True
2024-01-24
Autonomia differenziata, arriva il primo sigillo. Sceneggiata del Pd al Senato
Ansa
Nessun imprevisto o contrattempo a Palazzo Madama, dove ieri l’aula del Senato ha dato il primo via libera al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Il provvedimento è stato infatti approvato con 110 voti a favore, (il centrodestra più la Svp), 64 contrari (Pd, M5s, Avs e Iv) e l’astensione di Azione, con l’eccezione dell’ex ministro Mariastella Gelmini, cha ha votato a favore in dissenso con le indicazioni di Carlo Calenda. In un emiciclo popolato dai leader politici eletti in questo ramo del Parlamento (come accade nelle occasioni importanti), il dibattito e le successive dichiarazioni di voto hanno plasticamente ribadito - semmai ce ne fosse stato bisogno - una distanza incolmabile tra maggioranza e opposizione, che anche quest’occasione si è appellata all’extrema ratio del referendum abrogativo, qualora la legge passasse anche il vaglio di Montecitorio e venisse approvata definitivamente.
A testimoniare quanto il confronto sul ddl Calderoli sia uno dei terreni di lotta più ideologizzati di questa legislatura, il fatto che non siano mancati - complice la diretta tv - momenti teatrali, come quando i senatori dem hanno sventolato foglietti tricolori al termine del loro intervento o l’inno di Mameli intonato da tutte le opposizioni dopo il voto finale, alle quali poi si sono associati anche i senatori di Fdi per non lasciare l’«esclusiva» agli avversari politici. La Cisl, invece, non ha alzato muti. Secondo il segretario generale Luigi Sbarra, «è fondamentale assicurare un confronto aperto e costruttivo con il governo e con il Parlamento, per apportare modifiche migliorative finalizzate a garantire diritti sociali e di cittadinanza insieme al rispetto della contrattazione in tutta la comunità nazionale».
Importanti le parole del presidente del senatori leghisti, Massimiliano Romeo, che non ha mancato di menzionare anche l’altra grande riforma in pista in Parlamento, e cioè il premierato: «Grazie al governo e grazie anche al patto di maggioranza, di cui noi andiamo assolutamente fieri, perché più poteri al premier significa dall’altra parte controbilanciare con più autonomia sul territorio». Dopo l’approvazione è intervenuto con una nota Matteo Salvini: «È un passo importante verso un Paese più moderno ed efficiente, nel rispetto della volontà popolare espressa col voto al centrodestra che lo aveva promesso nel programma elettorale, dai referendum di Lombardia e Veneto e dalle richieste dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni italiane». «In questo momento», ha concluso, «mi sento di rivolgere un pensiero particolare a Bobo Maroni». Calderoli, il padre del ddl, ha parlato di «un risultato storico, importantissimo e atteso da troppo tempo».
Toni allarmati, quando non apocalittici, dal fronte del centrosinistra, a partire dal Pd, che ha insistito con l’accusa del baratto Lega-Fratelli d’Italia tra il premierato e l’autonomia. Per il segretario del Pd Elly Schlein, «Giorgia Meloni vuole passare alla storia per essere la presidente del Consiglio che ha spaccato l’Italia». Il leader del Nazareno non esclude «nessuno strumento per contrastare questa legge che spacca l’Italia». «Serve», conclude, «una mobilitazione forte con tutte le forze politiche e sociali che insieme a noi provino a spiegare quali sarebbero gli effetti devastanti di questa riforma».
Sugli scudi anche il M5s. Giuseppe Conte ha detto: «Meloni spacca il Paese e svende il Sud a Salvini: lasciano in un vicolo cieco i territori più svantaggiati del Paese, anziché rilanciarli per il bene di tutti». Diviso il fu Terzo polo, visto che i renziani hanno deciso di votare contro la riforma mentre i calendiani si sono limitati all’astensione, negando il sì per via della mancata approvazione dei Lep.
