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2024-07-22
Anche Putin si riavvicina a Kabul. E questo non è un segnale di forza
Vladimir Putin (Ansa)
Vladimir Putin qualche giorno fa ha dichiarato all’agenzia Interfax che «i talebani sono al potere in Afghanistan, e in questo senso sono degli alleati nella lotta al terrorismo». Poi alla Tass ha ribadito il concetto: «Abbiamo ripetutamente ricevuto segnali dal movimento talebano che sono pronti a lavorare con noi sulla strada dell’antiterrorismo».
La Russia negli ultimi dieci anni è stata più volte colpita da attacchi terroristici commessi da cellule locali dell’Isis e lo stesso presidente russo, seppur esagerando, ha detto che il Servizio per la sicurezza della Federazione russa, meglio noto con la sigla Fsb, «negli ultimi ha sventato più di 200 attacchi». Tuttavia non è stato in grado di fare nulla lo scorso marzo, quando l’Iskp ha colpito il cuore di Mosca, beffando le agenzie di intelligence locali nonostante fossero state avvisate di un imminente attacco terroristico di grande portata. Ma cosa può davvero guadagnare la Russia da un accordo con i talebani, noti per non rispettare mai i patti scritti e firmati? La Cina ne sa qualcosa, avendo investito centinaia di milioni di dollari nelle miniere afghane senza riuscire a sfruttarle a causa dell’instabilità del Paese e della corruzione dilagante che porta i governatori locali a taglieggiare chiunque tenti di fare affari.
Vale lo stesso discorso fatto per gli Usa, ossia poco o nulla, con l’aggravante che al-Qaeda (l’alleato principale dei talebani) è molto presente in Asia centrale e attraverso le sue propaggini ha fondato il cosiddetto «Emirato del Caucaso» da sempre una spina nel fianco di Putin. Per l’analista Sophia Nina Burna-Asefi «l’interesse della Russia per l’Afghanistan può essere interpretato anche come una reazione alle pressioni occidentali. Quando si tratta di questioni di sicurezza nella sua sfera di influenza, Mosca tende ad agire in modo indipendente dall’Occidente e in collaborazione con la Cina. Mentre la Russia è operativa a livello pratico, contribuendo con esercitazioni di pattugliamento del confine in Asia centrale, la Cina adotta un approccio più distante e diplomatico. Tuttavia, nessuno dei due Paesi desidera assumere il ruolo lasciato dall’Occidente in Afghanistan dopo il ritiro degli Stati Uniti nel 2021. Come la storia insegna: un impegno militare diretto sarebbe un errore e sia la Russia che la Cina ne sono ben consapevoli».
La Russia ha intensificato i suoi sforzi nella regione fin dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea e, l’anno successivo, al lancio della Belt and road initiative da parte della Cina. Il principale canale della Russia per impegnarsi con l’Afghanistan è stato attraverso le sue organizzazioni regionali. Le tre organizzazioni che svolgono un ruolo chiave nell’architettura di sicurezza regionale guidata dalla Russia includono la Csto, la Shanghai cooperation organization (Sco), un’organizzazione per la sicurezza e la difesa che conta otto membri (Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Iran) con l’Afghanistan come stato osservatore, e il «formato di Mosca» delle consultazioni di pace regionali sull’Afghanistan, che coinvolge incontri tra i ministri degli Esteri e i consiglieri per la Sicurezza nazionale di Russia, Cina, Pakistan, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Ed è proprio da questi ultimi tre Paesi insieme al Daghestan e alla Cecenia, che tra il 2012 e il 2017 almeno 8.500 combattenti si sono uniti alle fila di gruppi jihadisti in Siria, principalmente con l’Isis e altri gruppi minori legati ad al-Qaeda. Molti sono deceduti, alcuni sono ancora sul campo di battaglia, mentre altri (circa 900) sono tornati in patria attraverso l’Afghanistan che non ha mai fatto nulla per fermare il transito degli jihadisti. Questi combattenti temprati dalla battaglia e competenti svolgono ruoli importanti all’interno dell’Isis e di al-Qaeda come fabbricanti di bombe, propagandisti e comandanti sul campo, e minacciano il Cremlino. Che per proteggersi dagli jihadisti prova a fare accordi con i talebani. Insomma, non certo un segnale di forza.
