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2024-01-24
Autonomia differenziata, arriva il primo sigillo. Sceneggiata del Pd al Senato
Ansa
Nessun imprevisto o contrattempo a Palazzo Madama, dove ieri l’aula del Senato ha dato il primo via libera al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Il provvedimento è stato infatti approvato con 110 voti a favore, (il centrodestra più la Svp), 64 contrari (Pd, M5s, Avs e Iv) e l’astensione di Azione, con l’eccezione dell’ex ministro Mariastella Gelmini, cha ha votato a favore in dissenso con le indicazioni di Carlo Calenda. In un emiciclo popolato dai leader politici eletti in questo ramo del Parlamento (come accade nelle occasioni importanti), il dibattito e le successive dichiarazioni di voto hanno plasticamente ribadito - semmai ce ne fosse stato bisogno - una distanza incolmabile tra maggioranza e opposizione, che anche quest’occasione si è appellata all’extrema ratio del referendum abrogativo, qualora la legge passasse anche il vaglio di Montecitorio e venisse approvata definitivamente.
A testimoniare quanto il confronto sul ddl Calderoli sia uno dei terreni di lotta più ideologizzati di questa legislatura, il fatto che non siano mancati - complice la diretta tv - momenti teatrali, come quando i senatori dem hanno sventolato foglietti tricolori al termine del loro intervento o l’inno di Mameli intonato da tutte le opposizioni dopo il voto finale, alle quali poi si sono associati anche i senatori di Fdi per non lasciare l’«esclusiva» agli avversari politici. La Cisl, invece, non ha alzato muti. Secondo il segretario generale Luigi Sbarra, «è fondamentale assicurare un confronto aperto e costruttivo con il governo e con il Parlamento, per apportare modifiche migliorative finalizzate a garantire diritti sociali e di cittadinanza insieme al rispetto della contrattazione in tutta la comunità nazionale».
Importanti le parole del presidente del senatori leghisti, Massimiliano Romeo, che non ha mancato di menzionare anche l’altra grande riforma in pista in Parlamento, e cioè il premierato: «Grazie al governo e grazie anche al patto di maggioranza, di cui noi andiamo assolutamente fieri, perché più poteri al premier significa dall’altra parte controbilanciare con più autonomia sul territorio». Dopo l’approvazione è intervenuto con una nota Matteo Salvini: «È un passo importante verso un Paese più moderno ed efficiente, nel rispetto della volontà popolare espressa col voto al centrodestra che lo aveva promesso nel programma elettorale, dai referendum di Lombardia e Veneto e dalle richieste dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni italiane». «In questo momento», ha concluso, «mi sento di rivolgere un pensiero particolare a Bobo Maroni». Calderoli, il padre del ddl, ha parlato di «un risultato storico, importantissimo e atteso da troppo tempo».
Toni allarmati, quando non apocalittici, dal fronte del centrosinistra, a partire dal Pd, che ha insistito con l’accusa del baratto Lega-Fratelli d’Italia tra il premierato e l’autonomia. Per il segretario del Pd Elly Schlein, «Giorgia Meloni vuole passare alla storia per essere la presidente del Consiglio che ha spaccato l’Italia». Il leader del Nazareno non esclude «nessuno strumento per contrastare questa legge che spacca l’Italia». «Serve», conclude, «una mobilitazione forte con tutte le forze politiche e sociali che insieme a noi provino a spiegare quali sarebbero gli effetti devastanti di questa riforma».
Sugli scudi anche il M5s. Giuseppe Conte ha detto: «Meloni spacca il Paese e svende il Sud a Salvini: lasciano in un vicolo cieco i territori più svantaggiati del Paese, anziché rilanciarli per il bene di tutti». Diviso il fu Terzo polo, visto che i renziani hanno deciso di votare contro la riforma mentre i calendiani si sono limitati all’astensione, negando il sì per via della mancata approvazione dei Lep.
Ed è proprio alla definizione dei livelli essenziali di prestazioni che ruota la parte più complessa di tutta la partita. Come è noto, il ddl Calderoli prevede la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di chiedere allo Stato centrale maggiori poteri su 23 materie, attuando così la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra più di 20 anni fa. Tra le materie più importanti c’è quella fiscale, visto che le Regioni potranno trattenere buona parte del gettito legato alle erogazioni dei servizi. A patto però che per questi ultimi vengano fissati, con appositi decreti legislativi, entro due anni dall’approvazione della legge, i livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Della questione si sta occupando un apposito comitato presieduto dal professor Sabino Cassese, ma nel corso del suo iter in Senato vi sono già state delle modifiche che hanno riguardato questo punto, come quella che prevede che per l’autonomia su materie riferibili ai diritti civili e sociali potrà avvenire essere accordata solo dopo la determinazione dei Lep.
