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2024-04-26
Anselm Kiefer: i suoi Angeli caduti in mostra a Firenze
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Tedesco di Donaueschingen, Anselm Kiefer nasce nel 1945, in quel momento storico apicale che segna la fine del secondo conflitto mondiale e la resa della Germania nazista. Particolare non da poco, visto che, col nazismo, Kiefer ha dovuto fare i conti a più riprese: nel 1969, quando - per la sua tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti - si fece provocatoriamente fotografare in «luoghi simbolo dell’Europa» mentre replicava con il braccio teso il saluto del Sieg Hei le poi, qualche anno dopo, nel 1972, quando stringe un sodalizio umano e artistico con l’eclettico artista teutonico Joseph Beuys, definito «lo sciamano dell’arte» per la sua dimensione spirituale ed enigmatica, ma, al tempo stesso, strettamente intrecciato al passato della Germania hitleriana.Su Kiefer (ma anche su Beuys) , la critica tedesca si divide i due schieramenti: per alcuni è un neo-nazista senza appello - etichetta che gli resterà addosso per parecchi anni, creandogli non pochi problemi -; per altri è un artista originale e geniale, che ha coraggiosamente e platealmente criticato gli orrori della Germania nazista.
Ma al di là di ogni polemica, l’arte di Kiefer comincia a conquistare gallerie e manifestazioni prestigiose e, nei primi anni ’70, le sue tele potentissime e gigantesche si confrontano con uno dei temi in lui più ricorrenti: la solitudine degli esseri umani. Sono lavori misteriosi e sofisticati, dove il colore si sposa con la terra e l’argilla. E spesso si confronta con la parola scritta. Quelle di Kiefer sono opere uniche nel loro genere, opere che hanno il «sapore » della decadenza e della rovina ma che - paradossalmente- esprimono una sorta di positività e di speranza: la rovina, per Kiefer, non è la fine di tutto, ma il punto di «partenza della ripartenza» e della rinascita. Negli anni ’80 - che sono poi gli anni della definitiva consacrazione internazionale - la «parabola artistica» di Kiefer si arricchisce di un'altra riflessione spirituale, di una ricerca che dura tuttora: la cabala ebraica, con il suo mondo di segni e simboli. Nei suoi lavori entrano «di prepotenza» cosmologia e misticismo, qualcosa che va assolutamente oltre l’animo umano, qualcosa che lo trascende e aspira al divino. L’interesse per la simbologia religiosa diventa quasi un’ ossessione, un elemento onnipresente. Esattamente come le rappresentazioni degli Angeli Caduti, le creature divine cacciate dal Paradiso e protagonisti indiscussi della straordinaria mostra a Palazzo Strozzi. Che Angeli caduti si intitola e che condensa nella monumentale opera Engelssturz (Caduta dell’angelo, 2022-2023) - potpourri magnetico di oro e materiali vari - l’essenza di tutta l’esposizione ( e della poetica di Kiefer), mix eccezionale di arte, letteratura, filosofia, memoria, mito e storia. Dipinto di oltre sette metri d’altezza, Engelssturz ha per soggetto il celebre brano dellApocalisse che descrive il combattimento tra l’arcangelo Michele e gli angeli ribelli, metafora della lotta tra Bene e Male e invito a riconsiderare il nostro rapporto tra spirito e materia.
La Mostra
Curata da Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, l’esposizione raccoglie venticinque opere - storiche e più recenti - che accompagnano il visitatore in un percorso introspettivo sull’essere umano, esplorando le connessioni tra passato, presente e futuro. Le opere di Kiefer, figlie di un uso audace di tecniche e materiali diversi, sono opere «empatiche», che stbiliscono una sorta di connessione mentale e tattile con il visitatore, affascinato da quelle materie grezze - piombo, cera, semi, terra, fiori, sabbia e cenere - che il genio sapiente dell'artista plasma e trasforma in creazioni imponenti e suggestive, fatte di dense stratificazioni e di dettagli e significati sempre nuovi. Che vanno oltre ogni limite e ogni limite rifiutano.
