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2025-09-15
L’arsenale segreto di Kim
Kim Jong-un (Getty Images)
Un nuovo rapporto del Center for Strategic and International Studies (Csis), think tank con sede a Washington, getta nuova luce sulla crescente minaccia rappresentata dal programma missilistico nordcoreano. Secondo le ricerche degli analisti la Corea del Nord dispone di una base militare sotterranea fortemente fortificata, nei pressi del villaggio di Sinpung-dong, a circa 27 chilometri dal confine cinese. Una struttura rimasta nell’ombra per anni e che potrebbe ospitare missili balistici intercontinentali in grado di colpire la terraferma degli Stati Uniti. Il Csis sostiene che la costruzione della base sia iniziata attorno al 2004 e che sia diventata operativa circa un decennio dopo. Per identificarla il centro di ricerca ha incrociato interviste con fonti riservate, immagini satellitari, documenti declassificati e dati open source. Finora, l’istituto ha pubblicato rapporti su nove di questi siti, ma gli esperti stimano che il regime disponga di almeno 15-20 basi missilistiche non dichiarate sparse su tutto il territorio nazionale.
Il sito di Sinpung-dong appare diverso dagli altri. Non presenta infatti piattaforme di lancio né sistemi di difesa aerea nelle immediate vicinanze, un dettaglio che lascia pensare a un utilizzo specifico: ospitare missili balistici intercontinentali mobili a combustibile solido. Queste armi, trasportabili su enormi camion, hanno due vantaggi: possono spostarsi per eludere i sistemi di sorveglianza e sono più difficili da neutralizzare in caso di attacco preventivo. Inoltre, grazie al combustibile solido, possono essere mantenute pronte al lancio senza lunghi tempi di rifornimento. «Non è affatto una buona notizia» ha dichiarato Victor D. Cha, coautore del rapporto e già funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale americano. «Con queste armi Pyongyang avrebbe la capacità di colpire in tempi rapidissimi, riducendo drasticamente la finestra utile per neutralizzarle prima del lancio». Secondo il Csis, la base ha una superficie paragonabile a quella dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York. Potrebbe ospitare da sei a nove Icbm avanzati, i veicoli necessari al loro trasporto e migliaia di soldati addetti alle operazioni.
Gli esperti sottolineano che, per motivi di sicurezza, i missili balistici intercontinentali (Icbm) non vengono generalmente immagazzinati con le testate nucleari già montate. L’assemblaggio avverrebbe in siti separati, comunque raggiungibili in meno di mezz’ora. Una stima dello Stockholm International Peace Research Institute calcola che la Corea del Nord abbia già pronte circa 50 testate nucleari e materiale fissile sufficiente a produrne fino a 40 in più. La spinta di Pyongyang a rafforzare la propria rete di basi sotterranee sarebbe cresciuta dopo i bombardamenti statunitensi di giugno contro tre siti nucleari in Iran, strutture che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero state progettate con l’aiuto nordcoreano negli anni passati. Per il leader Kim Jong-un, il programma nucleare è la «spada preziosa» che garantisce indipendenza, deterrenza e sopravvivenza del regime. La guerra in Ucraina ha ulteriormente accelerato questo processo. L’uso da parte della Russia di armi a corto raggio fornite dalla Corea del Nord ha offerto a Pyongyang esperienza pratica sull’impiego in combattimento dei propri sistemi.
Dopo l’improvvisa interruzione dei colloqui con Donald Trump nel 2019, Kim ha revocato la moratoria sui test a lungo raggio, rilanciando i lanci sperimentali e presentando nuovi Icbm capaci di trasportare più testate nucleari e di colpire distanze ancora maggiori. Da allora, il regime non ha mostrato alcun interesse a riprendere negoziati sul disarmo, preferendo potenziare la propria capacità offensiva.
