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2020-04-29
«Assassini e ladri alleati della camorra nel campo dei rom»
Ansa
Gli «intoccabili» se ne stanno tra baracche, camper e lamiere, in Via Carrafiello, a Giugliano in Campania, il Comune non capoluogo di provincia più popoloso d'Italia con i suoi 123.387 abitanti. «Intoccabili» perché nessuno se ne occupa. Né la magistratura tanto meno le forze dell'ordine. Vivono e delinquono indisturbati. Sono i rom del campo nomadi da cui provengono i quattro balordi che, l'altra notte, hanno ammazzato l'agente scelto Pasquale Apicella, 37 anni. Stavano sradicando un bancomat dalla filiale del Credit agricole in una strada poco lontana da Piazza Carlo III, nel cuore di Napoli. Sono stati scoperti e hanno iniziato un folle inseguimento che si è concluso contro la volante della polizia. L'urto è stato così forte che una mano invisibile ha strappato il motore dal cofano dell'auto dei banditi e l'ha scaraventato a metri di distanza sul marciapiedi.
«Sono criminali efferati», ci spiega una fonte della Squadra mobile partenopea, «che godono di una sorta di immunità di fatto: sui campi rom dell'area nord di Napoli (dove vive circa un migliaio di uomini, ndr) non ci sono blitz né attività investigative. Mancano gli interpreti capaci di tradurre i dialetti intercettati al cellulare. Un misto di serbo, croato e montenegrino con inflessioni che solo chi è nato e vissuto in quelle comunità conosce». I quattro balordi, incarcerati con l'accusa di omicidio volontario, saranno interrogati quest'oggi dal gip per la convalida del fermo. Due sono stati bloccati mentre erano ancora storditi per l'impatto nella vettura, altri due hanno tentato la fuga ma sono stati fermati poche ore dopo. «Quel campo nomadi è un enorme centro di ricettazione oltre che il quartier generale di gruppi organizzati di rom che svaligiano case e negozi in Campania, nel basso Lazio e in Molise», ci spiega un graduato dell'Arma dei carabinieri. «Molti gps, posizionati sulle batterie dei ponti ripetitori delle antenne telefoniche, merce particolarmente ricercata sul mercato nero, finiscono la loro corsa nella bidonville di Via Carrafiello: ma sappiamo che è inutile andare a cercare lì». Il capo attuale dell'insediamento, dove sono stati censiti circa 250 soggetti, si chiama Ahmetovic. È lui che coordina tutte le attività, ed è lui ad avere potere assoluto sui suoi «sudditi». Tutti imparentati tra di loro, peraltro.
«I rapporti con la camorra esistono, e sono documentati in anni di indagini sulle cosche dell'area nord: nei campi rom, i boss sanno di poter nascondere sempre armi e macchine che scottano». Il campionario dei reati è vario. Bande di nomadi si sono specializzate nel furto dei cavi di rame dalle linee ferroviarie e nella successiva fusione. «Sono i fumi di questi rudimentali altiforni che avvelenano la Terra dei fuochi», prosegue il militare, «enormi pire di materiale plastico e pneumatici che alimentano le fornaci che scioglieranno i metalli». Con lo stesso sistema, vengono fabbricati lingottini d'oro dai gioielli razziati nelle abitazioni o con furti di destrezza. «Un altro affare gestito dai nomadi del campo rom di Giugliano è quello dei cavalli di ritorno che prevede il pagamento di un riscatto per ottenere la restituzione della vettura trafugata». I «bolidi» pregiati vengono invece trattenuti per essere smembrati e rivenduti all'estero. Le amministrazioni comunali giuglianesi hanno provato, per anni, a sgomberare le aree occupate, arrivando finanche a offrire premi in denaro, ma il risultato è stata la sola moltiplicazione dei «villaggi» illegali.
«L'incidente dell'altra notte non è una fatalità: prima o poi doveva accadere. Sono anni che scorrazzano indisturbati per l'hinterland. I rapinatori rom usano macchine pesanti come le Audi proprio perché hanno l'abitudine di speronare le auto delle forze dell'ordine. È gente senza scrupoli».
