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2018-10-23
«Basta forzature. La scuola non è fatta per indottrinare». Segnalateci i volumi che portano l’ideologia dentro le classi
ANSA
Marco Bussetti, responsabile dell'Istruzione, è un ministro appartato. Non ama le frasi a effetto e gli annunci roboanti, non compare spesso sui giornali o in televisione. Ma, commentando con La Verità alcune questioni di stringente attualità, non si tira indietro e usa parole piuttosto decise.
Le vicende della politica negli ultimi giorni hanno toccato da vicino il mondo della scuola. Partiamo dal caso di Lodi. Il sindaco ha ricevuto attacchi pesanti per aver ribadito un principio di equità. Lei che idea si è fatto di questa storia?
«Quello di Lodi è un fatto locale che è stato trasformato in un caso nazionale e messo al centro di una sterile polemica. La scuola non deve essere coinvolta in strumentalizzazioni e battaglie tra fazioni. Perché è una delle istituzioni più importanti del nostro Stato, forse la principale, e ha il delicato compito di formare i giovani, il futuro del Paese. Dobbiamo averne cura, non manipolarla per interessi di parte. Detto questo, credo sia sempre necessario contemperare i diritti dei bambini e i doveri delle famiglie».
Il problema delle mense va ben oltre Lodi. Riguarda tanti bambini italiani e non che non possono accedere a questi servizi.
«Le mense sono di competenza degli Enti locali ma la questione non ci lascia indifferenti. Garantire questo tipo di servizio consente agli istituti di rimanere aperti il pomeriggio, di offrire tempo pieno, di dare la possibilità agli studenti di praticare uno sport a scuola, di imparare una lingua straniera o di suonare uno strumento musicale. Sappiamo che molte realtà, soprattutto nel Sud del Paese, ne sono sprovviste: è un problema di cui la politica deve farsi carico. Avere mense funzionanti vuol dire sostenere le famiglie, favorire l'occupazione dei genitori, dare più opportunità di crescita ai giovani, combattere la povertà educativa e fenomeni preoccupanti. Dobbiamo attivarci e fare sistema con senso di identità e appartenenza, soprattutto con gli Enti locali».
Cambiamo leggermente argomento. La scorsa settimana abbiamo raccontato di un libro di testo delle superiori in cui si utilizzavano alcuni passaggi dei promessi sposi per criticare le posizioni euroscettiche. Oggi segnaliamo un libro delle medie in cui si fa l'elogio del sindaco di Riace. Non pensa che si stia esagerando?
«Le ideologie devono rimanere fuori dalla scuola, che non deve essere intaccata dalla propaganda. Tra i banchi in classe non si deve “fare politica" ma si deve insegnare a esercitare il pensiero con spirito critico. Sono due cose ben diverse. Intendiamoci: è giusto sensibilizzare i giovani sui grandi temi di attualità come l'inclusione, le sfide dell'innovazione, il rispetto dell'ambiente, l'educazione alla legalità, tutte questioni che riguardano direttamente ogni cittadino. Il nostro sistema di istruzione è una finestra sul mondo e dobbiamo mantenerla aperta. Altra cosa è indottrinare gli studenti, derogando dal ruolo di insegnante e trasferendo ai ragazzi le proprie idee politiche. Pensare di piegare i grandi classici della nostra letteratura - come Leopardi, Manzoni e Foscolo - a una precisa posizione di parte, strumentalizzando le loro opere, è sbagliato. I docenti hanno libertà di insegnamento. È un bene preziosissimo, una conquista che va onorata con saggezza ed equilibrio».
E allora come si può affrontare il problema dei libri di testo politicamente schierati? Non invochiamo di certo la censura o i roghi di libri, ma un maggior controllo forse sarebbe necessario, non crede?
«Ho grande fiducia nel lavoro delle scuole, dei dirigenti e dei docenti. E ritengo che un controllo da Roma, qualsiasi intervento “ispettivo" dal centro, sia impensabile. E oltretutto inutile. Penso invece che tutti gli attori in campo - dirigenti, docenti, famiglie - debbano sempre ispirarsi ai principi di responsabilità ed equilibrio. A scuola i giovani devono crescere è formarsi con spirito critico che consenta loro di affrontare il proprio futuro con la voglia di superare gli ostacoli. È questo ciò di cui avranno bisogno lungo il corso della loro esistenza».
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato anche storie di alunni di scuole elementari e medie portati a incontrare richiedenti asilo. Scuole in cui si organizzano «feste dell'accoglienza» e altre attività piuttosto schierate a livello ideologico. Non pensa che anche questo genere di attività andrebbe limitato?
