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2022-04-26
Le aziende si ribellano all’embargo
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Sono volati in Russia ieri, giorno della Liberazione, per organizzare la loro resistenza con la benedizione di Confindustria, l’organizzazione della Fiera di Bologna e il contributo della Regione Marche. Vanno contro e oltre le sanzioni; l’imperativo è: o Mosca o morte. Mentre Mario Draghi si allinea alle posizioni di Joe Biden e sorpassa a sinistra la Germania, che di stop al gas russo non vuole sentir parlare, mentre Sergio Mattarella chiede sacrifici in cambio della difesa degli ideali, chi tutti i giorni fa i conti col mercato, con un fisco e una burocrazia opprimenti, con l’inflazione al 7% e ha bisogno di vendere e produrre per campare non ha tanto spazio per i distinguo. Boicotta le sanzioni che fanno male più a noi che a Vladimir Putin. Monta la protesta delle aziende. In Russia quelle italiane rimaste in attività sono almeno un centinaio e tra chi rischia di perdere il lavoro a causa delle sanzioni, del caro gas non sono molti quelli disposti a «morire» per Kiev. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese l’allarme l’ha lanciato invitando i prefetti a dare corso a «una strategia complessiva di presidio della legalità» perché si rischiano «gravi tensioni che potrebbero accompagnarsi alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro». Risposte dal governo non ne arrivano, salvo raccontare che va raccattando qua e là un po’ di metano e poi scoprire, per esempio, come ha rivelato ieri La Verità, che quel po’ di gas dall’Algeria arriva perché ce l’hanno offerto attraverso la famiglia del fu presidente dell’Eni, Enrico Mattei. Se nelle piazze del 25 aprile si sono visti gli striscioni contro la Nato, Mario Draghi dovrà domandarsi se le sanzioni facciano più male a noi o alla Russia. La risposta la danno le industrie calzaturiere che pedalano alla manovia (è la catena di montaggio delle scarpe) da mane a sera. Erano i cinesi d’Europa, negli anni del boom, e ora nel triangolo della scarpa tra Casette d’Ete, Montegranaro e Sant’Elpidio si devono difendere dai cinesi che, clandestini, senza pagare un euro d’imposte, in casolari diroccati, producono tomaie a getto continuo facendo dumping. Senza l’export in Russia, dove una scarpa made in Marche è per la «borghesia» putiniana uno status symbol, restano a piedi. Così non hanno rinunciato all’edizione primaverile di Obuv mir kozhi (letteralmente scarpe e accessori di cuoio), da oggi al 29 aprile, incuranti delle sanzioni. La Fiera di Bologna organizza questa esposizione moscovita da diversi anni, da quando il Micam (la più importante rassegna al mondo legata alla calzatura, un settore che in Italia vale 14,5 miliardi, impiega in 4.100 aziende 72.000 persone) si è trasferito definitivamente a Milano. Il contraccolpo delle sanzioni è stato durissimo e mette in crisi non solo gli «scarpai», ma molti altri settori. È una filiera lunga: va dalle concerie alla gomma, dalla carta alle lavorazioni metalliche. Il distretto delle Marche conta 3.000 aziende, con circa 9 lavoratori ad azienda, di cui un terzo fanno scarpe e due terzi semilavorati o produzioni complementari. Le sanzioni vogliono dire 6 milioni di paia di scarpe senza acquirenti. Da qui la decisione di partire comunque per Mosca. Il gruppo è composto da 48 aziende, assistite dalla Fiera di Bologna e da Assocalzaturifici, aderente a Confindustria. Il grosso è costituito da 31 calzaturifici partiti da Sant’Elpidio, da Civitanova Marche, da Casette d’Ete, da Montegranaro e Monte Urano. Lo fanno assumendosi anche dei rischi personali. Non ci sono più voli diretti dall’Italia per Mosca: chi poteva spendere, è passato da Dubai, gli altri hanno fatto dall’Italia a Mosca via Serbia e Turchia. Marino Fabiani ha la fabbrica a Fermo, è una sorta di capo delegazione e non si rimprovera nulla, anzi: «Tutti vogliamo che la guerra finisca, siamo solidali con gli ucraini, ma così rischiamo di morire anche noi. Io ho 5.000 paia di scarpe ferme, ho da riscuotere il fatturato di