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2023-10-16
Caduta e rinascita, il senso dell’autunno
(IStock)
Siamo entrati da poco nella terza stagione dell’anno, dopo inverno ed estate, l’autunno. La parola italiana autunno deriva dal latino «autumnus», dal participio passato di «augere», che vuol dire «arricchire», «aumentare», con riferimento all’abbondanza di frutti della stagione autunnale. Ci sono due autunni, l’autunno meteorologico, che cade il primo giorno di settembre e dura fino al 30 novembre, e l’autunno astronomico che comincia il giorno dell’equinozio d’autunno e finisce col solstizio d’inverno. Equinozio di autunno che può essere il 21 settembre, come no. Di solito cade il 21 settembre, ma può succedere che l’equinozio vero e proprio, cioè la stessa durata di ore di luce e di ore di buio in una giornata, si verifichi successivamente, come è successo quest’anno e anche in alcuni anni passati. La parola equinozio, infatti, deriva dal latino «aequinoctium», composta da «aequus» cioè «uguale» e «nox» da «noctis» cioè «notte». Va poi precisato che non sempre il giorno dell’equinozio è quello di perfette 12 ore di luce accompagnate da perfette 12 ore di buio. Ci può essere qualche minuto in esubero o in difetto dovuto innanzitutto al fatto che i calcoli fanno riferimento centro del Sole, ma c’è una parte di Sole sopra l’orizzonte ancora visibile dalla Terra seppure il centro del disco risulti tramontato. Ci vogliono altri secondi e magari minuti perché il Sole risulti completamente tramontato dalla visione terrestre, inoltre l’atmosfera che circonda la Terra opera rifrazione dei raggi solari, cioè li devia un po’. Di conseguenza, per secondi o minuti possiamo vedere il Sole più in alto di quanto sia effettivamente.
Come sappiamo, la Terra gira intorno al Sole. La rivoluzione terrestre intorno al Sole si compie in 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi: 365 giorni costituiscono l’anno, i residui ore, minuti e secondi vengono poi «smaltiti» nell’anno bisestile, che cade ogni 4 anni e che presenta 366 giorni per contabilizzare, appunto, le 6 ore, i 9 minuti e 10 secondi che moltiplicati per 4 danno luogo al giorno in più, convenzionalmente il 29 di febbraio. Durante la rivoluzione terrestre intorno al Sole, ci sono due momenti in cui il Sole è perpendicolare, cioè misura un angolo retto di 90°, rispetto all’asse di rotazione della Terra e illumina allo stesso modo ogni punto della metà dei due emisferi che illumina, il boreale che è quello a nord dell’Equatore, l’australe che è quello a sud. La linea di demarcazione tra zona d’ombra e zona di luce si chiama circolo di illuminazione.
L’Italia appartiene all’emisfero boreale, e quando da noi a settembre inizia l’autunno, nell’emisfero australe inizia la primavera. I momenti di maggiore e minore durata della giornata ossia della luce sono quelli dei solstizi. Il solstizio d’estate segna il giorno con più ore di luce dell’anno, il solstizio di inverno quello con meno ore di luce e sono i momenti in cui il Sole è alla massima distanza dai Poli. Sebbene Santa Lucia, il 13 dicembre, sia considerato il giorno più corto dell’anno con tanto di proverbio «Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia», in realtà il più breve è il solstizio d’inverno. Se arriviamo all’equinozio di primavera da mesi nei quali le ore di buio sono state maggiori di quelle di luce, l’equinozio di autunno ci vede proseguire lungo la perdita di luce cominciata dal giorno dopo il solstizio d’estate con quest’ultima giornata paritaria equinoziale. Se a inizio settembre 2023 si avevano 13 ore e 9 minuti di luce, a fine settembre abbiamo registrato 11 ore e 49 minuti, che a fine ottobre saranno 10 ore e 25 minuti, a fine novembre 9 ore e 23 minuti, il 22 dicembre 9 ore e 7 minuti che dal giorno dopo inizieranno a crescere: 9 ore e 8 minuti il 23, 9 ore e 10 il 31. In autunno, la mattina il Sole sorge più tardi, la sera tramonta sempre prima, la regola si inverte dal 23 dicembre in poi.
