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2025-01-27
Ansia panico insonnia. Italiani sull’orlo di una crisi di nervi
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Nell’ultimo anno, sei italiani su dieci hanno avuto un problema di umore: qualche volta il 39,7%, spesso il 16,8% e sempre il 3,6%. Secondo Eurispes, l’insonnia ha interessato il 59% degli intervistati e quasi quattro su dieci (38%) hanno dichiarato di aver avuto una crisi di panico. Più vulnerabili a esperienze di ansia, insonnia e sbalzi d’umore sono le età estreme della vita. Oltre alle generazioni più giovani, che tendono a essere maggiormente colpite da difficoltà emotive - tra i 18 e i 24 anni il 72,7% segnala sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico - anche gli anziani risultano particolarmente fragili.
Per controllare questi disturbi, specie per ansia e insonnia, si cerca poco però l’aiuto del medico o dello specialista. È infatti molto diffuso il fai da te, testimoniato da un uso disinvolto di ansiolitici, come le benzodiazepine, farmaci che da 60 anni sono molto diffusi e praticamente declassati, grazie a un buon rapporto beneficio/rischio, a goccette per dormire o per l’ansia, sottovalutando che, come ogni medicinale, hanno invece indicazioni ed effetti collaterali. Non sorprende allora la continua crescita del mercato dei farmaci per stabilizzare l’umore che, prescritti magari per un uso di qualche settimana, vengono poi usati con continuità. La banca dati Pharma data factory, che monitora le uscite del 95% di farmacie italiane, ha registrato, nell’ultimo anno mobile (novembre 2023-ottobre 2024) la vendita di 49 milioni di confezioni per questi disturbi, con un valore di prezzo al pubblico di 525 milioni di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2023, la crescita in volumi è stata del 3,2% (da 47 a 49 milioni di confezioni) e a valori del 3,8% (da 506 a 525 milioni di euro), ma che segna un +10% nelle fasce più giovani.
Del resto, in 20 anni sono quadruplicate le persone che riferiscono disagi mentali e sono circa tre volte di più quelle con ansia. Nei primi anni 2000, secondo i dati Esmed-Wmh, il 7% della popolazione italiana presentava sintomi riconducibili a un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l’intervista e circa il 5% aveva sofferto di un disturbo d’ansia. Nel 2023, l’Eurispes segnala che le percentuali sono arrivate rispettivamente al 28% - sei punti percentuali più elevati rispetto al 2022 - e al 14% per l’ansia. L’aumento di questi valori, concordano gli esperti, è riconducibile alla pandemia di Covid-19 che ha accentuato in molte persone i disturbi di ansia e stress, creando un profondo senso di solitudine, specie nei più giovani e nei più anziani, acuito, negli ultimi anni, dalle crisi internazionali, le guerre, i problemi economici e, specie nelle nuove generazioni, dall’eco-ansia. Secondo il Censis, negli adulti dai 37 ai 64 anni i numeri di chi ha sofferto di disturbi psicologici, nell’ultimo anno sono, in media, poco più di 1 su 5, ma per gli under 37 si sale al 44,6% e addirittura al 49,4% tra i 18 e i 25 anni. Negli anziani la stima è del 9% ma, per l’Istituto superiore di sanità, si arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche.
Con queste percentuali, non meraviglia, come registra Eurispes, che un italiano su cinque (19,8%), nell’ultimo anno, abbia cercato di risolvere questi problemi assumendo ansiolitici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o tranquillanti. La spesa media mensile per l’acquisto di farmaci per tenere a bada questi sintomi è tra i 31 a i 100 euro: il 60% per sbalzi d’umore, insonnia (59%), sintomi depressivi (58,9%) e crisi di panico (38%). Sono soprattutto gli anziani (65 anni e oltre) a far registrare le percentuali più alte di assunzione (22,4%) e le donne (21,7%) rispetto agli uomini (17,8%). Ansiolitici e tranquillanti sono tra i farmaci psicotropi più utilizzati, anche se con diversa frequenza: nello specifico, ne ha fatto uso il 51,4% qualche volta, il 24,9% spesso, l’8,8% sempre. Seguono gli antidepressivi (usati complessivamente nel 51,2% dei casi) gli stabilizzatori dell’umore (40,5%) e gli antipsicotici (21,4%). A preoccupare gli esperti è il fatto che quasi la metà di chi ha problemi di ansia e stress (44%) decide di autogestire i disturbi e il 33% non richiede nemmeno un consulto medico. Un’indagine Unisalute rivela che uno su tre pensa a rimedi naturali o lo sport, il 17% si rivolge al farmacista e al medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (modalità preferita dal 25%). Sempre secondo le ultime rilevazioni Eurispes sono soprattutto le donne, rispetto agli uomini, a sperimentare in misura leggermente maggiore le diverse forme di supporto psicologico e terapeutico.
