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2025-01-27
Ansia panico insonnia. Italiani sull’orlo di una crisi di nervi
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Nell’ultimo anno, sei italiani su dieci hanno avuto un problema di umore: qualche volta il 39,7%, spesso il 16,8% e sempre il 3,6%. Secondo Eurispes, l’insonnia ha interessato il 59% degli intervistati e quasi quattro su dieci (38%) hanno dichiarato di aver avuto una crisi di panico. Più vulnerabili a esperienze di ansia, insonnia e sbalzi d’umore sono le età estreme della vita. Oltre alle generazioni più giovani, che tendono a essere maggiormente colpite da difficoltà emotive - tra i 18 e i 24 anni il 72,7% segnala sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico - anche gli anziani risultano particolarmente fragili.
Per controllare questi disturbi, specie per ansia e insonnia, si cerca poco però l’aiuto del medico o dello specialista. È infatti molto diffuso il fai da te, testimoniato da un uso disinvolto di ansiolitici, come le benzodiazepine, farmaci che da 60 anni sono molto diffusi e praticamente declassati, grazie a un buon rapporto beneficio/rischio, a goccette per dormire o per l’ansia, sottovalutando che, come ogni medicinale, hanno invece indicazioni ed effetti collaterali. Non sorprende allora la continua crescita del mercato dei farmaci per stabilizzare l’umore che, prescritti magari per un uso di qualche settimana, vengono poi usati con continuità. La banca dati Pharma data factory, che monitora le uscite del 95% di farmacie italiane, ha registrato, nell’ultimo anno mobile (novembre 2023-ottobre 2024) la vendita di 49 milioni di confezioni per questi disturbi, con un valore di prezzo al pubblico di 525 milioni di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2023, la crescita in volumi è stata del 3,2% (da 47 a 49 milioni di confezioni) e a valori del 3,8% (da 506 a 525 milioni di euro), ma che segna un +10% nelle fasce più giovani.
Del resto, in 20 anni sono quadruplicate le persone che riferiscono disagi mentali e sono circa tre volte di più quelle con ansia. Nei primi anni 2000, secondo i dati Esmed-Wmh, il 7% della popolazione italiana presentava sintomi riconducibili a un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l’intervista e circa il 5% aveva sofferto di un disturbo d’ansia. Nel 2023, l’Eurispes segnala che le percentuali sono arrivate rispettivamente al 28% - sei punti percentuali più elevati rispetto al 2022 - e al 14% per l’ansia. L’aumento di questi valori, concordano gli esperti, è riconducibile alla pandemia di Covid-19 che ha accentuato in molte persone i disturbi di ansia e stress, creando un profondo senso di solitudine, specie nei più giovani e nei più anziani, acuito, negli ultimi anni, dalle crisi internazionali, le guerre, i problemi economici e, specie nelle nuove generazioni, dall’eco-ansia. Secondo il Censis, negli adulti dai 37 ai 64 anni i numeri di chi ha sofferto di disturbi psicologici, nell’ultimo anno sono, in media, poco più di 1 su 5, ma per gli under 37 si sale al 44,6% e addirittura al 49,4% tra i 18 e i 25 anni. Negli anziani la stima è del 9% ma, per l’Istituto superiore di sanità, si arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche.
Con queste percentuali, non meraviglia, come registra Eurispes, che un italiano su cinque (19,8%), nell’ultimo anno, abbia cercato di risolvere questi problemi assumendo ansiolitici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o tranquillanti. La spesa media mensile per l’acquisto di farmaci per tenere a bada questi sintomi è tra i 31 a i 100 euro: il 60% per sbalzi d’umore, insonnia (59%), sintomi depressivi (58,9%) e crisi di panico (38%). Sono soprattutto gli anziani (65 anni e oltre) a far registrare le percentuali più alte di assunzione (22,4%) e le donne (21,7%) rispetto agli uomini (17,8%). Ansiolitici e tranquillanti sono tra i farmaci psicotropi più utilizzati, anche se con diversa frequenza: nello specifico, ne ha fatto uso il 51,4% qualche volta, il 24,9% spesso, l’8,8% sempre. Seguono gli antidepressivi (usati complessivamente nel 51,2% dei casi) gli stabilizzatori dell’umore (40,5%) e gli antipsicotici (21,4%). A preoccupare gli esperti è il fatto che quasi la metà di chi ha problemi di ansia e stress (44%) decide di autogestire i disturbi e il 33% non richiede nemmeno un consulto medico. Un’indagine Unisalute rivela che uno su tre pensa a rimedi naturali o lo sport, il 17% si rivolge al farmacista e al medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (modalità preferita dal 25%). Sempre secondo le ultime rilevazioni Eurispes sono soprattutto le donne, rispetto agli uomini, a sperimentare in misura leggermente maggiore le diverse forme di supporto psicologico e terapeutico.