Il programma nucleare nordcoreano affonda le sue radici negli anni Ottanta, con l’assistenza tecnologica proveniente dall’Unione sovietica e, in parte, dal Pakistan. Il primo test atomico risale al 2006 e da allora Pyongyang ha condotto oltre sei esplosioni sotterranee. Ogni tentativo di dialogo con la comunità internazionale, dal processo dei Six Party Talks fino ai vertici di Singapore e Hanoi con Donald Trump, si è concluso senza risultati concreti.
Per Kim la lezione è chiara: la rinuncia all’arma nucleare equivarrebbe a esporre il regime a un rischio esistenziale. Un calcolo che rende improbabile qualsiasi reale concessione nei negoziati, a meno che non vengano garantite garanzie di sopravvivenza al regime, difficili da accettare per Washington e i suoi alleati.
La notizia della base di Sinpung-dong ha suscitato preoccupazioni immediate in Corea del Sud e Giappone, già sotto la minaccia dei missili a corto e medio raggio. Seul teme che la nuova generazione di Icbm solid-fuel aumenti la pressione militare e riduca la possibilità di prevenire un attacco. La Cina, pur essendo formalmente alleata di Pyongyang, osserva con cautela. Un’espansione incontrollata dell’arsenale nordcoreano rischia infatti di destabilizzare l’intera regione e complicare i rapporti con Washington. Tuttavia, Pechino ha tutto l’interesse a evitare un collasso del regime vicino al proprio confine, preferendo mantenere un fragile equilibrio. Gli Stati Uniti hanno ribadito che continueranno a rafforzare la cooperazione con Seul e Tokyo, incrementando le esercitazioni congiunte e migliorando i sistemi di difesa missilistica, come il Thaad. Washington teme che il rapido avanzamento delle capacità nordcoreane possa non solo minacciare il territorio americano, ma anche erodere la credibilità del proprio ombrello nucleare sugli alleati asiatici. La scoperta della base di Sinpung-dong conferma quanto difficile sia monitorare la reale estensione del programma missilistico nordcoreano. L’esistenza di strutture sotterranee non dichiarate rende complessa la valutazione della minaccia e riduce i margini d’azione per una risposta militare preventiva. La scelta di puntare su sistemi a combustibile solido rappresenta una svolta qualitativa. A differenza dei missili a combustibile liquido, che richiedono lunghi tempi di preparazione e sono vulnerabili durante il rifornimento, gli Icbm solidi possono essere lanciati quasi istantaneamente. Una caratteristica che, secondo gli esperti, «complica enormemente la pianificazione militare americana». Non si tratta soltanto di un problema di difesa regionale. Con missili in grado di raggiungere il continente americano, la Corea del Nord consolida la sua capacità di deterrenza strategica globale. Un arsenale che, se combinato con l’instabilità politica e l’imprevedibilità del regime, costituisce una delle sfide più complesse per la sicurezza internazionale.
La Corea del Nord accelera sulla tecnologia spaziale grazie al supporto di Mosca
Secondo analisti e think tank internazionali ripresi dal Wall Street Journal, questa espansione dimostra la determinazione del leader Kim Jong-un. In cambio dell’appoggio politico e militare offerto al Cremlino nella guerra contro l’Ucraina, Pyongyang avrebbe già ricevuto sistemi di difesa aerea, tecnologia sui droni e copertura diplomatica contro nuove sanzioni. L’aiuto russo potrebbe però spingersi oltre, fornendo al regime le competenze per compiere un salto di qualità nella tecnologia spaziale. Per gli esperti di sicurezza un supporto diretto da parte russa può comprimere drasticamente i tempi di sviluppo delle capacità spaziali nordcoreane. «Il solo aiuto russo può ridurre un processo decennale a uno o due anni», ha dichiarato Yang Uk, analista dell’Asan Institute for Policy Studies di Seul.
