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2020-02-21
All’università di Torino la prof premia l’occupazione: «Do il 30 politico a tutti»
Ansa
Va bene che Torino è nota per essere una città esoterica e magica, ma negli ultimi giorni il tasso di stregoneria ha decisamente superato il livello di guardia, producendo una sovversione della realtà grottesca se non inquietante. La sintesi del mondo alla rovescia potrebbe essere questa: l'università ospita un convegno negazionista delle foibe; gli studenti di destra protestano e vengono aggrediti da centri sociali e antagonisti assortiti; una professoressa si schiera con i suddetti antagonisti e distribuisce «30 politici» agli studenti; il rettore istituisce nuove regole al fine di combattere fascismo, razzismo e sessismo. In buona sostanza, vengono premiati i violenti e screditati gli studenti «sovranisti».
Spieghiamo. Il 13 febbraio scorso, nell'aula D5 del campus Luigi Einaudi dell'Università di Torino, viene organizzato dall'Anpi un convegno sulle foibe. Che si tratti di un incontro negazionista è evidente. L'evento s'intitola «Fascismo-colonialismo-foibe. L'uso politico della memoria per la manipolazione delle verità storiche». Partecipano Moni Ovadia e Stojan Spetic, giornalista sloveno, già senatore del Pci, poi in Rifondazione, poi nei Comunisti italiani e via degradando. Costui è noto per aver inviato una lettera al presidente Sergio Mattarella in cui definisce il giorno del ricordo «giornata dell'odio di orwelliana memoria» e spiega che anche sloveni e croati subirono tragedie. Chiaro: questo signore è un negazionista che critica una legge dello Stato che prevede di onorare la memoria delle foibe. Eppure viene invitato - dall'Anpi - a un convegno ospitato in un campus universitario. Per altro, la lettera di Spetic è riportata su siti Web dell'Associazione partigiani, con tanto di rimandi a siti degli antagonisti torinesi.
Lo scandalo, dunque, è che in Italia ci siano associazioni foraggiate da denaro pubblico (l'Anpi) e istituzioni universitarie pronte a dare spazio a certi personaggi. Nessuno, però, si è indignato per questo schifo, se non gli studenti del Fuan, l'organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia. «Abbiamo voluto dimostrare pacificamente il nostro dissenso», spiega il responsabile torinese Andrea Montalbano, «esponendo fuori dall'Università uno striscione e distribuendo dei volantini. Abbiamo, da regolamento, informato l'Ateneo di quello che stavamo facendo». L'Università ha avvisato le forze dell'ordine, temendo disordini. E in effetti, nel giro di poco, vicino al banchetto del Fuan sono comparsi personaggi provenienti dal centro sociale Askatasuna (che si trova poco distante dal campus) e un buon numero di studenti antagonisti, i quali avevano il chiaro scopo di impedire la diffusione dei volantini. «A un certo punto», racconta Montalbano, «sono riusciti a sfondare il cordone e c'è stato un contatto, mi sono preso un calcio». Le forze dell'ordine hanno respinto gli antagonisti, i quali hanno iniziato a scontrarsi con gli agenti (tre della Digos sono rimasti feriti).
Non paghi, gli antagonisti sono riusciti a entrare nella palazzina Einaudi dell'Università, e hanno occupato l'aula - intitolata a Paolo Borsellino - regolarmente assegnata al Fuan in quanto lista universitaria riconosciuta. «L'hanno coperta di scritte», dice Albano, «e si sono tenuti le chiavi. Ad oggi l'aula è chiusa, non sappiamo esattamente chi abbia le chiavi, di certo non l'Università. Così salgono a due le aule occupate in quella palazzina, visto che da anni il Collettivo universitario autonomo occupa una stanza, pur non essendo una organizzazione riconosciuta».
