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2019-12-17
Gli sgambetti di Bankitalia e Ue a Pop Bari
Ansa
Le polemiche politiche e i numerosi articoli di stampa sul ruolo di Bankitalia nella storia che porta Popolare di Bari al commissariamento, hanno scosso l'istituzione guidata da Ignazio Visco. Ieri è stato diffuso un memorandum con due finalità. Il primo, ricordare che tutti gli interventi di Bankitalia servivano a evitare la liquidazione.
Se la banca fosse finita a gambe all'aria la scorsa settimana, il fondo interbancario avrebbe dovuto risarcire i correntisti con meno di 100.000 euro sul conto con ben 4,5 miliardi. Senza dimenticare che il totale dei depositi a oggi supera gli 8 miliardi e che gli azionisti sono 69.000. Ciascuno di essi ha un investimento medio di 5.000 euro e gli obbligazionisti detengono bond subordinati per 220 milioni. A tutto ciò si aggiunge l'attività sul territorio: 6 miliardi di impieghi.
Insomma, Visco mette le mani avanti e spiega al governo che se salta una banca il primo a saltare è il governo stesso e non il governatore della Banca centrale. Vale anche nel caso di Pop Bari, come per i precedenti crac. Un modo elegante per ricordare soprattutto ai 5 stelle che non è il momento per avviare battaglie politiche contro di lui. A meno che Luigi Di Maio non voglia rischiare di farsi travolgere da un mancato salvataggio. Il messaggio subliminale si legge nella nota in fondo a pagina 3. Bankitalia, dopo essersi dilungata sull'attività di vigilanza, sulle sette inchieste aperte dopo il 2010 e sugli interventi congiunti con la Consob, spiega che nel secondo trimestre del 2019 «a seguito dell'introduzione dell'incentivo fiscale previsto dal decreto Crescita, l'intermediario intensifica le attività di aggregazione».
Il riferimento è alla norma approvato dal governo gialloblù mirata a creare agevolazioni fiscali in caso di aggregazioni trasformando le Dat (attività fiscali differite) in crediti di imposta da usare subito. Nel testo non c'era un riferimento esplicito a Pop Bari, ma la norma serviva chiaramente (è così è stata spiegata anche dalla Lega che l'ha promossa) a permettere all'istituto pugliese di consolidare il patrimonio per circa 300 milioni. Visco fa scrivere nel report che la «compatibilità di tale previsioni normativa con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato è tuttora al vaglio della Commissione Ue».
In pratica, Bankitalia ammettere che ora la sorte della Pop Bari è veramente nelle mani di Bruxelles e che le uniche che possono mediare sono le istituzioni: vuoi il Colle, vuoi Bankitalia.
Nella postilla a pié di pagina c'è l'ammissione dell'auto condanna che riporta il cerchio dei salvataggi al 2013 e collega direttamente il cappio della Bari all'acquisizione di Tercas, promossa proprio da Bankitalia. Lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue che ha dichiarato illegittimo l'intervento della Commissione contro l'uso del Ftdi nel 2013, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Pop Bari si è messa in scia. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. I vertici hanno chiesto i danni. A maggio la Commissione Ue si è appellata.