La dinamica della tragedia lo conferma: la volante guidata da Apicella è stata letteralmente centrata dai nomadi in fuga contromano lungo Calata Capodichino. Non hanno sterzato né frenato come pure avrebbero potuto fare considerata l'ampiezza della strada e la sua lunghezza. Apicella ha cercato di bloccarli, ed è rimasto travolto dall'Audi dei banditi. Lui era così, generoso e senza paura. E un suo amico, Luigi, ieri su Facebook ha citato un episodio emblematico. «L'11 maggio dell'anno scorso mi inviasti questa foto, una ferita sempre dovuta ad un incidente durante un inseguimento. Io ti dissi di fare attenzione e tu mi rispondesti che era il tuo mestiere». E, per centinaia di colleghi che piangono un uomo perbene, che lascia moglie e figli di sei anni e quattro mesi, e attendono ora dal governo l'autorizzazione per partecipare in massa ai funerali, c'è chi non ha perso l'occasione per dimostrare la sua disumanità. Una donna di 52 anni di Cagliari è stata denunciata per aver offeso la memoria del poliziotto sui social network. Sotto la foto della volante sfasciata, ha commentato: «Ogni tanto una gioia».
La bomba contagi di don Biancalani
Dopo giorni di feroci proteste da parte dei residenti, di tensioni con i cittadini di Pistoia e di prese di posizione di Lega e Fratelli d'Italia, finalmente anche gli immigrati ospiti del centro di Vicofaro, gestito da don Massimo Biancalani, si sono sottoposti ai test sierologici sul Covid-19. Al momento ci sono due africani in isolamento e un terzo caso sospetto. Entro la fine della settimana ci saranno i risultati definitivi.
Nella città toscana c'è una tensione palpabile. Il rischio che i tamponi possano dare esiti positivi è concreto. E le conseguenze sul centro di accoglienza più discusso d'Italia diventerebbero imprevedibili. Il sacerdote, su indicazione delle autorità sanitarie, ha deciso di blindare la sua parrocchia. Da ieri nessuno entra, nessuno esce. Un tentativo, probabilmente tardivo, di seguire in modo scrupoloso le regole alle quali sono stati sottoposti gli italiani negli ultimi due mesi: lavarsi con assidua frequenza le mani, indossare senza discussione le mascherine e non avere nessun tipo di contatto con gli altri ospiti.
L'intervento di screening è stato diretto dalla Asl. «Per il centro di accoglienza pistoiese», si legge in una nota, «sono state intraprese azioni di prevenzione analoghe a quelle adottate nelle Rsa. Sono state messe in atto le stesse procedure di valutazione epidemiologica adottate già per altre comunità a tutela degli ospiti».
Il centro di don Biancalani era tornato agli onori della cronaca nell'ultimo mese almeno altre due volte. Correva il 19 marzo quando un video, girato da un vicino esasperato, mostrava gli immigrati senza mascherina, uno vicino all'altro, che parlavano serenamente tra loro nel cortile della parrocchia. Ma non solo. Gli africani, secondo numerose testimonianze, entravano e uscivano a proprio piacimento, senza alcun controllo. Tre giorni prima una rissa, legata all'uso della cucina e, probabilmente, all'abuso di alcolici. «Siamo lasciati soli da tutti», si lamentò don accoglienza, «dallo Stato e anche dalla Chiesa. Ho parlato con il questore e con la prefetta reggente, promettendo loro di far rispettare dai migranti ospitati in questa struttura le regole per il contenimento del contagio del coronavirus».
Lunedì scorso una nuova rissa ha portato due nigeriani in ospedale. In un video si vede un immigrato, prontamente fermato da un carabiniere, che cerca di aggredire un residente, reo di essersi permesso di proferire parola sulla gestione della parrocchia di Vicofaro.
«È una notizia davvero molto preoccupante», ha sottolineato Francesco Torselli, coordinatore regionale di Fratelli d'Italia. «Esistono forti dubbi su come don Biancalani gestisca questo centro e su quali siano le condizioni in cui vengono tenuti gli ospiti all'interno. Poche ore prima del test i migranti erano tutti in strada a ballare e cantare Bella ciao in mezzo ad altri cittadini. Chi può garantirci che tra i novelli partigiani-ballerini non vi fossero anche quelli che sono stati riscontrati positivi?».
