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2019-12-17
Gli sgambetti di Bankitalia e Ue a Pop Bari
Ansa
Le polemiche politiche e i numerosi articoli di stampa sul ruolo di Bankitalia nella storia che porta Popolare di Bari al commissariamento, hanno scosso l'istituzione guidata da Ignazio Visco. Ieri è stato diffuso un memorandum con due finalità. Il primo, ricordare che tutti gli interventi di Bankitalia servivano a evitare la liquidazione.
Se la banca fosse finita a gambe all'aria la scorsa settimana, il fondo interbancario avrebbe dovuto risarcire i correntisti con meno di 100.000 euro sul conto con ben 4,5 miliardi. Senza dimenticare che il totale dei depositi a oggi supera gli 8 miliardi e che gli azionisti sono 69.000. Ciascuno di essi ha un investimento medio di 5.000 euro e gli obbligazionisti detengono bond subordinati per 220 milioni. A tutto ciò si aggiunge l'attività sul territorio: 6 miliardi di impieghi.
Insomma, Visco mette le mani avanti e spiega al governo che se salta una banca il primo a saltare è il governo stesso e non il governatore della Banca centrale. Vale anche nel caso di Pop Bari, come per i precedenti crac. Un modo elegante per ricordare soprattutto ai 5 stelle che non è il momento per avviare battaglie politiche contro di lui. A meno che Luigi Di Maio non voglia rischiare di farsi travolgere da un mancato salvataggio. Il messaggio subliminale si legge nella nota in fondo a pagina 3. Bankitalia, dopo essersi dilungata sull'attività di vigilanza, sulle sette inchieste aperte dopo il 2010 e sugli interventi congiunti con la Consob, spiega che nel secondo trimestre del 2019 «a seguito dell'introduzione dell'incentivo fiscale previsto dal decreto Crescita, l'intermediario intensifica le attività di aggregazione».
Il riferimento è alla norma approvato dal governo gialloblù mirata a creare agevolazioni fiscali in caso di aggregazioni trasformando le Dat (attività fiscali differite) in crediti di imposta da usare subito. Nel testo non c'era un riferimento esplicito a Pop Bari, ma la norma serviva chiaramente (è così è stata spiegata anche dalla Lega che l'ha promossa) a permettere all'istituto pugliese di consolidare il patrimonio per circa 300 milioni. Visco fa scrivere nel report che la «compatibilità di tale previsioni normativa con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato è tuttora al vaglio della Commissione Ue».
In pratica, Bankitalia ammettere che ora la sorte della Pop Bari è veramente nelle mani di Bruxelles e che le uniche che possono mediare sono le istituzioni: vuoi il Colle, vuoi Bankitalia.
Nella postilla a pié di pagina c'è l'ammissione dell'auto condanna che riporta il cerchio dei salvataggi al 2013 e collega direttamente il cappio della Bari all'acquisizione di Tercas, promossa proprio da Bankitalia. Lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue che ha dichiarato illegittimo l'intervento della Commissione contro l'uso del Ftdi nel 2013, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Pop Bari si è messa in scia. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. I vertici hanno chiesto i danni. A maggio la Commissione Ue si è appellata.
Se i giudici confermassero però il primo grado, metterebbero nero su bianco che la Commissione ha sbagliato tutto. E che ha contribuito a far saltare per aria almeno 5 banche. Il report di Bankitalia di ieri ci ricorda che la Commissione ha un'arma molto più potente di quanto pensassimo per barattare il salvataggio della Pop Bari con l'esito della causa in corso presso la Corte Ue. Da un lato, l'Abi ha la possibilità di mettere nell'angolo sei anni di politiche aggressive contro i nostri istituti, dall'altro la Commissione ha la possibilità di far saltare Pop Bari e con essa il governo. Le basterebbe definire il credito d'imposta inserito nel decreto Crescita illecito e a quel punto mancherebbero di colpo 300 milioni rendendo il decreto di domenica notte ampiamente insufficiente. Dopo aver detto sì al salvataggio di NordLb, la banca dei Länder tedeschi appena ricapitalizzata, la Commissione avrebbe difficoltà a bocciare l'intervento del Mediocredito, ma le modifiche dei Dat sono tutt'altra cosa. Un cavillo che ci riporta indietro ai tempi peggiori, e visto come la situazione patrimoniale di Pop Bari è stata spinta all'estremo, il «suggerimento» di Visco sembra essere l'unica strada possibile: accettare il baratto imposto dall'Ue, ritirare la causa su Tercas e salvare la Bari. Il capo di Bankitalia deve essere tanto consapevole del bivio «spintaneo» che nella cronologia auto assolutoria di ieri ha omesso un «dettaglio». Prima dell'intervento di Pop Bari in Tercas, la banca di Teramo aveva un debito di ben 480 milioni nei confronti di Bankitalia (più di metà del valore del decreto di salvataggio). Si trattava di un prestito finalizzato a stabilizzare la liquidità. A pagina 22 del bilancio della Bari - anno 2013 - si evince chiaramente che quel debito è passato in toto sulle spalle dell'acquirente di Tercas. Una cifra enorme, che è stata interamente ripagata. Portando sofferenze e debito di Tercas a circa 2 miliardi. Dei 220 milioni di bond subordinati finiti anche ai piccoli consumatori (come scrive Bankitalia), ben 213 sono stati utilizzati per coprire la spesa destinata all'acquisizione di Tercas. Il decreto di domenica, tra le altre cose, vuole evitare che gli obbligazionisti vengano sbancati. Figuriamoci che accadrebbe in caso contrario, e se qualcuno volesse dimostrare che alla fine Bankitalia è stata rimborsata e i cittadini comuni no.
