True
2025-01-27
Ansia panico insonnia. Italiani sull’orlo di una crisi di nervi
iStock
Nell’ultimo anno, sei italiani su dieci hanno avuto un problema di umore: qualche volta il 39,7%, spesso il 16,8% e sempre il 3,6%. Secondo Eurispes, l’insonnia ha interessato il 59% degli intervistati e quasi quattro su dieci (38%) hanno dichiarato di aver avuto una crisi di panico. Più vulnerabili a esperienze di ansia, insonnia e sbalzi d’umore sono le età estreme della vita. Oltre alle generazioni più giovani, che tendono a essere maggiormente colpite da difficoltà emotive - tra i 18 e i 24 anni il 72,7% segnala sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico - anche gli anziani risultano particolarmente fragili.
Per controllare questi disturbi, specie per ansia e insonnia, si cerca poco però l’aiuto del medico o dello specialista. È infatti molto diffuso il fai da te, testimoniato da un uso disinvolto di ansiolitici, come le benzodiazepine, farmaci che da 60 anni sono molto diffusi e praticamente declassati, grazie a un buon rapporto beneficio/rischio, a goccette per dormire o per l’ansia, sottovalutando che, come ogni medicinale, hanno invece indicazioni ed effetti collaterali. Non sorprende allora la continua crescita del mercato dei farmaci per stabilizzare l’umore che, prescritti magari per un uso di qualche settimana, vengono poi usati con continuità. La banca dati Pharma data factory, che monitora le uscite del 95% di farmacie italiane, ha registrato, nell’ultimo anno mobile (novembre 2023-ottobre 2024) la vendita di 49 milioni di confezioni per questi disturbi, con un valore di prezzo al pubblico di 525 milioni di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2023, la crescita in volumi è stata del 3,2% (da 47 a 49 milioni di confezioni) e a valori del 3,8% (da 506 a 525 milioni di euro), ma che segna un +10% nelle fasce più giovani.
Del resto, in 20 anni sono quadruplicate le persone che riferiscono disagi mentali e sono circa tre volte di più quelle con ansia. Nei primi anni 2000, secondo i dati Esmed-Wmh, il 7% della popolazione italiana presentava sintomi riconducibili a un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l’intervista e circa il 5% aveva sofferto di un disturbo d’ansia. Nel 2023, l’Eurispes segnala che le percentuali sono arrivate rispettivamente al 28% - sei punti percentuali più elevati rispetto al 2022 - e al 14% per l’ansia. L’aumento di questi valori, concordano gli esperti, è riconducibile alla pandemia di Covid-19 che ha accentuato in molte persone i disturbi di ansia e stress, creando un profondo senso di solitudine, specie nei più giovani e nei più anziani, acuito, negli ultimi anni, dalle crisi internazionali, le guerre, i problemi economici e, specie nelle nuove generazioni, dall’eco-ansia. Secondo il Censis, negli adulti dai 37 ai 64 anni i numeri di chi ha sofferto di disturbi psicologici, nell’ultimo anno sono, in media, poco più di 1 su 5, ma per gli under 37 si sale al 44,6% e addirittura al 49,4% tra i 18 e i 25 anni. Negli anziani la stima è del 9% ma, per l’Istituto superiore di sanità, si arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche.