Ed è proprio alla definizione dei livelli essenziali di prestazioni che ruota la parte più complessa di tutta la partita. Come è noto, il ddl Calderoli prevede la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di chiedere allo Stato centrale maggiori poteri su 23 materie, attuando così la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra più di 20 anni fa. Tra le materie più importanti c’è quella fiscale, visto che le Regioni potranno trattenere buona parte del gettito legato alle erogazioni dei servizi. A patto però che per questi ultimi vengano fissati, con appositi decreti legislativi, entro due anni dall’approvazione della legge, i livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Della questione si sta occupando un apposito comitato presieduto dal professor Sabino Cassese, ma nel corso del suo iter in Senato vi sono già state delle modifiche che hanno riguardato questo punto, come quella che prevede che per l’autonomia su materie riferibili ai diritti civili e sociali potrà avvenire essere accordata solo dopo la determinazione dei Lep.
Tasse, lavoro e stop al centralismo: perché la riforma terrorizza i dem
Il potere di tassare gli italiani a piacimento, perdendo il controllo della spesa pubblica per alimentare clientele e burocrazia pachidermica e inefficiente, è in pericolo. Osservando approfonditamente il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata, non è difficile intuire chi ha più da temere se l’iter del provvedimento, che ieri sera ha avuto il suo primo sigillo dal Senato, si compisse senza imprevisti o agguati politici. E cioè chi si è sempre approcciato alla politica di bilancio con la certezza di avere a disposizione un bancomat con risorse illimitate, con cui tamponare i buchi di bilancio o finanziare l’ennesima operazione assistenzialista con vista sulle elezioni. Il cuore del disegno di legge, infatti è, come è noto, che le Regioni a statuto ordinario possano negoziare con lo Stato centrale l’attribuzione di maggiori poteri su una serie di materie. La più rilevante, per ovvi motivi, è la possibilità di trattenere fino al 90% di Irpef, Ires e Iva dovute dai cittadini per finanziare le materie devolute da Roma, garantendo la quota residua di trasferimenti allo Stato centrale. In soldoni, ciò vuol dire che, una volta approvata la legge Calderoli, chi dal dopoguerra (il centrosinistra in tutte le salse) ha reclamato o utilizzato senza remore il sistema «tassa e spendi» per tenere in vita l’architettura clientelare del rapporto potere centrale-cittadini (in maggioranza schiacciante quelli del Meridione d’Italia) non disporrà più del «bazooka» dello spreco. Questo, però, non vuol dire che si tratti di una brutta notizia per la coesione del Paese o per i cittadini che vivono nel Mezzogiorno: semplicemente gli amministratori locali non potranno più appellarsi al salvagente di Roma o scaricare sul governo il costo e la responsabilità dei loro fallimenti, ma saranno sottoposti a un controllo più severo e senza alibi sul proprio operato. Vediamo perché: guadagnando una fortissima autonomia fiscale, le Regioni diventeranno i soggetti maggiormente responsabili per il rating del debito italiano, in quanto la politica di bilancio (sostanzialmente l’aumento delle tasse per tutti) non sarebbe più l’opzione principale per garantire ai mercati la solvibilità. Questa dovrebbe essere garantita da politiche sul territorio da un lato abbastanza virtuose da garantire il successo dei bond regionali, e dall’altro da evitare l’aumento vorticoso dei tassi d’interesse sul debito nazionale. In altre parole, la solvibilità sul debito risiederebbe non più nel potere impositivo dello Stato, bensì nel buongoverno sui territori e sulla capacità di impiegare al meglio le risorse pubbliche, senza il paracadute romano. È chiaro che il discorso vede coinvolte in primis le Regioni del Sud e che si tratta anche di questione politica, poiché chi ha gestito in questi ultimi anni il cordone della borsa dalla Capitale ha saputo orientare con maestria il consenso politico, come insegna la vicenda del reddito di cittadinanza o degli 80 euro renziani. Anche i sindacati seguono con il patema l’iter della legge Calderoli, visto che questa potrebbe scardinare