True
2022-07-26
Armare Kiev è una violazione del Trattato Ue
(Ansa)
È di pochi giorni fa la notizia che i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Unione europea hanno deciso un ennesimo invio di armi all’Ucraina, per un importo di circa 500 milioni di euro. L’annuncio è stato dato, con toni trionfalistici degni di miglior causa, da Joseph Borrel, alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza, il quale ha affermato che: «L’Ucraina ha bisogno di più armi e noi gliele forniremo e continueremo a sostenerla». La cosa ha avuto scarso risalto nei mezzi di comunicazione, dato che l’opinione pubblica europea si è ormai assuefatta, grazie all’intensa opera di propaganda a senso unico cui è stata sottoposta, all’idea che l’Unione europea debba «fare la sua parte» nel sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro la Russia e che questa «parte» debba necessariamente comprendere la fornitura di armi. Non sarebbe stato, infatti, possibile - si è insistentemente e da tutti affermato - che, a fronte dell’aggressione militare subita dall’Ucraina ad opera della Russia, l’Unione europea rimanesse inattiva e indifferente.
Nessuno si è però preoccupato, a quanto sembra, di chiedersi se tra il rimanere inattiva e indifferente ed il partecipare indirettamente alla guerra con l’invio di armi all’Ucraina non vi fosse, per l’Unione europea, una terza alternativa; quella, cioè, della mediazione, che sarebbe stata, anzi, da ritenere l’unica possibile, se si fosse voluto operare - come, in realtà, sarebbe stato doveroso - conformemente a quanto disposto dal Trattato istitutivo della stessa Unione. Questo, infatti, nel dettare le «disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione», indica, all’art. 21, comma II, lett. c), tra i fini di tale azione quello di «preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi ed ai principi della Carta delle Nazioni unite nonché ai principia dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne».
Ora, non occorre certo essere specialisti in diritto comunitario ed internazionale per rendersi conto che l’invio di armi ad un Paese belligerante, quali che siano le cause per le quali esso si trova in guerra, non risponde in alcun modo alle suddette finalità ma si pone, anzi, con esse in radicale contrasto. Da una tale condotta, infatti, può derivare soltanto un prolungamento della guerra, cui si aggiunge, necessariamente, anche il grave pericolo di una sua estensione. D’altra parte, l’obbligo dell’assistenza militare a carico di tutti gli Stati dell’Unione è previsto, dall’art. 42, comma 7, del Trattato, soltanto per il caso in cui sia stato uno di essi a subire «un’aggressione armata nel suo territorio»; il che non si verifica per l’Ucraina, giacché questa, com’è noto, non fa parte dell’Unione europea.
In realtà, quindi, già all’epoca in cui la guerra non era ancora scoppiata ma se ne avvertiva il pericolo, desumibile dal massiccio concentramento di truppe russe ai confini dell’Ucraina, l’Unione europea, se avesse voluto attenersi ai principi fissati nel Trattato istitutivo, avrebbe dovuto adoperare, magari per vie riservate, tutta la sua possibile influenza per far sì che le parti interessate, ciascuna delle quali portatrice di aspettative ed interessi non palesemente privi di un qualsiasi fondamento, raggiungessero un accordo onorevole che escludesse l’uso della forza. Non è detto che vi sarebbe riuscita, ma per lo meno, provandoci, avrebbe mostrato fedeltà a quei principi che, invece, ha preferito clamorosamente tradire per appiattirsi servilmente sulla posizione americana, dalla quale era più che prevedibile che sarebbe scaturita la decisione della Russia di dar luogo all’intervento militare. Il che non vale, naturalmente, a rendere quest’ultimo giustificato ma vale soltanto a sottrarlo alla sfera dell’astratto e legalistico moralismo per ricondurlo in quella della politica, nella quale più che in ogni altra vale l’aurea massima di Alessandro Manzoni (cap. I dei Promessi sposi), secondo cui: «La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro».
