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2019-03-21
Autista senegalese brucia il bus con gli scolaretti: «Vendetta contro Salvini»
Ansa
«Andiamo a Linate, oggi da qui non esce vivo nessuno. Fermerò le morti nel Mediterraneo». Sono le 11.10 di ieri mattina quando l'autista dello scuolabus delle Autoguidovie di Crema mette in atto il piano, criminale e folle nello stesso tempo. Ousseynou Sy, senegalese, 47 anni, vuole una strage, una strage di bambini come Erode. A bordo c'è una scolaresca di 51 ragazzini della scuola media Vailati di Crema, deve condurli in palestra e riportarli indietro come ogni mercoledì. Lo conoscono bene quel signore di colore. Invece questa volta ha altro in testa, un cortocircuito a cui gli investigatori cercano di dare spiegazioni. Probabile avesse in mente un attentato terroristico. Non è la prima volta che l'istinto criminale si impadronisce di lui, la sua fedina penale è sporca. C'è anche un precedente per guida in stato d'ubriachezza: chi gli ha affidato un carico di vite innocenti dovrà rispondere a qualche domanda. Ousseynou Sy devia il percorso stabilito e imbocca la Provinciale 415, la Paullese, verso l'aeroporto. Cosa intende fare? Secondo gli investigatori lanciare il pullman in fiamme contro il terminal. «Voleva arrivare sulla pista, ce l'aveva con il governo per le politiche sui migranti», racconterà uno dei professori che accompagnava le due classi.
Accanto al sedile l'uomo tiene due taniche coperte da sacchi neri e ha cosparso di benzina le cappelliere e i sedili. Aveva pianificato tutto, probabilmente da tempo. Forse ha deciso di agire nel giorno in cui il Senato discute del caso Diciotti e del processo al ministro dell'Interno. «Ci ha preso i telefoni, un mio compagno però è riuscito a nasconderlo. Eravamo stati legati con le fascette da elettricista. Minacciava di versarci addosso benzina e darci fuoco», dirà una delle ragazzine sequestrate.
Sullo scuolabus viaggia il terrore, anche i tre insegnanti che accompagnano gli scolari vengono ammanettati. Nessuno può muoversi, nessuno può parlare o disperarsi perché Ousseynou Sy lo ordina: con la mano destra impugna il volante e nella sinistra stringe un accendino. Le lacrime rigano i visi di 51 bambini che s'illudevano di andare a giocare a pallavolo in palestra e tornarsene poi in famiglia. L'autista continua a gridare e farneticare: «Le persone in Africa muoiono e la colpa è di Di Maio e di Salvini. Sono qui a vendicare gli immigrati morti in mare». E ancora minaccia: «Qui non scende nessuno, nessuno torna vivo. State buoni o vi brucio». Aveva anche girato e diffuso un video in cui esplicitava il proprio intento stragista. Se i giovani si sono salvati è solo grazie a uno di loro, che è riuscito a nascondere il cellulare: ha avvertito i genitori che hanno allertato i carabinieri. Scattano una serie di posti di blocco, intanto le pattuglie inseguono il bus che procede zigzagando da destra a sinistra sulla Paullese. L'autista forza uno sbarramento allo svincolo di Peschiera Borromeo, speronando le gazzelle che ostruiscono la strada, ma perde il controllo e finisce contro il guardrail. Non è un urto violento, Ousseynou Sy non è ancora soddisfatto: cosparge i sedili con altra benzina e appicca il fuoco. I bambini sono dentro mentre si alzano le fiamme e il fumo invade l'abitacolo. Moriranno tutti soffocati o arsi vivi se non si fa subito qualcosa. I militari rompono i finestrini e fanno irruzione sradicando la porta posteriore. Gli scolari scappano fuori a perdifiato, mentre l'aria dentro si fa irrespirabile e il fuoco avvolge il mezzo. Ne resterà solo la carcassa. L'autista tiene immobilizzati due alunni accanto a sé e minaccia di ucciderli, non si dà per vinto finché i militari non lo arrestano.
