True
2019-12-17
Gli sgambetti di Bankitalia e Ue a Pop Bari
Ansa
Le polemiche politiche e i numerosi articoli di stampa sul ruolo di Bankitalia nella storia che porta Popolare di Bari al commissariamento, hanno scosso l'istituzione guidata da Ignazio Visco. Ieri è stato diffuso un memorandum con due finalità. Il primo, ricordare che tutti gli interventi di Bankitalia servivano a evitare la liquidazione.
Se la banca fosse finita a gambe all'aria la scorsa settimana, il fondo interbancario avrebbe dovuto risarcire i correntisti con meno di 100.000 euro sul conto con ben 4,5 miliardi. Senza dimenticare che il totale dei depositi a oggi supera gli 8 miliardi e che gli azionisti sono 69.000. Ciascuno di essi ha un investimento medio di 5.000 euro e gli obbligazionisti detengono bond subordinati per 220 milioni. A tutto ciò si aggiunge l'attività sul territorio: 6 miliardi di impieghi.
Insomma, Visco mette le mani avanti e spiega al governo che se salta una banca il primo a saltare è il governo stesso e non il governatore della Banca centrale. Vale anche nel caso di Pop Bari, come per i precedenti crac. Un modo elegante per ricordare soprattutto ai 5 stelle che non è il momento per avviare battaglie politiche contro di lui. A meno che Luigi Di Maio non voglia rischiare di farsi travolgere da un mancato salvataggio. Il messaggio subliminale si legge nella nota in fondo a pagina 3. Bankitalia, dopo essersi dilungata sull'attività di vigilanza, sulle sette inchieste aperte dopo il 2010 e sugli interventi congiunti con la Consob, spiega che nel secondo trimestre del 2019 «a seguito dell'introduzione dell'incentivo fiscale previsto dal decreto Crescita, l'intermediario intensifica le attività di aggregazione».
Il riferimento è alla norma approvato dal governo gialloblù mirata a creare agevolazioni fiscali in caso di aggregazioni trasformando le Dat (attività fiscali differite) in crediti di imposta da usare subito. Nel testo non c'era un riferimento esplicito a Pop Bari, ma la norma serviva chiaramente (è così è stata spiegata anche dalla Lega che l'ha promossa) a permettere all'istituto pugliese di consolidare il patrimonio per circa 300 milioni. Visco fa scrivere nel report che la «compatibilità di tale previsioni normativa con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato è tuttora al vaglio della Commissione Ue».
In pratica, Bankitalia ammettere che ora la sorte della Pop Bari è veramente nelle mani di Bruxelles e che le uniche che possono mediare sono le istituzioni: vuoi il Colle, vuoi Bankitalia.
Nella postilla a pié di pagina c'è l'ammissione dell'auto condanna che riporta il cerchio dei salvataggi al 2013 e collega direttamente il cappio della Bari all'acquisizione di Tercas, promossa proprio da Bankitalia. Lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue che ha dichiarato illegittimo l'intervento della Commissione contro l'uso del Ftdi nel 2013, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Pop Bari si è messa in scia. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. I vertici hanno chiesto i danni. A maggio la Commissione Ue si è appellata.
