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2024-01-24
Autonomia differenziata, arriva il primo sigillo. Sceneggiata del Pd al Senato
Ansa
Nessun imprevisto o contrattempo a Palazzo Madama, dove ieri l’aula del Senato ha dato il primo via libera al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Il provvedimento è stato infatti approvato con 110 voti a favore, (il centrodestra più la Svp), 64 contrari (Pd, M5s, Avs e Iv) e l’astensione di Azione, con l’eccezione dell’ex ministro Mariastella Gelmini, cha ha votato a favore in dissenso con le indicazioni di Carlo Calenda. In un emiciclo popolato dai leader politici eletti in questo ramo del Parlamento (come accade nelle occasioni importanti), il dibattito e le successive dichiarazioni di voto hanno plasticamente ribadito - semmai ce ne fosse stato bisogno - una distanza incolmabile tra maggioranza e opposizione, che anche quest’occasione si è appellata all’extrema ratio del referendum abrogativo, qualora la legge passasse anche il vaglio di Montecitorio e venisse approvata definitivamente.
A testimoniare quanto il confronto sul ddl Calderoli sia uno dei terreni di lotta più ideologizzati di questa legislatura, il fatto che non siano mancati - complice la diretta tv - momenti teatrali, come quando i senatori dem hanno sventolato foglietti tricolori al termine del loro intervento o l’inno di Mameli intonato da tutte le opposizioni dopo il voto finale, alle quali poi si sono associati anche i senatori di Fdi per non lasciare l’«esclusiva» agli avversari politici. La Cisl, invece, non ha alzato muti. Secondo il segretario generale Luigi Sbarra, «è fondamentale assicurare un confronto aperto e costruttivo con il governo e con il Parlamento, per apportare modifiche migliorative finalizzate a garantire diritti sociali e di cittadinanza insieme al rispetto della contrattazione in tutta la comunità nazionale».
Importanti le parole del presidente del senatori leghisti, Massimiliano Romeo, che non ha mancato di menzionare anche l’altra grande riforma in pista in Parlamento, e cioè il premierato: «Grazie al governo e grazie anche al patto di maggioranza, di cui noi andiamo assolutamente fieri, perché più poteri al premier significa dall’altra parte controbilanciare con più autonomia sul territorio». Dopo l’approvazione è intervenuto con una nota Matteo Salvini: «È un passo importante verso un Paese più moderno ed efficiente, nel rispetto della volontà popolare espressa col voto al centrodestra che lo aveva promesso nel programma elettorale, dai referendum di Lombardia e Veneto e dalle richieste dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni italiane». «In questo momento», ha concluso, «mi sento di rivolgere un pensiero particolare a Bobo Maroni». Calderoli, il padre del ddl, ha parlato di «un risultato storico, importantissimo e atteso da troppo tempo».
Toni allarmati, quando non apocalittici, dal fronte del centrosinistra, a partire dal Pd, che ha insistito con l’accusa del baratto Lega-Fratelli d’Italia tra il premierato e l’autonomia. Per il segretario del Pd Elly Schlein, «Giorgia Meloni vuole passare alla storia per essere la presidente del Consiglio che ha spaccato l’Italia». Il leader del Nazareno non esclude «nessuno strumento per contrastare questa legge che spacca l’Italia». «Serve», conclude, «una mobilitazione forte con tutte le forze politiche e sociali che insieme a noi provino a spiegare quali sarebbero gli effetti devastanti di questa riforma».
Sugli scudi anche il M5s. Giuseppe Conte ha detto: «Meloni spacca il Paese e svende il Sud a Salvini: lasciano in un vicolo cieco i territori più svantaggiati del Paese, anziché rilanciarli per il bene di tutti». Diviso il fu Terzo polo, visto che i renziani hanno deciso di votare contro la riforma mentre i calendiani si sono limitati all’astensione, negando il sì per via della mancata approvazione dei Lep.
