo le toghe «la sofferenza interiore patita dai genitori» ha un valore che non può essere nascosto, sottovalutato, derubricato. Lo scritto che restituisce preminenza al diritto naturale riguarda una vicenda giudiziaria che aveva preso una brutta piega: la morte a Napoli di una neonata per asfissia perinatale causata dal tardivo intervento sanitario con il parto cesareo.
In primo grado era stato riconosciuto ai genitori un risarcimento di 165.000 euro ciascuno ma in Appello il giudice aveva deciso di dimezzare l’importo adducendo al fatto che si trattava di «perdita di un rapporto parentale solo potenziale». Quindi non compiuto, non completo, secondo canoni puramente teorici che non tengono conto dell’affettività, dell’emotività, insomma del fattore umano e morale. I legali dei genitori hanno fatto ricorso in Cassazione, che ha annullato la sentenza precedente, ha valorizzato la «sofferenza interiore» e ha stabilito il ripristino del risarcimento secondo le tabelle elaborate dal tribunale di Milano e valide su tutto il territorio nazionale. «Una diversa soluzione sarebbe anche in contrasto con l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che protegge la vita famigliare e tutela la maternità», hanno sottolineato i giudici. Ulteriore precisazione, il ricorso al presunto danno solo potenziale sarebbe «non conforme alla realtà prima ancora che al diritto».
La decisione che riconosce come faro un principio inalienabile costituisce un’inversione di tendenza forte, rappresenta il ritorno ai valori inderogabili della vita umana rispetto al diritto positivo, alle norme imposte e alle situazioni di fatto che allontanano dai fondamenti etici chi deve prendere decisioni. A questo punto si potrebbe sintetizzare con una battuta: finalmente la giustizia ha deciso di riconoscere il valore della vita anche prima del vagito. E ha stabilito che la bimba estratta dal grembo materno priva di vita (per acclarata responsabilità dei medici) ha un effetto emotivo così forte da meritare un risarcimento non solo per i genitori, ma anche per eventuali fratelli e nonni.
La pronuncia della Cassazione non parla solo a quella mamma e a quel papà ma a tutti noi. Se «il rapporto genitoriale sussiste già durante la vita prenatale», significa che ha valore fin dal concepimento, a prescindere dal fatto che quel feto diventato persona compiuta sia poi venuto alla luce. E la tutela dev’essere naturalmente estesa alla gestazione; proprietà transitiva scontata per noi, non certo per chi sostiene acriticamente il diritto all’aborto «senza se e senza ma» e per chi nell’ultimo decennio (movimenti, partiti politici e la stessa magistratura) si è appiattito sulle evoluzioni pseudo-scientifiche della moda lunare del woke.
Proprio perché la vita è tale fin dal suo concepimento, la sentenza non può non coinvolgere il mondo giudiziario e il diritto penale in casi di cronaca nera: l’uccisione di una donna incinta dovrebbe configurarsi come duplice omicidio. Un caso di scuola è il delitto di Giulia Tramontano, trucidata con 37 coltellate dal convivente Alessandro Impagnatiello mentre era incinta al settimo mese di un bimbo che aveva già un nome, Thiago. Nei processi d’Assise e poi d’Appello l’assassino è stato accusato e poi condannato anche per «interruzione di gravidanza non consensuale», non per duplice omicidio, come se suo figlio non ancora nato fosse solo un inanimato effetto collaterale. Eppure lui aveva confessato di essere a conoscenza della situazione, tanto da avere avvelenato per mesi Giulia con una quantità notevole di veleno per topi. E aveva sottolineato di avere perpetrato il femminicidio proprio «per causarle un aborto». Poiché di questi tempi le sentenze di Cassazione vengono citate (e modellate con il pongo) per estendere diritti non supportati da leggi dello Stato e sancire indefinibili desideri universali, eccone una di granito, difficilmente biodegradabile. Che improvvisamente riconduce la nostra società a qualcosa che prese forma prima di noi, il diritto naturale, e senza circonlocuzioni leguleie ci ricorda la sacralità della vita dal concepimento alla morte. Nell’innata armonia fra madre e feto non può esistere un rapporto «solo potenziale». E quell’«intensa sofferenza interiore», per chi resta, profuma così intensamente d’amore da non poter essere travisata da un comma posticcio o da uno slogan femminista.
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Graziano Delrio (Ansa)
Gli stessi che avevano invece firmato il ddl Delrio, il quale spiega che sia necessaria una legge ad hoc contro l’antisemitismo, mentre il ddl Giorgis è troppo ad ampio raggio, dato che a contrastare tutte le discriminazioni. Il testo Giorgis, infatti, si applicherebbe non solo alle manifestazioni di antisemitismo, ma anche a tutte le espressioni di razzismo e intolleranza, anche verso altre fedi religiose. Per i riformisti è un modo per annacquare il senso originario del provvedimento, mirato a contrastare l’ondata di odio verso gli ebrei innescata dall’assedio israeliano a Gaza.
