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2022-07-26
Armare Kiev è una violazione del Trattato Ue
(Ansa)
È di pochi giorni fa la notizia che i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Unione europea hanno deciso un ennesimo invio di armi all’Ucraina, per un importo di circa 500 milioni di euro. L’annuncio è stato dato, con toni trionfalistici degni di miglior causa, da Joseph Borrel, alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza, il quale ha affermato che: «L’Ucraina ha bisogno di più armi e noi gliele forniremo e continueremo a sostenerla». La cosa ha avuto scarso risalto nei mezzi di comunicazione, dato che l’opinione pubblica europea si è ormai assuefatta, grazie all’intensa opera di propaganda a senso unico cui è stata sottoposta, all’idea che l’Unione europea debba «fare la sua parte» nel sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro la Russia e che questa «parte» debba necessariamente comprendere la fornitura di armi. Non sarebbe stato, infatti, possibile - si è insistentemente e da tutti affermato - che, a fronte dell’aggressione militare subita dall’Ucraina ad opera della Russia, l’Unione europea rimanesse inattiva e indifferente.
Nessuno si è però preoccupato, a quanto sembra, di chiedersi se tra il rimanere inattiva e indifferente ed il partecipare indirettamente alla guerra con l’invio di armi all’Ucraina non vi fosse, per l’Unione europea, una terza alternativa; quella, cioè, della mediazione, che sarebbe stata, anzi, da ritenere l’unica possibile, se si fosse voluto operare - come, in realtà, sarebbe stato doveroso - conformemente a quanto disposto dal Trattato istitutivo della stessa Unione. Questo, infatti, nel dettare le «disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione», indica, all’art. 21, comma II, lett. c), tra i fini di tale azione quello di «preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi ed ai principi della Carta delle Nazioni unite nonché ai principia dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne».
Ora, non occorre certo essere specialisti in diritto comunitario ed internazionale per rendersi conto che l’invio di armi ad un Paese belligerante, quali che siano le cause per le quali esso si trova in guerra, non risponde in alcun modo alle suddette finalità ma si pone, anzi, con esse in radicale contrasto. Da una tale condotta, infatti, può derivare soltanto un prolungamento della guerra, cui si aggiunge, necessariamente, anche il grave pericolo di una sua estensione. D’altra parte, l’obbligo dell’assistenza militare a carico di tutti gli Stati dell’Unione è previsto, dall’art. 42, comma 7, del Trattato, soltanto per il caso in cui sia stato uno di essi a subire «un’aggressione armata nel suo territorio»; il che non si verifica per l’Ucraina, giacché questa, com’è noto, non fa parte dell’Unione europea.
In realtà, quindi, già all’epoca in cui la guerra non era ancora scoppiata ma se ne avvertiva il pericolo, desumibile dal massiccio concentramento di truppe russe ai confini dell’Ucraina, l’Unione europea, se avesse voluto attenersi ai principi fissati nel Trattato istitutivo, avrebbe dovuto adoperare, magari per vie riservate, tutta la sua possibile influenza per far sì che le parti interessate, ciascuna delle quali portatrice di aspettative ed interessi non palesemente privi di un qualsiasi fondamento, raggiungessero un accordo onorevole che escludesse l’uso della forza. Non è detto che vi sarebbe riuscita, ma per lo meno, provandoci, avrebbe mostrato fedeltà a quei principi che, invece, ha preferito clamorosamente tradire per appiattirsi servilmente sulla posizione americana, dalla quale era più che prevedibile che sarebbe scaturita la decisione della Russia di dar luogo all’intervento militare. Il che non vale, naturalmente, a rendere quest’ultimo giustificato ma vale soltanto a sottrarlo alla sfera dell’astratto e legalistico moralismo per ricondurlo in quella della politica, nella quale più che in ogni altra vale l’aurea massima di Alessandro Manzoni (cap. I dei Promessi sposi), secondo cui: «La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro».