Così si scopre che circa il 15-20% della popolazione adulta, nel corso della propria vita, ha fatto uso di benzodiazepine, che spiccano tra i farmaci più usati senza prescrizione medica. Il fenomeno è rilevante anche tra i giovani. Secondo la Relazione al Parlamento 2024 (dip. Politiche antidroga Pcm), negli ultimi 5 anni, circa 440.000 studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione nel corso della vita, in particolare ansiolitici, cioè benzodiazepine. Indicate nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia, hanno anche altri usi, come rilassanti muscolari e antiepilettici. Proprio l’effetto rapido sui sintomi determina, nelle persone ansiose, lo sviluppo di un legame che innesca un meccanismo di abuso e dipendenza. Nell’uso regolare è infatti necessario aumentare la dose per avere lo stesso effetto sull’ansia e, se si interrompe bruscamente la loro assunzione, si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza. Vari studi indicano che, specie negli anziani, l’uso protratto di questi farmaci aumenta il rischio di incidenti d’auto, fratture del femore o dell’anca e, addirittura, probabilmente, deficit cognitivo. A conferma del dato, studi recenti dimostrano che l’uso intermittente di benzodiazepine riduce del 20% le fratture d’anca. Questi farmaci, largamente disponibili, entrano a far parte anche di mix di sostanze e alcol usati, purtoppo, negli abusi sessuali, oltre che per amplificare lo sballo.
Il vero allarme però è per i giovani. Durante il lockdown, come testimoniano vari dati, negli studenti c’è stato un aumento nell’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, in particolare di ansiolitici. Negli adolescenti la dipendenza a questi farmaci si sviluppa più rapidamente, portando con sé gravi rischi per la salute mentale ed emotiva, con scarsi rendimenti scolastici e comportamenti aggressivi e autodistruttivi.
Dai virus al clima, i giovani tremano per tutto
Già in tempi non sospetti (era il 2017), il Wall Street Journal pubblicò un articolo su un fenomeno alquanto bizzarro: la «doorbell phobia», e cioè la fobia da campanello. Di che cosa si tratta? Soprattutto tra i millennials e la generazione Z, il suono inaspettato del citofono appare «spaventosamente strano». E, inevitabilmente, genera ansia. Che sia il postino, il corriere o un ospite non annunciato, la mancanza di un avviso tramite Whatsapp si rivela un’ardua prova da superare per i giovani ipertecnologici, in special modo per i cosiddetti «nativi digitali», ossia i ragazzi nati nel nuovo millennio a cui è stato messo subito uno smartphone in mano.
Questo è solo un esempio fra i tanti che confermano una tendenza in atto ormai da anni: la crescita esponenziale, tra gli adolescenti, di disturbi legati all’ansia e alla depressione. Tanto che, già prima del Covid, Richard Wilkinson e Kate Pickett parlarono di quella «epidemia d’ansia» che ha ormai infestato il mondo occidentale. La formula, coniata nel loro lavoro L’equilibrio dell’anima (Feltrinelli, 2019), fu sinistramente profetica. Di lì a poco, infatti, sarebbe stata dichiarata l’emergenza pandemica, con effetti deleteri sulle nuove generazioni che, ancora adesso, non riusciamo ad apprezzare in tutta la loro gravità.
La verità, però, è che le nefaste restrizioni anti Covid hanno semplicemente peggiorato una situazione già quasi compromessa. Se poi a tutto ciò aggiungiamo problematiche psichiche autoindotte, il quadro si fa ancora più fosco. Ci riferiamo, ovviamente, a fenomeni come la cosiddetta «ecoansia», termine che ha avuto un’enorme diffusione mediatica grazie a Greta Thunberg e ai pretoriani dell’ambientalismo militante. Stando all’esercito dei Fridays for future (e agli scienziati che gli hanno dato credito), l’ecoansia si manifesterebbe in una paura cronica per presunti disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, provocando inquietudine, sensi di colpa e, talvolta, anche depressione. Nei casi più estremi, come quelli documentati nel 2020 sulla rivista Climatic change, alcune persone hanno persino dichiarato di aver rinunciato a fare figli per non gravare sul futuro del pianeta.
L’impronta ideologica, ovviamente, è visibile non solo riguardo a temi come l’ecologismo, ma ha finito per impregnare la visione del mondo di un’intera generazione. Quella che, appunto, va in fibrillazione se sente suonare il campanello e, inoltre, sostiene tutte le dabbenaggini partorite dalla cultura woke. Alcuni chiamano i ragazzi della GenZ «fiocchi di neve», facendo riferimento al loro carattere fragile e ultrasensibile, che può raggiungere livelli di correttezza politica spesso patologici. Clint Eastwood, con la sua consueta franchezza, è stato ancora più caustico: in una lunga intervista a Esquire del 2016, il texano dagli occhi di ghiaccio disse che i giovani di oggi sono nientemeno che «una generazione di fighette e leccaculo».