«Mosca non vuole problemi in Asia centrale»

Nel riquadro Lara Ballurio. Sullo sfondo il Cremlino (Ansa)
Lara Ballurio è una giornalista e analista specializzata in Russia e Asia centrale. L’abbiamo intervistata.
Vladimir Putin ha recentemente dichiarato che i talebani sono alleati della Federazione russa nella lotta al terrorismo. Ci aiuti a comprendere meglio il contesto.
«Può sorprendere sentire una dichiarazione del genere, ma le parole di Putin arrivano in un momento in cui la stabilità in Afghanistan è cruciale per l’intera comunità internazionale. La Russia ha sempre adottato un approccio pragmatico nel collaborare con vari attori, inclusi i talebani, per affrontare le minacce terroristiche e garantire la sicurezza regionale. Putin sembra voler sottolineare che i talebani, dopo aver ripreso il controllo dell’Afghanistan nel 2021, sono diventati il governo de facto del paese. Questo, secondo il presidente della Federazione russa, implica riconoscere che, nonostante siano stati precedentemente classificati come un’organizzazione terroristica, ora - secondo la logica del pragmatismo politico - è necessario collaborare con loro per mantenere la stabilità in Afghanistan. Questo approccio mette in primo piano obiettivi pratici e immediati, come la sicurezza e la stabilità, piuttosto che aderire rigidamente a una politica che potrebbe risultare inefficace nelle circostanze attuali. La Russia, oggi più che mai, come molte altre nazioni è interessata a evitare il proliferare di gruppi terroristici e a garantire una certa stabilità nella regione. Pertanto, si pone ora la sfida di come rapportarsi con il nuovo governo talebano».
Quali potrebbero essere le implicazioni di questa alleanza?
«Le implicazioni sono diverse. Da un lato, potrebbe facilitare la cooperazione nella condivisione di informazioni e nelle operazioni contro gruppi terroristici come l’Isis, che rappresenta una minaccia sia per la Russia sia per l’Afghanistan. Questo potrebbe contribuire a una maggiore sicurezza regionale e a una riduzione delle attività terroristiche transfrontaliere. Dall’altro lato, questa dichiarazione potrebbe suscitare critiche da parte di coloro che vedono i talebani stessi come una fonte di instabilità e violenza, ricordando che sono stati banditi come organizzazione terroristica in Russia. Questa alleanza potrebbe anche complicare le relazioni della Russia con altri Paesi che non riconoscono i talebani come un governo legittimo e che continuano a considerarli un’organizzazione terroristica. Tuttavia, dal punto di vista di Putin, collaborare con il governo attuale dell’Afghanistan è una strategia necessaria per contenere la diffusione del terrorismo. Inoltre, questa alleanza potrebbe rafforzare l’influenza della Russia in Asia centrale, un’area che, come sappiamo, è di grande importanza strategica per Mosca, consolidando così il suo ruolo di attore chiave nella sicurezza regionale».
Putin ha menzionato che i talebani hanno espresso la volontà di lavorare con la Russia nella lotta al terrorismo. Possiamo fidarci di questi segnali?