Ed è proprio alla definizione dei livelli essenziali di prestazioni che ruota la parte più complessa di tutta la partita. Come è noto, il ddl Calderoli prevede la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di chiedere allo Stato centrale maggiori poteri su 23 materie, attuando così la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra più di 20 anni fa. Tra le materie più importanti c’è quella fiscale, visto che le Regioni potranno trattenere buona parte del gettito legato alle erogazioni dei servizi. A patto però che per questi ultimi vengano fissati, con appositi decreti legislativi, entro due anni dall’approvazione della legge, i livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Della questione si sta occupando un apposito comitato presieduto dal professor Sabino Cassese, ma nel corso del suo iter in Senato vi sono già state delle modifiche che hanno riguardato questo punto, come quella che prevede che per l’autonomia su materie riferibili ai diritti civili e sociali potrà avvenire essere accordata solo dopo la determinazione dei Lep.
Tasse, lavoro e stop al centralismo: perché la riforma terrorizza i dem
Il potere di tassare gli italiani a piacimento, perdendo il controllo della spesa pubblica per alimentare clientele e burocrazia pachidermica e inefficiente, è in pericolo. Osservando approfonditamente il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata, non è difficile intuire chi ha più da temere se l’iter del provvedimento, che ieri sera ha avuto il suo primo sigillo dal Senato, si compisse senza imprevisti o agguati politici. E cioè chi si è sempre approcciato alla politica di bilancio con la certezza di avere a disposizione un bancomat con risorse illimitate, con cui tamponare i buchi di bilancio o finanziare l’ennesima operazione assistenzialista con vista sulle elezioni. Il cuore del disegno di legge, infatti è, come è noto, che le Regioni a statuto ordinario possano negoziare con lo Stato centrale l’attribuzione di maggiori poteri su una serie di materie. La più rilevante, per ovvi motivi, è la possibilità di trattenere fino al 90% di Irpef, Ires e Iva dovute dai cittadini per finanziare le materie devolute da Roma, garantendo la quota residua di trasferimenti allo Stato centrale. In soldoni, ciò vuol dire che, una volta approvata la legge Calderoli, chi dal dopoguerra (il centrosinistra in tutte le salse) ha reclamato o utilizzato senza remore il sistema «tassa e spendi» per tenere in vita l’architettura clientelare del rapporto potere centrale-cittadini (in maggioranza schiacciante quelli del Meridione d’Italia) non disporrà più del «bazooka» dello spreco. Questo, però, non vuol dire che si tratti di una brutta notizia per la coesione del Paese o per i cittadini che vivono nel Mezzogiorno: semplicemente gli amministratori locali non potranno più appellarsi al salvagente di Roma o scaricare sul governo il costo e la responsabilità dei loro fallimenti, ma saranno sottoposti a un controllo più severo e senza alibi sul proprio operato. Vediamo perché: guadagnando una fortissima autonomia fiscale, le Regioni diventeranno i soggetti maggiormente responsabili per il rating del debito italiano, in quanto la politica di bilancio (sostanzialmente l’aumento delle tasse per tutti) non sarebbe più l’opzione principale per garantire ai mercati la solvibilità. Questa dovrebbe essere garantita da politiche sul territorio da un lato abbastanza virtuose da garantire il successo dei bond regionali, e dall’altro da evitare l’aumento vorticoso dei tassi d’interesse sul debito nazionale. In altre parole, la solvibilità sul debito risiederebbe non più nel potere impositivo dello Stato, bensì nel buongoverno sui territori e sulla capacità di impiegare al meglio le risorse pubbliche, senza il paracadute romano. È chiaro che il discorso vede coinvolte in primis le Regioni del Sud e che si tratta anche di questione politica, poiché chi ha gestito in questi ultimi anni il cordone della borsa dalla Capitale ha saputo orientare con maestria il