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2025-09-15
L’arsenale segreto di Kim
Kim Jong-un (Getty Images)
Un nuovo rapporto del Center for Strategic and International Studies (Csis), think tank con sede a Washington, getta nuova luce sulla crescente minaccia rappresentata dal programma missilistico nordcoreano. Secondo le ricerche degli analisti la Corea del Nord dispone di una base militare sotterranea fortemente fortificata, nei pressi del villaggio di Sinpung-dong, a circa 27 chilometri dal confine cinese. Una struttura rimasta nell’ombra per anni e che potrebbe ospitare missili balistici intercontinentali in grado di colpire la terraferma degli Stati Uniti. Il Csis sostiene che la costruzione della base sia iniziata attorno al 2004 e che sia diventata operativa circa un decennio dopo. Per identificarla il centro di ricerca ha incrociato interviste con fonti riservate, immagini satellitari, documenti declassificati e dati open source. Finora, l’istituto ha pubblicato rapporti su nove di questi siti, ma gli esperti stimano che il regime disponga di almeno 15-20 basi missilistiche non dichiarate sparse su tutto il territorio nazionale.
Il sito di Sinpung-dong appare diverso dagli altri. Non presenta infatti piattaforme di lancio né sistemi di difesa aerea nelle immediate vicinanze, un dettaglio che lascia pensare a un utilizzo specifico: ospitare missili balistici intercontinentali mobili a combustibile solido. Queste armi, trasportabili su enormi camion, hanno due vantaggi: possono spostarsi per eludere i sistemi di sorveglianza e sono più difficili da neutralizzare in caso di attacco preventivo. Inoltre, grazie al combustibile solido, possono essere mantenute pronte al lancio senza lunghi tempi di rifornimento. «Non è affatto una buona notizia» ha dichiarato Victor D. Cha, coautore del rapporto e già funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale americano. «Con queste armi Pyongyang avrebbe la capacità di colpire in tempi rapidissimi, riducendo drasticamente la finestra utile per neutralizzarle prima del lancio». Secondo il Csis, la base ha una superficie paragonabile a quella dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York. Potrebbe ospitare da sei a nove Icbm avanzati, i veicoli necessari al loro trasporto e migliaia di soldati addetti alle operazioni.
Gli esperti sottolineano che, per motivi di sicurezza, i missili balistici intercontinentali (Icbm) non vengono generalmente immagazzinati con le testate nucleari già montate. L’assemblaggio avverrebbe in siti separati, comunque raggiungibili in meno di mezz’ora. Una stima dello Stockholm International Peace Research Institute calcola che la Corea del Nord abbia già pronte circa 50 testate nucleari e materiale fissile sufficiente a produrne fino a 40 in più. La spinta di Pyongyang a rafforzare la propria rete di basi sotterranee sarebbe cresciuta dopo i bombardamenti statunitensi di giugno contro tre siti nucleari in Iran, strutture che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero state progettate con l’aiuto nordcoreano negli anni passati. Per il leader Kim Jong-un, il programma nucleare è la «spada preziosa» che garantisce indipendenza, deterrenza e sopravvivenza del regime. La guerra in Ucraina ha ulteriormente accelerato questo processo. L’uso da parte della Russia di armi a corto raggio fornite dalla Corea del Nord ha offerto a Pyongyang esperienza pratica sull’impiego in combattimento dei propri sistemi.
Dopo l’improvvisa interruzione dei colloqui con Donald Trump nel 2019, Kim ha revocato la moratoria sui test a lungo raggio, rilanciando i lanci sperimentali e presentando nuovi Icbm capaci di trasportare più testate nucleari e di colpire distanze ancora maggiori. Da allora, il regime non ha mostrato alcun interesse a riprendere negoziati sul disarmo, preferendo potenziare la propria capacità offensiva.
Il programma nucleare nordcoreano affonda le sue radici negli anni Ottanta, con l’assistenza tecnologica proveniente dall’Unione sovietica e, in parte, dal Pakistan. Il primo test atomico risale al 2006 e da allora Pyongyang ha condotto oltre sei esplosioni sotterranee. Ogni tentativo di dialogo con la comunità internazionale, dal processo dei Six Party Talks fino ai vertici di Singapore e Hanoi con Donald Trump, si è concluso senza risultati concreti.
Per Kim la lezione è chiara: la rinuncia all’arma nucleare equivarrebbe a esporre il regime a un rischio esistenziale. Un calcolo che rende improbabile qualsiasi reale concessione nei negoziati, a meno che non vengano garantite garanzie di sopravvivenza al regime, difficili da accettare per Washington e i suoi alleati.
