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2024-07-22
Anche Putin si riavvicina a Kabul. E questo non è un segnale di forza
Vladimir Putin (Ansa)
Vladimir Putin qualche giorno fa ha dichiarato all’agenzia Interfax che «i talebani sono al potere in Afghanistan, e in questo senso sono degli alleati nella lotta al terrorismo». Poi alla Tass ha ribadito il concetto: «Abbiamo ripetutamente ricevuto segnali dal movimento talebano che sono pronti a lavorare con noi sulla strada dell’antiterrorismo».
La Russia negli ultimi dieci anni è stata più volte colpita da attacchi terroristici commessi da cellule locali dell’Isis e lo stesso presidente russo, seppur esagerando, ha detto che il Servizio per la sicurezza della Federazione russa, meglio noto con la sigla Fsb, «negli ultimi ha sventato più di 200 attacchi». Tuttavia non è stato in grado di fare nulla lo scorso marzo, quando l’Iskp ha colpito il cuore di Mosca, beffando le agenzie di intelligence locali nonostante fossero state avvisate di un imminente attacco terroristico di grande portata. Ma cosa può davvero guadagnare la Russia da un accordo con i talebani, noti per non rispettare mai i patti scritti e firmati? La Cina ne sa qualcosa, avendo investito centinaia di milioni di dollari nelle miniere afghane senza riuscire a sfruttarle a causa dell’instabilità del Paese e della corruzione dilagante che porta i governatori locali a taglieggiare chiunque tenti di fare affari.
Vale lo stesso discorso fatto per gli Usa, ossia poco o nulla, con l’aggravante che al-Qaeda (l’alleato principale dei talebani) è molto presente in Asia centrale e attraverso le sue propaggini ha fondato il cosiddetto «Emirato del Caucaso» da sempre una spina nel fianco di Putin. Per l’analista Sophia Nina Burna-Asefi «l’interesse della Russia per l’Afghanistan può essere interpretato anche come una reazione alle pressioni occidentali. Quando si tratta di questioni di sicurezza nella sua sfera di influenza, Mosca tende ad agire in modo indipendente dall’Occidente e in collaborazione con la Cina. Mentre la Russia è operativa a livello pratico, contribuendo con esercitazioni di pattugliamento del confine in Asia centrale, la Cina adotta un approccio più distante e diplomatico. Tuttavia, nessuno dei due Paesi desidera assumere il ruolo lasciato dall’Occidente in Afghanistan dopo il ritiro degli Stati Uniti nel 2021. Come la storia insegna: un impegno militare diretto sarebbe un errore e sia la Russia che la Cina ne sono ben consapevoli».
La Russia ha intensificato i suoi sforzi nella regione fin dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea e, l’anno successivo, al lancio della Belt and road initiative da parte della Cina. Il principale canale della Russia per impegnarsi con l’Afghanistan è stato attraverso le sue organizzazioni regionali. Le tre organizzazioni che svolgono un ruolo chiave nell’architettura di sicurezza regionale guidata dalla Russia includono la Csto, la Shanghai cooperation organization (Sco), un’organizzazione per la sicurezza e la difesa che conta otto membri (Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Iran) con l’Afghanistan come stato osservatore, e il «formato di Mosca» delle consultazioni di pace regionali sull’Afghanistan, che coinvolge incontri tra i ministri degli Esteri e i consiglieri per la Sicurezza nazionale di Russia, Cina, Pakistan, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Ed è proprio da questi ultimi tre Paesi insieme al Daghestan e alla Cecenia, che tra il 2012 e il 2017 almeno 8.500 combattenti si sono uniti alle fila di gruppi jihadisti in Siria, principalmente con l’Isis e altri gruppi minori legati ad al-Qaeda. Molti sono deceduti, alcuni sono ancora sul campo di battaglia, mentre altri (circa 900) sono tornati in patria attraverso l’Afghanistan che non ha mai fatto nulla per fermare il transito degli jihadisti. Questi combattenti temprati dalla battaglia e competenti svolgono ruoli importanti all’interno dell’Isis e di al-Qaeda come fabbricanti di bombe, propagandisti e comandanti sul campo, e minacciano il Cremlino. Che per proteggersi dagli jihadisti prova a fare accordi con i talebani. Insomma, non certo un segnale di forza.
