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2024-07-22
Anche Putin si riavvicina a Kabul. E questo non è un segnale di forza
Vladimir Putin (Ansa)
Vladimir Putin qualche giorno fa ha dichiarato all’agenzia Interfax che «i talebani sono al potere in Afghanistan, e in questo senso sono degli alleati nella lotta al terrorismo». Poi alla Tass ha ribadito il concetto: «Abbiamo ripetutamente ricevuto segnali dal movimento talebano che sono pronti a lavorare con noi sulla strada dell’antiterrorismo».
La Russia negli ultimi dieci anni è stata più volte colpita da attacchi terroristici commessi da cellule locali dell’Isis e lo stesso presidente russo, seppur esagerando, ha detto che il Servizio per la sicurezza della Federazione russa, meglio noto con la sigla Fsb, «negli ultimi ha sventato più di 200 attacchi». Tuttavia non è stato in grado di fare nulla lo scorso marzo, quando l’Iskp ha colpito il cuore di Mosca, beffando le agenzie di intelligence locali nonostante fossero state avvisate di un imminente attacco terroristico di grande portata. Ma cosa può davvero guadagnare la Russia da un accordo con i talebani, noti per non rispettare mai i patti scritti e firmati? La Cina ne sa qualcosa, avendo investito centinaia di milioni di dollari nelle miniere afghane senza riuscire a sfruttarle a causa dell’instabilità del Paese e della corruzione dilagante che porta i governatori locali a taglieggiare chiunque tenti di fare affari.
Vale lo stesso discorso fatto per gli Usa, ossia poco o nulla, con l’aggravante che al-Qaeda (l’alleato principale dei talebani) è molto presente in Asia centrale e attraverso le sue propaggini ha fondato il cosiddetto «Emirato del Caucaso» da sempre una spina nel fianco di Putin. Per l’analista Sophia Nina Burna-Asefi «l’interesse della Russia per l’Afghanistan può essere interpretato anche come una reazione alle pressioni occidentali. Quando si tratta di questioni di sicurezza nella sua sfera di influenza, Mosca tende ad agire in modo indipendente dall’Occidente e in collaborazione con la Cina. Mentre la Russia è operativa a livello pratico, contribuendo con esercitazioni di pattugliamento del confine in Asia centrale, la Cina adotta un approccio più distante e diplomatico. Tuttavia, nessuno dei due Paesi desidera assumere il ruolo lasciato dall’Occidente in Afghanistan dopo il ritiro degli Stati Uniti nel 2021. Come la storia insegna: un impegno militare diretto sarebbe un errore e sia la Russia che la Cina ne sono ben consapevoli».
La Russia ha intensificato i suoi sforzi nella regione fin dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea e, l’anno successivo, al lancio della Belt and road initiative da parte della Cina. Il principale canale della Russia per impegnarsi con l’Afghanistan è stato attraverso le sue organizzazioni regionali. Le tre organizzazioni che svolgono un ruolo chiave nell’architettura di sicurezza regionale guidata dalla Russia includono la Csto, la Shanghai cooperation organization (Sco), un’organizzazione per la sicurezza e la difesa che conta otto membri (Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Iran) con l’Afghanistan come stato osservatore, e il «formato di Mosca» delle consultazioni di pace regionali sull’Afghanistan, che coinvolge incontri tra i ministri degli Esteri e i consiglieri per la Sicurezza nazionale di Russia, Cina, Pakistan, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Ed è proprio da questi ultimi tre Paesi insieme al Daghestan e alla Cecenia, che tra il 2012 e il 2017 almeno 8.500 combattenti si sono uniti alle fila di gruppi jihadisti in Siria, principalmente con l’Isis e altri gruppi minori legati ad al-Qaeda. Molti sono deceduti, alcuni sono ancora sul campo di battaglia, mentre altri (circa 900) sono tornati in patria attraverso l’Afghanistan che non ha mai fatto nulla per fermare il transito degli jihadisti. Questi combattenti temprati dalla battaglia e competenti svolgono ruoli importanti all’interno dell’Isis e di al-Qaeda come fabbricanti di bombe, propagandisti e comandanti sul campo, e minacciano il Cremlino. Che per proteggersi dagli jihadisti prova a fare accordi con i talebani. Insomma, non certo un segnale di forza.
