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2022-04-26
Le aziende si ribellano all’embargo
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Sono volati in Russia ieri, giorno della Liberazione, per organizzare la loro resistenza con la benedizione di Confindustria, l’organizzazione della Fiera di Bologna e il contributo della Regione Marche. Vanno contro e oltre le sanzioni; l’imperativo è: o Mosca o morte. Mentre Mario Draghi si allinea alle posizioni di Joe Biden e sorpassa a sinistra la Germania, che di stop al gas russo non vuole sentir parlare, mentre Sergio Mattarella chiede sacrifici in cambio della difesa degli ideali, chi tutti i giorni fa i conti col mercato, con un fisco e una burocrazia opprimenti, con l’inflazione al 7% e ha bisogno di vendere e produrre per campare non ha tanto spazio per i distinguo. Boicotta le sanzioni che fanno male più a noi che a Vladimir Putin. Monta la protesta delle aziende. In Russia quelle italiane rimaste in attività sono almeno un centinaio e tra chi rischia di perdere il lavoro a causa delle sanzioni, del caro gas non sono molti quelli disposti a «morire» per Kiev. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese l’allarme l’ha lanciato invitando i prefetti a dare corso a «una strategia complessiva di presidio della legalità» perché si rischiano «gravi tensioni che potrebbero accompagnarsi alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro». Risposte dal governo non ne arrivano, salvo raccontare che va raccattando qua e là un po’ di metano e poi scoprire, per esempio, come ha rivelato ieri La Verità, che quel po’ di gas dall’Algeria arriva perché ce l’hanno offerto attraverso la famiglia del fu presidente dell’Eni, Enrico Mattei. Se nelle piazze del 25 aprile si sono visti gli striscioni contro la Nato, Mario Draghi dovrà domandarsi se le sanzioni facciano più male a noi o alla Russia. La risposta la danno le industrie calzaturiere che pedalano alla manovia (è la catena di montaggio delle scarpe) da mane a sera. Erano i cinesi d’Europa, negli anni del boom, e ora nel triangolo della scarpa tra Casette d’Ete, Montegranaro e Sant’Elpidio si devono difendere dai cinesi che, clandestini, senza pagare un euro d’imposte, in casolari diroccati, producono tomaie a getto continuo facendo dumping. Senza l’export in Russia, dove una scarpa made in Marche è per la «borghesia» putiniana uno status symbol, restano a piedi. Così non hanno rinunciato all’edizione primaverile di Obuv mir kozhi (letteralmente scarpe e accessori di cuoio), da oggi al 29 aprile, incuranti delle sanzioni. La Fiera di Bologna organizza questa esposizione moscovita da diversi anni, da quando il Micam (la più importante rassegna al mondo legata alla calzatura, un settore che in Italia vale 14,5 miliardi, impiega in 4.100 aziende 72.000 persone) si è trasferito definitivamente a Milano. Il contraccolpo delle sanzioni è stato durissimo e mette in crisi non solo gli «scarpai», ma molti altri settori. È una filiera lunga: va dalle concerie alla gomma, dalla carta alle lavorazioni metalliche. Il distretto delle Marche conta 3.000 aziende, con circa 9 lavoratori ad azienda, di cui un terzo fanno scarpe e due terzi semilavorati o produzioni complementari. Le sanzioni vogliono dire 6 milioni di paia di scarpe senza acquirenti. Da qui la decisione di partire comunque per Mosca. Il gruppo è composto da 48 aziende, assistite dalla Fiera di Bologna e da Assocalzaturifici, aderente a Confindustria. Il grosso è costituito da 31 calzaturifici partiti da Sant’Elpidio, da Civitanova Marche, da Casette d’Ete, da Montegranaro e Monte Urano. Lo fanno assumendosi anche dei rischi personali. Non ci sono più voli diretti dall’Italia per Mosca: chi poteva spendere, è passato da Dubai, gli altri hanno fatto dall’Italia a Mosca via Serbia e Turchia. Marino Fabiani ha la fabbrica a Fermo, è una sorta di capo delegazione e non si rimprovera nulla, anzi: «Tutti vogliamo che la guerra finisca, siamo solidali con gli ucraini, ma così rischiamo di morire anche noi. Io ho 5.000 paia di scarpe ferme, ho