La caratteristica principale dell’autunno è rappresentata dalla diminuzione: di temperatura ambientale e di ore di luce. Si tratta di una stagione che costituisce una pausa dopo il fulgore caldissimo dell’estate. Gli alberi caducifoglie, attenzione, non tutti, ma solo quelli appunto cosiddetti, in autunno giungono alla fine del proprio ciclo vitale annuale: la temperatura ambientale diminuisce, i raggi solari non sono più focosi, il metabolismo rallenta e questo tipo di albero vede le sue foglie cambiare colore: la clorofilla, il pigmento di colore verde che cattura l’energia del sole, diminuisce e lascia emergere sulla superficie delle foglie i pigmenti di colore giallo e arancione, se carotenoidi, e rosso-violaceo, se antociani, che prima sovrastava. Le foglie, poi, iniziano a cadere, dalla cima della chioma: la caduta aiuta la pianta a entrare nel riposo invernale, i nutrienti dovranno servire solo a radici, tronco e rami e tutto questo sarà propedeutico alla ripresa dell’attività in primavera. Siamo abituati a pensare alle foglie cadenti come a qualcosa di negativo. Yves Montand nella canzone Les feuilles mortes cantava «Les feuilles mortes se ramassent à la pelle / Les souvenirs et les regrets aussi / Et le vent du Nord les emporte / Dans la nuit froide de l’oublie» cioè «Le foglie morte vengono raccolte con una pala / Anche ricordi e rimpianti / E il vento del nord li porta via / Nella fredda notte dell’oblio». Certamente la metafora è corretta. Tanto che a questa caducità delle foglie di alcuni alberi si erano già ispirati grandi poeti come Giuseppe Ungaretti, che nella lirica Soldati, vergata nel Bosco di Courton a luglio del 1918, scriveva: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie», per esprimere la sensazione di precarietà dell’essere umano in guerra. Ma dovremmo pensare alle foglie caduche innanzitutto come a un momento di un ciclo naturale che non termina con la caduta. La caduta è solo un momento e porta con sé qualcosa di vitale: le foglie a terra proteggono le radici dell’albero dal freddo ambientale e col tempo, degradandosi, diventano hummus che nutre il terreno.
Mentre ci lasciamo alle spalle lo stereotipo negativo della foglia cadente in autunno, diventa sempre più diffusa anche da noi la pratica dell’osservazione del foliage. Equivalente autunnale della fioritura primaverile, in Giappone si chiama momijigari, e riscuote sempre più appassionati il turismo collegato al foliage, cioè al fogliame, sottinteso che assume i colori del sole invecchiando e cadendo. Se la diminuzione delle ore di sole e della sua intensità ci mostra le foglie di alcune piante passare dalla colorazione verde a quella marroncino-rossiccia, anche noi patiamo un po’ il calo termico e luminoso. Ma perché in autunno diminuisce la temperatura? A causa dell’inclinazione dell’asse terrestre. Durante la sua rivoluzione intorno al Sole, infatti, la Terra è inclinata. Il ciclo delle stagioni è determinato innanzitutto da questa inclinazione che determina una diversa esposizione ai raggi solari dei vari punti della Terra. L’asse terrestre è inclinato di 66° 33’ rispetto al piano dell’orbita, di conseguenza di 23° 27’ rispetto alla perpendicolare a tale piano. L’eclittica del Sole intorno alla Terra è inclinata di 23° 27’ rispetto all’Equatore celeste. L’intersezione tra eclittica e piano dell’Equatore celeste determina la linea dei due equinozi e la linea dei solstizi è perpendicolare a questa. L’inclinazione dell’asse terrestre determina che la Terra riceva differenti quantità di radiazione solare nei diversi periodi dell’anno, in autunno e in inverno il minore irraggiamento non fanno scaldare a sufficienza l’atmosfera e la superficie così come, specularmente, in estate, i raggi solari arrivano perpendicolarmente e l’irraggiamento è massimo. Si potrebbe pensare che quando le stagioni sono calde siamo più vicini al Sole e viceversa, ma non è così. La Terra nell’emisfero boreale è più vicina al sole in inverno e più lontana in estate: quest’anno, abbiamo raggiunto il punto più vicino al sole alle 17:17 italiane del 4 gennaio, 147.098.925 km di distanza. Mentre il 6 luglio alle 22:06 italiane ci siamo trovati a 152.093.251 km dal Sole, la massima distanza nel 2023. Questa differenza dipende innanzitutto dalla prima legge di Keplero che spiega come i pianeti ruotino intorno al Sole non secondo percorsi circonferenziali, ma ellittici: le orbite piatte dei pianeti intorno al Sole sono ellissi e il Sole si pone in uno dei fuochi. Il perielio è il punto dell’orbita di massima vicinanza del pianeta al Sole, l’afelio è quello di massima lontananza. La differenza percentuale tra distanza all’afelio e distanza al perielio dipende dall’orbita, per la Terra è circa il 3,2%, circa 5 milioni di km (la distanza media, la cosiddetta unità astronomica è 149.600.000 km). Questa distanza del 3% tra afelio e perielio significa che il Sole al perielio manda il 6,5% di energia in più rispetto all’afelio, differenza che potrebbe essere anche impercettibile se non fosse per l’inclinazione dell’asse terrestre: il Polo Nord punta verso il Sole durante l’estate boreale, quindi i raggi solari arrivano con un’inclinazione minore e un’intensità maggiore. Alla nostra latitudine, quell’inclinazione determina una differenza di energia solare del 250%. La temperatura terrestre dipende da tante altre variabili: le terre si scaldano più delle acque nell’emisfero boreale abbiamo più terre emerse che acque, per esempio. Il clima dipende anche dalla latitudine, cioè la distanza dall’Equatore, e dall’altitudine, che fa differenza a parità di latitudine.