La notizia della base di Sinpung-dong ha suscitato preoccupazioni immediate in Corea del Sud e Giappone, già sotto la minaccia dei missili a corto e medio raggio. Seul teme che la nuova generazione di Icbm solid-fuel aumenti la pressione militare e riduca la possibilità di prevenire un attacco. La Cina, pur essendo formalmente alleata di Pyongyang, osserva con cautela. Un’espansione incontrollata dell’arsenale nordcoreano rischia infatti di destabilizzare l’intera regione e complicare i rapporti con Washington. Tuttavia, Pechino ha tutto l’interesse a evitare un collasso del regime vicino al proprio confine, preferendo mantenere un fragile equilibrio. Gli Stati Uniti hanno ribadito che continueranno a rafforzare la cooperazione con Seul e Tokyo, incrementando le esercitazioni congiunte e migliorando i sistemi di difesa missilistica, come il Thaad. Washington teme che il rapido avanzamento delle capacità nordcoreane possa non solo minacciare il territorio americano, ma anche erodere la credibilità del proprio ombrello nucleare sugli alleati asiatici. La scoperta della base di Sinpung-dong conferma quanto difficile sia monitorare la reale estensione del programma missilistico nordcoreano. L’esistenza di strutture sotterranee non dichiarate rende complessa la valutazione della minaccia e riduce i margini d’azione per una risposta militare preventiva. La scelta di puntare su sistemi a combustibile solido rappresenta una svolta qualitativa. A differenza dei missili a combustibile liquido, che richiedono lunghi tempi di preparazione e sono vulnerabili durante il rifornimento, gli Icbm solidi possono essere lanciati quasi istantaneamente. Una caratteristica che, secondo gli esperti, «complica enormemente la pianificazione militare americana». Non si tratta soltanto di un problema di difesa regionale. Con missili in grado di raggiungere il continente americano, la Corea del Nord consolida la sua capacità di deterrenza strategica globale. Un arsenale che, se combinato con l’instabilità politica e l’imprevedibilità del regime, costituisce una delle sfide più complesse per la sicurezza internazionale.
La Corea del Nord accelera sulla tecnologia spaziale grazie al supporto di Mosca
Secondo analisti e think tank internazionali ripresi dal Wall Street Journal, questa espansione dimostra la determinazione del leader Kim Jong-un. In cambio dell’appoggio politico e militare offerto al Cremlino nella guerra contro l’Ucraina, Pyongyang avrebbe già ricevuto sistemi di difesa aerea, tecnologia sui droni e copertura diplomatica contro nuove sanzioni. L’aiuto russo potrebbe però spingersi oltre, fornendo al regime le competenze per compiere un salto di qualità nella tecnologia spaziale. Per gli esperti di sicurezza un supporto diretto da parte russa può comprimere drasticamente i tempi di sviluppo delle capacità spaziali nordcoreane. «Il solo aiuto russo può ridurre un processo decennale a uno o due anni», ha dichiarato Yang Uk, analista dell’Asan Institute for Policy Studies di Seul.
Un sistema di sorveglianza orbitale non solo consentirebbe a Pyongyang di monitorare meglio i movimenti militari dei rivali, ma renderebbe anche più precisi gli attacchi missilistici intercontinentali diretti verso gli Stati Uniti. Kim ha fatto dello sviluppo dei satelliti spia una priorità assoluta, consapevole che solo una ristretta élite di Paesi – Russia, Stati Uniti e Corea del Sud in testa – è in grado di costruire e mettere in orbita simili strumenti. L’attuale tecnologia nordcoreana resta però rudimentale: i pochi satelliti inviati nello spazio non hanno mai dimostrato piena operatività e i tentativi di lancio si sono spesso conclusi in fallimenti spettacolari. Il sito di Sohae, già noto per i test missilistici, è stato ampliato con nuovi edifici, linee ferroviarie e un centro di assemblaggio per razzi di grandi dimensioni. Secondo Martyn Williams, autore di un rapporto per 38 North, queste modifiche confermano la volontà di Pyongyang di superare le difficoltà tecniche grazie al know-how russo. «È un club d’élite e la Corea del Nord vuole entrarvi», ha osservato l’analista.
