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2020-12-23
Anche l’Aifa dà l’ok al vaccino Pfizer ma su dosi e medici siamo all’anno zero
(STR/NurPhoto via Getty Images)
Nella giornata di ieri l'Agenzia italiana del farmaco ha dato l'ok alla commercializzazione del vaccino anti Covid sviluppato da Pfizer e Biontech. La notizia è stata data nel corso di una conferenza stampa tenuta dal presidente, Giorgio Palù, e dal direttore generale, Nicola Magrini. Un passaggio di fatto meramente formale, dal momento che lunedì l'Ema aveva consigliato l'autorizzazione del farmaco e la Commissione europea ne aveva ratificato l'approvazione. L'autorizzazione del vaccino sviluppato da Moderna, ha fatto sapere ieri il regolatore europeo, dovrebbe arrivare invece il 6 gennaio prossimo. «Non ci sono controindicazioni assolute, ma solo cautele», hanno spiegato i vertici dell'Aifa. Tradotto, a parte gli under 16 tutti potranno ricevere il vaccino, anche le donne in gravidanza, i soggetti immunodepressi e con altre patologie. La spiegazione è molto semplice: i benefici superano i possibili rischi. «L'indicazione è che i vaccini inducono immunità sterilizzante e questa è un'altra buonissima notizia», ha dichiarato Palù. Tuttavia, l'Aifa condurrà una stretta farmacovigilanza, basata su due pilastri: lo studio della risposta immunitaria e il monitoraggio delle reazioni avverse.
Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha affidato i suoi pensieri a un post su Facebook: «Il 27 dicembre, in tutte le Regioni, inizieranno le prime vaccinazioni al personale sanitario e agli anziani delle Rsa. È ancora dura, ma ora abbiamo un'arma in più». L'Istituto Spallanzani di Roma ha fatto sapere che i primi a ricevere l'iniezione saranno un'infermiera, un operatore socio-sanitario, una ricercatrice e due medici. Entro il mese di gennaio, hanno annunciato Palù e Magrini, l'Aifa e il ministero contano di immunizzare un milione di italiani.
Raccontata così, sembrerebbe tutto rose e fiori. E invece sono numerose le criticità che incombono. Quella di domenica, infatti, dovrebbe essere poco più di una giornata dimostrativa. Come ha spiegato ieri il commissario straordinario Domenico Arcuri, a Santo Stefano partiranno per l'Italia appena 9.750 dosi. Le successive, invece, saranno consegnate direttamente da Pfizer e Biontech ai 300 siti individuati dalla struttura commissariale in accordo con le Regioni.
Va poi precisato che, almeno in questa prima fase, l'accesso al vaccino sarà precluso ai comuni mortali. Subito dopo il personale sanitario, infatti, è prevista la chiamata dei soggetti più rischio. In altre parole, sarà impossibile prenotare la propria dose dal medico di famiglia, né tantomeno in farmacia.
C'è poi il nodo legato al personale che si dovrà occupare delle vaccinazioni. Mancano all'appello ben 15.000 tra medici, infermieri e assistenti sanitari e, al momento, vanno trovati anche gli oltre 500 milioni di euro per pagarli. Come già spiegato su queste pagine, i 12.000 infermieri necessari dovranno sottoporre la loro candidatura sul sito di Invitalia, per poi stipulare un contratto a tempo determinato della durata di appena nove mesi con un'agenzia interinale, anziché essere assunti direttamente dalle Asl. Peccato però, fanno notare i sindacati, che in circolazione non ci siano tanti infermieri disoccupati. Si rischia dunque di «pescare» personale dall'estero o, peggio, di togliere risorse preziose ad altre strutture. Senza contare, sottolinea il presidente del sindacato Nursing Up, Antonio Di Palma, che con i 25 milioni di euro stanziati «si potevano finanziare 142.000 ore aggiuntive di prestazioni infermieristiche aggiuntive» per il personale già in forza.
Acque agitate anche sul versante dei medici. L'idea della premiata ditta Speranza-Arcuri di reclutare gli specializzandi rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang. «Ci viene richiesto di somministrare le dosi di vaccino senza un inquadramento contrattuale e alle spese di un orario formativo che ha già molto risentito, in termini di qualità, durante questa pandemia», lamentano i giovani medici, che promettono di dare battaglia.