L’Italia è una penisola a forma di stivale completamente posizionata nell’emisfero boreale, a una latitudine media tra 36° e i 47° di latitudine nord, a metà fra Equatore e Polo Nord: nel nord prevale clima subtropicale umido, al centro-sud il clima mediterraneo con periodo estivo secco. Tra la Testa Gemella Occidentale e l’Isola di Lampedusa ci sono quasi 12 gradi di latitudine, siamo divisi in due versanti dalla catena appenninica, la parte continentale dell'Italia è circondata da un sistema montuoso importante, Alpi e Appennini che hanno l’effetto di fermare talvolta arie fredde invernali provenienti dall’Europa del nord e anche la grande massa d’acqua dei mari mediterranei che ci circondano quasi da ogni lato ha l’effetto di un serbatoio di calore e di umidità che mitiga il clima in inverno, sebbene siamo influenzati anche dall’anticiclone delle Azzorre e dell’anticiclone subtropicale africano.
Sapete che anche se la temperatura autunnale è uguale a quella primaverile noi sentiamo più freddo in autunno? Dipende anche dall’umidità. In autunno, i nostri abiti assorbono umidità che poi evapora insieme col nostro sudore. Ciò determina una dispersione di calore che ci fa diminuire la temperatura corporea e sentire più freddo a parità di temperatura primaverile. D’estate, invece, la nostra temperatura interna è alta, l’umidità ambientale fa quasi da muro alla nostra sudorazione e ciò che perdiamo con la sudorazione è inferiore rispetto a quello che perdiamo in autunno.
Aiutiamoci con bevande calde e integratori
Come contrastare gli effetti negativi dell’autunno? Innanzitutto, cercare di stare di più all’aria aperta e al sole durante le ore di luce: fate due passi in pausa pranzo nei giorni lavorativi, magari mangiate delivery al parco, andate in giro a fare bagni di natura, o anche normali gite turistiche di stampo artistico, se non naturalistico, nel fine settimana. Cercate di praticare un’attività fisica, iscrivetevi a una scuola di ballo, in palestra e ricordatevi che anche soltanto camminare favorisce la produzione di endorfine che hanno un effetto positivo sull’umore, riducono i dolori, migliorano l’ossigenazione dei tessuti (camminare 1 ora al giorno per un mese può far perdere un kg di peso). Arrivare a fine giornata con addosso una stanchezza sana, da attività fisica piacevole e non da malinconia autunnale, ed esporvi alla luce durante il giorno riallineerà il vostro ritmo sonno-veglia alla luminosità naturale come abbiamo visto inferiore all’estate: la serotonina, detta ormone del buonumore, si gioverà dell’esposizione e dell’attività sportiva e anche la melatonina, ormone che produciamo di notte, al buio, e che dice al nostro organismo che è ora di dormire (quando la retina riceve luce, l'epifisi manda al cervello il segnale di inibizione della produzione). Ne produciamo molta di notte e poca o nulla di giorno ed ha una sorta di effetto sedativo (esporsi alla luce di giorno vuol quindi dire non avere sonnolenza di giorno, come sarebbe se invece stessimo sempre al buio o chiusi dentro senza giovarci di un bel «bagno» di luce solare).
In estate la temperatura ambientale è alta e abbiamo meno fame perché la nostra temperatura corporea è di conseguenza alta. In autunno e inverno abbiamo più fame perché dobbiamo alzare la nostra temperatura corporea, bassa a causa del freddo ambientale. Le calorie del cibo che bruciamo in inverno ci servono anche ad aumentare la temperatura del nostro corpo e questo fabbisogno inizia ad aumentare già in autunno. Dobbiamo certamente soddisfare questo bisogno calorico maggiore rispetto all’estate, ma senza esagerare: si può soddisfare la maggiore gola autunnale aumentando un po’ le calorie, ma anche sfruttando le leccornie di stagione per differenziare la tavola e renderla più stimolante. Non dimenticate di bere, acqua ma anche bevande calde, tisane, tè: d’estate siamo spinti a bere dalla necessità di reidratare i tanti liquidi che perdiamo sudando, ciò non toglie che è necessario idratarci bene anche durante tutte le altre stagioni. Scegliere la bevanda calda aiuterà anche a riscaldare il nostro nucleo centrale dall’interno (abbiamo parlato di come funziona la termoregolazione umana nel pezzo del 17 agosto 2020 e in quello del 3 luglio 2023). Sì a fermenti lattici per favorire il benessere del microbiota intestinale, sì ad agrumi, zenzero, aglio, cipolla e peperoncino per rafforzare il sistema immunitario e contrastare patologie da raffreddamento, sì a cibi ricchi di triptofano, precursore della serotonina, di origine animale come latticini, formaggi, uova, carni bianche, patate, riso, cereali integrali, arachidi, semi di sesamo, alghe, legumi e anche cioccolato fondente.