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I balordi che hanno ucciso l'agente vengono da Giugliano, centro di ricettazione di tre regioni. Con immunità di fatto.La bomba contagi di don Massimo Biancalani. Test di massa nel discusso centro di accoglienza di Pistoia: due africani in isolamento e un terzo caso sospetto. Tensione per la libertà concessa agli ospiti e i continui litigi.Lo speciale comprende due articoli. Gli «intoccabili» se ne stanno tra baracche, camper e lamiere, in Via Carrafiello, a Giugliano in Campania, il Comune non capoluogo di provincia più popoloso d'Italia con i suoi 123.387 abitanti. «Intoccabili» perché nessuno se ne occupa. Né la magistratura tanto meno le forze dell'ordine. Vivono e delinquono indisturbati. Sono i rom del campo nomadi da cui provengono i quattro balordi che, l'altra notte, hanno ammazzato l'agente scelto Pasquale Apicella, 37 anni. Stavano sradicando un bancomat dalla filiale del Credit agricole in una strada poco lontana da Piazza Carlo III, nel cuore di Napoli. Sono stati scoperti e hanno iniziato un folle inseguimento che si è concluso contro la volante della polizia. L'urto è stato così forte che una mano invisibile ha strappato il motore dal cofano dell'auto dei banditi e l'ha scaraventato a metri di distanza sul marciapiedi.«Sono criminali efferati», ci spiega una fonte della Squadra mobile partenopea, «che godono di una sorta di immunità di fatto: sui campi rom dell'area nord di Napoli (dove vive circa un migliaio di uomini, ndr) non ci sono blitz né attività investigative. Mancano gli interpreti capaci di tradurre i dialetti intercettati al cellulare. Un misto di serbo, croato e montenegrino con inflessioni che solo chi è nato e vissuto in quelle comunità conosce». I quattro balordi, incarcerati con l'accusa di omicidio volontario, saranno interrogati quest'oggi dal gip per la convalida del fermo. Due sono stati bloccati mentre erano ancora storditi per l'impatto nella vettura, altri due hanno tentato la fuga ma sono stati fermati poche ore dopo. «Quel campo nomadi è un enorme centro di ricettazione oltre che il quartier generale di gruppi organizzati di rom che svaligiano case e negozi in Campania, nel basso Lazio e in Molise», ci spiega un graduato dell'Arma dei carabinieri. «Molti gps, posizionati sulle batterie dei ponti ripetitori delle antenne telefoniche, merce particolarmente ricercata sul mercato nero, finiscono la loro corsa nella bidonville di Via Carrafiello: ma sappiamo che è inutile andare a cercare lì». Il capo attuale dell'insediamento, dove sono stati censiti circa 250 soggetti, si chiama Ahmetovic. È lui che coordina tutte le attività, ed è lui ad avere potere assoluto sui suoi «sudditi». Tutti imparentati tra di loro, peraltro.«I rapporti con la camorra esistono, e sono documentati in anni di indagini sulle cosche dell'area nord: nei campi rom, i boss sanno di poter nascondere sempre armi e macchine che scottano». Il campionario dei reati è vario. Bande di nomadi si sono specializzate nel furto dei cavi di rame dalle linee ferroviarie e nella successiva fusione. «Sono i fumi di questi rudimentali altiforni che avvelenano la Terra dei fuochi», prosegue il militare, «enormi pire di materiale plastico e pneumatici che alimentano le fornaci che scioglieranno i metalli». Con lo stesso sistema, vengono fabbricati lingottini d'oro dai gioielli razziati nelle abitazioni o con furti di destrezza. «Un altro affare gestito dai nomadi del campo rom di Giugliano è quello dei cavalli di ritorno che prevede il pagamento di un riscatto per ottenere la restituzione della vettura trafugata». I «bolidi» pregiati vengono invece trattenuti per essere smembrati e rivenduti all'estero. Le amministrazioni comunali giuglianesi hanno provato, per anni, a sgomberare le aree occupate, arrivando finanche a offrire premi in denaro, ma il risultato è stata la sola moltiplicazione dei «villaggi» illegali.