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2019-04-14
Su abusi e ’68 ha ragione
Ratzinger. Ecco i numeri
Ansa
«Sembra esserci un consenso nella letteratura che l'incidenza dell'abuso ha raggiunto il picco negli anni Settanta e Ottanta». Così è scritto a pagina 28 nel report del novembre 2017 redatto dall'organismo di ricerca inglese Indipendent inquiry child sexual abuse, dopo aver scandagliato i vari report nel mondo sulla crisi degli abusi nella chiesa cattolica. Il lavoro è scaricabile dal sito web del centro di ricerca www.iicsa.org.uk. I numeri non sono opinioni e sembrano smentire coloro che in questi giorni hanno attaccato gli «appunti» diffusi da Benedetto XVI a proposito degli abusi nella Chiesa, dove il Papa emerito indica, tra l'altro, l'influenza della cultura della liberazione sessuale sull'esplodere del fenomeno abusi nel clero. «La tesi di Ratzinger che collega la pedofilia del clero al Sessantotto è palesemente infondata», twitta il teologo «cattolico» Vito Mancuso, che per sostenere la sua considerazione tira fuori con signorilità la faccenda del coro di Ratisbona in cui operava il fratello di Joseph Raztinger. I casi di abuso in quel coro, ricorda Mancuso, risalgono al 1945, ergo la tesi dell'influenza della rivoluzione sessuale sugli abusi è «palesemente infondata». Ma la letteratura mondiale è piuttosto cocciuta sui numeri. Se non possono provare un nesso in senso stretto, dimostrano però come i casi di abuso diventano un fenomeno, una piaga dalle proporzioni sempre più vaste, proprio nei decenni in cui viene concepita e poi cresce, e si afferma come modello di costume, la cosiddetta rivoluzione sessuale.
I più rilevanti report sul tema abusi del clero, pubblicati negli Sati Uniti dall'autorevole John Jay College of Criminal Justice, nel 2004 e nel 2011, mostrano, infatti, un grafico che attesta come i casi di abuso siano dilagati nel periodo che va dal 1960 al 1985; sia per quanto riguarda il numero di presunti abusi per ogni anno, sia per quanto riguarda il numero di sacerdoti accusati.
Peraltro, anche la ricerca della Royal commission australiana ha rilevato come l'incidenza della denunce di abuso si riferisca a fatti che per la maggior parte sarebbero avvenuti negli anni Settanta. Allo stesso modo l'organismo inglese National catholic safeguarding commision nel suo rapporto annuale del 2014 indicava che il maggior numero di accuse poste tra il 2002 e il 2012 riguardava abusi (tutte le forme di abuso, non solo gli abusi sessuali) che presumibilmente si sono verificati negli anni Settanta. Il rapporto Deetman sulla Chiesa cattolica olandese (2011) conferma che la stragrande maggioranza degli abusi ha avuto luogo nel periodo che va dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Anche il rapporto commissionato dalla Chiesa cattolica tedesca, pubblicato nel settembre 2018, conferma questa tendenza. Tutto ciò in qualche modo conferma quindi che non è possibile derubricare come «palesemente infondata» l'analisi di Ratzinger circa il ruolo che la rivoluzione sessuale di quegl'anni può avere avuto nel trasformare in fenomeno quello che prima poteva essere presente come realtà, ma non con quella vastità.
Quale sia stato effettivamente il ruolo della rivoluzione sessuale nella vita della Chiesa, e quindi anche nel dilagare del fenomeno abusi, è difficile da evidenziare empiricamente, ma «la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma», come ha sottolineato Benedetto XVI nei suoi «appunti» diffusi giovedì, coincideva con un «collasso» della teologia morale che si è riverberato nella «questione della vita sacerdotale e inoltre in quella dei seminari». Secondo il cardinale Gerhard Muller, già prefetto dell'ex Sant'Ufficio, quella di Benedetto XVI è «l'analisi più profonda della genesi della crisi di credibilità della Chiesa in materia di morale sessuale e più intelligente di tutti i messaggi dati in occasione del vertice dei presidenti delle Conferenze episcopali» sugli abusi in Vaticano. Sono parole nette quelle consegnate ieri all'agenzia tedesca kath.net: «Non si può parlare di critica, perché la parola critica significa distinguere le cose intellettualmente esigenti per dare un contributo alla comprensione di questioni importanti. Queste sono persone che non credono e non pensano. Soprattutto, non hanno la minima decenza». Monsignor Charles Chaput, vescovo di Philadelpia, ha dal canto suo scritto un articolo sulla rivista americana First thing. «L'ingenuo desiderio», ha scritto, «di molti progressisti della Chiesa della metà del secolo scorso ad accettare, o almeno accomodare, la licenza sessuale come una forma di liberazione umana, ha guidato il crollo intellettuale di un'intera generazione di teologi morali cattolici». Il punto è che «la sessualità è legata intimamente all'antropologia, all'autocoscienza umana e allo scopo del corpo. Pertanto, affinché la Chiesa rimanga la Chiesa, non può esserci accordo con comportamenti fondamentalmente in disaccordo con la parola di Dio e la comprensione cristiana della persona umana come imago Dei. Tutti questi tentativi portano inevitabilmente a ciò che Ratzinger (ora Benedetto XVI, papa emerito) una volta chiamava apostasia silenziosa».