Ma ancora più grave è il distacco dai principi del Trattato istitutivo che l’Unione europea ha manifestato a guerra ormai scoppiata, schierandosi incondizionatamente con uno dei belligeranti e sostenendolo attivamente con l’aiuto militare, laddove quei principi avrebbero invece imposto la ricerca di ogni possibile e ragionevole soluzione negoziale del conflitto, da proporre anche mediante la prospettazione di vantaggiose contropartite a quella, tra le parti in causa, per le quali la soluzione negoziale potesse apparire più penalizzante. Il risultato è stato quello che l’Europa si è resa totalmente dipendente dalle decisioni di un personaggio quale l’attuale presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky e, dietro di lui, del presidente Usa Joe Biden, alla volontà del quale si deve far risalire, con ogni evidenza, l’abbandono, da parte del primo, dell’apparente disponibilità al compromesso pubblicamente e reiteratamente manifestata nei primi tempi successivi all’inizio delle ostilità. Per converso, il ruolo di possibile pacificatore è stato assunto, a scorno dell’Europa, da Recep Tayyit Erdogan, presidente della Turchia (che pure fa parte della Nato), il quale da tale assunzione trae visibilità e prestigio internazionale, tanto da far dimenticare la sua - diciamo - non perfetta adesione alle regole basilari della democrazia rappresentativa. Il che non deve né stupire né scandalizzare. Piaccia o non piaccia, la stragrande maggioranza dei comuni cittadini desidera, ben a ragione, la pace e preferisce, quindi, dar credito a un dittatore che operi, o dia la sensazione di operare, in favore della pace piuttosto che a capi democraticamente eletti i quali operino, senza neppure preoccuparsi di nasconderlo, in favore della prosecuzione della guerra.
Proseguono le «purghe» di Zelensky. Ora salta il capo delle forze speciali
Il Donestk continua ad essere l’obiettivo degli attacchi di Mosca che punta a «chiudere la partita» nel Donbass. Otto persone sono rimaste ferite negli attacchi sferrati nella regione e l’avanzata russa prosegue nell’est del Paese. Anche il sud è sotto attacco, in particolare Odessa, ma nonostante questo l’accordo sul grano siglato in Turchia dovrebbe «decollare» da domani. «Ci aspettiamo che l’accordo inizi a funzionare e che venga istituito un centro di coordinamento a Istanbul», ha confermato il ministro ucraino delle Infrastrutture Kubrakov, indicando appunto il 27 luglio come data della svolta.
Il ministro ha affermato che il principale ostacolo alla ripresa dei commerci è il rischio di bombardamenti russi. Mosca assicura invece che le esportazioni riprenderanno e che il raid a Odessa aveva solo obiettivi militari tanto che, a detta del ministro degli Esteri Lavrov, «sono stati distrutti una nave da guerra ucraina e un deposito di missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti a Kiev». Viste le incertezze sulla questione, i garanti dell’accordo - la Turchia e le Nazioni Unite - sono stati invitati da Kiev a svolgere il loro ruolo.
Sul punto, Lavrov ha spiegato che sarà una terza parte, insieme a Russia e Turchia, a garantire la sicurezza delle navi. «Secondo l’accordo di Istanbul, l’Ucraina sminerà i porti e lascerà partire le navi, mentre Russia, Turchia e un’altra parte che sarà determinata in seguito, le scorteranno verso il Bosforo», ha dichiarato il ministro russo. Le esportazioni sono ostacolate infatti, tra l’altro, dalla presenza di mine marine, posate dalle forze ucraine come difesa da assalti anfibi. Secondo il ministro ucraino delle infrastrutture Kubrakov, lo sminamento avverrà solo «nel corridoio necessario per le esportazioni».