«Premesso che stiamo parlando di Putin e di un gruppo che lui stesso ha definito terroristico, la fiducia in questi segnali è relativa e dipende in gran parte dalla verifica pratica delle intenzioni dichiarate dai talebani. Storicamente, i talebani hanno avuto relazioni complesse con vari gruppi terroristici. Oltre alla Russia, molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti e membri dell’Unione europea, hanno designato i talebani come un’organizzazione terroristica a causa delle loro attività violente, dei legami con al-Qaeda e dell’uso di tattiche terroristiche durante la loro insurrezione contro il governo afghano e le forze internazionali. Pertanto, il loro impegno per la stabilità e la lotta contro il terrorismo dovrà essere attentamente monitorato. Non vi è alcun dubbio che la Russia - come altre potenze che intraprenderanno un approccio pragmatico simile al suo, del resto - dovrà valutare costantemente la sincerità e l’efficacia di questa collaborazione attraverso risultati concreti».
Se la stabilità in Afghanistan dovesse crollare e i talebani tentassero di espandere la loro influenza oltre confine, quali sarebbero le conseguenze per la Russia?
«La preoccupazione principale deriva dalle attività terroristiche e insurrezionali nella regione, inclusi i legami tra vari gruppi estremisti e le loro influenze sui territori confinanti con la Russia. Negli anni Novanta, la Russia ha affrontato gravi problemi di terrorismo nel Caucaso del Nord, soprattutto in Cecenia e Daghestan. Sebbene non ci siano prove di un coinvolgimento diretto dei talebani in queste regioni, ci sono stati collegamenti tra i combattenti ceceni e gruppi estremisti in Afghanistan, che ha ospitato vari jihadisti. Gli estremisti attivi in Russia hanno avuto legami con al-Qaeda e altri movimenti jihadisti globali, influenzando significativamente la sicurezza e la politica internazionale. Anche se i legami sono spesso indiretti, l’ideologia e le tattiche si condizionano reciprocamente. La principale preoccupazione della Russia è che un Afghanistan instabile sotto il controllo talebano possa diventare un santuario per ulteriori gruppi jihadisti, con influenze destabilizzanti nei Paesi dell’Asia centrale confinanti con la Russia».
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La lunga scia di attentati in territorio russo ha convinto il governo a lanciare segnali agli ex studenti coranici. Una scelta incauta, considerando che i loro alleati qaedisti sono da sempre una spina nel fianco del Cremlino.L’analista Lara Ballurio spiega gli obiettivi dello zar: «Intende stabilizzare la regione usando un approccio pragmatico».Lo speciale contiene due articoli.Vladimir Putin qualche giorno fa ha dichiarato all’agenzia Interfax che «i talebani sono al potere in Afghanistan, e in questo senso sono degli alleati nella lotta al terrorismo». Poi alla Tass ha ribadito il concetto: «Abbiamo ripetutamente ricevuto segnali dal movimento talebano che sono pronti a lavorare con noi sulla strada dell’antiterrorismo». La Russia negli ultimi dieci anni è stata più volte colpita da attacchi terroristici commessi da cellule locali dell’Isis e lo stesso presidente russo, seppur esagerando, ha detto che il Servizio per la sicurezza della Federazione russa, meglio noto con la sigla Fsb, «negli ultimi ha sventato più di 200 attacchi». Tuttavia non è stato in grado di fare nulla lo scorso marzo, quando l’Iskp ha colpito il cuore di Mosca, beffando le agenzie di intelligence locali nonostante fossero state avvisate di un imminente attacco terroristico di grande portata. Ma cosa può davvero guadagnare la Russia da un accordo con i talebani, noti per non rispettare mai i patti scritti e firmati? La Cina ne sa qualcosa, avendo investito centinaia di milioni di dollari nelle miniere afghane senza riuscire a sfruttarle a causa dell’instabilità del Paese e della corruzione dilagante che porta i governatori locali a taglieggiare chiunque tenti di fare affari. Vale lo stesso discorso fatto per gli Usa, ossia poco o nulla, con l’aggravante che al-Qaeda (l’alleato principale dei talebani) è molto presente in Asia centrale e