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2022-12-02
Nata l’alleanza anti bando sulle auto a benzina
Lo stop alla vendita di motori termici entro il 2035 voluto dall’Ue non piace a molte regioni europee, che si stanno già adoperando per contrastarlo. Non è un caso, infatti, se a Lipsia in Germania, grande produttrice di automobili insieme con l’Italia, sta nascendo quella che può essere considerata una vera e propria alleanza delle regioni europee per affrontare e ridiscutere il blocco commerciale verso i motori termici.
Del resto, il tema delle auto elettriche è di grande interesse anche oltreoceano. Ieri il presidente americano Joe Biden e quello francese Emmanuel Macron si sono incontrati nello Studio Ovale a Washington e tra i temi di cui hanno discusso c’è anche quello dell’auto elettrica e degli incentivi all’acquisto di modelli a stelle e strisce.
Della futura alleanza europea contro la perdita delle competenze maturate coni motori termici fanno parte la Lombardia, i rappresentanti di Sassonia, Baden-Württemberg, Baviera, Sassonia-Anhalt e Saarland (per la Germania); di Valencia, Navarra, Andalusia e Castiglia e León (per la Spagna); di Trnava e Kosice (per la Slovacchia); di Grand Est, Borgogna-Francia-Coté (per la Francia) e sempre per l’Italia ci sono anche Piemonte, Abruzzo, Basilicata e Molise.
D’altronde, si tratta di un tema che la Lombardia sta seguendo da tempo, anche con azioni concrete. La speranza è infatti spingere l’Ue a cambiare idea sullo stop ai motori termici. Già lo scorso 29 marzo, grazie all’istituzione di un tavolo a Palazzo Lombardia, era stato definito un manifesto a favore della transizione del settore. Un documento inviato al governo nazionale, alla Conferenza delle Regioni e presentato alla Commissione europea. L’obiettivo era accompagnare con gradualità la transizione del settore automobilistico evitando bruschi crolli. Una filiera che in Lombardia conta oltre 1.000 aziende, 50.000 occupati e 20 miliardi di fatturato.
A Lipsia, alla costituzione dell’alleanza tra le varie regioni europee, c’era anche l’assessore allo Sviluppo economico lombardo Guido Guidesi che ha spiegato che «l’alleanza nata in terra tedesca non è un punto di arrivo, ma l’acquisizione di un nuovo strumento con cui rinforzare la strategia difensiva del settore automotive, non essendo più la nostra voce sola, ma un coro ben intonato. In particolare, chiediamo un meccanismo europeo a sostegno di una transizione giusta ed equa delle produzioni industriali del settore automotive, ben tenendo in considerazione gli effetti sui distretti produttivi nelle regioni», ha ribadito, «In particolare, corriamo tre grandi rischi. Il primo: le imprese della componentistica potrebbero non riuscire a convertirsi, con gli effetti che possiamo immaginare sull’occupazione in Lombardia, pensiamo anche solo alle piccole imprese a servizio dei grandi marchi. Il secondo rischio che intravediamo è che il mondo delle, costose, auto elettriche escluda una fetta importante di cittadini dalla possibilità di acquistare un’automobile. Il terzo è economico, strategico, produttivo e industriale, consegnando ad altri competitor extra europei un settore che abbiamo presidiato con non pochi sacrifici». «Come evitare questi rischi?», si domanda l’assessore lombardo, «Noi pensiamo che per raggiungere gli obiettivi ambientali che sono stati giustamente prefissati, su cui noi ci vogliamo sentire coinvolti e impegnati, per cui l’impatto zero delle auto in circolazione e l’impatto zero della produzione e del fine vita (altra situazione che tendo a sottolineare con forza), la soluzione sia la piena neutralità tecnologica, il fatto di poter dare continuità al motore endotermico attraverso l’utilizzo di nuovi carburanti eco compatibili che ci consentano di raggiungere l’impatto zero nella circolazione». «Attraverso la neutralità tecnologica», ha concluso Guidesi, «alla Lombardia sarebbe consentito di utilizzare tutto il know how di cui già dispone, cosicché si possano sviluppare nuove opportunità di lavoro e di crescita».