Se i giudici confermassero però il primo grado, metterebbero nero su bianco che la Commissione ha sbagliato tutto. E che ha contribuito a far saltare per aria almeno 5 banche. Il report di Bankitalia di ieri ci ricorda che la Commissione ha un'arma molto più potente di quanto pensassimo per barattare il salvataggio della Pop Bari con l'esito della causa in corso presso la Corte Ue. Da un lato, l'Abi ha la possibilità di mettere nell'angolo sei anni di politiche aggressive contro i nostri istituti, dall'altro la Commissione ha la possibilità di far saltare Pop Bari e con essa il governo. Le basterebbe definire il credito d'imposta inserito nel decreto Crescita illecito e a quel punto mancherebbero di colpo 300 milioni rendendo il decreto di domenica notte ampiamente insufficiente. Dopo aver detto sì al salvataggio di NordLb, la banca dei Länder tedeschi appena ricapitalizzata, la Commissione avrebbe difficoltà a bocciare l'intervento del Mediocredito, ma le modifiche dei Dat sono tutt'altra cosa. Un cavillo che ci riporta indietro ai tempi peggiori, e visto come la situazione patrimoniale di Pop Bari è stata spinta all'estremo, il «suggerimento» di Visco sembra essere l'unica strada possibile: accettare il baratto imposto dall'Ue, ritirare la causa su Tercas e salvare la Bari. Il capo di Bankitalia deve essere tanto consapevole del bivio «spintaneo» che nella cronologia auto assolutoria di ieri ha omesso un «dettaglio». Prima dell'intervento di Pop Bari in Tercas, la banca di Teramo aveva un debito di ben 480 milioni nei confronti di Bankitalia (più di metà del valore del decreto di salvataggio). Si trattava di un prestito finalizzato a stabilizzare la liquidità. A pagina 22 del bilancio della Bari - anno 2013 - si evince chiaramente che quel debito è passato in toto sulle spalle dell'acquirente di Tercas. Una cifra enorme, che è stata interamente ripagata. Portando sofferenze e debito di Tercas a circa 2 miliardi. Dei 220 milioni di bond subordinati finiti anche ai piccoli consumatori (come scrive Bankitalia), ben 213 sono stati utilizzati per coprire la spesa destinata all'acquisizione di Tercas. Il decreto di domenica, tra le altre cose, vuole evitare che gli obbligazionisti vengano sbancati. Figuriamoci che accadrebbe in caso contrario, e se qualcuno volesse dimostrare che alla fine Bankitalia è stata rimborsata e i cittadini comuni no.
Intanto i giallorossi si scannano per le poltrone di Palazzo Koch

Ansa
«La nomina di Antonio Blandini a Commissario della Popolare di Bari ha provocato una forte irritazione tra i 5 Stelle. Bankitalia ha, infatti, scelto come commissario, a Bari, il professore universitario che, in passato, era stato indicato dalla stessa autorità di vigilanza come membro del comitato di sorveglianza nel commissariamento di Tercas. Ci si chiede come Blandini possa valutare, con oggettività, i problemi arrecati ai conti della BpB dalla fusione con Tercas e possa esprimere una valutazione oggettiva su una eventuale sottovalutazione delle sofferenze della banca abruzzese al momento della fusione con Bari». È la velina diffusa ieri dai vertici del Movimento, che ha deciso di attaccare frontalmente il numero uno di Via Nazionale, Ignazio Visco. A differenza del Pd, che su questa vicenda vuole stare coperto e allineato (visto gli storici interessi dei Ds di Massimo D'Alema nell'area), e di Italia viva che pattina sul ghiaccio (visto le scivolate di Boschi & C. su Etruria), il Movimento di Di Maio può permettersi di sbandierare la solita avversione verso banchieri e regolatori. D'altronde tutti precedenti crac sembrano non aver insegnato nulla. E nessuno sembra intenzionato a riformare una volta per tutte la governance di Palazzo Koch. Nessuno sembra dell'idea di separare l'attività di vigilanza da quella di risoluzione. Finché si mantiene questa commistione di poteri, c'è il rischio concreto che gli effetti che abbiamo sotto gli occhi si ripetano in continuo: crisi protratte nel tempo, tendenza a provare a coprire in sede di risoluzione errori commessi in sede di vigilanza e magari tendenza a far sposare «due zoppi», come si suol dire. Eppur eil tema caldo viene solo scalfito dai partiti. Ieri Anche Matteo Renzi è intervenuto sostenendo che Italia viva è più responsabile del M5s perchè pensa al bene dei risparmiatori. Purtroppo in questo momento le accuse dei partiti a Bankitalia nascondono interessi diversi dalla tutela dei risparmiatori italiani (la ratio del decreto di salvataggio da 900 milioni). Nascondo la partita della poltrone.
