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2022-05-23
Quando le «brigate rosse giapponesi» colpirono in Italia
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Napoli: il luogo dell'attentato dell'aprile 1988. Nel riquadro la terrorista rossa giapponese Fusako Shigenobu (Ansa)
A Calata San Marco, a due passi da Piazza del Municipio nel cuore di Napoli, erano le 19.56 del 14 aprile 1988 quando si scatenò l’apocalisse di fronte all’ingresso dell’USO, il centro ricreativo delle truppe americane di stanza nella città partenopea. Doveva esserci ancora luce quella sera, ma dopo una violentissima esplosione l’aria si fece scura per la polvere e i detriti sollevati dalla deflagrazione di un’autobomba. Sul terreno rimasero cinque morti e quindici feriti, di cui quattro cittadini italiani che si trovavano a transitare in quel momento, oltre ad una soldatessa americanai. L’attentato, subito rivendicato dalla jihad filopalestinese, in realtà presentava un indizio che portava altrove. Se da una parte la pista che indirizzava al terrorismo mediorientale era supportata dai numerosi attentati seguiti al bombardamento americano di Tripoli del 1986, già nelle ore successive si capì che la mano era asiatica. Un marinaio della Sesta flotta americana aveva visto il sospetto attentatore: un uomo sui quarant’anni dalla pelle olivastra, che si era allontanato furtivamente dopo aver lasciato in sosta l’auto che poco dopo sarebbe esplosa. Durante la notte gli investigatori ricevettero foto segnaletiche di terroristi dai tratti asiatici e poco dopo la verità venne a galla. A piazzare la bomba era stato un cittadino giapponese, già protagonista di altri attentati negli anni precedenti. Aveva soggiornato in un albergo modesto nei vicoli del ventre di Napoli e aveva noleggiato sotto falso nome due auto, la prima usata come autobomba e la seconda usata per lasciare subito la città. Si trattava del maxiricercato Junzo Okudaira, uno dei capi del gruppo terroristico comunista «Armata Rossa Giapponese». Okudaira aveva agito l’anno prima in Italia, contemporaneamente contro l’Ambasciata americana e quella Britannica. Da una stanza dell’hotel Ambasciatori il terrorista nipponico aveva colpito con un mortaio a tempo Villa Margherita. Con un arma identica nascosta in uno scatolone aveva fatto partire due granate contro l’Ambasciata del Regno Unito. Infine aveva fatto saltare l’auto presa a noleggio imbottita con due chili di tritolo e soltanto per un caso l’attentato non fece vittime. A Napoli invece morirono oltre alla soldatessa Angela Santos, tre passanti ed un venditore ambulante conosciuto da tutto il quartiere, Antonio Gaezza detto «Popeye». Gli altri tre morti erano dipendenti della società Italgrani, di ritorno da una riunione: Assunta Capuano, Maurizio Perrone, Guido Scocozza. Alle origini di quel massacro, una storia partita da lontano, sia nel tempo che nello spazio.