E basta aggirarsi per le sale di Palazzo Strozzi per rendersene conto… L’impatto emotivo è fortissimo sin dall’ingresso (dominato dalla già citta tela Engelsstur), ma, in un crescendo di emozioni, prosegue nel piano nobile con Luzifer (Lucifero, 2012-2023), gigantesca tela che rappresenta l'angelo ribelle che precipita nell'abisso, reinterpretato attraverso materiali che si riferiscono alla storia contemporanea e recente (compresa un’acuminata e minacciosa ala di aereo in piombo che sporge dalla tela…);continua tra gli splendori dei serpenti e dei girasoli dorati presenti in Für Antonin Artaud: Helagabale (Per Antonin Artaud: Eliogabalo, 2023) e in altre opere (i serpenti, simbolo di rigenerazione e i girasoli , omaggio a Van Gogh e piante legate al sole ma anche alla terra, sono temi molto ricorrenti in Kiefer); diventa stupore e meraviglia pura nell’ installazione immersiva Verstrahlte Bilder (Dipinti irradiati, 1983-2023, creata appositamente per la mostra e dotata anche di grandi superfici specchianti poste al centro dello spazio), composta da una suggestiva selezione di sessanta dipinti che riempiono completamente le pareti e il soffitto di una delle più grandi sale di Palazzo Strozzi. L’ennesimo invito al visitatore di immergersi nell’arte stratificata e totalizzante di Kiefer per riflettere sulla fragilità della vita, sulla distruzione e sul decadimento. E sul potere, rigenerativo, dell'arte.
Per richiamare la precarietà della vita umana e la transitorietà del tempo, ma anche a dimostrazione dell’importanza della poesia, della scrittura e della parola nella pratica artistica kieferiana, la mostra si chiude con i celebri versi del 1930 del poeta Salvatore Quasimodo, tracciati da Kiefer stesso su una parete della sala: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera».
Una mostra straordinaria, che, come ha dichiarato il curatore «… diviene un invito a tutti i visitatori a investigare la complessità dell’esistenza tra passato, presente e futuro e nella dialettica tra spiritualità e materialità».
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Tra gli appuntamenti più attesi di quest’anno, sino al 21 luglio 2024 le sale di Palazzo Strozzi ospitano una straordinaria mostra dedicata ad Anselm Kiefer, fra gli artisti contemporanei più quotati al mondo. Tra dipinti, sculture e installazioni, il suggestivo percorso espositivo si snoda fra lavori storici e nuove produzioni, inclusa una nuova, monumentale opera, che stupisce il visitatore e domina il cortile della storica dimora rinascimentale. Tedesco di Donaueschingen, Anselm Kiefer nasce nel 1945, in quel momento storico apicale che segna la fine del secondo conflitto mondiale e la resa della Germania nazista. Particolare non da poco, visto che, col nazismo, Kiefer ha dovuto fare i conti a più riprese: nel 1969, quando - per la sua tesi di laurea all’Accademia di Belle Arti - si fece provocatoriamente fotografare in «luoghi simbolo dell’Europa» mentre replicava con il braccio teso il saluto del Sieg Hei le poi, qualche anno dopo, nel 1972, quando stringe un sodalizio umano e artistico con l’eclettico artista teutonico Joseph Beuys, definito «lo sciamano dell’arte» per la sua dimensione spirituale ed enigmatica, ma, al tempo stesso, strettamente intrecciato al passato della Germania hitleriana.Su Kiefer (ma anche su Beuys) , la critica tedesca si divide i due schieramenti: per alcuni è un neo-nazista senza appello - etichetta che gli resterà addosso per parecchi anni, creandogli non pochi problemi -; per altri è un artista originale e geniale, che ha coraggiosamente e platealmente criticato gli orrori della Germania nazista. Ma al di là di ogni polemica, l’arte di Kiefer comincia a conquistare gallerie e manifestazioni prestigiose e, nei primi anni ’70, le sue tele potentissime e gigantesche si confrontano con uno dei temi in lui più ricorrenti: la solitudine degli esseri umani. Sono lavori misteriosi e sofisticati, dove il colore si sposa con la terra e l’argilla. E spesso si confronta con la parola scritta. Quelle di Kiefer sono opere uniche nel loro genere, opere che hanno il «sapore » della decadenza e della rovina ma che - paradossalmente- esprimono una sorta di