Tasse, lavoro e stop al centralismo: perché la riforma terrorizza i dem
Il potere di tassare gli italiani a piacimento, perdendo il controllo della spesa pubblica per alimentare clientele e burocrazia pachidermica e inefficiente, è in pericolo. Osservando approfonditamente il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata, non è difficile intuire chi ha più da temere se l’iter del provvedimento, che ieri sera ha avuto il suo primo sigillo dal Senato, si compisse senza imprevisti o agguati politici. E cioè chi si è sempre approcciato alla politica di bilancio con la certezza di avere a disposizione un bancomat con risorse illimitate, con cui tamponare i buchi di bilancio o finanziare l’ennesima operazione assistenzialista con vista sulle elezioni. Il cuore del disegno di legge, infatti è, come è noto, che le Regioni a statuto ordinario possano negoziare con lo Stato centrale l’attribuzione di maggiori poteri su una serie di materie. La più rilevante, per ovvi motivi, è la possibilità di trattenere fino al 90% di Irpef, Ires e Iva dovute dai cittadini per finanziare le materie devolute da Roma, garantendo la quota residua di trasferimenti allo Stato centrale. In soldoni, ciò vuol dire che, una volta approvata la legge Calderoli, chi dal dopoguerra (il centrosinistra in tutte le salse) ha reclamato o utilizzato senza remore il sistema «tassa e spendi» per tenere in vita l’architettura clientelare del rapporto potere centrale-cittadini (in maggioranza schiacciante quelli del Meridione d’Italia) non disporrà più del «bazooka» dello spreco. Questo, però, non vuol dire che si tratti di una brutta notizia per la coesione del Paese o per i cittadini che vivono nel Mezzogiorno: semplicemente gli amministratori locali non potranno più appellarsi al salvagente di Roma o scaricare sul governo il costo e la responsabilità dei loro fallimenti, ma saranno sottoposti a un controllo più severo e senza alibi sul proprio operato. Vediamo perché: guadagnando una fortissima autonomia fiscale, le Regioni diventeranno i soggetti maggiormente responsabili per il rating del debito italiano, in quanto la politica di bilancio (sostanzialmente l’aumento delle tasse per tutti) non sarebbe più l’opzione principale per garantire ai mercati la solvibilità. Questa dovrebbe essere garantita da politiche sul territorio da un lato abbastanza virtuose da garantire il successo dei bond regionali, e dall’altro da evitare l’aumento vorticoso dei tassi d’interesse sul debito nazionale. In altre parole, la solvibilità sul debito risiederebbe non più nel potere impositivo dello Stato, bensì nel buongoverno sui territori e sulla capacità di impiegare al meglio le risorse pubbliche, senza il paracadute romano. È chiaro che il discorso vede coinvolte in primis le Regioni del Sud e che si tratta anche di questione politica, poiché chi ha gestito in questi ultimi anni il cordone della borsa dalla Capitale ha saputo orientare con maestria il consenso politico, come insegna la vicenda del reddito di cittadinanza o degli 80 euro renziani. Anche i sindacati seguono con il patema l’iter della legge Calderoli, visto che questa potrebbe scardinare un altro totem su cui hanno costruito la propria fortuna presso ampie fette di lavoratori assisti, vale a dire il netto rifiuto delle cosiddette «gabbie salariali» o - più banalmente - della previsione di livelli di retribuzioni commisurati al costo della vita nelle diverse aree del Paese perché, a maggior ragione dopo l’innalzamento generale dei prezzi, è apparso a tutti evidente che un dipendente pubblico in forza a Milano non può avere lo stesso stipendio di uno di Caltanissetta. Il decentramento nella contrattazione, dunque, è visto come fumo negli occhi soprattutto dalla Cgil, che era entrata in conflitto con i suoi referenti politici sulla storia del salario minimo proprio perché metteva in discussione il suo strapotere sulla contrattazione centralizzata, così come lo farà l’Autonomia. A livello politico, la questione è abbastanza chiara, nella misura in cui le forze politiche storicamente in minoranza nelle regioni più ricche d’Italia temono l’aumento di autorevolezza e di influenza politica di figure come il governatore della Lombardia, senza però guardare all’opportunità che si apre nel poter contendere questa carica o di garantire altrove il declamato buongoverno - per esempio - dell’Emilia-Romagna, smaniosa di accedere all’Autonomia differenziato senza però poterlo dire apertamente. Ecco perché, come ultima considerazione, è opportuno anche non perdere di vista, nella partita che si sta giocando sull’Autonomia, il ruolo di un Quirinale eufemisticamente scettico e, di conseguenza, della sua moral suasion, che in questo caso somiglia di più a una spada di Damocle.