consenso politico, come insegna la vicenda del reddito di cittadinanza o degli 80 euro renziani. Anche i sindacati seguono con il patema l’iter della legge Calderoli, visto che questa potrebbe scardinare un altro totem su cui hanno costruito la propria fortuna presso ampie fette di lavoratori assisti, vale a dire il netto rifiuto delle cosiddette «gabbie salariali» o - più banalmente - della previsione di livelli di retribuzioni commisurati al costo della vita nelle diverse aree del Paese perché, a maggior ragione dopo l’innalzamento generale dei prezzi, è apparso a tutti evidente che un dipendente pubblico in forza a Milano non può avere lo stesso stipendio di uno di Caltanissetta. Il decentramento nella contrattazione, dunque, è visto come fumo negli occhi soprattutto dalla Cgil, che era entrata in conflitto con i suoi referenti politici sulla storia del salario minimo proprio perché metteva in discussione il suo strapotere sulla contrattazione centralizzata, così come lo farà l’Autonomia. A livello politico, la questione è abbastanza chiara, nella misura in cui le forze politiche storicamente in minoranza nelle regioni più ricche d’Italia temono l’aumento di autorevolezza e di influenza politica di figure come il governatore della Lombardia, senza però guardare all’opportunità che si apre nel poter contendere questa carica o di garantire altrove il declamato buongoverno - per esempio - dell’Emilia-Romagna, smaniosa di accedere all’Autonomia differenziato senza però poterlo dire apertamente. Ecco perché, come ultima considerazione, è opportuno anche non perdere di vista, nella partita che si sta giocando sull’Autonomia, il ruolo di un Quirinale eufemisticamente scettico e, di conseguenza, della sua moral suasion, che in questo caso somiglia di più a una spada di Damocle.
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Il testo passa con 110 sì. Ora approda alla Camera. La minoranza protesta sventolando il Tricolore e intonando l’inno. Opposizione sulle barricate ma la Cisl apre al dialogo. Roma perderà gran parte dei fondi per finanziare l’assistenzialismo caro a sinistra. Lo speciale contiene due articoli.Nessun imprevisto o contrattempo a Palazzo Madama, dove ieri l’aula del Senato ha dato il primo via libera al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Il provvedimento è stato infatti approvato con 110 voti a favore, (il centrodestra più la Svp), 64 contrari (Pd, M5s, Avs e Iv) e l’astensione di Azione, con l’eccezione dell’ex ministro Mariastella Gelmini, cha ha votato a favore in dissenso con le indicazioni di Carlo Calenda. In un emiciclo popolato dai leader politici eletti in questo ramo del Parlamento (come accade nelle occasioni importanti), il dibattito e le successive dichiarazioni di voto hanno plasticamente ribadito - semmai ce ne fosse stato bisogno - una distanza incolmabile tra maggioranza e opposizione, che anche quest’occasione si è appellata all’extrema ratio del referendum abrogativo, qualora la legge passasse anche il vaglio di Montecitorio e venisse approvata definitivamente. A testimoniare quanto il confronto sul ddl Calderoli sia uno dei terreni di lotta più ideologizzati di questa legislatura, il fatto che non siano mancati - complice la diretta tv - momenti teatrali, come quando i senatori dem hanno sventolato foglietti tricolori al termine del loro intervento o l’inno di Mameli intonato da tutte le opposizioni dopo il voto finale, alle quali poi si sono associati anche i senatori di Fdi per non lasciare l’«esclusiva» agli avversari politici. La Cisl, invece, non ha alzato muti. Secondo il segretario generale Luigi Sbarra, «è fondamentale assicurare un confronto aperto e costruttivo con il governo e con il Parlamento, per apportare modifiche migliorative finalizzate a garantire diritti sociali e di cittadinanza insieme al rispetto della contrattazione in tutta la comunità nazionale». Importanti le parole del presidente del senatori leghisti, Massimiliano Romeo, che non ha mancato di menzionare anche l’altra grande riforma