Intanto i giallorossi si scannano per le poltrone di Palazzo Koch

Ansa
«La nomina di Antonio Blandini a Commissario della Popolare di Bari ha provocato una forte irritazione tra i 5 Stelle. Bankitalia ha, infatti, scelto come commissario, a Bari, il professore universitario che, in passato, era stato indicato dalla stessa autorità di vigilanza come membro del comitato di sorveglianza nel commissariamento di Tercas. Ci si chiede come Blandini possa valutare, con oggettività, i problemi arrecati ai conti della BpB dalla fusione con Tercas e possa esprimere una valutazione oggettiva su una eventuale sottovalutazione delle sofferenze della banca abruzzese al momento della fusione con Bari». È la velina diffusa ieri dai vertici del Movimento, che ha deciso di attaccare frontalmente il numero uno di Via Nazionale, Ignazio Visco. A differenza del Pd, che su questa vicenda vuole stare coperto e allineato (visto gli storici interessi dei Ds di Massimo D'Alema nell'area), e di Italia viva che pattina sul ghiaccio (visto le scivolate di Boschi & C. su Etruria), il Movimento di Di Maio può permettersi di sbandierare la solita avversione verso banchieri e regolatori. D'altronde tutti precedenti crac sembrano non aver insegnato nulla. E nessuno sembra intenzionato a riformare una volta per tutte la governance di Palazzo Koch. Nessuno sembra dell'idea di separare l'attività di vigilanza da quella di risoluzione. Finché si mantiene questa commistione di poteri, c'è il rischio concreto che gli effetti che abbiamo sotto gli occhi si ripetano in continuo: crisi protratte nel tempo, tendenza a provare a coprire in sede di risoluzione errori commessi in sede di vigilanza e magari tendenza a far sposare «due zoppi», come si suol dire. Eppur eil tema caldo viene solo scalfito dai partiti. Ieri Anche Matteo Renzi è intervenuto sostenendo che Italia viva è più responsabile del M5s perchè pensa al bene dei risparmiatori. Purtroppo in questo momento le accuse dei partiti a Bankitalia nascondono interessi diversi dalla tutela dei risparmiatori italiani (la ratio del decreto di salvataggio da 900 milioni). Nascondo la partita della poltrone.
Mentre infuria la polemica, tra Bankitalia e Palazzo Chigi si ragiona su un dossier altrettanto delicato, quello del risiko imminente delle nomine proprio di via Nazionale. Se ne era parlato già all'inizio dell'anno, dopo le tensioni sulla precedente manovra quando si era capito che Fabio Panetta, attuale dg, avrebbe fatto il salto nel consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce). A gennaio ci sarà il passaggio formale. Per questo motivo da mesi il governatore Visco avrebbe incominciato a muovere le sue pedine per formare il nuovo direttorio di Bankitalia, organo di massima importanza. Le critiche sulla gestione del caso Tercas-Popolare di Bari di questi giorni, con le bordate del leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, servono a non trovare la quadra. Per questo la convocazione del consiglio direttivo del 20 dicembre potrebbe slittare, tanto che addetti ai lavori parlano di metà gennaio come orizzonte per la decisione finale.
