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2023-04-25
Arbitri stizziti per la grazia a Lukaku: «Cartellini sempre a chi fa come lui»
Romelu Lukaku (Ansa)
Il buonismo del calcio italiano s’infila in un vicolo cieco chiamato Romelu Lukaku. La grazia concessa al centravanti dell’Inter, che aveva zittito il pubblico juventino dopo aver trasformato il rigore del pareggio, pare che non sia destinata a fare scuola. Il presidente degli arbitri, Carlo Pacifici, ieri ha spiegato che gli insulti razzisti subiti in precedenza non contano: il giocatore che va sotto la curva avversaria a provocare i tifosi sarà ammonito, come da regolamento. Forse a questo punto converrebbe avere il coraggio di cambiare le regole, oppure dovremo assistere ad altri interventi straordinari del presidente della Figc Gabriele Gravina di fronte a casi simili. E comunque, se si voleva la conferma che non è con la fuffa zuccherosa dei Gravina che si risolve il problema del razzismo negli stadi, ecco che ieri si è mossa la Questura di Torino, che ha annunciato ben 171 Daspo nei confronti di tifosi della Juventus per i cori razzisti durante la semifinale di andata di Coppa Italia.
Lo strappo di Gravina era stato uno spot a costo zero, almeno nelle intenzioni del presidente della Federazione, sul fronte della lotta al razzismo. Dopo il gol del pareggio, Lukaku si era rivolto ai tifosi della Juve, che lo avevano insultato per tutta la partita con cori razzisti, portandosi il dito indice alla bocca. Una provocazione esplicitamente vietata dal regolamento di gioco e che ha portato l’arbitro Davide Massa a estrarre il cartellino giallo e poi a espellere il campione belga per doppia ammonizione. Il tutto con l’effetto di produrre anche la squalifica di una giornata da scontare nella gara di ritorno, prevista a Milano per domani. Qui ha ritenuto di intervenire il presidente Gravina, che ha tolto la squalifica a Lukaku usando un potere di grazia «in via eccezionale e straordinaria». Le motivazioni sono contenute in una nota ufficiale della Figc: «È emerso in maniera inequivocabile dalla relazione della procura federale che il suddetto calciatore è stato fatto oggetto, in più occasioni, di gravi, ripetute e deprecabili manifestazioni di odio e discriminazione razziale tali da poter giustificare comportamenti formalmente non regolamentari e come tali valutati dal direttore di gara». Non solo, ma l’idea di graziare Lukaku è stata presa con un preciso intento politico, «ritenuto che il principio della lotta ad ogni forma di razzismo costituisce uno dei principi fondanti dell’ordinamento sportivo, nella sua dimensione internazionale e nazionale». Bellissime parole, per carità. Peccato che con questa decisione si è consentito a un tesserato di violare le regole e di farla franca poiché è un giocatore di colore, il che è una forma di razzismo involontario. Senza contare il fatto che adesso bisognerà vedere come si comporterà la Figc in casi simili che riguardassero giocatori slavi, chiamati «zingari», o napoletani, chiamati «terroni» e via insultando. Di sicuro, gli arbitri non sembrano al momento disposti a far finta di niente, a meno di eccessi di zelo. Ieri il nuovo presidente dell’Aia, Carlo Pacifici, ha escluso che d’ora in poi ci siano valutazioni accondiscendenti nei confronti di esultanze polemiche alla Lukaku. «La grazia è una prerogativa del presidente federale. Da parte nostra non cambia nulla, continueremo a prendere le decisioni secondo quelle che sono le regole in atto e chi andrà a zittire il pubblico dopo esser stato insultato sarà ammonito, come prevede il regolamento».