Dal 2022 il regime ha smesso di presentare i propri satelliti come strumenti esclusivamente pacifici, modificando la legge spaziale per consentirne l’uso militare. Quell’anno i primi due tentativi di lancio fallirono, evidenziando gravi limiti tecnologici. Nell’agosto 2023 Kim incontrò Vladimir Putin al cosmodromo di Vostochny: i due visitarono insieme una rampa di lancio, con Putin che confermò l’interesse nordcoreano per la tecnologia missilistica. A novembre 2023 Pyongyang riuscì a mettere in orbita il suo primo satellite spia, affermando di aver fotografato la Casa Bianca e il Pentagono. Tuttavia, l’esercito sudcoreano ha sottolineato che il dispositivo appare non operativo e in grado di scattare solo immagini a bassa risoluzione. Per il 2024 Kim aveva annunciato tre nuovi lanci, ma solo uno è stato tentato: a maggio il razzo esplose poco dopo il decollo, probabilmente per problemi legati a un nuovo motore di derivazione russa. Dopo quel fallimento, numerosi tecnici russi sono stati avvistati in Corea del Nord, presumibilmente per assistere nei lavori di miglioramento. Da allora non sono stati effettuati altri lanci, ma gli esperti ritengono che Pyongyang stia incorporando tecnologie avanzate fornite da Mosca per garantire la riuscita delle future missioni. Per acquisire vere capacità di ricognizione, la Corea del Nord dovrebbe però schierare decine di satelliti spia, imparando a mantenerli in orbita stabile e a trasmettere immagini ad alta risoluzione. «La Corea del Nord è nelle primissime fasi dello sviluppo di capacità di sorveglianza spaziale», ha spiegato Doo Jin-ho, ricercatore del Korea Research Institute for National Strategy. «La Russia può accelerare il processo, ma Pyongyang resta lontana dalle grandi potenze spaziali».
Tutto il globo è potenziale bersaglio
L’arsenale di Kim Jong-un non è più soltanto una minaccia confinata alla penisola coreana: negli ultimi anni si è trasformato in uno strumento di proiezione di potere capace di condizionare la politica internazionale. Oggi Pyongyang non si limita a collezionare qualche test nucleare da esibire a uso interno, ma lavora sistematicamente alla costruzione di una vera e propria triade strategica: missili intercontinentali, sottomarini e bombardieri. Gli esperti stimano che la Corea del Nord possieda già tra le 30 e le 50 testate operative, con materiale fissile sufficiente per avvicinarsi a quota 90. Numeri piccoli rispetto agli arsenali di Stati Uniti o Russia, ma enormi se rapportati alle capacità economiche del Paese. E soprattutto in costante crescita: secondo studi indipendenti, Kim potrebbe arrivare a 300 ordigni entro il 2035. Un salto che renderebbe il regime non solo in grado di minacciare i vicini, ma potenzialmente di influenzare l’equilibrio globale.
Il fattore che ha cambiato il gioco negli ultimi anni è l’asse con Mosca. Dalla Russia arrivano tecnologie missilistiche e navali, in cambio di armi convenzionali e perfino truppe destinate al fronte ucraino. Questo scambio ha permesso a Pyongyang di accelerare progetti a lungo rimasti sulla carta: un nuovo cacciatorpediniere da 5.000 tonnellate, capace di lanciare missili balistici, e un sottomarino a propulsione nucleare che ridà fiato al sogno di una deterrenza anche sotto il mare. Sul fronte missilistico, i modelli Hwasong-12 e Hwasong-17 rappresentano la vetrina delle ambizioni: il primo in grado di colpire le basi americane a Guam, il secondo progettato per arrivare fino alla terraferma degli Stati Uniti e, forse, per ospitare testate multiple. Parallelamente, nei siti di Yongbyon e Yongbon l’attività di arricchimento dell’uranio e di produzione di plutonio non si è mai fermata. Un reattore sperimentale ad acqua leggera, operativo dal 2023, fornisce trizio utile a testate più sofisticate e in grado di moltiplicare l’effetto distruttivo.
A questo si aggiunge la dimensione convenzionale. L’esercito nordcoreano dispone di migliaia di cannoni e lanciarazzi puntati su Seul, con scorte tali da sostenere mesi di bombardamenti. Una minaccia immediata che serve da scudo per le mosse nucleari: chiunque volesse colpire le infrastrutture atomiche di Kim dovrebbe mettere in conto la devastazione istantanea della Corea del Sud. La narrazione del regime presenta tutto ciò come un «deterrente necessario» contro gli Stati Uniti. Ma in realtà l’arsenale nucleare è diventato lo strumento più efficace per garantire la sopravvivenza del potere dinastico dei Kim e ottenere legittimità internazionale. Ogni nuovo missile testato, ogni parata militare, sono un messaggio di forza all’interno e una moneta di scambio all’esterno. Il quadro, quindi, non è quello di una minaccia isolata, ma di un arsenale in espansione, sostenuto da nuove alleanze e da una logica chiara: rendere la Corea del Nord intoccabile e trasformarla da «paria» a pedina decisiva nel grande gioco delle potenze.