Ma da che cosa deriva, appunto, questa «epidemia d’ansia»? Una risposta ha provato a darla Jonathan Haidt, uno degli psicologi sociali più influenti. Nel suo recente La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), l’autore ha dato la risposta già nel sottotitolo: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Secondo Haidt, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una «grande riconfigurazione» dell’infanzia, dove ora dominano gli smartphone e i social media, i quali hanno sostituito i giochi più tradizionali, provocando così un forte incremento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. Cresciuti da genitori iperprotettivi (e quindi anch’essi ansiosi), i ragazzi della generazione Z hanno avuto meno occasioni di giocare a giochi «reali» all’aria aperta, lontano dalla supervisione di madri e padri apprensivi. Al contrario, sono stati costretti a rifugiarsi nell’universo virtuale dei social: un ambiente, peraltro, non sufficientemente regolamentato o compreso dai minorenni.
Spiegazioni monocausali, però, difficilmente possono soddisfare. E, infatti, diversi scienziati hanno allargato il campo d’indagine. Tra questi c’è anche il filosofo Vincenzo Costa, che di recente ha pubblicato il suo studio La società dell’ansia (Inschibboleth, 2024). Nell’interpretazione dell’autore, «l’atmosfera che caratterizza la società contemporanea è l’ansia». Nell’Occidente neoliberale, spiega Costa, «livelli crescenti di individualismo, di rottura del legame sociale e di dissoluzione del supporto sociale esperito generano un incremento vertiginoso di ansia e di disturbo psichico». La tesi forse non è nuova, ma difficilmente può essere contestata. Se la pressione sociale impone agli individui di avere successo, di massimizzare i profitti, di essere in qualche modo «perfetti», è inevitabile che si creino aspettative esagerate e ansiogene, o cocenti delusioni che poi sfociano in depressione. E così il futuro non è più il luogo delle possibilità per realizzare progetti di vita, ma una minaccia che incombe sulle nostre esistenze. Una minaccia che, ovviamente, non può che generare ancora più ansia.
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In sei su dieci lamentano sbalzi di umore e difficoltà a dormire. E circa il 20% si fa aiutare dalla «chimica». Rischiando di diventarne dipendente.I millennials e la generazione Z sono usciti con le ossa rotte dal lockdown, che ha aggravato una situazione già compromessa dalla paura cronica di cataclismi ambientali, foraggiata dagli ideologi verdi, e dallo smartphone, che ha soppiantato la realtà.Lo speciale contiene due articoliNell’ultimo anno, sei italiani su dieci hanno avuto un problema di umore: qualche volta il 39,7%, spesso il 16,8% e sempre il 3,6%. Secondo Eurispes, l’insonnia ha interessato il 59% degli intervistati e quasi quattro su dieci (38%) hanno dichiarato di aver avuto una crisi di panico. Più vulnerabili a esperienze di ansia, insonnia e sbalzi d’umore sono le età estreme della vita. Oltre alle generazioni più giovani, che tendono a essere maggiormente colpite da difficoltà emotive - tra i 18 e i 24 anni il 72,7% segnala sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico - anche gli anziani risultano particolarmente fragili. Per controllare questi disturbi, specie per ansia e insonnia, si cerca poco però l’aiuto del medico o dello specialista. È infatti molto diffuso il fai da te, testimoniato da un uso disinvolto di ansiolitici, come le benzodiazepine, farmaci che da 60 anni sono molto diffusi e praticamente declassati, grazie a un buon rapporto beneficio/rischio, a goccette per dormire o per l’ansia, sottovalutando che, come ogni medicinale, hanno invece indicazioni ed effetti collaterali. Non sorprende allora la continua crescita del mercato dei farmaci per stabilizzare l’umore che, prescritti magari per un uso di qualche settimana, vengono poi usati con continuità. La banca dati Pharma data factory, che monitora le uscite del 95% di farmacie italiane, ha registrato, nell’ultimo anno mobile (novembre 2023-ottobre 2024) la vendita di 49 milioni di confezioni per questi disturbi, con un valore di prezzo al pubblico di 525 milioni di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2023, la crescita in volumi è stata del 3,2% (da 47 a 49 milioni di confezioni) e a valori del 3,8% (da 506 a 525 milioni di euro), ma che segna un +10% nelle fasce più giovani. Del resto, in 20 anni sono quadruplicate le persone che riferiscono disagi mentali e sono circa tre volte di più quelle con ansia. Nei primi anni 2000, secondo i dati Esmed-Wmh, il 7% della popolazione italiana presentava sintomi riconducibili a un disturbo mentale nei 12 mesi precedenti l’intervista e circa il 5% aveva sofferto di un disturbo d’ansia. Nel 2023, l’Eurispes segnala che le percentuali sono arrivate rispettivamente al 28% - sei punti percentuali più elevati rispetto al 2022 - e al 14% per l’ansia. L’aumento di questi valori, concordano gli esperti, è riconducibile alla pandemia di Covid-19 che ha accentuato in molte persone i disturbi di ansia e stress, creando un profondo senso di solitudine, specie nei più giovani e nei più anziani, acuito, negli ultimi anni, dalle crisi internazionali, le guerre, i problemi economici e, specie nelle nuove generazioni, dall’eco-ansia. Secondo il Censis, negli adulti dai 37 ai 64 anni i numeri di chi ha sofferto di disturbi psicologici, nell’ultimo anno sono, in media, poco più di 1 su 5, ma per gli under 37 si sale al 44,6% e addirittura al 49,4% tra i 18 e i 25 anni. Negli anziani la stima è del 9% ma, per l’Istituto superiore di sanità, si arriva al 30% tra quelli con difficoltà economiche. Con queste percentuali, non meraviglia, come registra Eurispes, che un italiano su cinque (19,8%), nell’ultimo anno, abbia cercato di risolvere questi problemi assumendo ansiolitici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o tranquillanti. La spesa media mensile per l’acquisto di farmaci per tenere a bada questi sintomi è tra i 31 a i 100 euro: il 60% per sbalzi d’umore, insonnia (59%), sintomi depressivi (58,9%) e crisi di panico (38%). Sono soprattutto gli anziani (65 anni e oltre) a far registrare le percentuali più alte di assunzione (22,4%) e le donne (21,7%) rispetto agli uomini (17,8%). Ansiolitici e tranquillanti sono tra i farmaci psicotropi più utilizzati, anche se con diversa frequenza: nello specifico, ne ha fatto uso il 51,4% qualche volta, il 24,9% spesso, l’8,8% sempre. Seguono gli antidepressivi (usati complessivamente nel 51,2% dei casi) gli stabilizzatori dell’umore (40,5%) e gli antipsicotici (21,4%). A preoccupare gli esperti è il fatto che quasi la metà di chi ha problemi di ansia e stress (44%) decide di autogestire i disturbi e il 33% non richiede nemmeno un consulto medico. Un’indagine Unisalute rivela che uno su tre pensa a rimedi naturali o lo sport, il 17% si rivolge al farmacista e al medico di base (16%). Solo il 12% ha optato per il supporto di uno psicologo o psicoterapeuta, nonostante il 62% degli italiani affermi che si rivolgerebbe a queste figure in caso di necessità, anche attraverso sedute da remoto e videoconsulti (modalità preferita dal 25%). Sempre secondo le ultime rilevazioni Eurispes sono soprattutto le donne, rispetto agli uomini, a sperimentare in misura leggermente maggiore le diverse forme di supporto psicologico e terapeutico. Così si scopre che circa il 15-20% della popolazione adulta, nel corso della propria vita, ha fatto uso di benzodiazepine, che spiccano tra i farmaci più usati senza prescrizione medica. Il fenomeno è rilevante anche tra i giovani. Secondo la Relazione al Parlamento 2024 (dip. Politiche antidroga Pcm), negli ultimi 5 anni, circa 440.000 studenti hanno assunto almeno un tipo di psicofarmaco senza prescrizione nel corso della vita, in particolare ansiolitici, cioè benzodiazepine. Indicate nel trattamento a breve termine dell’ansia e dell’insonnia, hanno anche altri usi, come rilassanti muscolari e antiepilettici. Proprio l’effetto rapido sui sintomi determina, nelle persone ansiose, lo sviluppo di un legame che innesca un meccanismo di abuso e dipendenza. Nell’uso regolare è infatti necessario aumentare la dose per avere lo stesso effetto sull’ansia e, se si interrompe bruscamente la loro assunzione, si manifesta una vera e propria sindrome da astinenza. Vari studi indicano che, specie negli anziani, l’uso protratto di questi farmaci aumenta il rischio di incidenti d’auto, fratture del femore o dell’anca e, addirittura, probabilmente, deficit cognitivo. A conferma del dato, studi recenti dimostrano che l’uso intermittente di benzodiazepine riduce del 20% le fratture d’anca. Questi farmaci, largamente disponibili, entrano a far parte anche di mix di sostanze e alcol usati, purtoppo, negli abusi sessuali, oltre che per amplificare lo sballo. Il vero allarme però è per i giovani. Durante il lockdown, come testimoniano vari dati, negli studenti c’è stato un aumento nell’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, in particolare di ansiolitici. Negli adolescenti la dipendenza a questi farmaci si sviluppa più rapidamente, portando con sé gravi rischi per la salute mentale ed emotiva, con scarsi rendimenti scolastici e comportamenti aggressivi e autodistruttivi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ansia-panico-insonnia-italiani-sullorlo-di-una-crisi-di-nervi-2670996771.