A parte il fatto che i giocatori sono pagati profumatamente anche per essere dei professionisti capaci di alzare le spalle di fronte agli insulti, senza scatenare risse e violenze, resta il fatto che la decisione di Gravina è un precedente che peserà e purtroppo non servirà molto tempo per vedere se il giochetto della grazia verrà applicato a tutti i calciatori che provocano il pubblico dopo esser stati insultati. A voler entrare nella logica del presidente, forse tanto varrebbe avere il coraggio di cambiare il regolamento e introdurre una specie di scriminante per il giocatore insultato. Sarebbe sempre un rimedio vuoto e un po’ ipocrita, ma almeno sarebbe più equo perché varrebbe per tutti. Gravina però, su Lukaku voleva dare un segnale forte anche a livello internazionale e forse sulla grazia-spot ha pesato anche la candidatura dell’Italia a ospitare gli Euro 2032. Chi invece ha badato al sodo è la Questura di Torino, che per i fatti della sera del 4 aprile punirà cori razzisti e ululati juventini con 171 Daspo, in gran parte diretti a tifosi che erano nel primo anello della Curva Sud. Sono in corso accertamenti anche sui tifosi dell’Inter che hanno intonato un coro «Liverpool, Liverpool» con riferimento alla tragedia dell’Heysel. In attesa del prossimo caso Lukaku (e di come verrà trattato), va segnalato un altro problema non da poco.
Domani sera c’è la partita di ritorno a San Siro contro la Juventus e se il centravanti in campo per grazia presidenziale dovesse segnare, e magari risultare decisivo per il passaggio del turno, chissà che cosa direbbero i sostenitori bianconeri. C’è solo da sperare che Lukaku non faccia altri gesti.
Lega divisa: la radio sul calcio a Rds
Il nome era dato per scontato: inizialmente nella gara per affiancare la Serie A nella realizzazione del nuovo canale radio c’erano tre gruppi: Rtl (edita da Rtl 102.5 Hit Radio) Rds (Radio Dimensione Suono) e il gruppo Triboo (editore fra l’altro di Radio Nerazzurra). Poi, dopo un primo processo di selezione i partner in corsa sono rimasti due: Rds e Triboo. E alla fine, come ampiamente previsto, ha prevalso la prima. Non altrettanto scontato però era lo schieramento delle squadre, soprattutto top, della massima serie del campionato di calcio. Avrebbero detto sì al progetto? La divisione, nell’aria da tempo, ha portato, secondo quanto risulta alla Verità al voto contrario di alcune big. Tra queste in particolare Roma, Milan, Fiorentina, Juve e Napoli. Se si va a vedere la classifica a oggi: prima, terza, quarta e quinta del campionato. Ma quella della radio non era l’unica decisione da prendere. L’altro piatto forte dell’assemblea riguardava infatti il tema dei fondi e delle banche. In ballo ci sono una decina di offerte che variano molto sia per l’entità economica che per la struttura. Da una parte quelle dei fondi: si sono già mossi i private equity come Apollo, Apax, Carlyle, Three Hills Capital Partners, Searchlight e buon ultimo Oaktree (che ha giù un prestito in ballo con l’Inter) che secondo quanto riferito dalla Reuters ha messo sul piatto 1,75 miliardi di dollari per il 5% della newco. Dall’altra ci sono le banche Citi, Goldman Sachs, JPMorgan, Barclays e Jefferies. I primi chiederebbero di avere un ruolo anche nella futura governance dei diritti televisivi, le seconde invece sarebbero attive con un ruolo solo finanziario. La Lega ha deciso di nominare con un processo ben definito una società esterna con il compito di valutare queste offerte. Ieri, infatti, c’è stata la prima scrematura rispetto alle proposte di 10 advisor chiamati in causa. Nella short list sono rimasti in sei: Citi, Lazard, Rothschild, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Center View Partners. Il 5 maggio in occasione della prossima assemblea in presenza verrà scelta la società che avrà quindi il compito di valutare quanto messo sul piatto da fondi e banche. L’obiettivo comunque è quello di racimolare almeno 1 miliardo all’anno dai diritti interni per la serie A. E uno dei progetti è quello che cosiddetto «bando matrioska»: sia Sky sia Dazn potrebbero così trasmettere quasi tutte le partite in co-esclusiva. Si ipotizza: nove incontri su 10 tra le due piattaforme per ciascuna giornata di campionato con l’utente finale che deciderà a quale piattaforma abbonarsi. In questo modo resterebbe in ballo la decima partita che andrà comunque su una emittente diversa: in ballo ci sarebbero Mediaset e Amazon. Ma siamo solo alle battute iniziali di una partita che promette scintille e sorprese.