Riepilogando: gli antagonisti cercano di impedire il dissenso contro un convegno negazionista, si scontrano con la polizia, entrano in università e occupano un'aula. Di fronte a tutto ciò, la reazione del rettore è stupefacente. Il magnifico Stefano Geuna sapete con chi se l'è presa? Con i fascisti... «Abbiamo già nel regolamento per le organizzazioni studentesche una richiesta di rispettare i principi di democraticità, libera partecipazione, antirazzismo, antisessismo e antifascismo nelle finalità e nell'organizzazione delle attività», ha dichiarato. «Ora però proporremo al senato accademico e al Cda che sia chiesta una sottoscrizione esplicita di queste caratteristiche». In sostanza: chi vorrà ottenere uno spazio dovrà firmare una dichiarazione di antifascismo, antirazzismo e antisessismo. Che certo non impedisce di negare la memoria delle foibe o di menare gli avversari politici.
Il rettore, però, è preoccupato dalle violenze fasciste: «Era da parecchi anni che all'università non si verificavano simili fatti che hanno creato allarme in tutta la comunità scientifica anche perché si inseriscono in un clima cittadino in cui di recente si sono registrati episodi di razzismo e fascismo», ha detto. Siamo al delirio: gli antagonisti aggrediscono e occupano e questo pensa al razzismo? Il mondo alla rovescia, appunto.
Fermi che non è finita. Il giorno dopo gli scontri con la polizia, gli antagonisti hanno deciso di occupare l'intera palazzina Einaudi. Nell'edificio era in corso l'ultimo appello dell'esame di Sociologia dei processi culturali, la professoressa associata Raffaella Ferrero Camoletto stava interrogando gli studenti. Quando gli agenti della sicurezza del campus l'hanno invitata a lasciare l'aula, la docente ha protestato. Proprio così: a suo dire, uscire dall'edificio voleva dire favorire le operazioni di sgombero degli occupanti da parte della polizia. Secondo la docente, la vera minaccia era rappresentata dalle forze dell'ordine che mettevano a rischio «il diritto allo studio e al pensiero critico, che è ciò che l'università dovrebbe insegnare». Alla fine, la professoressa antagonista ha sospeso la sessione d'esame e ha deciso di dare a tutti gli studenti lo stesso voto: «30 politico».
«Il sacrosanto diritto allo studio e ancor più l'intoccabile libertà di pensiero nulla hanno a che vedere con scelte volte a mettere in atto azioni di recupero della legalità», dice Eugenio Bravo, segretario del sindacato di polizia Siulp di Torino, comprensibilmente irritato. Ad aumentare il suo sgomento arriva pure un comunicato firmato da «dottorandi, precari e docenti» del campus Einaudi a sostegno della professoressa Camoletto. «Un comunicato che sembra giustificare le foibe, dimenticando che c'è una legge dello Stato a tutelarne la memoria», dice Bravo. «Mi chiedo che cosa insegnino i docenti, che la polizia è fascista? Ricordo che si tratta di professori di una università pubblica». Dal rettore, per ora, non giunge notizia di provvedimenti contro la Camoletto, anche se l'assessore piemontese al Diritto allo studio, Elena Chiorino, ha chiesto una formale presa di distanza. Gli unici provvedimenti sono stati presi «contro i fascisti».
A quanto pare, nelle università italiane, negare le foibe e occupare le aule è un diritto.
Bologna, sardine in cattedra al liceo. La preside benedice: «Corretto»
Domani, al liceo artistico Arcangeli di Bologna le lezioni si fermeranno per dare spazio a un'assemblea studentesca. Invitate al dibattito «Democrazia e attualità» sono nientepopodimeno che le sardine. La comunicazione dell'ordine del giorno, firmata dal dirigente scolastico Maria Grazia Diana, è stata data a docenti, studenti e genitori, si comincerà alle 8.20 per finire alle 13.10 in una sala del Nuovo cinema Nosadella. Le assemblee nella scuola secondaria superiore sono definite «occasione di partecipazione democratica», ma la normativa di riferimento è ben chiara quando specifica che possono essere invitati «su richiesta dei promotori delle assemblee medesime, esperti di problemi sociali, culturali, artistici e scientifici, per l'approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione culturale e civile degli studenti». Che cosa c'entra il movimento 6000 sardine Bologna con tematiche utili alla formazione di giovani allievi? Se l'è chiesto Galeazzo Bignami, parlamentare di Fratelli d'Italia che ha puntato il dito contro la curiosa iniziativa.
