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2019-12-17
Gli sgambetti di Bankitalia e Ue a Pop Bari
Ansa
Le polemiche politiche e i numerosi articoli di stampa sul ruolo di Bankitalia nella storia che porta Popolare di Bari al commissariamento, hanno scosso l'istituzione guidata da Ignazio Visco. Ieri è stato diffuso un memorandum con due finalità. Il primo, ricordare che tutti gli interventi di Bankitalia servivano a evitare la liquidazione.
Se la banca fosse finita a gambe all'aria la scorsa settimana, il fondo interbancario avrebbe dovuto risarcire i correntisti con meno di 100.000 euro sul conto con ben 4,5 miliardi. Senza dimenticare che il totale dei depositi a oggi supera gli 8 miliardi e che gli azionisti sono 69.000. Ciascuno di essi ha un investimento medio di 5.000 euro e gli obbligazionisti detengono bond subordinati per 220 milioni. A tutto ciò si aggiunge l'attività sul territorio: 6 miliardi di impieghi.
Insomma, Visco mette le mani avanti e spiega al governo che se salta una banca il primo a saltare è il governo stesso e non il governatore della Banca centrale. Vale anche nel caso di Pop Bari, come per i precedenti crac. Un modo elegante per ricordare soprattutto ai 5 stelle che non è il momento per avviare battaglie politiche contro di lui. A meno che Luigi Di Maio non voglia rischiare di farsi travolgere da un mancato salvataggio. Il messaggio subliminale si legge nella nota in fondo a pagina 3. Bankitalia, dopo essersi dilungata sull'attività di vigilanza, sulle sette inchieste aperte dopo il 2010 e sugli interventi congiunti con la Consob, spiega che nel secondo trimestre del 2019 «a seguito dell'introduzione dell'incentivo fiscale previsto dal decreto Crescita, l'intermediario intensifica le attività di aggregazione».
Il riferimento è alla norma approvato dal governo gialloblù mirata a creare agevolazioni fiscali in caso di aggregazioni trasformando le Dat (attività fiscali differite) in crediti di imposta da usare subito. Nel testo non c'era un riferimento esplicito a Pop Bari, ma la norma serviva chiaramente (è così è stata spiegata anche dalla Lega che l'ha promossa) a permettere all'istituto pugliese di consolidare il patrimonio per circa 300 milioni. Visco fa scrivere nel report che la «compatibilità di tale previsioni normativa con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato è tuttora al vaglio della Commissione Ue».
In pratica, Bankitalia ammettere che ora la sorte della Pop Bari è veramente nelle mani di Bruxelles e che le uniche che possono mediare sono le istituzioni: vuoi il Colle, vuoi Bankitalia.
Nella postilla a pié di pagina c'è l'ammissione dell'auto condanna che riporta il cerchio dei salvataggi al 2013 e collega direttamente il cappio della Bari all'acquisizione di Tercas, promossa proprio da Bankitalia. Lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue che ha dichiarato illegittimo l'intervento della Commissione contro l'uso del Ftdi nel 2013, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Pop Bari si è messa in scia. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. I vertici hanno chiesto i danni. A maggio la Commissione Ue si è appellata.