tre mesi che è congelato nelle banche. Senza quel flusso di cassa non posso resistere. Abbiamo già sopportato due anni di pandemia e quello russo è stato il solo mercato che ha continuato a tirare. Ora, o andiamo a fare nuovi ordini, a consegnare quello che abbiamo prodotto e a incassare quello che avevano venduto, o è la fine.» Il cliente russo, per il distretto fermano, vale il 40% dell’export. Il presidente provinciale di Confindustria Arturo Venanzi ha fatto un appello al governo perché si trovi il modo di far arrivare i pagamenti alle aziende, peraltro dimenticate nei mesi bui del Covid. «Bloccando i pagamenti di prodotti di moda e manifatturieri non si danneggia solo il russo, ma anche l’imprenditore che ha lavorato; stanno fermando soldi nostri» dice Venanzi, ma dal governo nessuno ha accusato ricevuta. Da qui la decisione di partecipare alla fiera moscovita. Mirco Carloni, assessore regionale alle attività produttive, rivendica la scelta delle Marche di contribuire alla trasferta: «Abbiamo programmato questa fiera insieme alle aziende ben prima del conflitto, non c’è motivo per ritirare il contributo. Era prevista anche la partecipazione a una rassegna a Kiev che è stata inevitabilmente cancellata. Questo non vuol dire», puntualizza Carloni, «che la Regione Marche non è solidale con il popolo ucraino invaso, significa solo che noi quando prendiamo impegni con le imprese li rispettiamo. Mi sono consultato anche con la Camera di commercio e la partecipazione alla Obuv è scritta nel nostro programma d’internazionalizzazione; noi paghiamo lo stand a ogni azienda per circa 8.000 euro.» Anche perché, ribadisce Marino Fabiani, «quel mercato, per qualcuno di noi, rappresenta il 70% del fatturato, non possiamo abbandonarlo dall’oggi al domani o, peggio, consegnarlo ai cinesi, che già ci fanno concorrenza sleale in patria.» Mario Draghi è avvertito: a tenere i piedi in due scarpe si rischia.
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Quasi cinquanta imprenditori calzaturieri, con l’appoggio della Fiera di Bologna e della Regione Marche, sono andati a Mosca incuranti dei divieti: «Abbiamo 6 milioni di scarpe ferme e questo mercato per noi è vitale. L’alternativa è chiudere e licenziare». Sono volati in Russia ieri, giorno della Liberazione, per organizzare la loro resistenza con la benedizione di Confindustria, l’organizzazione della Fiera di Bologna e il contributo della Regione Marche. Vanno contro e oltre le sanzioni; l’imperativo è: o Mosca o morte. Mentre Mario Draghi si allinea alle posizioni di Joe Biden e sorpassa a sinistra la Germania, che di stop al gas russo non vuole sentir parlare, mentre Sergio Mattarella chiede sacrifici in cambio della difesa degli ideali, chi tutti i giorni fa i conti col mercato, con un fisco e una burocrazia opprimenti, con l’inflazione al 7% e ha bisogno di vendere e produrre per campare non ha tanto spazio per i distinguo. Boicotta le sanzioni che fanno male più a noi che a Vladimir Putin. Monta la protesta delle aziende. In Russia quelle italiane rimaste in attività sono almeno un centinaio e tra chi rischia di perdere il lavoro a causa delle sanzioni, del caro gas non sono molti quelli disposti a «morire» per Kiev. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese l’allarme l’ha lanciato invitando i prefetti a dare corso a «una strategia complessiva di presidio della legalità» perché si rischiano «gravi tensioni che potrebbero accompagnarsi alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro». Risposte dal governo non ne arrivano, salvo raccontare che va raccattando qua e là un po’ di metano e poi scoprire, per esempio, come ha rivelato ieri La Verità, che quel po’ di gas dall’Algeria arriva perché ce l’hanno offerto attraverso la famiglia del fu presidente dell’Eni, Enrico Mattei. Se nelle piazze del 25 aprile si sono visti gli striscioni contro la Nato, Mario Draghi dovrà domandarsi se le sanzioni facciano più male a noi o alla Russia. La risposta la danno le industrie calzaturiere che pedalano alla manovia (è la catena di montaggio delle scarpe) da mane a sera. Erano i