da riscuotere il fatturato di tre mesi che è congelato nelle banche. Senza quel flusso di cassa non posso resistere. Abbiamo già sopportato due anni di pandemia e quello russo è stato il solo mercato che ha continuato a tirare. Ora, o andiamo a fare nuovi ordini, a consegnare quello che abbiamo prodotto e a incassare quello che avevano venduto, o è la fine.» Il cliente russo, per il distretto fermano, vale il 40% dell’export. Il presidente provinciale di Confindustria Arturo Venanzi ha fatto un appello al governo perché si trovi il modo di far arrivare i pagamenti alle aziende, peraltro dimenticate nei mesi bui del Covid. «Bloccando i pagamenti di prodotti di moda e manifatturieri non si danneggia solo il russo, ma anche l’imprenditore che ha lavorato; stanno fermando soldi nostri» dice Venanzi, ma dal governo nessuno ha accusato ricevuta. Da qui la decisione di partecipare alla fiera moscovita. Mirco Carloni, assessore regionale alle attività produttive, rivendica la scelta delle Marche di contribuire alla trasferta: «Abbiamo programmato questa fiera insieme alle aziende ben prima del conflitto, non c’è motivo per ritirare il contributo. Era prevista anche la partecipazione a una rassegna a Kiev che è stata inevitabilmente cancellata. Questo non vuol dire», puntualizza Carloni, «che la Regione Marche non è solidale con il popolo ucraino invaso, significa solo che noi quando prendiamo impegni con le imprese li rispettiamo. Mi sono consultato anche con la Camera di commercio e la partecipazione alla Obuv è scritta nel nostro programma d’internazionalizzazione; noi paghiamo lo stand a ogni azienda per circa 8.000 euro.» Anche perché, ribadisce Marino Fabiani, «quel mercato, per qualcuno di noi, rappresenta il 70% del fatturato, non possiamo abbandonarlo dall’oggi al domani o, peggio, consegnarlo ai cinesi, che già ci fanno concorrenza sleale in patria.» Mario Draghi è avvertito: a tenere i piedi in due scarpe si rischia.
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Quasi cinquanta imprenditori calzaturieri, con l’appoggio della Fiera di Bologna e della Regione Marche, sono andati a Mosca incuranti dei divieti: «Abbiamo 6 milioni di scarpe ferme e questo mercato per noi è vitale. L’alternativa è chiudere e licenziare». Sono volati in Russia ieri, giorno della Liberazione, per organizzare la loro resistenza con la benedizione di Confindustria, l’organizzazione della Fiera di Bologna e il contributo della Regione Marche. Vanno contro e oltre le sanzioni; l’imperativo è: o Mosca o morte. Mentre Mario Draghi si allinea alle posizioni di Joe Biden e sorpassa a sinistra la Germania, che di stop al gas russo non vuole sentir parlare, mentre Sergio Mattarella chiede sacrifici in cambio della difesa degli ideali, chi tutti i giorni fa i conti col mercato, con un fisco e una burocrazia opprimenti, con l’inflazione al 7% e ha bisogno di vendere e produrre per campare non ha tanto spazio per i distinguo. Boicotta le sanzioni che fanno male più a noi che a Vladimir Putin. Monta la protesta delle aziende. In Russia quelle italiane rimaste in attività sono almeno un centinaio e tra chi rischia di perdere il lavoro a causa delle sanzioni, del caro gas non sono molti quelli disposti a «morire» per Kiev. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese l’allarme l’ha lanciato invitando i prefetti a dare corso a «una strategia complessiva di presidio della legalità» perché si rischiano «gravi tensioni che potrebbero accompagnarsi alle difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro». Risposte dal governo non ne arrivano, salvo raccontare che va raccattando qua e là un po’ di metano e poi scoprire, per esempio, come ha rivelato ieri La Verità, che quel po’ di gas dall’Algeria arriva perché ce l’hanno offerto attraverso la famiglia del fu presidente dell’Eni, Enrico Mattei. Se nelle piazze del 25 aprile si sono visti gli striscioni contro la Nato, Mario Draghi dovrà domandarsi se le sanzioni facciano più male a noi o alla Russia. La risposta la danno le industrie calzaturiere che pedalano alla