Il filosofo Augusto Del Noce, in un suo saggio citato da Chaput, osservava che «sarà necessaria un'enorme revisione culturale per lasciarsi alle spalle i processi filosofici che hanno trovato espressione nella rivoluzione sessuale di oggi». E il vescovo di Philadelpia conclude dicendo che «troppi cattolici oggi sembrano non avere la volontà e la capacità di perseguire quel compito. La buona notizia è che alcuni dei nostri leader hanno ancora il coraggio di dire la verità».
La lobby Lgbt passa al contrattacco
La storia strappalacrime sull'adolescente che diventa una ragazza. La campagna contro i retrogradi che si oppongono al farmaco che blocca la pubertà. La descrizione poetica dei giovani che «sfidano la gravità» e, con essa, gli stereotipi di genere. E poi la campagna martellante sull'utero in affitto, con l'aberrante incesto biotecnologico del Nebraska, i giudici veneziani che chiedono la genitorialità omosex in Costituzione... È evidente, in questi ultimi giorni, un'accelerazione mediatca sui temi eticamente sensibili. Come se la trimurti Lgbt (Corriere, Repubblica e Stampa), con il prezioso contributo del Fatto Quotidiano, stia approntando una controffensiva post Forum di Verona.
Ieri, sul giornale fondato da Eugenio Scalfari faceva bella mostra di sé la vicenda di «Luca che diventerà Ludovica», una sorta di grande pubblicità alla triptorelina, il farmaco da poco autorizzato dall'Aifa per interrompere la pubertà nei minori affetti da disforia di genere. Solo qualche giorno fa, peraltro, La Stampa aveva accusato «le sigle della destra cattolica che ripudiano l'aborto e considrano l'omosessualità “opera del demonio"» di aver diffuso fake news su quel medicinale. Secondo il quotidiano torinese, la triptorelina, con il cambio di sesso, «non c'entra proprio nulla». Eppure è noto che questo farmaco, sebbene produca effetti non irreversibili, è di fatto il primo passo verso l'intervento chirurgico. Ma ovviamente, chi osa mettere in dubbio la liceità di simili manipolazioni sulla pelle dei ragazzini, sulla cui pericolosità si sono espressi chiaramente gli ex membri del Gids, la clinica londinese per baby trans, è un «medievale».
Anche ammettendo che chi la pensa come noi della Verità sia un antimoderno, siamo sicuri che questa modernità sia proprio un paradiso? Siamo sicuri, come sembrava argomentare ieri Il Fatto, che la somministrazione della triptorelina agli adolescenti sia cosa buona, giusta e priva di controindicazioni? Siamo sicuri, come ha affermato la Corte europea, che il «diritto dei bimbi ad avere dei genitori» significhi che la «maternità surrogata» va legittimata? E siamo sicuri che chiamarla «maternità surrogata» o «gestazione per altri» basti a occultare la realtà del mercato di donne e neonati? Siamo sicuri che, mentre qualcuno questi bimbi se li va a comprare in California, sia giusto sopprimerli nel grembo con gli aborti, ché tanto il feto è solamente un grumo di cellule e «la vagina è mia quindi decido io»?
Eccolo, il paradosso dello Stato liberale. Esso nasce promettendo di rimanere neutrale rispetto alle questioni etiche, ma cresce trasformando l'esercizio del suo potere in esercizio di «biopotere». Lo Stato, o il super Stato liberale (com'è l'Ue) diventa una tentacolare organizzazione per il controllo dell'esistenza biologica dei cittadini. Sente il bisogno di produrre e riprodurre le condizioni di quella «liberazione» che doveva essere concepita, invece, come limitazione delle interferenze della politica nella vita privata.