Con queste percentuali, non meraviglia, come registra Eurispes, che un italiano su cinque (19,8%), nell’ultimo anno, abbia cercato di risolvere questi problemi assumendo ansiolitici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o tranquillanti. La spesa media mensile per l’acquisto di farmaci per tenere a bada questi sintomi è tra i 31 a i 100 euro: il 60% per sbalzi d’umore, insonnia (59%), sintomi depressivi (58,9%) e crisi di panico (38%). Sono soprattutto gli anziani (65 anni e oltre) a far registrare le percentuali più alte di assunzione (22,4%) e le donne (21,7%) rispetto agli uomini (17,8%). Ansiolitici e tranquillanti sono tra i farmaci psicotropi più utilizzati, anche se con diversa frequenza: nello specifico, ne ha fatto uso il 51,4% qualche volta, il 24,9% spesso, l’8,8% sempre. Seguono gli antidepressivi (usati complessivamente nel 51,2% dei casi) gli stabilizzatori dell’umore (40,5%) e gli antipsicotici (21,4%). A preoccupare gli esperti è il fatto che quasi la metà di chi ha problemi di ansia e stress (44%) decide di autogestire i disturbi e il 33% non richiede nemmeno un consulto medico. Un’indagine Unisalute rivela che uno su tre pensa a rimedi naturali o lo sport, il 17% si rivolge al farmacista e al medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (modalità preferita dal 25%). Sempre secondo le ultime rilevazioni Eurispes sono soprattutto le donne, rispetto agli uomini, a sperimentare in misura leggermente maggiore le diverse forme di supporto psicologico e terapeutico.
Così si scopre che circa il 15-20% della popolazione adulta, nel corso della propria vita, ha fatto uso di benzodiazepine, che spiccano tra i farmaci più usati senza prescrizione medica. Il fenomeno è rilevante anche tra i giovani. Secondo la Relazione al Parlamento 2024 (dip. Politiche antidroga Pcm), negli ultimi 5 anni, circa 440.000 studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione nel corso della vita, in particolare ansiolitici, cioè benzodiazepine. Indicate nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia, hanno anche altri usi, come rilassanti muscolari e antiepilettici. Proprio l’effetto rapido sui sintomi determina, nelle persone ansiose, lo sviluppo di un legame che innesca un meccanismo di abuso e dipendenza. Nell’uso regolare è infatti necessario aumentare la dose per avere lo stesso effetto sull’ansia e, se si interrompe bruscamente la loro assunzione, si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza. Vari studi indicano che, specie negli anziani, l’uso protratto di questi farmaci aumenta il rischio di incidenti d’auto, fratture del femore o dell’anca e, addirittura, probabilmente, deficit cognitivo. A conferma del dato, studi recenti dimostrano che l’uso intermittente di benzodiazepine riduce del 20% le fratture d’anca. Questi farmaci, largamente disponibili, entrano a far parte anche di mix di sostanze e alcol usati, purtoppo, negli abusi sessuali, oltre che per amplificare lo sballo.
Il vero allarme però è per i giovani. Durante il lockdown, come testimoniano vari dati, negli studenti c’è stato un aumento nell’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, in particolare di ansiolitici. Negli adolescenti la dipendenza a questi farmaci si sviluppa più rapidamente, portando con sé gravi rischi per la salute mentale ed emotiva, con scarsi rendimenti scolastici e comportamenti aggressivi e autodistruttivi.
Dai virus al clima, i giovani tremano per tutto
Già in tempi non sospetti (era il 2017), il Wall Street Journal pubblicò un articolo su un fenomeno alquanto bizzarro: la «doorbell phobia», e cioè la fobia da campanello. Di che cosa si tratta? Soprattutto tra i millennials e la generazione Z, il suono inaspettato del citofono appare «spaventosamente strano». E, inevitabilmente, genera ansia. Che sia il postino, il corriere o un ospite non annunciato, la mancanza di un avviso tramite Whatsapp si rivela un’ardua prova da superare per i giovani ipertecnologici, in special modo per i cosiddetti «nativi digitali», ossia i ragazzi nati nel nuovo millennio a cui è stato messo subito uno smartphone in mano.
Questo è solo un esempio fra i tanti che confermano una tendenza in atto ormai da anni: la crescita esponenziale, tra gli adolescenti, di disturbi legati all’ansia e alla depressione. Tanto che, già prima del Covid, Richard Wilkinson e Kate Pickett parlarono di quella «epidemia d’ansia» che ha ormai infestato il mondo occidentale. La formula, coniata nel loro lavoro L’equilibrio dell’anima (Feltrinelli, 2019), fu sinistramente profetica. Di lì a poco, infatti, sarebbe stata dichiarata l’emergenza pandemica, con effetti deleteri sulle nuove generazioni che, ancora adesso, non riusciamo ad apprezzare in tutta la loro gravità.
