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2022-12-02
Nata l’alleanza anti bando sulle auto a benzina
Lo stop alla vendita di motori termici entro il 2035 voluto dall’Ue non piace a molte regioni europee, che si stanno già adoperando per contrastarlo. Non è un caso, infatti, se a Lipsia in Germania, grande produttrice di automobili insieme con l’Italia, sta nascendo quella che può essere considerata una vera e propria alleanza delle regioni europee per affrontare e ridiscutere il blocco commerciale verso i motori termici.
Del resto, il tema delle auto elettriche è di grande interesse anche oltreoceano. Ieri il presidente americano Joe Biden e quello francese Emmanuel Macron si sono incontrati nello Studio Ovale a Washington e tra i temi di cui hanno discusso c’è anche quello dell’auto elettrica e degli incentivi all’acquisto di modelli a stelle e strisce.
Della futura alleanza europea contro la perdita delle competenze maturate coni motori termici fanno parte la Lombardia, i rappresentanti di Sassonia, Baden-Württemberg, Baviera, Sassonia-Anhalt e Saarland (per la Germania); di Valencia, Navarra, Andalusia e Castiglia e León (per la Spagna); di Trnava e Kosice (per la Slovacchia); di Grand Est, Borgogna-Francia-Coté (per la Francia) e sempre per l’Italia ci sono anche Piemonte, Abruzzo, Basilicata e Molise.
D’altronde, si tratta di un tema che la Lombardia sta seguendo da tempo, anche con azioni concrete. La speranza è infatti spingere l’Ue a cambiare idea sullo stop ai motori termici. Già lo scorso 29 marzo, grazie all’istituzione di un tavolo a Palazzo Lombardia, era stato definito un manifesto a favore della transizione del settore. Un documento inviato al governo nazionale, alla Conferenza delle Regioni e presentato alla Commissione europea. L’obiettivo era accompagnare con gradualità la transizione del settore automobilistico evitando bruschi crolli. Una filiera che in Lombardia conta oltre 1.000 aziende, 50.000 occupati e 20 miliardi di fatturato.
A Lipsia, alla costituzione dell’alleanza tra le varie regioni europee, c’era anche l’assessore allo Sviluppo economico lombardo Guido Guidesi che ha spiegato che «l’alleanza nata in terra tedesca non è un punto di arrivo, ma l’acquisizione di un nuovo strumento con cui rinforzare la strategia difensiva del settore automotive, non essendo più la nostra voce sola, ma un coro ben intonato. In particolare, chiediamo un meccanismo europeo a sostegno di una transizione giusta ed equa delle produzioni industriali del settore automotive, ben tenendo in considerazione gli effetti sui distretti produttivi nelle regioni», ha ribadito, «In particolare, corriamo tre grandi rischi. Il primo: le imprese della componentistica potrebbero non riuscire a convertirsi, con gli effetti che possiamo immaginare sull’occupazione in Lombardia, pensiamo anche solo alle piccole imprese a servizio dei grandi marchi. Il secondo rischio che intravediamo è che il mondo delle, costose, auto elettriche escluda una fetta importante di cittadini dalla possibilità di acquistare un’automobile. Il terzo è economico, strategico, produttivo e industriale, consegnando ad altri competitor extra europei un settore che abbiamo presidiato con non pochi sacrifici». «Come evitare questi rischi?», si domanda l’assessore lombardo, «Noi pensiamo che per raggiungere gli obiettivi ambientali che sono stati giustamente prefissati, su cui noi ci vogliamo sentire coinvolti e impegnati, per cui l’impatto zero delle auto in circolazione e l’impatto zero della produzione e del fine vita (altra situazione che tendo a sottolineare con forza), la soluzione sia la piena neutralità tecnologica, il fatto di poter dare continuità al motore endotermico attraverso l’utilizzo di nuovi carburanti eco compatibili che ci consentano di raggiungere l’impatto zero nella circolazione». «Attraverso la neutralità tecnologica», ha concluso Guidesi, «alla Lombardia sarebbe consentito di utilizzare tutto il know how di cui già dispone, cosicché si possano sviluppare nuove opportunità di lavoro e di crescita».
Concretamente, i membri dell’alleanza hanno stilato un decalogo in cui si cita anche l’importanza dei combustibili rinnovabili e a basso contenuto carbonico, oggi ancora sottovalutati a favore di una mobilità solamente elettrica.
L’idea potrebbe essere quella di creare delle regioni in cui la produzione di motori termici «sostenibili» sia ancora possibile. D’altronde, dell’alleanza fanno parte le più importanti regioni produttrici del settore dove nascono i prodotti di colossi come Mercedes, Bmw, Audi, Volkswagen, Skoda, Fiat e Alfa Romeo, solo per citarne alcuni. Marchi che portano posti di lavoro e un indotto da capogiro che difficilmente potrebbe trovare un’applicazione nel settore dei veicoli a batteria.