E questo è anche - visto che il tema è stato riportato in auge dall'intervento di Benedetto XVI sulla pedofilia - il fallimento della filosofia postsessantottina. Quel filone di pensiero voleva smascherare la verità essenziale dell'organizzazione occidentale del potere politico. Voleva rivelare, cioè, che il potere politico è sempre, innanzitutto, potere biopolitico, potere sulla vita (e sulla morte) delle persone. Ma anziché di liberarci da questo pervasivo controllo (lo stesso, per intenderci, che secondo quegli autori era alla base della determinazione dei ruoli di genere), ci ha consegnati a un meccanismo ancora più invadente. Potenziato, in seguito, dall'evoluzione della tecnica, che oramai si avvia verso l'inquietante orizzonte della clonazione umana. Che ad annunciarla (falsamente) siano stati i cinesi non è un caso: dal dirigismo applicato alla demografia, alle fasce per misurare la concentrazione degli alunni a scuola, è proprio Pechino l'avanguardia del Leviatano biopolitico.
Ma almeno, in Cina non hanno bisogno di venderlo alla società inquadrata dal Partito come un eden libertario. Da noi, invece, l'offensiva del biopotere si nutre di toccanti reportage giornalistici e giurisprudenza creativa. Tutto, è ovvio, rigorosamente «al riparo dal processo elettorale». Come disse un certo Mario Monti.
Caos a New York sull’obbligo delle vaccinazioni
Promette di finire in tribunale la vicenda legata all'esplosione dei casi di morbillo in corso negli Stati Uniti. Dall'inizio dell'anno hanno destato scalpore due distinte vicende. L'ultima in ordine di tempo riguarda la città di New York, e in particolare i quartieri di Brooklyn e del Queens, dove si sono registrati 285 casi da ottobre ad aprile. Preoccupato dal rapido peggioramento della situazione, lo scorso 9 aprile il commissario cittadino alla salute Oxiris Barbot, d'accordo con il sindaco Bill De Blasio, ha emesso un ordinanza con la quale dispone l'obbligo di vaccinarsi per tutti i residenti in alcuni codici postali, pena una multa di 1.000 dollari (poco meno di 900 euro). Qualche settimana prima, il 26 marzo, la contea di Rockland (stato di New York) aveva dichiarato lo stato d'emergenza, vietando l'ingresso nei luoghi pubblici a tutti i minorenni non vaccinati. Tutta colpa dei 153 casi registrati nell'ultimo semestre, saliti a 180 nell'ultimo aggiornamento fornito dal dipartimento locale della salute. Al centro delle polemiche, in entrambi i casi, la reticenza da parte delle comunità ebree ortodosse a far vaccinare i propri figli. Nel caso di Rockland, pare, il «paziente zero» sarebbe stato un cittadino tornato da un viaggio in Israele durante il quale avrebbe contratto la malattia.
Dipinte della autorità come assolutamente necessarie nell'interesse della salute pubblica, le drastiche misure adottate potrebbero scatenare una battaglia a colpi di carte bollate. Secondo quanto riporta un editoriale pubblicato sul New York Times, esiste infatti il rischio concreto che sulla testa del primo cittadino De Blasio cadano una pioggia di denunce. Negli Stati uniti, infatti, le questioni legate alla sfera delle libertà individuali sono fortemente sentite, specialmente se riguardano un campo così delicato come quello dei trattamenti sanitari. A prescindere dalla necessità di arginare il proliferare della malattia, limitando quanto più possibile le conseguenze per i più piccoli, la politica e i media si stanno interrogando per comprendere cause, effetti e rimedi di una simile situazione. Non è un caso perciò se lunedì, accogliendo la richiesta di un gruppo di genitori, il giudice Rolf Thorsen abbia impugnato la dichiarazione dello stato d'emergenza firmata da Ed Day, capo della contea di Rockland, rendendo parzialmente nulli gli effetti dell'ordinanza. Nel testo della pronuncia, il togato spiega che i casi di morbillo rappresentano appena lo 0,5% della popolazione e ciò non giustifica che «il livello di epidemia rientri nella definizione di “disastro"» contemplata dalla legge dello Stato. Inoltre, nota Thorsen, l'ordinanza viola il termine di cinque giorni prevista dalla norma. Pur dissentendo, la contea si è ritrovata con le mani legate.