«Mosca non vuole problemi in Asia centrale»

Nel riquadro Lara Ballurio. Sullo sfondo il Cremlino (Ansa)
Lara Ballurio è una giornalista e analista specializzata in Russia e Asia centrale. L’abbiamo intervistata.
Vladimir Putin ha recentemente dichiarato che i talebani sono alleati della Federazione russa nella lotta al terrorismo. Ci aiuti a comprendere meglio il contesto.
«Può sorprendere sentire una dichiarazione del genere, ma le parole di Putin arrivano in un momento in cui la stabilità in Afghanistan è cruciale per l’intera comunità internazionale. La Russia ha sempre adottato un approccio pragmatico nel collaborare con vari attori, inclusi i talebani, per affrontare le minacce terroristiche e garantire la sicurezza regionale. Putin sembra voler sottolineare che i talebani, dopo aver ripreso il controllo dell’Afghanistan nel 2021, sono diventati il governo de facto del paese. Questo, secondo il presidente della Federazione russa, implica riconoscere che, nonostante siano stati precedentemente classificati come un’organizzazione terroristica, ora - secondo la logica del pragmatismo politico - è necessario collaborare con loro per mantenere la stabilità in Afghanistan. Questo approccio mette in primo piano obiettivi pratici e immediati, come la sicurezza e la stabilità, piuttosto che aderire rigidamente a una politica che potrebbe risultare inefficace nelle circostanze attuali. La Russia, oggi più che mai, come molte altre nazioni è interessata a evitare il proliferare di gruppi terroristici e a garantire una certa stabilità nella regione. Pertanto, si pone ora la sfida di come rapportarsi con il nuovo governo talebano».
Quali potrebbero essere le implicazioni di questa alleanza?
«Le implicazioni sono diverse. Da un lato, potrebbe facilitare la cooperazione nella condivisione di informazioni e nelle operazioni contro gruppi terroristici come l’Isis, che rappresenta una minaccia sia per la Russia sia per l’Afghanistan. Questo potrebbe contribuire a una maggiore sicurezza regionale e a una riduzione delle attività terroristiche transfrontaliere. Dall’altro lato, questa dichiarazione potrebbe suscitare critiche da parte di coloro che vedono i talebani stessi come una fonte di instabilità e violenza, ricordando che sono stati banditi come organizzazione terroristica in Russia. Questa alleanza potrebbe anche complicare le relazioni della Russia con altri Paesi che non riconoscono i talebani come un governo legittimo e che continuano a considerarli un’organizzazione terroristica. Tuttavia, dal punto di vista di Putin, collaborare con il governo attuale dell’Afghanistan è una strategia necessaria per contenere la diffusione del terrorismo. Inoltre, questa alleanza potrebbe rafforzare l’influenza della Russia in Asia centrale, un’area che, come sappiamo, è di grande importanza strategica per Mosca, consolidando così il suo ruolo di attore chiave nella sicurezza regionale».
Putin ha menzionato che i talebani hanno espresso la volontà di lavorare con la Russia nella lotta al terrorismo. Possiamo fidarci di questi segnali?