Proprio per trovare una strada comune che non renda inutilizzabili le competenze europee, l’Allenza nata a Lipsia propone l’introduzione di un traguardo intermedio al 2030 per valutare l’evoluzione delle tecnologie alternative disponibili, come sostenuto anche da Acea, l’Associazione europea costruttori di veicoli.
L’Europa vuole eliminare i monodose: «Così si penalizzano le imprese»
La deroga sulla taglia minima delle vongole nell’Adriatico è salva per altri tre anni, ma nel frattempo l’Ue avvia la sua rivoluzione sul packaging e sui rifiuti da imballaggio. La Commissione europea ha proposto un regolamento che prevede, in tempi di take away e consegne a domicilio, l’abolizione di imballaggi monouso in tutti quei settori che rientrano nell’Horeca, ossia hotel, ristoranti e caffè. Addio dunque alle bustine di zucchero nei locali e nelle strutture ricettive con il ritorno delle tradizionali zuccheriere su tavoli e banconi. Nel mirino anche tubetti, scatole e scatoline che contengono salse e altri condimenti, shampoo e bagnoschiuma. In particolare, non sarà più concesso effettuare «imballaggi monouso contenenti singole porzioni o porzioni, utilizzati per condimenti, conserve, salse, creme per il caffè, zucchero e condimenti, ad eccezione di tali imballaggi forniti insieme ad alimenti pronti da asporto destinati al consumo immediato senza necessità di ogni ulteriore preparazione».
Era il 2004 quando per motivi sanitari la Commissione vietò la somministrazione dello zucchero sfuso al bar, portando alla diffusione di zuccheriere dosatrici e di bustine. La zuccheriera allora era ritenuta poco igienica, ma ora l’Ue manda in pensione la bustina simbolo «dell’epoca usa e getta» per motivi ambientali. Infatti l’obiettivo del nuovo regolamento sul packaging, al vaglio dei governi nazionali e del Parlamento europeo con il secondo pacchetto sull’economia circolare, è ridurre i rifiuti da imballaggio e altri materiali inquinanti del 15% in ogni Stato membro nel prossimo ventennio. Standard ambiziosi per la nuova norma: entro il 2030 il 20% delle vendite di bevande da asporto dovrà essere servito in imballaggi riutilizzabili o usando i contenitori dei clienti, per arrivare all’80% nel 2040. Per farlo, si tornerebbe al riutilizzo dei contenitori e al vuoto a rendere, rischiando però di mandare in crisi le filiere del riciclo.
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha preannunciato «il no alla misura così com’è», in linea con Francia Grecia e Polonia, mentre per l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini «la Commissione Ue ha scelto la strada peggiore, quella che ci riporta indietro di decenni con buona pace di tutti i progressi tecnologici fatti finora e con danni gravi per migliaia di nostre imprese. Ci opporremo in tutte le sedi». Per Europen, l’associazione Ue del packaging, «la proposta rischia di andare contro gli obiettivi stessi del Green deal, riportando indietro le lancette dell’orologio del riciclo e compromettendo la funzionalità dei contenitori nel proteggere i prodotti». Secondo l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, industriale nel settore del packaging con la Seda, società che opera a livello internazionale nella produzione di imballaggi alimentari, il regolamento «sarebbe devastante per l’ambiente, per l’economia e per milioni di lavoratori», ed è «assolutamente contraddittorio con gli obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale che la stessa Commissione cerca di portare avanti. Solo populismo e demagogia».
La bocciatura è arrivata anche da Coldiretti e Filiera Italia: «La proposta, seppur condivisibile negli obiettivi di limitazione dei rifiuti, avrà effetti opposti e negativi sulla filiera produttiva europea e sui consumatori. Si tratta di norme che non premiano la filiera del packaging italiano e quelle aziende che in particolare hanno investito nei materiali tecnologicamente avanzati sostenibili e riciclabili», ha detto il presidente Coldiretti Ettore Prandini evidenziando «l’effetto negativo sui costi di produzione dell’intera filiera agroalimentare che rischia di riflettersi sui prezzi pagati dai consumatori». Mentre Luigi Scordamaglia ha sottolineato i «gravi problemi di sicurezza alimentare che potrebbero porsi».
