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2025-01-27
Ansia panico insonnia. Italiani sull’orlo di una crisi di nervi
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Nell’ultimo anno, sei italiani su dieci hanno avuto un problema di umore: qualche volta il 39,7%, spesso il 16,8% e sempre il 3,6%. Secondo Eurispes, l’insonnia ha interessato il 59% degli intervistati e quasi quattro su dieci (38%) hanno dichiarato di aver avuto una crisi di panico. Più vulnerabili a esperienze di ansia, insonnia e sbalzi d’umore sono le età estreme della vita. Oltre alle generazioni più giovani, che tendono a essere maggiormente colpite da difficoltà emotive - tra i 18 e i 24 anni il 72,7% segnala sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico - anche gli anziani risultano particolarmente fragili.
Per controllare questi disturbi, specie per ansia e insonnia, si cerca poco però l’aiuto del medico o dello specialista. È infatti molto diffuso il fai da te, testimoniato da un uso disinvolto di ansiolitici, come le benzodiazepine, farmaci che da 60 anni sono molto diffusi e praticamente declassati, grazie a un buon rapporto beneficio/rischio, a goccette per dormire o per l’ansia, sottovalutando che, come ogni medicinale, hanno invece indicazioni ed effetti collaterali. Non sorprende allora la continua crescita del mercato dei farmaci per stabilizzare l’umore che, prescritti magari per un uso di qualche settimana, vengono poi usati con continuità. La banca dati Pharma data factory, che monitora le uscite del 95% di farmacie italiane, ha registrato, nell’ultimo anno mobile (novembre 2023-ottobre 2024) la vendita di 49 milioni di confezioni per questi disturbi, con un valore di prezzo al pubblico di 525 milioni di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2023, la crescita in volumi è stata del 3,2% (da 47 a 49 milioni di confezioni) e a valori del 3,8% (da 506 a 525 milioni di euro), ma che segna un +10% nelle fasce più giovani.
Del resto, in 20 anni sono quadruplicate le persone che riferiscono disagi mentali e sono circa tre volte di più quelle con ansia. Nei primi anni 2000, secondo i dati Esmed-Wmh, il 7% della popolazione italiana presentava sintomi riconducibili a un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l’intervista e circa il 5% aveva sofferto di un disturbo d’ansia. Nel 2023, l’Eurispes segnala che le percentuali sono arrivate rispettivamente al 28% - sei punti percentuali più elevati rispetto al 2022 - e al 14% per l’ansia. L’aumento di questi valori, concordano gli esperti, è riconducibile alla pandemia di Covid-19 che ha accentuato in molte persone i disturbi di ansia e stress, creando un profondo senso di solitudine, specie nei più giovani e nei più anziani, acuito, negli ultimi anni, dalle crisi internazionali, le guerre, i problemi economici e, specie nelle nuove generazioni, dall’eco-ansia. Secondo il Censis, negli adulti dai 37 ai 64 anni i numeri di chi ha sofferto di disturbi psicologici, nell’ultimo anno sono, in media, poco più di 1 su 5, ma per gli under 37 si sale al 44,6% e addirittura al 49,4% tra i 18 e i 25 anni. Negli anziani la stima è del 9% ma, per l’Istituto superiore di sanità, si arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche.
Con queste percentuali, non meraviglia, come registra Eurispes, che un italiano su cinque (19,8%), nell’ultimo anno, abbia cercato di risolvere questi problemi assumendo ansiolitici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o tranquillanti. La spesa media mensile per l’acquisto di farmaci per tenere a bada questi sintomi è tra i 31 a i 100 euro: il 60% per sbalzi d’umore, insonnia (59%), sintomi depressivi (58,9%) e crisi di panico (38%). Sono soprattutto gli anziani (65 anni e oltre) a far registrare le percentuali più alte di assunzione (22,4%) e le donne (21,7%) rispetto agli uomini (17,8%). Ansiolitici e tranquillanti sono tra i farmaci psicotropi più utilizzati, anche se con diversa frequenza: nello specifico, ne ha fatto uso il 51,4% qualche volta, il 24,9% spesso, l’8,8% sempre. Seguono gli antidepressivi (usati complessivamente nel 51,2% dei casi) gli stabilizzatori dell’umore (40,5%) e gli antipsicotici (21,4%). A preoccupare gli esperti è il fatto che quasi la metà di chi ha problemi di ansia e stress (44%) decide di autogestire i disturbi e il 33% non richiede nemmeno un consulto medico. Un’indagine Unisalute rivela che uno su tre pensa a rimedi naturali o lo sport, il 17% si rivolge al farmacista e al medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (modalità preferita dal 25%). Sempre secondo le ultime rilevazioni Eurispes sono soprattutto le donne, rispetto agli uomini, a sperimentare in misura leggermente maggiore le diverse forme di supporto psicologico e terapeutico.
