- In un disegno che circola nelle chat dei militanti progressisti il quadro sconfortante dei rapporti di potere e influenza nello scalo ligure. Costruiti con assunzioni e favori anche sotto i governi di centrodestra.
- I presunti scoop sulle indagini per falso e frode non esistono Un caso langue dal 2021, l’altro non sfiora il presidente.
- L’imprenditore punta alla libertà, il suo difensore: «Se la merita, è stato sincero» Interrogatorio pure per Cozzani e Moncada. E Colucci si dimette da Innovatec.
Lo speciale contiene tre articoli
«Un giorno mi disse “io sono più comunista di te, sono più comunista di tutti”» ricorda uno dei presenti, «compagno» di lungo corso. Ci troviamo nella sede del Comitato liberi cittadini di Certosa, il quartiere su cui è crollato il ponte Morandi. Lunedì mattina alcuni abitanti sono riuniti per parlare di politica in modo appassionato. Sono tutti di sinistra («Qui dentro il più a destra è uno del Pd» scherza il presidente Enrico D’Agostino, negli anni ‘80 segretario della locale sezione socialista). E sono tutti delusi. Tra di loro c’è anche il vecchio candidato sindaco della sinistra Gianni Crivello, ex Pci-Pds-Ds mai iscritto al Pd, mandato allo sbaraglio contro il primo cittadino Marco Bucci. Dentro alla sala del comitato i presenti, sei o sette, compreso il settantenne D’Agostino e il cinquantenne presidente della Casa della legalità Christian Abbondanza, si passano un file intitolato «Casa Vianello-la seppia di Ente bacini», che ricostruisce, la presunta longa manus su porto di Mauro Vianello, il «più comunista di tutti».
Quest’ultimo è accusato dalla Procura di Genova di corruzione ed è stato raggiunto dalla misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale e professionale.
Il settantunenne originario della Valbisagno è titolare della Santa Barbara Srl, azienda che opera nel settore della prevenzione incendi nell’ambito dello scalo marittimo ligure nonché di sorveglianza antincendio, di aree civili e industriali, ed è presidente (senza compenso) dell’Ente bacini di Genova, che si occupa dei servizi di carenaggio. Per l’accusa avrebbe offerto fatto diversi regali al presidente dell’Autorità portuale, Paolo Emilio Signorini, finito in carcere con l’accusa di corruzione. Secondo gli inquirenti Vianello lavorava su Signorini per centrare due obiettivi personali: «Ottenere la sua nomina nel Cda di Stazioni marittime Spa; entrare in contatto con i vertici di Autostrade per l’Italia nella prospettiva di ottenere una commessa per la realizzazione del tunnel sub portuale».
Nella slide si leggono notizie riguardanti Vianello e il suo inner circle e chi l’ha compilata deve essere ben attento a quanto accade dentro al Partito democratico. I personaggi citati sono affiancati dai titoli delle news che li riguardano comparse sui siti informazione. Al centro dello schema c’è la foto del patron della Santa Barbara. Ma la prima immagine sotto il logo «Casa Vianello», che rimanda alla sit-com con Sandra e Raimondo, è quella che ritrae Signorini. È lui che benedice lo strapotere in porto di Vianello. A quest’ultimo è dedicata la seguente didascalia: «Nella primavera-estate 2021 dichiara pubblicamente di “aver privatizzato” il Pd». L’accusa è grave e non circostanziata, ma certamente proviene da sinistra. Per l’anonimo estensore Vianello, avrebbe sostenuto «con diverse tessere fantasma di dipendenti e familiari il suo dipendente (nella Santa Barbara, ndr) Simone D’Angelo che viene eletto di misura segretario Pd a Genova».
Da D’Angelo il diagramma porta verso il simbolo di Gd Genova (Giovani democratici), corrente in cui militerebbero diversi dipendenti della Santa Barbara.
Una freccia collega Vianello ad Alessandro Terrile, avvocato della Santa Barbara e amministratore delegato di Ente bacini (73.000 euro di compenso). Terrile, ci informa il nostro Virgilio senza volto, è stato «segretario provinciale (tra il 2013 e il 2017) e capogruppo del Pd a Genova», e dal 2023 è responsabile nazionale Infrastrutture e porti del Pd. La nomina come ad di Terrile avrebbe favorito la carriera di D’Angelo, il quale, ricorda l’autore della ricostruzione, subentra al collega di partito «come capolista per le elezioni comunali del giugno 2022 e viene eletto capogruppo Pd».