La preside però non si scompone, alla Verità ha tenuto a precisare che «la procedura è stata corretta, il consiglio d'istituto ha valutato la proposta dei rappresentati degli studenti. Si parlerà di democrazia, di partecipazione, di cittadinanza attiva, questi saranno i temi che abbiamo approvato». La professoressa Diana non vuol sentir parlare di pericolo di politicizzare un'assemblea che si sostituisce alla didattica per alcune ore ma che deve avere finalità consone agli insegnamenti di un istituto. «Le sardine sono un movimento, non un partito», dichiara la dirigente, sorvolando su come Mattia Santori e gli altri pesciolini girino l'Italia sostenendo la sinistra, ponendo veti alle candidature e senza perdere un'occasione per ribadire il loro odio nei confronti di Matteo Salvini. L'alibi «non diventeremo mai un partito» sostenuto per portare voti a Bonaccini in Emilia Romagna, da tempo è stato smascherato, le sardine scalpitano per strutturarsi anche a costo di epurare attivisti, come è successo nei giorni scorsi a Napoli dove è stato cacciato Bruno Martirani, leader dei pescetti partenopei.
La preside dell'artistico di Bologna non può ignorare come il movimento, anziché sparire da «tv e giornali» fino al prossimo congresso di marzo come aveva assicurato dopo le Regionali, si stia muovendo con incontri a Palazzo e al Sud, nelle stesse piazze dove parla l'ex ministro dell'Interno. Certo, magari l'entusiasmo con cui viene accolto è calato parecchio, basti vedere il flop di Napoli e la piazza mezza vuota in Puglia, a Squinzano «malgrado il richiamo di Arci Lecce per fare, tutti insieme, fronte comune contro il Capitano», osserva Leccenews24.
Invitare sardine a parlare in un'assemblea di istituto significa indottrinare migliaia di studenti sulle tematiche care al movimento di sinistra. Strano che la professoressa Maria Grazia Diana non abbia intuito la pericolosità di un confronto a una voce sola, considerato che a parlare di «Democrazia e attualità» saranno solo gli attivisti che seguono Santori. I temi democratici sono diventati loro esclusività? Eppure la dirigente, che dopo 12 anni al liceo Gaetano Chierici di Reggio Emilia è stata trasferita lo scorso settembre al liceo Arcangeli di Bologna, nel luglio 2013 difendeva con vigore l'intervento da lei promosso all'artistico reggiano dal titolo «Praticare l'antimafia a scuola». L'aveva definito un «percorso della legalità a più voci, per far incontrare i ragazzi del nostro liceo con personaggi, artisti, scrittori che si sono occupati di mafia per aumentare la consapevolezza». Trovava utile coinvolgere gli studenti in una «pratica sociale attiva» e oggi autorizza il teatrino delle sardine in un cinema bolognese? Magari agiteranno tutti le figurine di stoffa che l'associazione Vicini d'Istanti, ospitata gratuitamente nella parrocchia di San Mamolo a Bologna, ha fatto realizzare per contribuire alla raccolta fondi del movimento. In vendita a 10 euro, facendola passare come «erogazione liberale». Possiamo immaginare quanta simpatia continuino a godere le sardine a Bologna se nessuno dei docenti ha sollevato obiezioni o suggerito qualche altra voce «fuori dal coro» per rendere proficuo un incontro sulla democrazia. Domani non ci saranno nemmeno i professori a vigilare sull'assemblea. Non sono tenuti a partecipare, nessun obbligo, solo quello di fare l'appello a inizio e termine incontro, per eventualmente segnare come assenti quelli che hanno marinato la scuola. Se alcuni studenti l'avranno fatto, andando a imbucarsi altrove, sarà stata una scelta democratica.