Sono passati 40 minuti da quando è cominciato il sequestro. Solo dopo si saprà che nella sua corsa lo scuolabus ha investito anche una macchina con a bordo un padre e un bambino. L'auto ha preso fuoco ma l'uomo con in braccio il piccolo sono usciti in tempo. Il bilancio della mattinata di follia, come spiega il prefetto di Milano, Renato Saccone, è il seguente: 12 studenti e due adulti portati in ospedale per lieve intossicazione, 23 bambini sono stati visitati sul posto in una palestra dell'istituto Margherita Hack di San Donato. Un bimbo è in codice giallo alla De Marchi, gli altri in codice verde. L'autista invece, che è piantonato al San Paolo per ustioni a mani e braccia, è in stato d'arresto per sequestro di persona aggravato da terrorismo e dalla minore età delle vittime, strage, incendio e resistenza. Ousseynou Sy, senegalese di origine ma con cittadinanza del nostro Paese dal 2004, ha una ex moglie italiana e due figli di 12 e 18 anni. Per dovere di cronaca, riportiamo la dichiarazione di Autoguidovie, la società di gestione del servizio scuolabus: «L'uomo, nostro collaboratore almeno dal 2002, dal 2004 era in servizio a tempo pieno. Negli anni non ha mai dato segnali di squilibrio, né avevamo mai ricevuto reclami sulla sua condotta. A livello di compartimento aziendale non eravamo a conoscenza dei suoi precedenti penali».
In serata era in corso una perquisizione a casa del senegalese alla ricerca di indizi che possano servire alle indagini. È legato a gruppi terroristici? Può trattarsi di uno jihadista della porta accanto? Il procuratore di Milano, Francesco Greco, spiega: «Stiamo valutando tutte le ipotesi, anche quella del terrorismo». Infatti dell'inchiesta si sta occupando anche Alberto Nobili, capo del pool antiterrorismo milanese. L'uomo risulta comunque «sconosciuto» dal punto di vista dei sospetti legati a gesti eversivi e terrorismo islamico. Non è mai stato segnalato per episodi di radicalismo.
«È stato un miracolo, poteva essere una strage, sono stati eccezionali i carabinieri sia a bloccarlo sia a liberare tutti i bambini», aggiunge ancora Greco. Il magistrato vorrebbe interrogare subito Ousseynou Sy, ma non è possibile per le ustioni che ha riportato. Inoltre quando è stato fermato era «visibilmente alterato», sono in corso anche accertamenti sulle sue condizioni psichiche. Che nessuno aveva mai messo in discussione, tanto da affidargli uno scuolabus e 51 bambini.
Ubriaco al volante e stupratore. Ecco il campione dell’integrazione
Si chiama Ousseynou Sy, ha 47 anni, è un senegalese nato in Francia, con cittadinanza italiana. È separato, ha due figli e vive a Crema, dove da più di 15 anni fa l'autista. Eppure non è nuovo alle forze dell'ordine: l'uomo che ieri ha sequestrato un bus tentando di fare una strage di bambini, ha precedenti penali per guida in stato d'ebbrezza e per molestie. Nonostante questo ieri - come tante altre volte - era al volante del pullman di linea della società Autoguidovie che porta gli alunni dalla scuola media Vailati di Crema (Cr) a una palestra poco lontana, dove svolgono attività sportiva. Come è possibile? A quanto pare, semplicemente, l'azienda non sapeva dei suoi precedenti. Chi lo conosce lo descrive come un uomo «tirchio» e un po' «scansafatiche» ma tutto sommato «tranquillo». Uno a cui «non piaceva troppo lavorare» ma che non aveva mai dato segni di indole violenta né di radicalizzazione di nessun genere.
