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2018-09-06
Altro giallo vaticano: i nomi della lobby gay
Ansa
Il dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier.
La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».
Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.
Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».
I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».
Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.
L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».
Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».
A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.
Lorenzo Bertocchi
La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia
Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti.
«Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga».
I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà.
«Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo».
Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi.
Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo.
Alessia Pedrielli
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L'elenco è nel dossier sugli scandali omosessuali nella Chiesa consegnato da Ratzinger a Bergoglio e poi «dimenticato». Iniziano a circolare liste incontrollabili. Solo il Papa può confermare o smentire, spazzando via i veleni. Invece li alimenta con i suoi silenzi.Dopo la nuova ondata di denunce su molestie e connivenze, i prelati della regione Emilia Romagna ingaggiano squadre di laici, addestrati a riconoscere i segnali rivelatori di potenziali abusi: «Vigilare è un nostro dovere».Lo speciale contiene due articoliIl dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier. La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-giallo-vaticano-i-nomi-della-lobby-gay-2602282916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-dei-vescovi-emiliani-cacciatori-di-pedofili-in-parrocchia" data-post-id="2602282916" data-published-at="1770403261" data-use-pagination="False"> La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti. «Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga». I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà. «Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo». Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi. Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo. Alessia Pedrielli
«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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È importante sottolineare come i ricercatori abbiano dialogato in stretta cooperazione, dando così vita a un modello di collaborazione realmente integrato e sinergico. Inoltre, il coinvolgimento di numerose aziende del settore spaziale ha dimostrato l’utilità e la validità di un approccio congiunto nel tradurre la ricerca di base in soluzioni e prodotti caratterizzati da un elevato livello di maturità tecnologica. In molti settori - in particolare quelli legati all’abitabilità dello spazio - l’Italia ha già dimostrato di aver conquistato una posizione di primo piano. Resta tuttavia aperta la sfida di consolidare e rafforzare tale ruolo, in un contesto internazionale altamente competitivo, per mantenere il passo con i progressi compiuti da Usa, Cina e Russia. Non basta allocare risorse finanziarie in assenza di un adeguato capitale di competenze, in particolare fra le giovani generazioni.
È necessario investire in ambito educativo, per reclutare risorse umane qualificate. In questa prospettiva, il progetto Space it Up! ha reso possibile la contrattualizzazione di oltre 180 ricercatori post-dottorato e più di 100 dottorandi di ricerca. Occorre però rendere i percorsi formativi sempre più coerenti con i profili professionali oggi richiesti dalla ricerca scientifica e dall’industria. I temi dello spazio devono trovare un’integrazione strutturata per entrare a pieno titolo nella programmazione universitaria, attraverso il consolidamento di iniziative già avviate con l’istituzione di un dottorato nazionale sullo spazio, l’avvio di un corso di alta formazione e specializzazione sulla medicina aeronautica e la promozione di centri di studio e ricerca a forte carattere interdisciplinare.
In secondo luogo, al netto della rilevanza della ricerca di base, emerge la necessità di fare un ulteriore balzo in avanti sul piano tecnologico. Le attività e le soluzioni presentate a Firenze, mostrano in molti casi, fatte salve alcune lodevoli eccezioni, un basso livello di maturità tecnologica. Tale aspetto risulta particolarmente critico in ambito biomedico, data la frequente compromissione di funzioni essenziali a cui gli equipaggi vanno incontro nel corso di una missione spaziale, al punto che gli effetti ne possono compromettere prestazioni e sicurezza. Lo sviluppo di contromisure efficaci, in particolare per i danni causati da microgravità e radiazioni, è quindi di rilevanza assolutamente strategica per il futuro dell’esplorazione spaziale, ma si trovano ancora in fase preliminare rispetto alla tabella di marcia che auspicano politici e tecnocrati. Ciò che si rende necessario è quindi la costruzione di un dialogo più stretto tra mondo accademico e industria spaziale, per migliorare il trasferimento tecnologico e massimizzare l’impatto complessivo dell’iniziativa scientifica. Inoltre, è necessario rimodulare gli obiettivi della ricerca e dello sviluppo tecnologico secondo modelli e tempi realistici, in aderenza ai vettori di cui oggi disponiamo.
Tutto questo richiede una governance priva di intralci burocratici inutili e che sappia soprattutto concentrarsi su poche e selezionate priorità, evitando la dispersione su una miriade di iniziative frammentate. In questo contesto, è verosimile nonché auspicabile che il progetto Space it Up! possa proseguire oltre il suo orizzonte temporale attraverso nuovi finanziamenti che tengano conto delle criticità incontrate e che enfatizzino l’impatto che la ricerca spaziale genera in termini di ricadute scientifiche, tecnologiche e socio-economiche sulla Terra. In prospettiva, la ricerca spaziale renderà disponibili nuovi farmaci, inclusi antibiotici ottenuti da funghi e alghe in condizioni di microgravità, sensori diagnostici in grado di analizzare saliva o aria espirata, tute teranostiche capaci di eseguire diagnosi e praticare terapie per mezzo di stimolazioni biofisiche, avanzati sistemi di telemedicina, tessuti di cellule per trapianti, applicazioni robotiche per la chirurgia. Tali ricadute costituiscono una dimostrazione concreta del valore della ricerca spaziale. E questa è la risposta migliore a quanti credono che i fondi investiti nelle missioni spaziali siano superflui. Di superfluo, c’è solo la loro ignoranza.
coordinatore scientifico Comint
consigliere scientifico Asi
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 febbraio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo tutte le novità del pacchetto sicurezza.