Così si scopre che circa il 15-20% della popolazione adulta, nel corso della propria vita, ha fatto uso di benzodiazepine, che spiccano tra i farmaci più usati senza prescrizione medica. Il fenomeno è rilevante anche tra i giovani. Secondo la Relazione al Parlamento 2024 (dip. Politiche antidroga Pcm), negli ultimi 5 anni, circa 440.000 studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione nel corso della vita, in particolare ansiolitici, cioè benzodiazepine. Indicate nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia, hanno anche altri usi, come rilassanti muscolari e antiepilettici. Proprio l’effetto rapido sui sintomi determina, nelle persone ansiose, lo sviluppo di un legame che innesca un meccanismo di abuso e dipendenza. Nell’uso regolare è infatti necessario aumentare la dose per avere lo stesso effetto sull’ansia e, se si interrompe bruscamente la loro assunzione, si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza. Vari studi indicano che, specie negli anziani, l’uso protratto di questi farmaci aumenta il rischio di incidenti d’auto, fratture del femore o dell’anca e, addirittura, probabilmente, deficit cognitivo. A conferma del dato, studi recenti dimostrano che l’uso intermittente di benzodiazepine riduce del 20% le fratture d’anca. Questi farmaci, largamente disponibili, entrano a far parte anche di mix di sostanze e alcol usati, purtoppo, negli abusi sessuali, oltre che per amplificare lo sballo.
Il vero allarme però è per i giovani. Durante il lockdown, come testimoniano vari dati, negli studenti c’è stato un aumento nell’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, in particolare di ansiolitici. Negli adolescenti la dipendenza a questi farmaci si sviluppa più rapidamente, portando con sé gravi rischi per la salute mentale ed emotiva, con scarsi rendimenti scolastici e comportamenti aggressivi e autodistruttivi.
Dai virus al clima, i giovani tremano per tutto
Già in tempi non sospetti (era il 2017), il Wall Street Journal pubblicò un articolo su un fenomeno alquanto bizzarro: la «doorbell phobia», e cioè la fobia da campanello. Di che cosa si tratta? Soprattutto tra i millennials e la generazione Z, il suono inaspettato del citofono appare «spaventosamente strano». E, inevitabilmente, genera ansia. Che sia il postino, il corriere o un ospite non annunciato, la mancanza di un avviso tramite Whatsapp si rivela un’ardua prova da superare per i giovani ipertecnologici, in special modo per i cosiddetti «nativi digitali», ossia i ragazzi nati nel nuovo millennio a cui è stato messo subito uno smartphone in mano.
Questo è solo un esempio fra i tanti che confermano una tendenza in atto ormai da anni: la crescita esponenziale, tra gli adolescenti, di disturbi legati all’ansia e alla depressione. Tanto che, già prima del Covid, Richard Wilkinson e Kate Pickett parlarono di quella «epidemia d’ansia» che ha ormai infestato il mondo occidentale. La formula, coniata nel loro lavoro L’equilibrio dell’anima (Feltrinelli, 2019), fu sinistramente profetica. Di lì a poco, infatti, sarebbe stata dichiarata l’emergenza pandemica, con effetti deleteri sulle nuove generazioni che, ancora adesso, non riusciamo ad apprezzare in tutta la loro gravità.