Un sistema di sorveglianza orbitale non solo consentirebbe a Pyongyang di monitorare meglio i movimenti militari dei rivali, ma renderebbe anche più precisi gli attacchi missilistici intercontinentali diretti verso gli Stati Uniti. Kim ha fatto dello sviluppo dei satelliti spia una priorità assoluta, consapevole che solo una ristretta élite di Paesi – Russia, Stati Uniti e Corea del Sud in testa – è in grado di costruire e mettere in orbita simili strumenti. L’attuale tecnologia nordcoreana resta però rudimentale: i pochi satelliti inviati nello spazio non hanno mai dimostrato piena operatività e i tentativi di lancio si sono spesso conclusi in fallimenti spettacolari. Il sito di Sohae, già noto per i test missilistici, è stato ampliato con nuovi edifici, linee ferroviarie e un centro di assemblaggio per razzi di grandi dimensioni. Secondo Martyn Williams, autore di un rapporto per 38 North, queste modifiche confermano la volontà di Pyongyang di superare le difficoltà tecniche grazie al know-how russo. «È un club d’élite e la Corea del Nord vuole entrarvi», ha osservato l’analista.
Dal 2022 il regime ha smesso di presentare i propri satelliti come strumenti esclusivamente pacifici, modificando la legge spaziale per consentirne l’uso militare. Quell’anno i primi due tentativi di lancio fallirono, evidenziando gravi limiti tecnologici. Nell’agosto 2023 Kim incontrò Vladimir Putin al cosmodromo di Vostochny: i due visitarono insieme una rampa di lancio, con Putin che confermò l’interesse nordcoreano per la tecnologia missilistica. A novembre 2023 Pyongyang riuscì a mettere in orbita il suo primo satellite spia, affermando di aver fotografato la Casa Bianca e il Pentagono. Tuttavia, l’esercito sudcoreano ha sottolineato che il dispositivo appare non operativo e in grado di scattare solo immagini a bassa risoluzione. Per il 2024 Kim aveva annunciato tre nuovi lanci, ma solo uno è stato tentato: a maggio il razzo esplose poco dopo il decollo, probabilmente per problemi legati a un nuovo motore di derivazione russa. Dopo quel fallimento, numerosi tecnici russi sono stati avvistati in Corea del Nord, presumibilmente per assistere nei lavori di miglioramento. Da allora non sono stati effettuati altri lanci, ma gli esperti ritengono che Pyongyang stia incorporando tecnologie avanzate fornite da Mosca per garantire la riuscita delle future missioni. Per acquisire vere capacità di ricognizione, la Corea del Nord dovrebbe però schierare decine di satelliti spia, imparando a mantenerli in orbita stabile e a trasmettere immagini ad alta risoluzione. «La Corea del Nord è nelle primissime fasi dello sviluppo di capacità di sorveglianza spaziale», ha spiegato Doo Jin-ho, ricercatore del Korea Research Institute for National Strategy. «La Russia può accelerare il processo, ma Pyongyang resta lontana dalle grandi potenze spaziali».
Tutto il globo è potenziale bersaglio
L’arsenale di Kim Jong-un non è più soltanto una minaccia confinata alla penisola coreana: negli ultimi anni si è trasformato in uno strumento di proiezione di potere capace di condizionare la politica internazionale. Oggi Pyongyang non si limita a collezionare qualche test nucleare da esibire a uso interno, ma lavora sistematicamente alla costruzione di una vera e propria triade strategica: missili intercontinentali, sottomarini e bombardieri. Gli esperti stimano che la Corea del Nord possieda già tra le 30 e le 50 testate operative, con materiale fissile sufficiente per avvicinarsi a quota 90. Numeri piccoli rispetto agli arsenali di Stati Uniti o Russia, ma enormi se rapportati alle capacità economiche del Paese. E soprattutto in costante crescita: secondo studi indipendenti, Kim potrebbe arrivare a 300 ordigni entro il 2035. Un salto che renderebbe il regime non solo in grado di minacciare i vicini, ma potenzialmente di influenzare l’equilibrio globale.
