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2024-02-20
Dal Nord al Sud i grandi si buttano sui bandi degli stabilimenti balneari
(IStock)
«Vorrei sapere dove sono i paladini della concorrenza, quelli che da sinistra strillano contro i gestori evasori che privatizzando il demanio pubblico escludono dal mercato i giovani che vogliono aprire un’attività». Chi parla è Fabrizio Licordari, presidente di Assobalneari (associata a Confindustria), che riapre il dossier ombrelloni dopo che a Jesolo una concessione è stata tolta a un consorzio di operatori per finire nelle mani di una cordata di cui magna pars è una società del gruppo Geox di Mario Moretti Polegato. Licordari ha chiesto e ottenuto per stamani la riconvocazione del tavolo tecnico che si sta occupando della mappatura dei litorali: «Qui bisogna serrare i ranghi, altrimenti non si arriva a una conclusione e noi tra 20 giorni dobbiamo aprire gli stabilimenti. Già manca il personale, con questa incertezza la stagione balneare è a rischio. E non credo sia un gran vantaggio per l’Italia rinunciare al turismo estivo».
Il settore balneare vale malcontati 40 miliardi e 420 milioni di presenze. Licordari osserva: «È uno degli effetti distorsivi della Bolkestein che come quasi tutti i provvedimenti europei non tiene conto della realtà: enuncia principi astratti. Sarò pure una Cassandra, ma avevo previsto che appena si fossero messe le concessioni a gara si sarebbe mosso l’interesse non dei piccoli, ma dei grossi gruppi finanziari. Nel caso di Jesolo almeno sono locali».
Cos’è successo? Il Comune di Jesolo ha messo a gara un tratto di arenile già in concessione a un consorzio di bagnini, ma di cui era gestore Alessandro Berton, presidente di Unionmare aderente a Confcommercio. Berton si è alleato con Geox e ha presentato un’offerta imbattibile che pare preveda investimenti per 7 milioni e ha sfrattato i suoi ex «padroni». Si è scatenata una baruffa locale che ha però un risvolto nazionale. C’è una lite in Confcommercio con il presidente nazionale dei balneari Antonio Capacchione che giudica «inquietante quanto accaduto a Jesolo; sbagliata e azzardata è la messa a gara di concessioni demaniali in assenza di una regolamentazione nazionale, senza un’adeguata tutela dei concessionari attualmente operanti e in aperta violazione di una legge che la vieta; e sconcertante è il coinvolgimento del presidente di Unionmare Veneto».
I locali si difendono: «Esiste un modello Veneto», sostiene Patrizio Bertin, Confcommercio regionale, «Questa è l’unica Regione che con una sua legge ha disciplinato la questione». Non la pensano così i deputati di Forza Italia Maurizio Gasparri e Deborah Bergamini, da sempre vicini ai balneari, che notano: «Lascia sconcertati la decisione del Comune di Jesolo di assegnare con dei bandi, fatti in base a norme che sono in contrasto con le regole nazionali, delle concessioni balneari che comprimono l’attività di piccole imprese familiari». Ad Amalfi egualmente il responsabile del Demanio, l’ingegnere Pietro Fico, ha intimato lo sgombero dell’arenile di Marina Grande dai titolari di regolari concessioni rilasciate tra il 2008 e il 2009. È l’ultimo capitolo di un lungo contenzioso legale che però apre le porte alle gare in opposizione a quanto previsto dal governo. Così a Genova è stato pubblicato il bando per le concessioni demaniali anche se - spiega l’assessore competente Mario Mascia - «entro il 30 aprile gli attuali concessionari potranno presentare la documentazione progettuale».