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Benché sia ancora caldo, siamo ormai entrati nella stagione in cui calano le ore di luce e le foglie degli alberi appassiscono e si staccano. Andando però a proteggere le radici e a nutrire il terreno.Si possono aumentare le calorie. E sarà importante passeggiare all’aria aperta per fare una «scorta» di sole.Lo speciale contiene due articoli.Siamo entrati da poco nella terza stagione dell’anno, dopo inverno ed estate, l’autunno. La parola italiana autunno deriva dal latino «autumnus», dal participio passato di «augere», che vuol dire «arricchire», «aumentare», con riferimento all’abbondanza di frutti della stagione autunnale. Ci sono due autunni, l’autunno meteorologico, che cade il primo giorno di settembre e dura fino al 30 novembre, e l’autunno astronomico che comincia il giorno dell’equinozio d’autunno e finisce col solstizio d’inverno. Equinozio di autunno che può essere il 21 settembre, come no. Di solito cade il 21 settembre, ma può succedere che l’equinozio vero e proprio, cioè la stessa durata di ore di luce e di ore di buio in una giornata, si verifichi successivamente, come è successo quest’anno e anche in alcuni anni passati. La parola equinozio, infatti, deriva dal latino «aequinoctium», composta da «aequus» cioè «uguale» e «nox» da «noctis» cioè «notte». Va poi precisato che non sempre il giorno dell’equinozio è quello di perfette 12 ore di luce accompagnate da perfette 12 ore di buio. Ci può essere qualche minuto in esubero o in difetto dovuto innanzitutto al fatto che i calcoli fanno riferimento centro del Sole, ma c’è una parte di Sole sopra l’orizzonte ancora visibile dalla Terra seppure il centro del disco risulti tramontato. Ci vogliono altri secondi e magari minuti perché il Sole risulti completamente tramontato dalla visione terrestre, inoltre l’atmosfera che circonda la Terra opera rifrazione dei raggi solari, cioè li devia un po’. Di conseguenza, per secondi o minuti possiamo vedere il Sole più in alto di quanto sia effettivamente. Come sappiamo, la Terra gira intorno al Sole. La rivoluzione terrestre intorno al Sole si compie in 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi: 365 giorni costituiscono l’anno, i residui ore, minuti e secondi vengono poi «smaltiti» nell’anno bisestile, che cade ogni 4 anni e che presenta 366 giorni per contabilizzare, appunto, le 6 ore, i 9 minuti e 10 secondi che moltiplicati per 4 danno luogo al giorno in più, convenzionalmente il 29 di febbraio. Durante la rivoluzione terrestre intorno al Sole, ci sono due momenti in cui il Sole è perpendicolare, cioè misura un angolo retto di 90°, rispetto all’asse di rotazione della Terra e illumina allo stesso modo ogni punto della metà dei due emisferi che illumina, il boreale che è quello a nord dell’Equatore, l’australe che è quello a sud. La linea di demarcazione tra zona d’ombra e zona di luce si chiama circolo di illuminazione. L’Italia appartiene all’emisfero boreale, e quando da noi a settembre inizia l’autunno, nell’emisfero australe inizia la primavera. I momenti di maggiore e minore durata della giornata ossia della luce sono quelli dei solstizi. Il solstizio d’estate segna il giorno con più ore di luce dell’anno, il solstizio di inverno quello con meno ore di luce e sono i momenti in cui il Sole è alla massima distanza dai Poli. Sebbene Santa Lucia, il 13 dicembre, sia considerato il giorno più corto dell’anno con tanto di proverbio «Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia», in realtà il più breve è il solstizio d’inverno. Se arriviamo all’equinozio di primavera da mesi nei quali le ore di buio sono state maggiori di quelle di luce, l’equinozio di autunno ci vede proseguire lungo la perdita di luce cominciata dal giorno dopo il solstizio d’estate con quest’ultima giornata paritaria equinoziale. Se a inizio settembre 2023 si avevano 13 ore e 9 minuti di luce, a fine settembre abbiamo registrato 11 ore e 49 minuti, che a fine ottobre saranno 10 ore e 25 minuti, a fine novembre 9 ore e 23 minuti, il 22 dicembre 9 ore e 7 minuti che dal giorno dopo inizieranno a crescere: 9 ore e 8 minuti il 23, 9 ore e 10 il 31. In autunno, la mattina il Sole sorge più tardi, la sera tramonta sempre prima, la regola si inverte dal 23 dicembre in poi. La caratteristica principale dell’autunno è rappresentata dalla diminuzione: di temperatura ambientale e di ore di luce. Si tratta di una stagione che costituisce una pausa dopo il fulgore caldissimo dell’estate. Gli alberi caducifoglie, attenzione, non tutti, ma solo quelli appunto cosiddetti, in autunno giungono alla fine del proprio ciclo vitale annuale: la temperatura ambientale diminuisce, i raggi solari non sono più focosi, il metabolismo rallenta e questo tipo di albero vede le sue foglie cambiare colore: la clorofilla, il pigmento di colore verde che cattura l’energia del sole, diminuisce e lascia emergere sulla superficie delle foglie i pigmenti di colore giallo e arancione, se carotenoidi, e rosso-violaceo, se antociani, che prima sovrastava. Le foglie, poi, iniziano a cadere, dalla cima della chioma: la caduta aiuta la pianta a entrare nel riposo invernale, i nutrienti dovranno servire solo a radici, tronco e rami e tutto questo sarà propedeutico alla ripresa dell’attività in primavera. Siamo abituati