Se i giudici confermassero però il primo grado, metterebbero nero su bianco che la Commissione ha sbagliato tutto. E che ha contribuito a far saltare per aria almeno 5 banche. Il report di Bankitalia di ieri ci ricorda che la Commissione ha un'arma molto più potente di quanto pensassimo per barattare il salvataggio della Pop Bari con l'esito della causa in corso presso la Corte Ue. Da un lato, l'Abi ha la possibilità di mettere nell'angolo sei anni di politiche aggressive contro i nostri istituti, dall'altro la Commissione ha la possibilità di far saltare Pop Bari e con essa il governo. Le basterebbe definire il credito d'imposta inserito nel decreto Crescita illecito e a quel punto mancherebbero di colpo 300 milioni rendendo il decreto di domenica notte ampiamente insufficiente. Dopo aver detto sì al salvataggio di NordLb, la banca dei Länder tedeschi appena ricapitalizzata, la Commissione avrebbe difficoltà a bocciare l'intervento del Mediocredito, ma le modifiche dei Dat sono tutt'altra cosa. Un cavillo che ci riporta indietro ai tempi peggiori, e visto come la situazione patrimoniale di Pop Bari è stata spinta all'estremo, il «suggerimento» di Visco sembra essere l'unica strada possibile: accettare il baratto imposto dall'Ue, ritirare la causa su Tercas e salvare la Bari. Il capo di Bankitalia deve essere tanto consapevole del bivio «spintaneo» che nella cronologia auto assolutoria di ieri ha omesso un «dettaglio». Prima dell'intervento di Pop Bari in Tercas, la banca di Teramo aveva un debito di ben 480 milioni nei confronti di Bankitalia (più di metà del valore del decreto di salvataggio). Si trattava di un prestito finalizzato a stabilizzare la liquidità. A pagina 22 del bilancio della Bari - anno 2013 - si evince chiaramente che quel debito è passato in toto sulle spalle dell'acquirente di Tercas. Una cifra enorme, che è stata interamente ripagata. Portando sofferenze e debito di Tercas a circa 2 miliardi. Dei 220 milioni di bond subordinati finiti anche ai piccoli consumatori (come scrive Bankitalia), ben 213 sono stati utilizzati per coprire la spesa destinata all'acquisizione di Tercas. Il decreto di domenica, tra le altre cose, vuole evitare che gli obbligazionisti vengano sbancati. Figuriamoci che accadrebbe in caso contrario, e se qualcuno volesse dimostrare che alla fine Bankitalia è stata rimborsata e i cittadini comuni no.
Intanto i giallorossi si scannano per le poltrone di Palazzo Koch

Ansa
«La nomina di Antonio Blandini a Commissario della Popolare di Bari ha provocato una forte irritazione tra i 5 Stelle. Bankitalia ha, infatti, scelto come commissario, a Bari, il professore universitario che, in passato, era stato indicato dalla stessa autorità di vigilanza come membro del comitato di sorveglianza nel commissariamento di Tercas. Ci si chiede come Blandini possa valutare, con oggettività, i problemi arrecati ai conti della BpB dalla fusione con Tercas e possa esprimere una valutazione oggettiva su una eventuale sottovalutazione delle sofferenze della banca abruzzese al momento della fusione con Bari». È la velina diffusa ieri dai vertici del Movimento, che ha deciso di attaccare frontalmente il numero uno di Via Nazionale, Ignazio Visco. A differenza del Pd, che su questa vicenda vuole stare coperto e allineato (visto gli storici interessi dei Ds di Massimo D'Alema nell'area), e di Italia viva che pattina sul ghiaccio (visto le scivolate di Boschi & C. su Etruria), il Movimento di Di Maio può permettersi di sbandierare la solita avversione verso banchieri e regolatori. D'altronde tutti precedenti crac sembrano non aver insegnato nulla. E nessuno sembra intenzionato a riformare una volta per tutte la governance di Palazzo Koch. Nessuno sembra dell'idea di separare l'attività di vigilanza da quella di risoluzione. Finché si mantiene questa commistione di poteri, c'è il rischio concreto che gli effetti che abbiamo sotto gli occhi si ripetano in continuo: crisi protratte nel tempo, tendenza a provare a coprire in sede di risoluzione errori commessi in sede di vigilanza e magari tendenza a far sposare «due zoppi», come si suol dire. Eppur eil tema caldo viene solo scalfito dai partiti. Ieri Anche Matteo Renzi è intervenuto sostenendo che Italia viva è più responsabile del M5s perchè pensa al bene dei risparmiatori. Purtroppo in questo momento le accuse dei partiti a Bankitalia nascondono interessi diversi dalla tutela dei risparmiatori italiani (la ratio del decreto di salvataggio da 900 milioni). Nascondo la partita della poltrone.