La verità, però, è che le nefaste restrizioni anti Covid hanno semplicemente peggiorato una situazione già quasi compromessa. Se poi a tutto ciò aggiungiamo problematiche psichiche autoindotte, il quadro si fa ancora più fosco. Ci riferiamo, ovviamente, a fenomeni come la cosiddetta «ecoansia», termine che ha avuto un’enorme diffusione mediatica grazie a Greta Thunberg e ai pretoriani dell’ambientalismo militante. Stando all’esercito dei Fridays for future (e agli scienziati che gli hanno dato credito), l’ecoansia si manifesterebbe in una paura cronica per presunti disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, provocando inquietudine, sensi di colpa e, talvolta, anche depressione. Nei casi più estremi, come quelli documentati nel 2020 sulla rivista Climatic change, alcune persone hanno persino dichiarato di aver rinunciato a fare figli per non gravare sul futuro del pianeta.
L’impronta ideologica, ovviamente, è visibile non solo riguardo a temi come l’ecologismo, ma ha finito per impregnare la visione del mondo di un’intera generazione. Quella che, appunto, va in fibrillazione se sente suonare il campanello e, inoltre, sostiene tutte le dabbenaggini partorite dalla cultura woke. Alcuni chiamano i ragazzi della GenZ «fiocchi di neve», facendo riferimento al loro carattere fragile e ultrasensibile, che può raggiungere livelli di correttezza politica spesso patologici. Clint Eastwood, con la sua consueta franchezza, è stato ancora più caustico: in una lunga intervista a Esquire del 2016, il texano dagli occhi di ghiaccio disse che i giovani di oggi sono nientemeno che «una generazione di fighette e leccaculo».
Ma da che cosa deriva, appunto, questa «epidemia d’ansia»? Una risposta ha provato a darla Jonathan Haidt, uno degli psicologi sociali più influenti. Nel suo recente La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), l’autore ha dato la risposta già nel sottotitolo: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Secondo Haidt, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una «grande riconfigurazione» dell’infanzia, dove ora dominano gli smartphone e i social media, i quali hanno sostituito i giochi più tradizionali, provocando così un forte incremento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. Cresciuti da genitori iperprotettivi (e quindi anch’essi ansiosi), i ragazzi della generazione Z hanno avuto meno occasioni di giocare a giochi «reali» all’aria aperta, lontano dalla supervisione di madri e padri apprensivi. Al contrario, sono stati costretti a rifugiarsi nell’universo virtuale dei social: un ambiente, peraltro, non sufficientemente regolamentato o compreso dai minorenni.
Spiegazioni monocausali, però, difficilmente possono soddisfare. E, infatti, diversi scienziati hanno allargato il campo d’indagine. Tra questi c’è anche il filosofo Vincenzo Costa, che di recente ha pubblicato il suo studio La società dell’ansia (Inschibboleth, 2024). Nell’interpretazione dell’autore, «l’atmosfera che caratterizza la società contemporanea è l’ansia». Nell’Occidente neoliberale, spiega Costa, «livelli crescenti di individualismo, di rottura del legame sociale e di dissoluzione del supporto sociale esperito generano un incremento vertiginoso di ansia e di disturbo psichico». La tesi forse non è nuova, ma difficilmente può essere contestata. Se la pressione sociale impone agli individui di avere successo, di massimizzare i profitti, di essere in qualche modo «perfetti», è inevitabile che si creino aspettative esagerate e ansiogene, o cocenti delusioni che poi sfociano in depressione. E così il futuro non è più il luogo delle possibilità per realizzare progetti di vita, ma una minaccia che incombe sulle nostre esistenze. Una minaccia che, ovviamente, non può che generare ancora più ansia.