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Il testo passa con 110 sì. Ora approda alla Camera. La minoranza protesta sventolando il Tricolore e intonando l’inno. Opposizione sulle barricate ma la Cisl apre al dialogo. Roma perderà gran parte dei fondi per finanziare l’assistenzialismo caro a sinistra. Lo speciale contiene due articoli.Nessun imprevisto o contrattempo a Palazzo Madama, dove ieri l’aula del Senato ha dato il primo via libera al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Il provvedimento è stato infatti approvato con 110 voti a favore, (il centrodestra più la Svp), 64 contrari (Pd, M5s, Avs e Iv) e l’astensione di Azione, con l’eccezione dell’ex ministro Mariastella Gelmini, cha ha votato a favore in dissenso con le indicazioni di Carlo Calenda. In un emiciclo popolato dai leader politici eletti in questo ramo del Parlamento (come accade nelle occasioni importanti), il dibattito e le successive dichiarazioni di voto hanno plasticamente ribadito - semmai ce ne fosse stato bisogno - una distanza incolmabile tra maggioranza e opposizione, che anche quest’occasione si è appellata all’extrema ratio del referendum abrogativo, qualora la legge passasse anche il vaglio di Montecitorio e venisse approvata definitivamente. A testimoniare quanto il confronto sul ddl Calderoli sia uno dei terreni di lotta più ideologizzati di questa legislatura, il fatto che non siano mancati - complice la diretta tv - momenti teatrali, come quando i senatori dem hanno sventolato foglietti tricolori al termine del loro intervento o l’inno di Mameli intonato da tutte le opposizioni dopo il voto finale, alle quali poi si sono associati anche i senatori di Fdi per non lasciare l’«esclusiva» agli avversari politici. La Cisl, invece, non ha alzato muti. Secondo il segretario generale Luigi Sbarra, «è fondamentale assicurare un confronto aperto e costruttivo con il governo e con il Parlamento, per apportare modifiche migliorative finalizzate a garantire diritti sociali e di cittadinanza insieme al rispetto della contrattazione in tutta la comunità nazionale». Importanti le parole del presidente del senatori leghisti, Massimiliano Romeo, che non ha mancato di menzionare anche l’altra grande riforma in pista in Parlamento, e cioè il premierato: «Grazie al governo e grazie anche al patto di maggioranza, di cui noi andiamo assolutamente fieri, perché più poteri al premier significa dall’altra parte controbilanciare con più autonomia sul territorio». Dopo l’approvazione è intervenuto con una nota Matteo Salvini: «È un passo importante verso un Paese più moderno ed efficiente, nel rispetto della volontà popolare espressa col voto al centrodestra che lo aveva promesso nel programma elettorale, dai referendum di Lombardia e Veneto e dalle richieste dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni italiane». «In questo momento», ha concluso, «mi sento di rivolgere un pensiero particolare a Bobo Maroni». Calderoli, il padre del ddl, ha parlato di «un risultato storico, importantissimo e atteso da troppo tempo».Toni allarmati, quando non apocalittici, dal fronte del centrosinistra, a partire dal Pd, che ha insistito con l’accusa del baratto Lega-Fratelli d’Italia tra il premierato e l’autonomia. Per il segretario del Pd Elly Schlein, «Giorgia Meloni vuole passare alla storia per essere la presidente del Consiglio che ha spaccato l’Italia». Il leader del Nazareno non esclude «nessuno strumento per contrastare questa legge che spacca l’Italia». «Serve», conclude, «una mobilitazione forte con tutte le forze politiche e sociali che insieme a noi provino a spiegare quali sarebbero gli effetti devastanti di questa riforma». Sugli scudi anche il M5s. Giuseppe Conte ha detto: «Meloni spacca il Paese e svende il Sud a Salvini: lasciano in un vicolo cieco i territori più svantaggiati del Paese, anziché rilanciarli per il bene di tutti». Diviso il fu Terzo polo, visto che i renziani hanno deciso di votare contro la riforma mentre i calendiani si sono limitati all’astensione, negando il sì per via della mancata approvazione dei Lep. Ed è proprio alla definizione dei livelli essenziali di prestazioni che ruota la parte più complessa di tutta la partita. Come è noto, il ddl Calderoli prevede la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di chiedere allo Stato centrale maggiori poteri su 23 materie, attuando così la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra più di 20 anni fa. Tra le materie più importanti c’è quella fiscale, visto che le Regioni potranno trattenere buona parte del gettito legato alle erogazioni dei servizi. A patto però che per questi ultimi vengano fissati, con appositi decreti legislativi, entro due anni dall’approvazione della legge, i livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Della questione si sta occupando un apposito comitato presieduto dal professor Sabino Cassese, ma nel corso del suo iter in Senato vi sono già state delle modifiche che hanno riguardato questo punto, come quella che prevede che per l’autonomia su materie riferibili ai diritti civili e sociali potrà avvenire essere accordata solo dopo la determinazione dei Lep.