Mentre infuria la polemica, tra Bankitalia e Palazzo Chigi si ragiona su un dossier altrettanto delicato, quello del risiko imminente delle nomine proprio di via Nazionale. Se ne era parlato già all'inizio dell'anno, dopo le tensioni sulla precedente manovra quando si era capito che Fabio Panetta, attuale dg, avrebbe fatto il salto nel consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce). A gennaio ci sarà il passaggio formale. Per questo motivo da mesi il governatore Visco avrebbe incominciato a muovere le sue pedine per formare il nuovo direttorio di Bankitalia, organo di massima importanza. Le critiche sulla gestione del caso Tercas-Popolare di Bari di questi giorni, con le bordate del leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, servono a non trovare la quadra. Per questo la convocazione del consiglio direttivo del 20 dicembre potrebbe slittare, tanto che addetti ai lavori parlano di metà gennaio come orizzonte per la decisione finale.
Il nome che circola ormai da mesi è quello di Daniele Franco, attuale vice direttore generale, che dovrebbe essere promosso e prendere le deleghe della presidenza di Ivass, come richiesto da Visco. Il punto è che a liberarsi sarà una casella tutt'ora contesa e che riguarda da vicino anche Palazzo Chigi. Il posto vacante del direttorio dovrebbe andare a Piero Cipollone, nel settembre 2018 nominato consigliere economico (a titolo gratuito) del presidente del Consiglio, ma nominato a ottobre di quest'anno, con un blitz di Visco, funzionario generale con l'incarico di «alta consulenza al direttorio» di Banca d'Italia. Cipollone è molto richiesto. Ha gestito quando era a Chigi il dossier Carige, e in questi mesi è stato spesso l'interlocutore di Conte con gli investitori. A quanto apprende La Verità il premier lo vorrebbe ancora nella sua squadra, anche perché proprio Cipollone ha saputo gestire in questi mesi soprattutto i rapporti con la Commissione europea, interloquendo spesso con l'ex presidente Jean-Claude Juncker. Non a caso, oltre al suo nome circola quello di Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Dopo aver formato il nuovo direttorio bisognerà affidare le deleghe. Luigi Federico Signorini, che a febbraio rischiò di non essere riconfermato per gli attacchi concentrici di Lega e 5 stelle, avrà con tutta probabilità quella sui conti pubblici. Mentre quelle di Franco sul bilancio e banconote dovrebbero finire ai due che si contendono il posto nel direttorio, Cipollone o Gaiotti. Alessandra Perrazzelli, che è anche nel membro del direttorio su Ivass, si troverà quasi sicuramente la delega alla vigilanza. Più i 5 stelle insistono nel mettere in difficoltà Visco, più immaginano di aver la possibilità di infilare qualche nome gradito al giro della Casaleggio. Difficile che avvenga. Lo si evince anche dalla forza con cui ieri Bankitalia ha risposto alla minaccia di Di Maio di avviare una nuova commissione d'inchiesta sulle banche. «Oggi viviamo in un clima difficile», ha avvertito il governatore presentando il docufilm sul caso Ambrosoli, «la situazione economica non è favorevole, si è spesso alla ricerca di illusori capri espiatori e ne emergono sentimenti di odio e modelli negativi». Il riferimento alla Pop Bari era molto chiaro.