un altro totem su cui hanno costruito la propria fortuna presso ampie fette di lavoratori assisti, vale a dire il netto rifiuto delle cosiddette «gabbie salariali» o - più banalmente - della previsione di livelli di retribuzioni commisurati al costo della vita nelle diverse aree del Paese perché, a maggior ragione dopo l’innalzamento generale dei prezzi, è apparso a tutti evidente che un dipendente pubblico in forza a Milano non può avere lo stesso stipendio di uno di Caltanissetta. Il decentramento nella contrattazione, dunque, è visto come fumo negli occhi soprattutto dalla Cgil, che era entrata in conflitto con i suoi referenti politici sulla storia del salario minimo proprio perché metteva in discussione il suo strapotere sulla contrattazione centralizzata, così come lo farà l’Autonomia. A livello politico, la questione è abbastanza chiara, nella misura in cui le forze politiche storicamente in minoranza nelle regioni più ricche d’Italia temono l’aumento di autorevolezza e di influenza politica di figure come il governatore della Lombardia, senza però guardare all’opportunità che si apre nel poter contendere questa carica o di garantire altrove il declamato buongoverno - per esempio - dell’Emilia-Romagna, smaniosa di accedere all’Autonomia differenziato senza però poterlo dire apertamente. Ecco perché, come ultima considerazione, è opportuno anche non perdere di vista, nella partita che si sta giocando sull’Autonomia, il ruolo di un Quirinale eufemisticamente scettico e, di conseguenza, della sua moral suasion, che in questo caso somiglia di più a una spada di Damocle.
Continua a leggereRiduci
Il testo passa con 110 sì. Ora approda alla Camera. La minoranza protesta sventolando il Tricolore e intonando l’inno. Opposizione sulle barricate ma la Cisl apre al dialogo. Roma perderà gran parte dei fondi per finanziare l’assistenzialismo caro a sinistra. Lo speciale contiene due articoli.Nessun imprevisto o contrattempo a Palazzo Madama, dove ieri l’aula del Senato ha dato il primo via libera al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Il provvedimento è stato infatti approvato con 110 voti a favore, (il centrodestra più la Svp), 64 contrari (Pd, M5s, Avs e Iv) e l’astensione di Azione, con l’eccezione dell’ex ministro Mariastella Gelmini, cha ha votato a favore in dissenso con le indicazioni di Carlo Calenda. In un emiciclo popolato dai leader politici eletti in questo ramo del Parlamento (come accade nelle occasioni importanti), il dibattito e le successive dichiarazioni di voto hanno plasticamente ribadito - semmai ce ne fosse stato bisogno - una distanza incolmabile tra maggioranza e opposizione, che anche quest’occasione si è appellata all’extrema ratio del referendum abrogativo, qualora la legge passasse anche il vaglio di Montecitorio e venisse approvata definitivamente. A testimoniare quanto il confronto sul ddl Calderoli sia uno dei terreni di lotta più ideologizzati di questa legislatura, il fatto che non siano mancati - complice la diretta tv - momenti teatrali, come quando i senatori dem hanno sventolato foglietti tricolori al termine del loro intervento o l’inno di Mameli intonato da tutte le opposizioni dopo il voto finale, alle quali poi si sono associati anche i senatori di Fdi per non lasciare l’«esclusiva» agli avversari politici. La Cisl, invece, non ha alzato muti. Secondo il segretario generale Luigi Sbarra, «è fondamentale assicurare un confronto aperto e costruttivo con il governo e con il Parlamento, per apportare modifiche migliorative finalizzate a garantire diritti sociali e di cittadinanza insieme al rispetto della contrattazione in tutta la comunità nazionale». Importanti le parole del presidente del senatori leghisti, Massimiliano Romeo, che non ha mancato di menzionare anche l’altra grande riforma in pista in Parlamento, e cioè il premierato: «Grazie al governo e grazie anche al patto di maggioranza, di cui noi andiamo assolutamente fieri, perché più poteri al premier significa dall’altra parte controbilanciare con più autonomia sul territorio». Dopo l’approvazione è intervenuto con una nota Matteo Salvini: «È un passo importante verso un Paese più moderno ed efficiente, nel rispetto della volontà popolare