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Gli studenti antagonisti negano le foibe, si scontrano con la polizia e occupano un edificio. La docente li difende e attacca gli agenti. Il rettore pensa ai «fascisti».All'assemblea di istituto, e senza alcun contraddittorio, gli esponenti del gruppo di Mattia Santori istruiranno i ragazzi su «democrazia e attualità». La dirigente giustifica così: «Non sono un partito».Lo speciale contiene due articoli.Va bene che Torino è nota per essere una città esoterica e magica, ma negli ultimi giorni il tasso di stregoneria ha decisamente superato il livello di guardia, producendo una sovversione della realtà grottesca se non inquietante. La sintesi del mondo alla rovescia potrebbe essere questa: l'università ospita un convegno negazionista delle foibe; gli studenti di destra protestano e vengono aggrediti da centri sociali e antagonisti assortiti; una professoressa si schiera con i suddetti antagonisti e distribuisce «30 politici» agli studenti; il rettore istituisce nuove regole al fine di combattere fascismo, razzismo e sessismo. In buona sostanza, vengono premiati i violenti e screditati gli studenti «sovranisti». Spieghiamo. Il 13 febbraio scorso, nell'aula D5 del campus Luigi Einaudi dell'Università di Torino, viene organizzato dall'Anpi un convegno sulle foibe. Che si tratti di un incontro negazionista è evidente. L'evento s'intitola «Fascismo-colonialismo-foibe. L'uso politico della memoria per la manipolazione delle verità storiche». Partecipano Moni Ovadia e Stojan Spetic, giornalista sloveno, già senatore del Pci, poi in Rifondazione, poi nei Comunisti italiani e via degradando. Costui è noto per aver inviato una lettera al presidente Sergio Mattarella in cui definisce il giorno del ricordo «giornata dell'odio di orwelliana memoria» e spiega che anche sloveni e croati subirono tragedie. Chiaro: questo signore è un negazionista che critica una legge dello Stato che prevede di onorare la memoria delle foibe. Eppure viene invitato - dall'Anpi - a un convegno ospitato in un campus universitario. Per altro, la lettera di Spetic è riportata su siti Web dell'Associazione partigiani, con tanto di rimandi a siti degli antagonisti torinesi. Lo scandalo, dunque, è che in Italia ci siano associazioni foraggiate da denaro pubblico (l'Anpi) e istituzioni universitarie pronte a dare spazio a certi personaggi. Nessuno, però, si è indignato per questo schifo, se non gli studenti del Fuan, l'organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia. «Abbiamo voluto dimostrare pacificamente il nostro dissenso», spiega il responsabile torinese Andrea Montalbano, «esponendo fuori dall'Università uno striscione e distribuendo dei volantini. Abbiamo, da regolamento, informato l'Ateneo di quello che stavamo facendo». L'Università ha avvisato le forze dell'ordine, temendo disordini. E in effetti, nel giro di poco, vicino al banchetto del Fuan sono comparsi personaggi provenienti dal centro sociale Askatasuna (che si trova poco distante dal campus) e un buon numero di studenti antagonisti, i quali avevano il chiaro scopo di impedire la diffusione dei volantini. «A un certo punto», racconta Montalbano, «sono riusciti a sfondare il cordone e c'è stato un contatto, mi sono preso un calcio». Le forze dell'ordine hanno respinto gli antagonisti, i quali hanno iniziato a scontrarsi con gli agenti (tre della Digos sono rimasti feriti). Non paghi, gli antagonisti sono riusciti a entrare nella palazzina Einaudi dell'Università, e hanno occupato l'aula - intitolata a Paolo Borsellino - regolarmente assegnata al Fuan in quanto lista universitaria riconosciuta. «L'hanno coperta di scritte», dice Albano, «e si sono tenuti le chiavi. Ad oggi l'aula è chiusa, non sappiamo esattamente chi abbia le chiavi, di certo non l'Università. Così salgono a due le aule occupate in quella palazzina, visto che da anni il Collettivo universitario autonomo occupa una stanza, pur non essendo una organizzazione riconosciuta». Riepilogando: gli antagonisti cercano di impedire il dissenso contro un convegno negazionista, si scontrano con la polizia, entrano