Il fattore che ha cambiato il gioco negli ultimi anni è l’asse con Mosca. Dalla Russia arrivano tecnologie missilistiche e navali, in cambio di armi convenzionali e perfino truppe destinate al fronte ucraino. Questo scambio ha permesso a Pyongyang di accelerare progetti a lungo rimasti sulla carta: un nuovo cacciatorpediniere da 5.000 tonnellate, capace di lanciare missili balistici, e un sottomarino a propulsione nucleare che ridà fiato al sogno di una deterrenza anche sotto il mare. Sul fronte missilistico, i modelli Hwasong-12 e Hwasong-17 rappresentano la vetrina delle ambizioni: il primo in grado di colpire le basi americane a Guam, il secondo progettato per arrivare fino alla terraferma degli Stati Uniti e, forse, per ospitare testate multiple. Parallelamente, nei siti di Yongbyon e Yongbon l’attività di arricchimento dell’uranio e di produzione di plutonio non si è mai fermata. Un reattore sperimentale ad acqua leggera, operativo dal 2023, fornisce trizio utile a testate più sofisticate e in grado di moltiplicare l’effetto distruttivo.
A questo si aggiunge la dimensione convenzionale. L’esercito nordcoreano dispone di migliaia di cannoni e lanciarazzi puntati su Seul, con scorte tali da sostenere mesi di bombardamenti. Una minaccia immediata che serve da scudo per le mosse nucleari: chiunque volesse colpire le infrastrutture atomiche di Kim dovrebbe mettere in conto la devastazione istantanea della Corea del Sud. La narrazione del regime presenta tutto ciò come un «deterrente necessario» contro gli Stati Uniti. Ma in realtà l’arsenale nucleare è diventato lo strumento più efficace per garantire la sopravvivenza del potere dinastico dei Kim e ottenere legittimità internazionale. Ogni nuovo missile testato, ogni parata militare, sono un messaggio di forza all’interno e una moneta di scambio all’esterno. Il quadro, quindi, non è quello di una minaccia isolata, ma di un arsenale in espansione, sostenuto da nuove alleanze e da una logica chiara: rendere la Corea del Nord intoccabile e trasformarla da «paria» a pedina decisiva nel grande gioco delle potenze.
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Individuata dagli Usa una base sotterranea finora ignota, con missili intercontinentali lanciabili in tempi ultra rapidi: un duro colpo alla deterrenza del resto del mondo. La «lezione» iraniana: puntare sui bunker.Il regime vuole entrare nella ristretta élite di Paesi con un sistema di sorveglianza orbitale. Obiettivo: spiare i nemici e migliorare la precisione delle proprie armi.Pyongyang dispone già di 30-50 testate nucleari operative e arriverà a quota 300 entro il 2035. Se fosse attaccata, per reazione potrebbe distruggere Seul all’istante.Lo speciale contiene tre articoli.Un nuovo rapporto del Center for Strategic and International Studies (Csis), think tank con sede a Washington, getta nuova luce sulla crescente minaccia rappresentata dal programma missilistico nordcoreano. Secondo le ricerche degli analisti la Corea del Nord dispone di una base militare sotterranea fortemente fortificata, nei pressi del villaggio di Sinpung-dong, a circa 27 chilometri dal confine cinese. Una struttura rimasta nell’ombra per anni e che potrebbe ospitare missili balistici intercontinentali in grado di colpire la terraferma degli Stati Uniti. Il Csis sostiene che la costruzione della base sia iniziata attorno al 2004 e che sia diventata operativa circa un decennio dopo. Per identificarla il centro di ricerca ha incrociato interviste con fonti riservate, immagini satellitari, documenti declassificati e dati open source. Finora, l’istituto ha pubblicato rapporti su nove di questi siti, ma gli esperti stimano che il regime disponga di almeno 15-20 basi missilistiche non dichiarate sparse su tutto il territorio nazionale.Il sito di Sinpung-dong appare diverso dagli altri. Non presenta