a pensare alle foglie cadenti come a qualcosa di negativo. Yves Montand nella canzone Les feuilles mortes cantava «Les feuilles mortes se ramassent à la pelle / Les souvenirs et les regrets aussi / Et le vent du Nord les emporte / Dans la nuit froide de l’oublie» cioè «Le foglie morte vengono raccolte con una pala / Anche ricordi e rimpianti / E il vento del nord li porta via / Nella fredda notte dell’oblio». Certamente la metafora è corretta. Tanto che a questa caducità delle foglie di alcuni alberi si erano già ispirati grandi poeti come Giuseppe Ungaretti, che nella lirica Soldati, vergata nel Bosco di Courton a luglio del 1918, scriveva: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie», per esprimere la sensazione di precarietà dell’essere umano in guerra. Ma dovremmo pensare alle foglie caduche innanzitutto come a un momento di un ciclo naturale che non termina con la caduta. La caduta è solo un momento e porta con sé qualcosa di vitale: le foglie a terra proteggono le radici dell’albero dal freddo ambientale e col tempo, degradandosi, diventano hummus che nutre il terreno. Mentre ci lasciamo alle spalle lo stereotipo negativo della foglia cadente in autunno, diventa sempre più diffusa anche da noi la pratica dell’osservazione del foliage. Equivalente autunnale della fioritura primaverile, in Giappone si chiama momijigari, e riscuote sempre più appassionati il turismo collegato al foliage, cioè al fogliame, sottinteso che assume i colori del sole invecchiando e cadendo. Se la diminuzione delle ore di sole e della sua intensità ci mostra le foglie di alcune piante passare dalla colorazione verde a quella marroncino-rossiccia, anche noi patiamo un po’ il calo termico e luminoso. Ma perché in autunno diminuisce la temperatura? A causa dell’inclinazione dell’asse terrestre. Durante la sua rivoluzione intorno al Sole, infatti, la Terra è inclinata. Il ciclo delle stagioni è determinato innanzitutto da questa inclinazione che determina una diversa esposizione ai raggi solari dei vari punti della Terra. L’asse terrestre è inclinato di 66° 33’ rispetto al piano dell’orbita, di conseguenza di 23° 27’ rispetto alla perpendicolare a tale piano. L’eclittica del Sole intorno alla Terra è inclinata di 23° 27’ rispetto all’Equatore celeste. L’intersezione tra eclittica e piano dell’Equatore celeste determina la linea dei due equinozi e la linea dei solstizi è perpendicolare a questa. L’inclinazione dell’asse terrestre determina che la Terra riceva differenti quantità di radiazione solare nei diversi periodi dell’anno, in autunno e in inverno il minore irraggiamento non fanno scaldare a sufficienza l’atmosfera e la superficie così come, specularmente, in estate, i raggi solari arrivano perpendicolarmente e l’irraggiamento è massimo. Si potrebbe pensare che quando le stagioni sono calde siamo più vicini al Sole e viceversa, ma non è così. La Terra nell’emisfero boreale è più vicina al sole in inverno e più lontana in estate: quest’anno, abbiamo raggiunto il punto più vicino al sole alle 17:17 italiane del 4 gennaio, 147.098.925 km di distanza. Mentre il 6 luglio alle 22:06 italiane ci siamo trovati a 152.093.251 km dal Sole, la massima distanza nel 2023. Questa differenza dipende innanzitutto dalla prima legge di Keplero che spiega come i pianeti ruotino intorno al Sole non secondo percorsi circonferenziali, ma ellittici: le orbite piatte dei pianeti intorno al Sole sono ellissi e il Sole si pone in uno dei fuochi. Il perielio è il punto dell’orbita di massima vicinanza del pianeta al Sole, l’afelio è quello di massima lontananza. La differenza percentuale tra distanza all’afelio e distanza al perielio dipende dall’orbita, per la Terra è circa il 3,2%, circa 5 milioni di km (la distanza media, la cosiddetta unità astronomica è 149.600.000 km). Questa distanza del 3% tra afelio e perielio significa che il Sole al perielio manda il 6,5% di energia in più rispetto all’afelio, differenza che potrebbe essere anche impercettibile se non fosse per l’inclinazione dell’asse terrestre: il Polo Nord punta verso il Sole durante l’estate boreale, quindi i raggi solari arrivano con un’inclinazione minore e un’intensità maggiore. Alla nostra latitudine, quell’inclinazione determina una differenza di energia solare del 250%. La temperatura terrestre dipende da tante altre variabili: le terre si scaldano più delle acque nell’emisfero boreale abbiamo più terre emerse che acque, per esempio. Il clima dipende anche dalla latitudine, cioè la distanza dall’Equatore, e dall’altitudine, che fa differenza a parità di latitudine. L’Italia è una penisola a forma di stivale completamente posizionata nell’emisfero boreale, a una latitudine media tra 36° e i 47° di latitudine nord, a metà fra Equatore e Polo Nord: nel nord prevale clima subtropicale umido, al centro-sud il clima mediterraneo con periodo estivo secco. Tra la Testa Gemella Occidentale e l’Isola di Lampedusa ci sono quasi 12 gradi di latitudine, siamo divisi in due versanti dalla catena appenninica, la parte continentale dell'Italia è circondata da un sistema montuoso importante, Alpi e Appennini che hanno l’effetto di fermare talvolta arie fredde invernali provenienti dall’Europa del nord e anche la grande massa d’acqua dei mari mediterranei che ci circondano quasi da ogni lato ha l’effetto di un serbatoio di calore e di umidità che mitiga il clima in inverno, sebbene siamo influenzati anche dall’anticiclone delle Azzorre e dell’anticiclone subtropicale africano. Sapete che anche se la temperatura autunnale è uguale a quella primaverile noi sentiamo più freddo in autunno? Dipende anche dall’umidità. In autunno, i nostri abiti assorbono umidità che poi evapora insieme col nostro sudore. Ciò determina una dispersione di calore che ci fa diminuire la temperatura corporea e sentire più freddo a parità di temperatura primaverile. 