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Il provvedimento spot sull’antirazzismo della Figc ha creato un precedente pericoloso e i fischietti lo dicono chiaro: «C’è un regolamento». Il belga domani in campo contro la Juve, Daspo per 171 ultrà che lo offesero. Roma, Milan, Fiorentina, Juve e Napoli votano contro la decisione dell’assemblea Citi, Lazard, Rothschild e Goldman nella lista dei sei per valutare le offerte dei fondi. Lo speciale contiene due articoli. Il buonismo del calcio italiano s’infila in un vicolo cieco chiamato Romelu Lukaku. La grazia concessa al centravanti dell’Inter, che aveva zittito il pubblico juventino dopo aver trasformato il rigore del pareggio, pare che non sia destinata a fare scuola. Il presidente degli arbitri, Carlo Pacifici, ieri ha spiegato che gli insulti razzisti subiti in precedenza non contano: il giocatore che va sotto la curva avversaria a provocare i tifosi sarà ammonito, come da regolamento. Forse a questo punto converrebbe avere il coraggio di cambiare le regole, oppure dovremo assistere ad altri interventi straordinari del presidente della Figc Gabriele Gravina di fronte a casi simili. E comunque, se si voleva la conferma che non è con la fuffa zuccherosa dei Gravina che si risolve il problema del razzismo negli stadi, ecco che ieri si è mossa la Questura di Torino, che ha annunciato ben 171 Daspo nei confronti di tifosi della Juventus per i cori razzisti durante la semifinale di andata di Coppa Italia. Lo strappo di Gravina era stato uno spot a costo zero, almeno nelle intenzioni del presidente della Federazione, sul fronte della lotta al razzismo. Dopo il gol del pareggio, Lukaku si era rivolto ai tifosi della Juve, che lo avevano insultato per tutta la partita con cori razzisti, portandosi il dito indice alla bocca. Una provocazione esplicitamente vietata dal regolamento di gioco e che ha portato l’arbitro Davide Massa a estrarre il cartellino giallo e poi a espellere il campione belga per doppia ammonizione. Il tutto con l’effetto di produrre anche la squalifica di una giornata da scontare nella gara di ritorno, prevista a Milano per domani. Qui ha ritenuto di intervenire il presidente Gravina, che ha tolto la squalifica a Lukaku usando un potere di grazia «in via eccezionale e straordinaria». Le motivazioni sono contenute in una nota ufficiale della Figc: «È emerso in maniera inequivocabile dalla relazione della procura federale che il suddetto calciatore è stato fatto oggetto, in più occasioni, di gravi, ripetute e deprecabili manifestazioni di odio e discriminazione razziale tali da poter giustificare comportamenti formalmente non regolamentari e come tali valutati dal direttore di gara». Non solo, ma l’idea di graziare Lukaku è stata presa con un preciso intento politico, «ritenuto che il principio della lotta ad ogni forma di razzismo costituisce uno dei principi fondanti dell’ordinamento sportivo, nella sua dimensione internazionale e nazionale». Bellissime parole, per carità. Peccato che con questa decisione si è consentito a un tesserato di violare le regole e di farla franca poiché è un giocatore di colore, il che è una forma di razzismo involontario. Senza contare il fatto che adesso bisognerà vedere come si comporterà la Figc in casi simili che riguardassero giocatori slavi, chiamati «zingari», o napoletani, chiamati «terroni» e via insultando. Di sicuro, gli arbitri non sembrano al momento disposti a far finta di niente, a meno di eccessi di zelo. Ieri il nuovo presidente dell’Aia, Carlo Pacifici, ha escluso che d’ora in poi ci siano valutazioni accondiscendenti nei confronti di esultanze polemiche alla Lukaku. «La grazia è una prerogativa del presidente federale. Da parte nostra non cambia nulla, continueremo a prendere le decisioni secondo quelle che sono le regole in atto e chi andrà a zittire il pubblico dopo esser stato insultato sarà ammonito, come prevede il regolamento». A parte il fatto che i giocatori sono pagati profumatamente anche per essere dei professionisti capaci di alzare le spalle di fronte agli insulti, senza scatenare risse e violenze, resta il fatto che la decisione di Gravina è un precedente che peserà e purtroppo non servirà molto tempo per vedere se il giochetto della grazia verrà applicato a tutti i calciatori che provocano il pubblico dopo esser stati insultati. A voler entrare nella logica del presidente, forse tanto varrebbe avere