«Premesso che stiamo parlando di Putin e di un gruppo che lui stesso ha definito terroristico, la fiducia in questi segnali è relativa e dipende in gran parte dalla verifica pratica delle intenzioni dichiarate dai talebani. Storicamente, i talebani hanno avuto relazioni complesse con vari gruppi terroristici. Oltre alla Russia, molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti e membri dell’Unione europea, hanno designato i talebani come un’organizzazione terroristica a causa delle loro attività violente, dei legami con al-Qaeda e dell’uso di tattiche terroristiche durante la loro insurrezione contro il governo afghano e le forze internazionali. Pertanto, il loro impegno per la stabilità e la lotta contro il terrorismo dovrà essere attentamente monitorato. Non vi è alcun dubbio che la Russia - come altre potenze che intraprenderanno un approccio pragmatico simile al suo, del resto - dovrà valutare costantemente la sincerità e l’efficacia di questa collaborazione attraverso risultati concreti».
Se la stabilità in Afghanistan dovesse crollare e i talebani tentassero di espandere la loro influenza oltre confine, quali sarebbero le conseguenze per la Russia?
«La preoccupazione principale deriva dalle attività terroristiche e insurrezionali nella regione, inclusi i legami tra vari gruppi estremisti e le loro influenze sui territori confinanti con la Russia. Negli anni Novanta, la Russia ha affrontato gravi problemi di terrorismo nel Caucaso del Nord, soprattutto in Cecenia e Daghestan. Sebbene non ci siano prove di un coinvolgimento diretto dei talebani in queste regioni, ci sono stati collegamenti tra i combattenti ceceni e gruppi estremisti in Afghanistan, che ha ospitato vari jihadisti. Gli estremisti attivi in Russia hanno avuto legami con al-Qaeda e altri movimenti jihadisti globali, influenzando significativamente la sicurezza e la politica internazionale. Anche se i legami sono spesso indiretti, l’ideologia e le tattiche si condizionano reciprocamente. La principale preoccupazione della Russia è che un Afghanistan instabile sotto il controllo talebano possa diventare un santuario per ulteriori gruppi jihadisti, con influenze destabilizzanti nei Paesi dell’Asia centrale confinanti con la Russia».
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La lunga scia di attentati in territorio russo ha convinto il governo a lanciare segnali agli ex studenti coranici. Una scelta incauta, considerando che i loro alleati qaedisti sono da sempre una spina nel fianco del Cremlino.L’analista Lara Ballurio spiega gli obiettivi dello zar: «Intende stabilizzare la regione usando un approccio pragmatico».Lo speciale contiene due articoli.Vladimir Putin qualche giorno fa ha dichiarato all’agenzia Interfax che «i talebani sono al potere in Afghanistan, e in questo senso sono degli alleati nella lotta al terrorismo». Poi alla Tass ha ribadito il concetto: «Abbiamo ripetutamente ricevuto segnali dal movimento talebano che sono pronti a lavorare con noi sulla strada dell’antiterrorismo». La Russia negli ultimi dieci anni è stata più volte colpita da attacchi terroristici commessi da cellule locali dell’Isis e lo stesso presidente russo, seppur esagerando, ha detto che il Servizio per la sicurezza della Federazione russa, meglio noto con la sigla Fsb, «negli ultimi ha sventato più di 200 attacchi». Tuttavia non è stato in grado di fare nulla lo scorso marzo, quando l’Iskp ha colpito il cuore di Mosca, beffando le agenzie di intelligence locali nonostante fossero state avvisate di un imminente attacco terroristico di grande portata. Ma cosa può davvero guadagnare la Russia da un accordo con i talebani, noti per non rispettare mai i patti scritti e firmati? La Cina ne sa qualcosa, avendo investito centinaia di milioni di dollari nelle miniere afghane senza riuscire a sfruttarle a causa dell’instabilità del Paese e della corruzione dilagante che porta i governatori locali a taglieggiare chiunque tenti di fare affari. Vale lo stesso discorso fatto per gli Usa, ossia poco o nulla, con l’aggravante che al-Qaeda (l’alleato principale dei talebani) è molto presente