True
2022-07-26
Armare Kiev è una violazione del Trattato Ue
(Ansa)
È di pochi giorni fa la notizia che i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Unione europea hanno deciso un ennesimo invio di armi all’Ucraina, per un importo di circa 500 milioni di euro. L’annuncio è stato dato, con toni trionfalistici degni di miglior causa, da Joseph Borrel, alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza, il quale ha affermato che: «L’Ucraina ha bisogno di più armi e noi gliele forniremo e continueremo a sostenerla». La cosa ha avuto scarso risalto nei mezzi di comunicazione, dato che l’opinione pubblica europea si è ormai assuefatta, grazie all’intensa opera di propaganda a senso unico cui è stata sottoposta, all’idea che l’Unione europea debba «fare la sua parte» nel sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro la Russia e che questa «parte» debba necessariamente comprendere la fornitura di armi. Non sarebbe stato, infatti, possibile - si è insistentemente e da tutti affermato - che, a fronte dell’aggressione militare subita dall’Ucraina ad opera della Russia, l’Unione europea rimanesse inattiva e indifferente.
Nessuno si è però preoccupato, a quanto sembra, di chiedersi se tra il rimanere inattiva e indifferente ed il partecipare indirettamente alla guerra con l’invio di armi all’Ucraina non vi fosse, per l’Unione europea, una terza alternativa; quella, cioè, della mediazione, che sarebbe stata, anzi, da ritenere l’unica possibile, se si fosse voluto operare - come, in realtà, sarebbe stato doveroso - conformemente a quanto disposto dal Trattato istitutivo della stessa Unione. Questo, infatti, nel dettare le «disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione», indica, all’art. 21, comma II, lett. c), tra i fini di tale azione quello di «preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi ed ai principi della Carta delle Nazioni unite nonché ai principia dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne».
Ora, non occorre certo essere specialisti in diritto comunitario ed internazionale per rendersi conto che l’invio di armi ad un Paese belligerante, quali che siano le cause per le quali esso si trova in guerra, non risponde in alcun modo alle suddette finalità ma si pone, anzi, con esse in radicale contrasto. Da una tale condotta, infatti, può derivare soltanto un prolungamento della guerra, cui si aggiunge, necessariamente, anche il grave pericolo di una sua estensione. D’altra parte, l’obbligo dell’assistenza militare a carico di tutti gli Stati dell’Unione è previsto, dall’art. 42, comma 7, del Trattato, soltanto per il caso in cui sia stato uno di essi a subire «un’aggressione armata nel suo territorio»; il che non si verifica per l’Ucraina, giacché questa, com’è noto, non fa parte dell’Unione europea.
In realtà, quindi, già all’epoca in cui la guerra non era ancora scoppiata ma se ne avvertiva il pericolo, desumibile dal massiccio concentramento di truppe russe ai confini dell’Ucraina, l’Unione europea, se avesse voluto attenersi ai principi fissati nel Trattato istitutivo, avrebbe dovuto adoperare, magari per vie riservate, tutta la sua possibile influenza per far sì che le parti interessate, ciascuna delle quali portatrice di aspettative ed interessi non palesemente privi di un qualsiasi fondamento, raggiungessero un accordo onorevole che escludesse l’uso della forza. Non è detto che vi sarebbe riuscita, ma per lo meno, provandoci, avrebbe mostrato fedeltà a quei principi che, invece, ha preferito clamorosamente tradire per appiattirsi servilmente sulla posizione americana, dalla quale era più che prevedibile che sarebbe scaturita la decisione della Russia di dar luogo all’intervento militare. Il che non vale, naturalmente, a rendere quest’ultimo giustificato ma vale soltanto a sottrarlo alla sfera dell’astratto e legalistico moralismo per ricondurlo in quella della politica, nella quale più che in ogni altra vale l’aurea massima di Alessandro Manzoni (cap. I dei Promessi sposi), secondo cui: «La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro».