Concretamente, i membri dell’alleanza hanno stilato un decalogo in cui si cita anche l’importanza dei combustibili rinnovabili e a basso contenuto carbonico, oggi ancora sottovalutati a favore di una mobilità solamente elettrica.
L’idea potrebbe essere quella di creare delle regioni in cui la produzione di motori termici «sostenibili» sia ancora possibile. D’altronde, dell’alleanza fanno parte le più importanti regioni produttrici del settore dove nascono i prodotti di colossi come Mercedes, Bmw, Audi, Volkswagen, Skoda, Fiat e Alfa Romeo, solo per citarne alcuni. Marchi che portano posti di lavoro e un indotto da capogiro che difficilmente potrebbe trovare un’applicazione nel settore dei veicoli a batteria.
Proprio per trovare una strada comune che non renda inutilizzabili le competenze europee, l’Allenza nata a Lipsia propone l’introduzione di un traguardo intermedio al 2030 per valutare l’evoluzione delle tecnologie alternative disponibili, come sostenuto anche da Acea, l’Associazione europea costruttori di veicoli.
L’Europa vuole eliminare i monodose: «Così si penalizzano le imprese»
La deroga sulla taglia minima delle vongole nell’Adriatico è salva per altri tre anni, ma nel frattempo l’Ue avvia la sua rivoluzione sul packaging e sui rifiuti da imballaggio. La Commissione europea ha proposto un regolamento che prevede, in tempi di take away e consegne a domicilio, l’abolizione di imballaggi monouso in tutti quei settori che rientrano nell’Horeca, ossia hotel, ristoranti e caffè. Addio dunque alle bustine di zucchero nei locali e nelle strutture ricettive con il ritorno delle tradizionali zuccheriere su tavoli e banconi. Nel mirino anche tubetti, scatole e scatoline che contengono salse e altri condimenti, shampoo e bagnoschiuma. In particolare, non sarà più concesso effettuare «imballaggi monouso contenenti singole porzioni o porzioni, utilizzati per condimenti, conserve, salse, creme per il caffè, zucchero e condimenti, ad eccezione di tali imballaggi forniti insieme ad alimenti pronti da asporto destinati al consumo immediato senza necessità di ogni ulteriore preparazione».
Era il 2004 quando per motivi sanitari la Commissione vietò la somministrazione dello zucchero sfuso al bar, portando alla diffusione di zuccheriere dosatrici e di bustine. La zuccheriera allora era ritenuta poco igienica, ma ora l’Ue manda in pensione la bustina simbolo «dell’epoca usa e getta» per motivi ambientali. Infatti l’obiettivo del nuovo regolamento sul packaging, al vaglio dei governi nazionali e del Parlamento europeo con il secondo pacchetto sull’economia circolare, è ridurre i rifiuti da imballaggio e altri materiali inquinanti del 15% in ogni Stato membro nel prossimo ventennio. Standard ambiziosi per la nuova norma: entro il 2030 il 20% delle vendite di bevande da asporto dovrà essere servito in imballaggi riutilizzabili o usando i contenitori dei clienti, per arrivare all’80% nel 2040. Per farlo, si tornerebbe al riutilizzo dei contenitori e al vuoto a rendere, rischiando però di mandare in crisi le filiere del riciclo.
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha preannunciato «il no alla misura così com’è», in linea con Francia Grecia e Polonia, mentre per l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini «la Commissione Ue ha scelto la strada peggiore, quella che ci riporta indietro di decenni con buona pace di tutti i progressi tecnologici fatti finora e con danni gravi per migliaia di nostre imprese. Ci opporremo in tutte le sedi». Per Europen, l’associazione Ue del packaging, «la proposta rischia di andare contro gli obiettivi stessi del Green deal, riportando indietro le lancette dell’orologio del riciclo e compromettendo la funzionalità dei contenitori nel proteggere i prodotti». Secondo l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, industriale nel settore del packaging con la Seda, società che opera a livello internazionale nella produzione di imballaggi alimentari, il regolamento «sarebbe devastante per l’ambiente, per l’economia e per milioni di lavoratori», ed è «assolutamente contraddittorio con gli obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale che la stessa Commissione cerca di portare avanti. Solo populismo e demagogia».