Successivamente, Day ha diffuso due distinti comunicati stampa, nei quali ribadisce il «forte disaccordo» con la decisione del giudice e annuncia che la contea è al lavoro per studiare nuovi soluzioni in grado di bypassare gli ostacoli giuridici. Tornando sulle rive dell'Hudson, colpisce che anche un quotidiano come il New York Times scelga di usare toni morbidi per tracciare i contorni della questione. La via di fuga legale, almeno secondo alcuni, va rintracciata in una sentenza risalente al 1905 (Jacobson contro il Massachussets), nella quale la Corte suprema stabiliva l'autorità della legge locale a imporre l'obbligo vaccinale in caso di epidemia anche contro la volontà del cittadino. Tuttavia, gli esperti dubitano che un precedente così lontano nel tempo e in circostanze così diverse possa reggere l'urto di una eventuale class action.
Nell'occhio del ciclone il sistema vaccinale degli Stati Uniti, da molti giudicato eccessivamente permissivo. Sebbene a livello federale non esista un obbligo, tutti gli Stati prevedono la necessità di vaccinare bambini e ragazzi ai fini dell'ammissione scolastica. Un passaggio facilmente aggirabile grazie alla presenza di tre tipologie di esenzioni: mediche (tutti gli Stati), religiose (47 Stati) e sia religiose che filosofiche (19). Cambiare questo assetto è in realtà tutt'altro che facile. Secondo quanto dichiarato questa settimana da Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York, una proposta di legge in tal senso rischierebbe infatti di violare il primo emendamento della costituzione americana, quello che garantisce la libertà di culto.
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Il legame tra pedofilia e rivoluzione sessuale, messo in luce da Ratzinger, viene negato dai corifei di Francesco. Ma molti studi confermano la tesi del Papa emerito.La lobby Lgbt passa al contrattacco. Da Repubblica alla Stampa e al Fatto, sono numerosi gli articoli che esaltano la transessualità infantile e l'utero in affitto. La biopolitica è il nuovo terreno di scontro.Caos a New York sull'obbligo delle vaccinazioni. Scelta la linea dura dopo i casi di morbillo, ma si teme una pioggia di denunce No vax.Lo speciale comprende tre articoli.«Sembra esserci un consenso nella letteratura che l'incidenza dell'abuso ha raggiunto il picco negli anni Settanta e Ottanta». Così è scritto a pagina 28 nel report del novembre 2017 redatto dall'organismo di ricerca inglese Indipendent inquiry child sexual abuse, dopo aver scandagliato i vari report nel mondo sulla crisi degli abusi nella chiesa cattolica. Il lavoro è scaricabile dal sito web del centro di ricerca www.iicsa.org.uk. I numeri non sono opinioni e sembrano smentire coloro che in questi giorni hanno attaccato gli «appunti» diffusi da Benedetto XVI a proposito degli abusi nella Chiesa, dove il Papa emerito indica, tra l'altro, l'influenza della cultura della liberazione sessuale sull'esplodere del fenomeno abusi nel clero. «La tesi di Ratzinger che collega la pedofilia del clero al Sessantotto è palesemente infondata», twitta il teologo «cattolico» Vito Mancuso, che per sostenere la sua considerazione tira fuori con signorilità la faccenda del coro di Ratisbona in cui operava il fratello di Joseph Raztinger. I casi di abuso in quel coro, ricorda Mancuso, risalgono al 1945, ergo la tesi dell'influenza della rivoluzione sessuale sugli abusi è «palesemente infondata». Ma la letteratura mondiale è piuttosto cocciuta sui numeri. Se non possono provare un nesso in senso stretto, dimostrano però come i casi di abuso diventano un fenomeno, una piaga dalle proporzioni sempre più vaste, proprio nei decenni in cui viene concepita e poi cresce, e si afferma come modello di costume, la cosiddetta rivoluzione sessuale. I più rilevanti report sul tema abusi del clero, pubblicati negli Sati Uniti dall'autorevole John Jay College of Criminal Justice, nel 2004 e nel 2011, mostrano, infatti, un grafico che attesta come i casi di abuso siano dilagati nel periodo che va dal 1960 al 1985; sia per quanto riguarda il numero di presunti abusi per ogni anno, sia per quanto riguarda il numero di sacerdoti accusati. Peraltro, anche la ricerca della Royal commission australiana ha rilevato come l'incidenza della denunce di abuso si riferisca a fatti che per la maggior parte