Sy è arrivato in Italia prima del 2002, in quegli anni già lo ricordano come collaboratore dell'azienda di trasporto pubblico locale cremasca. Si era da poco sposato con un'italiana, da cui ha avuto due figli (oggi di 12 e 18 anni). Vivevano a Castelleone, un paesino della provincia di Cremona, poi i due hanno divorziato e alla moglie sono rimasti i figli, mentre lui è tornato a vivere a Crema. Fin dal lontano 2004 il senegalese risulta dipendente di Autoguidovie, la maggior azienda italiana a capitale privato del trasporto pubblico locale, con partecipazioni e controllate in aziende pubbliche anche in Emilia Romagna e in Toscana, uno fra i primi 20 gestori del Paese. Eppure Sy non è affatto nuovo alle forze dell'ordine. Nella sua cerchia di conoscenze ricordano bene i suoi guai, di cui lui non faceva mistero. Nel 2007 all'autista venne sospesa la patente con un provvedimento che lo ha costretto a non lavorare per sei mesi. Erano gli anni in cui ancora viveva a Castelleone con moglie e figli, ma secondo il racconto di alcuni colleghi aveva un'amante a Brescia ed era solito fare la spola tra le due località, dopo il lavoro e anche a tarda notte. Fu in una di queste occasioni che, rientrando verso casa, venne fermato da una pattuglia per un controllo e non servì molto agli agenti a capire che era sbronzo. La denuncia per molestie invece è più recente, risale al 2011. A querelare l'autista fu una passeggera trentacinquenne di Dovera, un paesino nei dintorni di Crema: la donna sostenne che l'uomo le avesse fatto avances non richieste. Ieri la Procura di Milano ha riferito in conferenza stampa che per il reato di violenza sessuale Sy ha ricevuto un anno di condanna. Ma la vicenda - a quanto risulta - non comportò per lui nessuna conseguenza sul lavoro. «È un nostro collaboratore almeno dal 2002, dal 2004 era in servizio a tempo pieno. Negli anni non ha mai dato nessun segnale di squilibrio, anzi è sempre stato in servizio, tranquillo. Ci era stato ceduto nel servizio cremasco quando siamo subentrati ad altre linee», ha spiegato ieri il direttore del personale di Autoguidovie, Corrado Bianchessi, «faceva tutte le visite previste e non avevamo mai ricevuto reclami sulla sua condotta come autista». Sulla questione dei precedenti giudiziari, l'azienda ha diramato una nota che non scioglie i dubbi: «In più di 100 anni di vita di Autoguidovie nulla di simile era mai accaduto». Resta il fatto che un loro autista, con precedenti per guida in stato d'ebbrezza, si è messo alla guida di uno scuolabus con l'intento di fare una strage.
Ieri mattina, prima di partire per il viaggio del terrore, ha semplicemente detto a chi l'ha visto mettersi al posto di guida: «Porto i ragazzi in palestra e torno». Non era la prima volta che Sy portava avanti e indietro le scolaresche con quell'autobus. Gli alunni che hanno vissuto l'incubo lo conoscevano tutti, almeno di vista. E anche per gli insegnanti quell'autista era un viso noto. Sy non è l'unico autista immigrato alle dipendenze del colosso dei trasporti pubblici, così come Crema non è certo una città allineata alle posizioni del governo in materia di immigrazione. Anzi. Stefania Bonaldi, sindaco eletto con il Pd dal 2017, è una delle dissidenti del decreto sicurezza. Ritenendo che il provvedimento del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, abbia «profili di incostituzionalità e gravi conseguenze per la comunità» il primo cittadino lo scorso gennaio ha avocato a sé le richieste in anagrafe, ipotizzando valutazioni caso per caso sulle iscrizioni dei richiedenti asilo ai registri, che invece il decreto vieterebbe. E non lo ha fatto in sordina. Per celebrare la sua disobbedienza, il sindaco aveva organizzato una serata in sala ricevimenti, al municipio, cui hanno partecipato esponenti locali del fronte contrario al decreto Salvini. Come Maria Luisa Crotti, vicepresidente della Camera penale della Lombardia orientale o don Luca Favarin, parroco attivo nel settore dell'accoglienza, che ha raccontato dei progetti di accoglienza di giovani richiedenti asilo e rifugiati a Padova e dell'impatto che il Decreto ha sulle loro vite.