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Individuata dagli Usa una base sotterranea finora ignota, con missili intercontinentali lanciabili in tempi ultra rapidi: un duro colpo alla deterrenza del resto del mondo. La «lezione» iraniana: puntare sui bunker.Il regime vuole entrare nella ristretta élite di Paesi con un sistema di sorveglianza orbitale. Obiettivo: spiare i nemici e migliorare la precisione delle proprie armi.Pyongyang dispone già di 30-50 testate nucleari operative e arriverà a quota 300 entro il 2035. Se fosse attaccata, per reazione potrebbe distruggere Seul all’istante.Lo speciale contiene tre articoli.Un nuovo rapporto del Center for Strategic and International Studies (Csis), think tank con sede a Washington, getta nuova luce sulla crescente minaccia rappresentata dal programma missilistico nordcoreano. Secondo le ricerche degli analisti la Corea del Nord dispone di una base militare sotterranea fortemente fortificata, nei pressi del villaggio di Sinpung-dong, a circa 27 chilometri dal confine cinese. Una struttura rimasta nell’ombra per anni e che potrebbe ospitare missili balistici intercontinentali in grado di colpire la terraferma degli Stati Uniti. Il Csis sostiene che la costruzione della base sia iniziata attorno al 2004 e che sia diventata operativa circa un decennio dopo. Per identificarla il centro di ricerca ha incrociato interviste con fonti riservate, immagini satellitari, documenti declassificati e dati open source. Finora, l’istituto ha pubblicato rapporti su nove di questi siti, ma gli esperti stimano che il regime disponga di almeno 15-20 basi missilistiche non dichiarate sparse su tutto il territorio nazionale.Il sito di Sinpung-dong appare diverso dagli altri. Non presenta infatti piattaforme di lancio né sistemi di difesa aerea nelle immediate vicinanze, un dettaglio che lascia pensare a un utilizzo specifico: ospitare missili balistici intercontinentali mobili a combustibile solido. Queste armi, trasportabili su enormi camion, hanno due vantaggi: possono spostarsi per eludere i sistemi di sorveglianza e sono più difficili da neutralizzare in caso di attacco preventivo. Inoltre, grazie al combustibile solido, possono essere mantenute pronte al lancio senza lunghi tempi di rifornimento. «Non è affatto una buona notizia» ha dichiarato Victor D. Cha, coautore del rapporto e già funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale americano. «Con queste armi Pyongyang avrebbe la capacità di colpire in tempi rapidissimi, riducendo drasticamente la finestra utile per neutralizzarle prima del lancio». Secondo il Csis, la base ha una superficie paragonabile a quella dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York. Potrebbe ospitare da sei a nove Icbm avanzati, i veicoli necessari al loro trasporto e migliaia di soldati addetti alle operazioni.Gli esperti sottolineano che, per motivi di sicurezza, i missili balistici intercontinentali (Icbm) non vengono generalmente immagazzinati con le testate nucleari già montate. L’assemblaggio avverrebbe in siti separati, comunque raggiungibili in meno di mezz’ora. Una stima dello Stockholm International Peace Research Institute calcola che la Corea del Nord abbia già pronte circa 50 testate nucleari e materiale fissile sufficiente a produrne fino a 40 in più. La spinta di Pyongyang a rafforzare la propria rete di basi sotterranee sarebbe cresciuta dopo i bombardamenti statunitensi di giugno contro tre siti nucleari in Iran, strutture che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero state progettate con l’aiuto nordcoreano negli anni passati. Per il leader Kim Jong-un, il programma nucleare è la «spada preziosa» che garantisce indipendenza, deterrenza e sopravvivenza del regime. La guerra in Ucraina ha ulteriormente accelerato questo processo. L’uso da parte della Russia di armi a corto raggio fornite dalla Corea del Nord ha offerto a Pyongyang esperienza pratica sull’impiego in combattimento dei propri sistemi. Dopo l’improvvisa interruzione dei colloqui con Donald Trump nel 2019, Kim ha revocato la moratoria sui test a lungo raggio, rilanciando i lanci sperimentali e presentando nuovi Icbm capaci di trasportare più testate nucleari e di colpire distanze ancora maggiori. Da allora, il regime non ha mostrato alcun interesse a riprendere negoziati sul disarmo, preferendo potenziare la propria capacità offensiva. Il programma nucleare nordcoreano affonda le sue radici negli anni Ottanta, con l’assistenza tecnologica proveniente dall’Unione sovietica e, in parte, dal Pakistan. Il primo test atomico risale al 2006 e da allora Pyongyang ha condotto oltre sei esplosioni sotterranee. Ogni tentativo di dialogo con la comunità internazionale, dal processo dei Six Party Talks fino ai vertici di Singapore e Hanoi con Donald Trump, si è concluso senza risultati concreti.Per Kim la lezione è chiara: la rinuncia all’arma nucleare equivarrebbe a esporre il regime a un rischio esistenziale. Un calcolo che rende