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-virus-al-clima-i-giovani-tremano-per-tutto" data-post-id="2670996771" data-published-at="1737930769" data-use-pagination="False"> Dai virus al clima, i giovani tremano per tutto Già in tempi non sospetti (era il 2017), il Wall Street Journal pubblicò un articolo su un fenomeno alquanto bizzarro: la «doorbell phobia», e cioè la fobia da campanello. Di che cosa si tratta? Soprattutto tra i millennials e la generazione Z, il suono inaspettato del citofono appare «spaventosamente strano». E, inevitabilmente, genera ansia. Che sia il postino, il corriere o un ospite non annunciato, la mancanza di un avviso tramite Whatsapp si rivela un’ardua prova da superare per i giovani ipertecnologici, in special modo per i cosiddetti «nativi digitali», ossia i ragazzi nati nel nuovo millennio a cui è stato messo subito uno smartphone in mano. Questo è solo un esempio fra i tanti che confermano una tendenza in atto ormai da anni: la crescita esponenziale, tra gli adolescenti, di disturbi legati all’ansia e alla depressione. Tanto che, già prima del Covid, Richard Wilkinson e Kate Pickett parlarono di quella «epidemia d’ansia» che ha ormai infestato il mondo occidentale. La formula, coniata nel loro lavoro L’equilibrio dell’anima (Feltrinelli, 2019), fu sinistramente profetica. Di lì a poco, infatti, sarebbe stata dichiarata l’emergenza pandemica, con effetti deleteri sulle nuove generazioni che, ancora adesso, non riusciamo ad apprezzare in tutta la loro gravità. La verità, però, è che le nefaste restrizioni anti Covid hanno semplicemente peggiorato una situazione già quasi compromessa. Se poi a tutto ciò aggiungiamo problematiche psichiche autoindotte, il quadro si fa ancora più fosco. Ci riferiamo, ovviamente, a fenomeni come la cosiddetta «ecoansia», termine che ha avuto un’enorme diffusione mediatica grazie a Greta Thunberg e ai pretoriani dell’ambientalismo militante. Stando all’esercito dei Fridays for future (e agli scienziati che gli hanno dato credito), l’ecoansia si manifesterebbe in una paura cronica per presunti disastri ambientali causati dal cambiamento climatico, provocando inquietudine, sensi di colpa e, talvolta, anche depressione. Nei casi più estremi, come quelli documentati nel 2020 sulla rivista Climatic change, alcune persone hanno persino dichiarato di aver rinunciato a fare figli per non gravare sul futuro del pianeta. L’impronta ideologica, ovviamente, è visibile non solo riguardo a temi come l’ecologismo, ma ha finito per impregnare la visione del mondo di un’intera generazione. Quella che, appunto, va in fibrillazione se sente suonare il campanello e, inoltre, sostiene tutte le dabbenaggini partorite dalla cultura woke. Alcuni chiamano i ragazzi della GenZ «fiocchi di neve», facendo riferimento al loro carattere fragile e ultrasensibile, che può raggiungere livelli di correttezza politica spesso patologici. Clint Eastwood, con la sua consueta franchezza, è stato ancora più caustico: in una lunga intervista a Esquire del 2016, il texano dagli occhi di ghiaccio disse che i giovani di oggi sono nientemeno che «una generazione di fighette e leccaculo». Ma da che cosa deriva, appunto, questa «epidemia d’ansia»? Una risposta ha provato a darla Jonathan Haidt, uno degli psicologi sociali più influenti. Nel suo recente La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), l’autore ha dato la risposta già nel sottotitolo: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Secondo Haidt, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una «grande riconfigurazione» dell’infanzia, dove ora dominano gli smartphone e i social media, i quali hanno sostituito i giochi più tradizionali, provocando così un forte incremento dei livelli di depressione, ansia e autolesionismo tra gli adolescenti. Cresciuti da genitori iperprotettivi (e quindi anch’essi ansiosi), i ragazzi della generazione Z hanno avuto meno occasioni di giocare a giochi «reali» all’aria aperta, lontano dalla supervisione di madri e padri apprensivi. Al contrario, sono stati costretti a rifugiarsi nell’universo virtuale dei social: un ambiente, peraltro, non sufficientemente regolamentato o compreso dai minorenni. Spiegazioni monocausali, però, difficilmente possono soddisfare. E, infatti, diversi scienziati hanno allargato il campo d’indagine. Tra questi c’è anche il filosofo Vincenzo Costa, che di recente ha pubblicato il suo studio La società dell’ansia (Inschibboleth, 2024). Nell’interpretazione dell’autore, «l’atmosfera che caratterizza la società contemporanea è l’ansia». Nell’Occidente neoliberale, spiega Costa, «livelli crescenti di individualismo, di rottura del legame sociale e di dissoluzione del supporto sociale esperito generano un incremento vertiginoso di ansia e di disturbo psichico». La tesi forse non è nuova, ma difficilmente può essere contestata. Se la pressione sociale impone agli individui di avere successo, di massimizzare i profitti, di essere in qualche modo «perfetti», è inevitabile che si creino aspettative esagerate e ansiogene, o cocenti delusioni che poi sfociano in depressione. E così il futuro non è più il luogo delle possibilità per realizzare progetti di vita, ma una minaccia che incombe sulle nostre esistenze. Una minaccia che, ovviamente, non può che generare ancora più ansia.