Ma ancora più grave è il distacco dai principi del Trattato istitutivo che l’Unione europea ha manifestato a guerra ormai scoppiata, schierandosi incondizionatamente con uno dei belligeranti e sostenendolo attivamente con l’aiuto militare, laddove quei principi avrebbero invece imposto la ricerca di ogni possibile e ragionevole soluzione negoziale del conflitto, da proporre anche mediante la prospettazione di vantaggiose contropartite a quella, tra le parti in causa, per le quali la soluzione negoziale potesse apparire più penalizzante. Il risultato è stato quello che l’Europa si è resa totalmente dipendente dalle decisioni di un personaggio quale l’attuale presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky e, dietro di lui, del presidente Usa Joe Biden, alla volontà del quale si deve far risalire, con ogni evidenza, l’abbandono, da parte del primo, dell’apparente disponibilità al compromesso pubblicamente e reiteratamente manifestata nei primi tempi successivi all’inizio delle ostilità. Per converso, il ruolo di possibile pacificatore è stato assunto, a scorno dell’Europa, da Recep Tayyit Erdogan, presidente della Turchia (che pure fa parte della Nato), il quale da tale assunzione trae visibilità e prestigio internazionale, tanto da far dimenticare la sua - diciamo - non perfetta adesione alle regole basilari della democrazia rappresentativa. Il che non deve né stupire né scandalizzare. Piaccia o non piaccia, la stragrande maggioranza dei comuni cittadini desidera, ben a ragione, la pace e preferisce, quindi, dar credito a un dittatore che operi, o dia la sensazione di operare, in favore della pace piuttosto che a capi democraticamente eletti i quali operino, senza neppure preoccuparsi di nasconderlo, in favore della prosecuzione della guerra.
Proseguono le «purghe» di Zelensky. Ora salta il capo delle forze speciali
Il Donestk continua ad essere l’obiettivo degli attacchi di Mosca che punta a «chiudere la partita» nel Donbass. Otto persone sono rimaste ferite negli attacchi sferrati nella regione e l’avanzata russa prosegue nell’est del Paese. Anche il sud è sotto attacco, in particolare Odessa, ma nonostante questo l’accordo sul grano siglato in Turchia dovrebbe «decollare» da domani. «Ci aspettiamo che l’accordo inizi a funzionare e che venga istituito un centro di coordinamento a Istanbul», ha confermato il ministro ucraino delle Infrastrutture Kubrakov, indicando appunto il 27 luglio come data della svolta.
Il ministro ha affermato che il principale ostacolo alla ripresa dei commerci è il rischio di bombardamenti russi. Mosca assicura invece che le esportazioni riprenderanno e che il raid a Odessa aveva solo obiettivi militari tanto che, a detta del ministro degli Esteri Lavrov, «sono stati distrutti una nave da guerra ucraina e un deposito di missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti a Kiev». Viste le incertezze sulla questione, i garanti dell’accordo - la Turchia e le Nazioni Unite - sono stati invitati da Kiev a svolgere il loro ruolo.
Sul punto, Lavrov ha spiegato che sarà una terza parte, insieme a Russia e Turchia, a garantire la sicurezza delle navi. «Secondo l’accordo di Istanbul, l’Ucraina sminerà i porti e lascerà partire le navi, mentre Russia, Turchia e un’altra parte che sarà determinata in seguito, le scorteranno verso il Bosforo», ha dichiarato il ministro russo. Le esportazioni sono ostacolate infatti, tra l’altro, dalla presenza di mine marine, posate dalle forze ucraine come difesa da assalti anfibi. Secondo il ministro ucraino delle infrastrutture Kubrakov, lo sminamento avverrà solo «nel corridoio necessario per le esportazioni».