Di Terrile Spinelli non doveva avere certo stima, visto che in una intercettazione afferma: «A noi ce l’ha menato sempre con minchiate pazzesche [...]. È tipo un Cinquestelle».
A esserne entusiasta è, invece, Vianello: « L’operazione Terrile è una operazione geniale nel senso che abbiamo messo una persona che è una delle persone più valide dal punto di vista politico ed è un giovane che lavora in uno studio professionale avviato… lo abbiamo messo a lavorare dentro al porto e per 3 anni è blindato […] se ci vuole stare ci sta 20 anni e però è uno che fa politica dalla mattina alla sera ed è bravo».
Nella slide c’è una nota maligna su Terrile: «Non ha alcuna competenza sui porti. Prenderà solo successivamente alla nomina un mini-master presso l’Università di Bologna».
Altro personaggio clou è Davide Gaggero, amministratore della Santa Barbara Srl, consigliere del Cda dell’Ente bacini (compenso 5.000 euro), ex responsabile Porto del Pd di Genova (tra il 2017 e il 2021) e indicato nella slide come «figura chiave» del Pd del Ponente, ma anche come «compagno dell’ex presidente Pd Genova». Il riferimento è a Viola Boero, anche lei omaggiata di foto, effettivamente ex presidente del Pd Genova (2017-2020), candidata alle elezioni regionali 2020, e altra presunta dipendente della società di Vianello.
In un’intercettazione captata dagli investigatori Signorini e Vianello valutano, qualora l’operazione su Stazioni Marittime si fosse chiusa con successo, di passare il testimone di presidente del Cda di Ente bacini proprio a Gaggero. Il quale, in una captazione, prospetta la possibilità di usare il conto corrente dell’impresa per pagare un «regalo».
Nel file viene ricostruita in cinque mosse la storia della scalata di Vianello&C.: «Maggio-ottobre 2020, Vianello e Gaggero si adoperano presso gli esponenti di governo del Pd per la conferma di Signorini (espressione Toti) come presidente dell’Autorità portuale». I due sponsor del manager arrestato si sarebbero rivolti agli ex ministri Paola De Micheli (Infrastrutture e trasporti) e Andrea Orlando (Giustizia), ligure e leader della corrente Dems all’interno del Pd, segnalata come «area di appartenenza di Terrile, Gaggero e D’Angelo». La seconda casella è la seguente: «30 dicembre 2020 Paola De Micheli (ministro Pd) nomina conferma Signorini presidente Adsp». Il gioco dell’oca prosegue: «Signorini nomina Vianello presidente Ente bacini (senza alcuna particolare competenza e professionalità specifica)». Casella quattro: «Signorini su indicazione di Vianello nomina Terrile (capogruppo Pd uscente) ad di Ente bacini, Gaggero cda». Cinque: «Novembre 2023 Signorini, appena nominato ad di Iren (multiutility dei servizi, ndr) contrattualizza Vianello per 200.000 euro annui per rapporti di consulenza con il Pd di Torino e di Reggio Emilia (azionisti con Genova di Iren)».
Di fronte al tabellone del risiko del potere dem si comprende il malumore di chi vive nelle periferie, crede negli ideali della sinistra e considera la politica un servizio e non un mezzo di arricchimento personale. Tutti valori cancellati dall’inchiostro nero della seppia.
Covid e mascherine, i due nuovi filoni sul governatore? Uno vecchio, uno falso
Per spiegare i fuochi di artificio che in questi giorni riempiono le prime pagine dei giornali sulla vicenda che ha travolto Giovanni Toti servirebbe rispolverare le parole di un giornalista pentito, Samuel Clemens, meglio conosciuto come Mark Twain. La sua carriera è iniziata inventando una notizia di una presunta strage e tra gli aforismi che gli vengono attribuiti c’è questo: «Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso... e pubblica il falso».
E proprio di falso parliamo. Per esempio in queste ore alcuni quotidiani hanno pubblicato la notizia di presunti nuovi filoni per falso, che però non trovano riscontro nella monumentale ordinanza di misure cautelari. «Toti, ora c’è anche il falso» ha titolato domenica un quotidiano. Ma poi all’interno dell’articolo la notizia era offerta ai lettori in modo del tutto fumoso, tanto che durante la giornata si erano rincorse diverse versioni su quell’iscrizione.