«L'incidente dell'altra notte non è una fatalità: prima o poi doveva accadere. Sono anni che scorrazzano indisturbati per l'hinterland. I rapinatori rom usano macchine pesanti come le Audi proprio perché hanno l'abitudine di speronare le auto delle forze dell'ordine. È gente senza scrupoli».La dinamica della tragedia lo conferma: la volante guidata da Apicella è stata letteralmente centrata dai nomadi in fuga contromano lungo Calata Capodichino. Non hanno sterzato né frenato come pure avrebbero potuto fare considerata l'ampiezza della strada e la sua lunghezza. Apicella ha cercato di bloccarli, ed è rimasto travolto dall'Audi dei banditi. Lui era così, generoso e senza paura. E un suo amico, Luigi, ieri su Facebook ha citato un episodio emblematico. «L'11 maggio dell'anno scorso mi inviasti questa foto, una ferita sempre dovuta ad un incidente durante un inseguimento. Io ti dissi di fare attenzione e tu mi rispondesti che era il tuo mestiere». E, per centinaia di colleghi che piangono un uomo perbene, che lascia moglie e figli di sei anni e quattro mesi, e attendono ora dal governo l'autorizzazione per partecipare in massa ai funerali, c'è chi non ha perso l'occasione per dimostrare la sua disumanità. Una donna di 52 anni di Cagliari è stata denunciata per aver offeso la memoria del poliziotto sui social network. Sotto la foto della volante sfasciata, ha commentato: «Ogni tanto una gioia».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/assassini-e-ladri-alleati-della-camorra-nel-campo-dei-rom-2645866186.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-bomba-contagi-di-don-biancalani" data-post-id="2645866186" data-published-at="1588102011" data-use-pagination="False"> La bomba contagi di don Biancalani Dopo giorni di feroci proteste da parte dei residenti, di tensioni con i cittadini di Pistoia e di prese di posizione di Lega e Fratelli d'Italia, finalmente anche gli immigrati ospiti del centro di Vicofaro, gestito da don Massimo Biancalani, si sono sottoposti ai test sierologici sul Covid-19. Al momento ci sono due africani in isolamento e un terzo caso sospetto. Entro la fine della settimana ci saranno i risultati definitivi. Nella città toscana c'è una tensione palpabile. Il rischio che i tamponi possano dare esiti positivi è concreto. E le conseguenze sul centro di accoglienza più discusso d'Italia diventerebbero imprevedibili. Il sacerdote, su indicazione delle autorità sanitarie, ha deciso di blindare la sua parrocchia. Da ieri nessuno entra, nessuno esce. Un tentativo, probabilmente tardivo, di seguire in modo scrupoloso le regole alle quali sono stati sottoposti gli italiani negli ultimi due mesi: lavarsi con assidua frequenza le mani, indossare senza discussione le mascherine e non avere nessun tipo di contatto con gli altri ospiti. L'intervento di screening è stato diretto dalla Asl. «Per il centro di accoglienza pistoiese», si legge in una nota, «sono state intraprese azioni di prevenzione analoghe a quelle adottate nelle Rsa. Sono state messe in atto le stesse procedure di valutazione epidemiologica adottate già per altre comunità a tutela degli ospiti». Il centro di don Biancalani era tornato agli onori della cronaca nell'ultimo mese almeno altre due volte. Correva il 19 marzo quando un video, girato da un vicino esasperato, mostrava gli immigrati senza mascherina, uno vicino all'altro, che parlavano serenamente tra loro nel cortile della parrocchia. Ma non solo. Gli africani, secondo numerose testimonianze, entravano e uscivano a proprio piacimento, senza alcun controllo. Tre giorni prima una rissa, legata all'uso della cucina e, probabilmente, all'abuso di alcolici. «Siamo lasciati soli da tutti», si lamentò don accoglienza, «dallo Stato e anche dalla Chiesa. Ho parlato con il questore e con la prefetta reggente, promettendo loro di far rispettare dai migranti ospitati in questa struttura le regole per il contenimento del contagio del coronavirus». Lunedì scorso una nuova rissa ha portato due nigeriani in ospedale. In un video si vede un immigrato, prontamente fermato da un carabiniere, che cerca di aggredire un residente, reo di essersi permesso di proferire parola sulla gestione della parrocchia di Vicofaro. «È una notizia davvero molto preoccupante», ha sottolineato Francesco Torselli, coordinatore regionale di Fratelli d'Italia. «Esistono forti dubbi su come don Biancalani gestisca questo centro e su quali siano le condizioni in cui vengono tenuti gli ospiti all'interno. Poche ore prima del test i migranti erano tutti in strada a ballare e cantare Bella ciao in mezzo ad altri cittadini. Chi può garantirci che tra i novelli partigiani-ballerini non vi fossero anche quelli che sono stati riscontrati positivi?».
Ansa
Secondo Marco Femminella e Danila Solinas, gli avvocati dei Trevallion che avevano depositato la segnalazione all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’Ente regionale competente per il servizio del Comune di Palmoli, in provincia di Chieti, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria», lo scorso 20 novembre.