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Ha legato 51 ragazzi delle medie e sparso benzina: «I migranti muoiono, di qui non esce vivo nessuno». I carabinieri salvano tutti in extremis con un blitz.Sposato con un'italiana, Ousseynou Sy ha precedenti penali ma guidava l'autobus. Il Viminale valuta il ritiro della cittadinanza. Il sindaco di Crema, città della scolaresca presa di mira, s'era opposto al decreto sicurezza.Lo speciale contiene due articoli. «Andiamo a Linate, oggi da qui non esce vivo nessuno. Fermerò le morti nel Mediterraneo». Sono le 11.10 di ieri mattina quando l'autista dello scuolabus delle Autoguidovie di Crema mette in atto il piano, criminale e folle nello stesso tempo. Ousseynou Sy, senegalese, 47 anni, vuole una strage, una strage di bambini come Erode. A bordo c'è una scolaresca di 51 ragazzini della scuola media Vailati di Crema, deve condurli in palestra e riportarli indietro come ogni mercoledì. Lo conoscono bene quel signore di colore. Invece questa volta ha altro in testa, un cortocircuito a cui gli investigatori cercano di dare spiegazioni. Probabile avesse in mente un attentato terroristico. Non è la prima volta che l'istinto criminale si impadronisce di lui, la sua fedina penale è sporca. C'è anche un precedente per guida in stato d'ubriachezza: chi gli ha affidato un carico di vite innocenti dovrà rispondere a qualche domanda. Ousseynou Sy devia il percorso stabilito e imbocca la Provinciale 415, la Paullese, verso l'aeroporto. Cosa intende fare? Secondo gli investigatori lanciare il pullman in fiamme contro il terminal. «Voleva arrivare sulla pista, ce l'aveva con il governo per le politiche sui migranti», racconterà uno dei professori che accompagnava le due classi. Accanto al sedile l'uomo tiene due taniche coperte da sacchi neri e ha cosparso di benzina le cappelliere e i sedili. Aveva pianificato tutto, probabilmente da tempo. Forse ha deciso di agire nel giorno in cui il Senato discute del caso Diciotti e del processo al ministro dell'Interno. «Ci ha preso i telefoni, un mio compagno però è riuscito a nasconderlo. Eravamo stati legati con le fascette da elettricista. Minacciava di versarci addosso benzina e darci fuoco», dirà una delle ragazzine sequestrate. Sullo scuolabus viaggia il terrore, anche i tre insegnanti che accompagnano gli scolari vengono ammanettati. Nessuno può muoversi, nessuno può parlare o disperarsi perché Ousseynou Sy lo ordina: con la mano destra impugna il volante e nella sinistra stringe un accendino. Le lacrime rigano i visi di 51 bambini che s'illudevano di andare a giocare a pallavolo in palestra e tornarsene poi in famiglia. L'autista continua a gridare e farneticare: «Le persone in Africa muoiono e la colpa è di Di Maio e di Salvini. Sono qui a vendicare gli immigrati morti in mare». E ancora minaccia: «Qui non scende nessuno, nessuno torna vivo. State buoni o vi brucio». Aveva anche girato e diffuso un video in cui esplicitava il proprio intento stragista. Se i giovani si sono salvati è solo grazie a uno di loro, che è riuscito a nascondere il cellulare: ha avvertito i genitori che hanno allertato i carabinieri. Scattano una serie di posti di blocco, intanto le pattuglie inseguono il bus che procede zigzagando da destra a sinistra sulla Paullese. L'autista forza uno sbarramento allo svincolo di Peschiera Borromeo, speronando le gazzelle che ostruiscono la strada, ma perde il controllo e finisce contro il guardrail. Non è un urto violento, Ousseynou Sy non è ancora soddisfatto: cosparge i sedili con altra benzina e appicca il fuoco. I bambini sono dentro mentre si alzano le fiamme e il fumo invade l'abitacolo. Moriranno tutti soffocati o arsi vivi se non si fa subito qualcosa. I militari rompono i finestrini e fanno irruzione sradicando la porta posteriore. Gli scolari scappano fuori a perdifiato, mentre l'aria dentro si fa irrespirabile e il fuoco avvolge il mezzo. Ne resterà solo la carcassa. L'autista tiene immobilizzati due alunni accanto a sé e minaccia di ucciderli, non si