Ma ancora più grave è il distacco dai principi del Trattato istitutivo che l’Unione europea ha manifestato a guerra ormai scoppiata, schierandosi incondizionatamente con uno dei belligeranti e sostenendolo attivamente con l’aiuto militare, laddove quei principi avrebbero invece imposto la ricerca di ogni possibile e ragionevole soluzione negoziale del conflitto, da proporre anche mediante la prospettazione di vantaggiose contropartite a quella, tra le parti in causa, per le quali la soluzione negoziale potesse apparire più penalizzante. Il risultato è stato quello che l’Europa si è resa totalmente dipendente dalle decisioni di un personaggio quale l’attuale presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky e, dietro di lui, del presidente Usa Joe Biden, alla volontà del quale si deve far risalire, con ogni evidenza, l’abbandono, da parte del primo, dell’apparente disponibilità al compromesso pubblicamente e reiteratamente manifestata nei primi tempi successivi all’inizio delle ostilità. Per converso, il ruolo di possibile pacificatore è stato assunto, a scorno dell’Europa, da Recep Tayyit Erdogan, presidente della Turchia (che pure fa parte della Nato), il quale da tale assunzione trae visibilità e prestigio internazionale, tanto da far dimenticare la sua - diciamo - non perfetta adesione alle regole basilari della democrazia rappresentativa. Il che non deve né stupire né scandalizzare. Piaccia o non piaccia, la stragrande maggioranza dei comuni cittadini desidera, ben a ragione, la pace e preferisce, quindi, dar credito a un dittatore che operi, o dia la sensazione di operare, in favore della pace piuttosto che a capi democraticamente eletti i quali operino, senza neppure preoccuparsi di nasconderlo, in favore della prosecuzione della guerra.
Proseguono le «purghe» di Zelensky. Ora salta il capo delle forze speciali
Il Donestk continua ad essere l’obiettivo degli attacchi di Mosca che punta a «chiudere la partita» nel Donbass. Otto persone sono rimaste ferite negli attacchi sferrati nella regione e l’avanzata russa prosegue nell’est del Paese. Anche il sud è sotto attacco, in particolare Odessa, ma nonostante questo l’accordo sul grano siglato in Turchia dovrebbe «decollare» da domani. «Ci aspettiamo che l’accordo inizi a funzionare e che venga istituito un centro di coordinamento a Istanbul», ha confermato il ministro ucraino delle Infrastrutture Kubrakov, indicando appunto il 27 luglio come data della svolta.
Il ministro ha affermato che il principale ostacolo alla ripresa dei commerci è il rischio di bombardamenti russi. Mosca assicura invece che le esportazioni riprenderanno e che il raid a Odessa aveva solo obiettivi militari tanto che, a detta del ministro degli Esteri Lavrov, «sono stati distrutti una nave da guerra ucraina e un deposito di missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti a Kiev». Viste le incertezze sulla questione, i garanti dell’accordo - la Turchia e le Nazioni Unite - sono stati invitati da Kiev a svolgere il loro ruolo.
Sul punto, Lavrov ha spiegato che sarà una terza parte, insieme a Russia e Turchia, a garantire la sicurezza delle navi. «Secondo l’accordo di Istanbul, l’Ucraina sminerà i porti e lascerà partire le navi, mentre Russia, Turchia e un’altra parte che sarà determinata in seguito, le scorteranno verso il Bosforo», ha dichiarato il ministro russo. Le esportazioni sono ostacolate infatti, tra l’altro, dalla presenza di mine marine, posate dalle forze ucraine come difesa da assalti anfibi. Secondo il ministro ucraino delle infrastrutture Kubrakov, lo sminamento avverrà solo «nel corridoio necessario per le esportazioni».