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Le regioni produttrici di veicoli di Germania, Spagna, Italia, Slovacchia e Francia si sono unite per chiedere una transizione lenta. Sul tavolo anche il progetto di istituire delle aree speciali dove sarà possibile continuare a costruire macchine con motori termici.La Commissione Ue studia nuove norme sugli imballaggi. Critiche di aziende e Stati.Lo speciale contiene due articoli.Lo stop alla vendita di motori termici entro il 2035 voluto dall’Ue non piace a molte regioni europee, che si stanno già adoperando per contrastarlo. Non è un caso, infatti, se a Lipsia in Germania, grande produttrice di automobili insieme con l’Italia, sta nascendo quella che può essere considerata una vera e propria alleanza delle regioni europee per affrontare e ridiscutere il blocco commerciale verso i motori termici. Del resto, il tema delle auto elettriche è di grande interesse anche oltreoceano. Ieri il presidente americano Joe Biden e quello francese Emmanuel Macron si sono incontrati nello Studio Ovale a Washington e tra i temi di cui hanno discusso c’è anche quello dell’auto elettrica e degli incentivi all’acquisto di modelli a stelle e strisce. Della futura alleanza europea contro la perdita delle competenze maturate coni motori termici fanno parte la Lombardia, i rappresentanti di Sassonia, Baden-Württemberg, Baviera, Sassonia-Anhalt e Saarland (per la Germania); di Valencia, Navarra, Andalusia e Castiglia e León (per la Spagna); di Trnava e Kosice (per la Slovacchia); di Grand Est, Borgogna-Francia-Coté (per la Francia) e sempre per l’Italia ci sono anche Piemonte, Abruzzo, Basilicata e Molise. D’altronde, si tratta di un tema che la Lombardia sta seguendo da tempo, anche con azioni concrete. La speranza è infatti spingere l’Ue a cambiare idea sullo stop ai motori termici. Già lo scorso 29 marzo, grazie all’istituzione di un tavolo a Palazzo Lombardia, era stato definito un manifesto a favore della transizione del settore. Un documento inviato al governo nazionale, alla Conferenza delle Regioni e presentato alla Commissione europea. L’obiettivo era accompagnare con gradualità la transizione del settore automobilistico evitando bruschi crolli. Una filiera che in Lombardia conta oltre 1.000 aziende, 50.000 occupati e 20 miliardi di fatturato.A Lipsia, alla costituzione dell’alleanza tra le varie regioni europee, c’era anche l’assessore allo Sviluppo economico lombardo Guido Guidesi che ha spiegato che «l’alleanza nata in terra tedesca non è un punto di arrivo, ma l’acquisizione di un nuovo strumento con cui rinforzare la strategia difensiva del settore automotive, non essendo più la nostra voce sola, ma un coro ben intonato. In particolare, chiediamo un meccanismo europeo a sostegno di una transizione giusta ed equa delle produzioni industriali del settore automotive, ben tenendo in considerazione gli effetti sui distretti produttivi nelle regioni», ha ribadito, «In particolare, corriamo tre grandi rischi. Il primo: le imprese della componentistica potrebbero non riuscire a convertirsi, con gli effetti che possiamo immaginare sull’occupazione in Lombardia, pensiamo anche solo alle piccole imprese a servizio dei grandi marchi. Il secondo rischio che intravediamo è che il mondo delle, costose, auto elettriche escluda una fetta importante di cittadini dalla possibilità di acquistare un’automobile. Il terzo è economico, strategico, produttivo e industriale, consegnando ad altri competitor extra europei un settore che abbiamo presidiato con non pochi sacrifici». «Come evitare questi rischi?», si domanda l’assessore lombardo, «Noi pensiamo che per raggiungere gli obiettivi ambientali che sono stati giustamente prefissati, su cui noi ci vogliamo sentire coinvolti e impegnati, per cui l’impatto zero delle auto in circolazione e l’impatto zero della produzione e del fine vita (altra situazione che tendo a sottolineare con forza), la soluzione sia la piena neutralità tecnologica, il fatto di poter dare continuità al motore endotermico attraverso l’utilizzo di nuovi carburanti eco compatibili che ci consentano di raggiungere l’impatto zero nella circolazione». «Attraverso la neutralità tecnologica», ha concluso Guidesi, «alla Lombardia sarebbe consentito di utilizzare tutto il know how di cui già dispone, cosicché si possano sviluppare nuove opportunità di lavoro e di crescita».Concretamente, i membri dell’alleanza hanno stilato un decalogo in cui si cita anche l’importanza dei combustibili rinnovabili e a basso contenuto carbonico, oggi ancora sottovalutati a favore di una mobilità solamente elettrica. L’idea potrebbe essere quella di creare delle regioni in cui la produzione di motori termici «sostenibili» sia ancora possibile. D’altronde, dell’alleanza fanno parte le più importanti regioni produttrici del settore dove nascono i prodotti di colossi come Mercedes, Bmw, Audi, Volkswagen, Skoda, Fiat e Alfa Romeo, solo per citarne alcuni. Marchi che portano