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2018-09-06
Altro giallo vaticano: i nomi della lobby gay
Ansa
Il dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier.
La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».
Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.
Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».
I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».
Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.
L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».
Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».
A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.
Lorenzo Bertocchi
La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia
Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti.
«Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga».
I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà.
«Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo».
Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi.
Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo.
Alessia Pedrielli
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L'elenco è nel dossier sugli scandali omosessuali nella Chiesa consegnato da Ratzinger a Bergoglio e poi «dimenticato». Iniziano a circolare liste incontrollabili. Solo il Papa può confermare o smentire, spazzando via i veleni. Invece li alimenta con i suoi silenzi.Dopo la nuova ondata di denunce su molestie e connivenze, i prelati della regione Emilia Romagna ingaggiano squadre di laici, addestrati a riconoscere i segnali rivelatori di potenziali abusi: «Vigilare è un nostro dovere».Lo speciale contiene due articoliIl dossier di oltre 300 pagine redatto da tre cardinali incaricati da Benedetto XVI nell'aprile 2012 di fare chiarezza dopo i fatti di Vatileaks, per decisione dello stesso papa Ratzinger fu posto sotto segreto pontificio e poi passato direttamente da lui al successore, Francesco. Del contenuto sono a conoscenza unicamente i tre redattori, lo spagnolo Julián Herranz, giurista dell'Opus Dei, ex capo del dicastero per i Testi legislativi, lo slovacco Jozef Tomko, ex prefetto di Propaganda Fide, e l'italiano Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo, oltre al segretario che li aiutò nel lavoro, il cappuccino Luigi Martignani. Ieri però Il Fatto ha scritto di essere in possesso di una lista di prelati gay che farebbe parte di questo dossier. La Verità ha potuto visionare l'elenco, ma il documento sembra spurio e non pubblicabile, visto che è molto improbabile nella forma (la lista appare come un mero elenco puntato, senza alcun protocollo né elementi identificativi) e assai dubbio nella sostanza. Il dossier, che fu consegnato a Benedetto XVI il 17 dicembre 2012, entrò nella partita del conclave come un peso massimo, tanto che l'allora portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, disse che «i responsabili, compresi i tre cardinali del collegio d'inchiesta, sapranno in che misura possono e devono dare a chi li richiede elementi utili per valutare la situazione e scegliere il nuovo Papa».Istituita per far luce sui fatti che avevano visto trafugare dalle sacre stanze documenti coperti da segreto d'ufficio (il primo Vatileaks), la commissione divenne ben presto un punto di osservazione sui mali del Vaticano: dopo decine e decine di audizioni, anche al ritmo di quattro o cinque a settimana, emergevano correnti di potere, interessi economici e anche l'uso di spargere fango per farsi largo. Ma soprattutto quel documento conterrebbe annessi e connessi di quella che viene indicata come la lobby gay in Vaticano, una rete di prelati omosessuali che si coprirebbero e si coopterebbero a vicenda influendo sulle decisioni e sulle carriere.Il dossier è tornato di attualità dopo il memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicato in esclusiva dalla Verità lo scorso 26 agosto, nel quale i tratti di una lobby gay nella Chiesa sembrano chiari. «Ho parlato», ha detto Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli, «perché oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa. Mi rivolgo ai giornalisti: perché non chiedono che fine ha fatto la cassa di documenti che, l'abbiamo visto tutti, fu consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto a papa Francesco?». «Non lo so», ha risposto il cardinale Raymond Burke intervistato dalla Verità il giorno successivo alla pubblicazione del j'accuse di Viganò. «E anch'io mi sono domandato cosa è successo con quel documento quando è stato consegnato a papa Francesco nel 2013».I tre cardinali incaricati di redigere quel dossier, già allora ultraottantenni e quindi slegati dal futuro conclave, operarono con massima libertà e autorità, anche nei confronti dei loro pari grado. E riferirono direttamente a Ratzinger fino al suo ultimo giorno da Papa, il 26 febbraio 2013, quando furono ricevuti in quella che può essere considerata l'ultima udienza di Benedetto XVI. «A conclusione dell'incarico, Sua Santità ha voluto ringraziarli per il proficuo lavoro svolto», recitava il comunicato ufficiale, «esprimendo soddisfazione per gli esiti dell'indagine».Quel dossier così importante divenne il simbolo del desiderio di papa Ratzinger di fare pulizia, per questo volle che fosse motivo di discussione del conclave e poi lasciato a disposizione del successore. È assai probabile che l'entità della «sporcizia» fosse tale che lo stesso Benedetto XVI si sentisse anziano e stanco per poterla affrontare personalmente, quindi la sua libera rinuncia potrebbe aver trovato qui un elemento decisivo. Al centro delle 300 pagine ci sono sesso e soldi, peccati contro il sesto e il settimo comandamento. Ma più in profondità c'è una grave crisi di fede che arriva fino ai più alti livelli della Chiesa.L'11 ottobre 2012 papa Benedetto XVI si affacciò dal balcone del suo studio privato nel Palazzo apostolico per rivolgersi ai giovani dell'Azione cattolica che erano convenuti per ricordare i 50 anni dal famoso discorso di apertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni l'attività dei tre cardinali «007» era in pieno svolgimento. «In questi cinquant'anni», disse papa Ratzinger, «abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c'è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: “Il Signore dorme e ci ha dimenticato"». Parole amare che riecheggiavano quelle ancor più dure che l'allora cardinale Ratzinger pronunciò durante la solenne Via crucis al Colosseo del 2005. «Quanta sporcizia c'è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!».Di questa «sporcizia» sono imbrattate le pagine del dossier redatto dai tre cardinali, dossier che certamente conosce anche Francesco dal 2013. C'è un indizio che lo conferma: nell'estate di quell'anno il sito cattolico sudamericano Reflection and Liberation sintetizzò l'incontro che papa Bergoglio aveva avuto il 6 giugno 2013 con i vertici della Clar (Confederazione latinoamericana e dei Caraibi dei religiosi e delle religiose), un incontro informale che però venne riportato nei suoi contenuti principali dai religiosi partecipanti. «Nella curia», avrebbe detto Francesco in quell'occasione, «ci sono persone sante, davvero, ma c'è anche una corrente di corruzione. Si parla di una “lobby gay", ed è vero, esiste. Noi dobbiamo valutare cosa si può fare».A questo punto è facile dire cosa si potrebbe fare: svelare i nomi di questa lobby e fare pulizia. Solo Francesco può fare questi nomi, in caso contrario continueranno a comparire liste e controliste. Rispondere alle domande sollevate dal memoriale Viganò, senza rifugiarsi in qualche teoria del complotto, è l'unica medicina che può risolvere una crisi tremenda. Perché c'è troppa gente pronta ad alimentare la macchina del fango.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-giallo-vaticano-i-nomi-della-lobby-gay-2602282916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mossa-dei-vescovi-emiliani-cacciatori-di-pedofili-in-parrocchia" data-post-id="2602282916" data-published-at="1782245814" data-use-pagination="False"> La mossa dei vescovi emiliani: cacciatori di pedofili in parrocchia Sentinelle laiche nelle parrocchie per sorvegliare sui parroci e prevenire gli abusi. E per chi dovesse dare i primi segni di pedofilia, ecco pronta una équipe di specialisti, per stroncare sul nascere il disturbo di personalità. Arriva dopo le rivelazioni dell'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò e i silenzi di papa Francesco