infatti piattaforme di lancio né sistemi di difesa aerea nelle immediate vicinanze, un dettaglio che lascia pensare a un utilizzo specifico: ospitare missili balistici intercontinentali mobili a combustibile solido. Queste armi, trasportabili su enormi camion, hanno due vantaggi: possono spostarsi per eludere i sistemi di sorveglianza e sono più difficili da neutralizzare in caso di attacco preventivo. Inoltre, grazie al combustibile solido, possono essere mantenute pronte al lancio senza lunghi tempi di rifornimento. «Non è affatto una buona notizia» ha dichiarato Victor D. Cha, coautore del rapporto e già funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale americano. «Con queste armi Pyongyang avrebbe la capacità di colpire in tempi rapidissimi, riducendo drasticamente la finestra utile per neutralizzarle prima del lancio». Secondo il Csis, la base ha una superficie paragonabile a quella dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York. Potrebbe ospitare da sei a nove Icbm avanzati, i veicoli necessari al loro trasporto e migliaia di soldati addetti alle operazioni.Gli esperti sottolineano che, per motivi di sicurezza, i missili balistici intercontinentali (Icbm) non vengono generalmente immagazzinati con le testate nucleari già montate. L’assemblaggio avverrebbe in siti separati, comunque raggiungibili in meno di mezz’ora. Una stima dello Stockholm International Peace Research Institute calcola che la Corea del Nord abbia già pronte circa 50 testate nucleari e materiale fissile sufficiente a produrne fino a 40 in più. La spinta di Pyongyang a rafforzare la propria rete di basi sotterranee sarebbe cresciuta dopo i bombardamenti statunitensi di giugno contro tre siti nucleari in Iran, strutture che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero state progettate con l’aiuto nordcoreano negli anni passati. Per il leader Kim Jong-un, il programma nucleare è la «spada preziosa» che garantisce indipendenza, deterrenza e sopravvivenza del regime. La guerra in Ucraina ha ulteriormente accelerato questo processo. L’uso da parte della Russia di armi a corto raggio fornite dalla Corea del Nord ha offerto a Pyongyang esperienza pratica sull’impiego in combattimento dei propri sistemi. Dopo l’improvvisa interruzione dei colloqui con Donald Trump nel 2019, Kim ha revocato la moratoria sui test a lungo raggio, rilanciando i lanci sperimentali e presentando nuovi Icbm capaci di trasportare più testate nucleari e di colpire distanze ancora maggiori. Da allora, il regime non ha mostrato alcun interesse a riprendere negoziati sul disarmo, preferendo potenziare la propria capacità offensiva. Il programma nucleare nordcoreano affonda le sue radici negli anni Ottanta, con l’assistenza tecnologica proveniente dall’Unione sovietica e, in parte, dal Pakistan. Il primo test atomico risale al 2006 e da allora Pyongyang ha condotto oltre sei esplosioni sotterranee. Ogni tentativo di dialogo con la comunità internazionale, dal processo dei Six Party Talks fino ai vertici di Singapore e Hanoi con Donald Trump, si è concluso senza risultati concreti.Per Kim la lezione è chiara: la rinuncia all’arma nucleare equivarrebbe a esporre il regime a un rischio esistenziale. Un calcolo che rende improbabile qualsiasi reale concessione nei negoziati, a meno che non vengano garantite garanzie di sopravvivenza al regime, difficili da accettare per Washington e i suoi alleati. La notizia della base di Sinpung-dong ha suscitato preoccupazioni immediate in Corea del Sud e Giappone, già sotto la minaccia dei missili a corto e medio raggio. Seul teme che la nuova generazione di Icbm solid-fuel aumenti la pressione militare e riduca la possibilità di prevenire un attacco. La Cina, pur essendo formalmente alleata di Pyongyang, osserva con cautela. Un’espansione incontrollata dell’arsenale nordcoreano