in pista in Parlamento, e cioè il premierato: «Grazie al governo e grazie anche al patto di maggioranza, di cui noi andiamo assolutamente fieri, perché più poteri al premier significa dall’altra parte controbilanciare con più autonomia sul territorio». Dopo l’approvazione è intervenuto con una nota Matteo Salvini: «È un passo importante verso un Paese più moderno ed efficiente, nel rispetto della volontà popolare espressa col voto al centrodestra che lo aveva promesso nel programma elettorale, dai referendum di Lombardia e Veneto e dalle richieste dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni italiane». «In questo momento», ha concluso, «mi sento di rivolgere un pensiero particolare a Bobo Maroni». Calderoli, il padre del ddl, ha parlato di «un risultato storico, importantissimo e atteso da troppo tempo».Toni allarmati, quando non apocalittici, dal fronte del centrosinistra, a partire dal Pd, che ha insistito con l’accusa del baratto Lega-Fratelli d’Italia tra il premierato e l’autonomia. Per il segretario del Pd Elly Schlein, «Giorgia Meloni vuole passare alla storia per essere la presidente del Consiglio che ha spaccato l’Italia». Il leader del Nazareno non esclude «nessuno strumento per contrastare questa legge che spacca l’Italia». «Serve», conclude, «una mobilitazione forte con tutte le forze politiche e sociali che insieme a noi provino a spiegare quali sarebbero gli effetti devastanti di questa riforma». Sugli scudi anche il M5s. Giuseppe Conte ha detto: «Meloni spacca il Paese e svende il Sud a Salvini: lasciano in un vicolo cieco i territori più svantaggiati del Paese, anziché rilanciarli per il bene di tutti». Diviso il fu Terzo polo, visto che i renziani hanno deciso di votare contro la riforma mentre i calendiani si sono limitati all’astensione, negando il sì per via della mancata approvazione dei Lep. Ed è proprio alla definizione dei livelli essenziali di prestazioni che ruota la parte più complessa di tutta la partita. Come è noto, il ddl Calderoli prevede la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di chiedere allo Stato centrale maggiori poteri su 23 materie, attuando così la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra più di 20 anni fa. Tra le materie più importanti c’è quella fiscale, visto che le Regioni potranno trattenere buona parte del gettito legato alle erogazioni dei servizi. A patto però che per questi ultimi vengano fissati, con appositi decreti legislativi, entro due anni dall’approvazione della legge, i livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Della questione si sta occupando un apposito comitato presieduto dal professor Sabino Cassese, ma nel corso del suo iter in Senato vi sono già state delle modifiche che hanno riguardato questo punto, come quella che prevede che per l’autonomia su materie riferibili ai diritti civili e sociali potrà avvenire essere accordata solo dopo la determinazione dei Lep.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/autonomia-differenziata-arriva-primo-sigillo-2667073366.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tasse-lavoro-e-stop-al-centralismo-perche-la-riforma-terrorizza-i-dem" data-post-id="2667073366" data-published-at="1706094059" data-use-pagination="False"> Tasse, lavoro e stop al centralismo: perché la riforma terrorizza i dem Il potere di tassare gli italiani a piacimento, perdendo il controllo della spesa pubblica per alimentare clientele e burocrazia pachidermica e inefficiente, è in pericolo. Osservando approfonditamente il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata, non è difficile intuire chi ha più da temere se l’iter del provvedimento, che ieri sera ha avuto il suo primo sigillo dal Senato, si compisse senza imprevisti o agguati politici. E cioè chi si è sempre approcciato alla politica di bilancio con la certezza di avere a disposizione un bancomat con risorse illimitate, con cui tamponare i buchi di bilancio o finanziare l’ennesima operazione assistenzialista con vista sulle elezioni. Il cuore del