espressa col voto al centrodestra che lo aveva promesso nel programma elettorale, dai referendum di Lombardia e Veneto e dalle richieste dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni italiane». «In questo momento», ha concluso, «mi sento di rivolgere un pensiero particolare a Bobo Maroni». Calderoli, il padre del ddl, ha parlato di «un risultato storico, importantissimo e atteso da troppo tempo».Toni allarmati, quando non apocalittici, dal fronte del centrosinistra, a partire dal Pd, che ha insistito con l’accusa del baratto Lega-Fratelli d’Italia tra il premierato e l’autonomia. Per il segretario del Pd Elly Schlein, «Giorgia Meloni vuole passare alla storia per essere la presidente del Consiglio che ha spaccato l’Italia». Il leader del Nazareno non esclude «nessuno strumento per contrastare questa legge che spacca l’Italia». «Serve», conclude, «una mobilitazione forte con tutte le forze politiche e sociali che insieme a noi provino a spiegare quali sarebbero gli effetti devastanti di questa riforma». Sugli scudi anche il M5s. Giuseppe Conte ha detto: «Meloni spacca il Paese e svende il Sud a Salvini: lasciano in un vicolo cieco i territori più svantaggiati del Paese, anziché rilanciarli per il bene di tutti». Diviso il fu Terzo polo, visto che i renziani hanno deciso di votare contro la riforma mentre i calendiani si sono limitati all’astensione, negando il sì per via della mancata approvazione dei Lep. Ed è proprio alla definizione dei livelli essenziali di prestazioni che ruota la parte più complessa di tutta la partita. Come è noto, il ddl Calderoli prevede la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di chiedere allo Stato centrale maggiori poteri su 23 materie, attuando così la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra più di 20 anni fa. Tra le materie più importanti c’è quella fiscale, visto che le Regioni potranno trattenere buona parte del gettito legato alle erogazioni dei servizi. A patto però che per questi ultimi vengano fissati, con appositi decreti legislativi, entro due anni dall’approvazione della legge, i livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Della questione si sta occupando un apposito comitato presieduto dal professor Sabino Cassese, ma nel corso del suo iter in Senato vi sono già state delle modifiche che hanno riguardato questo punto, come quella che prevede che per l’autonomia su materie riferibili ai diritti civili e sociali potrà avvenire essere accordata solo dopo la determinazione dei Lep.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/autonomia-differenziata-arriva-primo-sigillo-2667073366.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tasse-lavoro-e-stop-al-centralismo-perche-la-riforma-terrorizza-i-dem" data-post-id="2667073366" data-published-at="1706094059" data-use-pagination="False"> Tasse, lavoro e stop al centralismo: perché la riforma terrorizza i dem Il potere di tassare gli italiani a piacimento, perdendo il controllo della spesa pubblica per alimentare clientele e burocrazia pachidermica e inefficiente, è in pericolo. Osservando approfonditamente il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata, non è difficile intuire chi ha più da temere se l’iter del provvedimento, che ieri sera ha avuto il suo primo sigillo dal Senato, si compisse senza imprevisti o agguati politici. E cioè chi si è sempre approcciato alla politica di bilancio con la certezza di avere a disposizione un bancomat con risorse illimitate, con cui tamponare i buchi di bilancio o finanziare l’ennesima operazione assistenzialista con vista sulle elezioni. Il cuore del disegno di legge, infatti è, come è noto, che le Regioni a statuto ordinario possano negoziare con lo Stato centrale l’attribuzione di maggiori poteri su una serie di materie. La più rilevante, per ovvi motivi, è la possibilità di trattenere fino al 90% di Irpef, Ires e Iva dovute dai cittadini per finanziare le materie devolute da Roma, garantendo la quota residua di trasferimenti allo Stato centrale. In soldoni, ciò vuol dire che, una volta approvata la legge Calderoli, chi dal dopoguerra (il centrosinistra in tutte le salse) ha reclamato o utilizzato senza remore il sistema «tassa e spendi» per tenere in vita