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Tra Italia e Francia ci sono 515 chilometri di confine. Tre le Regioni italiane che si affacciano di là: Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta. Due le francesi che guardano di qua: Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Rodano-Alpi. Nel corso dei secoli, la frontiera con i cugini d’Oltralpe è cambiata più volte a causa di guerre, motivi politici, accordi diplomatici. La modifica più dolorosa avvenne nel 1860 quando Vittorio Emanuele II cedette la Savoia e un bel tratto di costa ligure, da Mentone a Nizza, a Napoleone III per l’aiuto fornito nella seconda guerra d’indipendenza, ma soprattutto per tenerlo buono dopo le annessioni di Parma, Modena, Romagna e Toscana. Ancora oggi ci sono dispute di confine: la Francia considera tutta sua la vetta del Monte Bianco; l’Italia, usando il ragionevole e scientifico metro orografico dello spartiacque, reclama il versante da cui scendono le acque verso la pianura Padana e il Mare nostrum.
Torniamo alla «dolorosa» cessione di Nizza che fece incavolare il nizzardo Garibaldi contro Cavour («Ha venduto la mia patria, Nizza è francese come io sono un tartaro»). Oltre a costringere migliaia di nizzardi all’esodo in Liguria, a obbligare i rimasti a gallicizzare la carta d’identità e a cambiare sull’atlante i nomi di località che per secoli vi figuravano in italiano (Nizza-Nice; Mentone-Menton; Villafranca Marittima-Villefranche sur Mer; Roccabruna-Roquebrune Cap Martin), il trattato di Torino del 1860 permise ai nuovi padroni transalpini di francesizzare i piatti popolari e tipici dell’antica contea. L’insalata nizzarda, piatto povero e marinaio che piaceva tanto a Garibaldi per la sua semplicità (a quei tempi contava solo su tre ingredienti: acciughe, pomodori e olio d’oliva) divenne la salade niçoise. Oggi, definita dai manuali gastronomici d’Oltralpe «une spécialité culinaire emblématique de Nice», è arricchita con uova sode, tonno, carciofi, peperoni, cipolle. La salade niçoise rimane comunque imparentata con il condiglione (cundigiun in dialetto ligure) tipico della Riviera di Ponente, di Ventimiglia, Arma di Taggia, Oneglia, Finale Ligure... Anch’esso, nato povero con pochi ingredienti, acciughe, olio d’oliva, pomodori, basilico, è diventato una ricca insalatona come quella francese: cipolle, olive, pomodori, peperoni, uova sode, tonno e, chi ha la fortuna di trovarli essendo un prodotto di nicchia, i «pelandroni d’Albenga», fagiolini «mangiatutto» molto apprezzati dai buongustai per il sapore marcato e avvolgente.
Trattati a parte, c’è sempre stato, nelle zone di frontiera tra Italia e Francia, un intenso passaggio di uomini e di cibi. Lo dimostrano proprio i piatti di confine dell’una e dell’altra parte che riflettono, nonostante le divisioni politiche, la fusione culturale, comunitaria e il sapere gastronomico che non conosce frontiere nelle zone geografiche interconnesse come lo sono la Valle d’Aosta, il Piemonte, la Liguria, la Savoia e la Provenza. Ai tempi del De bello gallico, i legionari di Cesare introdussero le tecniche di panificazione e le «razioni K», il pasto militare, dei loro tempi: laridum, lardo, la dissetante posca, una bevanda fatta con acqua e aceto, il garum, condimento buono per tutti i cibi, legumi vari con i quali preparare varie puls, sorta di polentine pre-mais. Secoli dopo, furono i contrabbandieri e i passeurs carichi di sale, caffè, tabacco e generi alimentari a percorrere sentieri infischiandosene delle frontiere. Scambi di cultura popolare, di riti e credenze, di gastronomia povera avvennero anche grazie ai pellegrini che percorrevano la Via francigena, a pastori, vaccari, genti trans - e cis - alpine.