La verità, però, è che le nefaste restrizioni anti Covid hanno semplicemente peggiorato una situazione già quasi compromessa. Se poi a tutto ciò aggiungiamo problematiche psichiche autoindotte, il quadro si fa ancora più fosco. Ci riferiamo, ovviamente, a fenomeni come la cosiddetta «ecoansia», termine che ha avuto un’enorme diffusione mediatica grazie a Greta Thunberg e ai pretoriani dell’ambientalismo militante. Stando all’esercito dei Fridays for future (e agli scienziati che gli hanno dato credito), l’ecoansia si manifesterebbe in una paura cronica per presunti disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, provocando inquietudine, sensi di colpa e, talvolta, anche depressione. Nei casi più estremi, come quelli documentati nel 2020 sulla rivista Climatic change, alcune persone hanno persino dichiarato di aver rinunciato a fare figli per non gravare sul futuro del pianeta.
L’impronta ideologica, ovviamente, è visibile non solo riguardo a temi come l’ecologismo, ma ha finito per impregnare la visione del mondo di un’intera generazione. Quella che, appunto, va in fibrillazione se sente suonare il campanello e, inoltre, sostiene tutte le dabbenaggini partorite dalla cultura woke. Alcuni chiamano i ragazzi della GenZ «fiocchi di neve», facendo riferimento al loro carattere fragile e ultrasensibile, che può raggiungere livelli di correttezza politica spesso patologici. Clint Eastwood, con la sua consueta franchezza, è stato ancora più caustico: in una lunga intervista a Esquire del 2016, il texano dagli occhi di ghiaccio disse che i giovani di oggi sono nientemeno che «una generazione di fighette e leccaculo».
Ma da che cosa deriva, appunto, questa «epidemia d’ansia»? Una risposta ha provato a darla Jonathan Haidt, uno degli psicologi sociali più influenti. Nel suo recente La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), l’autore ha dato la risposta già nel sottotitolo: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Secondo Haidt, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una «grande riconfigurazione» dell’infanzia, dove ora dominano gli smartphone e i social media, i quali hanno sostituito i giochi più tradizionali, provocando così un forte incremento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. Cresciuti da genitori iperprotettivi (e quindi anch’essi ansiosi), i ragazzi della generazione Z hanno avuto meno occasioni di giocare a giochi «reali» all’aria aperta, lontano dalla supervisione di madri e padri apprensivi. Al contrario, sono stati costretti a rifugiarsi nell’universo virtuale dei social: un ambiente, peraltro, non sufficientemente regolamentato o compreso dai minorenni.
Spiegazioni monocausali, però, difficilmente possono soddisfare. E, infatti, diversi scienziati hanno allargato il campo d’indagine. Tra questi c’è anche il filosofo Vincenzo Costa, che di recente ha pubblicato il suo studio La società dell’ansia (Inschibboleth, 2024). Nell’interpretazione dell’autore, «l’atmosfera che caratterizza la società contemporanea è l’ansia». Nell’Occidente neoliberale, spiega Costa, «livelli crescenti di individualismo, di rottura del legame sociale e di dissoluzione del supporto sociale esperito generano un incremento vertiginoso di ansia e di disturbo psichico». La tesi forse non è nuova, ma difficilmente può essere contestata. Se la pressione sociale impone agli individui di avere successo, di massimizzare i profitti, di essere in qualche modo «perfetti», è inevitabile che si creino aspettative esagerate e ansiogene, o cocenti delusioni che poi sfociano in depressione. E così il futuro non è più il luogo delle possibilità per realizzare progetti di vita, ma una minaccia che incombe sulle nostre esistenze. Una minaccia che, ovviamente, non può che generare ancora più ansia.