E anche per il ribattezzato filone Covid la solfa è simile. L’agenzia Ansa, per esempio, ieri ha battuto questa notizia: «Per quanto riguarda il reato ipotizzato di falso, il governatore Giovanni Toti e il suo ormai ex capo di gabinetto Matteo Cozzani, entrambi ai domiciliari, sono indagati per i dati Covid. Secondo una delle ipotesi della Procura i numeri sarebbero stati gonfiati per ottenere più vaccini dalla struttura commissariale».
E per cercare di dare un peso a quanto scritto vengono riportate alcune intercettazioni. Matteo Cozzani, l’ex capo di gabinetto di Toti, parla della difficoltà di ottenere i vaccini: «Il problema qual è stato... che io avevo già truccato, lui li ha presi, cosa è accaduto li ha riaumentati». Quel «lui» sarebbe il presidente Toti. Ma la telefonata non è finita: «Quando me li ha rimandati gli ho scritto “ma cazzo pres, ma sono fuori” e lui ha detto “ma li ho un po’ aumentati”. E io, “ma l’avevo già fatto io”, e lui “cazzo dimmelo che l’hai già fatto te, aspetta un secondo.”.. vabbe’». Autorevoli fonti investigative, però, con La Verità cercano di riportare un po’ di ordine: «Sono cose divergenti rispetto al tema dell’ordinanza... i fascicoli sono fatti di tante carte, tante vicenda, alcune hanno un seguito, altre no. Su queste ultime è inutile per forza voler dire che c’è un nuovo filone tutto da esplorare quando non c’è». Quell’iscrizione risale ormai a tre anni fa e il fascicolo è rimasto a bagnomaria.
Dalla Procura precisano che «c’è un fascicolo ancora aperto e alla fine faremo delle valutazioni».
Il copione si ripete con un’altra notizia. È ancora una volta l’Ansa a batterla: «Aperto fascicolo su presunta frode mascherine». Il contenuto della news è questo: «Indagando sul voto di scambio tra la comunità riesina e quella calabrese e la lista del presidente Giovanni Toti, gli investigatori hanno anche scoperto una maxi frode da 1 milione e 200 mila euro sulle forniture sanitarie durante il Covid». Nei documenti dell’inchiesta, però, quella che viene spacciata per una notizia («aperto fascicolo») in realtà riguarda un’iscrizione che risale al 2019. Ecco, negli atti come viene descritto quell’episodio: «Nell’ambito di altro procedimento penale (trattasi del numero 4747/19 di questa Procura della Repubblica), sono state svolte indagini nei confronti di un’associazione per delinquere, promossa e capeggiata da Yuri Fergemberger (in passato finito nei guai per un giro di slot machine e scommesse sportive, ndr) ed Edoardo Boldrini e composta da vari associati e sodali, che, sfruttando l’emergenza sanitaria conseguente alla diffusione del Covid 19, ha realizzato plurime condotte di illecita commercializzazione di prodotti sanitari, in sfregio anche ad elementari norme di tutela della salute e nell’esclusiva prospettiva di massimizzare i propri illeciti guadagni».
Ma cosa c’entra con l’indagine sulle manovre legate al Porto di Genova? Anche questo è spiegato negli atti: «In tale contesto investigativo sono state acquisite alcune conversazioni telefoniche tra gli esponenti del gruppo criminale e il riesino, più volte citato, Lorenzo D’Antona, riguardanti l’organizzazione di un incontro finalizzato ad appoggiare un candidato della lista Cambiamo con Toti presidente». In occasione delle elezioni regionali in Liguria Fergemberger era stato contattato da Lorenzo D’Antona, «il quale», viene ricostruito dai magistrati, «rappresentava che quella sera vi sarebbe stata una riunione a Rapallo con Cianci che è “un candidato di Toti”». Fergemberger spiegò di conoscerlo, dicendo che era una brava persona, seria. E chi indaga ora precisa: «Il tema è quello dell’ordinanza. Sono disponibili 12.000 pagine, se tutto diventa qualcosa da scrivere capite che si perde il filo». E dalla Procura tagliano corto: «Quella vicenda non c’entra nulla. Erano state fatte delle iscrizioni tempo fa, quando c’era stata la distribuzione (delle mascherine, ndr), ma non c’entra nulla Toti».