Nelle zone di frontiera, soprattutto nelle Alpi Liguri e tra la Valle di Susa, la Val Cenischia e la zona di Moncenisio (al di qua) e quella del Mont Cenis nella Savoie (al di là) i buoni piatti popolari non hanno mai badato ai confini. La fonduta di formaggio, spesso a base di fontina, è tipica della Valle d’Aosta, non c’è dubbio, ma la fondue savoiarda è sua sorella o una parente molto stretta: per gustare l’una o l’altra si intingono con ingordigia bocconi di pane nelle scodelle di formaggio fuso. Ancora: è nata prima la soupe grasse savoiarda o la soupa grasa (pane di segale, in brodo con lardo, cipolla, toma) dell’Alta Val di Susa? Vogliamo mettere a confronto la bagna càuda, salsa piemontese che più piemontese non si può (è fatta con acciughe, aglio e olio d’oliva) con l’anchoiade provenzale che ha gli stessi ingredienti? Ma per favore... Meglio la bouillabasse provenzale (zuppa di pesce, indispensabili lo scorfano, la gallinella di mare, la triglia e il grongo) o la ligure boiabessa, che sembra una parolaccia ma non lo è? In questo caso, onestamente, faccio pendere la bilancia verso Marsiglia.
Poi ci sono i finti piatti francesi. Vogliamo parlare del vitel tonnè? Detto così sembra gallico, ma non lo è. Intanto, vitello in francese si dice veau e la parola tonnè è inutile cercarla sul Larousse perché non esiste. L’Accademia italiana della cucina, a tale proposito, considera il vitello tonnato un grande classico della tradizione culinaria piemontese, frutto di un’antica ricetta Saluzzese della metà dell’Ottocento. Sottolinea l’Accademia che «si serviva a Saluzzo un arrosto tonnato, delizioso, che alla fine pretendeva un sugo d’arrosto denso; la carne è arricchita con tonno, pochi capperi, una acciuga e il tuorlo crudo di un uovo, si batteva questa salsa e la si stendeva tiepida sulle morbide fette d’arrosto». L’Accademia ha codificato la versione storica raccomandando: è assolutamente vietato usare la maionese.
Anche i marron glacées hanno un nome fuorviante. Non sono francesi. I marroni canditi si mangiavano già in tempi antichi. Ne parla Virgilio nelle Bucoliche. Erano castagne cotte nell’acqua e ricoperte di miele. Ma i marron glacée come li intendiamo adesso nacquero alla metà del Cinquecento nelle cucine del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il dolce è italianissimo. Il nome francese si spiega con il fatto che, alla corte sabauda, la lingua ufficiale era il francese. Va da sé che i francesi sostengono che i marron glacée sono una loro invenzione della fine del Seicento. Luigi XIV, il Re Sole, ne era ghiotto ma onestamente ammetteva che i migliori erano quelli dei pasticceri torinesi grazie alla qualità delle castagne piemontesi e allo zucchero di canna che arrivava da Venezia.
È molto interessante la storia del pain perdu, un dolce povero che nasce dal recupero del pane duro, vecchio, cioè perduto. Un panettiere francese, Pascale Suivre, che ha aperto nel veronese alcune boulangeries nelle quali sforna baguette, croissant, pain au chocolat, quiche, lo spiega così: «Era la merenda che la mamma mi preparava imbevendo di uova o latte il pain perdu che poi cuoceva in padella fino alla doratura». Ancora oggi le mamme francesi lo preparano e non c’è dubbio che sia un dolce tradizionale transalpino. Tanto è vero che, nei Paesi anglosassoni, lo chiamano french toast e, arricchito con zucchero, vaniglia, miele, frutta, sciroppo d’acero o altri mielosi ingredienti, è diffuso in tutto il mondo. Cosa c’entra l’Italia? Beh, se vogliamo ricostruire l’origine storica del pain perdu, troviamo le prime fonti a Roma, nel De re coquinaria di Apicio che suggeriva di immergere il pane raffermo nel latte, friggerlo e servirlo col miele. Una traccia moderna ci porta al pani indorau o su pai n’dorau (pane dorato) in Sardegna. Il pani indorau è un piatto tipico della tradizione culinaria sarda, soprattutto di quella dell’Ogliastra e del Campidano. La ricetta appartiene alla civiltà contadina dell’isola, nata per riciclare il pane raffermo, duro. Si prepara con fette di pane, meglio se si usa il civraxiu, una pagnotta tipica di Sanluri, immerse nel latte e successivamente nell’uovo sbattuto. Quando le fette hanno assorbito l’uno e l’altro, si mettono a friggere assumendo il caratteristico colore indorau.
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Antonio Riva
L’abito «importante», quello scenografico, strutturato, quasi scultoreo come nelle creazioni di Antonio Riva Milano, continua a rappresentare un sogno per molte donne. Il desiderio di sentirsi uniche, protagoniste e memorabili nel giorno del matrimonio non è affatto scomparso. Anzi, per alcune spose quell’abito resta un momento quasi «artistico», irripetibile. E oggi il concetto di sogno è molto più personale. Accanto agli abiti voluminosi e costruiti, convivono scelte molto diverse: linee minimal, abiti corti, tailleur, cambi d’abito durante la giornata, persino look non tradizionali. Il punto non è più stupire tutti, ma rappresentare sé stesse. Ne parliamo con Antonio Riva.