Il nome che circola ormai da mesi è quello di Daniele Franco, attuale vice direttore generale, che dovrebbe essere promosso e prendere le deleghe della presidenza di Ivass, come richiesto da Visco. Il punto è che a liberarsi sarà una casella tutt'ora contesa e che riguarda da vicino anche Palazzo Chigi. Il posto vacante del direttorio dovrebbe andare a Piero Cipollone, nel settembre 2018 nominato consigliere economico (a titolo gratuito) del presidente del Consiglio, ma nominato a ottobre di quest'anno, con un blitz di Visco, funzionario generale con l'incarico di «alta consulenza al direttorio» di Banca d'Italia. Cipollone è molto richiesto. Ha gestito quando era a Chigi il dossier Carige, e in questi mesi è stato spesso l'interlocutore di Conte con gli investitori. A quanto apprende La Verità il premier lo vorrebbe ancora nella sua squadra, anche perché proprio Cipollone ha saputo gestire in questi mesi soprattutto i rapporti con la Commissione europea, interloquendo spesso con l'ex presidente Jean-Claude Juncker. Non a caso, oltre al suo nome circola quello di Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Dopo aver formato il nuovo direttorio bisognerà affidare le deleghe. Luigi Federico Signorini, che a febbraio rischiò di non essere riconfermato per gli attacchi concentrici di Lega e 5 stelle, avrà con tutta probabilità quella sui conti pubblici. Mentre quelle di Franco sul bilancio e banconote dovrebbero finire ai due che si contendono il posto nel direttorio, Cipollone o Gaiotti. Alessandra Perrazzelli, che è anche nel membro del direttorio su Ivass, si troverà quasi sicuramente la delega alla vigilanza. Più i 5 stelle insistono nel mettere in difficoltà Visco, più immaginano di aver la possibilità di infilare qualche nome gradito al giro della Casaleggio. Difficile che avvenga. Lo si evince anche dalla forza con cui ieri Bankitalia ha risposto alla minaccia di Di Maio di avviare una nuova commissione d'inchiesta sulle banche. «Oggi viviamo in un clima difficile», ha avvertito il governatore presentando il docufilm sul caso Ambrosoli, «la situazione economica non è favorevole, si è spesso alla ricerca di illusori capri espiatori e ne emergono sentimenti di odio e modelli negativi». Il riferimento alla Pop Bari era molto chiaro.
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Via Nazionale ammette che la Commissione blocca la legge sui crediti d'imposta da 300 milioni. L'istituto, però, ha patito anche l'acquisto di Tercas e dei suoi debiti.Le schermaglie sul decreto di salvataggio da 900 milioni celano la lotta per il nuovo direttorio. Daniele Franco verso il ruolo di dg, ma per le altre caselle il M5s vuole dire la sua. Ed è pronto a fare la guerra al governatore.Lo speciale contiene due articoli.Le polemiche politiche e i numerosi articoli di stampa sul ruolo di Bankitalia nella storia che porta Popolare di Bari al commissariamento, hanno scosso l'istituzione guidata da Ignazio Visco. Ieri è stato diffuso un memorandum con due finalità. Il primo, ricordare che tutti gli interventi di Bankitalia servivano a evitare la liquidazione. Se la banca fosse finita a gambe all'aria la scorsa settimana, il fondo interbancario avrebbe dovuto risarcire i correntisti con meno di 100.000 euro sul conto con ben 4,5 miliardi. Senza dimenticare che il totale dei depositi a oggi supera gli 8 miliardi e che gli azionisti sono 69.000. Ciascuno di essi ha un investimento medio di 5.000 euro e gli obbligazionisti detengono bond subordinati per 220 milioni. A tutto ciò si aggiunge l'attività sul territorio: 6 miliardi di impieghi. Insomma, Visco mette le mani avanti e spiega al governo che se salta una banca il primo a saltare è il governo stesso e non il governatore della Banca centrale. Vale anche nel caso di Pop Bari, come per i precedenti crac. Un modo elegante per ricordare soprattutto ai 5 stelle che non è il momento per avviare battaglie politiche contro di lui. A meno che Luigi Di Maio non voglia rischiare di farsi travolgere da un mancato salvataggio. Il messaggio subliminale si legge nella nota in fondo a pagina 3. Bankitalia, dopo essersi dilungata sull'attività di vigilanza, sulle sette inchieste aperte dopo il 2010 e sugli interventi congiunti con la Consob, spiega che nel secondo trimestre del 2019 «a seguito dell'introduzione dell'incentivo fiscale previsto dal decreto Crescita, l'intermediario intensifica le attività di aggregazione». Il riferimento è alla norma approvato dal governo gialloblù mirata a creare agevolazioni fiscali in caso di aggregazioni trasformando le Dat (attività fiscali differite) in crediti di imposta da usare subito. Nel testo non c'era un riferimento esplicito a