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In sei su dieci lamentano sbalzi di umore e difficoltà a dormire. E circa il 20% si fa aiutare dalla «chimica». Rischiando di diventarne dipendente.I millennials e la generazione Z sono usciti con le ossa rotte dal lockdown, che ha aggravato una situazione già compromessa dalla paura cronica di cataclismi ambientali, foraggiata dagli ideologi verdi, e dallo smartphone, che ha soppiantato la realtà.Lo speciale contiene due articoliNell’ultimo anno, sei italiani su dieci hanno avuto un problema di umore: qualche volta il 39,7%, spesso il 16,8% e sempre il 3,6%. Secondo Eurispes, l’insonnia ha interessato il 59% degli intervistati e quasi quattro su dieci (38%) hanno dichiarato di aver avuto una crisi di panico. Più vulnerabili a esperienze di ansia, insonnia e sbalzi d’umore sono le età estreme della vita. Oltre alle generazioni più giovani, che tendono a essere maggiormente colpite da difficoltà emotive - tra i 18 e i 24 anni il 72,7% segnala sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico - anche gli anziani risultano particolarmente fragili. Per controllare questi disturbi, specie per ansia e insonnia, si cerca poco però l’aiuto del medico o dello specialista. È infatti molto diffuso il fai da te, testimoniato da un uso disinvolto di ansiolitici, come le benzodiazepine, farmaci che da 60 anni sono molto diffusi e praticamente declassati, grazie a un buon rapporto beneficio/rischio, a goccette per dormire o per l’ansia, sottovalutando che, come ogni medicinale, hanno invece indicazioni ed effetti collaterali. Non sorprende allora la continua crescita del mercato dei farmaci per stabilizzare l’umore che, prescritti magari per un uso di qualche settimana, vengono poi usati con continuità. La banca dati Pharma data factory, che monitora le uscite del 95% di farmacie italiane, ha registrato, nell’ultimo anno mobile (novembre 2023-ottobre 2024) la vendita di 49 milioni di confezioni per questi disturbi, con un valore di prezzo al pubblico di 525 milioni di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2023, la crescita in volumi è stata del 3,2% (da 47 a 49 milioni di confezioni) e a valori del 3,8% (da 506 a 525 milioni di euro), ma che segna un +10% nelle fasce più giovani. Del resto, in 20 anni sono quadruplicate le persone che riferiscono disagi mentali e sono circa tre volte di più quelle con ansia. Nei primi anni 2000, secondo i dati Esmed-Wmh, il 7% della popolazione italiana presentava sintomi riconducibili a un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l’intervista e circa il 5% aveva sofferto di un disturbo d’ansia. Nel 2023, l’Eurispes segnala che le percentuali sono arrivate rispettivamente al 28% - sei punti percentuali più elevati rispetto al 2022 - e al 14% per l’ansia. L’aumento di questi valori, concordano gli esperti, è riconducibile alla pandemia di Covid-19 che ha accentuato in molte persone i disturbi di ansia e stress, creando un profondo senso di solitudine, specie nei più giovani e nei più anziani, acuito, negli ultimi anni, dalle crisi internazionali, le guerre, i problemi economici e, specie nelle nuove generazioni, dall’eco-ansia. Secondo il Censis, negli adulti dai 37 ai 64 anni i numeri di chi ha sofferto di disturbi psicologici, nell’ultimo anno sono, in media, poco più di 1 su 5, ma per gli under 37 si sale al 44,6% e addirittura al 49,4% tra i 18 e i 25 anni. Negli anziani la stima è del 9% ma, per l’Istituto superiore di sanità, si arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche. Con queste percentuali, non meraviglia, come registra Eurispes, che un italiano su cinque (19,8%), nell’ultimo anno, abbia cercato di risolvere questi problemi assumendo ansiolitici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o tranquillanti. La spesa media mensile per l’acquisto di farmaci per tenere a bada questi sintomi è tra i 31 a i 100 euro: il 60% per sbalzi d’umore, insonnia (59%), sintomi depressivi (58,9%) e crisi di panico (38%). Sono soprattutto gli anziani (65 anni e oltre) a far registrare le percentuali più alte di assunzione (22,4%) e le donne (21,7%) rispetto agli uomini (17,8%). Ansiolitici e tranquillanti sono tra i farmaci psicotropi più utilizzati, anche se con diversa frequenza: nello specifico, ne ha fatto uso il 51,4% qualche volta, il 24,9% spesso, l’8,8% sempre. Seguono gli antidepressivi (usati complessivamente nel 51,2% dei casi) gli stabilizzatori dell’umore (40,5%) e gli antipsicotici (21,4%). A preoccupare gli esperti è il fatto che quasi la metà di chi ha problemi di ansia e stress (44%) decide