Se i giudici confermassero però il primo grado, metterebbero nero su bianco che la Commissione ha sbagliato tutto. E che ha contribuito a far saltare per aria almeno 5 banche. Il report di Bankitalia di ieri ci ricorda che la Commissione ha un'arma molto più potente di quanto pensassimo per barattare il salvataggio della Pop Bari con l'esito della causa in corso presso la Corte Ue. Da un lato, l'Abi ha la possibilità di mettere nell'angolo sei anni di politiche aggressive contro i nostri istituti, dall'altro la Commissione ha la possibilità di far saltare Pop Bari e con essa il governo. Le basterebbe definire il credito d'imposta inserito nel decreto Crescita illecito e a quel punto mancherebbero di colpo 300 milioni rendendo il decreto di domenica notte ampiamente insufficiente. Dopo aver detto sì al salvataggio di NordLb, la banca dei Länder tedeschi appena ricapitalizzata, la Commissione avrebbe difficoltà a bocciare l'intervento del Mediocredito, ma le modifiche dei Dat sono tutt'altra cosa. Un cavillo che ci riporta indietro ai tempi peggiori, e visto come la situazione patrimoniale di Pop Bari è stata spinta all'estremo, il «suggerimento» di Visco sembra essere l'unica strada possibile: accettare il baratto imposto dall'Ue, ritirare la causa su Tercas e salvare la Bari. Il capo di Bankitalia deve essere tanto consapevole del bivio «spintaneo» che nella cronologia auto assolutoria di ieri ha omesso un «dettaglio». Prima dell'intervento di Pop Bari in Tercas, la banca di Teramo aveva un debito di ben 480 milioni nei confronti di Bankitalia (più di metà del valore del decreto di salvataggio). Si trattava di un prestito finalizzato a stabilizzare la liquidità. A pagina 22 del bilancio della Bari - anno 2013 - si evince chiaramente che quel debito è passato in toto sulle spalle dell'acquirente di Tercas. Una cifra enorme, che è stata interamente ripagata. Portando sofferenze e debito di Tercas a circa 2 miliardi. Dei 220 milioni di bond subordinati finiti anche ai piccoli consumatori (come scrive Bankitalia), ben 213 sono stati utilizzati per coprire la spesa destinata all'acquisizione di Tercas. Il decreto di domenica, tra le altre cose, vuole evitare che gli obbligazionisti vengano sbancati. Figuriamoci che accadrebbe in caso contrario, e se qualcuno volesse dimostrare che alla fine Bankitalia è stata rimborsata e i cittadini comuni no.
Intanto i giallorossi si scannano per le poltrone di Palazzo Koch

Ansa
«La nomina di Antonio Blandini a Commissario della Popolare di Bari ha provocato una forte irritazione tra i 5 Stelle. Bankitalia ha, infatti, scelto come commissario, a Bari, il professore universitario che, in passato, era stato indicato dalla stessa autorità di vigilanza come membro del comitato di sorveglianza nel commissariamento di Tercas. Ci si chiede come Blandini possa valutare, con oggettività, i problemi arrecati ai conti della BpB dalla fusione con Tercas e possa esprimere una valutazione oggettiva su una eventuale sottovalutazione delle sofferenze della banca abruzzese al momento della fusione con Bari». È la velina diffusa ieri dai vertici del Movimento, che ha deciso di attaccare frontalmente il numero uno di Via Nazionale, Ignazio Visco. A differenza del Pd, che su questa vicenda vuole stare coperto e allineato (visto gli storici interessi dei Ds di Massimo D'Alema nell'area), e di Italia viva che pattina sul ghiaccio (visto le scivolate di Boschi & C. su Etruria), il Movimento di Di Maio può permettersi di sbandierare la solita avversione verso banchieri e regolatori. D'altronde tutti precedenti crac sembrano non aver insegnato nulla. E nessuno sembra intenzionato a riformare una volta per tutte la governance di Palazzo Koch. Nessuno sembra dell'idea di separare l'attività di vigilanza da quella di risoluzione. Finché si mantiene questa commistione di poteri, c'è il rischio concreto che gli effetti che abbiamo sotto gli occhi si ripetano in continuo: crisi protratte nel tempo, tendenza a provare a coprire in sede di risoluzione errori commessi in sede di vigilanza e magari tendenza a far sposare «due zoppi», come si suol dire. Eppur eil tema caldo viene solo scalfito dai partiti. Ieri Anche Matteo Renzi è intervenuto sostenendo che Italia viva è più responsabile del M5s perchè pensa al bene dei risparmiatori. Purtroppo in questo momento le accuse dei partiti a Bankitalia nascondono interessi diversi dalla tutela dei risparmiatori italiani (la ratio del decreto di salvataggio da 900 milioni). Nascondo la partita della poltrone.