In ogni caso, a quanto risulta, il porto di Chornomorsk sarà il primo a funzionare per il grano, seguito solo poi dal porto di Odessa e da quello di Pivdenny. Lo scontro tra Mosca e Kiev prosegue anche sul piano delle reciproche accuse di crimini. La Russia ha accusato 92 membri delle forze armate ucraine di crimini contro l’umanità e ha proposto un tribunale internazionale. Alexander Bastrykin, capo della commissione investigativa russa, ha dichiarato che sono state avviate più di 1.300 indagini penali. Bastrykin ha accusato l’Occidente di sponsorizzare il «nazionalismo ucraino», per cui un processo sostenuto dalle Nazioni Unite sarebbe «dubbio».
Di qui, la proposta di coinvolgere Paesi che avrebbero «una posizione indipendente» come Siria, Iran e Bolivia. Il ministero della Difesa russo ha poi lanciato un allarme: l’Ucraina starebbe pianificando «l’uso di agenti tossici nell’impianto di produzione di olio e grasso a Sloviansk, nell’oblast di Donetsk, per fare esplodere i contenitori di esano». Anche l’Ucraina sta esaminando 21.000 crimini di guerra che i russi avrebbero commesso dall’inizio dell’invasione. Mentre si cerca di dipanare l’intricata matassa, il presidente Volodymyr Zelensky appare sempre più solo.
Proprio ieri ha proceduto a ulteriori epurazioni. Stavolta a farne le spese sono stati Ruslan Demchenko, primo segretario del consiglio nazionale di sicurezza e difesa dell’Ucraina e Grygoriy Galagan, sostituito da Viktor Khorenko nel ruolo di comandante delle forze speciali. Proprio sulla crescente debolezza dell’entourage di Zelensky sembra far leva il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov, dichiarando che la Russia «aiuterà il popolo ucraino a sbarazzarsi del regime antipopolare e antistorico di Kiev».
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Il corpus istitutivo dell’Unione prevede, all’articolo 21, l’obiettivo di «preservare la pace e prevenire i conflitti». Inoltre, l’articolo 42 dice chiaramente che l’intervento bellico serve solo in difesa di un Paese membro. Tutto il contrario di quanto sta facendo Bruxelles.Domani potrebbe iniziare a funzionare l’accordo sul grano. Bombe russe sul Donetsk.Lo speciale contiene due articoli. È di pochi giorni fa la notizia che i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Unione europea hanno deciso un ennesimo invio di armi all’Ucraina, per un importo di circa 500 milioni di euro. L’annuncio è stato dato, con toni trionfalistici degni di miglior causa, da Joseph Borrel, alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza, il quale ha affermato che: «L’Ucraina ha bisogno di più armi e noi gliele forniremo e continueremo a sostenerla». La cosa ha avuto scarso risalto nei mezzi di comunicazione, dato che l’opinione pubblica europea si è ormai assuefatta, grazie all’intensa opera di propaganda a senso unico cui è stata sottoposta, all’idea che l’Unione europea debba «fare la sua parte» nel sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro la Russia e che questa «parte» debba necessariamente comprendere la fornitura di armi. Non sarebbe stato, infatti, possibile - si è insistentemente e da tutti affermato - che, a fronte dell’aggressione militare subita dall’Ucraina ad opera della Russia, l’Unione europea rimanesse inattiva e indifferente. Nessuno si è però preoccupato, a quanto sembra, di chiedersi se tra il rimanere inattiva e indifferente ed il partecipare indirettamente alla guerra con l’invio di armi all’Ucraina non vi fosse, per l’Unione europea, una terza alternativa; quella, cioè, della mediazione, che sarebbe stata, anzi, da ritenere l’unica possibile, se si fosse voluto operare - come, in realtà, sarebbe stato doveroso - conformemente a quanto disposto dal Trattato istitutivo della stessa Unione. Questo, infatti, nel dettare le «disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione», indica, all’art. 21, comma II, lett. c), tra i fini di tale azione quello di «preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi ed ai principi