Così si scopre che circa il 15-20% della popolazione adulta, nel corso della propria vita, ha fatto uso di benzodiazepine, che spiccano tra i farmaci più usati senza prescrizione medica. Il fenomeno è rilevante anche tra i giovani. Secondo la Relazione al Parlamento 2024 (dip. Politiche antidroga Pcm), negli ultimi 5 anni, circa 440.000 studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione nel corso della vita, in particolare ansiolitici, cioè benzodiazepine. Indicate nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia, hanno anche altri usi, come rilassanti muscolari e antiepilettici. Proprio l’effetto rapido sui sintomi determina, nelle persone ansiose, lo sviluppo di un legame che innesca un meccanismo di abuso e dipendenza. Nell’uso regolare è infatti necessario aumentare la dose per avere lo stesso effetto sull’ansia e, se si interrompe bruscamente la loro assunzione, si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza. Vari studi indicano che, specie negli anziani, l’uso protratto di questi farmaci aumenta il rischio di incidenti d’auto, fratture del femore o dell’anca e, addirittura, probabilmente, deficit cognitivo. A conferma del dato, studi recenti dimostrano che l’uso intermittente di benzodiazepine riduce del 20% le fratture d’anca. Questi farmaci, largamente disponibili, entrano a far parte anche di mix di sostanze e alcol usati, purtoppo, negli abusi sessuali, oltre che per amplificare lo sballo.
Il vero allarme però è per i giovani. Durante il lockdown, come testimoniano vari dati, negli studenti c’è stato un aumento nell’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, in particolare di ansiolitici. Negli adolescenti la dipendenza a questi farmaci si sviluppa più rapidamente, portando con sé gravi rischi per la salute mentale ed emotiva, con scarsi rendimenti scolastici e comportamenti aggressivi e autodistruttivi.
Dai virus al clima, i giovani tremano per tutto
Già in tempi non sospetti (era il 2017), il Wall Street Journal pubblicò un articolo su un fenomeno alquanto bizzarro: la «doorbell phobia», e cioè la fobia da campanello. Di che cosa si tratta? Soprattutto tra i millennials e la generazione Z, il suono inaspettato del citofono appare «spaventosamente strano». E, inevitabilmente, genera ansia. Che sia il postino, il corriere o un ospite non annunciato, la mancanza di un avviso tramite Whatsapp si rivela un’ardua prova da superare per i giovani ipertecnologici, in special modo per i cosiddetti «nativi digitali», ossia i ragazzi nati nel nuovo millennio a cui è stato messo subito uno smartphone in mano.
Questo è solo un esempio fra i tanti che confermano una tendenza in atto ormai da anni: la crescita esponenziale, tra gli adolescenti, di disturbi legati all’ansia e alla depressione. Tanto che, già prima del Covid, Richard Wilkinson e Kate Pickett parlarono di quella «epidemia d’ansia» che ha ormai infestato il mondo occidentale. La formula, coniata nel loro lavoro L’equilibrio dell’anima (Feltrinelli, 2019), fu sinistramente profetica. Di lì a poco, infatti, sarebbe stata dichiarata l’emergenza pandemica, con effetti deleteri sulle nuove generazioni che, ancora adesso, non riusciamo ad apprezzare in tutta la loro gravità.