di autogestire i disturbi e il 33% non richiede nemmeno un consulto medico. Un’indagine Unisalute rivela che uno su tre pensa a rimedi naturali o lo sport, il 17% si rivolge al farmacista e al medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (modalità preferita dal 25%). Sempre secondo le ultime rilevazioni Eurispes sono soprattutto le donne, rispetto agli uomini, a sperimentare in misura leggermente maggiore le diverse forme di supporto psicologico e terapeutico. Così si scopre che circa il 15-20% della popolazione adulta, nel corso della propria vita, ha fatto uso di benzodiazepine, che spiccano tra i farmaci più usati senza prescrizione medica. Il fenomeno è rilevante anche tra i giovani. Secondo la Relazione al Parlamento 2024 (dip. Politiche antidroga Pcm), negli ultimi 5 anni, circa 440.000 studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione nel corso della vita, in particolare ansiolitici, cioè benzodiazepine. Indicate nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia, hanno anche altri usi, come rilassanti muscolari e antiepilettici. Proprio l’effetto rapido sui sintomi determina, nelle persone ansiose, lo sviluppo di un legame che innesca un meccanismo di abuso e dipendenza. Nell’uso regolare è infatti necessario aumentare la dose per avere lo stesso effetto sull’ansia e, se si interrompe bruscamente la loro assunzione, si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza. Vari studi indicano che, specie negli anziani, l’uso protratto di questi farmaci aumenta il rischio di incidenti d’auto, fratture del femore o dell’anca e, addirittura, probabilmente, deficit cognitivo. A conferma del dato, studi recenti dimostrano che l’uso intermittente di benzodiazepine riduce del 20% le fratture d’anca. Questi farmaci, largamente disponibili, entrano a far parte anche di mix di sostanze e alcol usati, purtoppo, negli abusi sessuali, oltre che per amplificare lo sballo. Il vero allarme però è per i giovani. Durante il lockdown, come testimoniano vari dati, negli studenti c’è stato un aumento nell’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, in particolare di ansiolitici. 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E, inevitabilmente, genera ansia. Che sia il postino, il corriere o un ospite non annunciato, la mancanza di un avviso tramite Whatsapp si rivela un’ardua prova da superare per i giovani ipertecnologici, in special modo per i cosiddetti «nativi digitali», ossia i ragazzi nati nel nuovo millennio a cui è stato messo subito uno smartphone in mano. Questo è solo un esempio fra i tanti che confermano una tendenza in atto ormai da anni: la crescita esponenziale, tra gli adolescenti, di disturbi legati all’ansia e alla depressione. Tanto che, già prima del Covid, Richard Wilkinson e Kate Pickett parlarono di quella «epidemia d’ansia» che ha ormai infestato il mondo occidentale. La formula, coniata nel loro lavoro L’equilibrio dell’anima (Feltrinelli, 2019), fu sinistramente profetica. Di lì a poco, infatti, sarebbe stata dichiarata l’emergenza pandemica, con effetti deleteri sulle nuove generazioni che, ancora adesso, non riusciamo ad apprezzare in tutta la loro gravità. La verità, però, è che le nefaste restrizioni anti Covid hanno semplicemente peggiorato una situazione già quasi compromessa. Se poi a tutto ciò aggiungiamo problematiche psichiche autoindotte, il quadro si fa ancora più fosco. Ci riferiamo, ovviamente, a fenomeni come la cosiddetta «ecoansia», termine che ha avuto un’enorme diffusione mediatica grazie a Greta Thunberg e ai pretoriani dell’ambientalismo militante. Stando all’esercito dei Fridays for future (e agli scienziati che gli hanno dato credito), l’ecoansia si manifesterebbe in una paura cronica per presunti disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, provocando inquietudine, sensi di colpa e, talvolta, anche depressione. Nei casi più estremi, come quelli documentati nel 2020 sulla rivista Climatic change, alcune persone hanno persino dichiarato di aver rinunciato a fare figli per non gravare sul futuro del pianeta. L’impronta ideologica, ovviamente, è visibile non solo riguardo a temi come l’ecologismo, ma ha finito per impregnare la visione del mondo di un’intera generazione. Quella che, appunto, va in fibrillazione se sente suonare il campanello e, inoltre, sostiene tutte le dabbenaggini partorite dalla cultura woke. Alcuni chiamano i ragazzi della GenZ «fiocchi di neve», facendo riferimento al loro carattere fragile e ultrasensibile, che può raggiungere livelli di correttezza politica spesso patologici. Clint Eastwood, con