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/autonomia-differenziata-arriva-primo-sigillo-2667073366.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tasse-lavoro-e-stop-al-centralismo-perche-la-riforma-terrorizza-i-dem" data-post-id="2667073366" data-published-at="1706094059" data-use-pagination="False"> Tasse, lavoro e stop al centralismo: perché la riforma terrorizza i dem Il potere di tassare gli italiani a piacimento, perdendo il controllo della spesa pubblica per alimentare clientele e burocrazia pachidermica e inefficiente, è in pericolo. Osservando approfonditamente il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata, non è difficile intuire chi ha più da temere se l’iter del provvedimento, che ieri sera ha avuto il suo primo sigillo dal Senato, si compisse senza imprevisti o agguati politici. E cioè chi si è sempre approcciato alla politica di bilancio con la certezza di avere a disposizione un bancomat con risorse illimitate, con cui tamponare i buchi di bilancio o finanziare l’ennesima operazione assistenzialista con vista sulle elezioni. Il cuore del disegno di legge, infatti è, come è noto, che le Regioni a statuto ordinario possano negoziare con lo Stato centrale l’attribuzione di maggiori poteri su una serie di materie. La più rilevante, per ovvi motivi, è la possibilità di trattenere fino al 90% di Irpef, Ires e Iva dovute dai cittadini per finanziare le materie devolute da Roma, garantendo la quota residua di trasferimenti allo Stato centrale. In soldoni, ciò vuol dire che, una volta approvata la legge Calderoli, chi dal dopoguerra (il centrosinistra in tutte le salse) ha reclamato o utilizzato senza remore il sistema «tassa e spendi» per tenere in vita l’architettura clientelare del rapporto potere centrale-cittadini (in maggioranza schiacciante quelli del Meridione d’Italia) non disporrà più del «bazooka» dello spreco. Questo, però, non vuol dire che si tratti di una brutta notizia per la coesione del Paese o per i cittadini che vivono nel Mezzogiorno: semplicemente gli amministratori locali non potranno più appellarsi al salvagente di Roma o scaricare sul governo il costo e la responsabilità dei loro fallimenti, ma saranno sottoposti a un controllo più severo e senza alibi sul proprio operato. Vediamo perché: guadagnando una fortissima autonomia fiscale, le Regioni diventeranno i soggetti maggiormente responsabili per il rating del debito italiano, in quanto la politica di bilancio (sostanzialmente l’aumento delle tasse per tutti) non sarebbe più l’opzione principale per garantire ai mercati la solvibilità. Questa dovrebbe essere garantita da politiche sul territorio da un lato abbastanza virtuose da garantire il successo dei bond regionali, e dall’altro da evitare l’aumento vorticoso dei tassi d’interesse sul debito nazionale. In altre parole, la solvibilità sul debito risiederebbe non più nel potere impositivo dello Stato, bensì nel buongoverno sui territori e sulla capacità di impiegare al meglio le risorse pubbliche, senza il paracadute romano. È chiaro che il discorso vede coinvolte in primis le Regioni del Sud e che si tratta anche di questione politica, poiché chi ha gestito in questi ultimi anni il cordone della borsa dalla Capitale ha saputo orientare con maestria il consenso politico, come insegna la vicenda del reddito di cittadinanza o degli 80 euro renziani. Anche i sindacati seguono con il patema l’iter della legge Calderoli, visto che questa potrebbe scardinare un altro totem su cui hanno costruito la propria fortuna presso ampie fette di lavoratori assisti, vale a dire il netto rifiuto delle cosiddette «gabbie salariali» o - più banalmente - della previsione di livelli di retribuzioni commisurati al costo della vita nelle diverse aree del Paese perché, a maggior ragione dopo l’innalzamento generale dei prezzi, è apparso a tutti evidente che un dipendente pubblico in forza a Milano non può avere lo stesso stipendio di uno di Caltanissetta. Il decentramento nella contrattazione, dunque, è visto come fumo negli occhi soprattutto dalla Cgil, che era entrata in conflitto con i suoi referenti politici sulla storia del salario minimo proprio perché metteva in discussione il suo strapotere sulla contrattazione centralizzata, così come lo farà l’Autonomia. A livello politico, la questione è abbastanza chiara, nella misura in cui le forze politiche storicamente in minoranza nelle regioni più ricche d’Italia temono l’aumento di autorevolezza e di influenza politica di figure come il governatore della Lombardia, senza però guardare all’opportunità che si apre nel poter contendere questa carica o di garantire altrove il declamato buongoverno - per esempio - dell’Emilia-Romagna, smaniosa di accedere all’Autonomia differenziato senza però poterlo dire apertamente. Ecco perché, come ultima considerazione, è opportuno anche non perdere di vista, nella partita che si sta giocando sull’Autonomia, il ruolo di un Quirinale eufemisticamente scettico e, di conseguenza, della sua moral suasion, che in questo caso somiglia di più a una spada di Damocle.