Per meglio comprendere il legame tra una serie di attentati in Italia associati al terrorismo arabo e perpetrati da un gruppo che si firmava «Armata rossa giapponese» è necessario tornare indietro negli anni, nell’ambiente dei campus universitari nipponici della fine degli anni Sessanta. Qui il vento della contestazione in corso nelle università occidentali era arrivato a soffiare su un fuoco mai estinto dalla fine della seconda guerra mondiale, che ardeva sotto le ceneri dell’Impero del sole tramontato e annichilito dalle bombe atomiche. Gli Americani avevano occupato il Paese la cui capitolazione era costata più che in ogni altro fronte in termini di vite umane e resistenza dell’avversario e avevano imposto clausole durissime e l’occupazione militare del generale Douglas MacArthur. Durante gli anni successivi la secolare società giapponese basata sull’onore, il nazionalismo e la gerarchia fu così intaccata dall’introduzione obbligata dei princìpi democratici sul modello americano contenuti nei trattati postbellici. Demilitarizzato e occupato, il Giappone fu spettatore della Guerra Fredda in Asia e dell’avanzata del comunismo cinese risultata nella guerra di Corea. La situazione internazionale fece guadagnare al piccolo partito comunista giapponese (fondato nel lontano 1922 e poi represso negli anni di Hirohito) numerosi seggi nelle prime elezioni libere, destando non poca preoccupazione negli Americani, che dal 1950 al 1960 videro crescere le manifestazioni e le proteste di piazza contro la loro presenza e la nuova società capitalistica, spesso sfociate in episodi di notevole violenza. Alla fine del decennio la nuova generazione di origine borghese degli universitari fu investita da nuove forti motivazioni per la divulgazione del verbo marxista all’interno dei gruppi di studenti. La situazione del Sudest asiatico era esplosa con la guerra del Vietnam e del Laos, con la Cambogia e la Corea del Nord, mentre in Europa le bandiere rosse riempivano le piazze delle città. Nella terra del «nemico capitalista» era inoltre esplosa la questione razziale, che i comunisti giapponesi lessero come un segno di declino del vincitore e un appiglio per un esito rivoluzionario della società americana. Fu in questo clima che gli studenti filomarxisti accrebbero la loro presenza nelle assemblee e nelle piazze di Tokyo e di altre città universitarie. Quella iniziale fu la storia di un grande «blocco comunista», sul modello dei movimenti studenteschi occidentali. L’attività avveniva attraverso grandi assemblee programmatiche alle quali prendeva parte il gruppo dal quale trassero origine i terroristi rossi, la «Lega comunista giapponese». Da questo schieramento mosse i primi passi quella che sarà la futura leader dell’Armata Rossa Giapponese, Fusako Shigenobu. Figlia della piccola borghesia, di bella presenza, Fusako iniziò a frequentare i gruppi marxisti della Lega comunista già nel 1966 iscritta come studentessa lavoratrice. Nel campus conoscerà un «compagno» che diventerà più tardi suo marito e fondatore del gruppo terroristico, Tsuyoshi Okudaira (fratello di Junzo, autore della strage di Napoli). Il nucleo originario di quello che sarà il gruppo delle «brigate rosse» nipponiche, battezzato Sekigun-ha, si fece notare subito dalla polizia per i toni estremamente violenti dei comizi, durante i quali i militanti spesso annunciavano azioni illegali. Più volte le forze dell’ordine fecero irruzione nei campus dove furono rinvenute numerose bottiglie molotov con spranghe e bastoni pronti all’uso. Dal 1969 il Sekigun-ha organizzò anche campi paramilitari nella cittadina montana di Daibosatsu, mentre la crescita della pressione della polizia sulle attività cittadine del gruppo extraparlamentare giapponese iniziò a far maturare nei leader l’idea della clandestinità e della guerra di guerriglia sul modello del generale nordvietnamita Nguyen-Van Giap. Durante lo stesso 1969 l’allora leader e ideologo del Sekigun-Ha Shiomi Takaya delineò gli intenti programmatici del movimento, che consistevano in una forte spinta all’azione dopo la fase fallimentare delle grandi assemblee popolari. L’idea era ambiziosa, utopistica, e si basava sull’idea trotzkista della rivoluzione globale con il coinvolgimento delle forze comuniste di tutti i Paesi. Fu da queste basi ideologiche che nacque una delle caratteristiche peculiari