in Asia centrale e attraverso le sue propaggini ha fondato il cosiddetto «Emirato del Caucaso» da sempre una spina nel fianco di Putin. Per l’analista Sophia Nina Burna-Asefi «l’interesse della Russia per l’Afghanistan può essere interpretato anche come una reazione alle pressioni occidentali. Quando si tratta di questioni di sicurezza nella sua sfera di influenza, Mosca tende ad agire in modo indipendente dall’Occidente e in collaborazione con la Cina. Mentre la Russia è operativa a livello pratico, contribuendo con esercitazioni di pattugliamento del confine in Asia centrale, la Cina adotta un approccio più distante e diplomatico. Tuttavia, nessuno dei due Paesi desidera assumere il ruolo lasciato dall’Occidente in Afghanistan dopo il ritiro degli Stati Uniti nel 2021. Come la storia insegna: un impegno militare diretto sarebbe un errore e sia la Russia che la Cina ne sono ben consapevoli». La Russia ha intensificato i suoi sforzi nella regione fin dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea e, l’anno successivo, al lancio della Belt and road initiative da parte della Cina. Il principale canale della Russia per impegnarsi con l’Afghanistan è stato attraverso le sue organizzazioni regionali. Le tre organizzazioni che svolgono un ruolo chiave nell’architettura di sicurezza regionale guidata dalla Russia includono la Csto, la Shanghai cooperation organization (Sco), un’organizzazione per la sicurezza e la difesa che conta otto membri (Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Iran) con l’Afghanistan come stato osservatore, e il «formato di Mosca» delle consultazioni di pace regionali sull’Afghanistan, che coinvolge incontri tra i ministri degli Esteri e i consiglieri per la Sicurezza nazionale di Russia, Cina, Pakistan, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Ed è proprio da questi ultimi tre Paesi insieme al Daghestan e alla Cecenia, che tra il 2012 e il 2017 almeno 8.500 combattenti si sono uniti alle fila di gruppi jihadisti in Siria, principalmente con l’Isis e altri gruppi minori legati ad al-Qaeda. Molti sono deceduti, alcuni sono ancora sul campo di battaglia, mentre altri (circa 900) sono tornati in patria attraverso l’Afghanistan che non ha mai fatto nulla per fermare il transito degli jihadisti. Questi combattenti temprati dalla battaglia e competenti svolgono ruoli importanti all’interno dell’Isis e di al-Qaeda come fabbricanti di bombe, propagandisti e comandanti sul campo, e minacciano il Cremlino. Che per proteggersi dagli jihadisti prova a fare accordi con i talebani. Insomma, non certo un segnale di forza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/anche-putin-si-riavvicina-kabul-2668786481.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mosca-non-vuole-problemi-in-asia-centrale" data-post-id="2668786481" data-published-at="1721584712" data-use-pagination="False"> «Mosca non vuole problemi in Asia centrale» Nel riquadro Lara Ballurio. Sullo sfondo il Cremlino (Ansa) Lara Ballurio è una giornalista e analista specializzata in Russia e Asia centrale. L’abbiamo intervistata. Vladimir Putin ha recentemente dichiarato che i talebani sono alleati della Federazione russa nella lotta al terrorismo. Ci aiuti a comprendere meglio il contesto. «Può sorprendere sentire una dichiarazione del genere, ma le parole di Putin arrivano in un momento in cui la stabilità in Afghanistan è cruciale per l’intera comunità internazionale. La Russia ha sempre adottato un approccio pragmatico nel collaborare con vari attori, inclusi i talebani, per affrontare le minacce terroristiche e garantire la sicurezza regionale. Putin sembra voler sottolineare che i talebani, dopo aver ripreso il controllo dell’Afghanistan nel 2021, sono diventati il governo de facto del paese. Questo, secondo il presidente della Federazione russa, implica riconoscere che, nonostante siano stati precedentemente classificati come un’organizzazione terroristica, ora - secondo la logica del pragmatismo politico - è necessario collaborare con loro per mantenere la stabilità in Afghanistan. Questo approccio mette in primo piano obiettivi pratici