In ogni caso, a quanto risulta, il porto di Chornomorsk sarà il primo a funzionare per il grano, seguito solo poi dal porto di Odessa e da quello di Pivdenny. Lo scontro tra Mosca e Kiev prosegue anche sul piano delle reciproche accuse di crimini. La Russia ha accusato 92 membri delle forze armate ucraine di crimini contro l’umanità e ha proposto un tribunale internazionale. Alexander Bastrykin, capo della commissione investigativa russa, ha dichiarato che sono state avviate più di 1.300 indagini penali. Bastrykin ha accusato l’Occidente di sponsorizzare il «nazionalismo ucraino», per cui un processo sostenuto dalle Nazioni Unite sarebbe «dubbio».
Di qui, la proposta di coinvolgere Paesi che avrebbero «una posizione indipendente» come Siria, Iran e Bolivia. Il ministero della Difesa russo ha poi lanciato un allarme: l’Ucraina starebbe pianificando «l’uso di agenti tossici nell’impianto di produzione di olio e grasso a Sloviansk, nell’oblast di Donetsk, per fare esplodere i contenitori di esano». Anche l’Ucraina sta esaminando 21.000 crimini di guerra che i russi avrebbero commesso dall’inizio dell’invasione. Mentre si cerca di dipanare l’intricata matassa, il presidente Volodymyr Zelensky appare sempre più solo.
Proprio ieri ha proceduto a ulteriori epurazioni. Stavolta a farne le spese sono stati Ruslan Demchenko, primo segretario del consiglio nazionale di sicurezza e difesa dell’Ucraina e Grygoriy Galagan, sostituito da Viktor Khorenko nel ruolo di comandante delle forze speciali. Proprio sulla crescente debolezza dell’entourage di Zelensky sembra far leva il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov, dichiarando che la Russia «aiuterà il popolo ucraino a sbarazzarsi del regime antipopolare e antistorico di Kiev».
Continua a leggereRiduci
Il corpus istitutivo dell’Unione prevede, all’articolo 21, l’obiettivo di «preservare la pace e prevenire i conflitti». Inoltre, l’articolo 42 dice chiaramente che l’intervento bellico serve solo in difesa di un Paese membro. Tutto il contrario di quanto sta facendo Bruxelles.Domani potrebbe iniziare a funzionare l’accordo sul grano. Bombe russe sul Donetsk.Lo speciale contiene due articoli. È di pochi giorni fa la notizia che i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Unione europea hanno deciso un ennesimo invio di armi all’Ucraina, per un importo di circa 500 milioni di euro. L’annuncio è stato dato, con toni trionfalistici degni di miglior causa, da Joseph Borrel, alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza, il quale ha affermato che: «L’Ucraina ha bisogno di più armi e noi gliele forniremo e continueremo a sostenerla». La cosa ha avuto scarso risalto nei mezzi di comunicazione, dato che l’opinione pubblica europea si è ormai assuefatta, grazie all’intensa opera di propaganda a senso unico cui è stata sottoposta, all’idea che l’Unione europea debba «fare la sua parte» nel sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro la Russia e che questa «parte» debba necessariamente comprendere la fornitura di armi. Non sarebbe stato, infatti, possibile - si è insistentemente e da tutti affermato - che, a fronte dell’aggressione militare subita dall’Ucraina ad opera della Russia, l’Unione europea rimanesse inattiva e indifferente. Nessuno si è però preoccupato, a quanto sembra, di chiedersi se tra il rimanere inattiva e indifferente ed il partecipare indirettamente alla guerra con l’invio di armi all’Ucraina non vi fosse, per l’Unione europea, una terza alternativa; quella, cioè, della mediazione, che sarebbe stata, anzi, da ritenere l’unica possibile, se si fosse voluto operare - come, in realtà, sarebbe stato doveroso - conformemente a quanto disposto dal Trattato istitutivo della stessa Unione. Questo, infatti, nel dettare le «disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione», indica, all’art. 21, comma II, lett. c), tra i fini di tale azione quello di «preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi ed ai principi della Carta delle Nazioni