improbabile qualsiasi reale concessione nei negoziati, a meno che non vengano garantite garanzie di sopravvivenza al regime, difficili da accettare per Washington e i suoi alleati. La notizia della base di Sinpung-dong ha suscitato preoccupazioni immediate in Corea del Sud e Giappone, già sotto la minaccia dei missili a corto e medio raggio. Seul teme che la nuova generazione di Icbm solid-fuel aumenti la pressione militare e riduca la possibilità di prevenire un attacco. La Cina, pur essendo formalmente alleata di Pyongyang, osserva con cautela. Un’espansione incontrollata dell’arsenale nordcoreano rischia infatti di destabilizzare l’intera regione e complicare i rapporti con Washington. Tuttavia, Pechino ha tutto l’interesse a evitare un collasso del regime vicino al proprio confine, preferendo mantenere un fragile equilibrio. Gli Stati Uniti hanno ribadito che continueranno a rafforzare la cooperazione con Seul e Tokyo, incrementando le esercitazioni congiunte e migliorando i sistemi di difesa missilistica, come il Thaad. Washington teme che il rapido avanzamento delle capacità nordcoreane possa non solo minacciare il territorio americano, ma anche erodere la credibilità del proprio ombrello nucleare sugli alleati asiatici. La scoperta della base di Sinpung-dong conferma quanto difficile sia monitorare la reale estensione del programma missilistico nordcoreano. L’esistenza di strutture sotterranee non dichiarate rende complessa la valutazione della minaccia e riduce i margini d’azione per una risposta militare preventiva. La scelta di puntare su sistemi a combustibile solido rappresenta una svolta qualitativa. A differenza dei missili a combustibile liquido, che richiedono lunghi tempi di preparazione e sono vulnerabili durante il rifornimento, gli Icbm solidi possono essere lanciati quasi istantaneamente. Una caratteristica che, secondo gli esperti, «complica enormemente la pianificazione militare americana». Non si tratta soltanto di un problema di difesa regionale. Con missili in grado di raggiungere il continente americano, la Corea del Nord consolida la sua capacità di deterrenza strategica globale. Un arsenale che, se combinato con l’instabilità politica e l’imprevedibilità del regime, costituisce una delle sfide più complesse per la sicurezza internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arsenale-segreto-kim-jong-un-2673993306.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-corea-del-nord-accelera-sulla-tecnologia-spaziale-grazie-al-supporto-di-mosca" data-post-id="2673993306" data-published-at="1757882958" data-use-pagination="False"> La Corea del Nord accelera sulla tecnologia spaziale grazie al supporto di Mosca Secondo analisti e think tank internazionali ripresi dal Wall Street Journal, questa espansione dimostra la determinazione del leader Kim Jong-un. In cambio dell’appoggio politico e militare offerto al Cremlino nella guerra contro l’Ucraina, Pyongyang avrebbe già ricevuto sistemi di difesa aerea, tecnologia sui droni e copertura diplomatica contro nuove sanzioni. L’aiuto russo potrebbe però spingersi oltre, fornendo al regime le competenze per compiere un salto di qualità nella tecnologia spaziale. Per gli esperti di sicurezza un supporto diretto da parte russa può comprimere drasticamente i tempi di sviluppo delle capacità spaziali nordcoreane. «Il solo aiuto russo può ridurre un processo decennale a uno o due anni», ha dichiarato Yang Uk, analista dell’Asan Institute for Policy Studies di Seul.Un sistema di sorveglianza orbitale non solo consentirebbe a Pyongyang di monitorare meglio i movimenti militari dei rivali, ma renderebbe anche più precisi gli attacchi missilistici intercontinentali diretti verso gli Stati Uniti. Kim ha fatto dello sviluppo dei satelliti spia una priorità assoluta, consapevole che solo una ristretta élite di Paesi – Russia, Stati Uniti e Corea del Sud in testa – è in grado di costruire e mettere in orbita simili strumenti. L’attuale tecnologia nordcoreana resta però rudimentale: i pochi satelliti inviati nello spazio non hanno mai dimostrato piena operatività e i tentativi di lancio si sono spesso conclusi in fallimenti spettacolari. Il sito di Sohae, già noto per i test missilistici, è stato ampliato con nuovi edifici, linee ferroviarie e un centro di assemblaggio per razzi di grandi dimensioni. Secondo Martyn Williams, autore di un rapporto per 38 North, queste modifiche confermano la volontà di Pyongyang di superare le difficoltà tecniche grazie al know-how russo. «È un club d’élite e la Corea del Nord vuole entrarvi», ha osservato l’analista.Dal 2022 il regime ha smesso di presentare i propri satelliti come strumenti esclusivamente pacifici, modificando la legge spaziale per consentirne l’uso militare. Quell’anno i primi due tentativi di lancio fallirono, evidenziando gravi limiti tecnologici. Nell’agosto 2023 Kim incontrò Vladimir Putin al cosmodromo di Vostochny: i due visitarono insieme una rampa di lancio, con Putin che confermò