La bocciatura è arrivata anche da Coldiretti e Filiera Italia: «La proposta, seppur condivisibile negli obiettivi di limitazione dei rifiuti, avrà effetti opposti e negativi sulla filiera produttiva europea e sui consumatori. Si tratta di norme che non premiano la filiera del packaging italiano e quelle aziende che in particolare hanno investito nei materiali tecnologicamente avanzati sostenibili e riciclabili», ha detto il presidente Coldiretti Ettore Prandini evidenziando «l’effetto negativo sui costi di produzione dell’intera filiera agroalimentare che rischia di riflettersi sui prezzi pagati dai consumatori». Mentre Luigi Scordamaglia ha sottolineato i «gravi problemi di sicurezza alimentare che potrebbero porsi».
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Le regioni produttrici di veicoli di Germania, Spagna, Italia, Slovacchia e Francia si sono unite per chiedere una transizione lenta. Sul tavolo anche il progetto di istituire delle aree speciali dove sarà possibile continuare a costruire macchine con motori termici.La Commissione Ue studia nuove norme sugli imballaggi. Critiche di aziende e Stati.Lo speciale contiene due articoli.Lo stop alla vendita di motori termici entro il 2035 voluto dall’Ue non piace a molte regioni europee, che si stanno già adoperando per contrastarlo. Non è un caso, infatti, se a Lipsia in Germania, grande produttrice di automobili insieme con l’Italia, sta nascendo quella che può essere considerata una vera e propria alleanza delle regioni europee per affrontare e ridiscutere il blocco commerciale verso i motori termici. Del resto, il tema delle auto elettriche è di grande interesse anche oltreoceano. Ieri il presidente americano Joe Biden e quello francese Emmanuel Macron si sono incontrati nello Studio Ovale a Washington e tra i temi di cui hanno discusso c’è anche quello dell’auto elettrica e degli incentivi all’acquisto di modelli a stelle e strisce. Della futura alleanza europea contro la perdita delle competenze maturate coni motori termici fanno parte la Lombardia, i rappresentanti di Sassonia, Baden-Württemberg, Baviera, Sassonia-Anhalt e Saarland (per la Germania); di Valencia, Navarra, Andalusia e Castiglia e León (per la Spagna); di Trnava e Kosice (per la Slovacchia); di Grand Est, Borgogna-Francia-Coté (per la Francia) e sempre per l’Italia ci sono anche Piemonte, Abruzzo, Basilicata e Molise. D’altronde, si tratta di un tema che la Lombardia sta seguendo da tempo, anche con azioni concrete. La speranza è infatti spingere l’Ue a cambiare idea sullo stop ai motori termici. Già lo scorso 29 marzo, grazie all’istituzione di un tavolo a Palazzo Lombardia, era stato definito un manifesto a favore della transizione del settore. Un documento inviato al governo nazionale, alla Conferenza delle Regioni e presentato alla Commissione europea. L’obiettivo era accompagnare con gradualità la transizione del settore automobilistico evitando bruschi crolli. Una filiera che in Lombardia conta oltre 1.000 aziende, 50.000 occupati e 20 miliardi di fatturato.A Lipsia, alla costituzione dell’alleanza tra le varie regioni europee, c’era anche l’assessore allo Sviluppo economico lombardo Guido Guidesi che ha spiegato che «l’alleanza nata in terra tedesca non è un punto di arrivo, ma l’acquisizione di un nuovo strumento con cui rinforzare la strategia difensiva del settore automotive, non essendo più la nostra voce sola, ma un coro ben intonato. In particolare, chiediamo un meccanismo europeo a sostegno di una transizione giusta ed equa delle produzioni industriali del settore automotive, ben tenendo in considerazione gli effetti sui distretti produttivi nelle regioni», ha ribadito, «In particolare, corriamo tre grandi rischi. Il primo: le imprese della componentistica potrebbero non riuscire a convertirsi, con gli effetti che possiamo immaginare sull’occupazione in Lombardia, pensiamo anche solo alle piccole imprese a servizio dei grandi marchi. Il secondo rischio che intravediamo è che il mondo delle, costose, auto elettriche