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Via Nazionale ammette che la Commissione blocca la legge sui crediti d'imposta da 300 milioni. L'istituto, però, ha patito anche l'acquisto di Tercas e dei suoi debiti.Le schermaglie sul decreto di salvataggio da 900 milioni celano la lotta per il nuovo direttorio. Daniele Franco verso il ruolo di dg, ma per le altre caselle il M5s vuole dire la sua. Ed è pronto a fare la guerra al governatore.Lo speciale contiene due articoli.Le polemiche politiche e i numerosi articoli di stampa sul ruolo di Bankitalia nella storia che porta Popolare di Bari al commissariamento, hanno scosso l'istituzione guidata da Ignazio Visco. Ieri è stato diffuso un memorandum con due finalità. Il primo, ricordare che tutti gli interventi di Bankitalia servivano a evitare la liquidazione. Se la banca fosse finita a gambe all'aria la scorsa settimana, il fondo interbancario avrebbe dovuto risarcire i correntisti con meno di 100.000 euro sul conto con ben 4,5 miliardi. Senza dimenticare che il totale dei depositi a oggi supera gli 8 miliardi e che gli azionisti sono 69.000. Ciascuno di essi ha un investimento medio di 5.000 euro e gli obbligazionisti detengono bond subordinati per 220 milioni. A tutto ciò si aggiunge l'attività sul territorio: 6 miliardi di impieghi. Insomma, Visco mette le mani avanti e spiega al governo che se salta una banca il primo a saltare è il governo stesso e non il governatore della Banca centrale. Vale anche nel caso di Pop Bari, come per i precedenti crac. Un modo elegante per ricordare soprattutto ai 5 stelle che non è il momento per avviare battaglie politiche contro di lui. A meno che Luigi Di Maio non voglia rischiare di farsi travolgere da un mancato salvataggio. Il messaggio subliminale si legge nella nota in fondo a pagina 3. Bankitalia, dopo essersi dilungata sull'attività di vigilanza, sulle sette inchieste aperte dopo il 2010 e sugli interventi congiunti con la Consob, spiega che nel secondo trimestre del 2019 «a seguito dell'introduzione dell'incentivo fiscale previsto dal decreto Crescita, l'intermediario intensifica le attività di aggregazione». Il riferimento è alla norma approvato dal governo gialloblù mirata a creare agevolazioni fiscali in caso di aggregazioni trasformando le Dat (attività fiscali differite) in crediti di imposta da usare subito. Nel testo non c'era un riferimento esplicito a Pop Bari, ma la norma serviva chiaramente (è così è stata spiegata anche dalla Lega che l'ha promossa) a permettere all'istituto pugliese di consolidare il patrimonio per circa 300 milioni. Visco fa scrivere nel report che la «compatibilità di tale previsioni normativa con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato è tuttora al vaglio della Commissione Ue». In pratica, Bankitalia ammettere che ora la sorte della Pop Bari è veramente nelle mani di Bruxelles e che le uniche che possono mediare sono le istituzioni: vuoi il Colle, vuoi Bankitalia. Nella postilla a pié di pagina c'è l'ammissione dell'auto condanna che riporta il cerchio dei salvataggi al 2013 e collega direttamente il cappio della Bari all'acquisizione di Tercas, promossa proprio da Bankitalia. Lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue che ha dichiarato illegittimo l'intervento della Commissione contro l'uso del Ftdi nel 2013, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Pop Bari si è messa in scia. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. I vertici hanno chiesto i danni. A maggio la Commissione Ue si è appellata. Se i giudici confermassero però il primo grado, metterebbero nero su bianco che la Commissione ha sbagliato tutto. E che ha contribuito a far saltare per aria almeno 5 banche. Il report di Bankitalia di ieri ci ricorda che la Commissione ha un'arma molto più potente di quanto pensassimo per barattare il salvataggio della Pop Bari con l'esito della causa in corso presso la Corte Ue. Da un lato, l'Abi ha la possibilità di mettere nell'angolo sei anni di politiche aggressive contro i nostri istituti, dall'altro la