Contestazione rispedita al mittente in tempi record e con poche righe di motivazione: «Non ravvisiamo le contestazioni avanzate, l’operato dell’assistente sociale è stato corretto in ogni sua forma», hanno scritto i funzionari dell’Ente d’ambito sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali su più territori. Manca ancora la risposta dell’Ordine professionale degli assistenti sociali, ma la valutazione amministrativa, non giudiziaria, è già un pessimo segnale.
Nel documento del 29 gennaio, i legali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham contestavano anche la limitatezza dei contatti tra D’Angelo, i genitori e i minori. L’assistente sociale si sarebbe mostrata «ostile» e «avrebbe interpretato le proprie mansioni con negligenza», rilasciando pure eccessive interviste. «Un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe», evidenziavano gli avvocati.
Per l’Ente, invece, non sarà avviata alcuna azione disciplinare, D’Angelo continua nel suo lavoro senza cambiamenti. Nell’ultima relazione che ha redatto assieme agli operatori della casa famiglia a Vasto conferma che la madre dei bambini è «oppositiva e riluttante a condividere regole diverse dalle proprie». I conflitti con Catherine proseguono, rendendo ancora più complicata la situazione. Eppure, gli specialisti della Neuropsichiatria infantile della Asl Lanciano Vasto Chieti si sono espressi favorevolmente al rientro in famiglia dei minori.
Nella relazione, firmata da un’équipe multidisciplinare, i medici scrivono: «È indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori».
Il documento bene evidenzia come la separazione stia producendo più danni che benefici, quando invece è dimostrata la capacità genitoriale dei Trevallion: «L’interazione con i genitori risulta validata e questi rappresentano per loro un valido riferimento emotivo».
Anche l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso preoccupazione per la salute psicologica ed emotiva dei tre bambini ospiti da oltre due mesi nella casa famiglia di Vasto e provati dal trauma dell’allontanamento e della rottura del nucleo familiare. «La perizia indipendente realizzata dall’équipe di psichiatri della Asl Lanciano Vasto Chieti conferma, infatti, lo stato di disagio e sofferenza dei minori segnalato dalla madre Catherine Trevallion», dichiara Terragni.
L’auspicio del Garante, «è che in sede giudiziaria si tenga nel debito conto questa valutazione, conformando anche i tempi del procedimento al superiore diritto alla salute psicologica dei tre bambini». Terragni sottolinea come il caso di Palmoli non sia «l’unico né probabilmente quello maggiormente problematico tra i molti casi di allontanamento di minori che vengono portati ogni giorno alla nostra attenzione, ma ha il merito di avere acceso i riflettori su un sistema che necessita riflessione e anche cambiamenti, laddove necessari».
La sua conclusione è che «al momento basterebbe fare riferimento alla normativa vigente, cosa che purtroppo non sempre avviene. Proprio per questo scopo abbiamo voluto fare il punto con il nostro recente documento Prelevamento dei minori. Facciamo il punto, dedicato al tema». Sui tempi lunghi è intervenuto il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli. «I bambini sono nella casa protetta dal 20 novembre. Vogliamo capire se ci sono stati progressi. I cittadini hanno il diritto di sapere», ha detto. Per il Comune, è anche una spesa gravosa considerato che il collocamento costa 244 euro al giorno.
Intanto è cambiata la guida del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il Consiglio superiore della magistratura ha nominato come nuovo presidente Nicoletta Orlando, ex deputata del Pci-Pds. Sostituirà Cecilia Angrisano, che aveva firmato l’ordinanza dell’11 novembre con cui era stata sospesa la responsabilità genitoriale alla coppia disponendo il trasferimento dei bambini a Vasto.
Ieri è arrivata la sorella psicologa di Catherine che si augura una soluzione positiva, anche un possibile rientro in Australia.
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Bill Clinton e Jeffrey Epstein (Ansa)
Dai documenti declassificati spuntano però altri orrori: secondo i documenti rilasciati dal Doj, Epstein sarebbe stato implicato anche in un folle progetto di eugenetica, costringendo vittime minorenni a portare in grembo suoi figli attraverso maternità surrogata per creare un «pool genetico superiore», così riferisce una presunta vittima in un diario straziante in cui si lamenta di essere stata una «incubatrice umana» per Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell. I due avrebbero sottratto alla donna la sua neonata pochi minuti dopo il parto. Già nel 2019 il New York Times aveva raccontato che Epstein pianificava di utilizzare la sua tenuta fuori Santa Fe per «ingravidare» le sue vittime, «20 alla volta», nel tentativo di «inseminare la razza umana con il suo Dna».