Mentre infuria la polemica, tra Bankitalia e Palazzo Chigi si ragiona su un dossier altrettanto delicato, quello del risiko imminente delle nomine proprio di via Nazionale. Se ne era parlato già all'inizio dell'anno, dopo le tensioni sulla precedente manovra quando si era capito che Fabio Panetta, attuale dg, avrebbe fatto il salto nel consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce). A gennaio ci sarà il passaggio formale. Per questo motivo da mesi il governatore Visco avrebbe incominciato a muovere le sue pedine per formare il nuovo direttorio di Bankitalia, organo di massima importanza. Le critiche sulla gestione del caso Tercas-Popolare di Bari di questi giorni, con le bordate del leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, servono a non trovare la quadra. Per questo la convocazione del consiglio direttivo del 20 dicembre potrebbe slittare, tanto che addetti ai lavori parlano di metà gennaio come orizzonte per la decisione finale.
Il nome che circola ormai da mesi è quello di Daniele Franco, attuale vice direttore generale, che dovrebbe essere promosso e prendere le deleghe della presidenza di Ivass, come richiesto da Visco. Il punto è che a liberarsi sarà una casella tutt'ora contesa e che riguarda da vicino anche Palazzo Chigi. Il posto vacante del direttorio dovrebbe andare a Piero Cipollone, nel settembre 2018 nominato consigliere economico (a titolo gratuito) del presidente del Consiglio, ma nominato a ottobre di quest'anno, con un blitz di Visco, funzionario generale con l'incarico di «alta consulenza al direttorio» di Banca d'Italia. Cipollone è molto richiesto. Ha gestito quando era a Chigi il dossier Carige, e in questi mesi è stato spesso l'interlocutore di Conte con gli investitori. A quanto apprende La Verità il premier lo vorrebbe ancora nella sua squadra, anche perché proprio Cipollone ha saputo gestire in questi mesi soprattutto i rapporti con la Commissione europea, interloquendo spesso con l'ex presidente Jean-Claude Juncker. Non a caso, oltre al suo nome circola quello di Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Dopo aver formato il nuovo direttorio bisognerà affidare le deleghe. Luigi Federico Signorini, che a febbraio rischiò di non essere riconfermato per gli attacchi concentrici di Lega e 5 stelle, avrà con tutta probabilità quella sui conti pubblici. Mentre quelle di Franco sul bilancio e banconote dovrebbero finire ai due che si contendono il posto nel direttorio, Cipollone o Gaiotti. Alessandra Perrazzelli, che è anche nel membro del direttorio su Ivass, si troverà quasi sicuramente la delega alla vigilanza. Più i 5 stelle insistono nel mettere in difficoltà Visco, più immaginano di aver la possibilità di infilare qualche nome gradito al giro della Casaleggio. Difficile che avvenga. Lo si evince anche dalla forza con cui ieri Bankitalia ha risposto alla minaccia di Di Maio di avviare una nuova commissione d'inchiesta sulle banche. «Oggi viviamo in un clima difficile», ha avvertito il governatore presentando il docufilm sul caso Ambrosoli, «la situazione economica non è favorevole, si è spesso alla ricerca di illusori capri espiatori e ne emergono sentimenti di odio e modelli negativi». Il riferimento alla Pop Bari era molto chiaro.