rischia infatti di destabilizzare l’intera regione e complicare i rapporti con Washington. Tuttavia, Pechino ha tutto l’interesse a evitare un collasso del regime vicino al proprio confine, preferendo mantenere un fragile equilibrio. Gli Stati Uniti hanno ribadito che continueranno a rafforzare la cooperazione con Seul e Tokyo, incrementando le esercitazioni congiunte e migliorando i sistemi di difesa missilistica, come il Thaad. Washington teme che il rapido avanzamento delle capacità nordcoreane possa non solo minacciare il territorio americano, ma anche erodere la credibilità del proprio ombrello nucleare sugli alleati asiatici. La scoperta della base di Sinpung-dong conferma quanto difficile sia monitorare la reale estensione del programma missilistico nordcoreano. L’esistenza di strutture sotterranee non dichiarate rende complessa la valutazione della minaccia e riduce i margini d’azione per una risposta militare preventiva. La scelta di puntare su sistemi a combustibile solido rappresenta una svolta qualitativa. A differenza dei missili a combustibile liquido, che richiedono lunghi tempi di preparazione e sono vulnerabili durante il rifornimento, gli Icbm solidi possono essere lanciati quasi istantaneamente. Una caratteristica che, secondo gli esperti, «complica enormemente la pianificazione militare americana». Non si tratta soltanto di un problema di difesa regionale. Con missili in grado di raggiungere il continente americano, la Corea del Nord consolida la sua capacità di deterrenza strategica globale. 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Kim ha fatto dello sviluppo dei satelliti spia una priorità assoluta, consapevole che solo una ristretta élite di Paesi – Russia, Stati Uniti e Corea del Sud in testa – è in grado di costruire e mettere in orbita simili strumenti. L’attuale tecnologia nordcoreana resta però rudimentale: i pochi satelliti inviati nello spazio non hanno mai dimostrato piena operatività e i tentativi di lancio si sono spesso conclusi in fallimenti spettacolari. Il sito di Sohae, già noto per i test missilistici, è stato ampliato con nuovi edifici, linee ferroviarie e un centro di assemblaggio per razzi di grandi dimensioni. Secondo Martyn Williams, autore di un rapporto per 38 North, queste modifiche confermano la volontà di Pyongyang di superare le difficoltà tecniche grazie al know-how russo. «È un club d’élite e la Corea del Nord vuole entrarvi», ha osservato l’analista.Dal 2022 il regime ha smesso di presentare i propri satelliti come strumenti esclusivamente pacifici, modificando la legge spaziale per consentirne l’uso militare. Quell’anno i primi due tentativi di lancio fallirono, evidenziando gravi limiti tecnologici. Nell’agosto 2023 Kim incontrò Vladimir Putin al cosmodromo di Vostochny: i due visitarono insieme una rampa di lancio, con Putin che confermò l’interesse nordcoreano per la tecnologia missilistica. A novembre 2023 Pyongyang riuscì a mettere in orbita il suo primo satellite spia, affermando di aver fotografato la Casa Bianca e il Pentagono. Tuttavia, l’esercito sudcoreano ha sottolineato che il dispositivo appare non operativo e in grado di scattare solo immagini a bassa risoluzione. Per il 2024 Kim aveva annunciato tre nuovi lanci, ma solo uno è stato tentato: a maggio il razzo esplose poco dopo il decollo, probabilmente per problemi legati a un nuovo motore di derivazione russa. Dopo quel fallimento, numerosi tecnici russi sono stati avvistati in Corea del Nord, presumibilmente per assistere nei lavori di miglioramento. Da allora non sono stati effettuati altri lanci, ma gli esperti ritengono che Pyongyang stia incorporando tecnologie avanzate fornite da Mosca per garantire la riuscita delle future missioni. Per acquisire vere capacità di ricognizione, la Corea del Nord dovrebbe però schierare decine di satelliti spia, imparando a mantenerli in orbita stabile e a trasmettere immagini ad alta risoluzione. «La Corea del Nord è nelle primissime fasi dello sviluppo di capacità di sorveglianza spaziale», ha spiegato Doo Jin-ho, ricercatore del Korea Research Institute for National Strategy. «La Russia può accelerare il processo, ma Pyongyang resta lontana dalle grandi potenze spaziali». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arsenale-segreto-kim-jong-un-2673993306.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tutto-il-globo-e-potenziale-bersaglio" data-post-id="2673993306" data-published-at="1757882958" data-use-pagination="False"> Tutto il globo è potenziale bersaglio L’arsenale di Kim Jong-un non è più soltanto una minaccia confinata alla penisola coreana: negli ultimi anni si è trasformato in uno strumento di proiezione di potere capace di condizionare la politica internazionale. Oggi Pyongyang non si limita a collezionare qualche test nucleare da esibire a uso interno, ma lavora sistematicamente alla costruzione di una vera e propria triade strategica: missili intercontinentali, sottomarini e bombardieri. Gli esperti stimano che la Corea del Nord possieda già tra le 30 e le 50 testate operative, con materiale fissile sufficiente per avvicinarsi a quota 90. Numeri piccoli rispetto agli arsenali di Stati Uniti o Russia, ma enormi se rapportati alle capacità economiche del Paese. E soprattutto in costante crescita: secondo studi indipendenti, Kim potrebbe arrivare a 300 ordigni entro il 2035. Un salto che renderebbe il regime non solo in grado di minacciare i vicini, ma potenzialmente di influenzare l’equilibrio globale.Il fattore che ha cambiato il gioco negli ultimi anni è l’asse con Mosca. Dalla Russia arrivano tecnologie missilistiche e navali, in cambio di armi convenzionali e perfino truppe destinate al fronte ucraino. Questo scambio ha permesso a Pyongyang di accelerare progetti a lungo rimasti sulla carta: un nuovo cacciatorpediniere da 5.000 tonnellate, capace di lanciare missili balistici, e un sottomarino a propulsione nucleare che ridà fiato al sogno di una deterrenza anche sotto il mare. Sul fronte missilistico, i modelli Hwasong-12 e Hwasong-17 rappresentano la vetrina delle ambizioni: il primo in grado di colpire le basi americane a Guam, il secondo progettato per arrivare fino alla terraferma degli Stati Uniti e, forse, per ospitare testate multiple. Parallelamente, nei siti di Yongbyon e Yongbon l’attività di arricchimento dell’uranio e di produzione di plutonio non si è mai fermata. Un reattore sperimentale ad acqua leggera, operativo dal 2023, fornisce trizio utile a testate più sofisticate e in grado di moltiplicare l’effetto distruttivo.A questo si aggiunge la dimensione convenzionale. L’esercito nordcoreano dispone di migliaia di cannoni e lanciarazzi puntati su Seul, con scorte tali da sostenere mesi di bombardamenti. Una minaccia immediata che serve da scudo per le mosse nucleari: chiunque volesse colpire le infrastrutture atomiche di Kim dovrebbe mettere in conto la devastazione istantanea della Corea del Sud. La narrazione del regime presenta tutto ciò come un «deterrente necessario» contro gli Stati Uniti. Ma in realtà l’arsenale nucleare è diventato lo strumento più efficace per garantire la sopravvivenza del potere dinastico dei Kim e ottenere legittimità internazionale. Ogni nuovo missile testato, ogni parata militare, sono un messaggio di forza all’interno e una moneta di scambio all’esterno. Il quadro, quindi, non è quello di una minaccia isolata, ma di un arsenale in espansione, sostenuto da nuove alleanze e da una logica chiara: rendere la Corea del Nord intoccabile e trasformarla da «paria» a pedina decisiva nel grande gioco delle potenze.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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