della Carta delle Nazioni unite nonché ai principia dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne». Ora, non occorre certo essere specialisti in diritto comunitario ed internazionale per rendersi conto che l’invio di armi ad un Paese belligerante, quali che siano le cause per le quali esso si trova in guerra, non risponde in alcun modo alle suddette finalità ma si pone, anzi, con esse in radicale contrasto. Da una tale condotta, infatti, può derivare soltanto un prolungamento della guerra, cui si aggiunge, necessariamente, anche il grave pericolo di una sua estensione. D’altra parte, l’obbligo dell’assistenza militare a carico di tutti gli Stati dell’Unione è previsto, dall’art. 42, comma 7, del Trattato, soltanto per il caso in cui sia stato uno di essi a subire «un’aggressione armata nel suo territorio»; il che non si verifica per l’Ucraina, giacché questa, com’è noto, non fa parte dell’Unione europea. In realtà, quindi, già all’epoca in cui la guerra non era ancora scoppiata ma se ne avvertiva il pericolo, desumibile dal massiccio concentramento di truppe russe ai confini dell’Ucraina, l’Unione europea, se avesse voluto attenersi ai principi fissati nel Trattato istitutivo, avrebbe dovuto adoperare, magari per vie riservate, tutta la sua possibile influenza per far sì che le parti interessate, ciascuna delle quali portatrice di aspettative ed interessi non palesemente privi di un qualsiasi fondamento, raggiungessero un accordo onorevole che escludesse l’uso della forza. Non è detto che vi sarebbe riuscita, ma per lo meno, provandoci, avrebbe mostrato fedeltà a quei principi che, invece, ha preferito clamorosamente tradire per appiattirsi servilmente sulla posizione americana, dalla quale era più che prevedibile che sarebbe scaturita la decisione della Russia di dar luogo all’intervento militare. Il che non vale, naturalmente, a rendere quest’ultimo giustificato ma vale soltanto a sottrarlo alla sfera dell’astratto e legalistico moralismo per ricondurlo in quella della politica, nella quale più che in ogni altra vale l’aurea massima di Alessandro Manzoni (cap. I dei Promessi sposi), secondo cui: «La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro». Ma ancora più grave è il distacco dai principi del Trattato istitutivo che l’Unione europea ha manifestato a guerra ormai scoppiata, schierandosi incondizionatamente con uno dei belligeranti e sostenendolo attivamente con l’aiuto militare, laddove quei principi avrebbero invece imposto la ricerca di ogni possibile e ragionevole soluzione negoziale del conflitto, da proporre anche mediante la prospettazione di vantaggiose contropartite a quella, tra le parti in causa, per le quali la soluzione negoziale potesse apparire più penalizzante. Il risultato è stato quello che l’Europa si è resa totalmente dipendente dalle decisioni di un personaggio quale l’attuale presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky e, dietro di lui, del presidente Usa Joe Biden, alla volontà del quale si deve far risalire, con ogni evidenza, l’abbandono, da parte del primo, dell’apparente disponibilità al compromesso pubblicamente e reiteratamente manifestata nei primi tempi successivi all’inizio delle ostilità. Per converso, il ruolo di possibile pacificatore è stato assunto, a scorno dell’Europa, da Recep Tayyit Erdogan, presidente della Turchia (che pure fa parte della Nato), il quale da tale assunzione trae visibilità e prestigio internazionale, tanto da far dimenticare la sua - diciamo - non perfetta adesione alle regole basilari della democrazia rappresentativa. Il che non deve né stupire né scandalizzare. Piaccia o non piaccia, la stragrande maggioranza dei comuni cittadini desidera, ben a ragione, la pace e preferisce, quindi, dar credito a un dittatore che operi, o dia la sensazione di operare, in favore della pace piuttosto che a capi democraticamente eletti i quali operino, senza neppure preoccuparsi di nasconderlo, in favore della prosecuzione della guerra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armare-kiev-e-una-violazione-del-trattato-ue-2657733556.