disegno di legge, infatti è, come è noto, che le Regioni a statuto ordinario possano negoziare con lo Stato centrale l’attribuzione di maggiori poteri su una serie di materie. La più rilevante, per ovvi motivi, è la possibilità di trattenere fino al 90% di Irpef, Ires e Iva dovute dai cittadini per finanziare le materie devolute da Roma, garantendo la quota residua di trasferimenti allo Stato centrale. In soldoni, ciò vuol dire che, una volta approvata la legge Calderoli, chi dal dopoguerra (il centrosinistra in tutte le salse) ha reclamato o utilizzato senza remore il sistema «tassa e spendi» per tenere in vita l’architettura clientelare del rapporto potere centrale-cittadini (in maggioranza schiacciante quelli del Meridione d’Italia) non disporrà più del «bazooka» dello spreco. Questo, però, non vuol dire che si tratti di una brutta notizia per la coesione del Paese o per i cittadini che vivono nel Mezzogiorno: semplicemente gli amministratori locali non potranno più appellarsi al salvagente di Roma o scaricare sul governo il costo e la responsabilità dei loro fallimenti, ma saranno sottoposti a un controllo più severo e senza alibi sul proprio operato. Vediamo perché: guadagnando una fortissima autonomia fiscale, le Regioni diventeranno i soggetti maggiormente responsabili per il rating del debito italiano, in quanto la politica di bilancio (sostanzialmente l’aumento delle tasse per tutti) non sarebbe più l’opzione principale per garantire ai mercati la solvibilità. Questa dovrebbe essere garantita da politiche sul territorio da un lato abbastanza virtuose da garantire il successo dei bond regionali, e dall’altro da evitare l’aumento vorticoso dei tassi d’interesse sul debito nazionale. In altre parole, la solvibilità sul debito risiederebbe non più nel potere impositivo dello Stato, bensì nel buongoverno sui territori e sulla capacità di impiegare al meglio le risorse pubbliche, senza il paracadute romano. È chiaro che il discorso vede coinvolte in primis le Regioni del Sud e che si tratta anche di questione politica, poiché chi ha gestito in questi ultimi anni il cordone della borsa dalla Capitale ha saputo orientare con maestria il consenso politico, come insegna la vicenda del reddito di cittadinanza o degli 80 euro renziani. Anche i sindacati seguono con il patema l’iter della legge Calderoli, visto che questa potrebbe scardinare un altro totem su cui hanno costruito la propria fortuna presso ampie fette di lavoratori assisti, vale a dire il netto rifiuto delle cosiddette «gabbie salariali» o - più banalmente - della previsione di livelli di retribuzioni commisurati al costo della vita nelle diverse aree del Paese perché, a maggior ragione dopo l’innalzamento generale dei prezzi, è apparso a tutti evidente che un dipendente pubblico in forza a Milano non può avere lo stesso stipendio di uno di Caltanissetta. Il decentramento nella contrattazione, dunque, è visto come fumo negli occhi soprattutto dalla Cgil, che era entrata in conflitto con i suoi referenti politici sulla storia del salario minimo proprio perché metteva in discussione il suo strapotere sulla contrattazione centralizzata, così come lo farà l’Autonomia. A livello politico, la questione è abbastanza chiara, nella misura in cui le forze politiche storicamente in minoranza nelle regioni più ricche d’Italia temono l’aumento di autorevolezza e di influenza politica di figure come il governatore della Lombardia, senza però guardare all’opportunità che si apre nel poter contendere questa carica o di garantire altrove il declamato buongoverno - per esempio - dell’Emilia-Romagna, smaniosa di accedere all’Autonomia differenziato senza però poterlo dire apertamente. Ecco perché, come ultima considerazione, è opportuno anche non perdere di vista, nella partita che si sta giocando sull’Autonomia, il ruolo di un Quirinale eufemisticamente scettico e, di conseguenza, della sua moral suasion, che in questo caso somiglia di più a una spada di Damocle.
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?