cinesi d’Europa, negli anni del boom, e ora nel triangolo della scarpa tra Casette d’Ete, Montegranaro e Sant’Elpidio si devono difendere dai cinesi che, clandestini, senza pagare un euro d’imposte, in casolari diroccati, producono tomaie a getto continuo facendo dumping. Senza l’export in Russia, dove una scarpa made in Marche è per la «borghesia» putiniana uno status symbol, restano a piedi. Così non hanno rinunciato all’edizione primaverile di Obuv mir kozhi (letteralmente scarpe e accessori di cuoio), da oggi al 29 aprile, incuranti delle sanzioni. La Fiera di Bologna organizza questa esposizione moscovita da diversi anni, da quando il Micam (la più importante rassegna al mondo legata alla calzatura, un settore che in Italia vale 14,5 miliardi, impiega in 4.100 aziende 72.000 persone) si è trasferito definitivamente a Milano. Il contraccolpo delle sanzioni è stato durissimo e mette in crisi non solo gli «scarpai», ma molti altri settori. È una filiera lunga: va dalle concerie alla gomma, dalla carta alle lavorazioni metalliche. Il distretto delle Marche conta 3.000 aziende, con circa 9 lavoratori ad azienda, di cui un terzo fanno scarpe e due terzi semilavorati o produzioni complementari. Le sanzioni vogliono dire 6 milioni di paia di scarpe senza acquirenti. Da qui la decisione di partire comunque per Mosca. Il gruppo è composto da 48 aziende, assistite dalla Fiera di Bologna e da Assocalzaturifici, aderente a Confindustria. Il grosso è costituito da 31 calzaturifici partiti da Sant’Elpidio, da Civitanova Marche, da Casette d’Ete, da Montegranaro e Monte Urano. Lo fanno assumendosi anche dei rischi personali. Non ci sono più voli diretti dall’Italia per Mosca: chi poteva spendere, è passato da Dubai, gli altri hanno fatto dall’Italia a Mosca via Serbia e Turchia. Marino Fabiani ha la fabbrica a Fermo, è una sorta di capo delegazione e non si rimprovera nulla, anzi: «Tutti vogliamo che la guerra finisca, siamo solidali con gli ucraini, ma così rischiamo di morire anche noi. Io ho 5.000 paia di scarpe ferme, ho da riscuotere il fatturato di tre mesi che è congelato nelle banche. Senza quel flusso di cassa non posso resistere. Abbiamo già sopportato due anni di pandemia e quello russo è stato il solo mercato che ha continuato a tirare. Ora, o andiamo a fare nuovi ordini, a consegnare quello che abbiamo prodotto e a incassare quello che avevano venduto, o è la fine.» Il cliente russo, per il distretto fermano, vale il 40% dell’export. Il presidente provinciale di Confindustria Arturo Venanzi ha fatto un appello al governo perché si trovi il modo di far arrivare i pagamenti alle aziende, peraltro dimenticate nei mesi bui del Covid. «Bloccando i pagamenti di prodotti di moda e manifatturieri non si danneggia solo il russo, ma anche l’imprenditore che ha lavorato; stanno fermando soldi nostri» dice Venanzi, ma dal governo nessuno ha accusato ricevuta. Da qui la decisione di partecipare alla fiera moscovita. Mirco Carloni, assessore regionale alle attività produttive, rivendica la scelta delle Marche di contribuire alla trasferta: «Abbiamo programmato questa fiera insieme alle aziende ben prima del conflitto, non c’è motivo per ritirare il contributo. Era prevista anche la partecipazione a una rassegna a Kiev che è stata inevitabilmente cancellata. Questo non vuol dire», puntualizza Carloni, «che la Regione Marche non è solidale con il popolo ucraino invaso, significa solo che noi quando prendiamo impegni con le imprese li rispettiamo. Mi sono consultato anche con la Camera di commercio e la partecipazione alla Obuv è scritta nel nostro programma d’internazionalizzazione; noi paghiamo lo stand a ogni azienda per circa 8.000 euro.» Anche perché, ribadisce Marino Fabiani, «quel mercato, per qualcuno di noi, rappresenta il 70% del fatturato, non possiamo abbandonarlo dall’oggi al domani o, peggio, consegnarlo ai cinesi, che già ci fanno concorrenza sleale in patria.» Mario Draghi è avvertito: a tenere i piedi in due scarpe si rischia.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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