Il presidente dell'Anm Cesare Parodi (Ansa)
In dialetto romanesco c’è una espressione assai colorata che descrive lo stato delle cose: «Buttarla in caciara». In napoletano è «fare ammuina», così che quelli che stanno a poppa vanno a prua e viceversa senza che la nave si muova mai. Alcuni la chiamerebbero Pulp fiction o strategia del polpo «de noantri», quella che annebbia di nero fascista ogni cosa. Altri, ancora, lo chiamano con l’acronimo Ucas che, nella pubblica amministrazione italiana, connota il famigerato «Ufficio complicanze affari semplici».
Chi ha accumulato tanti lustri e macinato miglia su miglia di viaggio nella giustizia sa bene di cosa stiamo parlando. Alludiamo alla capacità di confondere ogni cosa, anche la più semplice, con pensieri e motivazioni che servono solo a rendere impossibile ogni giusto esito. Complicatori del pane, li ha definiti Samuele Bersani nella sua meravigliosa canzone Giudizi universali. Gente che - per abito mentale, ideologico o per grave malafede - non fa altro che ingigantire il problema in luogo di evidenziare e raggiungere la soluzione. Il genio di Alessandro Manzoni aveva tinteggiato tutto questo, in modo mirabile, nel personaggio del dottor Azzeccagarbugli allorché il povero Renzo comprende la vera natura dell’ingiustizia. «A sapere bene maneggiare le gride, nessuno è reo e nessuno è innocente», perché «all’avvocato bisogna raccontare le cose chiare poi tocca a loro imbrogliarle».
Così ho ascoltato tante parole «vuote, ma doppiate» dei ventriloqui dei poteri - palesi o occulti - che hanno devastato il corpo della magistratura in questi decenni. «Imbrogliatori» di professione. Tutti lì a piangere sull’orrendo attentato alla Costituzione repubblicana, alla libertà dei magistrati e, infine, alla giustizia del nostro meraviglioso Paese sfregiata dal referendum. Come se la giustizia, in Italia, non si fosse sfregiata da sola. Come se il presidente della Repubblica non avesse rimosso - con un solo gesto - ben sei (sei!) componenti del Csm in carica per quelle che riteneva plateali malversazioni correntizie. Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato l’avere consentito la tragica deriva di prestigio e credibilità in cui la magistratura è precipitata.
Dalla eroica troposfera dei Livatino, Alessandrini, Amato, Calvosa, Scopelliti (e le altre decine di martiri leali e coraggiosi civil servants dello Stato), agli inferi del vergognoso mercimonio correntizio sintetizzato nella parola «pacchettone», inventata dal «tonno» Palamara per descrivere la fraudolenta redistribuzione degli incarichi giudiziari. Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato il silenzio sulle parole disperate del giudice Ciaccio Montalto, contro le correnti, prima che i vigliacchi di Cosa Nostra lo uccidessero. Un silenzio, forse anche complice, durato mezzo secolo e che - strage dopo strage, errore dopo errore - ha portato la magistratura italiana (e con lei la giustizia) alla sua definitiva implosione. Come se il vero attentato alla Costituzione non fossero stati i depistaggi sulle stragi ed i processi farlocchi (leggasi Scarantino), in cui nessuno dei magistrati responsabili ha pagato. Ascoltare le bugie quando si conosce la verità può essere pure divertente, ma oggi il contesto non ammette svaghi. Occorre, adesso, dare voce alla Dea che - sarà pure bendata - ma molti vogliono pure muta in un momento in cui il suo urlo silenzioso è udito dal Paese intero. Quello che gli italiani dovranno fare è assai semplice, perché semplicemente dovranno tenersi lontani da coloro che la «buttano in caciara» e fanno «ammuina».