l’interesse nordcoreano per la tecnologia missilistica. A novembre 2023 Pyongyang riuscì a mettere in orbita il suo primo satellite spia, affermando di aver fotografato la Casa Bianca e il Pentagono. Tuttavia, l’esercito sudcoreano ha sottolineato che il dispositivo appare non operativo e in grado di scattare solo immagini a bassa risoluzione. Per il 2024 Kim aveva annunciato tre nuovi lanci, ma solo uno è stato tentato: a maggio il razzo esplose poco dopo il decollo, probabilmente per problemi legati a un nuovo motore di derivazione russa. Dopo quel fallimento, numerosi tecnici russi sono stati avvistati in Corea del Nord, presumibilmente per assistere nei lavori di miglioramento. Da allora non sono stati effettuati altri lanci, ma gli esperti ritengono che Pyongyang stia incorporando tecnologie avanzate fornite da Mosca per garantire la riuscita delle future missioni. Per acquisire vere capacità di ricognizione, la Corea del Nord dovrebbe però schierare decine di satelliti spia, imparando a mantenerli in orbita stabile e a trasmettere immagini ad alta risoluzione. «La Corea del Nord è nelle primissime fasi dello sviluppo di capacità di sorveglianza spaziale», ha spiegato Doo Jin-ho, ricercatore del Korea Research Institute for National Strategy. «La Russia può accelerare il processo, ma Pyongyang resta lontana dalle grandi potenze spaziali». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arsenale-segreto-kim-jong-un-2673993306.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutto-il-globo-e-potenziale-bersaglio" data-post-id="2673993306" data-published-at="1757882958" data-use-pagination="False"> Tutto il globo è potenziale bersaglio L’arsenale di Kim Jong-un non è più soltanto una minaccia confinata alla penisola coreana: negli ultimi anni si è trasformato in uno strumento di proiezione di potere capace di condizionare la politica internazionale. Oggi Pyongyang non si limita a collezionare qualche test nucleare da esibire a uso interno, ma lavora sistematicamente alla costruzione di una vera e propria triade strategica: missili intercontinentali, sottomarini e bombardieri. Gli esperti stimano che la Corea del Nord possieda già tra le 30 e le 50 testate operative, con materiale fissile sufficiente per avvicinarsi a quota 90. Numeri piccoli rispetto agli arsenali di Stati Uniti o Russia, ma enormi se rapportati alle capacità economiche del Paese. E soprattutto in costante crescita: secondo studi indipendenti, Kim potrebbe arrivare a 300 ordigni entro il 2035. Un salto che renderebbe il regime non solo in grado di minacciare i vicini, ma potenzialmente di influenzare l’equilibrio globale.Il fattore che ha cambiato il gioco negli ultimi anni è l’asse con Mosca. Dalla Russia arrivano tecnologie missilistiche e navali, in cambio di armi convenzionali e perfino truppe destinate al fronte ucraino. Questo scambio ha permesso a Pyongyang di accelerare progetti a lungo rimasti sulla carta: un nuovo cacciatorpediniere da 5.000 tonnellate, capace di lanciare missili balistici, e un sottomarino a propulsione nucleare che ridà fiato al sogno di una deterrenza anche sotto il mare. Sul fronte missilistico, i modelli Hwasong-12 e Hwasong-17 rappresentano la vetrina delle ambizioni: il primo in grado di colpire le basi americane a Guam, il secondo progettato per arrivare fino alla terraferma degli Stati Uniti e, forse, per ospitare testate multiple. Parallelamente, nei siti di Yongbyon e Yongbon l’attività di arricchimento dell’uranio e di produzione di plutonio non si è mai fermata. Un reattore sperimentale ad acqua leggera, operativo dal 2023, fornisce trizio utile a testate più sofisticate e in grado di moltiplicare l’effetto distruttivo.A questo si aggiunge la dimensione convenzionale. L’esercito nordcoreano dispone di migliaia di cannoni e lanciarazzi puntati su Seul, con scorte tali da sostenere mesi di bombardamenti. Una minaccia immediata che serve da scudo per le mosse nucleari: chiunque volesse colpire le infrastrutture atomiche di Kim dovrebbe mettere in conto la devastazione istantanea della Corea del Sud. La narrazione del regime presenta tutto ciò come un «deterrente necessario» contro gli Stati Uniti. Ma in realtà l’arsenale nucleare è diventato lo strumento più efficace per garantire la sopravvivenza del potere dinastico dei Kim e ottenere legittimità internazionale. Ogni nuovo missile testato, ogni parata militare, sono un messaggio di forza all’interno e una moneta di scambio all’esterno. Il quadro, quindi, non è quello di una minaccia isolata, ma di un arsenale in espansione, sostenuto da nuove alleanze e da una logica chiara: rendere la Corea del Nord intoccabile e trasformarla da «paria» a pedina decisiva nel grande gioco delle potenze.
Vannacci e Renzi con Fedez durante la puntata di Pulp Podcast
Venerdì aveva già punzecchiato l’ex generale sulla sua eNews: «Se Vannacci crede in quello che dice, deve rompere con Meloni». È l’asso nella manica che serve alla sinistra per tornare in partita.