il coraggio di cambiare il regolamento e introdurre una specie di scriminante per il giocatore insultato. Sarebbe sempre un rimedio vuoto e un po’ ipocrita, ma almeno sarebbe più equo perché varrebbe per tutti. Gravina però, su Lukaku voleva dare un segnale forte anche a livello internazionale e forse sulla grazia-spot ha pesato anche la candidatura dell’Italia a ospitare gli Euro 2032. Chi invece ha badato al sodo è la Questura di Torino, che per i fatti della sera del 4 aprile punirà cori razzisti e ululati juventini con 171 Daspo, in gran parte diretti a tifosi che erano nel primo anello della Curva Sud. Sono in corso accertamenti anche sui tifosi dell’Inter che hanno intonato un coro «Liverpool, Liverpool» con riferimento alla tragedia dell’Heysel. In attesa del prossimo caso Lukaku (e di come verrà trattato), va segnalato un altro problema non da poco. Domani sera c’è la partita di ritorno a San Siro contro la Juventus e se il centravanti in campo per grazia presidenziale dovesse segnare, e magari risultare decisivo per il passaggio del turno, chissà che cosa direbbero i sostenitori bianconeri. C’è solo da sperare che Lukaku non faccia altri gesti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arbitri-stizziti-per-grazia-lukaku-2659905532.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lega-divisa-la-radio-sul-calcio-a-rds" data-post-id="2659905532" data-published-at="1682418498" data-use-pagination="False"> Lega divisa: la radio sul calcio a Rds Il nome era dato per scontato: inizialmente nella gara per affiancare la Serie A nella realizzazione del nuovo canale radio c’erano tre gruppi: Rtl (edita da Rtl 102.5 Hit Radio) Rds (Radio Dimensione Suono) e il gruppo Triboo (editore fra l’altro di Radio Nerazzurra). Poi, dopo un primo processo di selezione i partner in corsa sono rimasti due: Rds e Triboo. E alla fine, come ampiamente previsto, ha prevalso la prima. Non altrettanto scontato però era lo schieramento delle squadre, soprattutto top, della massima serie del campionato di calcio. Avrebbero detto sì al progetto? La divisione, nell’aria da tempo, ha portato, secondo quanto risulta alla Verità al voto contrario di alcune big. Tra queste in particolare Roma, Milan, Fiorentina, Juve e Napoli. Se si va a vedere la classifica a oggi: prima, terza, quarta e quinta del campionato. Ma quella della radio non era l’unica decisione da prendere. L’altro piatto forte dell’assemblea riguardava infatti il tema dei fondi e delle banche. In ballo ci sono una decina di offerte che variano molto sia per l’entità economica che per la struttura. Da una parte quelle dei fondi: si sono già mossi i private equity come Apollo, Apax, Carlyle, Three Hills Capital Partners, Searchlight e buon ultimo Oaktree (che ha giù un prestito in ballo con l’Inter) che secondo quanto riferito dalla Reuters ha messo sul piatto 1,75 miliardi di dollari per il 5% della newco. Dall’altra ci sono le banche Citi, Goldman Sachs, JPMorgan, Barclays e Jefferies. I primi chiederebbero di avere un ruolo anche nella futura governance dei diritti televisivi, le seconde invece sarebbero attive con un ruolo solo finanziario. La Lega ha deciso di nominare con un processo ben definito una società esterna con il compito di valutare queste offerte. Ieri, infatti, c’è stata la prima scrematura rispetto alle proposte di 10 advisor chiamati in causa. Nella short list sono rimasti in sei: Citi, Lazard, Rothschild, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Center View Partners. Il 5 maggio in occasione della prossima assemblea in presenza verrà scelta la società che avrà quindi il compito di valutare quanto messo sul piatto da fondi e banche. L’obiettivo comunque è quello di racimolare almeno 1 miliardo all’anno dai diritti interni per la serie A. E uno dei progetti è quello che cosiddetto «bando matrioska»: sia Sky sia Dazn potrebbero così trasmettere quasi tutte le partite in co-esclusiva. Si ipotizza: nove incontri su 10 tra le due piattaforme per ciascuna giornata di campionato con l’utente finale che deciderà a quale piattaforma abbonarsi. In questo modo resterebbe in ballo la decima partita che andrà comunque su una emittente diversa: in ballo ci sarebbero Mediaset e Amazon. Ma siamo solo alle battute iniziali di una partita che promette scintille e sorprese.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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