dell’Armata rossa giapponese: la lotta senza frontiere. Fu deciso pertanto che una parte del movimento avrebbe dovuto addestrarsi con gli altri gruppi armati rivoluzionari del mondo (una sorta di legione straniera comunista o come vengono chiamati oggi «foreign fighters»). Per organizzare la nuova fase della lotta armata, dall’inizio del 1970 il gruppo portò a termine numerose rapine per autofinanziamento e sequestri di persona. Il 31 marzo di quell’anno l’Armata rossa giapponese si fece conoscere in tutto il mondo quando dirottò un Boeing 727 delle linee aeree giapponesi JAL. Il sequestro fu rocambolesco e mostrò da una parte le determinazione dei terroristi rossi, dall’altra una certa immaturità nella gestione degli eventi. Sul volo interno 351 da Tokyo a Fukuoka salirono nove membri del gruppo di terroristi rossi. A venti minuti dal decollo estrassero le spade katana e intimarono all’equipaggio di volare fino a Cuba. Informati del fatto che l’autonomia di volo del 727 non permetteva di coprire la distanza, i dirottatori con a bordo 108 passeggeri atterrarono a Fukuoka per rifornirsi e proseguire il dirottamento verso uno scalo alternativo: la capitale della Corea del Nord Pyongyang. Convinti a far sbarcare i passeggeri più deboli, i membri dell’esercito rosso giapponese caddero quindi nella trappola tesa dalle autorità. Come in una fiction, i piloti ebbero l’ordine di atterrare invece a Seoul dove fu preparata una messinscena degna di un set. L’aeroporto della capitale della Corea del Sud fu spogliato di ogni simbolo dell’economia capitalista e al posto delle bandiere di tutto il mondo furono issate quelle della Corea comunista. Sulla pista dello scalo di Kimpo però, i nove terroristi si accorsero dell’inganno in quanto le autorità aeroportuali si erano dimenticate di mostrare un dettaglio fondamentale: mancavano i ritratti dell’allora dittatore comunista Kim-Il Sung. Armati di candelotti di dinamite i militanti dell’esercito rosso giapponese iniziarono una estenuante trattativa per ripartire alla volta di Pyongyang. Fu necessario il gesto volontario del viceministro dei trasporti giapponese Shinjiro Yamamura, che salì sull’aereo scambiandosi con i passeggeri ormai senza cibo da due giorni. Il 727 ripartì alla volta della Corea del Nord dove fu fatto bersaglio da colpi di avvertimento della contraerei comunista. Liberato l’equipaggio e il viceministro, i nove «samurai rossi» trovarono tutt’altro che l’Eden nell’asilo politico, in quanto le autorità nordcoreane non avevano apprezzato il gesto clamoroso di una banda di «trotzkisti» provenienti da un paese considerato nemico.
Il dirottamento del jet rappresentò un punto di svolta per l’organizzazione delle cellule terroristiche giapponesi: da quell’episodio dall’esito negativo per gli obiettivi del gruppo è possibile delineare quelle che furono le caratteristiche peculiari dell’Armata rossa nipponica. Molti aspetti organizzativi derivarono dalla cultura nazionale trasformata dalle influenze occidentali del dopoguerra. Nei mesi successivi al dirottamento si delinearono due storie distinte: quella fallimentare delle cellule operanti sul territorio giapponese e quella che operò in contesto internazionale, molto più agguerrita e efficace. La crisi derivata degli arresti del 1970 fece declinare rapidamente i vertici nazionali dell’ Arg, decimati anche dall’interno da una ferocissima «purga» sul modello stalinista che risultò in un confronto mortale tra le correnti in un rifugio di montagna sequestrato dai terroristi. Il nucleo destinato all’azione terroristica all’estero trovò invece terreno fertilissimo in Medioriente. In quest’ultimo militavano Fusako Shigenobu e il marito Tsuyoshi Okudaira, stabiliti in Libano e addestrati dai palestinesi del Fronte di Liberazione della Palestina. Con la protezione del terrorismo arabo, i giapponesi alzarono il tiro e il 30 maggio 1972, provenienti da Roma, attaccarono l’aeroporto di Tel Aviv-Lod (oggi Ben Gurion). Vestiti da occidentali, Okudaira e compagni estrassero dalle custodie di violino i fucili mitragliatori e uccisero 26 persone, ferendone altre 78. Okudaira, braccato dalla reazione della polizia, si suicidò con una delle bombe a mano. Colpito dalle forze dell’ordine sarà anche uno dei compagni, mentre un terzo complice ferito, fu arrestato e condannato in seguito all’ergastolo.