Un capitolo a parte va dedicato all'approvvigionamento. Se gli aghi e le siringhe dovessero scarseggiare, infatti, l'intero piano di vaccinazioni potrebbe subire forti rallentamenti. Vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi che una delle ditte che si è aggiudicata la fornitura vende le siringhe a prezzi quasi quattro volte superiori rispetto ad altri concorrenti. Il commissario Arcuri si è giustificato spiegando che la fornitura riguarda le cosiddette «luer lock», ovvero particolari aghi e siringhe che consentono l'utilizzo del farmaco residuo presente nella fiala, come consigliato dalla Food and drug administration. Ma in realtà nelle indicazioni tecniche fornite agli operatori dal regolatore Usa delle famigerate luer lock non v'è traccia. Infine, gli interrogativi che pesano sulle «primule», i gazebo nei quali il resto della popolazione riceverà il vaccino. Saranno pure belli da vedere, ma sulla sicurezza c'è nebbia fitta. Le primule sono attrezzate per gestire dal punto di vista medico reazioni allergiche gravi come quelle verificatesi negli Usa? È solo l'ultima di una serie di incognite per una campagna vaccinale che parte già in salita.
Degli italiani prigionieri a Londra il governo libererà solo i residenti
Potrà tornare in Italia una parte dei nostri connazionali rimasti bloccati in Inghilterra a causa del blocco dei voli provocato dalla emergenza variante inglese del coronavirus. Dovranno sottoporsi a un tampone prima di imbarcarsi, uno appena scesi dall'aereo e poi dovranno comunque restare 14 giorni in quarantena. Il permesso di ritorno è riservato solo a chi è residente in Italia o a chi deve raggiungere la nostra nazione per motivi di assoluta necessità e urgenza.
Starebbe dunque per sbloccarsi, ma solo in parte, questa vergognosa vicenda, che ha visto il governo italiano protagonista di un altro comportamento improntato alla sciatteria, al disinteresse, alla totale mancanza di ogni tipo di attenzione e sensibilità nei confronti di cittadini italiani bloccati a Londra improvvisamente, con i voli prenotati e i tamponi già effettuati.
Migliaia le telefonate, le email, i messaggi di indignazione e di protesta da parte di questi nostri sventurati connazionali, che hanno ricoperto di accuse il governo, e in particolare il ministero degli Esteri guidato da Luigi Di Maio. Già ieri La Verità aveva registrato le parole di sconforto e rabbia di nostri connazionali che avevano trascorso ore e ore al gelo nell'aeroporto di Heatrow, a Londra, senza che nessuno, né l'ambasciata italiana, né il consolato, si degnasse di fornire una indicazione, un sostegno, un aiuto.
«Tra lezioni di calcio sulla tv di Stato e vertici per il rimpasto», ha scritto ieri su Facebook la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, trovi il tempo per occuparsi anche degli italiani bloccati in Gran Bretagna dopo la chiusura dei voli per l'Italia disposta dal suo collega di governo, Roberto Speranza. Dalla stampa apprendiamo che ci sarebbero 40.000 nostri connazionali bloccati in Gran Bretagna. Qual è il piano della Farnesina per garantire un rientro in sicurezza degli italiani? Di Maio la smetta con le passarelle», ha aggiunto la Meloni, «e si occupi dei suoi connazionali che hanno il diritto di trascorrere il Natale con le proprie famiglie».
«Centinaia di ragazze e ragazzi», ha evidenziato Luca Toccalini, deputato e coordinatore federale della Lega giovani, «in seguito allo stop ai voli dal Regno Unito sono bloccati a Londra senza un alloggio e senza soldi. Non riescono a contattare nessuno, ma soprattutto nessuno fornisce loro informazioni sul loro rimpatrio. Ringrazio il collega Zoffili, presidente del Comitato bicamerale di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen, per essersi occupato fin da subito della questione, chiedendo immediati voli di rimpatrio in sicurezza per i nostri connazionali, collaborando a stretto contatto con l'Unità di crisi della Farnesina.Di Maio, Speranza e Conte», ha aggiunto Toccalini, «chiedano scusa ai cittadini italiani bloccati e provvedano immediatamente a voli di rimpatrio».
«Alitalia», ha fatto sapere la compagnia di bandiera, «è pronta e disponibile ad andare a prendere gli italiani bloccati in Gran Bretagna, dopo la sospensione dei voli dal Paese, come ha già fatto a marzo quando volò in Paesi anche più lontani per riportare a casa i nostri connazionali. Alitalia aggiunge di attendere solo indicazioni da parte del governo o dal ministero degli Affari esteri. Intanto tutti i passeggeri che hanno una prenotazione fino al 6 gennaio possono chiedere il rimborso del biglietto, un cambio della prenotazione con eventuale integrazione tariffaria, per viaggiare entro un anno dalla data del volo cancellato, oppure un voucher di importo pari al valore del biglietto acquistato o del suo valore residuo.
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L'Agenzia si allinea all'Ema. La partenza del 27 però è solo dimostrativa con meno di 10.000 unità. E il personale manca.Roma risolve a metà l'ennesimo pasticcio. Per i rientranti scatterà la quarantena.Lo speciale contiene due articoli.Nella giornata di ieri l'Agenzia italiana del farmaco ha dato l'ok alla commercializzazione del vaccino anti Covid sviluppato da Pfizer e Biontech. La notizia è stata data nel corso di una conferenza stampa tenuta dal presidente, Giorgio Palù, e dal direttore generale, Nicola Magrini. Un passaggio di fatto meramente formale, dal momento che lunedì l'Ema aveva consigliato l'autorizzazione del farmaco e la Commissione europea ne aveva ratificato l'approvazione. L'autorizzazione del vaccino sviluppato da Moderna, ha fatto sapere ieri il regolatore europeo, dovrebbe arrivare invece il 6 gennaio prossimo. «Non ci sono controindicazioni assolute, ma solo cautele», hanno spiegato i vertici dell'Aifa. Tradotto, a parte gli under 16 tutti potranno ricevere il vaccino, anche le donne in gravidanza, i soggetti immunodepressi e con altre patologie. La spiegazione è molto semplice: i benefici superano i possibili rischi. «L'indicazione è che i vaccini inducono immunità sterilizzante e questa è un'altra buonissima notizia», ha dichiarato Palù. Tuttavia, l'Aifa condurrà una stretta farmacovigilanza, basata su due pilastri: lo studio della risposta immunitaria e il monitoraggio delle reazioni avverse. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha affidato i suoi pensieri a un post su Facebook: «Il 27 dicembre, in tutte le Regioni, inizieranno le prime vaccinazioni al personale sanitario e agli anziani delle Rsa. È ancora dura, ma ora abbiamo un'arma in più». L'Istituto Spallanzani di Roma ha fatto sapere che i primi a ricevere l'iniezione saranno un'infermiera, un operatore socio-sanitario, una ricercatrice e due medici. Entro il mese di gennaio, hanno annunciato Palù e Magrini, l'Aifa e il ministero contano di immunizzare un milione di italiani. Raccontata così, sembrerebbe tutto rose e fiori. E invece sono numerose le criticità che incombono. Quella di domenica, infatti, dovrebbe essere poco più di una giornata dimostrativa. Come ha spiegato ieri il commissario straordinario Domenico Arcuri, a Santo Stefano partiranno per l'Italia appena 9.750 dosi. Le successive, invece, saranno consegnate direttamente da Pfizer e Biontech ai 300 siti individuati dalla struttura commissariale in accordo con le Regioni.Va poi precisato che, almeno in questa prima fase, l'accesso al vaccino sarà precluso ai comuni mortali. Subito dopo il personale sanitario, infatti, è prevista la chiamata dei soggetti più rischio. In altre parole, sarà impossibile prenotare la propria dose dal medico di famiglia, né tantomeno in farmacia. C'è poi il nodo legato al personale che si dovrà occupare delle vaccinazioni. Mancano all'appello ben 15.000 tra medici, infermieri e assistenti sanitari e, al momento, vanno trovati anche gli oltre 500 milioni di euro per pagarli. Come già spiegato su queste pagine, i 12.000 infermieri necessari dovranno sottoporre la loro candidatura sul sito di Invitalia, per poi stipulare un contratto a tempo determinato della durata di appena nove mesi con un'agenzia interinale, anziché essere assunti direttamente dalle Asl. Peccato però, fanno notare i sindacati, che in circolazione non ci siano tanti infermieri disoccupati. Si rischia dunque di «pescare» personale dall'estero o, peggio, di togliere risorse preziose ad altre strutture. Senza contare, sottolinea il presidente del sindacato Nursing Up, Antonio Di Palma, che con i 25 milioni di euro stanziati «si potevano finanziare 142.000 ore aggiuntive di prestazioni infermieristiche aggiuntive» per il personale già in forza. Acque agitate anche sul versante dei medici. L'idea della premiata ditta Speranza-Arcuri di reclutare gli specializzandi rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang. «Ci viene richiesto di somministrare le dosi di vaccino senza un inquadramento contrattuale e alle spese di un orario formativo che ha già molto risentito, in termini di qualità, durante questa pandemia», lamentano i giovani medici, che promettono di dare battaglia.Un capitolo a parte va dedicato all'approvvigionamento. Se gli aghi e le siringhe dovessero scarseggiare, infatti, l'intero piano di vaccinazioni potrebbe subire forti rallentamenti. Vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi che una delle ditte che si è aggiudicata la fornitura vende le siringhe a prezzi quasi quattro volte superiori rispetto ad altri concorrenti. Il commissario Arcuri si è giustificato spiegando che la fornitura riguarda le cosiddette «luer lock», ovvero particolari aghi