«La scuola favorisce naturalmente l'inclusione. È un luogo in cui dobbiamo garantire una formazione di qualità a tutti gli studenti. È l'ambiente in cui i nostri bambini e ragazzi imparano il rispetto degli altri e delle loro idee. Dobbiamo trattare questo tema in maniera seria, senza forzature. Dobbiamo tutelare i diritti dei nostri ragazzi. Quello allo studio è fondamentale. Per loro e per il Paese intero».
Francesco Borgonovo
Segnalateci i volumi che portano l’ideologia dentro le classi
Quando, in alcuni manuali di storia, abbiamo letto di «migrazioni barbariche» (un modo politicamente corretto per definire le invasioni armate), pensavamo che fosse stato raggiunto il punto più basso. Ma ci sbagliavamo eccome. In questi mesi, grazie a segnalazioni di genitori e pure di insegnanti, ci siamo imbattuti in libri di testo scolastici che definire ideologizzati è quasi ridicolo.
Giusto la scorsa settimana, abbiamo scoperto che uno dei manuali di letteratura più diffusi nelle scuole superiori italiane (parliamo di milioni di copie) utilizza l'opera di Alessandro Manzoni per attaccare populisti ed euroscettici. Il testo in questione si intitola I classici nostri contemporanei, lo pubblica Paravia e lo firmano Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria.
A pagina 945 si parla dei Promessi sposi e si legge: «Le farneticazioni della folla milanese del Seicento possono ricordarci tante altre idee false che trovano oggi facile accoglienza nelle credenze di massa: ad esempio quelle intorno all'euro, a cui da molti viene attribuita la colpa della difficile situazione economica attuale, mentre le cause di essa, come tutti dovrebbero sapere, sono state le speculazioni finanziarie internazionali che nel 2008 hanno innescato una crisi economica mai vista dopo la Grande Depressione».
Una visione equilibrata, non c'è che dire. E il Manzoni non è l'unico mostro sacro delle lettere a essere pervertito. Ugo Foscolo viene paragonato ai sessantottini e ai fan di Mani pulite. Giuseppe Parini è utilizzato per una tirata pro migranti. Vittorio Alfieri diventa l'occasione per parlare del G8 di Genova e dell'Ilva.
A confronto di tutto questo, le assurdità sulle «migrazioni barbariche» appaiono come trascurabili sviste. In giro per le classi italiane, tuttavia, c'è persino di peggio. Ad esempio il manuale di storia rivolto ai ragazzini di prima media di cui parliamo in queste pagine, e in cui viene celebrato l'operato di Mimmo Lucano, il sindaco di Riace (anzi, attualmente è sospeso dalle funzioni e non può dimorare nel suo paese poiché al centro di un'indagine piuttosto importante).
Come spiega il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti, è importante che la scuola stimoli il pensiero critico. È importante che in aula si sentano opinioni diverse, e di certo non pretendiamo che ovunque si imponga la stessa visione del mondo. Ma in tanti, troppi casi assistiamo a un vero e proprio indottrinamento, dal quale gli studenti, specie i più piccoli, non hanno gli strumenti per difendersi. Invitare un ragazzino di prima media a imitare il sindaco di Riace, spingerlo a scrivere letterine di benvenuto ai richiedenti asilo (come accaduto in una scuola di Palermo) significa obbligarlo a credere nell'accoglienza indiscriminata. Significa raccontargli bugie e non offrirgli nemmeno la possibilità di formarsi un'opinione personale.
Per questo motivo invitiamo voi lettori a segnalarci tutti i casi più clamorosi che vi capitano sotto gli occhi. Scriveteci all'indirizzo Lettere@laverita.info (mettendo come oggetto della mail «Libri di testo») e indicateci i manuali scolastici ideologizzati e politicamente distorti. Specificate il titolo del libro, gli autori e la classe in cui è adottato. Se volete, potete anche raccontarci episodi simili a quello palermitano citato prima: compiti in classe, compiti a casa, feste, eventi, gite... In questi mesi abbiamo assistito a ogni genere di strumentalizzazioni.
Raccontateci quelle di cui siete stati testimoni. Noi le raccoglieremo tutte e ne daremo conto sul giornale. Perché la discussione (anche accesa), le visioni del mondo e le posizioni politiche diverse e vanno bene. Il lavaggio del cervello no.
Nel manuale di storia di prima media la celebrazione del sindaco di Riace
Figuratevi, per un attimo, la scena. Siete i genitori di un ragazzino che frequenta la prima media. È domenica sera, siete seduti sul divano di casa, con la tv accesa. A un certo punto, su Rai 1, appare un signore chiamato Mimmo Lucano. È il sindaco di Riace, un signore indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, e se ne sta accomodato nel salottino di Fabio Fazio, a Che tempo che fa. Lucano, sulla rete ammiraglia dell'emittente pubblica, recita la parte della vittima del sistema, si atteggia a eroe dell'accoglienza, può dire tutto quello che gli passa per la mente senza che il conduttore gli faccia domande pungenti.
Bene, voi genitori assistete a questo spettacolo assieme a vostro figlio (o a vostra figlia). Siete un po' irritati, perché sui giornali avete letto vari articoli a proposito di Lucano, e non pensate che sia esattamente un martire o un modello da imitare. State per cambiare canale quando il vostro bimbo vi interrompe e vi dice: «Io quel signore lo conosco, lo abbiamo studiato a scuola». Voi guardate il pargolo allibiti: «Ma no, ti stai sbagliando, non potete averlo studiato...». Il piccolo, però, insiste: «Adesso vi faccio vedere». Corre in camera, prende il suo libro di storia e ve lo mostra. Effettivamente ha ragione. Nel suo libro di storia c'è un bel capitolo dedicato a Mimmo Lucano. Se a casa vostra si verificasse una situazione del genere, come reagireste?
La domanda è rilevante. Perché la scena che abbiamo descritto è immaginaria, ma Lucano da Fazio a farsi imbrodare c'è andato davvero e, soprattutto, il libro scolastico che incensa il sindaco di Riace esiste eccome, e lo maneggiano parecchi alunni delle medie.
Per la precisione, si intitola Incontra la storia, ed è pubblicato da Mondadori Education. A firmarlo è Vittoria Calvani, autrice di numerosi volumi scolastici. Abbiamo appreso dell'esistenza di questo testo grazie a una segnalazione su Twitter, e siamo andati a controllare. Sul sito della Mondadori, il tomo viene presentato così: «Gli eventi della Storia raccontati dalla penna di una grande autrice, in un corso che risponde alle esigenze didattiche di oggi». Beh, a quanto pare fra le esigenze didattiche odierne c'è anche quella di celebrare Mimmo Lucano e il suo sistema d'accoglienza.
A pagina 105 di Incontra la storia si conclude un capitolo piuttosto lungo dedicato a «Gli arabi e l'islam». A parte qualche luogo comune e qualche affermazione discutibile (per esempio sulla «pacifica convivenza» tra fedi diverse imposta dagli arabi dopo la conquista militare di vari territori), il capitolo in questione appare tutto sommato decente. Ma ecco che, a pagina 106, ci troviamo davanti a due pagine di puro delirio.
La sezione ha questo titolo: «La tolleranza. Ad accogliere ci guadagniamo tutti». La prima domanda che sorge è: ma che cosa c'entra tutto ciò con gli arabi? Ecco la spiegazione. Secondo Vittoria Calvani, autrice del manuale di storia, «una delle migliori qualità dell'impero arabo-islamico è stata la tolleranza». Ma certo, sottomettevano gli infedeli con la spada, poi li trattavano da esseri umani inferiori (come ha spiegato il celebre storico Bernard Lewis in più saggi), ma la loro prima qualità era la «tolleranza».
E non è finita. La Calvani spiega che la tolleranza è «un valore fondamentale, che può rivelarsi molto prezioso anche per la nostra società odierna. A questo proposito ecco la storia di Mimmo Lucano, sindaco di Riace».
Nel testo che segue si racconta che a Riace «convivono persone provenienti da oltre venti Paesi» e che «la scuola elementare è rimasta aperta soltanto grazie ai bimbi dei migranti, e le tradizioni locali rivivono nella quotidianità dei nuovi cittadini». Certo, «quando Mimmo decise di accogliere duecento stranieri nel suo paesino, sapeva che non sarebbe stato facile: arrivavano dal Medio Oriente, una terra con usi, religioni, lingue e tradizioni molto lontane da quelle calabresi. Eppure, il tempo gli ha dato ragione. È bastato fare uno sforzo (in realtà anche più di uno!), provare ad andare oltre le proprie idee per accogliere quelle altrui, e l'esperimento ha funzionato».
La favola, ovviamente, ha un lieto fine: «E così, essere tolleranti si è rivelato vantaggioso per tutti: per i riacesi, che hanno salvato le sorti della loro cittadina, e per gli stranieri, che oggi hanno una nuova vita e una nuova casa».