La verità, però, è che le nefaste restrizioni anti Covid hanno semplicemente peggiorato una situazione già quasi compromessa. Se poi a tutto ciò aggiungiamo problematiche psichiche autoindotte, il quadro si fa ancora più fosco. Ci riferiamo, ovviamente, a fenomeni come la cosiddetta «ecoansia», termine che ha avuto un’enorme diffusione mediatica grazie a Greta Thunberg e ai pretoriani dell’ambientalismo militante. Stando all’esercito dei Fridays for future (e agli scienziati che gli hanno dato credito), l’ecoansia si manifesterebbe in una paura cronica per presunti disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, provocando inquietudine, sensi di colpa e, talvolta, anche depressione. Nei casi più estremi, come quelli documentati nel 2020 sulla rivista Climatic change, alcune persone hanno persino dichiarato di aver rinunciato a fare figli per non gravare sul futuro del pianeta.
L’impronta ideologica, ovviamente, è visibile non solo riguardo a temi come l’ecologismo, ma ha finito per impregnare la visione del mondo di un’intera generazione. Quella che, appunto, va in fibrillazione se sente suonare il campanello e, inoltre, sostiene tutte le dabbenaggini partorite dalla cultura woke. Alcuni chiamano i ragazzi della GenZ «fiocchi di neve», facendo riferimento al loro carattere fragile e ultrasensibile, che può raggiungere livelli di correttezza politica spesso patologici. Clint Eastwood, con la sua consueta franchezza, è stato ancora più caustico: in una lunga intervista a Esquire del 2016, il texano dagli occhi di ghiaccio disse che i giovani di oggi sono nientemeno che «una generazione di fighette e leccaculo».
Ma da che cosa deriva, appunto, questa «epidemia d’ansia»? Una risposta ha provato a darla Jonathan Haidt, uno degli psicologi sociali più influenti. Nel suo recente La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), l’autore ha dato la risposta già nel sottotitolo: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Secondo Haidt, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una «grande riconfigurazione» dell’infanzia, dove ora dominano gli smartphone e i social media, i quali hanno sostituito i giochi più tradizionali, provocando così un forte incremento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. Cresciuti da genitori iperprotettivi (e quindi anch’essi ansiosi), i ragazzi della generazione Z hanno avuto meno occasioni di giocare a giochi «reali» all’aria aperta, lontano dalla supervisione di madri e padri apprensivi. Al contrario, sono stati costretti a rifugiarsi nell’universo virtuale dei social: un ambiente, peraltro, non sufficientemente regolamentato o compreso dai minorenni.
Spiegazioni monocausali, però, difficilmente possono soddisfare. E, infatti, diversi scienziati hanno allargato il campo d’indagine. Tra questi c’è anche il filosofo Vincenzo Costa, che di recente ha pubblicato il suo studio La società dell’ansia (Inschibboleth, 2024). Nell’interpretazione dell’autore, «l’atmosfera che caratterizza la società contemporanea è l’ansia». Nell’Occidente neoliberale, spiega Costa, «livelli crescenti di individualismo, di rottura del legame sociale e di dissoluzione del supporto sociale esperito generano un incremento vertiginoso di ansia e di disturbo psichico». La tesi forse non è nuova, ma difficilmente può essere contestata. Se la pressione sociale impone agli individui di avere successo, di massimizzare i profitti, di essere in qualche modo «perfetti», è inevitabile che si creino aspettative esagerate e ansiogene, o cocenti delusioni che poi sfociano in depressione. E così il futuro non è più il luogo delle possibilità per realizzare progetti di vita, ma una minaccia che incombe sulle nostre esistenze. Una minaccia che, ovviamente, non può che generare ancora più ansia.