Dai file desecretati oggi emerge anche che Jeffrey Epstein è stato contattato nel 2018 dal bio-hacker Bryan Bishop per finanziare segretamente la creazione del primo bambino geneticamente modificato, o addirittura clonato, entro 5 anni. Esperimenti preliminari (test e modificazioni embrionali) erano già in corso in un laboratorio in Ucraina. Bishop chiedeva 1,7 milioni di dollari all’anno per un massimo di 5 anni per un totale di 9,5 milioni, oltre a un ulteriore milione per la configurazione del laboratorio, garantendo il totale anonimato degli investitori: in caso contrario, il bambino sarebbe stato visto dai media come un «mostro» o un «fenomeno da baraccone». «Abbiamo una serie di domande su quanto fai sul serio», scriveva Bishop a Epstein nel luglio 2018, «la maggior parte di queste domande riguarda i tuoi requisiti di segretezza e privacy, il rischio reputazionale e anche qualsiasi coinvolgimento finanziario». Il faccendiere non aveva fretta, «no rush», ma rispondeva a Bishop di non aver problemi a investire, «il problema è soltanto se vedono che dietro ci sia io».
Non soltanto lui, a dire il vero: una delle parti più interessanti dei file riguarda le relazioni di Epstein con il mondo della scienza. Anche se ci sono poche prove che il suo programma transumanista sia andato avanti, scienziati di spicco, tra cui Stephen Hawking, hanno partecipato regolarmente a cene, pranzi e conferenze tenute da Epstein. «Tutti si sono domandati se questi scienziati fossero più interessati alle sue opinioni o ai suoi soldi», ha dichiarato l'avvocato Alan Dershowitz, che ha difeso Epstein nel 2008. Fatto sta che la cerchia del faccendiere includeva pezzi grossi della comunità scientifica: il pioniere della genomica e della biologia sintetica George Church, Murray Gell-Mann, il biologo evoluzionista Stephen Jay Gould, il neurologo Oliver Sacks e il premio Nobel per la fisica Frank Wilczek.
Epstein ha anche generosamente finanziato l’università di Harvard con 6,5 milioni di dollari, ma il prestigioso ateneo si è rifiutato di restituire i soldi nonostante il regolamento preveda di rifiutare i contributi dei donatori che hanno guadagnato i propri soldi in modo immorale. L’arma del faccendiere, insomma, era la corruzione attraverso sesso e soldi: nessun esponente dell’élite progressista sembra essere sfuggito alla sua rete d’influenza.
Continuano nel frattempo le reazioni dopo le dimissioni a catena degli ex amici di Epstein, a cominciare da Lord Peter Mandelson, laburista: «Ha mentito ripetutamente al mio staff, mi pento di averlo nominato», ha dichiarato il premier britannico Keir Starmer che, sotto gli attacchi della leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch, ha dovuto riconoscere formalmente di essere stato a conoscenza dei rapporti tra Epstein e Mandelson. Anche Bill Gates, minimizzando l’entità delle relazioni con il faccendiere, ha ammesso in un’intervista di essere stato «sciocco» e di essersi pentito di averlo mai conosciuto, pur liquidando come «falsa» l’email mandata da Epstein a sé stesso, in cui il faccendiere si rivolgeva a Gates: «Mi implori di cancellare le email sulla tua malattia sessualmente trasmissibile, sulla tua richiesta che io ti fornisca antibiotici che puoi dare di nascosto a Melinda e sulla descrizione del tuo pene». «Non sono mai andato all’Isola, non ho mai incontrato donne», si è difeso Gates. Sarà, ma la ex moglie Melinda French Gates ha esortato l’ex marito Bill a «rispondere del suo comportamento» aggiungendo che «nessuna ragazza dovrebbe mai essere messa in una situazione del genere». «Le domande in sospeso sono per il mio ex marito, non per me», ha aggiunto, esprimendo «un’enorme tristezza «per le vittime dei crimini del defunto finanziere.