Il suo marchio nasce nel 1994: quali sono stati i momenti chiave che hanno definito la sua identità stilistica nei primi anni?
«I primi anni del mio lavoro sono stati fondamentali per costruire un linguaggio estetico coerente e riconoscibile. Ho sempre puntato su una sartorialità rigorosa e sulla volontà di distinguermi per l’unicità dei miei abiti, in controtendenza rispetto a un periodo in cui la moda sposa iniziava a diventare più industriale. L’apertura dell’atelier a Milano ha segnato un passaggio importante: non solo come luogo fisico ma come spazio dove far vivere emozioni».
Lei descrive i suoi abiti come «molto costruiti»: cosa significa, nel concreto, progettare un abito con una forte tridimensionalità?
«Significa pensare l’abito come un’architettura: la tridimensionalità nasce dallo studio delle proporzioni e dalla capacità di modellare il tessuto sul corpo attraverso strutture interne - bustier, supporti, pieghe ingegnerizzate - che permettono all’abito di mantenere una forma precisa».
I volumi importanti e i fiocchi sono diventati una sua firma distintiva: da dove nasce questa scelta estetica?
«Dal desiderio di esprimere una femminilità forte ma mai banale. I volumi importanti permettono di creare una presenza scenica, quasi scultorea, che rende protagonista la donna che lo indossa. Il fiocco, invece, è un elemento apparentemente semplice, ma reinterpretato in chiave contemporanea diventa un segno grafico potente. Non è un dettaglio decorativo fine a sé stesso: è parte integrante della struttura, spesso pensato come un elemento architettonico. L’ispirazione arriva sia dalla tradizione dell’alta moda italiana sia dall’arte e dal design».
Quanto conta il legame con il territorio lombardo, in particolare tra Milano e Lecco, nella sua visione creativa?
«È centrale. Milano rappresenta il cuore pulsante della moda e del design, un luogo di confronto continuo e di apertura internazionale. Lecco, invece, è legata a una dimensione più intima e artigianale, fatta di silenzi, natura e concentrazione. Queste peculiarità si riflettono nel processo creativo: da un lato l’energia e la contemporaneità della città, dall’altro la precisione e la calma necessarie per il lavoro sartoriale. Inoltre, la Lombardia vanta una tradizione tessile e manifatturiera di altissimo livello, che consente di lavorare con fornitori e artigiani d’eccellenza».
Il concetto di «timelessness» è centrale nelle sue collezioni: come si crea oggi un abito davvero senza tempo?
«Creare un abito senza tempo significa sottrarsi alla logica delle tendenze effimere e concentrarsi su elementi essenziali: proporzione, qualità, equilibrio. Un abito è timeless quando, a distanza di anni, continua a emozionare e a risultare attuale. Anche la scelta dei materiali è fondamentale: tessuti nobili, lavorati con cura, che mantengono la loro eleganza nel tempo».
I suoi abiti sono spesso descritti come opere d’arte: qual è il confine tra moda e arte nel suo lavoro?
«Il confine è sottile e spesso sfumato. La moda ha una funzione, deve essere indossata, mentre l’arte può esistere indipendentemente dall’uso. Tuttavia, quando un abito nasce da una ricerca formale e concettuale profonda, può avvicinarsi molto a un’opera d’arte. Nel mio lavoro, cerco di mantenere questo equilibrio: creare capi che abbiano una forte componente estetica e culturale, ma che restino vivi, in movimento, legati alla persona che li indossa».
Ogni creazione è accompagnata da un certificato di autenticità: quanto è importante oggi comunicare il valore dell’artigianalità?
«È fondamentale per sottolineare unicità, qualità e tempo dedicato a ogni capo da sposa. È un modo per raccontare la storia dell’abito, il tempo e le competenze che sono stati necessari per realizzarlo. È anche una forma di tutela, che sottolinea il valore del lavoro artigianale e lo distingue dalla produzione industriale».
Dopo oltre 30 anni di attività, come è cambiato il sogno delle spose?
«Oggi le spose cercano autenticità e personalizzazione. Sono più consapevoli, più informate e desiderano un abito che le rappresenti davvero. Vogliono vivere l’esperienza unica della ricerca e della scelta dell’abito perfetto per il loro giorno speciale».
Guardando al futuro, quali sono le nuove direzioni creative?
«Ricerca su materiali innovativi e nuove costruzioni più leggere: l’obiettivo è evolvere mantenendo intatto il Dna del brand: un equilibrio tra rigore sartoriale, ricerca formale e una visione contemporanea della femminilità».
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iStock
Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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