Ora, che in un libro di testo delle medie si trovino banalità buoniste è senz'altro fastidioso, ma lo si può perfino accettare. Ma l'elogio del sindaco di Riace proprio no.
A meno che, tra i materiali didattici a disposizione degli studenti non si includano le intercettazioni in cui Mimmo Lucano spiega di essere «un fuorilegge» o combina matrimoni tra «uno stupido» chiamato Giosi e una donna nigeriana al solo scopo di far ottenere il permesso di soggiorno a quest'ultima. Se si vuole spiegare ai ragazzini in che cosa consiste il modello Riace, allora bisognerebbe che sapessero che si basa interamente sui denari pubblici, usati per i centri d'accoglienza e mai rendicontati dall'amministrazione comunale.
Agli alunni, tuttavia, viene propinata solamente la storiella edificante del Comune da imitare. Si dice che Lucano è un esempio di tolleranza. Si invitano i ragazzi a «contribuire a costruire una società più accogliente». Alla fine del capitolo c'è pure un esercizio, definito «compito di realtà». Sentite in che cosa consiste: «Un gruppo di profughi viene ospitato nella tua città. Chiediti in che modo queste persone potrebbero essere coinvolte nella vita della comunità». Seguono tre domande a cui rispondere. Infine, l'esercizio del libro prevede che l'alunno realizzi «un opuscolo in cui raccogli le tue idee per una buona convivenza fra i migranti e i tuoi concittadini».
A questo punto, si potrebbe realizzare un kit da distribuire nelle scuole: «Il piccolo sindaco di Riace». Sarebbe un bel gioco educativo, simile al Monopoli. Con una differenza: invece di finire in prigione senza passare dal via, si finisce agli arresti domiciliari e poi si rilasciano interviste a Fabio Fazio.
Francesco Borgonovo Antonio Grizzuti
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Il ministro dell'Istruzione interviene sul caso Lodi: «Troppe strumentalizzazioni». E spiega: «In aula non si faccia politica».Alessandro Manzoni sfruttato per attaccare i no euro, Ugo Foscolo paragonato ai sessantottini: i testi didattici sono pieni di bestialità. Scriveteci per indicarci altri casi clamorosi.Il libro racconta che la tolleranza fu «una delle migliori qualità» dell'impero islamico. E aggiunge che «ad accogliere ci guadagniamo tutti», come dimostra l'esempio del bravissimo Domenico Lucano.Lo speciale contiene tre articoli.Marco Bussetti, responsabile dell'Istruzione, è un ministro appartato. Non ama le frasi a effetto e gli annunci roboanti, non compare spesso sui giornali o in televisione. Ma, commentando con La Verità alcune questioni di stringente attualità, non si tira indietro e usa parole piuttosto decise.Le vicende della politica negli ultimi giorni hanno toccato da vicino il mondo della scuola. Partiamo dal caso di Lodi. Il sindaco ha ricevuto attacchi pesanti per aver ribadito un principio di equità. Lei che idea si è fatto di questa storia?«Quello di Lodi è un fatto locale che è stato trasformato in un caso nazionale e messo al centro di una sterile polemica. La scuola non deve essere coinvolta in strumentalizzazioni e battaglie tra fazioni. Perché è una delle istituzioni più importanti del nostro Stato, forse la principale, e ha il delicato compito di formare i giovani, il futuro del Paese. Dobbiamo averne cura, non manipolarla per interessi di parte. Detto questo, credo sia sempre necessario contemperare i diritti dei bambini e i doveri delle famiglie». Il problema delle mense va ben oltre Lodi. Riguarda tanti bambini italiani e non che non possono accedere a questi servizi.«Le mense sono di competenza degli Enti locali ma la questione non ci lascia indifferenti. Garantire questo tipo di servizio consente agli istituti di rimanere aperti il pomeriggio, di offrire tempo pieno, di dare la possibilità agli studenti di praticare uno sport a scuola, di imparare una lingua straniera o di suonare uno strumento musicale. Sappiamo che molte realtà, soprattutto nel Sud del Paese, ne sono sprovviste: è un problema di cui la politica deve farsi carico. Avere mense funzionanti vuol dire sostenere le famiglie, favorire l'occupazione dei genitori, dare più opportunità di crescita ai giovani, combattere la povertà educativa e fenomeni preoccupanti. Dobbiamo attivarci e fare sistema con senso di identità e appartenenza, soprattutto con gli Enti locali».Cambiamo leggermente argomento. La scorsa settimana abbiamo raccontato di un libro di testo delle superiori in cui si utilizzavano alcuni passaggi dei promessi sposi per criticare le posizioni euroscettiche. Oggi segnaliamo un libro delle medie in cui si fa l'elogio del sindaco di Riace. Non pensa che si stia esagerando?