in università e occupano un'aula. Di fronte a tutto ciò, la reazione del rettore è stupefacente. Il magnifico Stefano Geuna sapete con chi se l'è presa? Con i fascisti... «Abbiamo già nel regolamento per le organizzazioni studentesche una richiesta di rispettare i principi di democraticità, libera partecipazione, antirazzismo, antisessismo e antifascismo nelle finalità e nell'organizzazione delle attività», ha dichiarato. «Ora però proporremo al senato accademico e al Cda che sia chiesta una sottoscrizione esplicita di queste caratteristiche». In sostanza: chi vorrà ottenere uno spazio dovrà firmare una dichiarazione di antifascismo, antirazzismo e antisessismo. Che certo non impedisce di negare la memoria delle foibe o di menare gli avversari politici. Il rettore, però, è preoccupato dalle violenze fasciste: «Era da parecchi anni che all'università non si verificavano simili fatti che hanno creato allarme in tutta la comunità scientifica anche perché si inseriscono in un clima cittadino in cui di recente si sono registrati episodi di razzismo e fascismo», ha detto. Siamo al delirio: gli antagonisti aggrediscono e occupano e questo pensa al razzismo? Il mondo alla rovescia, appunto. Fermi che non è finita. Il giorno dopo gli scontri con la polizia, gli antagonisti hanno deciso di occupare l'intera palazzina Einaudi. Nell'edificio era in corso l'ultimo appello dell'esame di Sociologia dei processi culturali, la professoressa associata Raffaella Ferrero Camoletto stava interrogando gli studenti. Quando gli agenti della sicurezza del campus l'hanno invitata a lasciare l'aula, la docente ha protestato. Proprio così: a suo dire, uscire dall'edificio voleva dire favorire le operazioni di sgombero degli occupanti da parte della polizia. Secondo la docente, la vera minaccia era rappresentata dalle forze dell'ordine che mettevano a rischio «il diritto allo studio e al pensiero critico, che è ciò che l'università dovrebbe insegnare». Alla fine, la professoressa antagonista ha sospeso la sessione d'esame e ha deciso di dare a tutti gli studenti lo stesso voto: «30 politico». «Il sacrosanto diritto allo studio e ancor più l'intoccabile libertà di pensiero nulla hanno a che vedere con scelte volte a mettere in atto azioni di recupero della legalità», dice Eugenio Bravo, segretario del sindacato di polizia Siulp di Torino, comprensibilmente irritato. Ad aumentare il suo sgomento arriva pure un comunicato firmato da «dottorandi, precari e docenti» del campus Einaudi a sostegno della professoressa Camoletto. «Un comunicato che sembra giustificare le foibe, dimenticando che c'è una legge dello Stato a tutelarne la memoria», dice Bravo. «Mi chiedo che cosa insegnino i docenti, che la polizia è fascista? Ricordo che si tratta di professori di una università pubblica». Dal rettore, per ora, non giunge notizia di provvedimenti contro la Camoletto, anche se l'assessore piemontese al Diritto allo studio, Elena Chiorino, ha chiesto una formale presa di distanza. Gli unici provvedimenti sono stati presi «contro i fascisti». A quanto pare, nelle università italiane, negare le foibe e occupare le aule è un diritto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alluniversita-di-torino-la-prof-premia-loccupazione-do-il-30-politico-a-tutti-2645207649.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bologna-sardine-in-cattedra-al-liceo-la-preside-benedice-corretto" data-post-id="2645207649" data-published-at="1767934172" data-use-pagination="False"> Bologna, sardine in cattedra al liceo. La preside benedice: «Corretto» Domani, al liceo artistico Arcangeli di Bologna le lezioni si fermeranno per dare spazio a un'assemblea studentesca. Invitate al dibattito «Democrazia e attualità» sono nientepopodimeno che le sardine. La comunicazione dell'ordine del giorno, firmata dal dirigente scolastico Maria Grazia Diana, è stata data a docenti, studenti e genitori, si comincerà alle 8.20 per finire alle 13.10 in una sala del Nuovo cinema Nosadella. Le assemblee nella scuola secondaria superiore sono definite «occasione di partecipazione democratica», ma la normativa di riferimento è ben