In questi giorni, poi, si è parlato di filoni che riguardano le discariche ma anche in questo caso i magistrati scrivono: «Le operazioni di intercettazioni telefoniche a carico di Giovanni Toti che, sebbene non consentivano di trovare ulteriori riscontri all’ipotesi corruttiva inizialmente ipotizzata (a carico Giovanni Toti e di Pietro Colucci), svelavano ulteriori rapporti corruttivi tra il presidente della Regione Liguria e altri imprenditori (Spinelli e Moncada)». E si ritorna allo schema iniziale, ovvero il focus dell’ordinanza, quello dal quale qualcuno, creando una certa confusione, sta cercando di orientare altrove.
Spinelli al gip: «Adesso svelo tutto»
Giornata di nuovi interrogatori quella di ieri. Matteo Cozzani, ex sindaco di Porto Venere e capo di gabinetto di Giovanni Toti, arrestato con l’accusa di corruzione e turbata libertà degli incanti, ha rilasciato alcune dichiarazioni spontanee al gip Mario De Bellis. «È sereno e tranquillo di poter chiarire tutti gli addebiti. Al momento non è ancora in grado di rispondere nel merito», ha detto ai cronisti l’avvocato Massimo Ceresa Gastaldo. «Ha fatto presente che le esigenze cautelari, dal nostro punto di vista, non sussistono perché non ricopre da anni la carica di sindaco di Porto Venere e anche perché, in ragione del clamore mediatico della vicenda, non ricoprirà più il ruolo di capo di gabinetto». Ha risposto invece per un’ora e mezza alle domande del giudice Roberto Spinelli, figlio di Aldo Spinelli, l’imprenditore portuale finito ai domiciliari perché accusato di corruzione. Il suo avvocato ha definito il faccia a faccia «positivo». Più loquace è stato però il vecchio patriarca che, a conclusione dell’interrogatorio, ha commentato coi giornalisti: «Ho detto tutto, tutto...». Aggiungendo subito dopo: «Fate i bravi, mi raccomando». A chi gli chiedeva se tornasse libero, Aldo Spinelli ha risposto «penso di meritarmelo» ma ha anche ribadito di non sapere nulla di un’eventuale revoca della misura cautelare «perché è l’avvocato che fa ‘ste cose qua». L’avvocato Vernazza, che assiste Spinelli, ha confermato che il suo cliente «ha risposto a tutte le domande» del gip «e si è sfogato». E proprio Spinelli è protagonista di una intercettazione con l’ex presidente del porto, Paolo Emilio Signorini. I due parlano di un Rolex da 3.200 euro che quest’ultimo dovrebbe comprare per il compleanno della figlia, ma non ha i soldi. «Non c’è problema Paolo, è un regalo che faccio a tua figlia... che discorso è... è mica un problema quello eh!..», assicura Spinelli. E Signorini scherza: «Ti ricordi Ruby... col Rolex..». Ancora Spinelli: «Ma noo ma va bè ma belin... grazie un Rolex da 50.000 euro no, ma un regalo da 3.200 euro lo può fare chiunque».
Ha reso spontanee dichiarazioni davanti al gip Falcioni e «ha affermato la propria innocenza rispetto ai fatti» contestati, Francesco Moncada, ex consigliere del cda di Esselunga, destinatario di una misura interdittiva. Come si legge in una nota dei suoi legali, rappresentati da Paola Severino, Moncada, «ha in particolare, sottolineato che in occasione dell’incontro svoltosi il 17 marzo 2022 presso la sede della Regione ha sempre inteso agire nel pieno rispetto della legalità e in assoluta trasparenza».
Ha lasciato, invece, il ruolo di ad e consigliere di amministrazione della Innovatec spa Pietro Colucci. Un decisione, spiega il manager in una nota, che non è in alcun modo collegata all’andamento dell’inchiesta genovese, «per la quale non ho ricevuto a oggi alcun avviso né addebito», ma «all’ampio rilievo che è stato riservato alla mia posizione nella stampa nazionale». «Il sostegno al movimento Cambiamo, avvenuto negli anni 2016/19, cioè a quasi 5 anni da oggi», prosegue la nota, «è stato eseguito quando non avevo alcun incarico nel gruppo, e quindi ho l’obbligo morale di tenere Innovatec indenne da ogni coinvolgimento».