positività e di speranza: la rovina, per Kiefer, non è la fine di tutto, ma il punto di «partenza della ripartenza» e della rinascita. Negli anni ’80 - che sono poi gli anni della definitiva consacrazione internazionale - la «parabola artistica» di Kiefer si arricchisce di un'altra riflessione spirituale, di una ricerca che dura tuttora: la cabala ebraica, con il suo mondo di segni e simboli. Nei suoi lavori entrano «di prepotenza» cosmologia e misticismo, qualcosa che va assolutamente oltre l’animo umano, qualcosa che lo trascende e aspira al divino. L’interesse per la simbologia religiosa diventa quasi un’ ossessione, un elemento onnipresente. Esattamente come le rappresentazioni degli Angeli Caduti, le creature divine cacciate dal Paradiso e protagonisti indiscussi della straordinaria mostra a Palazzo Strozzi. Che Angeli caduti si intitola e che condensa nella monumentale opera Engelssturz (Caduta dell’angelo, 2022-2023) - potpourri magnetico di oro e materiali vari - l’essenza di tutta l’esposizione ( e della poetica di Kiefer), mix eccezionale di arte, letteratura, filosofia, memoria, mito e storia. Dipinto di oltre sette metri d’altezza, Engelssturz ha per soggetto il celebre brano dellApocalisse che descrive il combattimento tra l’arcangelo Michele e gli angeli ribelli, metafora della lotta tra Bene e Male e invito a riconsiderare il nostro rapporto tra spirito e materia. La MostraCurata da Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi, l’esposizione raccoglie venticinque opere - storiche e più recenti - che accompagnano il visitatore in un percorso introspettivo sull’essere umano, esplorando le connessioni tra passato, presente e futuro. Le opere di Kiefer, figlie di un uso audace di tecniche e materiali diversi, sono opere «empatiche», che stbiliscono una sorta di connessione mentale e tattile con il visitatore, affascinato da quelle materie grezze - piombo, cera, semi, terra, fiori, sabbia e cenere - che il genio sapiente dell'artista plasma e trasforma in creazioni imponenti e suggestive, fatte di dense stratificazioni e di dettagli e significati sempre nuovi. Che vanno oltre ogni limite e ogni limite rifiutano. E basta aggirarsi per le sale di Palazzo Strozzi per rendersene conto… L’impatto emotivo è fortissimo sin dall’ingresso (dominato dalla già citta tela Engelsstur), ma, in un crescendo di emozioni, prosegue nel piano nobile con Luzifer (Lucifero, 2012-2023), gigantesca tela che rappresenta l'angelo ribelle che precipita nell'abisso, reinterpretato attraverso materiali che si riferiscono alla storia contemporanea e recente (compresa un’acuminata e minacciosa ala di aereo in piombo che sporge dalla tela…);continua tra gli splendori dei serpenti e dei girasoli dorati presenti in Für Antonin Artaud: Helagabale (Per Antonin Artaud: Eliogabalo, 2023) e in altre opere (i serpenti, simbolo di rigenerazione e i girasoli , omaggio a Van Gogh e piante legate al sole ma anche alla terra, sono temi molto ricorrenti in Kiefer); diventa stupore e meraviglia pura nell’ installazione immersiva Verstrahlte Bilder (Dipinti irradiati, 1983-2023, creata appositamente per la mostra e dotata anche di grandi superfici specchianti poste al centro dello spazio), composta da una suggestiva selezione di sessanta dipinti che riempiono completamente le pareti e il soffitto di una delle più grandi sale di Palazzo Strozzi. L’ennesimo invito al visitatore di immergersi nell’arte stratificata e totalizzante di Kiefer per riflettere sulla fragilità della vita, sulla distruzione e sul decadimento. E sul potere, rigenerativo, dell'arte. Per richiamare la precarietà della vita umana e la transitorietà del tempo, ma anche a dimostrazione dell’importanza della poesia, della scrittura e della parola nella pratica artistica kieferiana, la mostra si chiude con i celebri versi del 1930 del poeta Salvatore Quasimodo, tracciati da Kiefer stesso su una parete della sala: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera».Una mostra straordinaria, che, come ha dichiarato il curatore «… diviene un invito a tutti i visitatori a investigare la complessità dell’esistenza tra passato, presente e futuro e nella dialettica tra spiritualità e materialità».
Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
Il contesto è quello della ribadita «urgenza di una Chiesa missionaria» capace di «dialogare e di tessere fraternità», chiamata ad «annunciare il Vangelo» con «mitezza e chiarezza» e uno «stile di prossimità e ascolto».
Rispetto alla recente guerra in Iran, i vescovi hanno rinnovato «la loro vicinanza» alle Chiese del Medio Oriente, «segnate dalla violenza, dall’insicurezza e dalla paura». Secondo i collaboratori di papa Leone, «non ci si può assuefare alla guerra» né al freddo linguaggio «che la giustifica o la banalizza». Necessario «educare alla pace», «sostenere ogni sforzo diplomatico», e «incentivare il ruolo dell’Europa».
Con un implicito riferimento, forse, al recentissimo referendum, i presuli hanno richiamato «il valore dell’unità» per pacificare un contesto socio-politico «segnato da contrapposizioni esasperate». In tal senso, la Chiesa italiana si dichiara «pronta a collaborare al bene comune», respingendo «logiche di schieramento» e senza rinunciare «alla propria libertà di parola». Soprattutto quando sono in gioco quei «principi etici» - sotto Benedetto XVI detti non negoziabili - che promuovono la «dignità della persona, la giustizia e la pace».
Il passaggio centrale del comunicato però, ha a che fare con la tenuta della fede, in un mondo segnato dalla secolarizzazione e dal dilagare dell’ateismo. I vescovi hanno notato lucidamente due punti di fondo che caratterizzano l’Italia di oggi, un Paese in cui «la fede non può essere più data per scontata» e la «società non fa più normalmente riferimento al Vangelo».
Appare urgente quindi, per rianimare una Chiesa indebolita, accompagnare «chi si riavvicina alla fede», «sostenere i catecumeni» e rendere più visibile una carità «che non sia ridotta a semplice assistenza». La Cei deve ammettere «la fatica» che la Chiesa ha di trasformare i «bisogni individuali» in «esperienza condivisa di fede».
I giovani hanno bisogno di imbattersi in «parole credibili» dette da «adulti autorevoli» nel contesto di una spiritualità «capace di accompagnare, orientare e offrire ragioni di speranza» davanti al trionfo del nichilismo e del non-senso.
A fronte di dati sociologici in rosso (dai battesimi ai matrimoni in chiesa, per tacere dei preti che abbandonano la tonaca), appare improcrastinabile, l’esigenza di una «conversione missionaria» dei cattolici, all’insegna di una rinnovata «trasmissione della fede».
C’è bisogno di «un annuncio» evangelico che faciliti il «rapporto personale con la fede» in modo da far vivere una «autentica esperienza ecclesiale», dall’iniziazione cristiana sino alla «formazione permanente» dei fedeli. In tal senso, una più argomentata autocritica proprio sul tema della «trasmissione della fede» in Italia, sarebbe risultata coraggiosa e vincente.
In chiusura, i vescovi hanno ribadito il valore del «Cammino Sinodale», hanno annunciato la revisione del «percorso d’iniziazione cristiana», e hanno approvato la scelta del beato Rosario Livatino (1952-1990), giudice e martire della mafia, a patrono dei magistrati.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 marzo 2026. La vicecapogruppo alla Camera del M5s Carmela Auriemma commenta il risultato del referendum e la situazione nel campo largo.
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Nel luglio sempre del 2024 la donna aveva ottenuto dalla Usl il via libera per l’accesso all’iter di aiuto medico alla morte volontaria. Non essendo nelle condizioni di assumere autonomamente il farmaco letale - a causa della paralisi totale -, «Libera» aveva poi presentato un ricorso urgente, tramite il suo collegio legale coordinato dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, affinché il suo medico fosse autorizzato a somministrare il farmaco. Il giudice di Firenze, trovatosi sul tavolo tale ricorso, ha ritenuto di sollevare la questione di legittimità costituzionale sull’articolo del codice penale che configura il reato di omicidio del consenziente, il 579 del codice penale, perché la somministrazione del farmaco da parte del medico sarebbe rientrata in questa fattispecie di reato.