chiara quando specifica che possono essere invitati «su richiesta dei promotori delle assemblee medesime, esperti di problemi sociali, culturali, artistici e scientifici, per l'approfondimento dei problemi della scuola e della società in funzione culturale e civile degli studenti». Che cosa c'entra il movimento 6000 sardine Bologna con tematiche utili alla formazione di giovani allievi? Se l'è chiesto Galeazzo Bignami, parlamentare di Fratelli d'Italia che ha puntato il dito contro la curiosa iniziativa. La preside però non si scompone, alla Verità ha tenuto a precisare che «la procedura è stata corretta, il consiglio d'istituto ha valutato la proposta dei rappresentati degli studenti. Si parlerà di democrazia, di partecipazione, di cittadinanza attiva, questi saranno i temi che abbiamo approvato». La professoressa Diana non vuol sentir parlare di pericolo di politicizzare un'assemblea che si sostituisce alla didattica per alcune ore ma che deve avere finalità consone agli insegnamenti di un istituto. «Le sardine sono un movimento, non un partito», dichiara la dirigente, sorvolando su come Mattia Santori e gli altri pesciolini girino l'Italia sostenendo la sinistra, ponendo veti alle candidature e senza perdere un'occasione per ribadire il loro odio nei confronti di Matteo Salvini. L'alibi «non diventeremo mai un partito» sostenuto per portare voti a Bonaccini in Emilia Romagna, da tempo è stato smascherato, le sardine scalpitano per strutturarsi anche a costo di epurare attivisti, come è successo nei giorni scorsi a Napoli dove è stato cacciato Bruno Martirani, leader dei pescetti partenopei. La preside dell'artistico di Bologna non può ignorare come il movimento, anziché sparire da «tv e giornali» fino al prossimo congresso di marzo come aveva assicurato dopo le Regionali, si stia muovendo con incontri a Palazzo e al Sud, nelle stesse piazze dove parla l'ex ministro dell'Interno. Certo, magari l'entusiasmo con cui viene accolto è calato parecchio, basti vedere il flop di Napoli e la piazza mezza vuota in Puglia, a Squinzano «malgrado il richiamo di Arci Lecce per fare, tutti insieme, fronte comune contro il Capitano», osserva Leccenews24. Invitare sardine a parlare in un'assemblea di istituto significa indottrinare migliaia di studenti sulle tematiche care al movimento di sinistra. Strano che la professoressa Maria Grazia Diana non abbia intuito la pericolosità di un confronto a una voce sola, considerato che a parlare di «Democrazia e attualità» saranno solo gli attivisti che seguono Santori. I temi democratici sono diventati loro esclusività? Eppure la dirigente, che dopo 12 anni al liceo Gaetano Chierici di Reggio Emilia è stata trasferita lo scorso settembre al liceo Arcangeli di Bologna, nel luglio 2013 difendeva con vigore l'intervento da lei promosso all'artistico reggiano dal titolo «Praticare l'antimafia a scuola». L'aveva definito un «percorso della legalità a più voci, per far incontrare i ragazzi del nostro liceo con personaggi, artisti, scrittori che si sono occupati di mafia per aumentare la consapevolezza». Trovava utile coinvolgere gli studenti in una «pratica sociale attiva» e oggi autorizza il teatrino delle sardine in un cinema bolognese? Magari agiteranno tutti le figurine di stoffa che l'associazione Vicini d'Istanti, ospitata gratuitamente nella parrocchia di San Mamolo a Bologna, ha fatto realizzare per contribuire alla raccolta fondi del movimento. In vendita a 10 euro, facendola passare come «erogazione liberale». Possiamo immaginare quanta simpatia continuino a godere le sardine a Bologna se nessuno dei docenti ha sollevato obiezioni o suggerito qualche altra voce «fuori dal coro» per rendere proficuo un incontro sulla democrazia. Domani non ci saranno nemmeno i professori a vigilare sull'assemblea. Non sono tenuti a partecipare, nessun obbligo, solo quello di fare l'appello a inizio e termine incontro, per eventualmente segnare come assenti quelli che hanno marinato la scuola. Se alcuni studenti l'avranno fatto, andando a imbucarsi altrove, sarà stata una scelta democratica.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».