l’architettura clientelare del rapporto potere centrale-cittadini (in maggioranza schiacciante quelli del Meridione d’Italia) non disporrà più del «bazooka» dello spreco. Questo, però, non vuol dire che si tratti di una brutta notizia per la coesione del Paese o per i cittadini che vivono nel Mezzogiorno: semplicemente gli amministratori locali non potranno più appellarsi al salvagente di Roma o scaricare sul governo il costo e la responsabilità dei loro fallimenti, ma saranno sottoposti a un controllo più severo e senza alibi sul proprio operato. Vediamo perché: guadagnando una fortissima autonomia fiscale, le Regioni diventeranno i soggetti maggiormente responsabili per il rating del debito italiano, in quanto la politica di bilancio (sostanzialmente l’aumento delle tasse per tutti) non sarebbe più l’opzione principale per garantire ai mercati la solvibilità. Questa dovrebbe essere garantita da politiche sul territorio da un lato abbastanza virtuose da garantire il successo dei bond regionali, e dall’altro da evitare l’aumento vorticoso dei tassi d’interesse sul debito nazionale. In altre parole, la solvibilità sul debito risiederebbe non più nel potere impositivo dello Stato, bensì nel buongoverno sui territori e sulla capacità di impiegare al meglio le risorse pubbliche, senza il paracadute romano. È chiaro che il discorso vede coinvolte in primis le Regioni del Sud e che si tratta anche di questione politica, poiché chi ha gestito in questi ultimi anni il cordone della borsa dalla Capitale ha saputo orientare con maestria il consenso politico, come insegna la vicenda del reddito di cittadinanza o degli 80 euro renziani. Anche i sindacati seguono con il patema l’iter della legge Calderoli, visto che questa potrebbe scardinare un altro totem su cui hanno costruito la propria fortuna presso ampie fette di lavoratori assisti, vale a dire il netto rifiuto delle cosiddette «gabbie salariali» o - più banalmente - della previsione di livelli di retribuzioni commisurati al costo della vita nelle diverse aree del Paese perché, a maggior ragione dopo l’innalzamento generale dei prezzi, è apparso a tutti evidente che un dipendente pubblico in forza a Milano non può avere lo stesso stipendio di uno di Caltanissetta. Il decentramento nella contrattazione, dunque, è visto come fumo negli occhi soprattutto dalla Cgil, che era entrata in conflitto con i suoi referenti politici sulla storia del salario minimo proprio perché metteva in discussione il suo strapotere sulla contrattazione centralizzata, così come lo farà l’Autonomia. A livello politico, la questione è abbastanza chiara, nella misura in cui le forze politiche storicamente in minoranza nelle regioni più ricche d’Italia temono l’aumento di autorevolezza e di influenza politica di figure come il governatore della Lombardia, senza però guardare all’opportunità che si apre nel poter contendere questa carica o di garantire altrove il declamato buongoverno - per esempio - dell’Emilia-Romagna, smaniosa di accedere all’Autonomia differenziato senza però poterlo dire apertamente. Ecco perché, come ultima considerazione, è opportuno anche non perdere di vista, nella partita che si sta giocando sull’Autonomia, il ruolo di un Quirinale eufemisticamente scettico e, di conseguenza, della sua moral suasion, che in questo caso somiglia di più a una spada di Damocle.
Ansa
Nell’ospedale Monaldi di Napoli il clima che si respira è sempre più teso, i ricoveri sono diminuiti ma quello che si scopre, mettendo insieme i pezzi di un puzzle complesso, è che il reparto di Cardiochirurgia pediatrica è fermo e chiede «aiuto» al Bambino Gesù di Roma. Infatti, per «rafforzare e rilanciare l’attività di cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi» l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale, ha deciso di siglare una convenzione con l’ospedale pediatrico di Roma. L’accordo è stato richiesto dall’azienda proprio dopo la tragica scomparsa del piccolo Domenico ed è stato così motivato: «Un passo concreto e immediato per garantire continuità assistenziale e rafforzare ulteriormente la qualità delle cure offerte ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, che non hanno mai smesso di credere nel Monaldi».
