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2022-10-27
Quando il (futuro) antifascista Croce applaudì Mussolini alla vigilia della marcia
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Benedetto Croce (M.Nunes Vais/Beni Culturali)
È il 24 ottobre 1922: al teatro San Carlo di Napoli, Benito Mussolini tiene un violento discorso che di fatto annuncia la marcia su Roma, che sarebbe avvenuta quattro giorni dopo. Nel palco assegnato ai senatori, uno spettatore si spella le mani per applaudire quell'incitamento all'insurrezione. È Benedetto Croce, il papa laico dell'antifascismo italiano. L'iniziale sostegno del filosofo a Mussolini è noto agli storici, ma viene per lo più taciuto come una circostanza imbarazzante. Pochi giorni prima, allo storico Giustino Fortunato che gli chiedeva se fosse disposto ad accettare le violenze delle camicie nere come prezzo da pagare per sconfiggere il comunismo, Croce rispose con una cinica e serafica sentenza destinata a rimanere famosa: «Ma don Giustino, vi siete scordato quello che dice Marx, che la violenza è la levatrice della storia?».
Salvatore Cingari, in un approfondimento dell'Enciclopedia Treccani alla voce «Croce e il fascismo», spiega che al movimento mussoliniano il filosofo «non ha mai la tentazione di concedere qualcosa dal punto di vista ideologico. Del tutto estranei e indigesti sono, per lui, nazionalismo, futurismo, tradizionalismo, sindacalismo rivoluzionario, dannunzianesimo. Egli sostiene però l’utilità di questo movimento politico negli anni cruciali del suo avvento e della presa del potere». Che Croce fosse distantissimo dal fascismo in termini di visione del mondo è vero. E tuttavia non bisogna neanche fermarsi all'immagine, assunta più in là negli anni, di Croce come «il più autentico teorico del conservatorismo del nostro secolo», come lo definì Augusto Del Noce, il bonario e paternalistico pensatore moderato che rimpiangeva l'Ottocento liberale. All'inizio del secolo, infatti, Croce era stato un protagonista di quel rinnovamento culturale italiano a cui attinsero in seguito anche i fascisti. Era stato lui a far tradurre le Considerazioni sulla violenza di Georges Sorel a Laterza, ed era stato sempre lui a dominare la prima stagione de La Voce, la rivista di Prezzolini che sarà così determinante nella formazione culturale di Mussolini. Con Labriola e Gentile aveva dato vita a un fondamentale dibattito sul marxismo da cui era scaturita quella «filosofia della praxis» che aveva caratterizzato tanto Gramsci che lo stesso Gentile, e tramite lui Mussolini.
Bisogna inoltre ricordare che, fra i due giganti del neoidealismo italiano, Croce e Gentile, inizialmente per il (futuro) capo del fascismo era stato più importante il primo che il secondo, come ha riconosciuto anche Marcello Veneziani: «Alle origini della formazione mussoliniana vi è più posto per Croce che per Gentile. Croce è un riferimento ricorrente per Mussolini nel dibattito sull’inveramento e il superamento del marxismo in Italia. Il suo nome, coniugato in un primo tempo a quello di Labriola, e in un secondo a quello di Sorel, è ricorrente negli scritti di Mussolini socialista [...]. La presenza di Croce nella formazione mussoliniana è determinata da varie circostanze: la comune provenienza dal marxismo e dintorni, la mediazione di Prezzolini, allora crociano e primo biografo di Croce; la lettura dell’idealismo crociano in chiave volontaristica, assimilato al sorelismo; la mediazione stessa di Croce (oltre che di Missiroli) nei riguardi del pensiero di Sorel, e anche la maggiore “accessibilità” del linguaggio e del pensiero crociano per un politico e un autodidatta come Mussolini, rispetto al carattere più rigorosamente filosofico del linguaggio e della teoria gentiliani».
Insomma, le cose, al solito, sono più complesse. Durante l'ascesa al potere delle camicie nere, in ogni caso, il sostegno di Croce fu puramente tattico. Nel novembre del 1922, a marcia consumata, sul Giornale d’Italia esaltò la figura di Mussolini come esempio di azione creatrice. Il 27 ottobre 1923, sulla stessa tribuna, difese il fascismo in quanto forza priva di alternative, unico soggetto capace di mantenere un governo. Alle elezioni del 6 aprile 1924, Croce sostenne il «listone» di appoggio ai fascisti, dichiarando che il cuore del nuovo movimento era costituito dal suo amore per la patria e dalla sua opera di salvezza dello Stato. Per lungo tempo, il pensatore continuò a sperare che il fascismo non si ostinasse più nel voler creare uno Stato nuovo, ma si limitasse a riportare l’ordine per poi riconsegnare le chiavi del Paese al solito liberalismo. Ancora durante la crisi relativa al rapimento di Matteotti, subito dopo un discorso di Mussolini alla Camera, fu proprio Croce a farsi promotore di un ordine del giorno a favore del governo e, una volta che esso fu approvato attraverso il voto, definì «prudente e patriottico» quel voto. La soppressione della libertà di stampa e il discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini, in cui questi si assume la responsabilità del delitto Matteotti, portarono definitivamente Croce all’opposizione, che poi si concretizzerà nel «Manifesto degli intellettuali antifascisti», da lui redatto e pubblicato il 1° maggio 1925 sul quotidiano Il Mondo.