«Le ideologie devono rimanere fuori dalla scuola, che non deve essere intaccata dalla propaganda. Tra i banchi in classe non si deve “fare politica" ma si deve insegnare a esercitare il pensiero con spirito critico. Sono due cose ben diverse. Intendiamoci: è giusto sensibilizzare i giovani sui grandi temi di attualità come l'inclusione, le sfide dell'innovazione, il rispetto dell'ambiente, l'educazione alla legalità, tutte questioni che riguardano direttamente ogni cittadino. Il nostro sistema di istruzione è una finestra sul mondo e dobbiamo mantenerla aperta. Altra cosa è indottrinare gli studenti, derogando dal ruolo di insegnante e trasferendo ai ragazzi le proprie idee politiche. Pensare di piegare i grandi classici della nostra letteratura - come Leopardi, Manzoni e Foscolo - a una precisa posizione di parte, strumentalizzando le loro opere, è sbagliato. I docenti hanno libertà di insegnamento. È un bene preziosissimo, una conquista che va onorata con saggezza ed equilibrio». E allora come si può affrontare il problema dei libri di testo politicamente schierati? Non invochiamo di certo la censura o i roghi di libri, ma un maggior controllo forse sarebbe necessario, non crede?«Ho grande fiducia nel lavoro delle scuole, dei dirigenti e dei docenti. E ritengo che un controllo da Roma, qualsiasi intervento “ispettivo" dal centro, sia impensabile. E oltretutto inutile. Penso invece che tutti gli attori in campo - dirigenti, docenti, famiglie - debbano sempre ispirarsi ai principi di responsabilità ed equilibrio. A scuola i giovani devono crescere è formarsi con spirito critico che consenta loro di affrontare il proprio futuro con la voglia di superare gli ostacoli. È questo ciò di cui avranno bisogno lungo il corso della loro esistenza». Nei giorni scorsi abbiamo raccontato anche storie di alunni di scuole elementari e medie portati a incontrare richiedenti asilo. Scuole in cui si organizzano «feste dell'accoglienza» e altre attività piuttosto schierate a livello ideologico. Non pensa che anche questo genere di attività andrebbe limitato?«La scuola favorisce naturalmente l'inclusione. È un luogo in cui dobbiamo garantire una formazione di qualità a tutti gli studenti. È l'ambiente in cui i nostri bambini e ragazzi imparano il rispetto degli altri e delle loro idee. Dobbiamo trattare questo tema in maniera seria, senza forzature. Dobbiamo tutelare i diritti dei nostri ragazzi. Quello allo studio è fondamentale. Per loro e per il Paese intero».Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-forzature-la-scuola-non-e-fatta-per-indottrinare-2614339698.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="segnalateci-i-volumi-che-portano-lideologia-dentro-le-classi" data-post-id="2614339698" data-published-at="1780235882" data-use-pagination="False"> Segnalateci i volumi che portano l’ideologia dentro le classi Quando, in alcuni manuali di storia, abbiamo letto di «migrazioni barbariche» (un modo politicamente corretto per definire le invasioni armate), pensavamo che fosse stato raggiunto il punto più basso. Ma ci sbagliavamo eccome. In questi mesi, grazie a segnalazioni di genitori e pure di insegnanti, ci siamo imbattuti in libri di testo scolastici che definire ideologizzati è quasi ridicolo. Giusto la scorsa settimana, abbiamo scoperto che uno dei manuali di letteratura più diffusi nelle scuole superiori italiane (parliamo di milioni di copie) utilizza l'opera di Alessandro Manzoni per attaccare populisti ed euroscettici. Il testo in questione si intitola I classici nostri contemporanei, lo pubblica Paravia e lo firmano Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria. A pagina 945 si parla dei Promessi sposi e si legge: «Le farneticazioni della folla milanese del Seicento possono ricordarci tante altre idee false che trovano oggi facile accoglienza nelle credenze di massa: ad esempio quelle intorno all'euro, a cui da molti viene attribuita la colpa della difficile situazione economica attuale, mentre le cause di essa, come tutti dovrebbero sapere, sono state le speculazioni finanziarie internazionali che nel 2008 hanno innescato una crisi economica mai vista dopo la Grande Depressione». Una visione equilibrata, non c'è che dire. E il Manzoni non è l'unico mostro sacro delle lettere a essere pervertito. Ugo Foscolo viene paragonato ai sessantottini e ai fan di Mani pulite. Giuseppe Parini è utilizzato per una tirata pro migranti. Vittorio Alfieri diventa l'occasione per parlare del G8 di Genova e dell'Ilva. A confronto di tutto questo, le assurdità sulle «migrazioni barbariche» appaiono come trascurabili sviste. In giro per le classi italiane, tuttavia, c'è persino di peggio. Ad esempio il manuale di storia rivolto ai ragazzini di prima media di cui parliamo in queste pagine, e in