attraverso le sue propaggini ha fondato il cosiddetto «Emirato del Caucaso» da sempre una spina nel fianco di Putin. Per l’analista Sophia Nina Burna-Asefi «l’interesse della Russia per l’Afghanistan può essere interpretato anche come una reazione alle pressioni occidentali. Quando si tratta di questioni di sicurezza nella sua sfera di influenza, Mosca tende ad agire in modo indipendente dall’Occidente e in collaborazione con la Cina. Mentre la Russia è operativa a livello pratico, contribuendo con esercitazioni di pattugliamento del confine in Asia centrale, la Cina adotta un approccio più distante e diplomatico. Tuttavia, nessuno dei due Paesi desidera assumere il ruolo lasciato dall’Occidente in Afghanistan dopo il ritiro degli Stati Uniti nel 2021. Come la storia insegna: un impegno militare diretto sarebbe un errore e sia la Russia che la Cina ne sono ben consapevoli». La Russia ha intensificato i suoi sforzi nella regione fin dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea e, l’anno successivo, al lancio della Belt and road initiative da parte della Cina. Il principale canale della Russia per impegnarsi con l’Afghanistan è stato attraverso le sue organizzazioni regionali. Le tre organizzazioni che svolgono un ruolo chiave nell’architettura di sicurezza regionale guidata dalla Russia includono la Csto, la Shanghai cooperation organization (Sco), un’organizzazione per la sicurezza e la difesa che conta otto membri (Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Iran) con l’Afghanistan come stato osservatore, e il «formato di Mosca» delle consultazioni di pace regionali sull’Afghanistan, che coinvolge incontri tra i ministri degli Esteri e i consiglieri per la Sicurezza nazionale di Russia, Cina, Pakistan, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Ed è proprio da questi ultimi tre Paesi insieme al Daghestan e alla Cecenia, che tra il 2012 e il 2017 almeno 8.500 combattenti si sono uniti alle fila di gruppi jihadisti in Siria, principalmente con l’Isis e altri gruppi minori legati ad al-Qaeda. Molti sono deceduti, alcuni sono ancora sul campo di battaglia, mentre altri (circa 900) sono tornati in patria attraverso l’Afghanistan che non ha mai fatto nulla per fermare il transito degli jihadisti. Questi combattenti temprati dalla battaglia e competenti svolgono ruoli importanti all’interno dell’Isis e di al-Qaeda come fabbricanti di bombe, propagandisti e comandanti sul campo, e minacciano il Cremlino. Che per proteggersi dagli jihadisti prova a fare accordi con i talebani. Insomma, non certo un segnale di forza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/anche-putin-si-riavvicina-kabul-2668786481.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mosca-non-vuole-problemi-in-asia-centrale" data-post-id="2668786481" data-published-at="1721584712" data-use-pagination="False"> «Mosca non vuole problemi in Asia centrale» Nel riquadro Lara Ballurio. Sullo sfondo il Cremlino (Ansa) Lara Ballurio è una giornalista e analista specializzata in Russia e Asia centrale. L’abbiamo intervistata. Vladimir Putin ha recentemente dichiarato che i talebani sono alleati della Federazione russa nella lotta al terrorismo. Ci aiuti a comprendere meglio il contesto. «Può sorprendere sentire una dichiarazione del genere, ma le parole di Putin arrivano in un momento in cui la stabilità in Afghanistan è cruciale per l’intera comunità internazionale. La Russia ha sempre adottato un approccio pragmatico nel collaborare con vari attori, inclusi i talebani, per affrontare le minacce terroristiche e garantire la sicurezza regionale. Putin sembra voler sottolineare che i talebani, dopo aver ripreso il controllo dell’Afghanistan nel 2021, sono diventati il governo de facto del paese. Questo, secondo il presidente della Federazione russa, implica riconoscere che, nonostante siano stati precedentemente classificati come un’organizzazione terroristica, ora - secondo la logica del pragmatismo politico - è necessario collaborare con loro per mantenere la stabilità in Afghanistan. Questo approccio mette in primo piano obiettivi pratici e immediati, come la sicurezza e