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Cercate di praticare un’attività fisica, iscrivetevi a una scuola di ballo, in palestra e ricordatevi che anche soltanto camminare favorisce la produzione di endorfine che hanno un effetto positivo sull’umore, riducono i dolori, migliorano l’ossigenazione dei tessuti (camminare 1 ora al giorno per un mese può far perdere un kg di peso). Arrivare a fine giornata con addosso una stanchezza sana, da attività fisica piacevole e non da malinconia autunnale, ed esporvi alla luce durante il giorno riallineerà il vostro ritmo sonno-veglia alla luminosità naturale come abbiamo visto inferiore all’estate: la serotonina, detta ormone del buonumore, si gioverà dell’esposizione e dell’attività sportiva e anche la melatonina, ormone che produciamo di notte, al buio, e che dice al nostro organismo che è ora di dormire (quando la retina riceve luce, l'epifisi manda al cervello il segnale di inibizione della produzione). Ne produciamo molta di notte e poca o nulla di giorno ed ha una sorta di effetto sedativo (esporsi alla luce di giorno vuol quindi dire non avere sonnolenza di giorno, come sarebbe se invece stessimo sempre al buio o chiusi dentro senza giovarci di un bel «bagno» di luce solare). In estate la temperatura ambientale è alta e abbiamo meno fame perché la nostra temperatura corporea è di conseguenza alta. In autunno e inverno abbiamo più fame perché dobbiamo alzare la nostra temperatura corporea, bassa a causa del freddo ambientale. Le calorie del cibo che bruciamo in inverno ci servono anche ad aumentare la temperatura del nostro corpo e questo fabbisogno inizia ad aumentare già in autunno. Dobbiamo certamente soddisfare questo bisogno calorico maggiore rispetto all’estate, ma senza esagerare: si può soddisfare la maggiore gola autunnale aumentando un po’ le calorie, ma anche sfruttando le leccornie di stagione per differenziare la tavola e renderla più stimolante. Non dimenticate di bere, acqua ma anche bevande calde, tisane, tè: d’estate siamo spinti a bere dalla necessità di reidratare i tanti liquidi che perdiamo sudando, ciò non toglie che è necessario idratarci bene anche durante tutte le altre stagioni. Scegliere la bevanda calda aiuterà anche a riscaldare il nostro nucleo centrale dall’interno (abbiamo parlato di come funziona la termoregolazione umana nel pezzo del 17 agosto 2020 e in quello del 3 luglio 2023). Sì a fermenti lattici per favorire il benessere del microbiota intestinale, sì ad agrumi, zenzero, aglio, cipolla e peperoncino per rafforzare il sistema immunitario e contrastare patologie da raffreddamento, sì a cibi ricchi di triptofano, precursore della serotonina, di origine animale come latticini, formaggi, uova, carni bianche, patate, riso, cereali integrali, arachidi, semi di sesamo, alghe, legumi e anche cioccolato fondente.
Jared Isaacman, Administrator della Nasa (Ansa)
In tal senso, agli occhi del presidente, la Nasa riveste un’importanza di primo piano. Per comprendere al meglio le sue intenzioni, La Verità ha intervistato in esclusiva il capo (administrator) dell’agenzia spaziale statunitense: Jared Isaacman. Nominato da Trump a novembre, è stato confermato dal Senato il 17 dicembre. Pilota e astronauta, Isaacman è anche un imprenditore: ha fondato Shift4, società di elaborazione dei pagamenti, e Draken international, azienda attiva nel settore dell’aviazione militare. Considerato vicino a Elon Musk, ha inoltre guidato, nel 2021, Inspiration4: volo spaziale umano, gestito da SpaceX. Era invece il 2024, quando è stato comandante della missione spaziale Polaris Dawn, anch’essa gestita da SpaceX. Isaacman incarna quindi al meglio le caratteristiche che Trump vuole imprimere alla Nasa: efficienza, approccio imprenditoriale, apertura alle aziende private e taglio agli sprechi. Il tutto con un occhio ovviamente rivolto alla competizione geopolitica con Pechino.
Quali sono le priorità spaziali della Nasa e dell’amministrazione Trump?
«La Nasa e l’amministrazione Trump sono allineate su una chiara serie di priorità contenute nella Politica spaziale nazionale. Queste sono il ritorno degli americani sulla Luna, l’istituzione di una presenza stabile sulla Luna e lo sviluppo delle capacità necessarie per le future missioni su Marte. Ci concentriamo sul far progredire Artemis laddove la fisica e la sicurezza lo consentano, investendo in tecnologie abilitanti come l’energia nucleare e la propulsione, e stimolando le economie orbitali e lunari. Continuiamo al contempo a far progredire la scienza e a rafforzare la leadership Usa attraverso partnership commerciali e internazionali».
La Cina è uno dei principali rivali degli Stati Uniti nel settore spaziale. Come intende affrontare la Nasa la concorrenza cinese?