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Il più importante oppositore intellettuale al Regime fu in realtà un suo sostenitore almeno fino al 1925. E a chi gli parlava della volenza delle camicie nere, rispondeva: «È la levatrice della storia».È il 24 ottobre 1922: al teatro San Carlo di Napoli, Benito Mussolini tiene un violento discorso che di fatto annuncia la marcia su Roma, che sarebbe avvenuta quattro giorni dopo. Nel palco assegnato ai senatori, uno spettatore si spella le mani per applaudire quell'incitamento all'insurrezione. È Benedetto Croce, il papa laico dell'antifascismo italiano. L'iniziale sostegno del filosofo a Mussolini è noto agli storici, ma viene per lo più taciuto come una circostanza imbarazzante. Pochi giorni prima, allo storico Giustino Fortunato che gli chiedeva se fosse disposto ad accettare le violenze delle camicie nere come prezzo da pagare per sconfiggere il comunismo, Croce rispose con una cinica e serafica sentenza destinata a rimanere famosa: «Ma don Giustino, vi siete scordato quello che dice Marx, che la violenza è la levatrice della storia?». Salvatore Cingari, in un approfondimento dell'Enciclopedia Treccani alla voce «Croce e il fascismo», spiega che al movimento mussoliniano il filosofo «non ha mai la tentazione di concedere qualcosa dal punto di vista ideologico. Del tutto estranei e indigesti sono, per lui, nazionalismo, futurismo, tradizionalismo, sindacalismo rivoluzionario, dannunzianesimo. Egli sostiene però l’utilità di questo movimento politico negli anni cruciali del suo avvento e della presa del potere». Che Croce fosse distantissimo dal fascismo in termini di visione del mondo è vero. E tuttavia non bisogna neanche fermarsi all'immagine, assunta più in là negli anni, di Croce come «il più autentico teorico del conservatorismo del nostro secolo», come lo definì Augusto Del Noce, il bonario e paternalistico pensatore moderato che rimpiangeva l'Ottocento liberale. All'inizio del secolo, infatti, Croce era stato un protagonista di quel rinnovamento culturale italiano a cui attinsero in seguito anche i fascisti. Era stato lui a far tradurre le Considerazioni sulla violenza di Georges Sorel a Laterza, ed era stato sempre lui a dominare la prima stagione de La Voce, la rivista di Prezzolini che sarà così determinante nella formazione culturale di Mussolini. Con Labriola e Gentile aveva dato vita a un fondamentale dibattito sul marxismo da cui era scaturita quella «filosofia della praxis» che aveva caratterizzato tanto Gramsci che lo stesso Gentile, e tramite lui Mussolini. Bisogna inoltre ricordare che, fra i due giganti del neoidealismo italiano, Croce e Gentile, inizialmente per il (futuro) capo del fascismo era stato più importante il primo che il secondo, come ha riconosciuto anche Marcello Veneziani: «Alle origini della formazione mussoliniana vi è più posto per Croce che per Gentile. Croce è un riferimento ricorrente per Mussolini nel dibattito sull’inveramento e il superamento del marxismo in Italia. Il suo nome, coniugato in un primo tempo a quello di Labriola, e in un secondo a quello di Sorel, è ricorrente negli scritti di Mussolini socialista [...]. La presenza di Croce nella formazione mussoliniana è determinata da varie circostanze: la comune provenienza dal marxismo e dintorni, la mediazione di Prezzolini, allora crociano e primo biografo di Croce; la lettura dell’idealismo crociano in chiave volontaristica, assimilato al sorelismo; la mediazione stessa di Croce (oltre che di Missiroli) nei riguardi del pensiero di Sorel, e anche la maggiore “accessibilità” del linguaggio e del pensiero crociano per un politico e un autodidatta come Mussolini, rispetto al carattere più rigorosamente filosofico del linguaggio e della teoria gentiliani».Insomma, le cose, al solito, sono più complesse. Durante l'ascesa al potere delle camicie nere, in ogni caso, il sostegno di Croce fu puramente tattico. Nel novembre del 1922, a marcia consumata, sul Giornale d’Italia esaltò la figura di Mussolini come esempio di azione creatrice. Il 27 ottobre 1923, sulla stessa tribuna, difese il fascismo in quanto forza priva di alternative, unico soggetto capace di mantenere un governo. Alle elezioni del 6 aprile 1924, Croce sostenne il «listone» di appoggio ai fascisti, dichiarando che il cuore del nuovo movimento era costituito dal suo amore per la patria e dalla sua opera di salvezza dello Stato. Per lungo tempo, il pensatore continuò a sperare che il fascismo non si ostinasse più nel voler creare uno Stato nuovo, ma si limitasse a riportare l’ordine per poi riconsegnare le chiavi del Paese al solito liberalismo. Ancora durante la crisi relativa al rapimento di Matteotti, subito dopo un discorso di Mussolini alla Camera, fu proprio Croce a farsi promotore di un ordine del giorno a favore del governo e, una volta che esso fu approvato attraverso il voto, definì «prudente e patriottico» quel voto. La soppressione della libertà di stampa e il discorso del 3 gennaio 1925 di Mussolini, in cui questi si assume la responsabilità del delitto Matteotti, portarono definitivamente Croce all’opposizione, che poi si concretizzerà nel «Manifesto degli intellettuali antifascisti», da lui redatto e pubblicato il 1° maggio 1925 sul quotidiano Il Mondo.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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