la stabilità, piuttosto che aderire rigidamente a una politica che potrebbe risultare inefficace nelle circostanze attuali. La Russia, oggi più che mai, come molte altre nazioni è interessata a evitare il proliferare di gruppi terroristici e a garantire una certa stabilità nella regione. Pertanto, si pone ora la sfida di come rapportarsi con il nuovo governo talebano». Quali potrebbero essere le implicazioni di questa alleanza? «Le implicazioni sono diverse. Da un lato, potrebbe facilitare la cooperazione nella condivisione di informazioni e nelle operazioni contro gruppi terroristici come l’Isis, che rappresenta una minaccia sia per la Russia sia per l’Afghanistan. Questo potrebbe contribuire a una maggiore sicurezza regionale e a una riduzione delle attività terroristiche transfrontaliere. Dall’altro lato, questa dichiarazione potrebbe suscitare critiche da parte di coloro che vedono i talebani stessi come una fonte di instabilità e violenza, ricordando che sono stati banditi come organizzazione terroristica in Russia. Questa alleanza potrebbe anche complicare le relazioni della Russia con altri Paesi che non riconoscono i talebani come un governo legittimo e che continuano a considerarli un’organizzazione terroristica. Tuttavia, dal punto di vista di Putin, collaborare con il governo attuale dell’Afghanistan è una strategia necessaria per contenere la diffusione del terrorismo. Inoltre, questa alleanza potrebbe rafforzare l’influenza della Russia in Asia centrale, un’area che, come sappiamo, è di grande importanza strategica per Mosca, consolidando così il suo ruolo di attore chiave nella sicurezza regionale». Putin ha menzionato che i talebani hanno espresso la volontà di lavorare con la Russia nella lotta al terrorismo. Possiamo fidarci di questi segnali? «Premesso che stiamo parlando di Putin e di un gruppo che lui stesso ha definito terroristico, la fiducia in questi segnali è relativa e dipende in gran parte dalla verifica pratica delle intenzioni dichiarate dai talebani. Storicamente, i talebani hanno avuto relazioni complesse con vari gruppi terroristici. Oltre alla Russia, molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti e membri dell’Unione europea, hanno designato i talebani come un’organizzazione terroristica a causa delle loro attività violente, dei legami con al-Qaeda e dell’uso di tattiche terroristiche durante la loro insurrezione contro il governo afghano e le forze internazionali. Pertanto, il loro impegno per la stabilità e la lotta contro il terrorismo dovrà essere attentamente monitorato. Non vi è alcun dubbio che la Russia - come altre potenze che intraprenderanno un approccio pragmatico simile al suo, del resto - dovrà valutare costantemente la sincerità e l’efficacia di questa collaborazione attraverso risultati concreti». Se la stabilità in Afghanistan dovesse crollare e i talebani tentassero di espandere la loro influenza oltre confine, quali sarebbero le conseguenze per la Russia? «La preoccupazione principale deriva dalle attività terroristiche e insurrezionali nella regione, inclusi i legami tra vari gruppi estremisti e le loro influenze sui territori confinanti con la Russia. Negli anni Novanta, la Russia ha affrontato gravi problemi di terrorismo nel Caucaso del Nord, soprattutto in Cecenia e Daghestan. Sebbene non ci siano prove di un coinvolgimento diretto dei talebani in queste regioni, ci sono stati collegamenti tra i combattenti ceceni e gruppi estremisti in Afghanistan, che ha ospitato vari jihadisti. Gli estremisti attivi in Russia hanno avuto legami con al-Qaeda e altri movimenti jihadisti globali, influenzando significativamente la sicurezza e la politica internazionale. Anche se i legami sono spesso indiretti, l’ideologia e le tattiche si condizionano reciprocamente. La principale preoccupazione della Russia è che un Afghanistan instabile sotto il controllo talebano possa diventare un santuario per ulteriori gruppi jihadisti, con influenze destabilizzanti nei Paesi dell’Asia centrale confinanti con la Russia».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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