Sono fughe in avanti rispetto al decreto legge con cui Giorgia Meloni ha prorogato le concessioni a tutto il 2024, con espletamento delle gare l’anno successivo e comunque non prima che sia terminata la mappatura completa degli arenili per verificare se -come prevede la Bolkestein - ci sia o no scarsità di risorse. Finora emerge che solo il 30% delle spiagge italiane è in concessione. Moltissimi sindaci si attengono però alla precedente legge Draghi che fissava al 31 dicembre scorso la fine delle concessioni. E perciò i Tar sono intasati da centinaia di ricorsi. «È una situazione d’ incertezza», osserva Licordari, «che va ricondotta a quanto dice la legge. Le concessioni sono valide fino all’anno prossimo. Del resto il 14 gennaio il governo ha risposto a Bruxelles che prendeva altri quattro mesi di tempo per terminare la mappatura e l’Ue ha accettato. Non c’è alcuna ragione per fare fughe in avanti». La stagione balneare perciò parte male. Mancano almeno 4.000 bagnini anche perché è stato vietato ai minorenni di fare salvamento anche se hanno l’abilitazione. «Il tema», osserva il presidente di Assobalneari, «c’è e riguarda tutto il turismo. Non solo mancano gli addetti al salvataggio che hanno un’enorme responsabilità, ma non si trovano migliaia di camerieri, cuochi, collaboratori. Noi operatori in questo limbo non abbiamo gran voglia d’investire. Perché, come a Jesolo, in mare c’è sempre un pesce più grosso pronto a mangiarti».
L’Europa si mangia il modello Italia
Di Riccardo Zucconi, deputato di Fratelli d’Italia.
Sono assolutamente condivisibili le recenti affermazioni di Mario Draghi e sorrette da una capacità di analisi che tutti gli riconoscono.
Dalla necessità in Europa di una politica fiscale comune a quella di preventivare una ingente spesa pubblica per combattere le criticità ambientali e climatiche e sostenere le transizioni energetiche; dal promuovere in Europa politiche di reshoring delle industrie strategiche e «avvicinare» le catene di fornitura critiche al riesaminare non solo dove acquistiamo i beni, ma anche all’impellenza di dotare l’Unione europea di un comune sistema di Difesa, tutte riflessioni e indicazioni importanti e sulle quali non si può che concordare.
Ma Draghi ha citato anche l’imperativo, indicandolo come tutela delle democrazie occidentali, di affrontare le disuguaglianze di ricchezza e di reddito e su questo ultimo punto e in generale sulla metodica dell’analisi che vede la critica ai sovranismi, identificati come antitetici rispetto agli obbiettivi indicati, ci permettiamo di segnalare una qualche incongruenza.
La difesa di alcune specificità dell’economia e della struttura sociale delle nazioni, ancorché «piccole», ci pare infatti la condizione indispensabile per garantire la loro stessa sopravvivenza. Un punto di osservazione meramente globalistico e che affronti solo analisi marco tematiche rischia infatti di provocare fratture difficilmente risanabili in economie oggettivamente già di per sé fragili. Cito ad esempio di questa sua inesauriente e dunque deficitaria visione quanto prodotto proprio dal suo governo in tema della legge sulla concorrenza del 2022. L’adesione pedissequa e rigida ai principi delle liberalizzazioni dei mercati ha non solo messo in difficoltà il mondo delle piccole imprese - in questo caso dei commercianti, degli ambulanti e dei concessionari di demanio marittimo - ma ha addirittura investito quello delle concessioni geotermiche e idroelettriche e cioè un asset strategico per l’Italia nella produzione green di energia elettrica. Di più, ha orientato e condizionato gli indirizzi e gli impegni assunti verso l’Europa per l’acquisizione dei fondi del Pnrr ingenerando a oggi un pericoloso corto circuito fra la tutela del nostro sistema delle piccole imprese, ma anche della maggior produzione nazionale di Fer, e l’accesso a risorse essenziali per il nostro Paese e provenienti dai piani di sostegno comunitari.