dà per vinto finché i militari non lo arrestano. Sono passati 40 minuti da quando è cominciato il sequestro. Solo dopo si saprà che nella sua corsa lo scuolabus ha investito anche una macchina con a bordo un padre e un bambino. L'auto ha preso fuoco ma l'uomo con in braccio il piccolo sono usciti in tempo. Il bilancio della mattinata di follia, come spiega il prefetto di Milano, Renato Saccone, è il seguente: 12 studenti e due adulti portati in ospedale per lieve intossicazione, 23 bambini sono stati visitati sul posto in una palestra dell'istituto Margherita Hack di San Donato. Un bimbo è in codice giallo alla De Marchi, gli altri in codice verde. L'autista invece, che è piantonato al San Paolo per ustioni a mani e braccia, è in stato d'arresto per sequestro di persona aggravato da terrorismo e dalla minore età delle vittime, strage, incendio e resistenza. Ousseynou Sy, senegalese di origine ma con cittadinanza del nostro Paese dal 2004, ha una ex moglie italiana e due figli di 12 e 18 anni. Per dovere di cronaca, riportiamo la dichiarazione di Autoguidovie, la società di gestione del servizio scuolabus: «L'uomo, nostro collaboratore almeno dal 2002, dal 2004 era in servizio a tempo pieno. Negli anni non ha mai dato segnali di squilibrio, né avevamo mai ricevuto reclami sulla sua condotta. A livello di compartimento aziendale non eravamo a conoscenza dei suoi precedenti penali». In serata era in corso una perquisizione a casa del senegalese alla ricerca di indizi che possano servire alle indagini. È legato a gruppi terroristici? Può trattarsi di uno jihadista della porta accanto? Il procuratore di Milano, Francesco Greco, spiega: «Stiamo valutando tutte le ipotesi, anche quella del terrorismo». Infatti dell'inchiesta si sta occupando anche Alberto Nobili, capo del pool antiterrorismo milanese. L'uomo risulta comunque «sconosciuto» dal punto di vista dei sospetti legati a gesti eversivi e terrorismo islamico. Non è mai stato segnalato per episodi di radicalismo.«È stato un miracolo, poteva essere una strage, sono stati eccezionali i carabinieri sia a bloccarlo sia a liberare tutti i bambini», aggiunge ancora Greco. Il magistrato vorrebbe interrogare subito Ousseynou Sy, ma non è possibile per le ustioni che ha riportato. Inoltre quando è stato fermato era «visibilmente alterato», sono in corso anche accertamenti sulle sue condizioni psichiche. Che nessuno aveva mai messo in discussione, tanto da affidargli uno scuolabus e 51 bambini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/autista-senegalese-brucia-il-bus-con-gli-scolaretti-vendetta-contro-salvini-2632292732.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ubriaco-al-volante-e-stupratore-ecco-il-campione-dellintegrazione" data-post-id="2632292732" data-published-at="1782083054" data-use-pagination="False"> Ubriaco al volante e stupratore. Ecco il campione dell’integrazione Si chiama Ousseynou Sy, ha 47 anni, è un senegalese nato in Francia, con cittadinanza italiana. È separato, ha due figli e vive a Crema, dove da più di 15 anni fa l'autista. Eppure non è nuovo alle forze dell'ordine: l'uomo che ieri ha sequestrato un bus tentando di fare una strage di bambini, ha precedenti penali per guida in stato d'ebbrezza e per molestie. Nonostante questo ieri - come tante altre volte - era al volante del pullman di linea della società Autoguidovie che porta gli alunni dalla scuola media Vailati di Crema (Cr) a una palestra poco lontana, dove svolgono attività sportiva. Come è possibile? A quanto pare, semplicemente, l'azienda non sapeva dei suoi precedenti. Chi lo conosce lo descrive come un uomo «tirchio» e un po' «scansafatiche» ma tutto sommato «tranquillo». Uno a cui «non piaceva troppo lavorare» ma che non aveva mai dato segni di indole violenta né di radicalizzazione di nessun genere. Sy è arrivato in Italia prima del 2002, in quegli anni già lo ricordano come collaboratore dell'azienda di trasporto pubblico locale cremasca. Si era da poco sposato con un'italiana, da cui ha avuto due figli (oggi di 12 e 18 anni). Vivevano a Castelleone, un paesino della provincia di Cremona, poi i due hanno divorziato e alla moglie sono rimasti i figli, mentre lui è tornato a vivere a Crema. Fin dal lontano 2004 il senegalese risulta dipendente di Autoguidovie, la maggior azienda italiana a capitale privato del trasporto pubblico locale, con partecipazioni e controllate in aziende pubbliche anche in Emilia Romagna e in Toscana, uno fra i primi 20 gestori del Paese. Eppure Sy non è affatto nuovo alle forze dell'ordine. Nella sua cerchia di conoscenze ricordano bene i suoi guai, di cui lui non faceva mistero. Nel 2007 all'autista venne sospesa la patente con un provvedimento che lo ha costretto a non lavorare per sei mesi. Erano gli anni in cui ancora viveva a Castelleone con moglie e figli, ma secondo il racconto di alcuni colleghi aveva un'amante a Brescia ed era solito fare la spola tra le due località, dopo il lavoro e anche a tarda notte. Fu in una di queste occasioni che, rientrando verso casa, venne fermato da una pattuglia per un controllo e non servì molto agli agenti a capire che era sbronzo. La denuncia per molestie invece è più recente, risale al 2011. A querelare l'autista fu una passeggera trentacinquenne di Dovera, un paesino nei dintorni di Crema: la donna sostenne che l'uomo le avesse fatto avances non richieste. Ieri la Procura di Milano ha riferito in conferenza stampa che per il reato di violenza sessuale Sy ha ricevuto un anno di condanna. Ma la vicenda - a quanto risulta - non comportò per lui nessuna conseguenza sul lavoro. «È un nostro collaboratore almeno dal 2002, dal 2004 era in servizio a tempo pieno. Negli anni non ha mai dato nessun segnale di squilibrio, anzi è sempre stato in servizio, tranquillo. Ci era stato ceduto nel servizio cremasco quando siamo subentrati ad altre linee», ha spiegato ieri il direttore del personale di Autoguidovie, Corrado Bianchessi, «faceva tutte le visite previste e non avevamo mai ricevuto reclami sulla sua condotta come autista». Sulla questione dei precedenti giudiziari, l'azienda ha diramato una nota che non scioglie i dubbi: «In più di 100 anni di vita di Autoguidovie nulla di simile era mai accaduto». Resta il fatto che un loro autista, con precedenti per guida in stato d'ebbrezza, si è messo alla guida di uno scuolabus con l'intento di fare una strage. Ieri mattina, prima di partire per il viaggio del terrore, ha semplicemente detto a chi l'ha visto mettersi al posto di guida: «Porto i ragazzi in palestra e torno». Non era la prima volta che Sy portava avanti e indietro le scolaresche con quell'autobus. Gli alunni che hanno vissuto l'incubo lo conoscevano tutti, almeno di vista. E anche per gli insegnanti quell'autista era un viso noto. Sy non è l'unico autista immigrato alle dipendenze del colosso dei trasporti pubblici, così come Crema non è certo una città allineata alle posizioni del governo in materia di immigrazione. Anzi. Stefania Bonaldi, sindaco eletto con il Pd dal 2017, è una delle dissidenti del decreto sicurezza. Ritenendo che il provvedimento del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, abbia «profili di incostituzionalità e gravi conseguenze per la comunità» il primo cittadino lo scorso gennaio ha avocato a sé le richieste in anagrafe, ipotizzando valutazioni caso per caso sulle iscrizioni dei richiedenti asilo ai registri, che invece il decreto vieterebbe. E non lo ha fatto in sordina. Per celebrare la sua disobbedienza, il sindaco aveva organizzato una serata in sala ricevimenti, al municipio, cui hanno partecipato esponenti locali del fronte contrario al decreto Salvini. Come Maria Luisa Crotti, vicepresidente della Camera penale della Lombardia orientale o don Luca Favarin, parroco attivo nel settore dell'accoglienza, che ha raccontato dei progetti di accoglienza di giovani richiedenti asilo e rifugiati a Padova e dell'impatto che il Decreto ha sulle loro vite.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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