Che cosa succederà in pratica? In base all’accordo, per i prossimi tre mesi un’equipe altamente specializzata del Bambino Gesù opererà stabilmente a Napoli. Saranno infatti distaccati al Monaldi quattro professionisti, ovvero un cardiochirurgo, un anestesista, un infermiere ferrista e un perfusionista, figure fondamentali per garantire la gestione dei casi più complessi e delle procedure cardiochirurgiche più avanzate. L’equipe lavorerà in stretta «integrazione con i professionisti dell’Azienda ospedaliera dei Colli, contribuendo al consolidamento delle attività cliniche e al trasferimento di competenze. In caso di necessità, la collaborazione potrà essere ulteriormente rafforzata con il supporto aggiuntivo di altri specialisti, tra cui un ulteriore cardiochirurgo e un anestesista».
Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico, ha sempre sottolineato di non voler demonizzare tutto il Monaldi, ospedale che il piccolo ha frequentato spesso nei suoi due anni di vita perché soffriva di un problema al cuore. Eppure lì più di qualcosa non ha funzionato. Gli inquirenti parlano di «negligenza» e «imperizia» dei medici, nel provvedimento che vede sette specialisti indagati. L’inchiesta della Procura di Napoli sta cercando di fare chiarezza sia sul trasporto del nuovo organo da Bolzano a Napoli (contenitore, tempistiche e procedure di espianto) sia su quello che è accaduto nella sala operatoria del Monaldi dove è stato espiantato il cuore malato del piccolo Domenico.
Dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Cnt, redatta dopo i sopralluoghi al Monaldi e all’ospedale di Bolzano, emerge un altro particolare inquietante: il dosaggio sbagliato di un farmaco somministrato da un’anestesista dell’ospedale di Bolzano potrebbe aver danneggiato il cuore destinato a Domenico prima che questo venisse espiantato e congelato erroneamente col ghiaccio secco. Ma su questo elemento il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, sentito dall’Ansa, ha precisato: «Questo verrà accertato dall’autopsia con l’esame sui tessuti, comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi. Dalle prime indagini è emerso che il team di Napoli era partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (uno degli indagati) abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo. È stato inoltre riferito che l’infusione non è stata portata a termine perché il chirurgo di Innsbruck ha richiamato l’attenzione per un rigonfiamento del fegato e del cuore. Sarebbe stato poi lo stesso chirurgo a intervenire per risolvere la situazione». Intanto, con una lettera 186 genitori di bambini cardiopatici difendono il Monaldi e, in particolare, il primario Guido Oppido, il cardiochirurgo indagato: «Molti dei nostri bambini oggi respirano, sorridono e vivono grazie alla Cardiochirurgia pediatrica, grazie a medici che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa contro il tempo e contro la morte. Tra quei medici, per anni, c’è stato il professor Oppido. Oggi assistiamo a un processo mediatico feroce, spietato, che rischia di travolgere tutto: una persona, una struttura, un reparto, un’intera rete di cura da cui dipende la vita dei nostri figli».
Il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Alberto Pagliafora, aveva rassegnato le dimissioni per motivi personali, ma dopo qualche ora le ha ritirate. In una nota, si precisa che «la decisione di proseguire nel proprio incarico è maturata a seguito di una riflessione personale, nella consapevolezza della delicatezza della fase che l’ospedale sta attraversando e dell’importanza di garantire continuità amministrativa e organizzativa alle attività dell’ente. L’azienda prosegue con determinazione nel suo lavoro».
Continua a leggereRiduci
Stretto di Hormuz bloccato, non passano petroliere e metaniere. Salgono i prezzi di gas, petrolio, benzina e gasolio. Gnl dal Qatar fermo, i produttori di petrolio del Golfo frenano l’estrazione in cerca di stoccaggi.