«Mosca non vuole problemi in Asia centrale»

Nel riquadro Lara Ballurio. Sullo sfondo il Cremlino (Ansa)
Lara Ballurio è una giornalista e analista specializzata in Russia e Asia centrale. L’abbiamo intervistata.
Vladimir Putin ha recentemente dichiarato che i talebani sono alleati della Federazione russa nella lotta al terrorismo. Ci aiuti a comprendere meglio il contesto.
«Può sorprendere sentire una dichiarazione del genere, ma le parole di Putin arrivano in un momento in cui la stabilità in Afghanistan è cruciale per l’intera comunità internazionale. La Russia ha sempre adottato un approccio pragmatico nel collaborare con vari attori, inclusi i talebani, per affrontare le minacce terroristiche e garantire la sicurezza regionale. Putin sembra voler sottolineare che i talebani, dopo aver ripreso il controllo dell’Afghanistan nel 2021, sono diventati il governo de facto del paese. Questo, secondo il presidente della Federazione russa, implica riconoscere che, nonostante siano stati precedentemente classificati come un’organizzazione terroristica, ora - secondo la logica del pragmatismo politico - è necessario collaborare con loro per mantenere la stabilità in Afghanistan. Questo approccio mette in primo piano obiettivi pratici e immediati, come la sicurezza e la stabilità, piuttosto che aderire rigidamente a una politica che potrebbe risultare inefficace nelle circostanze attuali. La Russia, oggi più che mai, come molte altre nazioni è interessata a evitare il proliferare di gruppi terroristici e a garantire una certa stabilità nella regione. Pertanto, si pone ora la sfida di come rapportarsi con il nuovo governo talebano».
Quali potrebbero essere le implicazioni di questa alleanza?
«Le implicazioni sono diverse. Da un lato, potrebbe facilitare la cooperazione nella condivisione di informazioni e nelle operazioni contro gruppi terroristici come l’Isis, che rappresenta una minaccia sia per la Russia sia per l’Afghanistan. Questo potrebbe contribuire a una maggiore sicurezza regionale e a una riduzione delle attività terroristiche transfrontaliere. Dall’altro lato, questa dichiarazione potrebbe suscitare critiche da parte di coloro che vedono i talebani stessi come una fonte di instabilità e violenza, ricordando che sono stati banditi come organizzazione terroristica in Russia. Questa alleanza potrebbe anche complicare le relazioni della Russia con altri Paesi che non riconoscono i talebani come un governo legittimo e che continuano a considerarli un’organizzazione terroristica. Tuttavia, dal punto di vista di Putin, collaborare con il governo attuale dell’Afghanistan è una strategia necessaria per contenere la diffusione del terrorismo. Inoltre, questa alleanza potrebbe rafforzare l’influenza della Russia in Asia centrale, un’area che, come sappiamo, è di grande importanza strategica per Mosca, consolidando così il suo ruolo di attore chiave nella sicurezza regionale».
Putin ha menzionato che i talebani hanno espresso la volontà di lavorare con la Russia nella lotta al terrorismo. Possiamo fidarci di questi segnali?
«Premesso che stiamo parlando di Putin e di un gruppo che lui stesso ha definito terroristico, la fiducia in questi segnali è relativa e dipende in gran parte dalla verifica pratica delle intenzioni dichiarate dai talebani. Storicamente, i talebani hanno avuto relazioni complesse con vari gruppi terroristici. Oltre alla Russia, molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti e membri dell’Unione europea, hanno designato i talebani come un’organizzazione terroristica a causa delle loro attività violente, dei legami con al-Qaeda e dell’uso di tattiche terroristiche durante la loro insurrezione contro il governo afghano e le forze internazionali. Pertanto, il loro impegno per la stabilità e la lotta contro il terrorismo dovrà essere attentamente monitorato. Non vi è alcun dubbio che la Russia - come altre potenze che intraprenderanno un approccio pragmatico simile al suo, del resto - dovrà valutare costantemente la sincerità e l’efficacia di questa collaborazione attraverso risultati concreti».
Se la stabilità in Afghanistan dovesse crollare e i talebani tentassero di espandere la loro influenza oltre confine, quali sarebbero le conseguenze per la Russia?
«La preoccupazione principale deriva dalle attività terroristiche e insurrezionali nella regione, inclusi i legami tra vari gruppi estremisti e le loro influenze sui territori confinanti con la Russia. Negli anni Novanta, la Russia ha affrontato gravi problemi di terrorismo nel Caucaso del Nord, soprattutto in Cecenia e Daghestan. Sebbene non ci siano prove di un coinvolgimento diretto dei talebani in queste regioni, ci sono stati collegamenti tra i combattenti ceceni e gruppi estremisti in Afghanistan, che ha ospitato vari jihadisti. Gli estremisti attivi in Russia hanno avuto legami con al-Qaeda e altri movimenti jihadisti globali, influenzando significativamente la sicurezza e la politica internazionale. Anche se i legami sono spesso indiretti, l’ideologia e le tattiche si condizionano reciprocamente. La principale preoccupazione della Russia è che un Afghanistan instabile sotto il controllo talebano possa diventare un santuario per ulteriori gruppi jihadisti, con influenze destabilizzanti nei Paesi dell’Asia centrale confinanti con la Russia».
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La lunga scia di attentati in territorio russo ha convinto il governo a lanciare segnali agli ex studenti coranici. Una scelta incauta, considerando che i loro alleati qaedisti sono da sempre una spina nel fianco del Cremlino.L’analista Lara Ballurio spiega gli obiettivi dello zar: «Intende stabilizzare la regione usando un approccio pragmatico».Lo speciale contiene due articoli.Vladimir Putin qualche giorno fa ha dichiarato all’agenzia Interfax che «i talebani sono al potere in Afghanistan, e in questo senso sono degli alleati nella lotta al terrorismo». Poi alla Tass ha ribadito il concetto: «Abbiamo ripetutamente ricevuto segnali dal movimento talebano che sono pronti a lavorare con noi sulla strada dell’antiterrorismo». La Russia negli ultimi dieci anni è stata più volte colpita da attacchi terroristici commessi da cellule locali dell’Isis e lo stesso presidente russo, seppur esagerando, ha detto che il Servizio per la sicurezza della Federazione russa, meglio noto con la sigla Fsb, «negli ultimi ha sventato più di 200 attacchi». Tuttavia non è stato in grado di fare nulla lo scorso marzo, quando l’Iskp ha colpito il cuore di Mosca, beffando le agenzie di intelligence locali nonostante fossero state avvisate di un imminente attacco terroristico di grande portata. Ma cosa può davvero guadagnare la Russia da un accordo con i talebani, noti per non rispettare mai i patti scritti e firmati? La Cina ne sa qualcosa, avendo investito centinaia di milioni di dollari nelle miniere afghane senza riuscire a sfruttarle a causa dell’instabilità del Paese e della corruzione dilagante che porta i governatori locali a taglieggiare chiunque tenti di fare affari. Vale lo stesso discorso fatto per gli Usa, ossia poco o nulla, con l’aggravante che al-Qaeda (l’alleato principale dei talebani) è molto presente in Asia centrale e attraverso le sue propaggini ha fondato il cosiddetto «Emirato del Caucaso» da sempre una spina nel fianco di Putin. Per l’analista Sophia Nina Burna-Asefi «l’interesse della Russia per l’Afghanistan può essere interpretato anche come una reazione alle pressioni occidentali. Quando si tratta di questioni di sicurezza nella sua sfera di influenza, Mosca tende ad agire in modo indipendente dall’Occidente e in collaborazione con la Cina. Mentre la Russia è operativa a livello pratico, contribuendo con esercitazioni di pattugliamento del confine in Asia centrale, la Cina adotta un approccio più distante e diplomatico. Tuttavia, nessuno dei due Paesi desidera assumere il ruolo lasciato dall’Occidente in Afghanistan dopo il ritiro degli Stati Uniti nel 2021. Come la storia insegna: un impegno militare diretto sarebbe un errore e sia la Russia che la Cina ne sono ben consapevoli». La Russia ha intensificato i suoi sforzi nella regione fin dal 2014, in seguito all’annessione della Crimea e, l’anno successivo, al lancio della Belt and road initiative da parte della Cina. Il principale canale della Russia per impegnarsi con l’Afghanistan è stato attraverso le sue organizzazioni regionali. Le tre organizzazioni che svolgono un ruolo chiave nell’architettura di sicurezza regionale guidata dalla Russia includono la Csto, la Shanghai cooperation organization (Sco), un’organizzazione per la sicurezza e la difesa che conta otto membri (Cina, India, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Iran) con l’Afghanistan come stato osservatore, e il «formato di Mosca» delle consultazioni di pace regionali sull’Afghanistan, che coinvolge incontri tra i ministri degli Esteri e i consiglieri per la Sicurezza nazionale di Russia, Cina, Pakistan, Afghanistan, Iran, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Ed è proprio da questi ultimi tre Paesi insieme al Daghestan e alla Cecenia, che tra il 2012 e il 2017 almeno 8.500 combattenti si sono uniti alle fila di gruppi jihadisti in Siria, principalmente con l’Isis e altri gruppi minori legati ad al-Qaeda. Molti sono deceduti, alcuni sono ancora sul campo di battaglia, mentre altri (circa 900) sono tornati in patria attraverso l’Afghanistan che non ha mai fatto nulla per fermare il transito degli jihadisti. Questi combattenti temprati dalla battaglia e competenti svolgono ruoli importanti all’interno dell’Isis e di al-Qaeda come fabbricanti di bombe, propagandisti e comandanti sul campo, e minacciano il Cremlino. Che per proteggersi dagli jihadisti prova a fare accordi con i talebani. Insomma, non certo un segnale di forza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/anche-putin-si-riavvicina-kabul-2668786481.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mosca-non-vuole-problemi-in-asia-centrale" data-post-id="2668786481" data-published-at="1721584712" data-use-pagination="False"> «Mosca non vuole problemi in Asia centrale» Nel riquadro Lara Ballurio. Sullo sfondo il Cremlino (Ansa) Lara Ballurio è una giornalista e analista specializzata in Russia e Asia centrale. L’abbiamo intervistata. Vladimir Putin ha recentemente dichiarato che i talebani sono alleati della Federazione russa nella lotta al terrorismo. Ci aiuti a comprendere meglio il contesto. «Può sorprendere sentire una dichiarazione del genere, ma le parole di Putin arrivano in un momento in cui la stabilità in Afghanistan è cruciale per l’intera comunità internazionale. La Russia ha sempre adottato un approccio pragmatico nel collaborare con vari attori, inclusi i talebani, per affrontare le minacce terroristiche e garantire la sicurezza regionale. Putin sembra voler sottolineare che i talebani, dopo aver ripreso il controllo dell’Afghanistan nel 2021, sono diventati il governo de facto del paese. Questo, secondo il presidente della Federazione russa, implica riconoscere che, nonostante siano stati precedentemente classificati come un’organizzazione terroristica, ora - secondo la logica del pragmatismo politico - è necessario collaborare con loro per mantenere la stabilità in Afghanistan. Questo approccio mette in primo piano obiettivi pratici e immediati, come la sicurezza e la stabilità, piuttosto che aderire rigidamente a una politica che potrebbe risultare inefficace nelle circostanze attuali. La Russia, oggi più che mai, come molte altre nazioni è interessata a evitare il proliferare di gruppi terroristici e a garantire una certa stabilità nella regione. Pertanto, si pone ora la sfida di come rapportarsi con il nuovo governo talebano». Quali potrebbero essere le implicazioni di questa alleanza? «Le implicazioni sono diverse. Da un lato, potrebbe facilitare la cooperazione nella condivisione di informazioni e nelle operazioni contro gruppi terroristici come l’Isis, che rappresenta una minaccia sia per la Russia sia per l’Afghanistan. Questo potrebbe contribuire a una maggiore sicurezza regionale e a una riduzione delle attività terroristiche transfrontaliere. Dall’altro lato, questa dichiarazione potrebbe suscitare critiche da parte di coloro che vedono i talebani stessi come una fonte di instabilità e violenza, ricordando che sono stati banditi come organizzazione terroristica in Russia. Questa alleanza potrebbe anche complicare le relazioni della Russia con altri Paesi che non riconoscono i talebani come un governo legittimo e che continuano a considerarli un’organizzazione terroristica. Tuttavia, dal punto di vista di Putin, collaborare con il governo attuale dell’Afghanistan è una strategia necessaria per contenere la diffusione del terrorismo. Inoltre, questa alleanza potrebbe rafforzare l’influenza della Russia in Asia centrale, un’area che, come sappiamo, è di grande importanza strategica per Mosca, consolidando così il suo ruolo di attore chiave nella sicurezza regionale». Putin ha menzionato che i talebani hanno espresso la volontà di lavorare con la Russia nella lotta al terrorismo. Possiamo fidarci di questi segnali? «Premesso che stiamo parlando di Putin e di un gruppo che lui stesso ha definito terroristico, la fiducia in questi segnali è relativa e dipende in gran parte dalla verifica pratica delle intenzioni dichiarate dai talebani. Storicamente, i talebani hanno avuto relazioni complesse con vari gruppi terroristici. Oltre alla Russia, molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti e membri dell’Unione europea, hanno designato i talebani come un’organizzazione terroristica a causa delle loro attività violente, dei legami con al-Qaeda e dell’uso di tattiche terroristiche durante la loro insurrezione contro il governo afghano e le forze internazionali. Pertanto, il loro impegno per la stabilità e la lotta contro il terrorismo dovrà essere attentamente monitorato. Non vi è alcun dubbio che la Russia - come altre potenze che intraprenderanno un approccio pragmatico simile al suo, del resto - dovrà valutare costantemente la sincerità e l’efficacia di questa collaborazione attraverso risultati concreti». Se la stabilità in Afghanistan dovesse crollare e i talebani tentassero di espandere la loro influenza oltre confine, quali sarebbero le conseguenze per la Russia? «La preoccupazione principale deriva dalle attività terroristiche e insurrezionali nella regione, inclusi i legami tra vari gruppi estremisti e le loro influenze sui territori confinanti con la Russia. Negli anni Novanta, la Russia ha affrontato gravi problemi di terrorismo nel Caucaso del Nord, soprattutto in Cecenia e Daghestan. Sebbene non ci siano prove di un coinvolgimento diretto dei talebani in queste regioni, ci sono stati collegamenti tra i combattenti ceceni e gruppi estremisti in Afghanistan, che ha ospitato vari jihadisti. Gli estremisti attivi in Russia hanno avuto legami con al-Qaeda e altri movimenti jihadisti globali, influenzando significativamente la sicurezza e la politica internazionale. Anche se i legami sono spesso indiretti, l’ideologia e le tattiche si condizionano reciprocamente. La principale preoccupazione della Russia è che un Afghanistan instabile sotto il controllo talebano possa diventare un santuario per ulteriori gruppi jihadisti, con influenze destabilizzanti nei Paesi dell’Asia centrale confinanti con la Russia».
(IStock)
Le accuse: associazione a delinquere finalizzata al falso, alla corruzione e al favoreggiamento della immigrazione clandestina. È una storiaccia che si consuma a cavallo tra il 2021 e il 2022 proprio negli uffici pubblici della Seconda e della Terza municipalità, tra piazza Dante e via Lieti a Capodimonte. L’indagine, affidata ai pm Ciro Capasso e Luigi Landolfi (coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppina Loreto), è stata condotta da carabinieri e vigili urbani. A tutti gli indagati l’altro giorno è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (atto che di solito precede una richiesta di rinvio a giudizio). Al centro del sistema, per gli investigatori, c’era un uomo di 53 anni originario del Bangladesh e residente nel quartiere Sanità. Gestiva un Caf piantato in un buco nel quale riceveva i clienti. Sarebbe stato lui a intercettare i connazionali in cerca di documenti, a raccogliere le richieste e a trasformarle in pratiche da «sbloccare». Un intermediario stabile, con tanto di tariffario. Secondo chi indaga, quello dello straniero era un ruolo centrale, emerso subito dalla ricostruzione dei passaggi tra richieste, pagamenti e lavorazione delle pratiche. Attorno al suo Caf ruotavano due dipendenti: uno di 66 anni in servizio all’epoca negli uffici di piazza Dante, l’altro, 68 anni, in forza alla sede di via Lieti. I due impiegati avrebbero garantito l’accesso ai richiedenti, ognuno nella propria municipalità e nel proprio ufficio.
A piazza Dante, però, stando alle accuse, si sarebbe fatto un passo ulteriore. Non solo denaro. Sarebbero quattro gli episodi, collocati tra giugno e novembre 2021, in cui la contropartita viene indicata da chi indaga in «prestazioni sessuali». Che compaiono nella ricostruzione investigativa, ma non emergerebbero, almeno nella qualificazione delle accuse, come autonome contestazioni penali. L’indagine coinvolge anche altri due ex dipendenti comunali, mentre nel filone legato agli uffici di via Lieti compare un ex consigliere della Terza municipalità. È qui che gli inquirenti individuano un ulteriore livello: un sistema clientelare radicato, capace, secondo l’accusa, di ottenere certificati e documenti sfruttando relazioni interne agli uffici, in alcuni casi operando direttamente dalle postazioni dei dipendenti. Nell’elenco degli indagati compaiono soprattutto i destinatari delle pratiche (oltre cento): cittadini extracomunitari, in prevalenza cingalesi ma anche pakistani, romeni e cinesi. Ovvero coloro i quali avrebbero pagato per ottenere documenti che, sulla carta, spettavano loro di diritto. A volte, però, gli indirizzi sarebbero stati fittizi. Ad accorgersene sono stati gli agenti della Polizia locale che al momento della verifica della residenza si ritrovavano abitazioni di pochi metri quadrati, quasi tutte nel centro storico, con una decina di residenti stranieri. In un caso il numero sarebbe salito oltremodo: 20 stranieri ufficialmente stipati in un «basso», le caratteristiche abitazioni al piano terra del vecchio abitato, con ingresso diretto sulla strada del vicolo. «L’iscrizione anagrafica nella città dove si vive», alzano la voce i movimenti partenopei per il diritto alla casa, «è un diritto che non può essere sottoposto alla discrezionalità della pubblica amministrazione, che ha il dovere di procedere all’iscrizione e quindi indicare alle persone senza titolo formale, che sono quasi sempre i più poveri e vulnerabili, dei percorsi trasparenti e lineari per farlo. Se questo non avviene si alimentano tutti i mercati e i ricatti presenti e futuri». Secondo gli attivisti, «neanche si può reagire non riconoscendo il diritto di residenza a centinaia, forse migliaia di singoli e famiglie che in questo momento a Napoli sono “cancellate” (sia migranti che napoletani)». Una lettura che affianca al piano penale quello sociale, indicando nelle difficoltà di accesso ai diritti uno dei fattori che avrebbe favorito il meccanismo contestato dai magistrati. La richiesta al sindaco dem Gaetano Manfredi, infatti, è di «un atto politico dall’amministrazione cittadina che come avvenuto in altre grandi città renda più lineare, sicura e trasparente l’iscrizione anagrafica per tutte le persone che vivono a Napoli, sottraendola a corrotti, faccendieri e traffichini».
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