Chi l'avrebbe mai detto che, di questi tempi, un'azienda con sede legale nelle Marche sarebbe stata più fortunata di una di stanza in Lombardia o in Veneto o nel resto d'Italia? La piccola regione costiera è infatti, statistiche alla mano, la più efficiente nel pagamento della cassa integrazione: su 6.456 domande ne sono state approvate 6.075 e soprattutto, già dal 23 aprile scorso, sono partiti i pagamenti che hanno interessato 3.283 imprese per un totale di 7.028 lavoratori beneficiari. Per avere un'idea dello spread con il produttivo Nord basta soffermarsi sui dati della Lombardia, fanalino di coda del Paese: appena 63 dipendenti hanno ricevuto il bonifico dell'Inps per complessive 40 aziende sulle 4.502 che ne hanno diritto (a fronte di 8.009 istanze presentate). Situazione non certo più brillante in Veneto, dove i lavoratori liquidati sono 3.676 per 1.887 aziende, appena l'11 per cento delle 15.980 domande autorizzate. Stesso discorso anche per Campania, Lazio e Sicilia. Per non parlare poi della Sardegna dove, ad oggi, nessun dipendente ha ancora ricevuto sostegno al reddito. Le difficoltà legate all'accesso alla Cig, hanno segnalato in più occasioni sia le associazioni datoriali sia i sindacati, sono soprattuto procedurali per la presentazione e la lavorazione delle pratiche. Tant'è che Marina Calderone, presidente del consiglio nazionale dell'Ordine dei consulenti del lavoro, aveva parlato di «disfunzioni eliminabili solo andando nella direzione di uno strumento unico e straordinario, che avevamo proposto». E cioè «un ammortizzatore sociale con causale “Covid-19". Invece siamo qua a fare i conti con 19 sistemi regionali e due provinciali (Trento e Bolzano) che hanno diverse regole, diverse performance, diverse tempistiche».
Non staremmo in Italia però se non ci fosse una storia paradossale dietro questo exploit marchigiano. Il cui merito va allo stesso uomo che, appena cinque mesi fa, era stato «licenziato» dalla sede centrale dell'Istituto di previdenza e mandato in esilio ad Ancona come direttore regionale. Inviso al presidente Pasquale Tridico e alla dg, Gabriella Di Michele, e «punito» - si dice nei corridoi dell'ente di via Ciro il Grande, a Roma - per le sue idee sovraniste e per aver scoperto che i contribuenti italiani pagavano il reddito di cittadinanza a una terrorista. Fu infatti Fabio Vitale a scoperchiare la pentola in cui bolliva il rancio indigesto dell'assegno di 700 euro al mese elargito a Federica Saraceni, l'ex brigatista di cui il nostro giornale ha ampiamente scritto nei mesi scorsi a proposito dei suoi trascorsi di guerra allo Stato e del suo presente di assistita statale. Il risultato è che Vitale è stato trasferito ad horas nelle Marche, mentre la Saraceni continua a percepire l'indennità. Sempre l'attuale direttore delle Marche aveva messo sott'inchiesta, quand'era numero uno del settore Vigilanza dell'Inps, l'allora direttore generale, Massimo Cioffi, costringendolo alle dimissioni. Altri tempi, altre logiche: oggi al vertice operativo della mastodontica macchina burocratica della previdenza nazionale c'è la arcigna Gabriella Di Michele, che è riuscita non solo a superare indenne l'inchiesta interna sui lavori fatti nella sua casa da una ditta in rapporti finanziari con l'Inps, sotto la supervisione di un architetto suo dipendente, ma pure la tempesta perfetta del crash del sito in occasione delle domande per il bonus agli utonomi del primo aprile scorso. E se lei pare inaffondabile, notevoli doti di galleggiamento le dimostra pure Massimo Antichi, che Tridico ha intenzione di richiamare, nel prossimo cda del 6 maggio, come vicario presso la stessa direzione (Studi e ricerche) da cui, a dicembre, lo ha cacciato. Antichi, dicono le voci del Palazzo, oltre a una spiccata simpatia per il Partito democratico, è un fedelissimo dell'ex presidente Tito Boeri. Ritornerebbe così a casa, ma con uno stipendio di seconda fascia, pari a circa 160.000 euro. Un impegno finanziario importante, per l'ente, in un momento di particolare criticità a livello nazionale e mondiale che ha fatto storcere il naso all'interno dell'Inps per la scelta di ricorrere a una professionalità esterna senza aver prima valutato (e ce ne sarebbero tantissime) le risorse interne in grado di ricoprire il medesimo incarico. Ma l'Inps conosce ragioni che la ragione non conosce.