Seppellire, con una risata, i «complicatori del pane», i prezzolati imbonitori televisivi e gli «imbrogliatori» delle cose chiare. Dovranno comprendere che la giustizia non è qualcosa degli altri, ma è l’acqua che permette di soddisfare la sete di verità di un popolo. Senza la giustizia nulla può esistere e nessun futuro di civiltà e di progresso può essere conseguito. Dovranno andare tutti a votare per non morire tutti di sete e dovranno votare allo stesso modo in cui gustano il pane fresco al mattino. Senza complicarlo, perché nessuno vuole più un pane duro, raffermo e ammuffito. Un pane vecchio e rammollito che nessun nutrimento può più dare. Nel gesto di Gesù che divide il pane fresco e lo distribuisce ai suoi apostoli c’è tanta metafora della giustizia che cerchiamo e che tra poco avremo la possibilità di scegliere. In quel gesto si cela la verità che cerca tutta la nazione e che tutta la nazione cerca…
di Lorenzo Matassa (magistrato)
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Che, parlando del referendum sulla giustizia, ha aggiunto: «Io penso che sia molto importante che questa campagna elettorale referendaria rimanga sul merito di quello di cui noi stiamo parlando. Vedo un tentativo di trascinarla in una sorta di lotta nel fango». La riforma della giustizia, ha spiegato, «consente di avere una giustizia più giusta. Tra un anno gli italiani ci giudicheranno, il 22/23 marzo non si vota sul governo ma sulla giustizia».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dal canto suo, è ottimista circa la vittoria del Sì, talmente tanto che ha assicurato: «Il giorno successivo alla vittoria apriremo un tavolo di confronto per le norme attuative, che sono importanti quasi quanto la riforma costituzionale, per poter avere un dialogo con la magistratura, il mondo accademico e l’avvocatura». Anche lui ha ribadito di non volere che diventi un «referendum Meloni sì, Meloni no, governo sì, governo no, come accaduto con Renzi. Tanto non avrebbe nessun effetto sul governo un’eventuale sconfitta, che peraltro noi riteniamo impossibile. Così come la vittoria, che invece noi riteniamo certa, non avrà nessun effetto come tema punitivo nei confronti della magistratura». L’ultimo sondaggio di Tecnè commissionato da Paolo Del Debbio per Dritto e Rovescio dà credito all’ottimismo del Guardasigilli perché vede avanti il Sì in una forbice che va dal 54% al 56%, mentre il No si attesta tra il 44% e il 46% di chi andrebbe a votare oggi. Tuttavia è sull’affluenza che il dato non sembra essere confortante perché se si votasse adesso andrebbe a votare solo il 43% degli aventi diritto al voto.
Insomma dopo tanto parlare di rimonta del No sembra che i risultati di questa campagna così aggressiva non stiano portando i frutti sperati. Le opposizioni però insistono nel volerla politicizzare a tutti i costi. Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, che non deve aver visto gli ultimi sondaggi, commenta così: «È chiaro che loro vogliono depoliticizzare, ma tutti questi attacchi alla magistratura sono in vista di un referendum dopo che hanno visto i sondaggi. Ci stanno mettendo la faccia ma la stanno mettendo in modo sbagliato». Per Nicola Fratoianni di Avs, Meloni «attacca la magistratura in modo volgare molto pesante e, aggiungo, pericoloso, i giudici di questo Paese». «Mi sembra che Meloni abbia ormai fatto una scelta molto chiara» ha detto l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, «sta facendo diventare questo referendum un referendum su se stessa. Mi sembra che assuma un atteggiamento durissimo, quotidiano, nei confronti della magistratura. È un governo che vuol mettere i piedi in testa ai magistrati, che nega quindi un principio essenziale che è quello della divisione dei poteri. Io ho molto apprezzato il monito del capo dello Stato e sono sorpreso dal fatto che dopo poche ore Meloni abbia valutato di fare un’uscita così a gamba tesa contro la magistratura». Un commento simile a quello del collega Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, dem anche lui: «Mi sembra che la Meloni abbia scelto di fare la campagna referendaria ignorando sostanzialmente l’appello del capo dello Stato e che la seconda carica dello Stato abbia fatto altrettanto. Nei giorni in cui c’è un appello a non attaccare la magistratura, la presidente del Consiglio pubblica due video contro i pm, contestando l’abnormità delle sentenze, e non credo che sia una casualità».
Sull’intervento del capo dello Stato ieri è intervenuto anche Giovanbattista Fazzolari, intervistato da Bruno Vespa nel suo Cinque minuti su Rai uno. «Il presidente della Repubblica ha giustamente esortato le istituzioni a un reciproco rispetto. È giusto, abbassare i toni sul referendum e cercare di parlare del merito. Ciò non toglie che credo sia legittimo per il governo, per le forze politiche, ma credo un po’ per tutti i cittadini, esprimere un po’ di sorpresa per alcune sentenze recenti della magistratura in ambito di immigrazione», ha precisato, aggiungendo: «Nel giro di pochi giorni abbiamo avuto il caso del ministero dell’Interno condannato a risarcire un immigrato illegale perché era stato ingiustamente portato in un Cpr in Albania per il suo rimpatrio, un immigrato illegale che aveva alle spalle 23 condanne. Il giorno dopo, abbiamo avuto il governo, lo Stato italiano, condannato a risarcire 90.000 euro alla Sea Watch perché in quel famoso caso, quando la nave capitanata da Rackete aveva speronato una motovedetta della Guardia di finanza, è stato reputato che non era legittimo sequestrare quella nave. E poi oggi è arrivata la notizia del dissequestro anche della nave. Quindi sono oggettivamente delle sentenze che lasciano un po' perplessi». Per il presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano «preoccupa, che ogni volta che c’è un provvedimento sgradito, non si critichi il provvedimento ma si additi il magistrato che lo ha emesso come magistrato politicizzato». E su questo punto è il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, a sintetizzare: «È davvero inaccettabile questo uso politico delle sentenze fatto da alcuni magistrati ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia».
