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2018-09-06
Altro giallo vaticano: i nomi della lobby gay
Ansa
Il dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier.
La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».
Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.
Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».
I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».
Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.
L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».
Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».
A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.
Lorenzo Bertocchi
La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia
Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti.
«Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga».
I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà.
«Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo».
Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi.
Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo.
Alessia Pedrielli
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L'elenco è nel dossier sugli scandali omosessuali nella Chiesa consegnato da Ratzinger a Bergoglio e poi «dimenticato». Iniziano a circolare liste incontrollabili. Solo il Papa può confermare o smentire, spazzando via i veleni. Invece li alimenta con i suoi silenzi.Dopo la nuova ondata di denunce su molestie e connivenze, i prelati della regione Emilia Romagna ingaggiano squadre di laici, addestrati a riconoscere i segnali rivelatori di potenziali abusi: «Vigilare è un nostro dovere».Lo speciale contiene due articoliIl dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier. La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-giallo-vaticano-i-nomi-della-lobby-gay-2602282916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-dei-vescovi-emiliani-cacciatori-di-pedofili-in-parrocchia" data-post-id="2602282916" data-published-at="1778159374" data-use-pagination="False"> La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti. «Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga». I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà. «Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo». Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi. Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo. Alessia Pedrielli
Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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