sarebbero avvenuti negli anni Settanta. Allo stesso modo l'organismo inglese National catholic safeguarding commision nel suo rapporto annuale del 2014 indicava che il maggior numero di accuse poste tra il 2002 e il 2012 riguardava abusi (tutte le forme di abuso, non solo gli abusi sessuali) che presumibilmente si sono verificati negli anni Settanta. Il rapporto Deetman sulla Chiesa cattolica olandese (2011) conferma che la stragrande maggioranza degli abusi ha avuto luogo nel periodo che va dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Anche il rapporto commissionato dalla Chiesa cattolica tedesca, pubblicato nel settembre 2018, conferma questa tendenza. Tutto ciò in qualche modo conferma quindi che non è possibile derubricare come «palesemente infondata» l'analisi di Ratzinger circa il ruolo che la rivoluzione sessuale di quegl'anni può avere avuto nel trasformare in fenomeno quello che prima poteva essere presente come realtà, ma non con quella vastità. Quale sia stato effettivamente il ruolo della rivoluzione sessuale nella vita della Chiesa, e quindi anche nel dilagare del fenomeno abusi, è difficile da evidenziare empiricamente, ma «la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma», come ha sottolineato Benedetto XVI nei suoi «appunti» diffusi giovedì, coincideva con un «collasso» della teologia morale che si è riverberato nella «questione della vita sacerdotale e inoltre in quella dei seminari». Secondo il cardinale Gerhard Muller, già prefetto dell'ex Sant'Ufficio, quella di Benedetto XVI è «l'analisi più profonda della genesi della crisi di credibilità della Chiesa in materia di morale sessuale e più intelligente di tutti i messaggi dati in occasione del vertice dei presidenti delle Conferenze episcopali» sugli abusi in Vaticano. Sono parole nette quelle consegnate ieri all'agenzia tedesca kath.net: «Non si può parlare di critica, perché la parola critica significa distinguere le cose intellettualmente esigenti per dare un contributo alla comprensione di questioni importanti. Queste sono persone che non credono e non pensano. Soprattutto, non hanno la minima decenza». Monsignor Charles Chaput, vescovo di Philadelpia, ha dal canto suo scritto un articolo sulla rivista americana First thing. «L'ingenuo desiderio», ha scritto, «di molti progressisti della Chiesa della metà del secolo scorso ad accettare, o almeno accomodare, la licenza sessuale come una forma di liberazione umana, ha guidato il crollo intellettuale di un'intera generazione di teologi morali cattolici». Il punto è che «la sessualità è legata intimamente all'antropologia, all'autocoscienza umana e allo scopo del corpo. Pertanto, affinché la Chiesa rimanga la Chiesa, non può esserci accordo con comportamenti fondamentalmente in disaccordo con la parola di Dio e la comprensione cristiana della persona umana come imago Dei. Tutti questi tentativi portano inevitabilmente a ciò che Ratzinger (ora Benedetto XVI, papa emerito) una volta chiamava apostasia silenziosa». Il filosofo Augusto Del Noce, in un suo saggio citato da Chaput, osservava che «sarà necessaria un'enorme revisione culturale per lasciarsi alle spalle i processi filosofici che hanno trovato espressione nella rivoluzione sessuale di oggi». E il vescovo di Philadelpia conclude dicendo che «troppi cattolici oggi sembrano non avere la volontà e la capacità di perseguire quel compito. La buona notizia è che alcuni dei nostri leader hanno ancora il coraggio di dire la verità».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/benedetto-xvi-ha-ragione-e-i-dati-lo-dimostrano-picco-di-abusi-dopo-il-1968-2634544967.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-lobby-lgbt-passa-al-contrattacco" data-post-id="2634544967" data-published-at="1780549682" data-use-pagination="False"> La lobby Lgbt passa al contrattacco La storia strappalacrime sull'adolescente che diventa una ragazza. La campagna contro i retrogradi che si oppongono al farmaco che blocca la pubertà. La descrizione poetica dei giovani che «sfidano la gravità» e, con essa, gli stereotipi di genere. E poi la campagna martellante sull'utero in affitto, con l'aberrante incesto biotecnologico del Nebraska, i giudici veneziani che chiedono la genitorialità omosex in Costituzione... È evidente, in questi ultimi giorni, un'accelerazione