Mentre infuria la polemica, tra Bankitalia e Palazzo Chigi si ragiona su un dossier altrettanto delicato, quello del risiko imminente delle nomine proprio di via Nazionale. Se ne era parlato già all'inizio dell'anno, dopo le tensioni sulla precedente manovra quando si era capito che Fabio Panetta, attuale dg, avrebbe fatto il salto nel consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce). A gennaio ci sarà il passaggio formale. Per questo motivo da mesi il governatore Visco avrebbe incominciato a muovere le sue pedine per formare il nuovo direttorio di Bankitalia, organo di massima importanza. Le critiche sulla gestione del caso Tercas-Popolare di Bari di questi giorni, con le bordate del leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, servono a non trovare la quadra. Per questo la convocazione del consiglio direttivo del 20 dicembre potrebbe slittare, tanto che addetti ai lavori parlano di metà gennaio come orizzonte per la decisione finale.
Il nome che circola ormai da mesi è quello di Daniele Franco, attuale vice direttore generale, che dovrebbe essere promosso e prendere le deleghe della presidenza di Ivass, come richiesto da Visco. Il punto è che a liberarsi sarà una casella tutt'ora contesa e che riguarda da vicino anche Palazzo Chigi. Il posto vacante del direttorio dovrebbe andare a Piero Cipollone, nel settembre 2018 nominato consigliere economico (a titolo gratuito) del presidente del Consiglio, ma nominato a ottobre di quest'anno, con un blitz di Visco, funzionario generale con l'incarico di «alta consulenza al direttorio» di Banca d'Italia. Cipollone è molto richiesto. Ha gestito quando era a Chigi il dossier Carige, e in questi mesi è stato spesso l'interlocutore di Conte con gli investitori. A quanto apprende La Verità il premier lo vorrebbe ancora nella sua squadra, anche perché proprio Cipollone ha saputo gestire in questi mesi soprattutto i rapporti con la Commissione europea, interloquendo spesso con l'ex presidente Jean-Claude Juncker. Non a caso, oltre al suo nome circola quello di Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Dopo aver formato il nuovo direttorio bisognerà affidare le deleghe. Luigi Federico Signorini, che a febbraio rischiò di non essere riconfermato per gli attacchi concentrici di Lega e 5 stelle, avrà con tutta probabilità quella sui conti pubblici. Mentre quelle di Franco sul bilancio e banconote dovrebbero finire ai due che si contendono il posto nel direttorio, Cipollone o Gaiotti. Alessandra Perrazzelli, che è anche nel membro del direttorio su Ivass, si troverà quasi sicuramente la delega alla vigilanza. Più i 5 stelle insistono nel mettere in difficoltà Visco, più immaginano di aver la possibilità di infilare qualche nome gradito al giro della Casaleggio. Difficile che avvenga. Lo si evince anche dalla forza con cui ieri Bankitalia ha risposto alla minaccia di Di Maio di avviare una nuova commissione d'inchiesta sulle banche. «Oggi viviamo in un clima difficile», ha avvertito il governatore presentando il docufilm sul caso Ambrosoli, «la situazione economica non è favorevole, si è spesso alla ricerca di illusori capri espiatori e ne emergono sentimenti di odio e modelli negativi». Il riferimento alla Pop Bari era molto chiaro.