Che il disegno di legge sull’antisemitismo sarebbe stata una grana per il Pd si era subito intuito, sin dalla presentazione del testo Delrio. Lui vorrebbe si adottasse la (discussa) definizione di antisemitismo dell’International holocaust remembrance allinace (Ihra), ovvero l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele. La dirigenza dem, spinta sempre più verso le derive pro Pal dei 5 stelle, non digerisce tale definizione. La stessa che, però, venne votata da Elly Schlein quando era europarlamentare. La medesima che il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, nel 2020 (in qualità di ministro del Conte II) approvò. Ma oggi si scagliano tutti contro quella definizione, in quanto rischierebbe di includere nell’alveo dell’antisemitismo anche le critiche politiche allo Stato di Israele e al suo governo.
A dicembre, nell’imbarazzo generale, proprio Boccia disconobbe Delrio, definendo la sua proposta di legge un’iniziativa personale «non rappresentativa della posizione del Pd». Peccato che Delrio non fosse stato l’unico firmatario. Accanto a lui c’era gran parte dell’ala riformista del Pd: da Sandra Zampa a Walter Verini, da Filippo Sensi a Simona Malpezzi.
Il 27 gennaio, in coincidenza con la Giornata della memoria, in commissione Affari costituzionali del Senato, partirà l’iter del ddl. La vera sfida sarà sugli emendamenti ed è lì che il Pd potrebbe spaccarsi di nuovo.
Altro che campo largo e «testardamente unitari»; nel Nazareno la distanza tra massimalisti, fedeli a Schlein e riformisti è sempre più incolmabile. E la segretaria temporeggia, modello opossum, fingendosi morta per non sbagliare.
Intanto, ieri la referente per l’Italia nella Coalizione internazionale della Freedom Flotilla, Maria Elena Delia, ha annunciato che in primavera partirà una nuova missione. Il Pd si imbarcherà di nuovo?
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Le gambe di atterraggio sono un elemento fondamentale per l'atterraggio sicuro della missione Rosalind Franklin del rover ExoMars dell'Esa nel 2030, insieme ai paracadute e ai motori che rallenteranno la discesa del veicolo spaziale su Marte.
Per oltre un mese, i team di Thales Alenia Space e di Airbus hanno eseguito decine di lanci verticali utilizzando un modello in scala reale della piattaforma di atterraggio presso le strutture Altec di Torino. Mentre Thales Alenia Space è il leader industriale della missione, Airbus fornisce la piattaforma di atterraggio e Altec offre il supporto tecnico per il test.
Le gambe, leggere e dispiegabili, sono interconnesse e dotate di ammortizzatori per resistere agli urti. Le quattro gambe utilizzate per i test replicano esattamente struttura e dimensioni di quelle che atterreranno su Marte.
Considerando ogni possibile scenario di atterraggio, i team si stanno preparando a ciò che potrebbe accadere se il veicolo spaziale atterrasse non perfettamente in verticale oppure su una roccia.
«L'ultima cosa che si desidera è che la piattaforma si ribalti quando raggiunge la superficie marziana. I test confermeranno la sua stabilità all'atterraggio» ha affermato Benjamin Rasse, team leader dell'Esa per il modulo di discesa ExoMars.
Un altro obiettivo della campagna era quello di verificare le prestazioni dei sensori di atterraggio. Un sistema installato in tutte e quattro le gambe rileva quando il veicolo spaziale tocca la superficie e attiva lo spegnimento dei motori di discesa dopo un atterraggio morbido.
Tuttavia, il veicolo spaziale ha bisogno di un tempo minimo per spegnere i motori dopo l'atterraggio. Se i sensori impiegassero troppo tempo per comandare lo spegnimento del sistema di propulsione, i flussi di gas dei motori di atterraggio potrebbero sollevare frammenti di suolo marziano e danneggiare la piattaforma, perfino ribaltandola nella peggiore delle ipotesi.
«Vogliamo ridurre il tempo di spegnimento a un battito di ciglia, non più di 200 millisecondi dopo l'atterraggio. Siamo lieti di comunicare che questi sensori critici funzionano bene entro i limiti per un atterraggio sicuro» ha detto Benjamin.