Per un tessuto economico che in Italia è composto al 95% da micro e piccole imprese, una simile impostazione è fatale. Sono ad esempio 110.000 le attività commerciali scomparse negli ultimi anni dalle nostre città, 110.000 famiglie che hanno dovuto rimodulare le loro esistenze in altro modo finendo talvolta ai limiti della soglia di povertà, non contribuendo più al gettito fiscale e facendo cessare l’occupazione che generavano. Nel frattempo si è stati molto meno inflessibili sul versante della tassazione dei giganti dell’ecommerce, sulle Ota e sulle delocalizzazioni fiscali di grandi gruppi industriali: vogliamo veramente continuare su questa linea e con questa visione? Chi porterà risorse alle casse dello Stato con la desertificazione del nostro, essenziale, micro sistema economico? Chi ne gestirà le conseguenze sociali e direi anche culturali? Particolarmente grave poi andare a intaccare settori nei quali l’Italia è un’eccellenza come quello del turismo con una mentalità che, come si è visto nel comune di Jesolo con le gare di messa all’asta di concessioni demaniali marittime, premierà soltanto i grandi gruppi industriali e finanziari che come rapaci si avventeranno sulla svendita di un nostro patrimonio nazionale penalizzando però, molto di più rispetto ad analoghi fenomeni del passato, centinaia di migliaia di cittadini italiani.
Come si è visto con le proteste degli agricoltori di tutta Europa, la trasformazione in qualsiasi settore dei piccoli imprenditori in novelli servi della gleba non è agevole e anzi rischierebbe di comportare proteste sociali in grado di destabilizzare la politica ove il discrimine fra privilegi di posizione e interessi nazionali non venga ben circoscritto. Questa purtroppo è la componente che manca nella sua analisi e che invece deve essere valutata attentamente, pur con tutte le difficoltà che questo comporta, e rappresentata costantemente a difesa dell’Italia ma anche di un progetto Europa così tutelato anche rispetto a propensioni antieuropee contrarie causate dalla scomparsa a livelli nazionali di interi ceti sociali e soprattutto produttivi.
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Non solo Jesolo, con una concessione ottenuta da una cordata guidata da Geox: i casi si moltiplicano da Amalfi a Genova, anche se il governo ha congelato tutto fino a fine 2024. Piccoli a rischio sopravvivenza.Il nostro Paese è caratterizzato dal 95% di Pmi. Le scelte di Draghi sulla concorrenza non hanno tenuto conto di questa specificità e porteranno al deserto imprenditoriale.Lo speciale contiene due articoli.«Vorrei sapere dove sono i paladini della concorrenza, quelli che da sinistra strillano contro i gestori evasori che privatizzando il demanio pubblico escludono dal mercato i giovani che vogliono aprire un’attività». Chi parla è Fabrizio Licordari, presidente di Assobalneari (associata a Confindustria), che riapre il dossier ombrelloni dopo che a Jesolo una concessione è stata tolta a un consorzio di operatori per finire nelle mani di una cordata di cui magna pars è una società del gruppo Geox di Mario Moretti Polegato. Licordari ha chiesto e ottenuto per stamani la riconvocazione del tavolo tecnico che si sta occupando della mappatura dei litorali: «Qui bisogna serrare i ranghi, altrimenti non si arriva a una conclusione e noi tra 20 giorni dobbiamo aprire gli stabilimenti. Già manca il personale, con questa incertezza la stagione balneare è a rischio. E non credo sia un gran vantaggio per l’Italia rinunciare al turismo estivo». Il settore balneare vale malcontati 40 miliardi e 420 milioni di presenze. Licordari osserva: «È uno degli effetti distorsivi della Bolkestein che come quasi tutti i provvedimenti europei non tiene conto della realtà: enuncia principi astratti. Sarò pure una Cassandra, ma avevo previsto che appena si fossero messe le concessioni a gara si sarebbe mosso l’interesse non dei piccoli, ma dei grossi gruppi finanziari. Nel