Continua a leggereRiduci
Via Nazionale ammette che la Commissione blocca la legge sui crediti d'imposta da 300 milioni. L'istituto, però, ha patito anche l'acquisto di Tercas e dei suoi debiti.Le schermaglie sul decreto di salvataggio da 900 milioni celano la lotta per il nuovo direttorio. Daniele Franco verso il ruolo di dg, ma per le altre caselle il M5s vuole dire la sua. Ed è pronto a fare la guerra al governatore.Lo speciale contiene due articoli.Le polemiche politiche e i numerosi articoli di stampa sul ruolo di Bankitalia nella storia che porta Popolare di Bari al commissariamento, hanno scosso l'istituzione guidata da Ignazio Visco. Ieri è stato diffuso un memorandum con due finalità. Il primo, ricordare che tutti gli interventi di Bankitalia servivano a evitare la liquidazione. Se la banca fosse finita a gambe all'aria la scorsa settimana, il fondo interbancario avrebbe dovuto risarcire i correntisti con meno di 100.000 euro sul conto con ben 4,5 miliardi. Senza dimenticare che il totale dei depositi a oggi supera gli 8 miliardi e che gli azionisti sono 69.000. Ciascuno di essi ha un investimento medio di 5.000 euro e gli obbligazionisti detengono bond subordinati per 220 milioni. A tutto ciò si aggiunge l'attività sul territorio: 6 miliardi di impieghi. Insomma, Visco mette le mani avanti e spiega al governo che se salta una banca il primo a saltare è il governo stesso e non il governatore della Banca centrale. Vale anche nel caso di Pop Bari, come per i precedenti crac. Un modo elegante per ricordare soprattutto ai 5 stelle che non è il momento per avviare battaglie politiche contro di lui. A meno che Luigi Di Maio non voglia rischiare di farsi travolgere da un mancato salvataggio. Il messaggio subliminale si legge nella nota in fondo a pagina 3. Bankitalia, dopo essersi dilungata sull'attività di vigilanza, sulle sette inchieste aperte dopo il 2010 e sugli interventi congiunti con la Consob, spiega che nel secondo trimestre del 2019 «a seguito dell'introduzione dell'incentivo fiscale previsto dal decreto Crescita, l'intermediario intensifica le attività di aggregazione». Il riferimento è alla norma approvato dal governo gialloblù mirata a creare agevolazioni fiscali in caso di aggregazioni trasformando le Dat (attività fiscali differite) in crediti di imposta da usare subito. Nel testo non c'era un riferimento esplicito a Pop Bari, ma la norma serviva chiaramente (è così è stata spiegata anche dalla Lega che l'ha promossa) a permettere all'istituto pugliese di consolidare il patrimonio per circa 300 milioni. Visco fa scrivere nel report che la «compatibilità di tale previsioni normativa con la disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato è tuttora al vaglio della Commissione Ue». In pratica, Bankitalia ammettere che ora la sorte della Pop Bari è veramente nelle mani di Bruxelles e che le uniche che possono mediare sono le istituzioni: vuoi il Colle, vuoi Bankitalia. Nella postilla a pié di pagina c'è l'ammissione dell'auto condanna che riporta il cerchio dei salvataggi al 2013 e collega direttamente il cappio della Bari all'acquisizione di Tercas, promossa proprio da Bankitalia. Lo scorso marzo, a seguito della sentenza della Corte Ue che ha dichiarato illegittimo l'intervento della Commissione contro l'uso del Ftdi nel 2013, l'Abi, l'associazione bancaria italiana, ha fatto a sua volta causa chiedendo all'Ue di rimborsare tutti i risparmiatori coinvolti in Etruria, Cari Chieti, Banca Marche e Cari Ferrara. Non solo. Dal momento che la causa riguarda Tercas, anche Pop Bari si è messa in scia. Se il fondo interbancario fosse entrato nella popolare di Teramo forse il patrimonio di Pop Bari sarebbe a livelli più alti. I vertici hanno chiesto i danni. A maggio la Commissione Ue si è appellata. Se i giudici confermassero però il primo grado, metterebbero nero su bianco che la Commissione ha sbagliato tutto. E che ha contribuito a far saltare per aria almeno 5 banche. Il