La strage dell’aeroporto di Tel Aviv fu uno choc che colpì il mondo intero. Anche se l’Armata rossa giapponese fu falciata al vertice con la perdita del leader militare, il suo posto fu preso dalla consorte Fusako Shigenobu, che rimarrà a capo del gruppo fino alla fine. Per tutti gli anni Settanta per proseguire nel decennio successivo, l’Armata rossa giapponese sarà una delle formazioni armate d’élite nel contesto del terrorismo arabo. Questo grazie anche alla sua gestione particolare, di tipo quasi manageriale mutuata dalla storia del Giappone postbellico: la revisione attenta degli errori dai quali trarre insegnamento, lo studio attentissimo delle comunicazioni, le simulazioni (per i dirottamenti aerei i terroristi ricostruirono fedelmente la cabina passeggeri per potersi allenare), lo studio delle coperture e delle residenze affittate prima degli attentati. La scia di dirottamenti e sequestri fu lunga. Nel 1974 fu assaltata l’ambasciata francese all’Aia per ottenere la liberazione di militanti in carcere, nel 1977 il volo Malaysian 653 fu dirottato da un membro dell’Arg e l’azione finì in tragedia: il terrorista uccise i membri dell’equipaggio e fece precipitare l’aereo causando 100 vittime.
La pasionaria rossa Fusako Shigenobu fu arrestata soltanto nel 2000, quando il mondo era cambiato dopo il crollo del muro di Berlino e le «brigate rosse» nipponiche erano ormai in crisi profonda. Per oltre vent’anni la leader terrorista pianificò azioni in costante contatto con le più attive organizzazioni terroristiche: oltre a quelle palestinesi, la giapponese ebbe contatti con gli Armeni separatisti, i Turchi e con le Br italiane. Venuto meno l’appoggio del terrorismo arabo, non senza rimpianto la Shigenobu decise il rientro in clandestinità nel suo Giappone. Qui fu catturata in un albergo e condannata a 20 anni di carcere, senza mai mostrare l’ombra del minimo pentimento. E’ considerata dalla giustizia italiana come il mandante della strage di Napoli il cui esecutore materiale, suo cognato Junzo Okudaira, è ad oggi latitante.
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Nata nelle università nipponiche nel 1969, l' «Armata rossa giapponese» fu protagonista di attentati e dirottamenti. Alleato del terrorismo arabo, nell'aprile 1988 il gruppo fece esplodere un'autobomba a Napoli facendo cinque morti. Ebbe come leader una donna. A Calata San Marco, a due passi da Piazza del Municipio nel cuore di Napoli, erano le 19.56 del 14 aprile 1988 quando si scatenò l’apocalisse di fronte all’ingresso dell’USO, il centro ricreativo delle truppe americane di stanza nella città partenopea. Doveva esserci ancora luce quella sera, ma dopo una violentissima esplosione l’aria si fece scura per la polvere e i detriti sollevati dalla deflagrazione di un’autobomba. Sul terreno rimasero cinque morti e quindici feriti, di cui quattro cittadini italiani che si trovavano a transitare in quel momento, oltre ad una soldatessa americanai. L’attentato, subito rivendicato dalla jihad filopalestinese, in realtà presentava un indizio che portava altrove. Se da una parte la pista che indirizzava al terrorismo mediorientale era supportata dai numerosi attentati seguiti al bombardamento americano di Tripoli del 1986, già nelle ore successive si capì che la mano era asiatica. Un marinaio della Sesta flotta americana aveva visto il sospetto attentatore: un uomo sui quarant’anni dalla pelle olivastra, che si era allontanato furtivamente dopo aver lasciato in sosta l’auto che poco dopo sarebbe esplosa. Durante la notte gli investigatori ricevettero foto segnaletiche di terroristi dai tratti asiatici e poco dopo la verità venne a galla. A piazzare la bomba era stato un cittadino giapponese, già protagonista di altri attentati negli anni precedenti. Aveva soggiornato in un albergo modesto nei vicoli del ventre di Napoli e aveva noleggiato sotto falso nome due auto, la prima usata come autobomba e la seconda usata per lasciare subito