Sulla sicurezza, Renzi apre il discorso dicendo: «Io gioco all’attacco, non sono in difesa». Vannacci replica che le problematiche che ci sono oggi sono «figlie dei governi precedenti» e di «quella mentalità di sinistra del giustificazionismo in nome della giustizia sociale, del “facciamoli entrare tutti perché poverini”».
Renzi risponde che negli ultimi 25 anni al governo «c’è stata molto più la destra che la sinistra e Meloni è stata al governo sette anni, quattro anni da premier e tre da ministra».
Vannacci manda un alert al governo Meloni: «Ho tracciato delle linee rosse belle chiare, da destra pura… Una volta che si è stabilito che quelle non sono valicabili o sono d’accordo con me o me ne vado da solo. Se non seguiranno la linea di Futuro nazionale su sicurezza e immigrazione, correremo da soli». E chiede «più poteri alle forze dell’ordine, revisione della legittima difesa, uso meno vincolato della forza e rimpatri più rapidi. Gli esponenti di questo governo hanno agito con timidezza».
Renzi è in un brodo di giuggiole e si comporta come un comico sul palco di Zelig: «Generale, sei un doroteo. Anzi: un paraculo. La verità è che se vai da solo, la destra perde». Vannacci lo sa e ribatte: «Vedi? Hai capito». E l’ex premier replica: «Sembro scemo, ma non sono mica come tutti quelli che frequenti tu. O molli la destra e la destra perde le elezioni. O stai con la destra e perdi la faccia».
Il generale (in pensione) ribadisce: «Io voglio far vincere la destra, c’è una destra forte che però si è slavata, è sbiadita, allora bisogna riportare la barra dritta». Renzi pungola: «Prima tu sei l’invincibile Hulk, non ne sbagli mezza. Io ero così, ve lo ricordate, prima del referendum? Poi sbagli la prima e ti fanno un mazzo tanto, ti accoltellano alle spalle, soprattutto quelli che ti erano più vicini. Alla Meloni sta accadendo la stessa cosa. Meloni non è più invincibile. Vannacci fa un’operazione intelligente: li costringe o a spostarsi a destra o a perdere quel pezzo di destra incazzato nero con Meloni su sicurezza e immigrazione. Vuole essere quello che sposta a destra l’alleanza, così come io voglio spostare al centro la mia. Io faccio la scommessa che alla fine al generale converrà andare da solo».
Il punto è se il centrodestra sceglierà di allearsi con Vannacci, e viceversa. La strana coppia fa ridere, ma non troppo. Renzi rivendica il ruolo del centro per la vittoria alle prossime elezioni, «con opposizioni unite alle prossime elezioni, Meloni va a casa», mentre Vannacci, tronfio di ego, dice di «sognare la doppia cifra, intercettando un elettorato critico nei confronti di questo governo», con la possibilità di «correre anche fuori dalle logiche di coalizione. Sono stupefatto perché il nostro è un partito che è nato 45 giorni fa e siamo oggi a 26.000 iscritti, con sondaggi che ci danno al 4%».
Su Donald Trump sono tutti e due d’accordo. Viene indicato da Renzi come «una variabile negativa capace di ribaltare gli equilibri politici globali. Ne combina una più di Bertoldo. Trump ha fatto vincere la sinistra anche in Canada, Australia e Groenlandia. Se riesce a fare anche il miracolo di far vincere la sinistra in Italia, Donald santo subito». Anche Vannacci critica il presidente americano, affermando che: «Non mi innamoro delle persone ma dei principi, dei valori. A me andava bene il Trump sovranista del “Make America great again”, non mi piace il Trump che fa il gendarme del mondo».
Talmente diversi che sembrano uguali.
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Mentre il Papa torna a essere l'unica autorità morale che parla di pace e teologia, per il tycoon esiste un solo "scelto da Dio" che non siede a Roma ma nello Studio Ovale.
L’obiettivo è ambizioso: sviluppare una serra multipiano adattiva capace di funzionare sia su stazioni orbitali sia sulla Luna. «Entro maggio concluderemo lo studio di fattibilità», ha spiegato Malerba.
Le piante, ha sottolineato, saranno fondamentali per il futuro dell’esplorazione spaziale: non solo per migliorare la dieta degli astronauti nelle missioni di lunga durata in orbita terrestre, ma soprattutto per garantire autonomia nelle missioni lunari.
«Sulla Luna non avremo a disposizione il fruttivendolo — ha osservato — quindi ci converrà portare dei semi, farli crescere gradualmente e costruire una forma di sostenibilità anche in un ambiente così difficile».
Il progetto punta dunque a rendere più autosufficienti le missioni spaziali, integrando produzione alimentare e supporto alla vita in condizioni estreme.