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="proseguono-le-purghe-di-zelensky-ora-salta-il-capo-delle-forze-speciali" data-post-id="2657733556" data-published-at="1658842424" data-use-pagination="False"> Proseguono le «purghe» di Zelensky. Ora salta il capo delle forze speciali Il Donestk continua ad essere l’obiettivo degli attacchi di Mosca che punta a «chiudere la partita» nel Donbass. Otto persone sono rimaste ferite negli attacchi sferrati nella regione e l’avanzata russa prosegue nell’est del Paese. Anche il sud è sotto attacco, in particolare Odessa, ma nonostante questo l’accordo sul grano siglato in Turchia dovrebbe «decollare» da domani. «Ci aspettiamo che l’accordo inizi a funzionare e che venga istituito un centro di coordinamento a Istanbul», ha confermato il ministro ucraino delle Infrastrutture Kubrakov, indicando appunto il 27 luglio come data della svolta. Il ministro ha affermato che il principale ostacolo alla ripresa dei commerci è il rischio di bombardamenti russi. Mosca assicura invece che le esportazioni riprenderanno e che il raid a Odessa aveva solo obiettivi militari tanto che, a detta del ministro degli Esteri Lavrov, «sono stati distrutti una nave da guerra ucraina e un deposito di missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti a Kiev». Viste le incertezze sulla questione, i garanti dell’accordo - la Turchia e le Nazioni Unite - sono stati invitati da Kiev a svolgere il loro ruolo. Sul punto, Lavrov ha spiegato che sarà una terza parte, insieme a Russia e Turchia, a garantire la sicurezza delle navi. «Secondo l’accordo di Istanbul, l’Ucraina sminerà i porti e lascerà partire le navi, mentre Russia, Turchia e un’altra parte che sarà determinata in seguito, le scorteranno verso il Bosforo», ha dichiarato il ministro russo. Le esportazioni sono ostacolate infatti, tra l’altro, dalla presenza di mine marine, posate dalle forze ucraine come difesa da assalti anfibi. Secondo il ministro ucraino delle infrastrutture Kubrakov, lo sminamento avverrà solo «nel corridoio necessario per le esportazioni». In ogni caso, a quanto risulta, il porto di Chornomorsk sarà il primo a funzionare per il grano, seguito solo poi dal porto di Odessa e da quello di Pivdenny. Lo scontro tra Mosca e Kiev prosegue anche sul piano delle reciproche accuse di crimini. La Russia ha accusato 92 membri delle forze armate ucraine di crimini contro l’umanità e ha proposto un tribunale internazionale. Alexander Bastrykin, capo della commissione investigativa russa, ha dichiarato che sono state avviate più di 1.300 indagini penali. Bastrykin ha accusato l’Occidente di sponsorizzare il «nazionalismo ucraino», per cui un processo sostenuto dalle Nazioni Unite sarebbe «dubbio». Di qui, la proposta di coinvolgere Paesi che avrebbero «una posizione indipendente» come Siria, Iran e Bolivia. Il ministero della Difesa russo ha poi lanciato un allarme: l’Ucraina starebbe pianificando «l’uso di agenti tossici nell’impianto di produzione di olio e grasso a Sloviansk, nell’oblast di Donetsk, per fare esplodere i contenitori di esano». Anche l’Ucraina sta esaminando 21.000 crimini di guerra che i russi avrebbero commesso dall’inizio dell’invasione. Mentre si cerca di dipanare l’intricata matassa, il presidente Volodymyr Zelensky appare sempre più solo. Proprio ieri ha proceduto a ulteriori epurazioni. Stavolta a farne le spese sono stati Ruslan Demchenko, primo segretario del consiglio nazionale di sicurezza e difesa dell’Ucraina e Grygoriy Galagan, sostituito da Viktor Khorenko nel ruolo di comandante delle forze speciali. Proprio sulla crescente debolezza dell’entourage di Zelensky sembra far leva il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov, dichiarando che la Russia «aiuterà il popolo ucraino a sbarazzarsi del regime antipopolare e antistorico di Kiev».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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