la città. Si trattava del maxiricercato Junzo Okudaira, uno dei capi del gruppo terroristico comunista «Armata Rossa Giapponese». Okudaira aveva agito l’anno prima in Italia, contemporaneamente contro l’Ambasciata americana e quella Britannica. Da una stanza dell’hotel Ambasciatori il terrorista nipponico aveva colpito con un mortaio a tempo Villa Margherita. Con un arma identica nascosta in uno scatolone aveva fatto partire due granate contro l’Ambasciata del Regno Unito. Infine aveva fatto saltare l’auto presa a noleggio imbottita con due chili di tritolo e soltanto per un caso l’attentato non fece vittime. A Napoli invece morirono oltre alla soldatessa Angela Santos, tre passanti ed un venditore ambulante conosciuto da tutto il quartiere, Antonio Gaezza detto «Popeye». Gli altri tre morti erano dipendenti della società Italgrani, di ritorno da una riunione: Assunta Capuano, Maurizio Perrone, Guido Scocozza. Alle origini di quel massacro, una storia partita da lontano, sia nel tempo che nello spazio. Per meglio comprendere il legame tra una serie di attentati in Italia associati al terrorismo arabo e perpetrati da un gruppo che si firmava «Armata rossa giapponese» è necessario tornare indietro negli anni, nell’ambiente dei campus universitari nipponici della fine degli anni Sessanta. Qui il vento della contestazione in corso nelle università occidentali era arrivato a soffiare su un fuoco mai estinto dalla fine della seconda guerra mondiale, che ardeva sotto le ceneri dell’Impero del sole tramontato e annichilito dalle bombe atomiche. Gli Americani avevano occupato il Paese la cui capitolazione era costata più che in ogni altro fronte in termini di vite umane e resistenza dell’avversario e avevano imposto clausole durissime e l’occupazione militare del generale Douglas MacArthur. Durante gli anni successivi la secolare società giapponese basata sull’onore, il nazionalismo e la gerarchia fu così intaccata dall’introduzione obbligata dei princìpi democratici sul modello americano contenuti nei trattati postbellici. Demilitarizzato e occupato, il Giappone fu spettatore della Guerra Fredda in Asia e dell’avanzata del comunismo cinese risultata nella guerra di Corea. La situazione internazionale fece guadagnare al piccolo partito comunista giapponese (fondato nel lontano 1922 e poi represso negli anni di Hirohito) numerosi seggi nelle prime elezioni libere, destando non poca preoccupazione negli Americani, che dal 1950 al 1960 videro crescere le manifestazioni e le proteste di piazza contro la loro presenza e la nuova società capitalistica, spesso sfociate in episodi di notevole violenza. Alla fine del decennio la nuova generazione di origine borghese degli universitari fu investita da nuove forti motivazioni per la divulgazione del verbo marxista all’interno dei gruppi di studenti. La situazione del Sudest asiatico era esplosa con la guerra del Vietnam e del Laos, con la Cambogia e la Corea del Nord, mentre in Europa le bandiere rosse riempivano le piazze delle città. Nella terra del «nemico capitalista» era inoltre esplosa la questione razziale, che i comunisti giapponesi lessero come un segno di declino del vincitore e un appiglio per un esito rivoluzionario della società americana. Fu in questo clima che gli studenti filomarxisti accrebbero la loro presenza nelle assemblee e nelle piazze di Tokyo e di altre città universitarie. Quella iniziale fu la storia di un grande «blocco comunista», sul modello dei movimenti studenteschi occidentali. L’attività avveniva attraverso grandi assemblee programmatiche alle quali prendeva parte il gruppo dal quale trassero origine i terroristi rossi, la «Lega comunista giapponese». Da questo schieramento mosse i primi passi quella che sarà la futura leader dell’Armata Rossa Giapponese, Fusako Shigenobu. Figlia della piccola borghesia, di bella presenza, Fusako iniziò a frequentare i gruppi marxisti della Lega comunista già nel 1966 iscritta come studentessa