cui viene celebrato l'operato di Mimmo Lucano, il sindaco di Riace (anzi, attualmente è sospeso dalle funzioni e non può dimorare nel suo paese poiché al centro di un'indagine piuttosto importante). Come spiega il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti, è importante che la scuola stimoli il pensiero critico. È importante che in aula si sentano opinioni diverse, e di certo non pretendiamo che ovunque si imponga la stessa visione del mondo. Ma in tanti, troppi casi assistiamo a un vero e proprio indottrinamento, dal quale gli studenti, specie i più piccoli, non hanno gli strumenti per difendersi. Invitare un ragazzino di prima media a imitare il sindaco di Riace, spingerlo a scrivere letterine di benvenuto ai richiedenti asilo (come accaduto in una scuola di Palermo) significa obbligarlo a credere nell'accoglienza indiscriminata. Significa raccontargli bugie e non offrirgli nemmeno la possibilità di formarsi un'opinione personale. Per questo motivo invitiamo voi lettori a segnalarci tutti i casi più clamorosi che vi capitano sotto gli occhi. Scriveteci all'indirizzo Lettere@laverita.info (mettendo come oggetto della mail «Libri di testo») e indicateci i manuali scolastici ideologizzati e politicamente distorti. Specificate il titolo del libro, gli autori e la classe in cui è adottato. Se volete, potete anche raccontarci episodi simili a quello palermitano citato prima: compiti in classe, compiti a casa, feste, eventi, gite... In questi mesi abbiamo assistito a ogni genere di strumentalizzazioni. Raccontateci quelle di cui siete stati testimoni. Noi le raccoglieremo tutte e ne daremo conto sul giornale. Perché la discussione (anche accesa), le visioni del mondo e le posizioni politiche diverse e vanno bene. Il lavaggio del cervello no. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-forzature-la-scuola-non-e-fatta-per-indottrinare-2614339698.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-manuale-di-storia-di-prima-media-la-celebrazione-del-sindaco-di-riace" data-post-id="2614339698" data-published-at="1780235882" data-use-pagination="False"> Nel manuale di storia di prima media la celebrazione del sindaco di Riace Figuratevi, per un attimo, la scena. Siete i genitori di un ragazzino che frequenta la prima media. È domenica sera, siete seduti sul divano di casa, con la tv accesa. A un certo punto, su Rai 1, appare un signore chiamato Mimmo Lucano. È il sindaco di Riace, un signore indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, e se ne sta accomodato nel salottino di Fabio Fazio, a Che tempo che fa. Lucano, sulla rete ammiraglia dell'emittente pubblica, recita la parte della vittima del sistema, si atteggia a eroe dell'accoglienza, può dire tutto quello che gli passa per la mente senza che il conduttore gli faccia domande pungenti. Bene, voi genitori assistete a questo spettacolo assieme a vostro figlio (o a vostra figlia). Siete un po' irritati, perché sui giornali avete letto vari articoli a proposito di Lucano, e non pensate che sia esattamente un martire o un modello da imitare. State per cambiare canale quando il vostro bimbo vi interrompe e vi dice: «Io quel signore lo conosco, lo abbiamo studiato a scuola». Voi guardate il pargolo allibiti: «Ma no, ti stai sbagliando, non potete averlo studiato...». Il piccolo, però, insiste: «Adesso vi faccio vedere». Corre in camera, prende il suo libro di storia e ve lo mostra. Effettivamente ha ragione. Nel suo libro di storia c'è un bel capitolo dedicato a Mimmo Lucano. Se a casa vostra si verificasse una situazione del genere, come reagireste? La domanda è rilevante. Perché la scena che abbiamo descritto è immaginaria, ma Lucano da Fazio a farsi imbrodare c'è andato davvero e, soprattutto, il libro scolastico che incensa il sindaco di Riace esiste eccome, e lo maneggiano parecchi alunni delle medie. Per la precisione, si intitola Incontra la storia, ed è pubblicato da Mondadori Education. A firmarlo è Vittoria Calvani, autrice di numerosi volumi scolastici. Abbiamo appreso dell'esistenza di questo testo grazie a una segnalazione su Twitter, e siamo andati a controllare. Sul sito della Mondadori, il tomo viene presentato così: «Gli eventi della Storia raccontati dalla penna di una grande autrice, in un corso che risponde alle esigenze didattiche di oggi». Beh, a quanto pare fra le esigenze didattiche odierne c'è anche quella di celebrare Mimmo Lucano e il suo sistema d'accoglienza. A pagina 105 di Incontra la storia si conclude un capitolo piuttosto lungo dedicato a «Gli arabi e l'islam». A parte qualche luogo comune e qualche affermazione discutibile (per esempio sulla «pacifica convivenza» tra fedi diverse imposta dagli arabi dopo la