Pop Bari, ma la norma serviva chiaramente (è così è stata spiegata anche dalla Lega che l'ha promossa) a permettere all'istituto pugliese di consolidare il patrimonio per circa 300 milioni. Visco fa scrivere nel report che la «compatibilità di tale previsioni normativa con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato è tuttora al vaglio della Commissione Ue». In pratica, Bankitalia ammettere che ora la sorte della Pop Bari è veramente nelle mani di Bruxelles e che le uniche che possono mediare sono le istituzioni: vuoi il Colle, vuoi Bankitalia. Nella postilla a pié di pagina c'è l'ammissione dell'auto condanna che riporta il cerchio dei salvataggi al 2013 e collega direttamente il cappio della Bari all'acquisizione di Tercas, promossa proprio da Bankitalia. Lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue che ha dichiarato illegittimo l'intervento della Commissione contro l'uso del Ftdi nel 2013, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Pop Bari si è messa in scia. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. I vertici hanno chiesto i danni. A maggio la Commissione Ue si è appellata. Se i giudici confermassero però il primo grado, metterebbero nero su bianco che la Commissione ha sbagliato tutto. E che ha contribuito a far saltare per aria almeno 5 banche. Il report di Bankitalia di ieri ci ricorda che la Commissione ha un'arma molto più potente di quanto pensassimo per barattare il salvataggio della Pop Bari con l'esito della causa in corso presso la Corte Ue. Da un lato, l'Abi ha la possibilità di mettere nell'angolo sei anni di politiche aggressive contro i nostri istituti, dall'altro la Commissione ha la possibilità di far saltare Pop Bari e con essa il governo. Le basterebbe definire il credito d'imposta inserito nel decreto Crescita illecito e a quel punto mancherebbero di colpo 300 milioni rendendo il decreto di domenica notte ampiamente insufficiente. Dopo aver detto sì al salvataggio di NordLb, la banca dei Länder tedeschi appena ricapitalizzata, la Commissione avrebbe difficoltà a bocciare l'intervento del Mediocredito, ma le modifiche dei Dat sono tutt'altra cosa. Un cavillo che ci riporta indietro ai tempi peggiori, e visto come la situazione patrimoniale di Pop Bari è stata spinta all'estremo, il «suggerimento» di Visco sembra essere l'unica strada possibile: accettare il baratto imposto dall'Ue, ritirare la causa su Tercas e salvare la Bari. Il capo di Bankitalia deve essere tanto consapevole del bivio «spintaneo» che nella cronologia auto assolutoria di ieri ha omesso un «dettaglio». Prima dell'intervento di Pop Bari in Tercas, la banca di Teramo aveva un debito di ben 480 milioni nei confronti di Bankitalia (più di metà del valore del decreto di salvataggio). Si trattava di un prestito finalizzato a stabilizzare la liquidità. A pagina 22 del bilancio della Bari - anno 2013 - si evince chiaramente che quel debito è passato in toto sulle spalle dell'acquirente di Tercas. Una cifra enorme, che è stata interamente ripagata. Portando sofferenze e debito di Tercas a circa 2 miliardi. Dei 220 milioni di bond subordinati finiti anche ai piccoli consumatori (come scrive Bankitalia), ben 213 sono stati utilizzati per coprire la spesa destinata all'acquisizione di Tercas. Il decreto di domenica, tra le altre cose, vuole evitare che gli obbligazionisti vengano sbancati. Figuriamoci che accadrebbe in caso contrario, e se qualcuno volesse dimostrare che alla fine Bankitalia è stata rimborsata e i cittadini comuni no.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-lo-scrive-bruxelles-tiene-in-ostaggio-pop-bari-ma-pure-visco-ha-delle-colpe-2641609601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-i-giallorossi-si-scannano-per-le-poltrone-di-palazzo-koch" data-post-id="2641609601" data-published-at="1776605147" data-use-pagination="False"> Intanto i giallorossi si scannano per le poltrone di Palazzo Koch Ansa «La nomina di Antonio Blandini a Commissario della Popolare di Bari ha provocato una forte irritazione tra i 5 Stelle. Bankitalia ha, infatti, scelto come commissario, a Bari, il professore universitario che, in passato, era stato indicato dalla stessa autorità di vigilanza come membro del comitato di sorveglianza nel commissariamento di Tercas. Ci si chiede come Blandini possa valutare, con oggettività, i problemi arrecati ai conti della BpB dalla fusione con Tercas e possa esprimere una valutazione oggettiva su una eventuale sottovalutazione delle sofferenze della banca abruzzese al momento della fusione con Bari». È la velina diffusa ieri dai vertici del Movimento, che ha deciso di attaccare frontalmente il numero uno di Via Nazionale, Ignazio