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Via Nazionale ammette che la Commissione blocca la legge sui crediti d'imposta da 300 milioni. L'istituto, però, ha patito anche l'acquisto di Tercas e dei suoi debiti.Le schermaglie sul decreto di salvataggio da 900 milioni celano la lotta per il nuovo direttorio. Daniele Franco verso il ruolo di dg, ma per le altre caselle il M5s vuole dire la sua. Ed è pronto a fare la guerra al governatore.Lo speciale contiene due articoli.Le polemiche politiche e i numerosi articoli di stampa sul ruolo di Bankitalia nella storia che porta Popolare di Bari al commissariamento, hanno scosso l'istituzione guidata da Ignazio Visco. Ieri è stato diffuso un memorandum con due finalità. Il primo, ricordare che tutti gli interventi di Bankitalia servivano a evitare la liquidazione. Se la banca fosse finita a gambe all'aria la scorsa settimana, il fondo interbancario avrebbe dovuto risarcire i correntisti con meno di 100.000 euro sul conto con ben 4,5 miliardi. Senza dimenticare che il totale dei depositi a oggi supera gli 8 miliardi e che gli azionisti sono 69.000. Ciascuno di essi ha un investimento medio di 5.000 euro e gli obbligazionisti detengono bond subordinati per 220 milioni. A tutto ciò si aggiunge l'attività sul territorio: 6 miliardi di impieghi. Insomma, Visco mette le mani avanti e spiega al governo che se salta una banca il primo a saltare è il governo stesso e non il governatore della Banca centrale. Vale anche nel caso di Pop Bari, come per i precedenti crac. Un modo elegante per ricordare soprattutto ai 5 stelle che non è il momento per avviare battaglie politiche contro di lui. A meno che Luigi Di Maio non voglia rischiare di farsi travolgere da un mancato salvataggio. Il messaggio subliminale si legge nella nota in fondo a pagina 3. Bankitalia, dopo essersi dilungata sull'attività di vigilanza, sulle sette inchieste aperte dopo il 2010 e sugli interventi congiunti con la Consob, spiega che nel secondo trimestre del 2019 «a seguito dell'introduzione dell'incentivo fiscale previsto dal decreto Crescita, l'intermediario intensifica le attività di aggregazione». Il riferimento è alla norma approvato dal governo gialloblù mirata a creare agevolazioni fiscali in caso di aggregazioni trasformando le Dat (attività fiscali differite) in crediti di imposta da usare subito. Nel testo non c'era un riferimento esplicito a Pop Bari, ma la norma serviva chiaramente (è così è stata spiegata anche dalla Lega che l'ha promossa) a permettere all'istituto pugliese di consolidare il patrimonio per circa 300 milioni. Visco fa scrivere nel report che la «compatibilità di tale previsioni normativa con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato è tuttora al vaglio della Commissione Ue». In pratica, Bankitalia ammettere che ora la sorte della Pop Bari è veramente nelle mani di Bruxelles e che le uniche che possono mediare sono le istituzioni: vuoi il Colle, vuoi Bankitalia. Nella postilla a pié di pagina c'è l'ammissione dell'auto condanna che riporta il cerchio dei salvataggi al 2013 e collega direttamente il cappio della Bari all'acquisizione di Tercas, promossa proprio da Bankitalia. Lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue che ha dichiarato illegittimo l'intervento della Commissione contro l'uso del Ftdi nel 2013, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Pop Bari si è messa in scia. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. I vertici hanno chiesto i danni. A maggio la Commissione Ue si è appellata. Se i giudici confermassero però il primo grado, metterebbero nero su bianco che la Commissione ha sbagliato tutto. E che ha contribuito a far saltare per aria almeno 5 banche. Il report di Bankitalia di ieri ci ricorda che la Commissione ha un'arma molto più potente di quanto pensassimo per barattare il salvataggio della Pop Bari con l'esito della causa in corso presso la Corte Ue. Da un lato, l'Abi ha la possibilità di mettere nell'angolo sei anni di politiche aggressive contro i nostri istituti, dall'altro la Commissione ha la possibilità di far saltare Pop Bari e con essa il governo. Le basterebbe definire il credito d'imposta inserito nel decreto Crescita illecito e a quel punto mancherebbero