report di Bankitalia di ieri ci ricorda che la Commissione ha un'arma molto più potente di quanto pensassimo per barattare il salvataggio della Pop Bari con l'esito della causa in corso presso la Corte Ue. Da un lato, l'Abi ha la possibilità di mettere nell'angolo sei anni di politiche aggressive contro i nostri istituti, dall'altro la Commissione ha la possibilità di far saltare Pop Bari e con essa il governo. Le basterebbe definire il credito d'imposta inserito nel decreto Crescita illecito e a quel punto mancherebbero di colpo 300 milioni rendendo il decreto di domenica notte ampiamente insufficiente. Dopo aver detto sì al salvataggio di NordLb, la banca dei Länder tedeschi appena ricapitalizzata, la Commissione avrebbe difficoltà a bocciare l'intervento del Mediocredito, ma le modifiche dei Dat sono tutt'altra cosa. Un cavillo che ci riporta indietro ai tempi peggiori, e visto come la situazione patrimoniale di Pop Bari è stata spinta all'estremo, il «suggerimento» di Visco sembra essere l'unica strada possibile: accettare il baratto imposto dall'Ue, ritirare la causa su Tercas e salvare la Bari. Il capo di Bankitalia deve essere tanto consapevole del bivio «spintaneo» che nella cronologia auto assolutoria di ieri ha omesso un «dettaglio». Prima dell'intervento di Pop Bari in Tercas, la banca di Teramo aveva un debito di ben 480 milioni nei confronti di Bankitalia (più di metà del valore del decreto di salvataggio). Si trattava di un prestito finalizzato a stabilizzare la liquidità. A pagina 22 del bilancio della Bari - anno 2013 - si evince chiaramente che quel debito è passato in toto sulle spalle dell'acquirente di Tercas. Una cifra enorme, che è stata interamente ripagata. Portando sofferenze e debito di Tercas a circa 2 miliardi. Dei 220 milioni di bond subordinati finiti anche ai piccoli consumatori (come scrive Bankitalia), ben 213 sono stati utilizzati per coprire la spesa destinata all'acquisizione di Tercas. Il decreto di domenica, tra le altre cose, vuole evitare che gli obbligazionisti vengano sbancati. Figuriamoci che accadrebbe in caso contrario, e se qualcuno volesse dimostrare che alla fine Bankitalia è stata rimborsata e i cittadini comuni no.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bankitalia-lo-scrive-bruxelles-tiene-in-ostaggio-pop-bari-ma-pure-visco-ha-delle-colpe-2641609601.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-i-giallorossi-si-scannano-per-le-poltrone-di-palazzo-koch" data-post-id="2641609601" data-published-at="1777788273" data-use-pagination="False"> Intanto i giallorossi si scannano per le poltrone di Palazzo Koch Ansa «La nomina di Antonio Blandini a Commissario della Popolare di Bari ha provocato una forte irritazione tra i 5 Stelle. Bankitalia ha, infatti, scelto come commissario, a Bari, il professore universitario che, in passato, era stato indicato dalla stessa autorità di vigilanza come membro del comitato di sorveglianza nel commissariamento di Tercas. Ci si chiede come Blandini possa valutare, con oggettività, i problemi arrecati ai conti della BpB dalla fusione con Tercas e possa esprimere una valutazione oggettiva su una eventuale sottovalutazione delle sofferenze della banca abruzzese al momento della fusione con Bari». È la velina diffusa ieri dai vertici del Movimento, che ha deciso di attaccare frontalmente il numero uno di Via Nazionale, Ignazio Visco. A differenza del Pd, che su questa vicenda vuole stare coperto e allineato (visto gli storici interessi dei Ds di Massimo D'Alema nell'area), e di Italia viva che pattina sul ghiaccio (visto le scivolate di Boschi & C. su Etruria), il Movimento di Di Maio può permettersi di sbandierare la solita avversione verso banchieri e regolatori. D'altronde tutti precedenti crac sembrano non aver insegnato nulla. E nessuno sembra intenzionato a riformare una volta per tutte la governance di Palazzo Koch. Nessuno sembra dell'idea di separare l'attività di vigilanza da quella di