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Il volto dell'angelo con le fattezze di Giorgia Meloni rimosso dall'affresco di San Lorenzo in Lucina (Ansa)
Considerando che per pulire gli obbrobri dei writer dalle pareti dei palazzi passano anni, a stupire sono la rudezza del gesto e la fretta. Scoperta venerdì, la somiglianza dell’angelo che regge una pergamena dell’Italia era stata oggetto nell’ordine: del consueto malpancismo dell’opposizione, del sorriso divertito della modella involontaria, della promessa di sopralluogo della Soprintendenza, necessario nel caso di beni artistici. E infine della decisione del Rettore del Pantheon e della basilica romana, monsignor Daniele Micheletti, di pianificare un’approfondita verifica. Quest’ultima è durata tre minuti. Come se si dovesse far fronte a un allarme sociale per lo sfregio alla Vergine delle Rocce o il profilo pittato fosse quello di Giordano Bruno o della Papessa Giovanna.
La faccenda è inutilmente in evoluzione, l’architetto Cino Zucchi ha rivelato su Instagram di avere trovato il profilo originale pre-restauro nell’account di «Roma Aeterna» e sarebbe diverso, ma con le bufale digitali vatti a fidare. Prima di toccare l’affresco di solito è necessaria una perizia ufficiale con un rigoroso iter istituzionale. In questo caso no, via con la cara procedura Stalin, che cancellava dalle foto i gerarchi caduti in disgrazia. «Ho coperto quel volto perché me lo ha chiesto il Vaticano», ha allargato le braccia Valentinetti. In effetti le pressioni sono state micidiali.
Ha cominciato il cardinal Baldo Reina: «Provo profonda amarezza, le immagini di arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o di strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica e la preghiera personale e comunitaria». Ha continuato padre Giulio Albanese, responsabile della comunicazione del Vicariato di Roma: «L’originale era diverso, tutto ciò è imbarazzante». Così monsignor Micheletti, che adesso rischia il posto, guardacaso solo ieri si è accorto che «l’opera presentava fisionomie non conformi all’iconografia originale e al contesto sacro». E ha ordinato l’imbiancata.
L’ha fatto togliere di torno e buonanotte, occhio non vede cuore non duole. Soprattutto quello della fazione turbo-progressista del cattolicesimo in ambasce, dal cardinal Matteo Zuppi ad Andrea Riccardi della comunità Sant’Egidio, dalle Caritas alla galassia cattodem già sul piede di guerra e solitamente poco dotata di ironia. Eppure proprio la Chiesa dovrebbe avere metabolizzato quelle che chiama «contaminazioni», cominciate quando Leonardo Da Vinci nel Cenacolo diede a Giuda il volto dell’abate domenicano che lo stava sfrattando da Santa Maria delle Grazie per la lentezza nell’avanzamento (capo)lavori.
Quanto all’indignazione del cardinal Reina per l’«uso improprio delle immagini di arte sacra», sarebbe interessante sapere perché non è rimasto egualmente scosso quando nella cattedrale di Terni è comparso un enorme affresco omoerotico con gruppi laocoontici di corpi intrecciati e con l’allora vescovo Vincenzo Paglia raffigurato felicemente con lo zucchetto episcopale nella «Resurrezione genderfluid». O peggio quando si scoprì che il crocifisso della cappella dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo aveva il volto di Claudio Galimberti, capo ultrà dell’Atalanta, pregiudicato con record di daspo. L’artista Andrea Mastrovito ha sempre rivendicato la burla. Da un decennio, il paziente che si raccoglie in preghiera prima di un intervento chirurgico salvavita, non prega Gesù ma il Bocia. Non risultano note vibranti della Santa Sede.
Accortasi che l’affresco in San Lorenzo in Lucina è diventato la lavagna della Terza C, la Soprintendente di Roma, Daniela Porro, in accordo con il ministero della Cultura ha fatto sapere agli zelanti sacerdoti che «alla luce della cancellazione del volto della decorazione, per qualsiasi intervento di ripristino è necessaria una richiesta di autorizzazione non solo al Vicariato ma al Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno, proprietario dell’immobile, con accluso bozzetto». Così, per evitare che compaia il profilo di Ilaria Salis, sul quale nessuno avrebbe nulla da ridire.
Come spesso accade i più delusi sono i fedeli, che domenica hanno affollato la chiesa come non accadeva da anni anche per via di quel cherubino dall’aspetto tanto famigliare. Monsignor Micheletti ha dovuto ammettere: «È stata un’autentica processione, ma venivano per vederlo e non per pregare». Dovrebbe essere contento, visto che le vie del Signore sono infinite.
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