manovia (è la catena di montaggio delle scarpe) da mane a sera. Erano i cinesi d’Europa, negli anni del boom, e ora nel triangolo della scarpa tra Casette d’Ete, Montegranaro e Sant’Elpidio si devono difendere dai cinesi che, clandestini, senza pagare un euro d’imposte, in casolari diroccati, producono tomaie a getto continuo facendo dumping. Senza l’export in Russia, dove una scarpa made in Marche è per la «borghesia» putiniana uno status symbol, restano a piedi. Così non hanno rinunciato all’edizione primaverile di Obuv mir kozhi (letteralmente scarpe e accessori di cuoio), da oggi al 29 aprile, incuranti delle sanzioni. La Fiera di Bologna organizza questa esposizione moscovita da diversi anni, da quando il Micam (la più importante rassegna al mondo legata alla calzatura, un settore che in Italia vale 14,5 miliardi, impiega in 4.100 aziende 72.000 persone) si è trasferito definitivamente a Milano. Il contraccolpo delle sanzioni è stato durissimo e mette in crisi non solo gli «scarpai», ma molti altri settori. È una filiera lunga: va dalle concerie alla gomma, dalla carta alle lavorazioni metalliche. Il distretto delle Marche conta 3.000 aziende, con circa 9 lavoratori ad azienda, di cui un terzo fanno scarpe e due terzi semilavorati o produzioni complementari. Le sanzioni vogliono dire 6 milioni di paia di scarpe senza acquirenti. Da qui la decisione di partire comunque per Mosca. Il gruppo è composto da 48 aziende, assistite dalla Fiera di Bologna e da Assocalzaturifici, aderente a Confindustria. Il grosso è costituito da 31 calzaturifici partiti da Sant’Elpidio, da Civitanova Marche, da Casette d’Ete, da Montegranaro e Monte Urano. Lo fanno assumendosi anche dei rischi personali. Non ci sono più voli diretti dall’Italia per Mosca: chi poteva spendere, è passato da Dubai, gli altri hanno fatto dall’Italia a Mosca via Serbia e Turchia. Marino Fabiani ha la fabbrica a Fermo, è una sorta di capo delegazione e non si rimprovera nulla, anzi: «Tutti vogliamo che la guerra finisca, siamo solidali con gli ucraini, ma così rischiamo di morire anche noi. Io ho 5.000 paia di scarpe ferme, ho da riscuotere il fatturato di tre mesi che è congelato nelle banche. Senza quel flusso di cassa non posso resistere. Abbiamo già sopportato due anni di pandemia e quello russo è stato il solo mercato che ha continuato a tirare. Ora, o andiamo a fare nuovi ordini, a consegnare quello che abbiamo prodotto e a incassare quello che avevano venduto, o è la fine.» Il cliente russo, per il distretto fermano, vale il 40% dell’export. Il presidente provinciale di Confindustria Arturo Venanzi ha fatto un appello al governo perché si trovi il modo di far arrivare i pagamenti alle aziende, peraltro dimenticate nei mesi bui del Covid. «Bloccando i pagamenti di prodotti di moda e manifatturieri non si danneggia solo il russo, ma anche l’imprenditore che ha lavorato; stanno fermando soldi nostri» dice Venanzi, ma dal governo nessuno ha accusato ricevuta. Da qui la decisione di partecipare alla fiera moscovita. Mirco Carloni, assessore regionale alle attività produttive, rivendica la scelta delle Marche di contribuire alla trasferta: «Abbiamo programmato questa fiera insieme alle aziende ben prima del conflitto, non c’è motivo per ritirare il contributo. Era prevista anche la partecipazione a una rassegna a Kiev che è stata inevitabilmente cancellata. Questo non vuol dire», puntualizza Carloni, «che la Regione Marche non è solidale con il popolo ucraino invaso, significa solo che noi quando prendiamo impegni con le imprese li rispettiamo. Mi sono consultato anche con la Camera di commercio e la partecipazione alla Obuv è scritta nel nostro programma d’internazionalizzazione; noi paghiamo lo stand a ogni azienda per circa 8.000 euro.» Anche perché, ribadisce Marino Fabiani, «quel mercato, per qualcuno di noi, rappresenta il 70% del fatturato, non possiamo abbandonarlo dall’oggi al domani o, peggio, consegnarlo ai cinesi, che già ci fanno concorrenza sleale in patria.» Mario Draghi è avvertito: a tenere i piedi in due scarpe si rischia.