risoluzione. Finché si mantiene questa commistione di poteri, c'è il rischio concreto che gli effetti che abbiamo sotto gli occhi si ripetano in continuo: crisi protratte nel tempo, tendenza a provare a coprire in sede di risoluzione errori commessi in sede di vigilanza e magari tendenza a far sposare «due zoppi», come si suol dire. Eppur eil tema caldo viene solo scalfito dai partiti. Ieri Anche Matteo Renzi è intervenuto sostenendo che Italia viva è più responsabile del M5s perchè pensa al bene dei risparmiatori. Purtroppo in questo momento le accuse dei partiti a Bankitalia nascondono interessi diversi dalla tutela dei risparmiatori italiani (la ratio del decreto di salvataggio da 900 milioni). Nascondo la partita della poltrone. Mentre infuria la polemica, tra Bankitalia e Palazzo Chigi si ragiona su un dossier altrettanto delicato, quello del risiko imminente delle nomine proprio di via Nazionale. Se ne era parlato già all'inizio dell'anno, dopo le tensioni sulla precedente manovra quando si era capito che Fabio Panetta, attuale dg, avrebbe fatto il salto nel consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce). A gennaio ci sarà il passaggio formale. Per questo motivo da mesi il governatore Visco avrebbe incominciato a muovere le sue pedine per formare il nuovo direttorio di Bankitalia, organo di massima importanza. Le critiche sulla gestione del caso Tercas-Popolare di Bari di questi giorni, con le bordate del leader dei 5 Stelle Luigi Di Maio, servono a non trovare la quadra. Per questo la convocazione del consiglio direttivo del 20 dicembre potrebbe slittare, tanto che addetti ai lavori parlano di metà gennaio come orizzonte per la decisione finale. Il nome che circola ormai da mesi è quello di Daniele Franco, attuale vice direttore generale, che dovrebbe essere promosso e prendere le deleghe della presidenza di Ivass, come richiesto da Visco. Il punto è che a liberarsi sarà una casella tutt'ora contesa e che riguarda da vicino anche Palazzo Chigi. Il posto vacante del direttorio dovrebbe andare a Piero Cipollone, nel settembre 2018 nominato consigliere economico (a titolo gratuito) del presidente del Consiglio, ma nominato a ottobre di quest'anno, con un blitz di Visco, funzionario generale con l'incarico di «alta consulenza al direttorio» di Banca d'Italia. Cipollone è molto richiesto. Ha gestito quando era a Chigi il dossier Carige, e in questi mesi è stato spesso l'interlocutore di Conte con gli investitori. A quanto apprende La Verità il premier lo vorrebbe ancora nella sua squadra, anche perché proprio Cipollone ha saputo gestire in questi mesi soprattutto i rapporti con la Commissione europea, interloquendo spesso con l'ex presidente Jean-Claude Juncker. Non a caso, oltre al suo nome circola quello di Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Dopo aver formato il nuovo direttorio bisognerà affidare le deleghe. Luigi Federico Signorini, che a febbraio rischiò di non essere riconfermato per gli attacchi concentrici di Lega e 5 stelle, avrà con tutta probabilità quella sui conti pubblici. Mentre quelle di Franco sul bilancio e banconote dovrebbero finire ai due che si contendono il posto nel direttorio, Cipollone o Gaiotti. Alessandra Perrazzelli, che è anche nel membro del direttorio su Ivass, si troverà quasi sicuramente la delega alla vigilanza. Più i 5 stelle insistono nel mettere in difficoltà Visco, più immaginano di aver la possibilità di infilare qualche nome gradito al giro della Casaleggio. Difficile che avvenga. Lo si evince anche dalla forza con cui ieri Bankitalia ha risposto alla minaccia di Di Maio di avviare una nuova commissione d'inchiesta sulle banche. «Oggi viviamo in un clima difficile», ha avvertito il governatore presentando il docufilm sul caso Ambrosoli, «la situazione economica non è favorevole, si è spesso alla ricerca di illusori capri espiatori e ne emergono sentimenti di odio e modelli negativi». Il riferimento alla Pop Bari era molto chiaro.