«Il modo migliore per competere è rispettare le priorità della Politica spaziale nazionale. Il ruolo della Nasa è quello di guidare l’esplorazione pacifica, eseguire missioni complesse in modo sicuro e nei tempi previsti, oltre a contribuire a definire gli standard per l’esplorazione e l’utilizzo dello Spazio. Garantiamo che gli Usa rimangano all’avanguardia, agendo con urgenza, lavorando a stretto contatto con i nostri partner commerciali e internazionali e mantenendoci al massimo livello di eccellenza».
Perché l’amministrazione Trump considera prioritario il ritorno sulla Luna e l’invio di astronauti su Marte?
«La Luna è il banco di prova per le capacità di cui avremo bisogno per Marte e oltre. Dare priorità a queste missioni consente agli Stati Uniti di rimanere all’avanguardia tecnologica, rafforzare le partnership e ridurre i rischi strategici a lungo termine. Dal punto di vista economico, questi sforzi contribuiscono alla crescita di nuove industrie e all’espansione della leadership americana. Tutto questo, mentre, dal punto di vista geopolitico, dimostrano credibilità, capacità e determinazione sulla scena mondiale».
La missione Artemis II avrà luogo a febbraio. Qual è la sua importanza?
«Porterà gli esseri umani attorno alla Luna per la prima volta dai tempi dell’Apollo, segnando il ritorno dell’umanità nello Spazio profondo dopo oltre mezzo secolo. Al di là del suo significato storico, questa missione ci permette di mettere alla prova, con un equipaggio a bordo, la navicella spaziale, il sistema di lancio e le operazioni di missione da cui dipenderemo per i futuri allunaggi. Volare in questa missione ci fornisce quell’esperienza e quella fiducia che sono fondamentali, prima di compiere il passo successivo: riportare gli astronauti sulla superficie lunare con Artemis III».
Perché l’amministrazione Trump sostiene così tanto le partnership tra la Nasa e le aziende private?
«Le partnership commerciali consentono alla Nasa di concentrare le proprie risorse sui problemi più complessi che solo questa agenzia è in grado di risolvere. Quando l’industria può fornire capacità in modo efficiente e su larga scala, la Nasa può concentrarsi su problemi che solo questa agenzia è in grado di affrontare, come l’esplorazione dello Spazio profondo, le tecnologie avanzate e le missioni che alzano l’asticella di ciò che è possibile. Questo modello aumenta la velocità, riduce i costi e, in definitiva, rafforza la leadership degli Stati Uniti nello Spazio».
Lei è un astronauta. In che modo questo background influenzerà il suo ruolo di capo della Nasa?
«La mia precedente esperienza di volo spaziale mi ha fatto nutrire un profondo rispetto per le persone che progettano, costruiscono, testano e gestiscono questi sistemi, e per la responsabilità che deriva dal mettere esseri umani al loro comando. Ciò rafforza l’importanza della disciplina, della preparazione e di un processo decisionale chiaro, quando chiediamo alle persone di affidare la propria vita al lavoro che svolgiamo. Questa prospettiva plasma il mio modo di pensare alla prontezza, alla responsabilità e alla necessità di rimuovere gli ostacoli inutili, affinché i team possano concentrarsi sul raggiungimento degli obiettivi della missione».
Lei ha detto di voler rendere la Nasa più sostenibile dal punto di vista finanziario. Come farà?
«Rendere la Nasa più efficiente significa ridurre la burocrazia inutile, avvicinare il processo decisionale al lavoro svolto e concentrare le risorse sulle missioni che fanno la differenza. Quando parlo di sostenibilità, non intendo suggerire che la Nasa debba puntare al profitto, ma che dobbiamo contribuire a dare impulso all’attività commerciale e scientifica in orbita e oltre, in modo che l’esplorazione non dipenda più esclusivamente da modelli impostati dal governo».
La Nasa ha collaborato con l’Agenzia spaziale italiana. Prevede che la partnership tra le due agenzie si rafforzerà in futuro?
«L’Italia è da decenni un partner forte e affidabile nello Spazio, con contributi significativi al volo spaziale umano, alla scienza e all’esplorazione. Mi aspetto che la nostra partnership con l’Agenzia spaziale italiana si rafforzi ulteriormente man mano che ci avviciniamo a operazioni prolungate sulla Luna nel prossimo futuro, nonché allo sviluppo di missioni scientifiche ed esplorative di livello mondiale a vantaggio di entrambe le nazioni. Il ruolo dell’Italia come firmataria degli Accordi Artemis riflette il nostro impegno comune per un’esplorazione pacifica e responsabile. Partnership come questa sono essenziali per realizzare missioni ambiziose e definire le norme che plasmeranno il futuro dello Spazio».
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Volodymyr Zelensky a Davos (Ansa)
Risultato? Minaccia di dazi e le Sturmtruppen tedesche rientrano immediatamente con la coda fra le gambe. Insomma, l’Europa prende schiaffi. Una roba che nemmeno nei film di Bud Spencer e Terence Hill. Che arrivino da Mosca, Kiev o Washington poco importa. Sempre schiaffi ci arrivano.