la sua consueta franchezza, è stato ancora più caustico: in una lunga intervista a Esquire del 2016, il texano dagli occhi di ghiaccio disse che i giovani di oggi sono nientemeno che «una generazione di fighette e leccaculo». Ma da che cosa deriva, appunto, questa «epidemia d’ansia»? Una risposta ha provato a darla Jonathan Haidt, uno degli psicologi sociali più influenti. Nel suo recente La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), l’autore ha dato la risposta già nel sottotitolo: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Secondo Haidt, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una «grande riconfigurazione» dell’infanzia, dove ora dominano gli smartphone e i social media, i quali hanno sostituito i giochi più tradizionali, provocando così un forte incremento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. Cresciuti da genitori iperprotettivi (e quindi anch’essi ansiosi), i ragazzi della generazione Z hanno avuto meno occasioni di giocare a giochi «reali» all’aria aperta, lontano dalla supervisione di madri e padri apprensivi. Al contrario, sono stati costretti a rifugiarsi nell’universo virtuale dei social: un ambiente, peraltro, non sufficientemente regolamentato o compreso dai minorenni. Spiegazioni monocausali, però, difficilmente possono soddisfare. E, infatti, diversi scienziati hanno allargato il campo d’indagine. Tra questi c’è anche il filosofo Vincenzo Costa, che di recente ha pubblicato il suo studio La società dell’ansia (Inschibboleth, 2024). Nell’interpretazione dell’autore, «l’atmosfera che caratterizza la società contemporanea è l’ansia». Nell’Occidente neoliberale, spiega Costa, «livelli crescenti di individualismo, di rottura del legame sociale e di dissoluzione del supporto sociale esperito generano un incremento vertiginoso di ansia e di disturbo psichico». La tesi forse non è nuova, ma difficilmente può essere contestata. Se la pressione sociale impone agli individui di avere successo, di massimizzare i profitti, di essere in qualche modo «perfetti», è inevitabile che si creino aspettative esagerate e ansiogene, o cocenti delusioni che poi sfociano in depressione. E così il futuro non è più il luogo delle possibilità per realizzare progetti di vita, ma una minaccia che incombe sulle nostre esistenze. Una minaccia che, ovviamente, non può che generare ancora più ansia.
Dario Franceschini
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.
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Il cardinale Matteo Zuppi (Ansa)
È in America a farsi accreditare dai reduci democratici: Barack Obama (chissà come lo invidia Elly che fece la galoppina alle presidenziali Usa) e Bill Clinton così ha evitato l’imbarazzo di non essere invitato ai 125 anni della Fiom, il più antico sindacato d’Italia. Del resto era complicato chiamarlo al tavolo delle celebrazioni dopo che un annetto fa Maurizio Landini (leader sindacale in cerca di occupazione visto che gli scade il mandato non rinnovabile da segretario nazionale della Cgil) con Elly Schlein e la coppia di fatto di Avs – i Fratonelli – gli hanno apparecchiato contro un referendum: quello sul jobs act.
Né la Cgil né tanto meno il Pd, che quando era segretario il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha voluto e sostenuto il jobs act, ci fecero bella figura; quorum non raggiunto e tutti a casa. A memoria d’uomo Elly Schlein è la prima segretaria dai tempi del Pci che per dare retta al Landini testa calda – fu un mitico trattore della rivoluzione verde, ma ora è un sindacalista sempre pronto alla baruffa politica – ha smentito il suo partito.
Con Enrico Berlinguer era il sindacato – a capo c’era un tal Luciano Lama - a fare da cinghia di trasmissione, ma si sa i tempi mutano e pure gli uomini, e anche le donne, cambiano. Dunque era complicato invitare Matteo Renzi che continua però predicare la sua indispensabilità. Ha ripetuto alla Schlein: senza di me non vinci né le politiche né la partita del Quirinale. E lei di rimando ha detto: ma io sono testardamente unitaria, vedrai caro Matteo avremo modo di stare insieme. Sta di fatto che per ora senza i centristi per Elly non c’è campo. Resta il fatto che la famosa cena dalla «sora Costanza» a Roma con Elly, Giuseppi e i «Fratonelli» - la coppia di fatto di Avs - al campo largo qualche grattacapo lo ha prodotto. Il quadretto si ripropone ancora più spostato a sinistra sotto le sigle della Fiom perché a Bologna, dove oggi si conclude la tre giorni di festeggiamenti per il compleanno dei metalmeccanici che più rossi non si può, si è vista un’edizione del campo stretto.