Rosy Bindi (Ansa)
Un «morto sanguinario e traditore», catturato dai partigiani e fucilato mentre scappava travestito da soldato tedesco. Certo, quello del cantante dei Litfiba è un coraggio che a ottant’anni di distanza non fa rischiare niente, se non l’applauso. Lo stesso ottenuto parlando del genocidio dei pellerossa, di quello degli armeni e degli ebrei, dei rom, dei gay e degli oppositori politici. Ma poteva mancare un riferimento alla Palestina e alla Flotilla? Ovviamente no. E dunque ecco Pelù urlare dal palco: «Palestina libera e fanculo i colonialismi». Cose mai sentite in una pubblica piazza.
Ma il cantante de Il diablo venerdì pomeriggio era in ottima compagnia. C’era chi, come Big Mama, ha chiuso la sua esibizione con il bacio gay dei suoi ballerini; chi come Frah Quintale ha invitato il pubblico a tenere gli occhi aperti perché «sono tempi bui»; chi come Geolier, cantante che ha realizzato una serie di video in cui si ostentavano kalashnikov e belle ragazze, si è lamentato perché le giovani generazioni sono vittime di violenza; chi come Serena Brancale ha rispolverato il mito di Che Guevara, intonando Hasta siempre comandante e infine chi, come Delia, ha corretto Bella ciao per renderla più inclusiva: non ci si rivolge più al partigiano ma all’essere umano. Un festival dell’impegno, che però si ferma dopo due strofe. Una celebrazione dell’ovvio, che non va oltre la banalità del bene. Gli slogan sono già logori ancora prima di essere pronunciati. C’è chi dal palco di San Giovanni dice «insieme possiamo cambiare le cose» (le Bambole di pezza) e chi invita a «prendersi il futuro» (Mobrici), ma anche chi sostiene che «la felicità è un diritto» (Maria Antonietta): non si sa se vada messa nella Costituzione come il lavoro e poi, come il lavoro, dimenticata. Una passerella di frasi fatte, buone anche per i Baci Perugina.
Il meglio di tutti però lo ha dato Levante, indossando una maglietta con il cognome del capo dello Stato. Altro che Che Guevara, il vero mito dell’Italia resistente è Sergio Mattarella, a cui l’Italia che si oppone (il 25 aprile, il primo maggio, la Festa della Repubblica e pure Pasqua, Natale, Santo Stefano e il 31 dicembre) si rivolge ogni sera deferente. Infatti, usando il nome del presidente della Repubblica, Levante ha bucato il video e pure le pagine dei giornali. Le pagelle dei cronisti l’hanno subito premiata. Parlare di Mussolini per accostarne l’immagine a Giorgia Meloni, come fa il povero Tomaso Montanari, ormai non suscita più alcuno scandalo. E pure il bacio gay: Fedez l’ha sdoganato a Sanremo. E la Flotilla, dopo mesi passati a discutere delle gite in alto mare degli attivisti, non emoziona più nessuno, neppure se i corpi speciali israeliani fermano le barche appena fuori dal porto. Insomma, per far parlare di sé senza avere né un repertorio straordinario né una voce particolare tocca usare Mattarella. Che con la musica c’entra poco, ma se non hai una canzone che ti faccia guadagnare un titolo puoi sempre buttarla in politica. Ovviamente badando bene a non toccare il caso Minetti, perché il Quirinale, dopo i chiarimenti sul potere di grazia in capo al presidente, è imbarazzato assai. E attenti a non insistere troppo neppure su Che Guevara, che essendo sudamericano potrebbe riportare alla memoria il pasticcio uruguaiano e un’adozione che, fino a quando l’Interpol non farà chiarezza, rischia di intaccare l’immagine del nostro Comandante.