di colpo 300 milioni rendendo il decreto di domenica notte ampiamente insufficiente. Dopo aver detto sì al salvataggio di NordLb, la banca dei Länder tedeschi appena ricapitalizzata, la Commissione avrebbe difficoltà a bocciare l'intervento del Mediocredito, ma le modifiche dei Dat sono tutt'altra cosa. Un cavillo che ci riporta indietro ai tempi peggiori, e visto come la situazione patrimoniale di Pop Bari è stata spinta all'estremo, il «suggerimento» di Visco sembra essere l'unica strada possibile: accettare il baratto imposto dall'Ue, ritirare la causa su Tercas e salvare la Bari. Il capo di Bankitalia deve essere tanto consapevole del bivio «spintaneo» che nella cronologia auto assolutoria di ieri ha omesso un «dettaglio». Prima dell'intervento di Pop Bari in Tercas, la banca di Teramo aveva un debito di ben 480 milioni nei confronti di Bankitalia (più di metà del valore del decreto di salvataggio). Si trattava di un prestito finalizzato a stabilizzare la liquidità. A pagina 22 del bilancio della Bari - anno 2013 - si evince chiaramente che quel debito è passato in toto sulle spalle dell'acquirente di Tercas. Una cifra enorme, che è stata interamente ripagata. Portando sofferenze e debito di Tercas a circa 2 miliardi. Dei 220 milioni di bond subordinati finiti anche ai piccoli consumatori (come scrive Bankitalia), ben 213 sono stati utilizzati per coprire la spesa destinata all'acquisizione di Tercas. Il decreto di domenica, tra le altre cose, vuole evitare che gli obbligazionisti vengano sbancati. Figuriamoci che accadrebbe in caso contrario, e se qualcuno volesse dimostrare che alla fine Bankitalia è stata rimborsata e i cittadini comuni no.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-lo-scrive-bruxelles-tiene-in-ostaggio-pop-bari-ma-pure-visco-ha-delle-colpe-2641609601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-i-giallorossi-si-scannano-per-le-poltrone-di-palazzo-koch" data-post-id="2641609601" data-published-at="1782543156" data-use-pagination="False"> Intanto i giallorossi si scannano per le poltrone di Palazzo Koch Ansa «La nomina di Antonio Blandini a Commissario della Popolare di Bari ha provocato una forte irritazione tra i 5 Stelle. Bankitalia ha, infatti, scelto come commissario, a Bari, il professore universitario che, in passato, era stato indicato dalla stessa autorità di vigilanza come membro del comitato di sorveglianza nel commissariamento di Tercas. Ci si chiede come Blandini possa valutare, con oggettività, i problemi arrecati ai conti della BpB dalla fusione con Tercas e possa esprimere una valutazione oggettiva su una eventuale sottovalutazione delle sofferenze della banca abruzzese al momento della fusione con Bari». È la velina diffusa ieri dai vertici del Movimento, che ha deciso di attaccare frontalmente il numero uno di Via Nazionale, Ignazio Visco. A differenza del Pd, che su questa vicenda vuole stare coperto e allineato (visto gli storici interessi dei Ds di Massimo D'Alema nell'area), e di Italia viva che pattina sul ghiaccio (visto le scivolate di Boschi & C. su Etruria), il Movimento di Di Maio può permettersi di sbandierare la solita avversione verso banchieri e regolatori. D'altronde tutti precedenti crac sembrano non aver insegnato nulla. E nessuno sembra intenzionato a riformare una volta per tutte la governance di Palazzo Koch. Nessuno sembra dell'idea di separare l'attività di vigilanza da quella di risoluzione. Finché si mantiene questa commistione di poteri, c'è il rischio concreto che gli effetti che abbiamo sotto gli occhi si ripetano in continuo: crisi protratte nel tempo, tendenza a provare a coprire in sede di risoluzione errori commessi in sede di vigilanza e magari tendenza a far sposare «due zoppi», come si suol dire. Eppur eil tema caldo viene solo scalfito dai partiti. Ieri Anche Matteo Renzi è intervenuto sostenendo che Italia viva è più responsabile del M5s perchè pensa al bene dei risparmiatori. Purtroppo in questo momento le accuse dei partiti a Bankitalia nascondono interessi diversi dalla tutela dei risparmiatori italiani (la ratio del decreto di salvataggio da 900 milioni). Nascondo la partita della poltrone. Mentre infuria la polemica, tra Bankitalia e Palazzo Chigi si ragiona su un dossier