mediatca sui temi eticamente sensibili. Come se la trimurti Lgbt (Corriere, Repubblica e Stampa), con il prezioso contributo del Fatto Quotidiano, stia approntando una controffensiva post Forum di Verona. Ieri, sul giornale fondato da Eugenio Scalfari faceva bella mostra di sé la vicenda di «Luca che diventerà Ludovica», una sorta di grande pubblicità alla triptorelina, il farmaco da poco autorizzato dall'Aifa per interrompere la pubertà nei minori affetti da disforia di genere. Solo qualche giorno fa, peraltro, La Stampa aveva accusato «le sigle della destra cattolica che ripudiano l'aborto e considrano l'omosessualità “opera del demonio"» di aver diffuso fake news su quel medicinale. Secondo il quotidiano torinese, la triptorelina, con il cambio di sesso, «non c'entra proprio nulla». Eppure è noto che questo farmaco, sebbene produca effetti non irreversibili, è di fatto il primo passo verso l'intervento chirurgico. Ma ovviamente, chi osa mettere in dubbio la liceità di simili manipolazioni sulla pelle dei ragazzini, sulla cui pericolosità si sono espressi chiaramente gli ex membri del Gids, la clinica londinese per baby trans, è un «medievale». Anche ammettendo che chi la pensa come noi della Verità sia un antimoderno, siamo sicuri che questa modernità sia proprio un paradiso? Siamo sicuri, come sembrava argomentare ieri Il Fatto, che la somministrazione della triptorelina agli adolescenti sia cosa buona, giusta e priva di controindicazioni? Siamo sicuri, come ha affermato la Corte europea, che il «diritto dei bimbi ad avere dei genitori» significhi che la «maternità surrogata» va legittimata? E siamo sicuri che chiamarla «maternità surrogata» o «gestazione per altri» basti a occultare la realtà del mercato di donne e neonati? Siamo sicuri che, mentre qualcuno questi bimbi se li va a comprare in California, sia giusto sopprimerli nel grembo con gli aborti, ché tanto il feto è solamente un grumo di cellule e «la vagina è mia quindi decido io»? Eccolo, il paradosso dello Stato liberale. Esso nasce promettendo di rimanere neutrale rispetto alle questioni etiche, ma cresce trasformando l'esercizio del suo potere in esercizio di «biopotere». Lo Stato, o il super Stato liberale (com'è l'Ue) diventa una tentacolare organizzazione per il controllo dell'esistenza biologica dei cittadini. Sente il bisogno di produrre e riprodurre le condizioni di quella «liberazione» che doveva essere concepita, invece, come limitazione delle interferenze della politica nella vita privata. E questo è anche - visto che il tema è stato riportato in auge dall'intervento di Benedetto XVI sulla pedofilia - il fallimento della filosofia postsessantottina. Quel filone di pensiero voleva smascherare la verità essenziale dell'organizzazione occidentale del potere politico. Voleva rivelare, cioè, che il potere politico è sempre, innanzitutto, potere biopolitico, potere sulla vita (e sulla morte) delle persone. Ma anziché di liberarci da questo pervasivo controllo (lo stesso, per intenderci, che secondo quegli autori era alla base della determinazione dei ruoli di genere), ci ha consegnati a un meccanismo ancora più invadente. Potenziato, in seguito, dall'evoluzione della tecnica, che oramai si avvia verso l'inquietante orizzonte della clonazione umana. Che ad annunciarla (falsamente) siano stati i cinesi non è un caso: dal dirigismo applicato alla demografia, alle fasce per misurare la concentrazione degli alunni a scuola, è proprio Pechino l'avanguardia del Leviatano biopolitico. Ma almeno, in Cina non hanno bisogno di venderlo alla società inquadrata dal Partito come un eden libertario. Da noi, invece, l'offensiva del biopotere si nutre di toccanti reportage giornalistici e giurisprudenza creativa. Tutto, è ovvio, rigorosamente «al riparo dal processo elettorale». Come disse un certo Mario Monti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/benedetto-xvi-ha-ragione-e-i-dati-lo-dimostrano-picco-di-abusi-dopo-il-1968-2634544967.