E a proposito di chi, non sapendo come riemergere, si inventa ogni cosa, l’avete sentita Rosi Bindi? Parlando di Trump si è chiesta perché certi attentati riescano e altri no. Riflessioni profonde di una pasionaria democristiana di sinistra che Silvio Berlusconi definì proditoriamente (attenti: Prodi, compagno di Bindi e di altri di sinistra, non c’entra nulla) più bella che intelligente. Detto ciò, a me sembra che il primo maggio più che la festa dei Lavoratori sia la festa dei saltimbanchi.
Continua a leggereRiduci
Piazza del Quirinale a Roma (iStock)
Però al Quirinale non sono contenti dello stanziamento deciso nell’ultima Finanziaria, come segnala il sito Open.online, che sottolinea come «per il secondo anno consecutivo la Presidenza della Repubblica ha ottenuto, a differenza di Camera e Senato, un aumento del finanziamento annuale a carico del bilancio dello Stato».
Le lamentele, ovviamente felpate, emergono dai commenti che si leggono sul sito del Colle: l’incremento di 5 milioni della dotazione equilibra «solo parzialmente la riduzione del valore reale della dotazione dopo dieci anni di completa invarianza della stessa ad un livello nominale pari a quello richiesto per l’esercizio 2007». E l’aumento della dote «si è reso necessario per soddisfare le accresciute esigenze di spesa riscontrate nei vari comparti, sinora fronteggiate con la sola utilizzazione dell’avanzo di amministrazione realizzato nel corso del tempo e progressivamente eroso e mitiga solo parzialmente la riduzione in termini reali che la stessa ha costantemente subito nel corso degli anni: l’attuale importo di 235 milioni di euro, tenuto conto dell’inflazione misurata nel tempo in base all’indice dei prezzi al consumo, registra tuttora una diminuzione di circa il 31,07% rispetto all’importo del giugno 2007 rivalutato fino a dicembre 2025».
Insomma, dal Quirinale dicono che hanno fatto già tanti sacrifici. Mentre le spese aumentano. Quali? Ad esempio quelle pensionistiche. «La spesa per la previdenza, che costituisce il 45,39% del totale della spesa complessiva prevista del Segretariato generale (in aumento rispetto al 44,77% del 2025), presenta una dinamica in crescita nel prossimo triennio, a causa del maturare dei requisiti pensionistici da parte di numerose classi di età, con un incremento del 2,59% nel 2026 (da euro 116.334.000 del 2025 a euro 119.345.000), dell’1,52% nel 2027 (121.154.000 euro) e del 2,26% nel 2028 (euro 123.896.000)», si legge nella nota del Quirinale, che specifica come «le previsioni sono costruite sulla base dell’andamento dei collocamenti a riposo per raggiunti limiti di età (67 anni) e su ipotesi riguardanti la dinamica dei pensionamenti anticipati a domanda».
Poi sale la spesa «per i Consiglieri e Consulenti del Presidente della Repubblica» che passa da 1.568.000 nel 2025 a 2.083.000 euro nel 2026, con l’aumento percentuale più alto di tutte le voci di bilancio del Quirinale: +32,84%, spiega Open. Infine nel 2026 triplicheranno le spese in conto capitale, che lievitano dai 6.698.000 euro dell’anno precedente ai 18.728.000 milioni previsti. Ma gran parte di questi costi li coprirà il ministero di Matteo Salvini.
Continua a leggereRiduci
Via gli Emirati Arabi, l’OPEC si sfalda. Stoccaggi di greggio pieni, Iran verso il fermo impianti. La Cina riapre l’export di prodotti. Gli USA sanzionano raffineria cinese per i legami con l’Iran.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
Continua a leggereRiduci