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In sei su dieci lamentano sbalzi di umore e difficoltà a dormire. E circa il 20% si fa aiutare dalla «chimica». Rischiando di diventarne dipendente.I millennials e la generazione Z sono usciti con le ossa rotte dal lockdown, che ha aggravato una situazione già compromessa dalla paura cronica di cataclismi ambientali, foraggiata dagli ideologi verdi, e dallo smartphone, che ha soppiantato la realtà.Lo speciale contiene due articoliNell’ultimo anno, sei italiani su dieci hanno avuto un problema di umore: qualche volta il 39,7%, spesso il 16,8% e sempre il 3,6%. Secondo Eurispes, l’insonnia ha interessato il 59% degli intervistati e quasi quattro su dieci (38%) hanno dichiarato di aver avuto una crisi di panico. Più vulnerabili a esperienze di ansia, insonnia e sbalzi d’umore sono le età estreme della vita. Oltre alle generazioni più giovani, che tendono a essere maggiormente colpite da difficoltà emotive - tra i 18 e i 24 anni il 72,7% segnala sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico - anche gli anziani risultano particolarmente fragili. Per controllare questi disturbi, specie per ansia e insonnia, si cerca poco però l’aiuto del medico o dello specialista. È infatti molto diffuso il fai da te, testimoniato da un uso disinvolto di ansiolitici, come le benzodiazepine, farmaci che da 60 anni sono molto diffusi e praticamente declassati, grazie a un buon rapporto beneficio/rischio, a goccette per dormire o per l’ansia, sottovalutando che, come ogni medicinale, hanno invece indicazioni ed effetti collaterali. Non sorprende allora la continua crescita del mercato dei farmaci per stabilizzare l’umore che, prescritti magari per un uso di qualche settimana, vengono poi usati con continuità. La banca dati Pharma data factory, che monitora le uscite del 95% di farmacie italiane, ha registrato, nell’ultimo anno mobile (novembre 2023-ottobre 2024) la vendita di 49 milioni di confezioni per questi disturbi, con un valore di prezzo al pubblico di 525 milioni di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2023, la crescita in volumi è stata del 3,2% (da 47 a 49 milioni di confezioni) e a valori del 3,8% (da 506 a 525 milioni di euro), ma che segna un +10% nelle fasce più giovani. Del resto, in 20 anni sono quadruplicate le persone che riferiscono disagi mentali e sono circa tre volte di più quelle con ansia. Nei primi anni 2000, secondo i dati Esmed-Wmh, il 7% della popolazione italiana presentava sintomi riconducibili a un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l’intervista e circa il 5% aveva sofferto di un disturbo d’ansia. Nel 2023, l’Eurispes segnala che le percentuali sono arrivate rispettivamente al 28% - sei punti percentuali più elevati rispetto al 2022 - e al 14% per l’ansia. L’aumento di questi valori, concordano gli esperti, è riconducibile alla pandemia di Covid-19 che ha accentuato in molte persone i disturbi di ansia e stress, creando un profondo senso di solitudine, specie nei più giovani e nei più anziani, acuito, negli ultimi anni, dalle crisi internazionali, le guerre, i problemi economici e, specie nelle nuove generazioni, dall’eco-ansia. Secondo il Censis, negli adulti dai 37 ai 64 anni i numeri di chi ha sofferto di disturbi psicologici, nell’ultimo anno sono, in media, poco più di 1 su 5, ma per gli under 37 si sale al 44,6% e addirittura al 49,4% tra i 18 e i 25 anni. Negli anziani la stima è del 9% ma, per l’Istituto superiore di sanità, si arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche. Con queste percentuali, non meraviglia, come registra Eurispes, che un italiano su cinque (19,8%), nell’ultimo anno, abbia cercato di risolvere questi problemi assumendo ansiolitici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o tranquillanti. La spesa media mensile per l’acquisto di farmaci per tenere a bada questi sintomi è tra i 31 a i 100 euro: il 60% per sbalzi d’umore, insonnia (59%), sintomi depressivi (58,9%) e crisi di panico (38%). Sono soprattutto gli anziani (65 anni e oltre) a far registrare le percentuali più alte di assunzione (22,4%) e le donne (21,7%) rispetto agli uomini (17,8%). Ansiolitici e tranquillanti sono tra i farmaci psicotropi più utilizzati, anche se con diversa frequenza: nello specifico, ne ha fatto uso il 51,4% qualche volta, il 24,9% spesso, l’8,8% sempre. Seguono gli antidepressivi (usati complessivamente nel 51,2% dei casi) gli stabilizzatori dell’umore (40,5%) e gli antipsicotici (21,4%). A preoccupare gli esperti è il fatto che quasi la metà di chi ha problemi di ansia e stress (44%) decide di autogestire i disturbi e il 33% non richiede nemmeno un consulto medico. Un’indagine Unisalute rivela che uno su tre pensa a rimedi naturali o lo sport, il 17% si rivolge al farmacista e al medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (modalità preferita dal 25%). Sempre secondo le ultime rilevazioni Eurispes sono soprattutto le donne, rispetto agli uomini, a sperimentare in misura leggermente maggiore le diverse forme di supporto psicologico e terapeutico. Così si scopre che circa il 15-20% della popolazione adulta, nel corso della propria vita, ha fatto uso di benzodiazepine, che spiccano tra i farmaci più usati senza prescrizione medica. Il fenomeno è rilevante anche tra i giovani. Secondo la Relazione al Parlamento 2024 (dip. Politiche antidroga Pcm), negli ultimi 5 anni, circa 440.000 studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione nel corso della vita, in particolare ansiolitici, cioè benzodiazepine. Indicate nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia, hanno anche altri usi, come rilassanti muscolari e antiepilettici. Proprio l’effetto rapido sui sintomi determina, nelle persone ansiose, lo sviluppo di un legame che innesca un meccanismo di abuso e dipendenza. Nell’uso regolare è infatti necessario aumentare la dose per avere lo stesso effetto sull’ansia e, se si interrompe bruscamente la loro assunzione, si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza. Vari studi indicano che, specie negli anziani, l’uso protratto di questi farmaci aumenta il rischio di incidenti d’auto, fratture del femore o dell’anca e, addirittura, probabilmente, deficit cognitivo. A conferma del dato, studi recenti dimostrano che l’uso intermittente di benzodiazepine riduce del 20% le fratture d’anca. Questi farmaci, largamente disponibili, entrano a far parte anche di mix di sostanze e alcol usati, purtoppo, negli abusi sessuali, oltre che per amplificare lo sballo. Il vero allarme però è per i giovani. Durante il lockdown, come testimoniano vari dati, negli studenti c’è stato un aumento nell’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, in particolare di ansiolitici. 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E, inevitabilmente, genera ansia. Che sia il postino, il corriere o un ospite non annunciato, la mancanza di un avviso tramite Whatsapp si rivela un’ardua prova da superare per i giovani ipertecnologici, in special modo per i cosiddetti «nativi digitali», ossia i ragazzi nati nel nuovo millennio a cui è stato messo subito uno smartphone in mano. Questo è solo un esempio fra i tanti che confermano una tendenza in atto ormai da anni: la crescita esponenziale, tra gli adolescenti, di disturbi legati all’ansia e alla depressione. Tanto che, già prima del Covid, Richard Wilkinson e Kate Pickett parlarono di quella «epidemia d’ansia» che ha ormai infestato il mondo occidentale. La formula, coniata nel loro lavoro L’equilibrio dell’anima (Feltrinelli, 2019), fu sinistramente profetica. Di lì a poco, infatti, sarebbe stata dichiarata l’emergenza pandemica, con effetti deleteri sulle nuove generazioni che, ancora adesso, non riusciamo ad apprezzare in tutta la loro gravità. La verità, però, è che le nefaste restrizioni anti Covid hanno semplicemente peggiorato una situazione già quasi compromessa. Se poi a tutto ciò aggiungiamo problematiche psichiche autoindotte, il quadro si fa ancora più fosco. Ci riferiamo, ovviamente, a fenomeni come la cosiddetta «ecoansia», termine che ha avuto un’enorme diffusione mediatica grazie a Greta Thunberg e ai pretoriani dell’ambientalismo militante. Stando all’esercito dei Fridays for future (e agli scienziati che gli hanno dato credito), l’ecoansia si manifesterebbe in una paura cronica per presunti disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, provocando inquietudine, sensi di colpa e, talvolta, anche depressione. Nei casi più estremi, come quelli documentati nel 2020 sulla rivista