Sul palco con Elly Schlein solo Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e ovviamente Maurizio Landini. Una seggiola virtuale l’hanno aggiunta: quella per il cardinale di Bologna, nonché presidente dei vescovi italiani, nonché intimo di Andrea Riccardi che con la Comunità di Sant’Egidio costruisce ponti tra sinistra e sacrestia, Matteo Maria Zuppi. Che ha mandato un videomessaggio per esortare i lavoratori a non rassegnarsi alle ingiustizie e alla precarietà. Ma il dato politico interessante è che la piazza della Fiom è cosa diversa dalla tela che a Bologna Romano Prodi e anche una parte dei cattolici, Zuppi compreso, stanno tessendo per riproporre una sorta di Ulivo. Che certo non cresce con il “quartetto cena” da Costanza. Elly Schlein è tornata a Bologna dove una settimana fa è stata in «udienza» per oltre due ore da Romano Prodi sperando di ottenere la piena investitura e non l’ha avuta.
Ieri Dario Franceschini su Repubblica è tornato a spiegare alla segretaria: «La Meloni punta ai pieni poteri se sale al Quirinale: rischi così alti richiedono una risposta molto forte e io penso che un’alleanza per l’Italia vada fatta per cerchi concentrici». Tradotto. vedetevi pure in trattoria, ma Renzi con tutti gli altri non potete lasciarli fuori. Invece nella piazza «Lucio Dalla» Elly Schlein sente forte il richiamo della giungla rossa. Del resto Bologna significa 63.000 iscritti alla Fiom, 8.000 aziende con almeno un “fiommista”, 3.000 delegati, una rappresentanza del 73%, 130 dirigenti sindacali. Una sorta di partito delle fabbriche nel partito della Ztl che è invece quello che piace agli ulivisti. Da qui lo strabismo di Elly: dare retta ai cacicchi o buttarsi a sinistra col Campo largo e senza Renzi?
Così con Nicola Fratoianni che predica patrimoniali e salario minimo (ma l’dea è tramontata anche nella Cgil) con Giuseppe Conte che dopo aver appena detto «il Movimento cinque stelle non è di sinistra» fa il populista rosso rivendicando il reddito di cittadinanza, e con Landini che tuona a prescindere contro i padroni Elly si sente a casa sua (lei da Bologna è partita con OccupyPd). Al punto che sul palco non c’è neppure Angelo Bonelli; il green deal non s’addice al rosso Fiom. Perché bisognerebbe spiegare a quelli di Mirafiori, come a quelli di Cassino, o a quelli di Modena della Maserati che grazie all’ostracismo ai motori endotermici hanno perso il lavoro senza che Maurizio Landini abbia detto un fiato a John Elkan o a Ursula von der Leyen. Per la verità a spiegare che il sindacato è vivo e lotta insieme a loro ci ha provato il segretario generale della Fiom Michele De Palma che però pare molto attento a quello che (non) succede in Palestina o alle intemerate di Tommaso Montanari piuttosto che a vertenze senza speranza come quella dell’Electrolux.
Le celebrazioni sono cominciate lunedì e martedì scorsi a Livorno – lì il 16 giugno del 1901 fu fondato il sindacato dei metalmeccanici ancor prima del Pci – dove la prima preoccupazione è stata per la Palestina, finiscono stasera col concertone. Lo striscione della Fiom recita: «Senza lavoro non c’è storia». A Elly Schlein ripetono: senza Matteo Renzi non c’è storia. Maurizio Landini stasera tiene il comizio finale: proverà a evitare che il campo largo diventi – con l’aggregazione di centristi e renziani – un campo minato per lui che fara il politico. In cuor suo preferirebbe stare all’opposizione: ai sindacalisti viene meglio rivendicare piuttosto che governare.
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L'immagine satellitare di Vantor mostra una panoramica dell'aeroporto di Niamey e delle basi militari circostanti prima di un attacco in Niger (Getty Images)
Il JNIM, ramo saheliano di al Qaeda, rivendica l’assalto all’aeroporto della capitale e a diverse basi militari. Nel complesso colpito è presente anche il contingente italiano impegnato nell’addestramento dei paracadutisti nigerini. L’offensiva conferma la crescente pressione jihadista sulla regione.