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="caos-a-new-york-sullobbligo-delle-vaccinazioni" data-post-id="2634544967" data-published-at="1780549682" data-use-pagination="False"> Caos a New York sull’obbligo delle vaccinazioni Promette di finire in tribunale la vicenda legata all'esplosione dei casi di morbillo in corso negli Stati Uniti. Dall'inizio dell'anno hanno destato scalpore due distinte vicende. L'ultima in ordine di tempo riguarda la città di New York, e in particolare i quartieri di Brooklyn e del Queens, dove si sono registrati 285 casi da ottobre ad aprile. Preoccupato dal rapido peggioramento della situazione, lo scorso 9 aprile il commissario cittadino alla salute Oxiris Barbot, d'accordo con il sindaco Bill De Blasio, ha emesso un ordinanza con la quale dispone l'obbligo di vaccinarsi per tutti i residenti in alcuni codici postali, pena una multa di 1.000 dollari (poco meno di 900 euro). Qualche settimana prima, il 26 marzo, la contea di Rockland (stato di New York) aveva dichiarato lo stato d'emergenza, vietando l'ingresso nei luoghi pubblici a tutti i minorenni non vaccinati. Tutta colpa dei 153 casi registrati nell'ultimo semestre, saliti a 180 nell'ultimo aggiornamento fornito dal dipartimento locale della salute. Al centro delle polemiche, in entrambi i casi, la reticenza da parte delle comunità ebree ortodosse a far vaccinare i propri figli. Nel caso di Rockland, pare, il «paziente zero» sarebbe stato un cittadino tornato da un viaggio in Israele durante il quale avrebbe contratto la malattia. Dipinte della autorità come assolutamente necessarie nell'interesse della salute pubblica, le drastiche misure adottate potrebbero scatenare una battaglia a colpi di carte bollate. Secondo quanto riporta un editoriale pubblicato sul New York Times, esiste infatti il rischio concreto che sulla testa del primo cittadino De Blasio cadano una pioggia di denunce. Negli Stati uniti, infatti, le questioni legate alla sfera delle libertà individuali sono fortemente sentite, specialmente se riguardano un campo così delicato come quello dei trattamenti sanitari. A prescindere dalla necessità di arginare il proliferare della malattia, limitando quanto più possibile le conseguenze per i più piccoli, la politica e i media si stanno interrogando per comprendere cause, effetti e rimedi di una simile situazione. Non è un caso perciò se lunedì, accogliendo la richiesta di un gruppo di genitori, il giudice Rolf Thorsen abbia impugnato la dichiarazione dello stato d'emergenza firmata da Ed Day, capo della contea di Rockland, rendendo parzialmente nulli gli effetti dell'ordinanza. Nel testo della pronuncia, il togato spiega che i casi di morbillo rappresentano appena lo 0,5% della popolazione e ciò non giustifica che «il livello di epidemia rientri nella definizione di “disastro"» contemplata dalla legge dello Stato. Inoltre, nota Thorsen, l'ordinanza viola il termine di cinque giorni prevista dalla norma. Pur dissentendo, la contea si è ritrovata con le mani legate. Successivamente, Day ha diffuso due distinti comunicati stampa, nei quali ribadisce il «forte disaccordo» con la decisione del giudice e annuncia che la contea è al lavoro per studiare nuovi soluzioni in grado di bypassare gli ostacoli giuridici. Tornando sulle rive dell'Hudson, colpisce che anche un quotidiano come il New York Times scelga di usare toni morbidi per tracciare i contorni della questione. La via di fuga legale, almeno secondo alcuni, va rintracciata in una sentenza risalente al 1905 (Jacobson contro il Massachussets), nella quale la Corte suprema stabiliva l'autorità della legge locale a imporre l'obbligo vaccinale in caso di epidemia anche contro la volontà del cittadino. Tuttavia, gli esperti dubitano che un precedente così lontano nel tempo e in circostanze così diverse possa reggere l'urto di una eventuale class action. Nell'occhio del ciclone il sistema vaccinale degli Stati Uniti, da molti giudicato eccessivamente permissivo. Sebbene a livello federale non esista un obbligo, tutti gli Stati prevedono la necessità di vaccinare bambini e ragazzi ai fini dell'ammissione scolastica. Un passaggio facilmente aggirabile grazie alla presenza di tre tipologie di esenzioni: mediche (tutti gli Stati), religiose (47 Stati) e sia religiose che filosofiche (19). Cambiare questo assetto è in realtà tutt'altro che facile. Secondo quanto dichiarato questa settimana da Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York, una proposta di legge in tal senso rischierebbe infatti di violare il primo emendamento della costituzione americana, quello che garantisce la libertà di culto.
Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
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Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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Flavio Cobolli festeggia la vittoria contro Felix Auger-Aliassime al Roland Garros (Ansa)
L'impresa di Cobolli contro Auger-Aliassime e la corsa di Arnaldi, favorito dal ritiro di Berrettini, regalano all'Italia una semifinale tutta azzurra a Parigi. Dopo l'uscita di Sinner, nessuno immaginava un finale del genere: domenica ci sarà un italiano a giocarsi il titolo.
Quando Jannik Sinner aveva salutato il Roland Garros al terzo turno, in pochi avrebbero immaginato che l'Italia sarebbe arrivata comunque a garantirsi un posto nella finale di Parigi. Eppure il tennis azzurro continua a sorprendere anche quando cambia i protagonisti. Domenica sul Philippe Chatrier ci sarà sicuramente un italiano a giocarsi il titolo: sarà Flavio Cobolli oppure Matteo Arnaldi.
Il verdetto è arrivato al termine di una giornata che ha riscritto le gerarchie della parte bassa del tabellone. Da una parte l'impresa di Cobolli contro Felix Auger-Aliassime, numero 4 del mondo virtuale e quarta testa di serie del torneo. Dall'altra il ritiro di Matteo Berrettini, costretto ad abbandonare il derby azzurro con Arnaldi per un problema fisico che lo ha fermato nel secondo set.
La notizia più significativa resta però quella firmata da Cobolli. Il romano, numero 10 del seeding, ha conquistato la prima semifinale Slam della carriera battendo in rimonta Auger-Aliassime per 4-6, 6-4, 6-4, 6-4 dopo tre ore e ventiquattro minuti di gioco. Una vittoria costruita con pazienza e lucidità dopo un avvio complicato, condizionato anche dal vento che ha reso difficile trovare continuità. Perso il primo set, Cobolli non si è scomposto. Con il passare dei giochi ha preso sempre più confidenza con le condizioni del campo e ha iniziato a togliere certezze al canadese. Nel secondo parziale è stato capace di risalire dal 3-1, infilando una serie di game che ha cambiato l'inerzia dell'incontro. Da quel momento il romano ha mostrato il tennis più maturo della sua carriera, gestendo i momenti delicati e sfruttando le imprecisioni di un avversario progressivamente meno brillante. Decisiva è stata soprattutto la sua capacità di restare dentro la partita nei passaggi più complicati. Nel terzo set ha annullato uno 0-40 in un turno di servizio che avrebbe potuto cambiare il destino dell'incontro. Nel quarto, invece, ha trovato il break che gli ha aperto la strada verso il traguardo più importante della sua carriera. Al momento di servire per il match non ha tremato, chiudendo con autorità una sfida che alla vigilia lo vedeva sfavorito. A fine partita Cobolli ha parlato della «chance della vita», raccontando di essersi ripetuto una sola parola durante la pausa dopo il primo set: «Lotta». Una sintesi efficace di ciò che si è visto in campo. Per il ventiquattrenne romano si tratta della migliore settimana della carriera e adesso il sogno è diventato qualcosa di più concreto.
Nell'altra sfida dei quarti, invece, il derby tra Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi si è chiuso nel modo che nessuno avrebbe voluto. Berrettini, partito meglio e avanti 3-0 nel primo set, ha progressivamente perso efficacia fino a cedere il parziale per 7-5. Nel secondo Arnaldi è scappato sul 5-2 mentre il romano accusava sempre più chiaramente un problema fisico. Dopo il medical time out e un ultimo tentativo di restare in campo, è arrivato il ritiro. Per Arnaldi, numero 104 del ranking Atp all'inizio del torneo, continua così una corsa che ha già assunto contorni inattesi. Il ligure raggiunge la prima semifinale Slam della carriera e si giocherà l'accesso alla finale contro Cobolli in una sfida tutta italiana.
Comunque vada, il tennis azzurro ha già ottenuto un risultato che pochi giorni fa sembrava fuori portata. Senza Sinner, con Berrettini fermato ancora una volta dai problemi fisici, saranno Cobolli e Arnaldi a contendersi un posto nell'ultimo atto del Roland Garros. Dall'altra parte del tabellone attendono Alexander Zverev e Jakub Mensik. Prima, però, c'è una semifinale che consegnerà all'Italia il suo quattordicesimo finalista Slam e il primo, dopo Wimbledon 2021, diverso da Sinner.
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