Sia chiaro che il prezzo più alto sul campo di battaglia lo stanno pagando i civili e i militari ucraini assieme ai soldati russi. Oltre un milione i caduti (fra morti e feriti) nelle file russe. Grosso modo la metà in casa Ucraina. E le cifre sono sicuramente sottostimate. Ma l’Unione europea ha pagato un prezzo pesantissimo in termini di soldi buttati senza aver ottenuto nulla in cambio, se non morti, feriti e qualche cesso d’oro nei forzieri dei dirigenti corrotti ucraini.
A detta di Zelensky l’Ue non avrebbe fatto abbastanza. Un abbastanza che a dicembre dello scorso anno il Consiglio europeo quantificava in 193,3 miliardi. Questo è quanto Bruxelles aveva sborsato in favore dell’Ucraina. Di questa cifra 103,3 miliardi sotto forma di supporto finanziario, economico e umanitario. Altri 69,3 miliardi per le armi, quindi 17 miliardi per accogliere i rifugiati, infine 3,7 miliardi di proventi derivanti dagli investimenti russi sequestrati in Ue, stimati in circa 210 miliardi. Il 65% di questa cifra sono sussidi a fondo perduto che Kiev non restituirà mai. Il 35% sono invece prestiti che l’Ucraina non restituirà mai. Ma pareva brutto chiamarli sussidi. E quindi tutti fanno finta che siano prestiti.
Tutto questo prima che l’Ue deliberasse, lo scorso dicembre, un ulteriore prestito, che ovviamente non sarà restituito, pari a 90 miliardi. Soldi che l’Unione europea prenderà a prestito sui mercati finanziari. Ma Bruxelles dovrà restituirli.
Nel complesso, quindi, l’Ue ha sborsato e deve sborsare qualcosa come 280 miliardi di euro. È ragionevole stimare che la quota a carico dell’Italia oscilli fra il 12 ed il 15%. Stiamo parlando di una cifra che varierebbe fra 33 e 42 miliardi. Un importo che fa impallidire quanto stanziato con l’ultima legge di bilancio. Grosso modo la metà.
Gli aiuti all’Ucraina non finiscono qui, però. L’Unione europea ha infatti sospeso l’applicazione di tutta una serie di dazi precedentemente applicati alle importazioni ucraine. È stato infatti sottoscritto in fretta e furia un accordo commerciale denominato Dcfta (Deep and comprehensive free trade area) grazie al quale l’Ue ha importato oltre 200 milioni di tonnellate di prodotti agricoli (97 milioni di tonnellate) e non (108 milioni di tonnellate). L’Unione europea stima che con questo accordo temporaneo siano arrivate merci ucraine per un importo complessivo di 183 miliardi. Prodotti che con ogni probabilità, in situazioni normali, non avrebbero varcato le nostre dogane. Il conto insomma sale a 460 miliardi in favore di Kiev fra sussidi, prestiti che non verranno restituiti e acquisti di favore.
Il punto, però, è che il conto non è ancora finito. Non stiamo tenendo in considerazione il costo in bolletta per il caro energia e ciò che sarà necessario sborsare per ricostruire il Paese una volta che il conflitto sarà terminato. I colloqui sono in corso. E ovviamente, come da tradizione, l’Unione europea a quel tavolo non c’è. Sarà chiamata solo quando dovrà pagare prendendo la solita consueta razione di schiaffi.
Quanto al caro bolletta e ai sussidi, secondo una stima di Confimprenditori resa nota a dicembre dello scorso anno, «il costo complessivo sostenuto dal Paese tra il 2022 e il 2024 si colloca tra gli 85 e i 110 miliardi di euro». Una cifra monstre.
Il costo pagato dal nostro Paese, tenuto conto della nostra quota di aiuti sul bilancio Ue, lievita come un panettone. Considerando la sola quota di questo conto ascrivibile al caro bolletta parliamo di 45-60 miliardi.
A questo deve infine essere aggiunta una cifra spropositata per la ricostruzione dell’Ucraina. Secondo il documento Ue «Roadmap per la prosperità dell’Ucraina: una visione per il 2040», dovranno essere messi sul piatto almeno 800 miliardi per la ricostruzione del Paese. Anche immaginando di utilizzare i fondi russi attualmente nelle nostre disponibilità - cosa che sarà possibile solo nell’ambito di un negoziato di pace a cui al momento, ricordiamolo ancora, Bruxelles non partecipa - qualcuno dovrebbe farsi carico di pagare i rimanenti 600 miliardi. Tutto lascia presagire che questa cifra dovrà essere sborsata dall’Ue. Il che significherebbe che l’Italia potrebbe arrivare a dover tossire altri 90 miliardi. Che sommati al costo prima stimato da Confimprenditori porterebbe il costo a nostro carico a oltre 200 miliardi. Stante questi numeri da capogiro, sarebbe quanto meno doveroso che Zelensky evitasse di fare il gradasso prendendo a schiaffi gli unici che in questo momento lo stanno tenendo in sella. Ammesso e non concesso che legarsi al destino di Zelensky sia la cosa saggia da fare se si vuole arrivare alla fine del conflitto in tempi brevi.
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La storica «società» di appassionati di Verdi che conserva la memoria del «Cigno di Busseto» nel racconto del suo presidente. I riti, i ritrovi, la promozione dell'opera nelle scuole e le visite nel «covo» verdiano dei più grandi musicisti del mondo.