Un volo intorno al mondo, una donna pilota decisa a farcela e un aeroplano carico che di più non si sarebbe staccato da terra. Ecco la storia di Jerrie Mock.
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Che è arrivato il Primo maggio con la lettera aperta del presidente Ucoii, Yassine Baradai, «alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia, alle parti sociali, alle istituzioni e al mondo imprenditoriale: una riflessione sulla dignità del lavoro nella tradizione islamica e un richiamo onesto sull’islamofobia, sulle discriminazioni che colpiscono in particolare le donne, e sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Sì, avete letto bene: l’Ucoii, in un’articolata piattaforma politica, ci infila la richiesta «sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Riprenderemo tra poco i passaggi della lettera, non prima però di aver sottolineato due aspetti: il ruolo politico che Ucoii vuole giocare e la piattaforma che ne consegue, partendo dai diritti dei lavoratori di fede musulmana, discriminati rispetto alla pratica religiosa.
Più volte avevamo evidenziato che la leva che il mondo islamico avrebbe usato per entrare sempre più nella società italiana sarebbe stata quella del lavoro e così è stato. E lo sarà sempre di più. Qui non si tratta di rivendicare diritti salariali o di altra natura che sono universali e degnissimi di lotte (certo, se blocchi i trasporti con la frequenza degli ultimi tempi, il danno lo fai ai cittadini comuni…); no, in questo caso si mette l’accento sull’appartenenza a una religione e all’equiparazione delle feste islamiche con il Natale, la Pasqua e la domenica. Nella lettera si avverte il peso di chi ha il polso della situazione, di chi sa che ci sono aree produttive del Paese che dipendono da lavoratori stranieri, accomunati dalla pratica islamica. Quindi è la somma di costoro che conferisce peso politico. Religione, presenza notevole sul lavoro, identità: i musulmani in Italia ci sono e vogliono pesare. L’Ucoii oggi si presenta in una declinazione sindacale, domani «elettorale» con una sua appendice organizzata: perché escluderlo visto che poco alla volta le istanze della comunità islamica aumentano di peso? E perché dovrebbero essere solo ospitati nelle liste altrui?
L’Ucoii insomma guadagna terreno e vuole che le impronte siano ben visibili. «Nella tradizione islamica il lavoro lecito è uno dei più nobili atti di adorazione. Il profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui) insegnava che nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani, e ammoniva: “Date al lavoratore il suo salario prima che il suo sudore si asciughi”». La lettera di Baradai fa riferimento al «profeta Maometto» per parlare dei diritti, una sottolineatura sottile e persino raffinata se si coglie il senso della scelta del cardinale Prevost di diventare papa Leone XIV, raccogliendo l’eredità di quel Leone XIII, «padre» della Rerum Novarum. Il presidente dell’Ucoii sa che semmai i lavoratori riscoprissero il senso della sfida spirituale contro le tentazioni malefiche dei padroni di Big Tech, quelli di fede musulmana sarebbero più strutturati rispetto agli altri; e questo perché il sindacato cattolico Cisl non ha saputo reggere lo scontro politico con la Cgil (che tra l’altro teme a sinistra Usb e Cobas), non avendo un partito cattolico di riferimento.
È in questo spazio di liquidità e di «secolarizzazione» del lavoro che l’Ucoii penetra avanzando una rivendicazione precisa: «Le discriminazioni esistono e hanno un nome: islamofobia. Sono quelle che colpiscono in fase di assunzione chi porta un nome arabo o un cognome riconoscibile come musulmano. Sono quelle che si traducono in carriere bloccate, in mansioni dequalificanti, in battute “innocenti” che diventano ambiente ostile». E ancora: «Vi sono poi i diritti legati alla dimensione spirituale, che la nostra Costituzione tutela all’art. 19 ma che nel mondo del lavoro restano spesso lettera morta. Le due feste canoniche dell’islam - l’Eid al-fitr, al termine del Ramadan, e l’ʿId al-Adha, la Festa del Sacrificio - sono per noi musulmani ciò che il Natale e la Pasqua rappresentano per i cristiani: due sole giornate l’anno. Eppure ancora oggi un lavoratore musulmano deve troppe volte chiedere ferie, scambiare turni, giustificare la propria assenza come fosse una stranezza, mentre molti datori di lavoro negano il permesso. Servono intese collettive che riconoscano queste due festività come diritto contrattualmente esigibile, sul modello già praticato in altri Paesi europei. La preghiera del venerdì è obbligo religioso comunitario e si svolge in una breve finestra a metà giornata. Una pausa di 40 minuti, una flessibilità d’orario, un permesso retribuito o recuperabile: pratiche semplici, già adottate da aziende lungimiranti, che permettono a milioni di cittadini italiani di onorare la propria fede senza venir meno ai propri doveri professionali. Non sono privilegi: sono accomodamenti ragionevoli».