Climatic change, alcune persone hanno persino dichiarato di aver rinunciato a fare figli per non gravare sul futuro del pianeta. L’impronta ideologica, ovviamente, è visibile non solo riguardo a temi come l’ecologismo, ma ha finito per impregnare la visione del mondo di un’intera generazione. Quella che, appunto, va in fibrillazione se sente suonare il campanello e, inoltre, sostiene tutte le dabbenaggini partorite dalla cultura woke. Alcuni chiamano i ragazzi della GenZ «fiocchi di neve», facendo riferimento al loro carattere fragile e ultrasensibile, che può raggiungere livelli di correttezza politica spesso patologici. Clint Eastwood, con la sua consueta franchezza, è stato ancora più caustico: in una lunga intervista a Esquire del 2016, il texano dagli occhi di ghiaccio disse che i giovani di oggi sono nientemeno che «una generazione di fighette e leccaculo». Ma da che cosa deriva, appunto, questa «epidemia d’ansia»? Una risposta ha provato a darla Jonathan Haidt, uno degli psicologi sociali più influenti. Nel suo recente La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), l’autore ha dato la risposta già nel sottotitolo: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Secondo Haidt, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una «grande riconfigurazione» dell’infanzia, dove ora dominano gli smartphone e i social media, i quali hanno sostituito i giochi più tradizionali, provocando così un forte incremento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. Cresciuti da genitori iperprotettivi (e quindi anch’essi ansiosi), i ragazzi della generazione Z hanno avuto meno occasioni di giocare a giochi «reali» all’aria aperta, lontano dalla supervisione di madri e padri apprensivi. Al contrario, sono stati costretti a rifugiarsi nell’universo virtuale dei social: un ambiente, peraltro, non sufficientemente regolamentato o compreso dai minorenni. Spiegazioni monocausali, però, difficilmente possono soddisfare. E, infatti, diversi scienziati hanno allargato il campo d’indagine. Tra questi c’è anche il filosofo Vincenzo Costa, che di recente ha pubblicato il suo studio La società dell’ansia (Inschibboleth, 2024). Nell’interpretazione dell’autore, «l’atmosfera che caratterizza la società contemporanea è l’ansia». Nell’Occidente neoliberale, spiega Costa, «livelli crescenti di individualismo, di rottura del legame sociale e di dissoluzione del supporto sociale esperito generano un incremento vertiginoso di ansia e di disturbo psichico». La tesi forse non è nuova, ma difficilmente può essere contestata. Se la pressione sociale impone agli individui di avere successo, di massimizzare i profitti, di essere in qualche modo «perfetti», è inevitabile che si creino aspettative esagerate e ansiogene, o cocenti delusioni che poi sfociano in depressione. E così il futuro non è più il luogo delle possibilità per realizzare progetti di vita, ma una minaccia che incombe sulle nostre esistenze. Una minaccia che, ovviamente, non può che generare ancora più ansia.
Carmelo Cinturrino in ambulanza a Rogoredo (Ansa)
Il poliziotto ha ribadito di aver sparato per «paura». Poi, quando ha visto che Abderrahim Mansouri stava morendo, ha detto di essersi sentito «perso». «Sa bene cosa accade a loro quando sparano», ha spiegato il difensore. Cinturrino ha riferito di essere entrato nel panico subito dopo lo sparo, temendo di restare per anni intrappolato in un procedimento giudiziario, come accaduto ai carabinieri coinvolti nella vicenda di Giuseppe Uva, poi assolti dopo undici anni di iter processuale. Da lì, l’idea folle di «mettere una toppa»: l’ordine al collega di andare al commissariato Mecenate a prendere la replica di una pistola, un’arma giocattolo che - secondo quanto riferito dalla difesa - avrebbe trovato anni prima in zona Ponte Lambro e tenuto con sé. Sul martello, oggetto ricorrente nei verbali, la difesa ha chiarito che si trattava di un «martelletto» usato per dissotterrare la droga nascosta nel bosco. «Qualche volta aveva anche una paletta», ha aggiunto Porciani. Ma mentre in carcere, durante le due ore di interrogatorio, Cinturrino chiede scusa e ammette di aver sbagliato, nelle carte dell’inchiesta emergono accuse pesantissime che arrivano proprio dai colleghi che erano con lui quel pomeriggio.