posti di lavoro e un indotto da capogiro che difficilmente potrebbe trovare un’applicazione nel settore dei veicoli a batteria.Proprio per trovare una strada comune che non renda inutilizzabili le competenze europee, l’Allenza nata a Lipsia propone l’introduzione di un traguardo intermedio al 2030 per valutare l’evoluzione delle tecnologie alternative disponibili, come sostenuto anche da Acea, l’Associazione europea costruttori di veicoli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alleanza-anti-bando-auto-benzina-2658822096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuropa-vuole-eliminare-i-monodose-cosi-si-penalizzano-le-imprese" data-post-id="2658822096" data-published-at="1669979411" data-use-pagination="False"> L’Europa vuole eliminare i monodose: «Così si penalizzano le imprese» La deroga sulla taglia minima delle vongole nell’Adriatico è salva per altri tre anni, ma nel frattempo l’Ue avvia la sua rivoluzione sul packaging e sui rifiuti da imballaggio. La Commissione europea ha proposto un regolamento che prevede, in tempi di take away e consegne a domicilio, l’abolizione di imballaggi monouso in tutti quei settori che rientrano nell’Horeca, ossia hotel, ristoranti e caffè. Addio dunque alle bustine di zucchero nei locali e nelle strutture ricettive con il ritorno delle tradizionali zuccheriere su tavoli e banconi. Nel mirino anche tubetti, scatole e scatoline che contengono salse e altri condimenti, shampoo e bagnoschiuma. In particolare, non sarà più concesso effettuare «imballaggi monouso contenenti singole porzioni o porzioni, utilizzati per condimenti, conserve, salse, creme per il caffè, zucchero e condimenti, ad eccezione di tali imballaggi forniti insieme ad alimenti pronti da asporto destinati al consumo immediato senza necessità di ogni ulteriore preparazione». Era il 2004 quando per motivi sanitari la Commissione vietò la somministrazione dello zucchero sfuso al bar, portando alla diffusione di zuccheriere dosatrici e di bustine. La zuccheriera allora era ritenuta poco igienica, ma ora l’Ue manda in pensione la bustina simbolo «dell’epoca usa e getta» per motivi ambientali. Infatti l’obiettivo del nuovo regolamento sul packaging, al vaglio dei governi nazionali e del Parlamento europeo con il secondo pacchetto sull’economia circolare, è ridurre i rifiuti da imballaggio e altri materiali inquinanti del 15% in ogni Stato membro nel prossimo ventennio. Standard ambiziosi per la nuova norma: entro il 2030 il 20% delle vendite di bevande da asporto dovrà essere servito in imballaggi riutilizzabili o usando i contenitori dei clienti, per arrivare all’80% nel 2040. Per farlo, si tornerebbe al riutilizzo dei contenitori e al vuoto a rendere, rischiando però di mandare in crisi le filiere del riciclo. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha preannunciato «il no alla misura così com’è», in linea con Francia Grecia e Polonia, mentre per l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini «la Commissione Ue ha scelto la strada peggiore, quella che ci riporta indietro di decenni con buona pace di tutti i progressi tecnologici fatti finora e con danni gravi per migliaia di nostre imprese. Ci opporremo in tutte le sedi». Per Europen, l’associazione Ue del packaging, «la proposta rischia di andare contro gli obiettivi stessi del Green deal, riportando indietro le lancette dell’orologio del riciclo e compromettendo la funzionalità dei contenitori nel proteggere i prodotti». Secondo l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, industriale nel settore del packaging con la Seda, società che opera a livello internazionale nella produzione di imballaggi alimentari, il regolamento «sarebbe devastante per l’ambiente, per l’economia e per milioni di lavoratori», ed è «assolutamente contraddittorio con gli obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale che la stessa Commissione cerca di portare avanti. Solo populismo e demagogia». La bocciatura è arrivata anche da Coldiretti e Filiera Italia: «La proposta, seppur condivisibile negli obiettivi di limitazione dei rifiuti, avrà effetti opposti e negativi sulla filiera produttiva europea e sui consumatori. Si tratta di norme che non premiano la filiera del packaging italiano e quelle aziende che in particolare hanno investito nei materiali tecnologicamente avanzati sostenibili e riciclabili», ha detto il presidente Coldiretti Ettore Prandini evidenziando «l’effetto negativo sui costi di produzione dell’intera filiera agroalimentare che rischia di riflettersi sui prezzi pagati dai consumatori». Mentre Luigi Scordamaglia ha sottolineato i «gravi problemi di sicurezza alimentare che potrebbero porsi».
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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Andrea Martella, candidato sindaco del Pd per le elezioni comunali di Venezia (Ansa)
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
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