Commissione ha la possibilità di far saltare Pop Bari e con essa il governo. Le basterebbe definire il credito d'imposta inserito nel decreto Crescita illecito e a quel punto mancherebbero di colpo 300 milioni rendendo il decreto di domenica notte ampiamente insufficiente. Dopo aver detto sì al salvataggio di NordLb, la banca dei Länder tedeschi appena ricapitalizzata, la Commissione avrebbe difficoltà a bocciare l'intervento del Mediocredito, ma le modifiche dei Dat sono tutt'altra cosa. Un cavillo che ci riporta indietro ai tempi peggiori, e visto come la situazione patrimoniale di Pop Bari è stata spinta all'estremo, il «suggerimento» di Visco sembra essere l'unica strada possibile: accettare il baratto imposto dall'Ue, ritirare la causa su Tercas e salvare la Bari. Il capo di Bankitalia deve essere tanto consapevole del bivio «spintaneo» che nella cronologia auto assolutoria di ieri ha omesso un «dettaglio». Prima dell'intervento di Pop Bari in Tercas, la banca di Teramo aveva un debito di ben 480 milioni nei confronti di Bankitalia (più di metà del valore del decreto di salvataggio). Si trattava di un prestito finalizzato a stabilizzare la liquidità. A pagina 22 del bilancio della Bari - anno 2013 - si evince chiaramente che quel debito è passato in toto sulle spalle dell'acquirente di Tercas. Una cifra enorme, che è stata interamente ripagata. Portando sofferenze e debito di Tercas a circa 2 miliardi. Dei 220 milioni di bond subordinati finiti anche ai piccoli consumatori (come scrive Bankitalia), ben 213 sono stati utilizzati per coprire la spesa destinata all'acquisizione di Tercas. Il decreto di domenica, tra le altre cose, vuole evitare che gli obbligazionisti vengano sbancati. Figuriamoci che accadrebbe in caso contrario, e se qualcuno volesse dimostrare che alla fine Bankitalia è stata rimborsata e i cittadini comuni no.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-lo-scrive-bruxelles-tiene-in-ostaggio-pop-bari-ma-pure-visco-ha-delle-colpe-2641609601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-i-giallorossi-si-scannano-per-le-poltrone-di-palazzo-koch" data-post-id="2641609601" data-published-at="1778929901" data-use-pagination="False"> Intanto i giallorossi si scannano per le poltrone di Palazzo Koch Ansa «La nomina di Antonio Blandini a Commissario della Popolare di Bari ha provocato una forte irritazione tra i 5 Stelle. Bankitalia ha, infatti, scelto come commissario, a Bari, il professore universitario che, in passato, era stato indicato dalla stessa autorità di vigilanza come membro del comitato di sorveglianza nel commissariamento di Tercas. Ci si chiede come Blandini possa valutare, con oggettività, i problemi arrecati ai conti della BpB dalla fusione con Tercas e possa esprimere una valutazione oggettiva su una eventuale sottovalutazione delle sofferenze della banca abruzzese al momento della fusione con Bari». È la velina diffusa ieri dai vertici del Movimento, che ha deciso di attaccare frontalmente il numero uno di Via Nazionale, Ignazio Visco. A differenza del Pd, che su questa vicenda vuole stare coperto e allineato (visto gli storici interessi dei Ds di Massimo D'Alema nell'area), e di Italia viva che pattina sul ghiaccio (visto le scivolate di Boschi & C. su Etruria), il Movimento di Di Maio può permettersi di sbandierare la solita avversione verso banchieri e regolatori. D'altronde tutti precedenti crac sembrano non aver insegnato nulla. E nessuno sembra intenzionato a riformare una volta per tutte la governance di Palazzo Koch. Nessuno sembra dell'idea di separare l'attività di vigilanza da quella di risoluzione. Finché si mantiene questa commistione di poteri, c'è il rischio concreto che gli effetti che abbiamo sotto gli occhi si ripetano in continuo: crisi protratte nel tempo, tendenza a provare a coprire in sede di risoluzione errori commessi in sede di vigilanza e magari tendenza a far sposare «due zoppi», come si suol dire. Eppur eil tema caldo viene solo scalfito dai partiti. Ieri Anche Matteo Renzi è intervenuto sostenendo che Italia viva è