Nella lettera dal forte sapore sindacale si rimarcano le questioni legate «al mancato rispetto per la donna, in particolare quelle che indossano il velo; alla disponibilità di pasti rispettosi delle prescrizioni alimentari nelle mense aziendali; luoghi dignitosi per la preghiera quotidiana; il rispetto durante il mese di Ramadan per chi pratica il digiuno […] Nessuno dev’essere costretto a scegliere tra la propria fede e il proprio posto di lavoro».
L’islam ha lanciato una sfida precisa al sindacato e soprattutto alla politica: vediamo chi lo ha capito ed è in grado di elaborare una risposta culturale.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Del resto, lei sembra l’uomo adatto. Dopo otto anni di presidenza della Figc, infatti, lascia il mondo del calcio in uno stato comatoso: l’Italia esclusa dal Mondiale per la terza volta di fila, le squadre italiane che collezionano figuracce nelle coppe europee, il mondo arbitrale travolto da un nuovo scandalo. «Bisogna saper sognare, progettare, credere», disse nel 2018 quando fu eletto. Non è riuscito a fare nulla di quello che aveva promesso. E questa mi pare un’ottima premessa per diventare un leader politico. Basta sostituire la Schlein con Gattuso, e Conte (Giuseppe) con Conte (Antonio), e il gioco è fatto. Di Buffon, per altro, in Parlamento ne troverà quanti ne vuole.
Pugliese di Castellaneta (Taranto), trapiantato in Abruzzo, laurea in giurisprudenza, di professione imprenditore, già presidente del Castel di Sangro e consigliere Figc dal 1992 (34 anni!), lei colleziona da sempre poltrone e potere nel mondo dello sport. Però di fronte all’attuale sfascio non si sente responsabile. «Ha fallito?», le ha chiesto Lilli Gruber. «No». Poi ha aggiunto che si sente «capro espiatorio», che ha avuto «penalizzazioni incredibili» e che c’è una «parte endogena e una parte esogena», qualsiasi cosa voglia dire. Non è perfetto per una campagna elettorale? È riuscito a dire in tv che Gattuso, pur facendosi eliminare dai Mondiali, «ha centrato l’obiettivo». A raccontar balle nemmeno Renzi è bravo così.
«Non temo per la qualificazione ai Mondiali in Qatar», disse nel dicembre 2021. Tre mesi dopo siamo stati eliminati dai Mondiali in Qatar. «Andremo ai Mondiali negli Usa anche a nuoto», ha ripetuto nel marzo 2026. Dieci giorni dopo siamo stati eliminati dai Mondiali negli Usa. «Noi siamo professionisti, mica altri sport che sono dilettanti», ha commentato a caldo, suscitando l’ira degli sportivi «dilettanti» che, a differenza degli strapagati calciatori professionisti, con la maglia azzurra vincono eccome. Una gaffe dopo l’altra, insomma: roba che persino il ministro Giuli faticherebbe a starle dietro. «Sono ottimista per gli Europei del 2032 che si giocheranno in Italia e Turchia», ha aggiunto l’altro giorno in tv. E tutti hanno cominciato a toccarsi. Bisogna capirli: la salute del nostro calcio, ormai, è peggio che grave, è Gravina. Ma per lei è venuto il momento di dedicarsi ad altro. Perciò le scriviamo questa cartolina: per augurarle di guidare presto, come solo lei sa fare, il campo largo della sinistra. Non si preoccupi: si troverà a casa. Anche loro, in fondo, sono da tempo nel pallone.