lavoratrice. Nel campus conoscerà un «compagno» che diventerà più tardi suo marito e fondatore del gruppo terroristico, Tsuyoshi Okudaira (fratello di Junzo, autore della strage di Napoli). Il nucleo originario di quello che sarà il gruppo delle «brigate rosse» nipponiche, battezzato Sekigun-ha, si fece notare subito dalla polizia per i toni estremamente violenti dei comizi, durante i quali i militanti spesso annunciavano azioni illegali. Più volte le forze dell’ordine fecero irruzione nei campus dove furono rinvenute numerose bottiglie molotov con spranghe e bastoni pronti all’uso. Dal 1969 il Sekigun-ha organizzò anche campi paramilitari nella cittadina montana di Daibosatsu, mentre la crescita della pressione della polizia sulle attività cittadine del gruppo extraparlamentare giapponese iniziò a far maturare nei leader l’idea della clandestinità e della guerra di guerriglia sul modello del generale nordvietnamita Nguyen-Van Giap. Durante lo stesso 1969 l’allora leader e ideologo del Sekigun-Ha Shiomi Takaya delineò gli intenti programmatici del movimento, che consistevano in una forte spinta all’azione dopo la fase fallimentare delle grandi assemblee popolari. L’idea era ambiziosa, utopistica, e si basava sull’idea trotzkista della rivoluzione globale con il coinvolgimento delle forze comuniste di tutti i Paesi. Fu da queste basi ideologiche che nacque una delle caratteristiche peculiari dell’Armata rossa giapponese: la lotta senza frontiere. Fu deciso pertanto che una parte del movimento avrebbe dovuto addestrarsi con gli altri gruppi armati rivoluzionari del mondo (una sorta di legione straniera comunista o come vengono chiamati oggi «foreign fighters»). Per organizzare la nuova fase della lotta armata, dall’inizio del 1970 il gruppo portò a termine numerose rapine per autofinanziamento e sequestri di persona. Il 31 marzo di quell’anno l’Armata rossa giapponese si fece conoscere in tutto il mondo quando dirottò un Boeing 727 delle linee aeree giapponesi JAL. Il sequestro fu rocambolesco e mostrò da una parte le determinazione dei terroristi rossi, dall’altra una certa immaturità nella gestione degli eventi. Sul volo interno 351 da Tokyo a Fukuoka salirono nove membri del gruppo di terroristi rossi. A venti minuti dal decollo estrassero le spade katana e intimarono all’equipaggio di volare fino a Cuba. Informati del fatto che l’autonomia di volo del 727 non permetteva di coprire la distanza, i dirottatori con a bordo 108 passeggeri atterrarono a Fukuoka per rifornirsi e proseguire il dirottamento verso uno scalo alternativo: la capitale della Corea del Nord Pyongyang. Convinti a far sbarcare i passeggeri più deboli, i membri dell’esercito rosso giapponese caddero quindi nella trappola tesa dalle autorità. Come in una fiction, i piloti ebbero l’ordine di atterrare invece a Seoul dove fu preparata una messinscena degna di un set. L’aeroporto della capitale della Corea del Sud fu spogliato di ogni simbolo dell’economia capitalista e al posto delle bandiere di tutto il mondo furono issate quelle della Corea comunista. Sulla pista dello scalo di Kimpo però, i nove terroristi si accorsero dell’inganno in quanto le autorità aeroportuali si erano dimenticate di mostrare un dettaglio fondamentale: mancavano i ritratti dell’allora dittatore comunista Kim-Il Sung. Armati di candelotti di dinamite i militanti dell’esercito rosso giapponese iniziarono una estenuante trattativa per ripartire alla volta di Pyongyang. Fu necessario il gesto volontario del viceministro dei trasporti giapponese Shinjiro Yamamura, che salì sull’aereo scambiandosi con i passeggeri ormai senza cibo da due giorni. Il 727 ripartì alla volta della Corea del Nord dove fu fatto bersaglio da colpi di avvertimento della contraerei comunista. Liberato l’equipaggio e il viceministro, i nove «samurai rossi» trovarono tutt’altro che l’Eden nell’asilo politico, in quanto le autorità nordcoreane non avevano apprezzato il gesto clamoroso