più responsabile del M5s perchè pensa al bene dei risparmiatori. Purtroppo in questo momento le accuse dei partiti a Bankitalia nascondono interessi diversi dalla tutela dei risparmiatori italiani (la ratio del decreto di salvataggio da 900 milioni). Nascondo la partita della poltrone. Mentre infuria la polemica, tra Bankitalia e Palazzo Chigi si ragiona su un dossier altrettanto delicato, quello del risiko imminente delle nomine proprio di via Nazionale. Se ne era parlato già all'inizio dell'anno, dopo le tensioni sulla precedente manovra quando si era capito che Fabio Panetta, attuale dg, avrebbe fatto il salto nel consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce). A gennaio ci sarà il passaggio formale. Per questo motivo da mesi il governatore Visco avrebbe incominciato a muovere le sue pedine per formare il nuovo direttorio di Bankitalia, organo di massima importanza. Le critiche sulla gestione del caso Tercas-Popolare di Bari di questi giorni, con le bordate del leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, servono a non trovare la quadra. Per questo la convocazione del consiglio direttivo del 20 dicembre potrebbe slittare, tanto che addetti ai lavori parlano di metà gennaio come orizzonte per la decisione finale. Il nome che circola ormai da mesi è quello di Daniele Franco, attuale vice direttore generale, che dovrebbe essere promosso e prendere le deleghe della presidenza di Ivass, come richiesto da Visco. Il punto è che a liberarsi sarà una casella tutt'ora contesa e che riguarda da vicino anche Palazzo Chigi. Il posto vacante del direttorio dovrebbe andare a Piero Cipollone, nel settembre 2018 nominato consigliere economico (a titolo gratuito) del presidente del Consiglio, ma nominato a ottobre di quest'anno, con un blitz di Visco, funzionario generale con l'incarico di «alta consulenza al direttorio» di Banca d'Italia. Cipollone è molto richiesto. Ha gestito quando era a Chigi il dossier Carige, e in questi mesi è stato spesso l'interlocutore di Conte con gli investitori. A quanto apprende La Verità il premier lo vorrebbe ancora nella sua squadra, anche perché proprio Cipollone ha saputo gestire in questi mesi soprattutto i rapporti con la Commissione europea, interloquendo spesso con l'ex presidente Jean-Claude Juncker. Non a caso, oltre al suo nome circola quello di Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Dopo aver formato il nuovo direttorio bisognerà affidare le deleghe. Luigi Federico Signorini, che a febbraio rischiò di non essere riconfermato per gli attacchi concentrici di Lega e 5 stelle, avrà con tutta probabilità quella sui conti pubblici. Mentre quelle di Franco sul bilancio e banconote dovrebbero finire ai due che si contendono il posto nel direttorio, Cipollone o Gaiotti. Alessandra Perrazzelli, che è anche nel membro del direttorio su Ivass, si troverà quasi sicuramente la delega alla vigilanza. Più i 5 stelle insistono nel mettere in difficoltà Visco, più immaginano di aver la possibilità di infilare qualche nome gradito al giro della Casaleggio. Difficile che avvenga. Lo si evince anche dalla forza con cui ieri Bankitalia ha risposto alla minaccia di Di Maio di avviare una nuova commissione d'inchiesta sulle banche. «Oggi viviamo in un clima difficile», ha avvertito il governatore presentando il docufilm sul caso Ambrosoli, «la situazione economica non è favorevole, si è spesso alla ricerca di illusori capri espiatori e ne emergono sentimenti di odio e modelli negativi». Il riferimento alla Pop Bari era molto chiaro.
Stefania Craxi (Ansa)
Guai a sbottonarsi, ma il senso è quello di cercare di trovare una sintesi prima del 3 giugno, come spiegato già dal presidente della Commissione Franco Zaffini: «Il 3 giugno siamo calendarizzati in Aula al Senato, a termine di regolamento, con il ddl Bazoli sul fine vita, ovvero il testo messo a disposizione dal Pd e dall’opposizione nella precedente legislatura. Ma contemporaneamente c’è un testo di maggioranza che sta camminando in commissione e mi auguro che potremo portare in Aula questo».