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Il neopresidente bulgaro Rumen Radev (Ansa)
L’ex presidente della repubblica Rumen Radev, sostenuto dal nuovo partito Bulgaria Progressista (Progresivna Bulgariya - Pb, fondato a marzo), ha infatti vinto le elezioni parlamentari di domenica, ottenendo la maggioranza assoluta con il 44,7% dei voti (130 seggi sui 240 totali): 30 punti percentuali in più rispetto al partito conservatore Gerb di Boyko Borissov, che ha riscosso il consenso di appena il 13% degli elettori, dopo una legislatura che ha visto ben otto cambi di governo.
Non è sicuro, per usare un eufemismo, che la vittoria di Radev sia una buona notizia per Von der Leyen, la presidente che, dopo una prima legislatura orientata a sinistra, dopo le elezioni europee del 2024 ha cercato di barcamenarsi virando il timone del suo esecutivo più verso il centrodestra. Di fatto, la vittoria del neo premier bulgaro rappresenta un cortocircuito per Bruxelles, essendo stata accolta con favore sia dalla Russia che dall’Unione europea. Il Cremlino ha definito «positive» le dichiarazioni di Radev a favore del dialogo con la Russia. Ma anche donna Ursula gli ha espresso le sue vive congratulazioni, facendo buon viso a cattivo gioco: «La Bulgaria è un membro orgoglioso della famiglia europea e svolge un ruolo importante nell’affrontare le nostre sfide comuni. Non vedo l’ora di collaborare con lui (Radev, ndr) per la prosperità e la sicurezza della Bulgaria e dell’Europa». Quasi le stesse parole usate dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che su X ha scritto: «Congratulazioni a Rumen Radev per la sua vittoria. Non vedo l’ora di lavorare assieme a voi nel Consiglio sulla nostra agenda condivisa per un’Europa prospera, autonoma e sicura».
Non vedranno l’ora, ma l’elezione di Radev rischia di essere una bella patata bollente per Von der Leyen e tutta l’eurocrazia europea, che temono più della morte l’avvento di un nuovo Orbán e di nuovi veti al Consiglio: non così improbabili, dato che il vincitore delle elezioni ha espressamente manifestato idee euroscettiche e non ostili a Mosca nel corso della campagna elettorale.
Il neo premier ha auspicato infatti il ripristino di relazioni «pratiche e pragmatiche» con la Russia, basate sul rispetto reciproco e sul libero flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, che passa proprio per il territorio bulgaro. Ha ripetutamente dichiarato che le sanzioni europee contro Putin sono «inefficaci» e dannose per l’economia Ue, definendo «immorale», da parte dell’Europa, la pressione sull’Ucraina per il proseguimento della guerra. «Queste politiche stanno portando l’Ucraina al disastro e l’Europa a un vicolo cieco», ha detto.
Ma il fattore forse decisivo che ha condotto alla vittoria di domenica è stata l’ondata di proteste, per tutto il 2025, all’adesione, fortemente sostenuta dalla Bce e dalla Commissione, della Bulgaria alla zona euro, scattata a gennaio 2026: anche Radev, che all’epoca era presidente della repubblica, si è schierato contro, chiedendo che la voce del popolo fosse ascoltata. Il 9 maggio dello scorso anno, data simbolica per l’Europa, il neo premier ha proposto, inascoltato, di indire un referendum per decidere l’ingresso nell’eurozona. Sulla notizia è caduto l’occhio attento dell’economista Alberto Bagnai, deputato e responsabile economico della Lega che, affiancando i dati del Pil pro capite di Bulgaria e Italia rispetto alla media europea dal 2000 ad oggi (in euro e a parità di potere d’acquisto), ha osservato che la percentuale bulgara è andata in costante aumento, mentre quella italiana in declino. È vero che il lev bulgaro era già agganciato all’euro da tempo ma, ha commentato Bagnai sul suo blog goofynomics, «quanto può far schifo il “progetto europeo” se perfino quelli che ne hanno tratto un discreto vantaggio fanno così tanta resistenza a un definitivo ingresso in esso? Di cosa hanno paura i bulgari? Sospetto che temano che l’entrata nell’euro interrompa la fase di catch-up, di recupero di posizioni rispetto alla media. Sarà un timore fondato, o è un’ondata di irrazionalità fomentata dai soliti populisti irresponsabili?», ha ironizzato il deputato leghista.
Toccherà a Ursula & Co. sbrogliare la matassa. Le elezioni di domenica, che hanno riunito sotto lo stesso tetto un pot-pourri di elettori di diversa estrazione politica (socialisti anti-sistema ma anche sovranisti), accomunati dal malcontento, stanno riposizionando Sofia anche sul piano geopolitico: pur mantenendo formalmente gli impegni dell’Ue e della Nato, Radev cerca relazioni equilibrate sia con l’Occidente che con Mosca, con buona pace della vacuità bruxellese.
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