Continua a leggereRiduci
In sei su dieci lamentano sbalzi di umore e difficoltà a dormire. E circa il 20% si fa aiutare dalla «chimica». Rischiando di diventarne dipendente.I millennials e la generazione Z sono usciti con le ossa rotte dal lockdown, che ha aggravato una situazione già compromessa dalla paura cronica di cataclismi ambientali, foraggiata dagli ideologi verdi, e dallo smartphone, che ha soppiantato la realtà.Lo speciale contiene due articoliNell’ultimo anno, sei italiani su dieci hanno avuto un problema di umore: qualche volta il 39,7%, spesso il 16,8% e sempre il 3,6%. Secondo Eurispes, l’insonnia ha interessato il 59% degli intervistati e quasi quattro su dieci (38%) hanno dichiarato di aver avuto una crisi di panico. Più vulnerabili a esperienze di ansia, insonnia e sbalzi d’umore sono le età estreme della vita. Oltre alle generazioni più giovani, che tendono a essere maggiormente colpite da difficoltà emotive - tra i 18 e i 24 anni il 72,7% segnala sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico - anche gli anziani risultano particolarmente fragili. Per controllare questi disturbi, specie per ansia e insonnia, si cerca poco però l’aiuto del medico o dello specialista. È infatti molto diffuso il fai da te, testimoniato da un uso disinvolto di ansiolitici, come le benzodiazepine, farmaci che da 60 anni sono molto diffusi e praticamente declassati, grazie a un buon rapporto beneficio/rischio, a goccette per dormire o per l’ansia, sottovalutando che, come ogni medicinale, hanno invece indicazioni ed effetti collaterali. Non sorprende allora la continua crescita del mercato dei farmaci per stabilizzare l’umore che, prescritti magari per un uso di qualche settimana, vengono poi usati con continuità. La banca dati Pharma data factory, che monitora le uscite del 95% di farmacie italiane, ha registrato, nell’ultimo anno mobile (novembre 2023-ottobre 2024) la vendita di 49 milioni di confezioni per questi disturbi, con un valore di prezzo al pubblico di 525 milioni di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2023, la crescita in volumi è stata del 3,2% (da 47 a 49 milioni di confezioni) e a valori del 3,8% (da 506 a 525 milioni di euro), ma che segna un +10% nelle fasce più giovani. Del resto, in 20 anni sono quadruplicate le persone che riferiscono disagi mentali e sono circa tre volte di più quelle con ansia. Nei primi anni 2000, secondo i dati Esmed-Wmh, il 7% della popolazione italiana presentava sintomi riconducibili a un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l’intervista e circa il 5% aveva sofferto di un disturbo d’ansia. Nel 2023, l’Eurispes segnala che le percentuali sono arrivate rispettivamente al 28% - sei punti percentuali più elevati rispetto al 2022 - e al 14% per l’ansia. L’aumento di questi valori, concordano gli esperti, è riconducibile alla pandemia di Covid-19 che ha accentuato in molte persone i disturbi di ansia e stress, creando un profondo senso di solitudine, specie nei più giovani e nei più anziani, acuito, negli ultimi anni, dalle crisi internazionali, le guerre, i problemi economici e, specie nelle nuove generazioni, dall’eco-ansia. Secondo il Censis, negli adulti dai 37 ai 64 anni i numeri di chi ha sofferto di disturbi psicologici, nell’ultimo anno sono, in media, poco più di 1 su 5, ma per gli under 37 si sale al 44,6% e addirittura al 49,4% tra i 18 e i 25 anni. Negli anziani la stima è del 9% ma, per l’Istituto superiore di sanità, si arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche. Con queste percentuali, non meraviglia, come registra Eurispes, che un italiano su cinque (19,8%), nell’ultimo anno, abbia cercato di risolvere questi problemi assumendo ansiolitici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o tranquillanti. La spesa media mensile per l’acquisto di farmaci per tenere a bada questi sintomi è tra i 31 a i 100 euro: il 60% per sbalzi d’umore, insonnia (59%), sintomi depressivi (58,9%) e crisi di panico (38%). Sono soprattutto gli anziani (65 anni e oltre) a far registrare le percentuali più alte di assunzione (22,4%) e le donne (21,7%) rispetto agli uomini (17,8%). Ansiolitici e tranquillanti sono tra i farmaci psicotropi più