In ogni caso, a quanto risulta, il porto di Chornomorsk sarà il primo a funzionare per il grano, seguito solo poi dal porto di Odessa e da quello di Pivdenny. Lo scontro tra Mosca e Kiev prosegue anche sul piano delle reciproche accuse di crimini. La Russia ha accusato 92 membri delle forze armate ucraine di crimini contro l’umanità e ha proposto un tribunale internazionale. Alexander Bastrykin, capo della commissione investigativa russa, ha dichiarato che sono state avviate più di 1.300 indagini penali. Bastrykin ha accusato l’Occidente di sponsorizzare il «nazionalismo ucraino», per cui un processo sostenuto dalle Nazioni Unite sarebbe «dubbio».
Di qui, la proposta di coinvolgere Paesi che avrebbero «una posizione indipendente» come Siria, Iran e Bolivia. Il ministero della Difesa russo ha poi lanciato un allarme: l’Ucraina starebbe pianificando «l’uso di agenti tossici nell’impianto di produzione di olio e grasso a Sloviansk, nell’oblast di Donetsk, per fare esplodere i contenitori di esano». Anche l’Ucraina sta esaminando 21.000 crimini di guerra che i russi avrebbero commesso dall’inizio dell’invasione. Mentre si cerca di dipanare l’intricata matassa, il presidente Volodymyr Zelensky appare sempre più solo.
Proprio ieri ha proceduto a ulteriori epurazioni. Stavolta a farne le spese sono stati Ruslan Demchenko, primo segretario del consiglio nazionale di sicurezza e difesa dell’Ucraina e Grygoriy Galagan, sostituito da Viktor Khorenko nel ruolo di comandante delle forze speciali. Proprio sulla crescente debolezza dell’entourage di Zelensky sembra far leva il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov, dichiarando che la Russia «aiuterà il popolo ucraino a sbarazzarsi del regime antipopolare e antistorico di Kiev».
Continua a leggereRiduci
Il corpus istitutivo dell’Unione prevede, all’articolo 21, l’obiettivo di «preservare la pace e prevenire i conflitti». Inoltre, l’articolo 42 dice chiaramente che l’intervento bellico serve solo in difesa di un Paese membro. Tutto il contrario di quanto sta facendo Bruxelles.Domani potrebbe iniziare a funzionare l’accordo sul grano. Bombe russe sul Donetsk.Lo speciale contiene due articoli. È di pochi giorni fa la notizia che i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Unione europea hanno deciso un ennesimo invio di armi all’Ucraina, per un importo di circa 500 milioni di euro. L’annuncio è stato dato, con toni trionfalistici degni di miglior causa, da Joseph Borrel, alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza, il quale ha affermato che: «L’Ucraina ha bisogno di più armi e noi gliele forniremo e continueremo a sostenerla». La cosa ha avuto scarso risalto nei mezzi di comunicazione, dato che l’opinione pubblica europea si è ormai assuefatta, grazie all’intensa opera di propaganda a senso unico cui è stata sottoposta, all’idea che l’Unione europea debba «fare la sua parte» nel sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro la Russia e che questa «parte» debba necessariamente comprendere la fornitura di armi. Non sarebbe stato, infatti, possibile - si è insistentemente e da tutti affermato - che, a fronte dell’aggressione militare subita dall’Ucraina ad opera della Russia, l’Unione europea rimanesse inattiva e indifferente. Nessuno si è però preoccupato, a quanto sembra, di chiedersi se tra il rimanere inattiva e indifferente ed il partecipare indirettamente alla guerra con l’invio di armi all’Ucraina non vi fosse, per l’Unione europea, una terza alternativa; quella, cioè, della mediazione, che sarebbe stata, anzi, da ritenere l’unica possibile, se si fosse voluto operare - come, in realtà, sarebbe stato doveroso - conformemente a quanto disposto dal Trattato istitutivo della stessa Unione. Questo, infatti, nel dettare le «disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione», indica, all’art. 21, comma II, lett. c), tra i fini di tale azione quello di «preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi ed ai principi della Carta delle Nazioni unite nonché ai principia dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne». Ora, non occorre certo essere specialisti in diritto comunitario ed internazionale per rendersi conto che l’invio di armi ad un Paese belligerante, quali che siano le cause per le quali esso si trova in guerra, non risponde in alcun modo alle suddette finalità ma si pone, anzi, con esse in radicale contrasto. Da una tale condotta, infatti, può derivare soltanto un prolungamento della guerra, cui si aggiunge, necessariamente, anche il grave pericolo di una sua estensione. D’altra parte, l’obbligo dell’assistenza militare a carico di tutti gli Stati dell’Unione è previsto, dall’art. 42, comma 7, del Trattato, soltanto per il caso in cui sia stato uno di essi a subire «un’aggressione armata nel suo territorio»; il che non si verifica per l’Ucraina, giacché questa, com’è noto, non fa parte dell’Unione europea. In realtà, quindi, già all’epoca in cui la guerra non era ancora scoppiata ma se ne avvertiva il pericolo, desumibile dal massiccio concentramento di truppe russe ai confini dell’Ucraina, l’Unione europea, se avesse voluto attenersi ai principi fissati nel Trattato istitutivo, avrebbe dovuto adoperare, magari per vie riservate, tutta la sua possibile influenza per far sì che le parti interessate, ciascuna delle quali portatrice di aspettative ed interessi non palesemente privi di un qualsiasi fondamento, raggiungessero un accordo onorevole che escludesse l’uso della forza. Non è detto che vi sarebbe riuscita, ma per lo meno, provandoci, avrebbe mostrato fedeltà a quei principi che, invece, ha preferito clamorosamente tradire per appiattirsi servilmente sulla posizione americana, dalla quale era più che prevedibile che sarebbe scaturita la decisione della Russia di dar luogo all’intervento militare. Il che non vale, naturalmente, a rendere quest’ultimo giustificato ma vale soltanto a sottrarlo alla sfera dell’astratto e legalistico moralismo per ricondurlo in quella della politica, nella quale più che in ogni altra vale l’aurea massima di Alessandro Manzoni (cap. I dei Promessi sposi), secondo cui: «La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro». Ma ancora più grave è il distacco dai principi del Trattato istitutivo che l’Unione europea ha manifestato a guerra ormai scoppiata, schierandosi incondizionatamente con uno dei belligeranti e sostenendolo attivamente con l’aiuto militare, laddove quei principi avrebbero invece imposto la ricerca di ogni possibile e ragionevole soluzione negoziale del conflitto, da proporre anche mediante la prospettazione di vantaggiose contropartite a quella, tra le parti in causa, per le quali la soluzione negoziale potesse apparire più penalizzante. Il risultato è stato quello che l’Europa si è resa totalmente dipendente dalle decisioni di un personaggio quale l’attuale presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky e, dietro di lui, del presidente Usa Joe Biden, alla volontà del quale si deve far risalire, con ogni evidenza, l’abbandono, da parte del primo, dell’apparente disponibilità al compromesso pubblicamente e reiteratamente manifestata nei primi tempi successivi all’inizio delle ostilità. Per converso, il ruolo di possibile pacificatore è stato assunto, a scorno dell’Europa, da Recep Tayyit Erdogan, presidente della Turchia (che pure fa parte della Nato), il quale da tale assunzione trae visibilità e prestigio internazionale, tanto da far dimenticare la sua - diciamo - non perfetta adesione alle regole basilari della democrazia rappresentativa. Il che non deve né stupire né scandalizzare. Piaccia o non piaccia, la stragrande maggioranza dei comuni cittadini desidera, ben a ragione, la pace e preferisce, quindi, dar credito a un dittatore che operi, o dia la sensazione di operare, in favore della pace piuttosto che a capi democraticamente eletti i quali operino, senza neppure preoccuparsi di nasconderlo, in favore della prosecuzione della guerra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armare-kiev-e-una-violazione-del-trattato-ue-2657733556.