caso di Jesolo almeno sono locali». Cos’è successo? Il Comune di Jesolo ha messo a gara un tratto di arenile già in concessione a un consorzio di bagnini, ma di cui era gestore Alessandro Berton, presidente di Unionmare aderente a Confcommercio. Berton si è alleato con Geox e ha presentato un’offerta imbattibile che pare preveda investimenti per 7 milioni e ha sfrattato i suoi ex «padroni». Si è scatenata una baruffa locale che ha però un risvolto nazionale. C’è una lite in Confcommercio con il presidente nazionale dei balneari Antonio Capacchione che giudica «inquietante quanto accaduto a Jesolo; sbagliata e azzardata è la messa a gara di concessioni demaniali in assenza di una regolamentazione nazionale, senza un’adeguata tutela dei concessionari attualmente operanti e in aperta violazione di una legge che la vieta; e sconcertante è il coinvolgimento del presidente di Unionmare Veneto». I locali si difendono: «Esiste un modello Veneto», sostiene Patrizio Bertin, Confcommercio regionale, «Questa è l’unica Regione che con una sua legge ha disciplinato la questione». Non la pensano così i deputati di Forza Italia Maurizio Gasparri e Deborah Bergamini, da sempre vicini ai balneari, che notano: «Lascia sconcertati la decisione del Comune di Jesolo di assegnare con dei bandi, fatti in base a norme che sono in contrasto con le regole nazionali, delle concessioni balneari che comprimono l’attività di piccole imprese familiari». Ad Amalfi egualmente il responsabile del Demanio, l’ingegnere Pietro Fico, ha intimato lo sgombero dell’arenile di Marina Grande dai titolari di regolari concessioni rilasciate tra il 2008 e il 2009. È l’ultimo capitolo di un lungo contenzioso legale che però apre le porte alle gare in opposizione a quanto previsto dal governo. Così a Genova è stato pubblicato il bando per le concessioni demaniali anche se - spiega l’assessore competente Mario Mascia - «entro il 30 aprile gli attuali concessionari potranno presentare la documentazione progettuale». Sono fughe in avanti rispetto al decreto legge con cui Giorgia Meloni ha prorogato le concessioni a tutto il 2024, con espletamento delle gare l’anno successivo e comunque non prima che sia terminata la mappatura completa degli arenili per verificare se -come prevede la Bolkestein - ci sia o no scarsità di risorse. Finora emerge che solo il 30% delle spiagge italiane è in concessione. Moltissimi sindaci si attengono però alla precedente legge Draghi che fissava al 31 dicembre scorso la fine delle concessioni. E perciò i Tar sono intasati da centinaia di ricorsi. «È una situazione d’ incertezza», osserva Licordari, «che va ricondotta a quanto dice la legge. Le concessioni sono valide fino all’anno prossimo. Del resto il 14 gennaio il governo ha risposto a Bruxelles che prendeva altri quattro mesi di tempo per terminare la mappatura e l’Ue ha accettato. Non c’è alcuna ragione per fare fughe in avanti». La stagione balneare perciò parte male. Mancano almeno 4.000 bagnini anche perché è stato vietato ai minorenni di fare salvamento anche se hanno l’abilitazione. «Il tema», osserva il presidente di Assobalneari, «c’è e riguarda tutto il turismo. Non solo mancano gli addetti al salvataggio che hanno un’enorme responsabilità, ma non si trovano migliaia di camerieri, cuochi, collaboratori. Noi operatori in questo limbo non abbiamo gran voglia d’investire. 