- I balordi che hanno ucciso l'agente vengono da Giugliano, centro di ricettazione di tre regioni. Con immunità di fatto.
- La bomba contagi di don Massimo Biancalani. Test di massa nel discusso centro di accoglienza di Pistoia: due africani in isolamento e un terzo caso sospetto. Tensione per la libertà concessa agli ospiti e i continui litigi.
Lo speciale comprende due articoli.
Gli «intoccabili» se ne stanno tra baracche, camper e lamiere, in Via Carrafiello, a Giugliano in Campania, il Comune non capoluogo di provincia più popoloso d'Italia con i suoi 123.387 abitanti. «Intoccabili» perché nessuno se ne occupa. Né la magistratura tanto meno le forze dell'ordine. Vivono e delinquono indisturbati. Sono i rom del campo nomadi da cui provengono i quattro balordi che, l'altra notte, hanno ammazzato l'agente scelto Pasquale Apicella, 37 anni. Stavano sradicando un bancomat dalla filiale del Credit agricole in una strada poco lontana da Piazza Carlo III, nel cuore di Napoli. Sono stati scoperti e hanno iniziato un folle inseguimento che si è concluso contro la volante della polizia. L'urto è stato così forte che una mano invisibile ha strappato il motore dal cofano dell'auto dei banditi e l'ha scaraventato a metri di distanza sul marciapiedi.
«Sono criminali efferati», ci spiega una fonte della Squadra mobile partenopea, «che godono di una sorta di immunità di fatto: sui campi rom dell'area nord di Napoli (dove vive circa un migliaio di uomini, ndr) non ci sono blitz né attività investigative. Mancano gli interpreti capaci di tradurre i dialetti intercettati al cellulare. Un misto di serbo, croato e montenegrino con inflessioni che solo chi è nato e vissuto in quelle comunità conosce». I quattro balordi, incarcerati con l'accusa di omicidio volontario, saranno interrogati quest'oggi dal gip per la convalida del fermo. Due sono stati bloccati mentre erano ancora storditi per l'impatto nella vettura, altri due hanno tentato la fuga ma sono stati fermati poche ore dopo. «Quel campo nomadi è un enorme centro di ricettazione oltre che il quartier generale di gruppi organizzati di rom che svaligiano case e negozi in Campania, nel basso Lazio e in Molise», ci spiega un graduato dell'Arma dei carabinieri. «Molti gps, posizionati sulle batterie dei ponti ripetitori delle antenne telefoniche, merce particolarmente ricercata sul mercato nero, finiscono la loro corsa nella bidonville di Via Carrafiello: ma sappiamo che è inutile andare a cercare lì». Il capo attuale dell'insediamento, dove sono stati censiti circa 250 soggetti, si chiama Ahmetovic. È lui che coordina tutte le attività, ed è lui ad avere potere assoluto sui suoi «sudditi». Tutti imparentati tra di loro, peraltro.
«I rapporti con la camorra esistono, e sono documentati in anni di indagini sulle cosche dell'area nord: nei campi rom, i boss sanno di poter nascondere sempre armi e macchine che scottano». Il campionario dei reati è vario. Bande di nomadi si sono specializzate nel furto dei cavi di rame dalle linee ferroviarie e nella successiva fusione. «Sono i fumi di questi rudimentali altiforni che avvelenano la Terra dei fuochi», prosegue il militare, «enormi pire di materiale plastico e pneumatici che alimentano le fornaci che scioglieranno i metalli». Con lo stesso sistema, vengono fabbricati lingottini d'oro dai gioielli razziati nelle abitazioni o con furti di destrezza. «Un altro affare gestito dai nomadi del campo rom di Giugliano è quello dei cavalli di ritorno che prevede il pagamento di un riscatto per ottenere la restituzione della vettura trafugata». I «bolidi» pregiati vengono invece trattenuti per essere smembrati e rivenduti all'estero. Le amministrazioni comunali giuglianesi hanno provato, per anni, a sgomberare le aree occupate, arrivando finanche a offrire premi in denaro, ma il risultato è stata la sola moltiplicazione dei «villaggi» illegali.
«L'incidente dell'altra notte non è una fatalità: prima o poi doveva accadere. Sono anni che scorrazzano indisturbati per l'hinterland. I rapinatori rom usano macchine pesanti come le Audi proprio perché hanno l'abitudine di speronare le auto delle forze dell'ordine. È gente senza scrupoli».