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="proseguono-le-purghe-di-zelensky-ora-salta-il-capo-delle-forze-speciali" data-post-id="2657733556" data-published-at="1658842424" data-use-pagination="False"> Proseguono le «purghe» di Zelensky. Ora salta il capo delle forze speciali Il Donestk continua ad essere l’obiettivo degli attacchi di Mosca che punta a «chiudere la partita» nel Donbass. Otto persone sono rimaste ferite negli attacchi sferrati nella regione e l’avanzata russa prosegue nell’est del Paese. Anche il sud è sotto attacco, in particolare Odessa, ma nonostante questo l’accordo sul grano siglato in Turchia dovrebbe «decollare» da domani. «Ci aspettiamo che l’accordo inizi a funzionare e che venga istituito un centro di coordinamento a Istanbul», ha confermato il ministro ucraino delle Infrastrutture Kubrakov, indicando appunto il 27 luglio come data della svolta. Il ministro ha affermato che il principale ostacolo alla ripresa dei commerci è il rischio di bombardamenti russi. Mosca assicura invece che le esportazioni riprenderanno e che il raid a Odessa aveva solo obiettivi militari tanto che, a detta del ministro degli Esteri Lavrov, «sono stati distrutti una nave da guerra ucraina e un deposito di missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti a Kiev». Viste le incertezze sulla questione, i garanti dell’accordo - la Turchia e le Nazioni Unite - sono stati invitati da Kiev a svolgere il loro ruolo. Sul punto, Lavrov ha spiegato che sarà una terza parte, insieme a Russia e Turchia, a garantire la sicurezza delle navi. «Secondo l’accordo di Istanbul, l’Ucraina sminerà i porti e lascerà partire le navi, mentre Russia, Turchia e un’altra parte che sarà determinata in seguito, le scorteranno verso il Bosforo», ha dichiarato il ministro russo. Le esportazioni sono ostacolate infatti, tra l’altro, dalla presenza di mine marine, posate dalle forze ucraine come difesa da assalti anfibi. Secondo il ministro ucraino delle infrastrutture Kubrakov, lo sminamento avverrà solo «nel corridoio necessario per le esportazioni». In ogni caso, a quanto risulta, il porto di Chornomorsk sarà il primo a funzionare per il grano, seguito solo poi dal porto di Odessa e da quello di Pivdenny. Lo scontro tra Mosca e Kiev prosegue anche sul piano delle reciproche accuse di crimini. La Russia ha accusato 92 membri delle forze armate ucraine di crimini contro l’umanità e ha proposto un tribunale internazionale. Alexander Bastrykin, capo della commissione investigativa russa, ha dichiarato che sono state avviate più di 1.300 indagini penali. Bastrykin ha accusato l’Occidente di sponsorizzare il «nazionalismo ucraino», per cui un processo sostenuto dalle Nazioni Unite sarebbe «dubbio». Di qui, la proposta di coinvolgere Paesi che avrebbero «una posizione indipendente» come Siria, Iran e Bolivia. Il ministero della Difesa russo ha poi lanciato un allarme: l’Ucraina starebbe pianificando «l’uso di agenti tossici nell’impianto di produzione di olio e grasso a Sloviansk, nell’oblast di Donetsk, per fare esplodere i contenitori di esano». Anche l’Ucraina sta esaminando 21.000 crimini di guerra che i russi avrebbero commesso dall’inizio dell’invasione. Mentre si cerca di dipanare l’intricata matassa, il presidente Volodymyr Zelensky appare sempre più solo. Proprio ieri ha proceduto a ulteriori epurazioni. Stavolta a farne le spese sono stati Ruslan Demchenko, primo segretario del consiglio nazionale di sicurezza e difesa dell’Ucraina e Grygoriy Galagan, sostituito da Viktor Khorenko nel ruolo di comandante delle forze speciali. Proprio sulla crescente debolezza dell’entourage di Zelensky sembra far leva il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov, dichiarando che la Russia «aiuterà il popolo ucraino a sbarazzarsi del regime antipopolare e antistorico di Kiev».
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
Continua a leggereRiduci
Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
Continua a leggereRiduci
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
Continua a leggereRiduci