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Dalla necessità in Europa di una politica fiscale comune a quella di preventivare una ingente spesa pubblica per combattere le criticità ambientali e climatiche e sostenere le transizioni energetiche; dal promuovere in Europa politiche di reshoring delle industrie strategiche e «avvicinare» le catene di fornitura critiche al riesaminare non solo dove acquistiamo i beni, ma anche all’impellenza di dotare l’Unione europea di un comune sistema di Difesa, tutte riflessioni e indicazioni importanti e sulle quali non si può che concordare. Ma Draghi ha citato anche l’imperativo, indicandolo come tutela delle democrazie occidentali, di affrontare le disuguaglianze di ricchezza e di reddito e su questo ultimo punto e in generale sulla metodica dell’analisi che vede la critica ai sovranismi, identificati come antitetici rispetto agli obbiettivi indicati, ci permettiamo di segnalare una qualche incongruenza. La difesa di alcune specificità dell’economia e della struttura sociale delle nazioni, ancorché «piccole», ci pare infatti la condizione indispensabile per garantire la loro stessa sopravvivenza. Un punto di osservazione meramente globalistico e che affronti solo analisi marco tematiche rischia infatti di provocare fratture difficilmente risanabili in economie oggettivamente già di per sé fragili. Cito ad esempio di questa sua inesauriente e dunque deficitaria visione quanto prodotto proprio dal suo governo in tema della legge sulla concorrenza del 2022. L’adesione pedissequa e rigida ai principi delle liberalizzazioni dei mercati ha non solo messo in difficoltà il mondo delle piccole imprese - in questo caso dei commercianti, degli ambulanti e dei concessionari di demanio marittimo - ma ha addirittura investito quello delle concessioni geotermiche e idroelettriche e cioè un asset strategico per l’Italia nella produzione green di energia elettrica. Di più, ha orientato e condizionato gli indirizzi e gli impegni assunti verso l’Europa per l’acquisizione dei fondi del Pnrr ingenerando a oggi un pericoloso corto circuito fra la tutela del nostro sistema delle piccole imprese, ma anche della maggior produzione nazionale di Fer, e l’accesso a risorse essenziali per il nostro Paese e provenienti dai piani di sostegno comunitari. Per un tessuto economico che in Italia è composto al 95% da micro e piccole imprese, una simile impostazione è fatale. Sono ad esempio 110.000 le attività commerciali scomparse negli ultimi anni dalle nostre città, 110.000 famiglie che hanno dovuto rimodulare le loro esistenze in altro modo finendo talvolta ai limiti della soglia di povertà, non contribuendo più al gettito fiscale e facendo cessare l’occupazione che generavano. Nel frattempo si è stati molto meno inflessibili sul versante della tassazione dei giganti dell’ecommerce, sulle Ota e sulle delocalizzazioni fiscali di grandi gruppi industriali: vogliamo veramente continuare su questa linea e con questa visione? Chi porterà risorse alle casse dello Stato con la desertificazione del nostro, essenziale, micro sistema economico? Chi ne gestirà le conseguenze sociali e direi anche culturali? Particolarmente grave poi andare a intaccare settori nei quali l’Italia è un’eccellenza come quello del turismo con una mentalità che, come si è visto nel comune di Jesolo con le gare di messa all’asta di concessioni demaniali marittime, premierà soltanto i grandi gruppi industriali e finanziari che come rapaci si avventeranno sulla svendita di un nostro patrimonio nazionale penalizzando però, molto di più rispetto ad analoghi fenomeni del passato, centinaia di migliaia di cittadini italiani. Come si è visto con le proteste degli agricoltori di tutta Europa, la trasformazione in qualsiasi settore dei piccoli imprenditori in novelli servi della gleba non è agevole e anzi rischierebbe di comportare proteste sociali in grado di destabilizzare la politica ove il discrimine fra privilegi di posizione e interessi nazionali non venga ben circoscritto. Questa purtroppo è la componente che manca nella sua analisi e che invece deve essere valutata attentamente, pur con tutte le difficoltà che questo comporta, e rappresentata costantemente a difesa dell’Italia ma anche di un progetto Europa così tutelato anche rispetto a propensioni antieuropee contrarie causate dalla scomparsa a livelli nazionali di interi ceti sociali e soprattutto produttivi.
Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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