unite nonché ai principia dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne». Ora, non occorre certo essere specialisti in diritto comunitario ed internazionale per rendersi conto che l’invio di armi ad un Paese belligerante, quali che siano le cause per le quali esso si trova in guerra, non risponde in alcun modo alle suddette finalità ma si pone, anzi, con esse in radicale contrasto. Da una tale condotta, infatti, può derivare soltanto un prolungamento della guerra, cui si aggiunge, necessariamente, anche il grave pericolo di una sua estensione. D’altra parte, l’obbligo dell’assistenza militare a carico di tutti gli Stati dell’Unione è previsto, dall’art. 42, comma 7, del Trattato, soltanto per il caso in cui sia stato uno di essi a subire «un’aggressione armata nel suo territorio»; il che non si verifica per l’Ucraina, giacché questa, com’è noto, non fa parte dell’Unione europea. In realtà, quindi, già all’epoca in cui la guerra non era ancora scoppiata ma se ne avvertiva il pericolo, desumibile dal massiccio concentramento di truppe russe ai confini dell’Ucraina, l’Unione europea, se avesse voluto attenersi ai principi fissati nel Trattato istitutivo, avrebbe dovuto adoperare, magari per vie riservate, tutta la sua possibile influenza per far sì che le parti interessate, ciascuna delle quali portatrice di aspettative ed interessi non palesemente privi di un qualsiasi fondamento, raggiungessero un accordo onorevole che escludesse l’uso della forza. Non è detto che vi sarebbe riuscita, ma per lo meno, provandoci, avrebbe mostrato fedeltà a quei principi che, invece, ha preferito clamorosamente tradire per appiattirsi servilmente sulla posizione americana, dalla quale era più che prevedibile che sarebbe scaturita la decisione della Russia di dar luogo all’intervento militare. Il che non vale, naturalmente, a rendere quest’ultimo giustificato ma vale soltanto a sottrarlo alla sfera dell’astratto e legalistico moralismo per ricondurlo in quella della politica, nella quale più che in ogni altra vale l’aurea massima di Alessandro Manzoni (cap. I dei Promessi sposi), secondo cui: «La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro». Ma ancora più grave è il distacco dai principi del Trattato istitutivo che l’Unione europea ha manifestato a guerra ormai scoppiata, schierandosi incondizionatamente con uno dei belligeranti e sostenendolo attivamente con l’aiuto militare, laddove quei principi avrebbero invece imposto la ricerca di ogni possibile e ragionevole soluzione negoziale del conflitto, da proporre anche mediante la prospettazione di vantaggiose contropartite a quella, tra le parti in causa, per le quali la soluzione negoziale potesse apparire più penalizzante. Il risultato è stato quello che l’Europa si è resa totalmente dipendente dalle decisioni di un personaggio quale l’attuale presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky e, dietro di lui, del presidente Usa Joe Biden, alla volontà del quale si deve far risalire, con ogni evidenza, l’abbandono, da parte del primo, dell’apparente disponibilità al compromesso pubblicamente e reiteratamente manifestata nei primi tempi successivi all’inizio delle ostilità. Per converso, il ruolo di possibile pacificatore è stato assunto, a scorno dell’Europa, da Recep Tayyit Erdogan, presidente della Turchia (che pure fa parte della Nato), il quale da tale assunzione trae visibilità e prestigio internazionale, tanto da far dimenticare la sua - diciamo - non perfetta adesione alle regole basilari della democrazia rappresentativa. Il che non deve né stupire né scandalizzare. Piaccia o non piaccia, la stragrande maggioranza dei comuni cittadini desidera, ben a ragione, la pace e preferisce, quindi, dar credito a un dittatore che operi, o dia la sensazione di operare, in favore della pace piuttosto che a capi democraticamente eletti i quali operino, senza neppure preoccuparsi di nasconderlo, in favore della prosecuzione della guerra. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armare-kiev-e-una-violazione-del-trattato-ue-2657733556.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="proseguono-le-purghe-di-zelensky-ora-salta-il-capo-delle-forze-speciali" data-post-id="2657733556" data-published-at="1658842424" data-use-pagination="False"> Proseguono le «purghe» di Zelensky. Ora salta il capo delle forze speciali Il Donestk continua ad essere l’obiettivo degli attacchi di Mosca che punta a «chiudere la partita» nel Donbass. Otto persone sono rimaste ferite negli attacchi sferrati nella regione e l’avanzata russa prosegue nell’est del Paese. Anche il sud è sotto attacco, in particolare Odessa, ma nonostante questo l’accordo sul grano siglato in Turchia dovrebbe «decollare» da domani. «Ci aspettiamo che l’accordo inizi a funzionare e che venga istituito un centro di coordinamento a Istanbul», ha confermato il ministro ucraino delle Infrastrutture Kubrakov, indicando appunto il 27 luglio come data della svolta. Il ministro ha affermato che il principale ostacolo alla ripresa dei commerci è il rischio di bombardamenti russi. Mosca assicura invece che le esportazioni riprenderanno e che il raid a Odessa aveva solo obiettivi militari tanto che, a detta del ministro degli Esteri Lavrov, «sono stati distrutti una nave da guerra ucraina e un deposito di missili Harpoon forniti dagli Stati Uniti a Kiev». Viste le incertezze sulla questione, i garanti dell’accordo - la Turchia e le Nazioni Unite - sono stati invitati da Kiev a svolgere il loro ruolo. Sul punto, Lavrov ha spiegato che sarà una terza parte, insieme a Russia e Turchia, a garantire la sicurezza delle navi. «Secondo l’accordo di Istanbul, l’Ucraina sminerà i porti e lascerà partire le navi, mentre Russia, Turchia e un’altra parte che sarà determinata in seguito, le scorteranno verso il Bosforo», ha dichiarato il ministro russo. Le esportazioni sono ostacolate infatti, tra l’altro, dalla presenza di mine marine, posate dalle forze ucraine come difesa da assalti anfibi. Secondo il ministro ucraino delle infrastrutture Kubrakov, lo sminamento avverrà solo «nel corridoio necessario per le esportazioni». In ogni caso, a quanto risulta, il porto di Chornomorsk sarà il primo a funzionare per il grano, seguito solo poi dal porto di Odessa e da quello di Pivdenny. Lo scontro tra Mosca e Kiev prosegue anche sul piano delle reciproche accuse di crimini. La Russia ha accusato 92 membri delle forze armate ucraine di crimini contro l’umanità e ha proposto un tribunale internazionale. Alexander Bastrykin, capo della commissione investigativa russa, ha dichiarato che sono state avviate più di 1.300 indagini penali. Bastrykin ha accusato l’Occidente di sponsorizzare il «nazionalismo ucraino», per cui un processo sostenuto dalle Nazioni Unite sarebbe «dubbio». Di qui, la proposta di coinvolgere Paesi che avrebbero «una posizione indipendente» come Siria, Iran e Bolivia. Il ministero della Difesa russo ha poi lanciato un allarme: l’Ucraina starebbe pianificando «l’uso di agenti tossici nell’impianto di produzione di olio e grasso a Sloviansk, nell’oblast di Donetsk, per fare esplodere i contenitori di esano». Anche l’Ucraina sta esaminando 21.000 crimini di guerra che i russi avrebbero commesso dall’inizio dell’invasione. Mentre si cerca di dipanare l’intricata matassa, il presidente Volodymyr Zelensky appare sempre più solo. Proprio ieri ha proceduto a ulteriori epurazioni. Stavolta a farne le spese sono stati Ruslan Demchenko, primo segretario del consiglio nazionale di sicurezza e difesa dell’Ucraina e Grygoriy Galagan, sostituito da Viktor Khorenko nel ruolo di comandante delle forze speciali. Proprio sulla crescente debolezza dell’entourage di Zelensky sembra far leva il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov, dichiarando che la Russia «aiuterà il popolo ucraino a sbarazzarsi del regime antipopolare e antistorico di Kiev».
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci
Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
Continua a leggereRiduci