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Il verdetto dei giudici di Strasburgo riguarda una storiaccia accaduta in Francia. Lì, una normativa prevede la facoltà di depositare una directive anticipée - l’equivalente delle nostre disposizioni anticipate di trattamento - formalizzando la richiesta di essere tenuti in vita pure nel caso in cui, per una disgrazia, si dovesse finire in stato vegetativo. A parte un «ma» gigantesco: i sanitari sono obbligati ad attenersi alle istruzioni solo se esse non «appaiono manifestamente inappropriate». Ed è attorno a questo dettaglio che si è consumata la tragedia di A.M. Medmoune.
Il 18 maggio 2022, quest’uomo di 44 anni, di origini marocchine, viene travolto dall’auto utilitaria che sta riparando. Subisce un arresto cardiorespiratorio e rimane senza ossigeno per sette minuti. All’ospedale di Valenciennes, nel Nord Est del Paese, il primo giugno successivo, i dottori decidono di sospendere ogni terapia, a partire dal successivo 9 giugno. I familiari - le due sorelle e la moglie - non ci stanno. Si rivolgono al tribunale di Lille, al quale presentano il testamento biologico redatto dal poveretto il 5 giugno 2020. Che parla chiaro: «Voglio», vi si legge, «che mi si continui a tenere in vita […] nel caso in cui abbia perduto (definitivamente) coscienza». «Chiedo», prosegue l’atto, «che l’équipe medica continui a somministrarmi i trattamenti necessari al mio mantenimento in vita». Dai faldoni non si evince se l’uomo fosse un musulmano praticante; è lecito ipotizzarlo, dato che, nel ricorso a Strasburgo, si citava l’articolo 9 della Convenzione, che protegge la coscienza religiosa. Si può supporre, insomma, che Medmoune avesse redatto il biotestamento temendo che, nella Francia della laïcité, qualcuno potesse staccargli la spina senza troppi complimenti.
Fatto sta che, acquisiti i documenti, il tribunale di Lille ferma il nosocomio, rilevando che i camici bianchi «non hanno cercato di sapere se il paziente avesse espresso in precedenza delle volontà particolari con i suoi cari». La macchina della «dolce morte», però, quando si mette in moto, non si ferma più.
In virtù di un secondo parere unanime dei sanitari, espresso alla luce dei nuovi elementi, il 15 luglio, il responsabile della rianimazione ribadisce che bisogna interrompere i trattamenti. Il 20, i parenti tornano in tribunale. Che ora cambia idea: rigetta il ricorso, sostenendo che i medici abbiano accertato il «carattere manifestamente inappropriato» del testamento biologico di Medmoune, data la sua condizione clinica gravissima (nessun riflesso del tronco cerebrale, impossibilità di respirare autonomamente, prognosi infausta, senza possibilità di miglioramenti). La famiglia non si arrende: si rivolge, senza successo, al Consiglio costituzionale, la Consulta transalpina; poi, al Consiglio di Stato, che rigetta l’ultimo ricorso. La battaglia è persa. La vita di monsieur Medmoune finisce il 26 dicembre 2022, col distacco dalle macchine. Contro la sua volontà.
Le sue sorelle e sua moglie vogliono giustizia. La cercano nella Corte di Strasburgo, dove trascinano la Francia, per aver violato gli articoli 2 (diritto alla vita), 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 9 (libertà di pensiero, di coscienza e di religione) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Già due volte, però, la Corte aveva promosso la legislazione di Parigi in materia. Così, il collegio non ha difficoltà a puntellare ancora la gabola del regolamento sul testamento biologico, valido fintantoché gli esperti non stabiliscono che è preferibile ignorarlo. Dettaglio che, stando alle toghe, rientra nel «margine» di discrezionalità di cui godono gli Stati sovrani che aderiscono al Consiglio d’Europa, di cui la Corte Edu è organo. I dottori di Valenciennes, scrivono quindi i giudici, hanno preso adeguatamente in considerazione le volontà manifestate dal paziente e, per respingerle, hanno adottato una «procedura collegiale», raccogliendo il «parere» degli assistenti del malato e di un consulente esterno, motivando il loro parere e illustrandolo ai parenti del malcapitato. I quali, al contrario, affermavano che i camici bianchi non avessero «tentato alcun approccio di conciliazione, spiegazione o accompagnamento della famiglia». Resta il risvolto inquietante: nemmeno dichiarare in modo inequivocabile la propria volontà basta a proteggerci dall’arbitrio di un gruppuscolo di tecnici.
Strasburgo locuta: il diritto alla vita non è stato violato. E nemmeno quelli alla libertà religiosa e al rispetto della vita privata e familiare. Un principio che spesso è stato invocato per impedire i respingimenti dei migranti, ma che, evidentemente, non si applica a un uomo che chiede di non essere soppresso. Prendiamone nota in Italia: se un giorno, a Strasburgo, arrivasse un caso simile, il verdetto potrebbe essere identico. In Canada ci erano già arrivati, con la vicenda della donna che, nonostante il ripensamento sul suicidio assistito, è stata praticamente costretta a morire.
Ecco quanto contano le Costituzioni e le Carte dei diritti. La norma francese esordisce proclamando la «dignità» della persona malata; la Convenzione Edu sancisce il «diritto alla vita»; ma se la volontà politica di chi comanda spinge in un’altra direzione, i nobili proclami rimangono lettera morta. Per eutanasia.
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