Più precisamente, il tribunale di Firenze aveva chiesto alla Consulta di stabilire se sia conforme ai principi della Costituzione vietare del tutto e in ogni caso, appunto, l’omicidio del consenziente - e quindi l’eutanasia - o se, invece, possano esservi eccezioni. A quel punto, nel luglio 2025, la Corte costituzionale aveva ordinato la verifica, anche a livello internazionale, dell’esistenza di dispositivi idonei all’autosomministrazione del farmaco per il suicidio assistito; e poi il Cnr - il più importante ente pubblico che si occupa di ricerca - su ordine del tribunale aveva poi predisposto e collaudato un tale dispositivo. Si tratta, in breve, di un macchinario che consente di azionare l’iniezione del farmaco letale all’aspirante suicida solo attraverso un puntatore oculare collegato a una pompa per l’infusione: significa che, per procedere con l’auto-iniezione del farmaco, basta il movimento oculare, in un tragico inveramento di un meraviglioso verso di Cesare Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». Proprio martedì scorso il tribunale di Firenze aveva autorizzato «Libera» ad utilizzare tale macchinario, cosa mai successa prima in Italia.
Infine, come si diceva, ieri è poi arrivata la notizia della morte della donna, avvenuta nella stessa Toscana amministrata da Eugenio Giani - che è stata, giova ricordarlo, la prima regione italiana a dotarsi di una legge sul suicidio assistito che poi, con la sentenza 204 del 2025, la Consulta ha in buona parte demolito dichiaratone incostituzionali varie disposizioni. Ciò nonostante, ieri la macchina ha funzionato e ora «Libera» non c’è più. Nel suo ultimo messaggio, ha condiviso l’auspicio di aver lasciato una testimonianza utile. «La mia battaglia è stata dura, ma desidero credere che non sia stata vana», ha infatti lasciato scritto la donna, aggiungendo che «se servirà ad aprire anche solo una strada, ad accorciare anche solo un’attesa, allora avrà avuto senso. Ringrazio profondamente l’Associazione Luca Coscioni, che mi ha dato voce e strumenti per vedere riconosciuto questo diritto. E ringrazio, con sincera gratitudine, il mio medico, Paolo Malacarne».
Un ringraziamento a «Libera» stessa è invece arrivato da parte di Filomena Gallo e Marco Cappato, che hanno voluto omaggiarla «per aver lottato non solo per sé, ma per tutte le persone nelle sue condizioni, contribuendo ad aprire una strada che potrà essere percorsa anche da altri». Di tenore ben diverso, invece, il commento che sulla vicenda è arrivato da parte del mondo pro life. «Ci addolora e rattrista la morte di “Libera”», ha dichiarato Antonio Brandi, presidente di Pro vita & famiglia, «ma al di là del caso specifico che merita tutto il rispetto umano, ci interroga profondamente il fatto che il Cnr, il più grande ente pubblico di ricerca scientifica in Italia, si sia piegato al volere ideologico del tribunale di Firenze per realizzare, per la prima volta, uno strumento per procurare la morte, il che rappresenta anche un pericolosissimo precedente».
In effetti, il primato del caso di «Libera», come già si diceva in apertura, sta proprio in questo: nell’essere una morte interamente seguita ed assecondata, di fatto, dalle istituzioni. «Così», ha sottolineato Brandi, «lo Stato diventa esso stesso strumento di morte e facilitatore di suicidi, addirittura tramite un proprio ente di ricerca scientifica, quando invece dovrebbe agire nella direzione esattamente opposta». Sono considerazioni il cui buon senso è difficilmente smentibile, perché se lo stesso Stato che da un lato riesce a garantire le cure palliative e adeguati percorsi di assistenza solo ad alcuni pazienti, dall’altro poi asseconda con efficienza le richieste di suicidio, addirittura facendo realizzare dispositivi appositi, è evidente quale aria tiri. Una cupa aria di morte.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia dopo il via libera dell'Eurocamera alla fase negoziale con il Consiglio Ue per definire un nuovo quadro giuridico sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione.