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2018-09-06
Altro giallo vaticano: i nomi della lobby gay
Ansa
Il dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier.
La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».
Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.
Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».
I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».
Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.
L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».
Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».
A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.
Lorenzo Bertocchi
La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia
Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti.
«Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga».
I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà.
«Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo».
Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi.
Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo.
Alessia Pedrielli
Continua a leggereRiduci
L'elenco è nel dossier sugli scandali omosessuali nella Chiesa consegnato da Ratzinger a Bergoglio e poi «dimenticato». Iniziano a circolare liste incontrollabili. Solo il Papa può confermare o smentire, spazzando via i veleni. Invece li alimenta con i suoi silenzi.Dopo la nuova ondata di denunce su molestie e connivenze, i prelati della regione Emilia Romagna ingaggiano squadre di laici, addestrati a riconoscere i segnali rivelatori di potenziali abusi: «Vigilare è un nostro dovere».Lo speciale contiene due articoliIl dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier. La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-giallo-vaticano-i-nomi-della-lobby-gay-2602282916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-dei-vescovi-emiliani-cacciatori-di-pedofili-in-parrocchia" data-post-id="2602282916" data-published-at="1768290003" data-use-pagination="False"> La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti. «Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga». I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà. «Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo». Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi. Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo. Alessia Pedrielli
Rita Dalla Chiesa (Imagoeconomica)
Rita Dalla Chiesa, onorevole di Forza Italia: condivide la battaglia della Verità a favore del carabiniere condannato?
«I carabinieri e i poliziotti molte volte si chiedono: ma noi che dovremmo fare? Ci dovremmo vergognare tutti per quello che rischiano a fronte di ciò lo Stato dà loro come stipendio, e con il quale devono mantenere non solo sé stessi ma anche le loro famiglie... E poi ti vedi sbattuto in galera per tre anni mentre normalmente i delinquenti sono liberi. Loro ti dicono: noi lavoriamo tanto e poi ce li ritroviamo fuori dopo neanche una settimana, ma perché questi ragazzi dovrebbero allora rischiare la vita? In più le famiglie per bene non hanno quasi mai la possibilità di avere un risarcimento, le famiglie dei delinquenti invece il risarcimento lo chiedono e ce l’hanno. Allora spiegatemi: i carabinieri, la polizia e le forze dell’ordine che cosa dovrebbero fare?».
Pensa che noi abbiamo, come società italiana, un atteggiamento sbagliato nei confronti delle forze dell’ordine?
«No, però c’è una parte della popolazione, soprattutto tra i giovani... Quello che mi spiace è che se uno di questi ragazzi che sputano sulle bare dei carabinieri o dei poliziotti durante un funerale, fosse in difficoltà, il carabiniere o il poliziotto lo salverebbe se lo vedesse in pericolo. Questa è la differenza, ed è una differenza che fa male, soprattutto per chi in mezzo alle divise ci ha vissuto. Non so perché certe persone abbiano un atteggiamento così poco collaborativo, ma io parlo anche della magistratura, perché chi è che li rimette fuori i delinquenti?».
Questo è un altro tema enorme: c’è un grosso problema di sicurezza, creato da persone con precedenti che per un motivo o per l’altro…
«Che non vengono rimandate a casa. Possibile che non ci sia nessuno che si occupi di metterli su un aereo e rispedirli al proprio Paese? E questi continuano a delinquere».
Pensa ci sia una responsabilità dei magistrati?
«La responsabilità è dei magistrati. Io non voglio metterli tutti insieme, però di molti magistrati sì, perché molti pensano di essere anche psicologi. Allora c’è la psicologia della magistratura che ti dice, beh no, questo chissà se lo rimandiamo al suo Paese, poi viene trattato in modo crudele. Non è così, non è così. Tu sei venuto in Italia, se tu delinqui in tutta l’Italia te ne devi andare. Stando in Parlamento avresti voglia di fare tanto e non puoi fare molto invece, non lo puoi fare, perché comunque non dipende tutto da te, dipende da tanti altri. Adesso c’è la discussione sui soldati per le strade: io li vorrei, parlo a titolo personale, non in nome di Forza Italia. Vorrei vedere in mezzo alla strada le camionette con i soldati, secondo me è un deterrente, come ai tempi del maxiprocesso a Palermo».
Quindi c’è un problema di ideologia di alcune toghe?
«Le famose correnti. Io credo che alcuni magistrati abbiano voglia di mantenere questo potere, perché per loro è un potere che devono avere sulla politica».
Quindi lei è a favore del Sì al referendum.
«Ma certo. Sono anni che lo vado dicendo, una giustizia giusta. Lo dicevo dai tempi di Silvio Berlusconi. Però la giustizia giusta il più delle volte non arriva. Facevo una trasmissione anni fa, in cui mi capitò un padre che aveva avuto la figlia uccisa dall’ex ragazzo. Se l’è ritrovato fuori, dopo nemmeno 15 giorni, perché il giudice aveva deciso che aveva dei grossi problemi e quindi lo rimise fuori».
[...] Il tema della sicurezza legata ovviamente si lega a quello dell’immigrazione.
«Ci sono troppi immigrati clandestini. Lo stesso presidente Meloni l’ha detto: era la cosa su cui quando si è formato questo governo avremmo dovuto lottare di più, ma si potrà fare di più. [...] C’è anche una percezione diversa da parte della gente nei confronti di questi immigrati, perché prima, quando arrivavano da Paesi disastrati, da dittature, eravamo quasi tutti più accoglienti nei loro confronti. Adesso no. Adesso anche io, garantista fino al midollo, dico basta».
Attacchi come quelli che ha sentito alle persone in divisa, li sentiva anche ai tempi in cui lavorava suo padre?
«Ci sono momenti in cui vorrei chiedere a mio padre: tu cosa faresti? Papà aveva un grande rispetto per i suoi carabinieri, in un momento come questo francamente non so che cosa avrebbe potuto fare. Oggi questo rispetto non lo sento più. C’è un militare a Torino che nel 2020 è stato messo sotto da una donna francese completamente fuori di testa: gli hanno dovuto amputare l’arto. Qualcuno ha pensato a questo lui? No, è partita una sottoscrizione come la vostra per potergli pagare un arto che gli consenta di vivere meglio di come sta vivendo ora. Credo che dovremmo stare vicini a queste persone. Ecco perché poi si dice che ci sono pochi carabinieri, o poca polizia. Quei pochi che ci sono vengono massacrati nelle piazze, gli tirano addosso di tutto, tornano a casa che sono maschere di sangue. Mi chiedo: si rende conto la gente, le persone non perbene, che non capiscono il valore di queste divise? È possibile che si attacchino le forze dell’ordine quando qualche delinquente viene ferito o ucciso? Può succedere: purtroppo sì, ma tu lo sai che se vai a delinquere è un rischio che corri, puoi anche essere ucciso».
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Dunque, per non aver chiuso gli occhi, per non essersi distratto, per aver reagito di fronte all’aggressione di cui era vittima un militare al suo fianco, il carabiniere dovrà versare ai parenti del ladro sei anni del suo stipendio, oltre naturalmente a scontare - se la sentenza venisse confermata in Appello e in Cassazione - tre anni in carcere. E ovviamente questo non è che l’inizio del suo calvario, perché la condanna non esclude un processo civile, con ulteriore richiesta di risarcimento. E poi a tutto ciò si aggiungono le spese legali di difesa, che sono interamente a suo carico. Per dirla chiara, il vicebrigadiere Marroccella, per aver fatto il proprio dovere, rischia di finire sul lastrico e con lui la sua famiglia, cioè la moglie e i suoi due figli.
La storia è incredibile e dimostra che in questo Paese sono più tutelati i delinquenti che le persone per bene. I parenti di un orefice rapinato e ucciso a Milano hanno ricevuto poche migliaia di euro di risarcimento. Quella del rapinatore di cui sopra, un siriano che si era già reso responsabile di altri episodi simili a quello in cui ha perso la vita perché si è trovato davanti un uomo delle forze dell’ordine, invece, probabilmente si arricchirà a spese di un carabiniere che anziché far finta di niente ha fatto il carabiniere.
Di fronte a tutto ciò, noi della Verità, giornale che da sempre sta dalla parte di polizia e Arma, ovvero di uomini che rischiano ogni giorno la vita per difendere i cittadini e garantire loro la sicurezza, non potevamo fare spallucce. Indignati quanto molti di voi, dunque, abbiamo aperto un conto corrente lanciando una sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella e della sua famiglia. Per parte nostra abbiamo messo 5.000 euro, invitando i lettori e chiunque fosse d’accordo con noi nel sostenere un carabiniere che riteniamo ingiustamente condannato a contribuire secondo le proprie possibilità. Risultato, in appena tre giorni abbiamo raccolto più di 86.000 euro, una cifra altissima, che già in buona parte è in grado di coprire la provvisionale a cui Marroccella è stato condannato e che, lo ricordo per chi non lo sapesse, è immediatamente esecutiva e, se non pagata, può anche dare adito alla richiesta di pignoramento dello stipendio da parte dei parenti del ladro.
Sì, cari lettori, avete risposto con generosità e di questo vi sono infinitamente grato. Non soltanto perché così date un aiuto a un uomo delle forze dell’ordine, cioè a chi rappresenta la sicurezza in questo Paese. Ma anche perché scorgo nella decisione di donare 1 euro o 1.000 la capacità di indignarsi e reagire. Non si può ignorare il fatto che Marroccella ha sparato dopo aver visto ferire un proprio collega. Non si può non pensare che invece di colpire i criminali certe sentenze colpiscono chi cerca di fermare i delinquenti. Così come nel caso Ramy, il giovane che a Milano è fuggito a un posto di blocco ed è morto sbattendo contro il palo di un semaforo, invece di dar la caccia ai ladri si dichiara guerra a poliziotti e carabinieri.
Più dei rapinatori e degli stupratori, sono loro, gli uomini delle forze dell’ordine, a finire nel mirino. Per questo è importante sostenerli. Perciò è necessario difenderli. Loro difendono noi, ma noi dobbiamo tutelarli e sostenerli anche economicamente.
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«In questo momento così difficile per me e la mia famiglia, questa solidarietà inaspettata mi dà tanta forza. Voglio ringraziare di vero cuore tutti, a partire dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro, per il calore umano ricevuto e per come state aiutandoci, rispondendo alla sottoscrizione che è stata lanciata da queste pagine». Il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, è commosso, incredulo davanti alla generosità di così tanti cittadini, che mettendo mano al portafoglio lo stanno aiutando a pagare una provvisionale pesantissima: 125.000 euro disposti dal tribunale di Roma.
Somma a suo carico, da versare subito ai parenti del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, cui aveva sparato la notte del 20 settembre 2020 mentre il pregiudicato cercava di fuggire dopo aver ferito Lorenzo Grasso, un collega di Marroccella della radiomobile. Oltre a una condanna a tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» e senza le attenuanti generiche, vissuta con grande amarezza dal carabiniere; oltre al dolore e allo sconcerto della moglie (che si è raccontata alla Verità), di figli, familiari, colleghi e amici, si aggiunge l’affanno di dover mettere insieme una cifra pari a sei anni di lavoro.
L’iniziativa della sottoscrizione, con le coordinate bancarie alle quali inviare il contributo, è stata condivisa anche in tante chat dell’Arma e apprezzata da alte sfere. Usmia, l’Unione sindacale militare interforze associati, che aveva avviato una raccolta fondi attraverso la piattaforma GoFundMe, dopo che l’iniziativa è stata bloccata (con la restituzione delle somme versate), ha invitato i donatori ad aderire alla sottoscrizione della Verità. La generosità e i tempi rapidi nell’effettuare un bonifico, che aiuta un carabiniere punito anche sul versante economico mentre compiva il proprio dovere bloccando un’azione criminosa, dimostrano che i cittadini continuano a credere nelle forze dell’ordine e le rispettano.
Lo confermano i tantissimi messaggi sui social dove, contrariamente al livore, al veleno, al fango che spesso circolano esaltando demoni e seppellendo brav’uomini, abbiamo trovato un’infinità di parole di gratitudine per il vicebrigadiere e di sdegno per la sentenza, di cui entro 90 giorni conosceremo le motivazioni.
Dall’affermazione: «Una medaglia e una promozione gli andava date, altro che», alla domanda: «Con quale coraggio si può chiedere a dei giovani di far parte delle forze dell’ordine, con degli esempi simili?», lo sconcerto è evidente. «Quindi se gli sparava prima era eccesso di difesa, se gli spara dopo è un’esecuzione, se gli spara nel mentre di sicuro si trova qualcosa che non va bene. Eppure i criminali hanno la libertà di aggredire, ferire, uccidere, violentare senza grosse conseguenze, ma è un loro diritto, sono malviventi», è un altro commento.