e siringhe che consentono l'utilizzo del farmaco residuo presente nella fiala, come consigliato dalla Food and drug administration. Ma in realtà nelle indicazioni tecniche fornite agli operatori dal regolatore Usa delle famigerate luer lock non v'è traccia. Infine, gli interrogativi che pesano sulle «primule», i gazebo nei quali il resto della popolazione riceverà il vaccino. Saranno pure belli da vedere, ma sulla sicurezza c'è nebbia fitta. Le primule sono attrezzate per gestire dal punto di vista medico reazioni allergiche gravi come quelle verificatesi negli Usa? È solo l'ultima di una serie di incognite per una campagna vaccinale che parte già in salita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-laifa-da-lok-al-vaccino-pfizer-ma-su-dosi-e-medici-siamo-allanno-zero-2649622841.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="degli-italiani-prigionieri-a-londra-il-governo-liberera-solo-i-residenti" data-post-id="2649622841" data-published-at="1608674251" data-use-pagination="False"> Degli italiani prigionieri a Londra il governo libererà solo i residenti Potrà tornare in Italia una parte dei nostri connazionali rimasti bloccati in Inghilterra a causa del blocco dei voli provocato dalla emergenza variante inglese del coronavirus. Dovranno sottoporsi a un tampone prima di imbarcarsi, uno appena scesi dall'aereo e poi dovranno comunque restare 14 giorni in quarantena. Il permesso di ritorno è riservato solo a chi è residente in Italia o a chi deve raggiungere la nostra nazione per motivi di assoluta necessità e urgenza. Starebbe dunque per sbloccarsi, ma solo in parte, questa vergognosa vicenda, che ha visto il governo italiano protagonista di un altro comportamento improntato alla sciatteria, al disinteresse, alla totale mancanza di ogni tipo di attenzione e sensibilità nei confronti di cittadini italiani bloccati a Londra improvvisamente, con i voli prenotati e i tamponi già effettuati. Migliaia le telefonate, le email, i messaggi di indignazione e di protesta da parte di questi nostri sventurati connazionali, che hanno ricoperto di accuse il governo, e in particolare il ministero degli Esteri guidato da Luigi Di Maio. Già ieri La Verità aveva registrato le parole di sconforto e rabbia di nostri connazionali che avevano trascorso ore e ore al gelo nell'aeroporto di Heatrow, a Londra, senza che nessuno, né l'ambasciata italiana, né il consolato, si degnasse di fornire una indicazione, un sostegno, un aiuto. «Tra lezioni di calcio sulla tv di Stato e vertici per il rimpasto», ha scritto ieri su Facebook la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, trovi il tempo per occuparsi anche degli italiani bloccati in Gran Bretagna dopo la chiusura dei voli per l'Italia disposta dal suo collega di governo, Roberto Speranza. Dalla stampa apprendiamo che ci sarebbero 40.000 nostri connazionali bloccati in Gran Bretagna. Qual è il piano della Farnesina per garantire un rientro in sicurezza degli italiani? Di Maio la smetta con le passarelle», ha aggiunto la Meloni, «e si occupi dei suoi connazionali che hanno il diritto di trascorrere il Natale con le proprie famiglie». «Centinaia di ragazze e ragazzi», ha evidenziato Luca Toccalini, deputato e coordinatore federale della Lega giovani, «in seguito allo stop ai voli dal Regno Unito sono bloccati a Londra senza un alloggio e senza soldi. Non riescono a contattare nessuno, ma soprattutto nessuno fornisce loro informazioni sul loro rimpatrio. Ringrazio il collega Zoffili, presidente del Comitato bicamerale di controllo sull'attuazione dell'accordo di Schengen, per essersi occupato fin da subito della questione, chiedendo immediati voli di rimpatrio in sicurezza per i nostri connazionali, collaborando a stretto contatto con l'Unità di crisi della Farnesina.Di Maio, Speranza e Conte», ha aggiunto Toccalini, «chiedano scusa ai cittadini italiani bloccati e provvedano immediatamente a voli di rimpatrio». «Alitalia», ha fatto sapere la compagnia di bandiera, «è pronta e disponibile ad andare a prendere gli italiani bloccati in Gran Bretagna, dopo la sospensione dei voli dal Paese, come ha già fatto a marzo quando volò in Paesi anche più lontani per riportare a casa i nostri connazionali. Alitalia aggiunge di attendere solo indicazioni da parte del governo o dal ministero degli Affari esteri. Intanto tutti i passeggeri che hanno una prenotazione fino al 6 gennaio possono chiedere il rimborso del biglietto, un cambio della prenotazione con eventuale integrazione tariffaria, per viaggiare entro un anno dalla data del volo cancellato, oppure un voucher di importo pari al valore del biglietto acquistato o del suo valore residuo.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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