altrettanto delicato, quello del risiko imminente delle nomine proprio di via Nazionale. Se ne era parlato già all'inizio dell'anno, dopo le tensioni sulla precedente manovra quando si era capito che Fabio Panetta, attuale dg, avrebbe fatto il salto nel consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce). A gennaio ci sarà il passaggio formale. Per questo motivo da mesi il governatore Visco avrebbe incominciato a muovere le sue pedine per formare il nuovo direttorio di Bankitalia, organo di massima importanza. Le critiche sulla gestione del caso Tercas-Popolare di Bari di questi giorni, con le bordate del leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, servono a non trovare la quadra. Per questo la convocazione del consiglio direttivo del 20 dicembre potrebbe slittare, tanto che addetti ai lavori parlano di metà gennaio come orizzonte per la decisione finale. Il nome che circola ormai da mesi è quello di Daniele Franco, attuale vice direttore generale, che dovrebbe essere promosso e prendere le deleghe della presidenza di Ivass, come richiesto da Visco. Il punto è che a liberarsi sarà una casella tutt'ora contesa e che riguarda da vicino anche Palazzo Chigi. Il posto vacante del direttorio dovrebbe andare a Piero Cipollone, nel settembre 2018 nominato consigliere economico (a titolo gratuito) del presidente del Consiglio, ma nominato a ottobre di quest'anno, con un blitz di Visco, funzionario generale con l'incarico di «alta consulenza al direttorio» di Banca d'Italia. Cipollone è molto richiesto. Ha gestito quando era a Chigi il dossier Carige, e in questi mesi è stato spesso l'interlocutore di Conte con gli investitori. A quanto apprende La Verità il premier lo vorrebbe ancora nella sua squadra, anche perché proprio Cipollone ha saputo gestire in questi mesi soprattutto i rapporti con la Commissione europea, interloquendo spesso con l'ex presidente Jean-Claude Juncker. Non a caso, oltre al suo nome circola quello di Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Dopo aver formato il nuovo direttorio bisognerà affidare le deleghe. Luigi Federico Signorini, che a febbraio rischiò di non essere riconfermato per gli attacchi concentrici di Lega e 5 stelle, avrà con tutta probabilità quella sui conti pubblici. Mentre quelle di Franco sul bilancio e banconote dovrebbero finire ai due che si contendono il posto nel direttorio, Cipollone o Gaiotti. Alessandra Perrazzelli, che è anche nel membro del direttorio su Ivass, si troverà quasi sicuramente la delega alla vigilanza. Più i 5 stelle insistono nel mettere in difficoltà Visco, più immaginano di aver la possibilità di infilare qualche nome gradito al giro della Casaleggio. Difficile che avvenga. Lo si evince anche dalla forza con cui ieri Bankitalia ha risposto alla minaccia di Di Maio di avviare una nuova commissione d'inchiesta sulle banche. «Oggi viviamo in un clima difficile», ha avvertito il governatore presentando il docufilm sul caso Ambrosoli, «la situazione economica non è favorevole, si è spesso alla ricerca di illusori capri espiatori e ne emergono sentimenti di odio e modelli negativi». Il riferimento alla Pop Bari era molto chiaro.
Papa Leoen XIV (Ansa)
Il pontefice ha anche ricordato che «l'unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico». Dopo questo monito, ieri mattina 178 cardinali hanno preso parte al Concistoro, appunto, aperto da un altro significativo intervento del Papa, preceduto da un saluto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ma prima di soffermarsi su tale intervento, vale la pena ricordare il significato ecclesiale di questo Concistoro, che è già il secondo convocato da Prevost: a poco più di un anno dalla sua elezione, di certo cosa non marginale. Tanto più se si pensa che, durante il pontificato di Papa Francesco, i porporati trascorsero diversi anni senza incontrarsi a Roma. Venendo più nello specifico della due giorni iniziata ieri, i cardinali sono stati divisi in due insiemi: uno di 9 gruppi di cardinali elettori ordinari - inclusi nunzi e porporati elettori che hanno concluso il servizio come ordinari - e l’altro di 11 gruppi di cardinali elettori della Curia romana e cardinali non elettori; ogni gruppo con un presidente e un segretario.