Negli interrogatori del 19 febbraio, i secondi dopo quelli iniziali in cui avevano sostanzialmente confermato la linea dell’assistente capo, gli agenti Davide Picciotto, Gaetano Raimondi e Luigi Ramundo tracciano un quadro che va oltre il 26 gennaio e descrivono un metodo di intervento definito dagli inquirenti «allarmante».
Picciotto, in particolare, nel secondo interrogatorio racconta di aver temuto per la propria incolumità: dice di aver avuto paura che Cinturrino potesse «sparargli alle spalle» mentre eseguiva l’ordine di andare al commissariato a prendere la valigetta. Un timore che, riferisce, nasce da una consuetudine, descrivendo il collega come rude e aggressivo. Raimondi conferma quella paura e aggiunge che nel bosco «se ne parlava», che si sapeva che Cinturrino «non era tutto pulito e lineare”, senza che però nessuno avesse mai denunciato.
È proprio questo silenzio protratto per anni a pesare nell’inchiesta: gli stessi agenti che oggi parlano di violenze e intimidazioni hanno lavorato con Cinturrino per oltre un decennio senza segnalare nulla. Negli atti compare anche l’episodio che riguarda Puskas, un uomo disabile che frequentava il bosco e che, secondo più testimoni, sarebbe stato picchiato e derubato, inserendosi in un quadro di condotte violente mai emerse prima dell’omicidio di Abderrahim Mansouri. La domanda resta sullo sfondo, e pesa quanto le accuse: se davvero Cinturrino era temuto, se il suo comportamento era noto, perché nessuno ha parlato prima? Perché solo dopo lo sparo del 26 gennaio - e poco prima del fermo - quelle stesse voci si sono fatte precise, dettagliate, convergenti?
A fare da contrappunto alle accuse dei colleghi c’è la testimonianza di Valeria, portinaia al Corvetto e fidanzata di Cinturrino da oltre otto anni. Ieri la sua casa è stata perquisita. Valeria ricorda di averlo conosciuto durante un intervento nel suo palazzo e di aver costruito con lui un rapporto di amicizia profonda, al punto che nel 2019, durante la sua malattia, Cinturrino l’avrebbe accompagnata per mesi alle sedute di chemioterapia, aspettandola anche sei ore fuori dall’ospedale per riportarla a casa. «È sempre stato gentile e disponibile», dice, descrivendolo come un poliziotto operativo, impegnato nei contesti più difficili - dal boschetto di Rogoredo a piazza Gabriele Rosa - e spesso elogiato, a suo dire, da dirigenti e colleghi. Valeria respinge con decisione le accuse di pizzo e intimidazioni: racconta di non aver mai visto favori, tangenti o rapporti opachi, e si dice sorpresa che proprio ora emergano queste contestazioni: «Se davvero si comportava così, possibile che chi era in macchina con lui non se ne sia mai accorto prima?». Ricorda anzi un clima di rispetto diffuso attorno a Cinturrino, anche da parte di chi viveva ai margini, e sottolinea come fosse spesso contattato fuori servizio da colleghi più giovani.
Nel fratempo Angelo Bonelli (Avs) parla di «vergognosa campagna» e accusa Meloni, Salvini e Piantedosi di aver «attaccato giudici e magistrati» per propaganda, chiedendo ancora le loro scuse. Sulla stessa linea Ilaria Cucchi, che avverte: «Con questo clima politico di terrorismo sulla magistratura, il processo per mio fratello non ci sarebbe mai stato».
Dal centrodestra arriva la replica. Cristian Garavaglia difende lo il dl sicurezza sostenendo che «chi sbaglia paga, sempre», mentre Ignazio La Russa afferma: «Io mi rifarei a quello che diceva Giorgio Almirante ai tempi del terrorismo: se il terrorista è di sinistra chiedo la pena di morte, se il terrorista è di destra chiedo una doppia pena di morte. Impossibile ma rende l'idea». Intanto ieri una troupe di Telelombardia è stata aggredita ieri sera a Rogoredo. Operatore e giornalista sono stati bersagliati da un lancio di pietre che ha danneggiato l’auto, senza provocare feriti.
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Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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