la ricetta anti abusi dei vescovi dell'Emilia Romagna. In anticipo sulle indicazioni della commissione istituita dalla Cei per la tutela dei minori, che già nei giorni scorsi aveva accennato a figure educative e di riferimento, i religiosi della regione rossa vogliono passare velocemente dalle parole ai fatti. «Abbiamo già predisposto un percorso di formazione che permetterà di avere in ogni diocesi alcune persone, quasi tutti laici e laiche, che potranno essere referenti e promotori dei cammini diocesani di formazione e prevenzione per la tutela dei minori», annunciano diffondendo tra i fedeli una lettera che fa eco a quella dello scorso 20 agosto, nella quale il Papa invitava il popolo di Dio a digiunare per la Chiesa contro gli abusi. Nel testo, che formalmente non è in contrapposizione con Bergoglio, ma che nella sostanza va ben oltre il concetto di digiuno, i religiosi chiedono a tutti di «unirsi nell'impegno a combattere gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili da parte di chierici o di laici nella Chiesa» perché «il male non sia più nascosto ma opportunamente denunciato» e soprattutto perché «il perdono e la guarigione dalle ferite» non siano più «un alibi, ma uno stimolo a mettere in atto una conversione di tutta la comunità cristiana e della società civile». Come? Secondo i vescovi emiliano romagnoli, l'emergenza (compresa quella mediatica) va affrontata di petto. E per riuscire là dove fino ad ora le dichiarate volontà della Chiesa tutta hanno sempre fallito, è necessario mettere in campo una task force super partes, preparata e pronta a entrare in azione «per una prevenzione ampia ed efficace» affinché «nessuno più venga coperto o giustificato, qualsiasi ruolo svolga». I passi sono quelli classici di ogni istituzione che voglia dotarsi di un organo di controllo interno. La prima cosa da fare è predisporre un percorso di formazione che permetta ai futuri controllori di aggiornarsi sulla materia degli abusi. I casi pregressi da consultare purtroppo non mancano, e si tratterà soprattutto di individuare la psicologia deviata che sta dietro a un abusante e le caratteristiche che accomunano chiunque veda in bambini e adolescenti una possibile preda sessuale. Nella pratica ogni diocesi si doterà di un incaricato che sarà inviato a Roma per partecipare a corsi speciali, al fine di diventare a sua volta un esperto e fare da punto di riferimento per una équipe più ampia che nascerà , nei prossimi mesi, all'interno della stessa realtà. «Non è l'inquisizione», ha spiegato in una intervista il vescovo di Imola Tommaso Ghirelli, «ma un lavoro educativo: si tratta di inserire figure preparate sulla prevenzione della pedofilia, quindi capaci di notare manifestazioni particolari verso i più piccoli e poterli allontanare dal pericolo». Prevenire, insomma, coinvolgendo tutti. «Molto dipenderà dai genitori, dagli educatori, dagli insegnanti, dai sacerdoti, dai catechisti: la cura, la protezione, la vigilanza, la formazione propria e dei ragazzi o degli adolescenti, devono creare ambienti e atteggiamenti di vera tutela e portare i minori a imparare a difendersi, a reagire, trovando adulti accoglienti e pronti ad ascoltarli e a intervenire», spiegano ancora i vescovi. Ma non è tutto. L'idea è anche quella di prendere in carico i parroci problematici e portare, finalmente alla luce del sole una situazione, secondo gli esperti, più diffusa di quanto già noto. «Per chi prende coscienza di un disturbo specifico è predisposto un percorso di cure, con professionisti», ha spiegato ancora il vescovo di Imola, mentre su chi è già caduto in tentazione si dovrebbe avviare una procedura di indagine, anche se questa non è una novità, bensì un meccanismo già previsto (almeno in teoria) all'interno del sistema delle parrocchie. «Se si viene a sapere di qualche fatto negativo si apre un'inchiesta», ha spiegato Ghirelli, «perché fa parte del dovere di vigilanza del vescovo e dei suoi collaboratori». Si tratta di una prassi che esiste da tempo e che «è sempre stata seguita, qui da noi». Tanto che «di insabbiamenti e cose del genere, io non ho notizia», ha aggiunto infine il vescovo. Alessia Pedrielli
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?