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2018-09-06
Altro giallo vaticano: i nomi della lobby gay
Ansa
Il dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier.
La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».
Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.
Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».
I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».
Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.
L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».
Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».
A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.
Lorenzo Bertocchi
La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia
Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti.
«Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga».
I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà.
«Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo».
Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi.
Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo.
Alessia Pedrielli
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L'elenco è nel dossier sugli scandali omosessuali nella Chiesa consegnato da Ratzinger a Bergoglio e poi «dimenticato». Iniziano a circolare liste incontrollabili. Solo il Papa può confermare o smentire, spazzando via i veleni. Invece li alimenta con i suoi silenzi.Dopo la nuova ondata di denunce su molestie e connivenze, i prelati della regione Emilia Romagna ingaggiano squadre di laici, addestrati a riconoscere i segnali rivelatori di potenziali abusi: «Vigilare è un nostro dovere».Lo speciale contiene due articoliIl dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier. La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-giallo-vaticano-i-nomi-della-lobby-gay-2602282916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-dei-vescovi-emiliani-cacciatori-di-pedofili-in-parrocchia" data-post-id="2602282916" data-published-at="1767987843" data-use-pagination="False"> La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti. «Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga». I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà. «Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo». Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi. Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo. Alessia Pedrielli
iStock
La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
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Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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