Nel corso di oltre una dozzina di cadute verticali, il team ha modificato di pochi centimetri la velocità e l'altezza delle cadute. Questa prima serie di test ha visto il lancio del modello su superfici sia dure che morbide, queste ultime ricoperte di terreno polveroso, lo stesso utilizzato per testare la mobilità del rover Rosalind Franklin.
Nei prossimi mesi, la piattaforma verrà rilasciata con l'aiuto di una slitta a velocità più elevate per testarne la stabilità in caso di atterraggio su piano inclinato. Questa nuova configurazione richiederà aggiornamenti di sicurezza presso la struttura di prova per il personale che gestisce la campagna.
Le registrazioni delle telecamere ad alta velocità e le misurazioni dei sensori, degli accelerometri e dei laser installati sul modello saranno inserite in un modello computerizzato del lander ExoMars e delle sue gambe.
Il team utilizzerà un algoritmo per simulare scenari di atterraggio su Marte e confermare la stabilità del modulo nel conto alla rovescia per il lancio, previsto per il 2028.
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Mohamed bin Zayed e Narendra Modi (Ansa)
La visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi rafforza il patto strategico con l’India e segna una presa di distanza dal progetto di una coalizione sunnita guidata da Arabia Saudita e Pakistan. Al centro il controllo del Mar Rosso e i nuovi equilibri regionali.
La visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a Nuova Delhi va ben oltre il protocollo e le consuete relazioni bilaterali. È un segnale politico preciso, una scelta strategica che va letta anche per ciò che lascia fuori. In una fase di profonda ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente e nel Mar Rosso, il rafforzamento dell’asse tra India ed Emirati si configura come un’alternativa netta a un altro progetto che sta prendendo forma: un accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che Riyadh e Islamabad puntano ad allargare a Egitto e Turchia, con l’obiettivo di costruire una vasta coalizione sunnita a forte trazione militare.
Non si tratta di sfumature diplomatiche, ma di due modelli opposti di sicurezza regionale. Da un lato, l’intesa tra India ed Emirati si fonda su interessi concreti e condivisi: la protezione delle rotte marittime, la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cooperazione tecnologica e lo scambio di intelligence. Un’alleanza pragmatica, priva di connotazioni ideologiche, che punta alla stabilità. Dall’altro lato, l’asse tra Arabia Saudita e Pakistan risponde a una logica diversa. Islamabad porta in dote un apparato militare consolidato e, soprattutto, il deterrente nucleare. Riyadh garantisce risorse finanziarie, peso politico e ambizioni di leadership nel mondo sunnita. L’eventuale ingresso di Egitto e Turchia trasformerebbe questa intesa in un blocco confessionale armato, con possibili effetti destabilizzanti ben oltre la Penisola Arabica.
Il vero terreno di confronto è il Mar Rosso, ormai al centro delle tensioni globali. Gli attacchi alle navi commerciali, l’instabilità dello Yemen e la pressione indiretta dell’Iran hanno dimostrato quanto questa rotta sia diventata strategica. Per l’India si tratta di un passaggio vitale, perché una parte rilevante del suo commercio con l’Europa transita da lì. Gli Emirati, snodo logistico di primo piano, non possono permettersi che il Mar Rosso venga trasformato in un teatro di scontro ideologico. L’asse India–Emirati mira a garantire la libertà di navigazione e a ridurre la tensione. Una coalizione sunnita allargata, invece, rischierebbe di accentuare la militarizzazione di uno dei choke point più delicati del commercio mondiale.
C’è poi un attore che osserva con particolare attenzione questa dinamica: Israele. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione tra Emirati e Israele su difesa, tecnologia e intelligence si è consolidata, e l’India si è progressivamente inserita in questo quadro, soprattutto sul piano della sicurezza marittima e dei sistemi di difesa avanzati. A Gerusalemme, l’ipotesi di una coalizione sunnita che includa Pakistan e Turchia viene guardata con preoccupazione, non tanto per un conflitto immediato quanto per la legittimazione regionale di attori apertamente ostili a Israele, come Ankara. In questo contesto, il rapporto tra India ed Emirati assume il ruolo di contrappeso strategico.
Nuova Delhi gioca una partita diversa rispetto agli altri attori regionali. Non esporta ideologie, non costruisce alleanze su base religiosa e non persegue leadership confessionali. La sua politica estera è guidata da interessi economici, dalla sicurezza delle rotte e dalla ricerca di stabilità. La scelta degli Emirati di rafforzare il legame con l’India invia anche un messaggio implicito a Riyadh: non tutto il mondo sunnita è disposto a seguire una deriva sempre più militarizzata e identitaria.
Ecco quindi che la visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi può segnare una linea di frattura nel Medio Oriente contemporaneo, in una regione dove storicamente l’ambiguità è una scelta tattica.
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