L’attacco all’aeroporto internazionale Diori Hamani della capitale del Niger è stato rivendicato dal gruppo Jnim (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani), il rappresentante di al Qaeda nel Sahel, che ha diramato un comunicato pubblicato su Chirpwire dalla sua fondazione di propaganda Az-Zallaqa.
Questa operazione, respinta con grande fatica dalle forze speciali nigerine, assistite dai mercenari russi dell’Africa Corps, ha visto la morte di 13 persone, 11 membri delle forze armate e due civili, mentre altre 4 persone sono rimaste ferite in maniera grave. Il generale Salifou Mody, attuale ministro della Difesa del Niger, ha dichiarato che 23 islamisti sono stati uccisi e che un’imponente caccia all’uomo sarebbe ancora in atto, mentre una ventina di persone sono già state arrestate. I militari da ieri stanno perlustrando tutta l'area intorno all'aeroporto e alla base aerea militare della capitale, e hanno provveduto a demolire una serie di insediamenti abusivi. Le polizia nigerina è alla ricerca di militanti che durante la fuga sarebbero stati nascosti dalla popolazione locale, che il governo accusa di praticare una forma di fiancheggiamento ai terroristi. Intanto gli investigatori stanno ricostruendo la dinamica dell’attacco che ha visto arrivare gli aggressori a bordo di due veicoli bianchi, anche se un testimone ha raccontato di un terzo possibile arrivo con un taxi, portando a tre le auto giunte nel perimetro che sarebbe dovuto essere irraggiungibile. Un’altra fonte della sicurezza interna ha raccontato che un gruppo di aggressori era nascosto dalla sera precedente in un edificio della dogana dell'aeroporto e sono stati loro ad uccidere quattro agenti di sicurezza.
Questo farebbe pensare a un basista all’interno del Diori Hamani che avrebbe facilitato l’assalto dei terroristi. L’operazione contro l’aeroporto e le sue basi era inserita in un quadro molto più ampio che il giorno precedente aveva visto due attacchi coordinati contro le basi militari di Banibangou e Inates situate nella regione occidentale di Tillaberi. A Banibangou sono stati uccisi 10 soldati dell’esercito nigerino e altri 40 feriti gravemente, mentre a Inates i militari hanno addirittura abbandonato la loro base che sarebbe adesso in mano ai jihadisti. L'aeroporto internazionale di Niamey e le basi militari ospitate restano da sempre l’obiettivo primario delle forze islamiste, che vogliono rovesciare la giunta militare al potere dal 2023. Qui ha sede il quartier generale dei mercenari russi dell’Africa Corps, le forze dell’Alleanza del Sahel (AES), formate da soldati provenienti da Mali e Burkina Faso e anche il contingente italiano, in Niger per addestrare i paracadutisti. In un deposito dell’aeroporto sono anche accatastate 1000 tonnellate di uranio che è stato sequestrato a un’azienda francese, dopo la rottura con Parigi, ed è destinato a Mosca e che potrebbe essere il vero obiettivo degli islamisti.
Il presidente della giunta Abdourahamane Tchiani ha rassicurato la popolazione dichiarando che la situazione era tornata sotto controllo e che l’esercito nazionale aveva respinto gli aggressori, ma il Niger appare sempre più fragile. Nel gennaio scorso era invece stato lo Stato Islamico della Provincia del Sahel (ISSP) erede dello Stato Islamico del Grande Sahara, branca locale dell'Isis, a rivendicare un attacco al complesso aeroportuale, dove erano rimasti uccisi venti combattenti e quattro soldati regolari. Tutto il Sahel è ormai da anni sottoposto alla pressione dei due network del terrorismo internazionale che si sono radicati in questa area vitale per raggiungere il Mediterraneo. I due gruppi di JNIM e ISSP sono arrivati a combattersi fra di loto per aumentare la propria influenza nella regione, scontrandosi per la prima volta in Niger nell’aprile scorso. La rivalità e la competizione di lunga data per il predominio regionale stanno alimentando attacchi sempre più frequenti e di grande impatto contro obiettivi strategici per dimostrare la debolezza dei governi africani ed espandere la propria influenza.
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