Così pure la provocatoria conclusione: «Meglio fare il delinquente, male che ti va gli eredi camperanno di rendita», mentre altri chiedono: «Bisogna stabilire per legge che chi delinque non può chiedere risarcimenti in caso subisca danni». Le critiche all’operato dei magistrati si sprecano: «Ormai i giudici sono completamente scollegati dalla realtà e di fatto contro il popolo italiano. Bisogna cambiare». Un utente scrive: «Fa molto riflettere come tutti in Italia stiano sotto il controllo della magistratura, ma i magistrati si giudicano da soli tramite un organo autoeletto. Roba da regime fascista».
Nella pioggia di critiche alla condanna ritenuta eccessiva per un uso legittimo delle armi: «Povera Italia, si tutelano i delinquenti, a questo punto toglietele proprio le armi alle forze dell’ordine, rischiano la vita e devono anche risarcire, ma che Stato è questo», e per la sanzione anticipata che Marroccella è costretto a pagare prima che la sentenza sia definitiva (gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo hanno già annunciato ricorso in appello), si inserisce il post di una nonna che ci scrive: «Mia nipote ha rotto il suo salvadanaio per donare i suoi soldi al carabiniere. Grazie, siete l’unico giornale dalla parte delle forze dell’ordine».
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Beppe Sala. Nel riquadro, il cantiere di via Fauché (Ansa)
Il Comune parla di «atto dovuto», imposto dalla sentenza del Consiglio di Stato dello scorso novembre. Ed è proprio questa formula a inchiodare Sala alle sue responsabilità: se oggi è dovuto, significa che ieri sono stati commessi errori.
Il caso è noto. Al posto di un vecchio fabbricato adibito a laboratorio-deposito era prevista una palazzina residenziale, tre piani fuori terra e uno seminterrato. L’intervento era stato qualificato come «ristrutturazione ricostruttiva» e avviato con una super Scia. Per i giudici amministrativi, però, quelle caratteristiche travalicavano la ristrutturazione e configuravano una nuova edificazione, che avrebbe richiesto un titolo diverso e un quadro pianificatore adeguato.
Tar prima, Consiglio di Stato poi: doppia bocciatura per il Comune. Oggi è arrivata la decisione finale, l’ordine di demolizione. Il primo che riguarda un cantiere finito sotto inchiesta. È qui che la cronaca diventa politica. Perché via Fauché non è un incidente isolato, ma il punto in cui emerge con chiarezza l’assenza di una regia. La città non aveva mai vissuto un periodo di incertezza così marcato sul fronte urbanistico. Mai come ora appare evidente la mancanza di una visione complessiva, soprattutto su un terreno che incrocia sviluppo, diritti dei residenti e tenuta amministrativa. L’impressione è quella di un Comune che non sa come arrivare a fine mandato (manca un anno) e che reagisce agli input esterni: sentenze, sequestri, indagini.
Non a caso, l’opposizione affonda il colpo proprio sull’ordine di abbattimento. Riccardo Truppo (Fdi) parla di un’amministrazione che «si muove a tentoni» e annuncia la richiesta di un Consiglio comunale straordinario urgente sull’urbanistica. Sono parole che intercettano un malessere diffuso: famiglie e acquirenti sospesi, cantieri bloccati, quartieri in attesa di capire quale sarà il loro destino.
Il nodo politico è aggravato da un’assenza che pesa: Milano è senza un assessore all’Urbanistica. Un vuoto di guida che, in questa fase, lascia aperti interrogativi su criteri e decisioni, mentre Sala continua a rivendicare la correttezza dell’azione amministrativa, nonostante le smentite giudiziarie.
In questo contesto si colloca anche l’incontro di oggi tra il comitato delle famiglie sospese e il vicesindaco Anna Scavuzzo, che ha assunto deleghe temporanee sull’Urbanistica, segnale di una tensione sociale crescente dopo mesi di incertezza. Via Fauché non chiude la partita: la decisione del Comune difficilmente si tradurrà in una serie automatica di abbattimenti sugli altri cantieri sotto sequestro. La sentenza segna uno spartiacque per il futuro, ma non si applica automaticamente agli interventi già avviati. Il Consiglio di Stato ha accolto le tesi dell’avvocato Wanda Mastrojanni, che assiste il super-condominio di via Fauché-Castelvetro, parte civile nel processo per abuso edilizio davanti alla decima sezione del tribunale di Milano, il costruttore Luigi D’Ambrosio, il progettista Marco Colombo e l’impresario Gaetano Risi (prossima udienza il 2 febbraio). Il proprietario dell’area avrà 90 giorni per procedere alla demolizione.
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