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Il cadavere di una donna è stato scoperto nell'ex area Cnr a Scandicci (Ansa)
Quando si dice la privacy: sospettato per l’omicidio di una povera donna alla quale hanno mozzato la testa con un machete, l’uomo in questione aveva l’obbligo di firma perché è conosciuto come un soggetto pericoloso. Ora è piantonato in ospedale con un trattamento sanitario obbligatorio: fra quando potrebbe aver ucciso e quando l’hanno fermato avrebbe fatto in tempo ad aizzare un cane contro la gente che passava. Eppure al momento di lui non si sa nulla, se non che si tratterebbe di un uomo di origine nordafricana. Il prossimo referendum sulla giustizia lo faremo per stabilire che l’essere straniero in Italia è una scriminante. Se sei italiano la legge diventa inflessibile, se sei un «accolto» allora puoi fare quasi come ti pare. Pare davvero l’ennesima storia di degrado e di ipocrisia; teatro il centro di Scandicci area metropolitana di Firenze.
Siamo neppure a 300 metri dal Comune, attaccati all’Its Russel Newton frequentato da quasi un migliaio di adolescenti che studiano lì e vanno nel parco dell’ex Cnr a passeggiare. Ma ora sono ostaggio dei «canari», gli spacciatori che usano cani inferociti per schermarsi. Con un progetto «politicamente molto corretto» dal Comune fanno sapere che quell’area è destinata a diventare il parco delle biodiversità. Ci sono pronti 2,5 milioni della Regione a la sindaca Claudia Sereni ovviamente del Pd e ortodossa della linea di Elly Schlein ha parlato di «orribile tragedia che ci allarma». Il fatto è che, con la tranvia, Scandicci è la periferia di Firenze. Si viene per lavorare, ma la notte tutti gli emarginati finiscono qui, dove si è creato un forte problema di sicurezza. Il parco è diventato un rifugio di sbandati, tossicodipendenti con spacciatori al seguito che si fanno scudo di cani randagi che loro addestrano ad attaccare chiunque.
C’è in mezzo al parco un casolare abbandonato (hanno murato porte e finestre per evitare che venga occupato) circondato da una rete sfondata. C’è un puzzo insopportabile di deiezioni, un tappeto di siringhe. Sul retro una tendopoli improvvisata dove «campano» gli sbandati. Ecco, lì era riversa con la gola tagliata Silke Saur, 44 anni, tedesca che viveva ai margini della società: senza fissa dimora, senza un euro in tasca. È morta lunedì, dice il medico legale. L’hanno trovata ieri. Dicono che da qualche tempo facesse coppia con il nordafricano, il sospettato dell’assassinio, chiedendo l’elemosina, bevendo e forse drogandosi. Lunedì i due si sarebbero appartati vicino al casolare, sarebbe nata una lite e il sospettato non avrebbe esitato a staccare la testa alla donna con un fendente di un machete che è stato ritrovato accanto al cadavere.
Martedì il nodafricano, rimasto a gironzolare attorno al parco del Cnr, ha anche aggredito una passante (una signora anziana che - spaventata - ha chiesto aiuto), aizzandole contro un pitbull che da qualche tempo porta con sé come «arma impropria». Lo hanno fermato e portato in ospedale a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio. Ma già dalla mattina gli agenti del commissariato di Scandicci - che sanno perfettamente chi è e cosa fa l’immigrato, che da quel che si è saputo ha precedenti per violenza, aggressione e spaccio - avevano capito che qualcosa non quadrava: si era presentato alla firma senza indossare la solita felpa.
Ieri quando hanno trovato il cadavere della povera Silke c’era anche la stessa felpa sporca di sangue, e l’extracomunitario che già era in ospedale è diventato un forte sospettato. Il nordafricano è conosciuto dalla Polizia come un tipo violento e pericoloso eppure era libero di girare e, forse, di uccidere. La dottoressa Alessandra Falcone, sostituto procuratore di Firenze, ha aperto il fascicolo per omicidio volontario, ma non ha ancora interrogato il nordafricano, anche se ha visto i filmati delle telecamere di sorveglianza che avrebbero ripreso in parte l’omicidio.