e immediati, come la sicurezza e la stabilità, piuttosto che aderire rigidamente a una politica che potrebbe risultare inefficace nelle circostanze attuali. La Russia, oggi più che mai, come molte altre nazioni è interessata a evitare il proliferare di gruppi terroristici e a garantire una certa stabilità nella regione. Pertanto, si pone ora la sfida di come rapportarsi con il nuovo governo talebano». Quali potrebbero essere le implicazioni di questa alleanza? «Le implicazioni sono diverse. Da un lato, potrebbe facilitare la cooperazione nella condivisione di informazioni e nelle operazioni contro gruppi terroristici come l’Isis, che rappresenta una minaccia sia per la Russia sia per l’Afghanistan. Questo potrebbe contribuire a una maggiore sicurezza regionale e a una riduzione delle attività terroristiche transfrontaliere. Dall’altro lato, questa dichiarazione potrebbe suscitare critiche da parte di coloro che vedono i talebani stessi come una fonte di instabilità e violenza, ricordando che sono stati banditi come organizzazione terroristica in Russia. Questa alleanza potrebbe anche complicare le relazioni della Russia con altri Paesi che non riconoscono i talebani come un governo legittimo e che continuano a considerarli un’organizzazione terroristica. Tuttavia, dal punto di vista di Putin, collaborare con il governo attuale dell’Afghanistan è una strategia necessaria per contenere la diffusione del terrorismo. Inoltre, questa alleanza potrebbe rafforzare l’influenza della Russia in Asia centrale, un’area che, come sappiamo, è di grande importanza strategica per Mosca, consolidando così il suo ruolo di attore chiave nella sicurezza regionale». Putin ha menzionato che i talebani hanno espresso la volontà di lavorare con la Russia nella lotta al terrorismo. Possiamo fidarci di questi segnali? «Premesso che stiamo parlando di Putin e di un gruppo che lui stesso ha definito terroristico, la fiducia in questi segnali è relativa e dipende in gran parte dalla verifica pratica delle intenzioni dichiarate dai talebani. Storicamente, i talebani hanno avuto relazioni complesse con vari gruppi terroristici. Oltre alla Russia, molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti e membri dell’Unione europea, hanno designato i talebani come un’organizzazione terroristica a causa delle loro attività violente, dei legami con al-Qaeda e dell’uso di tattiche terroristiche durante la loro insurrezione contro il governo afghano e le forze internazionali. Pertanto, il loro impegno per la stabilità e la lotta contro il terrorismo dovrà essere attentamente monitorato. Non vi è alcun dubbio che la Russia - come altre potenze che intraprenderanno un approccio pragmatico simile al suo, del resto - dovrà valutare costantemente la sincerità e l’efficacia di questa collaborazione attraverso risultati concreti». Se la stabilità in Afghanistan dovesse crollare e i talebani tentassero di espandere la loro influenza oltre confine, quali sarebbero le conseguenze per la Russia? «La preoccupazione principale deriva dalle attività terroristiche e insurrezionali nella regione, inclusi i legami tra vari gruppi estremisti e le loro influenze sui territori confinanti con la Russia. Negli anni Novanta, la Russia ha affrontato gravi problemi di terrorismo nel Caucaso del Nord, soprattutto in Cecenia e Daghestan. Sebbene non ci siano prove di un coinvolgimento diretto dei talebani in queste regioni, ci sono stati collegamenti tra i combattenti ceceni e gruppi estremisti in Afghanistan, che ha ospitato vari jihadisti. Gli estremisti attivi in Russia hanno avuto legami con al-Qaeda e altri movimenti jihadisti globali, influenzando significativamente la sicurezza e la politica internazionale. Anche se i legami sono spesso indiretti, l’ideologia e le tattiche si condizionano reciprocamente. La principale preoccupazione della Russia è che un Afghanistan instabile sotto il controllo talebano possa diventare un santuario per ulteriori gruppi jihadisti, con influenze destabilizzanti nei Paesi dell’Asia centrale confinanti con la Russia».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.