conquista militare di vari territori), il capitolo in questione appare tutto sommato decente. Ma ecco che, a pagina 106, ci troviamo davanti a due pagine di puro delirio. La sezione ha questo titolo: «La tolleranza. Ad accogliere ci guadagniamo tutti». La prima domanda che sorge è: ma che cosa c'entra tutto ciò con gli arabi? Ecco la spiegazione. Secondo Vittoria Calvani, autrice del manuale di storia, «una delle migliori qualità dell'impero arabo-islamico è stata la tolleranza». Ma certo, sottomettevano gli infedeli con la spada, poi li trattavano da esseri umani inferiori (come ha spiegato il celebre storico Bernard Lewis in più saggi), ma la loro prima qualità era la «tolleranza». E non è finita. La Calvani spiega che la tolleranza è «un valore fondamentale, che può rivelarsi molto prezioso anche per la nostra società odierna. A questo proposito ecco la storia di Mimmo Lucano, sindaco di Riace». Nel testo che segue si racconta che a Riace «convivono persone provenienti da oltre venti Paesi» e che «la scuola elementare è rimasta aperta soltanto grazie ai bimbi dei migranti, e le tradizioni locali rivivono nella quotidianità dei nuovi cittadini». Certo, «quando Mimmo decise di accogliere duecento stranieri nel suo paesino, sapeva che non sarebbe stato facile: arrivavano dal Medio Oriente, una terra con usi, religioni, lingue e tradizioni molto lontane da quelle calabresi. Eppure, il tempo gli ha dato ragione. È bastato fare uno sforzo (in realtà anche più di uno!), provare ad andare oltre le proprie idee per accogliere quelle altrui, e l'esperimento ha funzionato». La favola, ovviamente, ha un lieto fine: «E così, essere tolleranti si è rivelato vantaggioso per tutti: per i riacesi, che hanno salvato le sorti della loro cittadina, e per gli stranieri, che oggi hanno una nuova vita e una nuova casa». Ora, che in un libro di testo delle medie si trovino banalità buoniste è senz'altro fastidioso, ma lo si può perfino accettare. Ma l'elogio del sindaco di Riace proprio no. A meno che, tra i materiali didattici a disposizione degli studenti non si includano le intercettazioni in cui Mimmo Lucano spiega di essere «un fuorilegge» o combina matrimoni tra «uno stupido» chiamato Giosi e una donna nigeriana al solo scopo di far ottenere il permesso di soggiorno a quest'ultima. Se si vuole spiegare ai ragazzini in che cosa consiste il modello Riace, allora bisognerebbe che sapessero che si basa interamente sui denari pubblici, usati per i centri d'accoglienza e mai rendicontati dall'amministrazione comunale. Agli alunni, tuttavia, viene propinata solamente la storiella edificante del Comune da imitare. Si dice che Lucano è un esempio di tolleranza. Si invitano i ragazzi a «contribuire a costruire una società più accogliente». Alla fine del capitolo c'è pure un esercizio, definito «compito di realtà». Sentite in che cosa consiste: «Un gruppo di profughi viene ospitato nella tua città. Chiediti in che modo queste persone potrebbero essere coinvolte nella vita della comunità». Seguono tre domande a cui rispondere. Infine, l'esercizio del libro prevede che l'alunno realizzi «un opuscolo in cui raccogli le tue idee per una buona convivenza fra i migranti e i tuoi concittadini». A questo punto, si potrebbe realizzare un kit da distribuire nelle scuole: «Il piccolo sindaco di Riace». Sarebbe un bel gioco educativo, simile al Monopoli. Con una differenza: invece di finire in prigione senza passare dal via, si finisce agli arresti domiciliari e poi si rilasciano interviste a Fabio Fazio. Francesco Borgonovo Antonio Grizzuti
Pedro Sánchez (Ansa)
Come è noto, il governo di Madrid, con un un decreto promulgato lo scorso aprile, ha deciso di estendere la cittadinanza spagnola a oltre mezzo milione di immigrati clandestini presenti nel Paese. Una scelta che doveva essere dettata da ragioni soprattutto economiche. Per lo Psoe, il partito socialista di Pedro Sánchez, e per la sinistra di Podemos, guidata da Ione Belarra, l’aumento del Pil del 2,9% nel 2025 era dovuto soprattutto al contributo degli stranieri che, col loro lavoro, non solo avevano permesso di migliorare l’economia spagnola, ma avevano anche rafforzato il sistema del welfare. Sulla carta, quindi, l’operazione del governo spagnolo era perfetta. Sulla carta, però. Perché El Confidencial ha raccolto i numeri elaborati dall’Airef, l’autorità indipendente per la responsabilità fiscale, che raccontano tutta un’altra storia rispetto a quella proposta da Sánchez. Secondo le stime, infatti, l’impatto a lungo termine di questa enorme regolarizzazione (500.000 immigrati su poco più di 860.000, quindi più della metà) sarà estremamente limitato: solo lo 0,03% del Pil. Praticamente nulla.
Più precisamente, secondo l’Airef, questa regolarizzazione di massa contribuirà con lo 0,07% del Pil in contributi durante il primo anno di attuazione, pari a circa 1,3 miliardi di euro. Questa cifra aumenterà nei primi anni successivi alla regolarizzazione, raggiungendo un picco dello 0,11% del Pil nel 2030 che, secondo le previsioni di crescita nominale dell’Airef, ammonterebbe a circa 2,3 miliardi di euro. «In media» - ha detto, durante la conferenza stampa di presentazione dei dati, il presidente dell’Airef, Inés Olóndriz -«su un periodo di tempo molto lungo, l’impatto della regolarizzazione degli immigrati è molto ridotto, nell’ordine di due cifre decimali». Quelle che noi, quando si parla di elezioni, definiremmo da prefisso telefonico.
Ma c’è di più. Perché questo scarso beneficio sul Pil potrebbe diminuire ulteriormente nei prossimi anni, come spiega sempre l’Airef: «L’impatto si attenuerà nell’arco di altri quattro anni [2034, ndr], sulla base delle precedenti regolarizzazioni».
C’è però un altro scenario possibile: quello di un ennesimo allargamento della cittadinanza nei prossimi anni. Potenzialmente, infatti, la platea potrebbe aumentare a 950.000 persone, considerando coloro che sono stati in qualche modo registrati, ma che però risultano privi di documenti, e gli altri richiedenti asilo.
Quindi, se l’economia ti smentisce perché farlo? Perché la Spagna ha anche un enorme problema demografico. Lo stesso, anzi a tratti peggiore, che è presente in tutto il mondo occidentale: non si fanno figli, se non in tarda età e i morti sono più dei nati.
Alcuni numeri: nel 2014 le nascite erano 428.000. Dieci anni dopo, nel 2024, solamente 318.000. Che, tradotto, significa circa il 25% in meno solamente in un decennio. Il tasso di fecondità in Spagna, poi, si attesta a 1,1 figli per donna, uno dei dati più bassi presente in Occidente e, soprattutto, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere la popolazione stabile. Continuando a mettere a confronto i numeri degli ultimi dieci anni notiamo che gli over 65 sono aumentati di oltre il 17% mentre gli over 85 sono cresciuti di circa il 35%. Da ciò deriva la grande difficoltà economica legata soprattutto al welfare. Se andiamo invece ad analizzare i numeri delle persone straniere notiamo un trend opposto. Secondo quanto raccolto dall’Istituto nazionale di statistica spagnolo, un bambino su tre è nato da una mamma nata all’estero. Negli ultimi quattro anni, poi, sono giunti nel Paese almeno 1,6 milioni di persone straniere provenienti soprattutto da Colombia, Venezuela, altri Paesi latinoamericani e Marocco. Tutti Paesi in cui il tasso di fertilità è molto più alto e che, a tendere, andranno a sostituire la popolazione locale. Che è lecito, sia chiaro. Ma ne vale davvero la pena? Non sarebbe meglio - prima di allargare le maglie della cittadinanza con pochi controlli su chi si sta accogliendo, come segnalato dagli stessi sindacati di polizia spagnola - incentivare le nascite locali? Pare proprio che la sinistra spagnola, che in questo si trova in ottima compagnia con quella italiana, stia facendo il possibile per far sì che la popolazione locale diventi una minoranza. Che forse, a quel punto, verrà finalmente tutelata.
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Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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