di una banda di «trotzkisti» provenienti da un paese considerato nemico. Il dirottamento del jet rappresentò un punto di svolta per l’organizzazione delle cellule terroristiche giapponesi: da quell’episodio dall’esito negativo per gli obiettivi del gruppo è possibile delineare quelle che furono le caratteristiche peculiari dell’Armata rossa nipponica. Molti aspetti organizzativi derivarono dalla cultura nazionale trasformata dalle influenze occidentali del dopoguerra. Nei mesi successivi al dirottamento si delinearono due storie distinte: quella fallimentare delle cellule operanti sul territorio giapponese e quella che operò in contesto internazionale, molto più agguerrita e efficace. La crisi derivata degli arresti del 1970 fece declinare rapidamente i vertici nazionali dell’ Arg, decimati anche dall’interno da una ferocissima «purga» sul modello stalinista che risultò in un confronto mortale tra le correnti in un rifugio di montagna sequestrato dai terroristi. Il nucleo destinato all’azione terroristica all’estero trovò invece terreno fertilissimo in Medioriente. In quest’ultimo militavano Fusako Shigenobu e il marito Tsuyoshi Okudaira, stabiliti in Libano e addestrati dai palestinesi del Fronte di Liberazione della Palestina. Con la protezione del terrorismo arabo, i giapponesi alzarono il tiro e il 30 maggio 1972, provenienti da Roma, attaccarono l’aeroporto di Tel Aviv-Lod (oggi Ben Gurion). Vestiti da occidentali, Okudaira e compagni estrassero dalle custodie di violino i fucili mitragliatori e uccisero 26 persone, ferendone altre 78. Okudaira, braccato dalla reazione della polizia, si suicidò con una delle bombe a mano. Colpito dalle forze dell’ordine sarà anche uno dei compagni, mentre un terzo complice ferito, fu arrestato e condannato in seguito all’ergastolo. La strage dell’aeroporto di Tel Aviv fu uno choc che colpì il mondo intero. Anche se l’Armata rossa giapponese fu falciata al vertice con la perdita del leader militare, il suo posto fu preso dalla consorte Fusako Shigenobu, che rimarrà a capo del gruppo fino alla fine. Per tutti gli anni Settanta per proseguire nel decennio successivo, l’Armata rossa giapponese sarà una delle formazioni armate d’élite nel contesto del terrorismo arabo. Questo grazie anche alla sua gestione particolare, di tipo quasi manageriale mutuata dalla storia del Giappone postbellico: la revisione attenta degli errori dai quali trarre insegnamento, lo studio attentissimo delle comunicazioni, le simulazioni (per i dirottamenti aerei i terroristi ricostruirono fedelmente la cabina passeggeri per potersi allenare), lo studio delle coperture e delle residenze affittate prima degli attentati. La scia di dirottamenti e sequestri fu lunga. Nel 1974 fu assaltata l’ambasciata francese all’Aia per ottenere la liberazione di militanti in carcere, nel 1977 il volo Malaysian 653 fu dirottato da un membro dell’Arg e l’azione finì in tragedia: il terrorista uccise i membri dell’equipaggio e fece precipitare l’aereo causando 100 vittime. La pasionaria rossa Fusako Shigenobu fu arrestata soltanto nel 2000, quando il mondo era cambiato dopo il crollo del muro di Berlino e le «brigate rosse» nipponiche erano ormai in crisi profonda. Per oltre vent’anni la leader terrorista pianificò azioni in costante contatto con le più attive organizzazioni terroristiche: oltre a quelle palestinesi, la giapponese ebbe contatti con gli Armeni separatisti, i Turchi e con le Br italiane. Venuto meno l’appoggio del terrorismo arabo, non senza rimpianto la Shigenobu decise il rientro in clandestinità nel suo Giappone. Qui fu catturata in un albergo e condannata a 20 anni di carcere, senza mai mostrare l’ombra del minimo pentimento. E’ considerata dalla giustizia italiana come il mandante della strage di Napoli il cui esecutore materiale, suo cognato Junzo Okudaira, è ad oggi latitante.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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