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L’azzurra Ginevra, incisa dal fiume Rodano e riflessa sull’omonimo lago (detto anche Lemano), è la «Piccola Parigi» elvetica. La Rive gauche è sinonimo di Vieille Ville: antica, compatta, marchiata dallo storico quartiere Carouge ricco di botteghe, fontane, impreziosita da palazzi gotici e barocchi, dominata dalla Cathédrale de St.-Pierre. Sulla Rive droite si stagliano edifici moderni firmati spesso da architetti blasonati e spesso sedi di musei e organizzazioni di prestigio internazionale come la Croce rossa, le Nazioni Unite, l’Oms. La verde Ginevra vanta oltre 50 parchi, circa 310 ettari, superlativi in questo periodo. Per esempio, Parc des Eaux Vives e rododendri in fiore; Jardin Anglais e vista sul Jet d’eau, fontana con getto d’acqua alto 140 metri; Parc des Bastions e la scacchiera gigante; Jardin Anglais e l’aiuola con 6.500 fiori a forma di quadrante con lancette (quella dei secondi è lunga 2,5 metri). Ecco, Ginevra e gli orologi. Una splendida ossessione. Un vivido, illuminante itinerario storico, culturale, pratico nell’inarrivabile universo dell’orologeria ginevrina? Le 175 pagine fresche di stampa che compongono la «Geneva watchmaking guide», un’inedita guida a cura della Fondation Genève tourisme et Congrès; congrès e della Fondation de la haute horlogerie (30 Chf, acquistabile online o presso l’ente turismo e altri indirizzi cittadini).
Perfino i ristoranti parlano di quest’arte plurisecolare. Ne è esempio lo stellato F.P. Journe Le Restaurant, nella centrale rue de Rhone. I proprietari: lo chef D. Gauthier; il maestro orologiaio F. P. Journe con la passione per i vini d’autore. Ognuno lascia il proprio segno: in cucina, quello del primo, con piatti e ingredienti locali di tradizione venati da ispirazioni mediterraneo-thailandesi; quello del secondo nella cantina inarrivabile e nell’ambiente. È come trovarsi dentro un orologio. Ogni tavolo porta il nome di un maitre horologier e, per dire, i segnatempo alle pareti sono assemblati con componenti trovati negli storici laboratori cittadini. Le cioccolaterie artigianali rispondono alla ristorazione d’autore con deliziosi prodotti a forma di quadrante. Anch’essi d’autore. Appena fuori città, a Genthod, paesaggio tra verde e montagne, sorge Franck Muller Manufacture (per tutti, Watchland), sinonimo di capolavori. In quattro ville-laboratori-musei viventi, edificati a fine anni Novanta nello stesso stile della dimora originaria del 1905, si abbracciano, impegnando i cinque sensi, tutte le fasi realizzative della manifattura Muller, tra le più sofisticate al mondo (i modelli tourbillon, meccanismo di compensazione gravitazionale di precisione inventato nel Settecento, è stato perfezionato da Muller nel 1983).
In città, sulla Rive gauche, risponde da un palazzo-ex fabbrica, il Musée Patek Philippe dell’omonima maison, un contenitore-salotto a più piani con oltre 2.500 esemplari dal Cinquecento in poi: il meglio assoluto dell’arte che misura il tempo. In più, una biblioteca tematica con 8.000 volumi. Lo affianca e completa il Musée d’art et d’histoire, un excursus nei millenni e nelle grandi civiltà, sintetizzato in 650.000 opere su 7.000 mq in un edificio di pregio. Al pianoterra, Le Barocco restaurant, in questa stagione anche con tavoli nel cortile museale. Un’alternativa informale, moderna, affacciata sul lago, gustosi piatti unici con materie prime fresche (perfetto anche per aperitivi o dopocena), il Breitling kitchen restaurant. Per una cena di classe, Les Armures, nella Vieille Ville. Arredo con focus su argentee armature, servizio e menu impeccabili. Trionfano zuppe, carni, dolci di tradizione. Si soggiorna nel tecnologico e, insieme, magicamente bohémien, Hotel N’vY , avvolto nella luce del lago.
In questo periodo per godersi il paesaggio esuberante, 25 minuti di tram dal centro, l’occasione è la visita al Cern, il più grande laboratorio al mondo per ricerca scientifica, fisica e nucleare.
Info: www.geneve.com;
www.switzerland.com
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