Visco. A differenza del Pd, che su questa vicenda vuole stare coperto e allineato (visto gli storici interessi dei Ds di Massimo D'Alema nell'area), e di Italia viva che pattina sul ghiaccio (visto le scivolate di Boschi & C. su Etruria), il Movimento di Di Maio può permettersi di sbandierare la solita avversione verso banchieri e regolatori. D'altronde tutti precedenti crac sembrano non aver insegnato nulla. E nessuno sembra intenzionato a riformare una volta per tutte la governance di Palazzo Koch. Nessuno sembra dell'idea di separare l'attività di vigilanza da quella di risoluzione. Finché si mantiene questa commistione di poteri, c'è il rischio concreto che gli effetti che abbiamo sotto gli occhi si ripetano in continuo: crisi protratte nel tempo, tendenza a provare a coprire in sede di risoluzione errori commessi in sede di vigilanza e magari tendenza a far sposare «due zoppi», come si suol dire. Eppur eil tema caldo viene solo scalfito dai partiti. Ieri Anche Matteo Renzi è intervenuto sostenendo che Italia viva è più responsabile del M5s perchè pensa al bene dei risparmiatori. Purtroppo in questo momento le accuse dei partiti a Bankitalia nascondono interessi diversi dalla tutela dei risparmiatori italiani (la ratio del decreto di salvataggio da 900 milioni). Nascondo la partita della poltrone. Mentre infuria la polemica, tra Bankitalia e Palazzo Chigi si ragiona su un dossier altrettanto delicato, quello del risiko imminente delle nomine proprio di via Nazionale. Se ne era parlato già all'inizio dell'anno, dopo le tensioni sulla precedente manovra quando si era capito che Fabio Panetta, attuale dg, avrebbe fatto il salto nel consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce). A gennaio ci sarà il passaggio formale. Per questo motivo da mesi il governatore Visco avrebbe incominciato a muovere le sue pedine per formare il nuovo direttorio di Bankitalia, organo di massima importanza. Le critiche sulla gestione del caso Tercas-Popolare di Bari di questi giorni, con le bordate del leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, servono a non trovare la quadra. Per questo la convocazione del consiglio direttivo del 20 dicembre potrebbe slittare, tanto che addetti ai lavori parlano di metà gennaio come orizzonte per la decisione finale. Il nome che circola ormai da mesi è quello di Daniele Franco, attuale vice direttore generale, che dovrebbe essere promosso e prendere le deleghe della presidenza di Ivass, come richiesto da Visco. Il punto è che a liberarsi sarà una casella tutt'ora contesa e che riguarda da vicino anche Palazzo Chigi. Il posto vacante del direttorio dovrebbe andare a Piero Cipollone, nel settembre 2018 nominato consigliere economico (a titolo gratuito) del presidente del Consiglio, ma nominato a ottobre di quest'anno, con un blitz di Visco, funzionario generale con l'incarico di «alta consulenza al direttorio» di Banca d'Italia. Cipollone è molto richiesto. Ha gestito quando era a Chigi il dossier Carige, e in questi mesi è stato spesso l'interlocutore di Conte con gli investitori. A quanto apprende La Verità il premier lo vorrebbe ancora nella sua squadra, anche perché proprio Cipollone ha saputo gestire in questi mesi soprattutto i rapporti con la Commissione europea, interloquendo spesso con l'ex presidente Jean-Claude Juncker. Non a caso, oltre al suo nome circola quello di Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Dopo aver formato il nuovo direttorio bisognerà affidare le deleghe. Luigi Federico Signorini, che a febbraio rischiò di non essere riconfermato per gli attacchi concentrici di Lega e 5 stelle, avrà con tutta probabilità quella sui conti pubblici. Mentre quelle di Franco sul bilancio e banconote dovrebbero finire ai due che si contendono il posto nel direttorio, Cipollone o Gaiotti. Alessandra Perrazzelli, che è anche nel membro del direttorio su Ivass, si troverà quasi sicuramente la delega alla vigilanza. Più i 5 stelle insistono nel mettere in difficoltà Visco, più immaginano di aver la possibilità di infilare qualche nome gradito al giro della Casaleggio. Difficile che avvenga. Lo si evince anche dalla forza con cui ieri Bankitalia ha risposto alla minaccia di Di Maio di avviare una nuova commissione d'inchiesta sulle banche. «Oggi viviamo in un clima difficile», ha avvertito il governatore presentando il docufilm sul caso Ambrosoli, «la situazione economica non è favorevole, si è spesso alla ricerca di illusori capri espiatori e ne emergono sentimenti di odio e modelli negativi». Il riferimento alla Pop Bari era molto chiaro.
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
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