Come anticipato in una lettera dal cardinale decano Giovanni Battista Re, l’agenda dei lavori ha quattro focus tematici: la situazione internazionale, la pace e il superamento della teoria della «guerra giusta», l’enciclica Magnifica humanitas e l’attuazione del Sinodo. Per affrontare tali temi, ieri mattina i porporati - nella prima sessione, intitolata «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» - hanno riflettuto su due interrogativi. Il primo si chiedeva «quali sofferenze, tensioni e interrogativi» attraversino «oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla Sua cura»; il secondo verteva su «quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune».
Sviluppando tali interrogativi, i cardinali hanno fatto emergere «la necessità di misurarsi in maniera cristiana sul fenomeno migratorio» e sul «bisogno di reali politiche di integrazione». Dinnanzi a ciò, e anche ai contesti di sfiducia e di degrado, è altresì affiorato «come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente, anche ristrutturando le parrocchie». Nel pomeriggio, invece, i cardinali - nella seconda sessione, intitolata «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» - hanno riflettuto sul modo in cui «le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli» e su «quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace». Tutti questi lavori sono però stati anticipati da un intervento di Papa Leone XIV molto significativo, e non solo per il concistoro.
Infatti, dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale Re - dettosi «lieto» di partecipare al Concistoro in un «momento difficile per l’umanità» -, Prevost ha preso la parola per un intervento introduttivo dei lavori, nel quale ci sono stati diversi passaggi significativi. I più rilevanti sono stati due. Anzitutto il Papa ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito, pubblico». Tre aggettivi - specie l’ultimo - difficili da ricondurre ad una prassi; dunque parlare di semplice richiesta di aiuto (per quanto, in effetti, lo stesso Prevost lo abbia detto: «Desidero chiedervi un aiuto particolare»), rischia di essere fuorviante o, quanto meno, parziale. Anche perché viene da chiedersi perché mai Leone XIV - un leader religioso indiscusso nonché un monarca - abbia bisogno di un appoggio «pubblico». La sensazione è che dietro quest’ultimo termine vi sia, nel Papa, la consapevolezza che per la Chiesa si profilano giorni complessi. Le partite sul tavolo sono almeno due. Da un lato, a giorni verranno effettuate dalla Fraternità San Pio X le annunciate nomine di vescovi senza mandato e accordo con Roma - cosa che può concretizzare un rischio di scisma -, dall’altro mal di pancia non più lievi si levano continuamente dalla Germania, dove l’establishment del Cammino sinodale (Synodaler Weg) da tempo esige più «aperture» su diversi temi. In secondo luogo, nel suo intervento di ieri, Leone XIV ha anche fatto una seconda esortazione significativa: «Non siamo qui principalmente per riflettere sulla vita interna della Chiesa». Parole che riflettono l’interpretazione che il pontefice dà non solo all’assemblea in corso ma anche alla Chiesa, che - dal suo punto di vista, e non solo dal suo c’è da sperare - ha una missione principale: annunciare Cristo al mondo. «La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua stessa ragion d’essere», ha insistito Prevost. Che, non senza qualche difficoltà, sta lavorando non solo per preservare l’unità della Chiesa a fronte delle spinte, poc’anzi accennate, che la scuotono, ma anche per riportarla alla sua «missione» originale. Una sfida accanto alla quale il Papa non perde di vista, come si diceva in apertura, un tema da oggi cui dipende il futuro di tutta la famiglia umana: la pace.
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Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
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