La dinamica della tragedia lo conferma: la volante guidata da Apicella è stata letteralmente centrata dai nomadi in fuga contromano lungo Calata Capodichino. Non hanno sterzato né frenato come pure avrebbero potuto fare considerata l'ampiezza della strada e la sua lunghezza. Apicella ha cercato di bloccarli, ed è rimasto travolto dall'Audi dei banditi. Lui era così, generoso e senza paura. E un suo amico, Luigi, ieri su Facebook ha citato un episodio emblematico. «L'11 maggio dell'anno scorso mi inviasti questa foto, una ferita sempre dovuta ad un incidente durante un inseguimento. Io ti dissi di fare attenzione e tu mi rispondesti che era il tuo mestiere». E, per centinaia di colleghi che piangono un uomo perbene, che lascia moglie e figli di sei anni e quattro mesi, e attendono ora dal governo l'autorizzazione per partecipare in massa ai funerali, c'è chi non ha perso l'occasione per dimostrare la sua disumanità. Una donna di 52 anni di Cagliari è stata denunciata per aver offeso la memoria del poliziotto sui social network. Sotto la foto della volante sfasciata, ha commentato: «Ogni tanto una gioia».
La bomba contagi di don Biancalani
Dopo giorni di feroci proteste da parte dei residenti, di tensioni con i cittadini di Pistoia e di prese di posizione di Lega e Fratelli d'Italia, finalmente anche gli immigrati ospiti del centro di Vicofaro, gestito da don Massimo Biancalani, si sono sottoposti ai test sierologici sul Covid-19. Al momento ci sono due africani in isolamento e un terzo caso sospetto. Entro la fine della settimana ci saranno i risultati definitivi.
Nella città toscana c'è una tensione palpabile. Il rischio che i tamponi possano dare esiti positivi è concreto. E le conseguenze sul centro di accoglienza più discusso d'Italia diventerebbero imprevedibili. Il sacerdote, su indicazione delle autorità sanitarie, ha deciso di blindare la sua parrocchia. Da ieri nessuno entra, nessuno esce. Un tentativo, probabilmente tardivo, di seguire in modo scrupoloso le regole alle quali sono stati sottoposti gli italiani negli ultimi due mesi: lavarsi con assidua frequenza le mani, indossare senza discussione le mascherine e non avere nessun tipo di contatto con gli altri ospiti.
L'intervento di screening è stato diretto dalla Asl. «Per il centro di accoglienza pistoiese», si legge in una nota, «sono state intraprese azioni di prevenzione analoghe a quelle adottate nelle Rsa. Sono state messe in atto le stesse procedure di valutazione epidemiologica adottate già per altre comunità a tutela degli ospiti».
Il centro di don Biancalani era tornato agli onori della cronaca nell'ultimo mese almeno altre due volte. Correva il 19 marzo quando un video, girato da un vicino esasperato, mostrava gli immigrati senza mascherina, uno vicino all'altro, che parlavano serenamente tra loro nel cortile della parrocchia. Ma non solo. Gli africani, secondo numerose testimonianze, entravano e uscivano a proprio piacimento, senza alcun controllo. Tre giorni prima una rissa, legata all'uso della cucina e, probabilmente, all'abuso di alcolici. «Siamo lasciati soli da tutti», si lamentò don accoglienza, «dallo Stato e anche dalla Chiesa. Ho parlato con il questore e con la prefetta reggente, promettendo loro di far rispettare dai migranti ospitati in questa struttura le regole per il contenimento del contagio del coronavirus».
Lunedì scorso una nuova rissa ha portato due nigeriani in ospedale. In un video si vede un immigrato, prontamente fermato da un carabiniere, che cerca di aggredire un residente, reo di essersi permesso di proferire parola sulla gestione della parrocchia di Vicofaro.
«È una notizia davvero molto preoccupante», ha sottolineato Francesco Torselli, coordinatore regionale di Fratelli d'Italia. «Esistono forti dubbi su come don Biancalani gestisca questo centro e su quali siano le condizioni in cui vengono tenuti gli ospiti all'interno. Poche ore prima del test i migranti erano tutti in strada a ballare e cantare Bella ciao in mezzo ad altri cittadini. Chi può garantirci che tra i novelli partigiani-ballerini non vi fossero anche quelli che sono stati riscontrati positivi?».