Riavvolgendo il nastro di questo orrore viene in mente Aurora Livoli, 19 anni, ammazzata meno di un mese fa a Milano ammazzata da Emilio Galdez Velazco già condannato per stupro ma che era libero, viene in mente Anna Laura Valsecchi accoltellata in piazza Gae Aulenti sempre a Milano da Vincenzo Lanni che aveva già ammazzato, doveva stare in comunità, ma era libero; viene in mente il tunisino che a Olbia una settimana fa ha seminato il panico perché ha ferito a colpi di forbici i passanti. Tutti già noti, tutti liberi di uccidere. E chissà forse sbarcati con una imbarcazione come la Sea Watch di Carola Rackete e poi rimasti a girare per l’Italia.
Ieri a Scandicci si sono vissuti altri attimi di terrore alla pista di pattinaggio. Un uomo si sarebbe avvicinato a un bambino di cinque anni e lo avrebbe afferrato nel tentativo di rapirlo. La madre del piccolo ha cominciato ad urlare ed è riuscita a sottrarre il bimbo alla presa. L’uomo che ora è ricercato è fuggito prima dell’arrivo dei Carabinieri che stanno visionando anche i video delle telecamere.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Per cosa, poi? Perché Giorgia Meloni ha osato mettere un post su X dopo il massacro del giovane Quentin Deranque, picchiato a morte da almeno sei persone, di cui alcuni attivisti del movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, con collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. E in questo post la nostra premier ha semplicemente scritto che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Tutto qui. Mica ha sostenuto che i francesi «sono vomitevoli», come invece aveva bollato gli italiani il portavoce di Macron, Gabriel Attal, scontento per le nostre politiche in materia di immigrazione. E neppure ha detto di voler «vigilare» sul governo transalpino perché «rispetti i valori e le regole dello Stato di diritto» come si era permessa nei confronti del nascente governo tricolore Elisabeth Borne, l’allora primo ministro di Macron, che è costretto a cambiarne uno ogni tot mesi, quasi come i calzini, in virtù dei propri sfolgoranti successi nella politica interna. La Meloni si è limitata a invocare il sacrosanto «diritto alla vita» per un ragazzo vittima di insensata violenza politica e non a blaterare di un presunto «diritto all’aborto» per poter «controllare» il nostro esecutivo, come aveva fatto il ministro per gli Affari europei, Laurence Boone, altra fedelissima di Macron. Insomma, se c’è qualcuno che dovrebbe farsi gli affari propri anziché quelli altrui sono proprio l’inquilino dell’Eliseo e tutta la sua corte transeunte.
Peraltro, a differenza delle invasioni di campo dei macroniani di complemento, a ben vedere il governo di Roma titolo per occuparsi dell’omicidio del povero Deranque ce l’ha eccome. Perché si dà il caso che dalla vicina Francia provengano alcuni dei delinquenti che aiutano i centri sociali italiani a mettere a ferro e fuoco le nostre città con i più svariati pretesti. E che in particolare scorrazzi per la Penisola Raphaël Arnault, oggi deputato per la sinistrissima France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, un passato da picchiatore, schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Tre suoi collaboratori sono accusati di aver preso parte al pestaggio mortale. E lui, che spesso si fa ospitare a Napoli dal centro sociale Mensa occupata, come ha scritto Adriano Scianca sulla Verità, era nella Capitale ai primi dell’anno in coincidenza con un «presidio antifascista» e con un’aggressione a quattro militanti di Gioventù nazionale da parte di una trentina di individui, alcuni dei quali non parlavano italiano ed erano agghindati, ma tu guarda, proprio come Arnault.
E qui sorge il sospetto che Macron non sia davvero in grado di «custodire le sue pecore». Così come del resto non è in grado di dare corpo alle sue non piccole ambizioni. La Francia sotto la sua presidenza sta attraversando una crisi economica e politica come non se ne vedevano da decenni. E le pirotecniche iniziative intraprese sulla scena internazionale per compensare la débâcle interna, dai Volenterosi in giù, si sono rivelate poco più che mortaretti bagnati. Ha preso schiaffoni (metaforici) da Donald Trump e ceffoni (reali) dalla consorte Brigitte. Ora ha scoperto che anche la Germania gli ha voltato le spalle: il motore franco tedesco ha grippato e Friedrich Merz ha dovuto rivolgersi alla Meloni per provare a rimettere in moto la baracca europea. Mettetevi nei suoi panni: è comprensibile che sia nervoso e gli scappino dalla bocca roboanti sciocchezze. Gli rimane uno striminzito annetto di Eliseo prima di tornare a casa tra i fischi dei francesi. Ma almeno adesso abbiamo scoperto quale potrebbe essere la sua seconda vita: il pastore di pecore.
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