utilizzati, anche se con diversa frequenza: nello specifico, ne ha fatto uso il 51,4% qualche volta, il 24,9% spesso, l’8,8% sempre. Seguono gli antidepressivi (usati complessivamente nel 51,2% dei casi) gli stabilizzatori dell’umore (40,5%) e gli antipsicotici (21,4%). A preoccupare gli esperti è il fatto che quasi la metà di chi ha problemi di ansia e stress (44%) decide di autogestire i disturbi e il 33% non richiede nemmeno un consulto medico. Un’indagine Unisalute rivela che uno su tre pensa a rimedi naturali o lo sport, il 17% si rivolge al farmacista e al medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (modalità preferita dal 25%). Sempre secondo le ultime rilevazioni Eurispes sono soprattutto le donne, rispetto agli uomini, a sperimentare in misura leggermente maggiore le diverse forme di supporto psicologico e terapeutico. Così si scopre che circa il 15-20% della popolazione adulta, nel corso della propria vita, ha fatto uso di benzodiazepine, che spiccano tra i farmaci più usati senza prescrizione medica. Il fenomeno è rilevante anche tra i giovani. Secondo la Relazione al Parlamento 2024 (dip. Politiche antidroga Pcm), negli ultimi 5 anni, circa 440.000 studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione nel corso della vita, in particolare ansiolitici, cioè benzodiazepine. Indicate nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia, hanno anche altri usi, come rilassanti muscolari e antiepilettici. Proprio l’effetto rapido sui sintomi determina, nelle persone ansiose, lo sviluppo di un legame che innesca un meccanismo di abuso e dipendenza. Nell’uso regolare è infatti necessario aumentare la dose per avere lo stesso effetto sull’ansia e, se si interrompe bruscamente la loro assunzione, si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza. Vari studi indicano che, specie negli anziani, l’uso protratto di questi farmaci aumenta il rischio di incidenti d’auto, fratture del femore o dell’anca e, addirittura, probabilmente, deficit cognitivo. A conferma del dato, studi recenti dimostrano che l’uso intermittente di benzodiazepine riduce del 20% le fratture d’anca. Questi farmaci, largamente disponibili, entrano a far parte anche di mix di sostanze e alcol usati, purtoppo, negli abusi sessuali, oltre che per amplificare lo sballo. Il vero allarme però è per i giovani. Durante il lockdown, come testimoniano vari dati, negli studenti c’è stato un aumento nell’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, in particolare di ansiolitici. Negli adolescenti la dipendenza a questi farmaci si sviluppa più rapidamente, portando con sé gravi rischi per la salute mentale ed emotiva, con scarsi rendimenti scolastici e comportamenti aggressivi e autodistruttivi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ansia-panico-insonnia-italiani-sullorlo-di-una-crisi-di-nervi-2670996771.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-virus-al-clima-i-giovani-tremano-per-tutto" data-post-id="2670996771" data-published-at="1737930769" data-use-pagination="False"> Dai virus al clima, i giovani tremano per tutto Già in tempi non sospetti (era il 2017), il Wall Street Journal pubblicò un articolo su un fenomeno alquanto bizzarro: la «doorbell phobia», e cioè la fobia da campanello. Di che cosa si tratta? Soprattutto tra i millennials e la generazione Z, il suono inaspettato del citofono appare «spaventosamente strano». E, inevitabilmente, genera ansia. Che sia il postino, il corriere o un ospite non annunciato, la mancanza di un avviso tramite Whatsapp si rivela un’ardua prova da superare per i giovani ipertecnologici, in special modo per i cosiddetti «nativi digitali», ossia i ragazzi nati nel nuovo millennio a cui è stato messo subito uno smartphone in mano. Questo è solo un esempio fra i tanti che confermano una tendenza in atto ormai da anni: la crescita esponenziale, tra gli adolescenti, di disturbi legati all’ansia e alla depressione. Tanto che, già prima del Covid, Richard Wilkinson e Kate Pickett parlarono di quella «epidemia d’ansia» che ha ormai infestato il mondo occidentale. La formula, coniata nel loro lavoro L’equilibrio dell’anima (Feltrinelli, 2019), fu sinistramente profetica. Di lì a