Il disegno di legge presentato in questa legislatura da Bazoli è nella sostanza il testo approvato dalla Camera nel marzo 2022 e rimasto incompiuto con la fine anticipata della legislatura. Disciplina la morte volontaria medicalmente assistita come un atto autonomo della persona malata, inserito in un percorso svolto con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Contrari all’ipotesi di un coinvolgimento del Ssn ci sarebbero soprattutto esponenti di Fratelli d’Italia e parte della Lega che, come Forza Italia, ha precisato che in assenza di un testo condiviso lasceranno libertà di coscienza ai loro parlamentari. In Forza Italia l’ultima a esprimersi è stata Stefania Craxi in un’intervista rilasciata al Dubbio. «Sul tema del fine vita proveremo, nei modi che saranno possibili, a formulare una proposta chiara e coerente, capace di rappresentare un compromesso non al ribasso ma ragionevole e rispettoso di tutte le sensibilità. L’obiettivo per noi è costruire un terreno d’incontro reale, perché su questioni come il fine vita non può prevalere la logica di parte. Il testo Zanettin-Zullo, che potrà naturalmente essere emendato, corretto e integrato in alcune parti, rappresenta un buon punto di partenza», ha spiegato il presidente dei senatori di Forza Italia. «Sono convinta che la maggioranza possa e debba restare unita intorno a un testo alto ed equilibrato. Spero che nessuno pensi o lavori in senso contrario. Non sarebbe un torto a Forza Italia, ma un errore politico, perché il Paese attende riposte ed esige responsabilità su una materia così delicata».
Il testo cui fa riferimento Craxi è quello base su cui stanno lavorando le commissioni presentato dai senatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia) che mette insieme diversi disegni di legge presentati sul fine vita, compreso quello di Bazoli cambiando però un punto essenziale: il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale. Il testo Zanettin-Zullo interviene sull’articolo 580 del Codice penale e stabilisce in quali casi l’aiuto al suicidio non deve essere punito. Secondo Zullo, che rappresenta tuttora la posizione di Fratelli d’Italia, il suicidio assistito non può rientrare «nelle finalità proprie del Servizio sanitario nazionale». Al contrario del testo Bazoli che parla di «trattamenti sanitari di sostegno vitale», questa proposta parla di «trattamenti sostitutivi di funzioni vitali». Craxi nell’intervista ha auspicato che «nel rispetto delle prerogative dei rispettivi presidenti, la riunione congiunta delle commissioni competenti» sia convocata «al più presto per proseguire la discussione e il voto sul testo unificato Zullo-Zanetti, così da consentirne l’approdo in Aula nei tempi stabiliti. Cerchiamo dialogo e confronto, senza pregiudizi. E spero che anche il presidente Zaia, con la sua autorevolezza e il suo peso politico, voglia spendersi e contribuire a questo percorso, con tutto il suo partito. Tutti insieme possiamo lavorare affinché questo sforzo non finisca in un nulla di fatto».
Il fine vita sarà uno degli argomenti al centro del punto azzurro, un foglio di comunicazione periodico ad uso interno sugli argomenti della settimana, all’interno del quale viene esplicitata la linea tenuta dagli azzurri. Sul fine vita l’idea è quella di trovare «una sintesi umana e costituzionalmente solida». Ad ogni modo a livello nazionale il centrodestra dovrebbe fare il punto all’inizio della prossima settimana, mentre a sinistra la sintesi si trova nel testo a prima firma di Alfredo Bazoli (Pd), il quale è tornato a esprimersi proprio ieri nel merito: «Siamo alla finestra. Vediamo intanto se matura qualcosa nella maggioranza», anche perché «al momento non ci sono interlocuzioni. Se dalla maggioranza ci sarà qualche passo avanti, valuteremo e verificheremo la proposta. Io continuo a pensare che il nostro testo sia un buon punto di partenza» ma «non è un testo scolpito nella pietra. Se dovesse andare in Aula a giugno, si potrà eventualmente anche emendare». Infine ha aggiunto: «Inviterei tutte le forze politiche a non dare vincoli di partito e lasciare libertà di coscienza ai singoli parlamentari perché possano decidere come ritengono più giusto. Stiamo parlando di un tema trasversale agli schieramenti e soprattutto agli elettori».
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