poco, infatti, sarebbe stata dichiarata l’emergenza pandemica, con effetti deleteri sulle nuove generazioni che, ancora adesso, non riusciamo ad apprezzare in tutta la loro gravità. La verità, però, è che le nefaste restrizioni anti Covid hanno semplicemente peggiorato una situazione già quasi compromessa. Se poi a tutto ciò aggiungiamo problematiche psichiche autoindotte, il quadro si fa ancora più fosco. Ci riferiamo, ovviamente, a fenomeni come la cosiddetta «ecoansia», termine che ha avuto un’enorme diffusione mediatica grazie a Greta Thunberg e ai pretoriani dell’ambientalismo militante. Stando all’esercito dei Fridays for future (e agli scienziati che gli hanno dato credito), l’ecoansia si manifesterebbe in una paura cronica per presunti disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, provocando inquietudine, sensi di colpa e, talvolta, anche depressione. Nei casi più estremi, come quelli documentati nel 2020 sulla rivista Climatic change, alcune persone hanno persino dichiarato di aver rinunciato a fare figli per non gravare sul futuro del pianeta. L’impronta ideologica, ovviamente, è visibile non solo riguardo a temi come l’ecologismo, ma ha finito per impregnare la visione del mondo di un’intera generazione. Quella che, appunto, va in fibrillazione se sente suonare il campanello e, inoltre, sostiene tutte le dabbenaggini partorite dalla cultura woke. Alcuni chiamano i ragazzi della GenZ «fiocchi di neve», facendo riferimento al loro carattere fragile e ultrasensibile, che può raggiungere livelli di correttezza politica spesso patologici. Clint Eastwood, con la sua consueta franchezza, è stato ancora più caustico: in una lunga intervista a Esquire del 2016, il texano dagli occhi di ghiaccio disse che i giovani di oggi sono nientemeno che «una generazione di fighette e leccaculo». Ma da che cosa deriva, appunto, questa «epidemia d’ansia»? Una risposta ha provato a darla Jonathan Haidt, uno degli psicologi sociali più influenti. Nel suo recente La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), l’autore ha dato la risposta già nel sottotitolo: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Secondo Haidt, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una «grande riconfigurazione» dell’infanzia, dove ora dominano gli smartphone e i social media, i quali hanno sostituito i giochi più tradizionali, provocando così un forte incremento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. Cresciuti da genitori iperprotettivi (e quindi anch’essi ansiosi), i ragazzi della generazione Z hanno avuto meno occasioni di giocare a giochi «reali» all’aria aperta, lontano dalla supervisione di madri e padri apprensivi. Al contrario, sono stati costretti a rifugiarsi nell’universo virtuale dei social: un ambiente, peraltro, non sufficientemente regolamentato o compreso dai minorenni. Spiegazioni monocausali, però, difficilmente possono soddisfare. E, infatti, diversi scienziati hanno allargato il campo d’indagine. Tra questi c’è anche il filosofo Vincenzo Costa, che di recente ha pubblicato il suo studio La società dell’ansia (Inschibboleth, 2024). Nell’interpretazione dell’autore, «l’atmosfera che caratterizza la società contemporanea è l’ansia». Nell’Occidente neoliberale, spiega Costa, «livelli crescenti di individualismo, di rottura del legame sociale e di dissoluzione del supporto sociale esperito generano un incremento vertiginoso di ansia e di disturbo psichico». La tesi forse non è nuova, ma difficilmente può essere contestata. Se la pressione sociale impone agli individui di avere successo, di massimizzare i profitti, di essere in qualche modo «perfetti», è inevitabile che si creino aspettative esagerate e ansiogene, o cocenti delusioni che poi sfociano in depressione. E così il futuro non è più il luogo delle possibilità per realizzare progetti di vita, ma una minaccia che incombe sulle nostre esistenze. Una minaccia che, ovviamente, non può che generare ancora più ansia.
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
Continua a leggereRiduci
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
Continua a leggereRiduci
Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
Continua a leggereRiduci