escluda una fetta importante di cittadini dalla possibilità di acquistare un’automobile. Il terzo è economico, strategico, produttivo e industriale, consegnando ad altri competitor extra europei un settore che abbiamo presidiato con non pochi sacrifici». «Come evitare questi rischi?», si domanda l’assessore lombardo, «Noi pensiamo che per raggiungere gli obiettivi ambientali che sono stati giustamente prefissati, su cui noi ci vogliamo sentire coinvolti e impegnati, per cui l’impatto zero delle auto in circolazione e l’impatto zero della produzione e del fine vita (altra situazione che tendo a sottolineare con forza), la soluzione sia la piena neutralità tecnologica, il fatto di poter dare continuità al motore endotermico attraverso l’utilizzo di nuovi carburanti eco compatibili che ci consentano di raggiungere l’impatto zero nella circolazione». «Attraverso la neutralità tecnologica», ha concluso Guidesi, «alla Lombardia sarebbe consentito di utilizzare tutto il know how di cui già dispone, cosicché si possano sviluppare nuove opportunità di lavoro e di crescita».Concretamente, i membri dell’alleanza hanno stilato un decalogo in cui si cita anche l’importanza dei combustibili rinnovabili e a basso contenuto carbonico, oggi ancora sottovalutati a favore di una mobilità solamente elettrica. L’idea potrebbe essere quella di creare delle regioni in cui la produzione di motori termici «sostenibili» sia ancora possibile. D’altronde, dell’alleanza fanno parte le più importanti regioni produttrici del settore dove nascono i prodotti di colossi come Mercedes, Bmw, Audi, Volkswagen, Skoda, Fiat e Alfa Romeo, solo per citarne alcuni. Marchi che portano posti di lavoro e un indotto da capogiro che difficilmente potrebbe trovare un’applicazione nel settore dei veicoli a batteria.Proprio per trovare una strada comune che non renda inutilizzabili le competenze europee, l’Allenza nata a Lipsia propone l’introduzione di un traguardo intermedio al 2030 per valutare l’evoluzione delle tecnologie alternative disponibili, come sostenuto anche da Acea, l’Associazione europea costruttori di veicoli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alleanza-anti-bando-auto-benzina-2658822096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuropa-vuole-eliminare-i-monodose-cosi-si-penalizzano-le-imprese" data-post-id="2658822096" data-published-at="1669979411" data-use-pagination="False"> L’Europa vuole eliminare i monodose: «Così si penalizzano le imprese» La deroga sulla taglia minima delle vongole nell’Adriatico è salva per altri tre anni, ma nel frattempo l’Ue avvia la sua rivoluzione sul packaging e sui rifiuti da imballaggio. La Commissione europea ha proposto un regolamento che prevede, in tempi di take away e consegne a domicilio, l’abolizione di imballaggi monouso in tutti quei settori che rientrano nell’Horeca, ossia hotel, ristoranti e caffè. Addio dunque alle bustine di zucchero nei locali e nelle strutture ricettive con il ritorno delle tradizionali zuccheriere su tavoli e banconi. Nel mirino anche tubetti, scatole e scatoline che contengono salse e altri condimenti, shampoo e bagnoschiuma. In particolare, non sarà più concesso effettuare «imballaggi monouso contenenti singole porzioni o porzioni, utilizzati per condimenti, conserve, salse, creme per il caffè, zucchero e condimenti, ad eccezione di tali imballaggi forniti insieme ad alimenti pronti da asporto destinati al consumo immediato senza necessità di ogni ulteriore preparazione». Era il 2004 quando per motivi sanitari la Commissione vietò la somministrazione dello zucchero sfuso al bar, portando alla diffusione di zuccheriere dosatrici e di bustine. La zuccheriera allora era ritenuta poco igienica, ma ora l’Ue manda in pensione la bustina simbolo «dell’epoca usa e getta» per motivi ambientali. Infatti l’obiettivo del nuovo regolamento sul packaging, al vaglio dei governi nazionali e del Parlamento europeo con il secondo pacchetto sull’economia circolare, è ridurre i rifiuti da imballaggio e altri materiali inquinanti del 15% in ogni Stato membro nel prossimo ventennio. Standard ambiziosi per la nuova norma: entro il 2030 il 20% delle vendite di bevande da asporto dovrà essere servito in imballaggi riutilizzabili o usando i contenitori dei clienti, per arrivare all’80% nel 2040. Per farlo, si tornerebbe al riutilizzo dei contenitori e al vuoto a rendere, rischiando però di mandare in crisi le filiere del riciclo. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha preannunciato «il no alla misura così com’è», in linea con Francia Grecia e Polonia, mentre per l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini «la Commissione Ue ha scelto la strada peggiore, quella che ci riporta indietro di decenni con buona pace di tutti i progressi tecnologici fatti finora e con danni gravi per migliaia di nostre imprese. Ci opporremo in tutte le sedi». Per Europen, l’associazione Ue del packaging, «la proposta rischia di andare contro gli obiettivi stessi del Green deal, riportando indietro le lancette dell’orologio del riciclo e compromettendo la funzionalità dei contenitori nel proteggere i prodotti». Secondo l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, industriale nel settore del packaging con la Seda, società che opera a livello internazionale nella produzione di imballaggi alimentari, il regolamento «sarebbe devastante per l’ambiente, per l’economia e per milioni di lavoratori», ed è «assolutamente contraddittorio con gli obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale che la stessa Commissione cerca di portare avanti. Solo populismo e demagogia». La bocciatura è arrivata anche da Coldiretti e Filiera Italia: «La proposta, seppur condivisibile negli obiettivi di limitazione dei rifiuti, avrà effetti opposti e negativi sulla filiera produttiva europea e sui consumatori. Si tratta di norme che non premiano la filiera del packaging italiano e quelle aziende che in particolare hanno investito nei materiali tecnologicamente avanzati sostenibili e riciclabili», ha detto il presidente Coldiretti Ettore Prandini evidenziando «l’effetto negativo sui costi di produzione dell’intera filiera agroalimentare che rischia di riflettersi sui prezzi pagati dai consumatori». Mentre Luigi Scordamaglia ha sottolineato i «gravi problemi di sicurezza alimentare che potrebbero porsi».
Le vincitrici della medaglia d'oro Andrea Voetter e Marion Oberhofer festeggiano sul podio dopo le gare di doppio femminile di slittino ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Gold. Anche se pronunciato alla tedesca significa oro, inno di Mameli e tricolore che sventola. Lassù sulle montagne c’è gente che non tradisce mai. È un trionfo totale nello slittino, dove in meno di un’ora l’Italia raddoppia gli ori (da due a quattro) e aumenta le medaglie, domani 13 nella cavalcata verso il record di Lillehammer (20). Il distretto dei miracoli, nei 40 km fra Bolzano e Bressanone, si conferma la nostra Silicon Valley dello Sport. Andrea Voetter e Marion Oberhofer, all’esordio ai Giochi, conquistano il mondo nel doppio femminile davanti a Germania e Austria. Qualche manciata di minuti dopo i due eroici carabinieri Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner fanno lo storico bis lasciandosi alle spalle austriaci e tedeschi. Un trionfo assoluto, l’impresa è completa.
Esulta da lassù anche Eugenio Monti, il Rosso volante, al quale è dedicata la stupenda pista criticata dagli ambientalisti (zitti e mosca almeno oggi). I fenomeni della velocità nella specialità più antica e più cara ai bambini si avvolgono nel tricolore in un gruppo laocoontico che fa il giro del pianeta. Orgoglio italiano in purezza, anche questa volta (come si usa dire per Jannik Sinner) la cicogna non è stata pigra e ha superato le Alpi. Ma al di là del destino, il pensiero corre al genio che ha plasmato questa squadra: Armin Zoeggeler, il cannibale, che vinse sei medaglie olimpiche e 57 gare e oggi è il ds guru di una nazionale senza rivali.
Senza i missili schutzen sugli slittini, la giornata sarebbe un pianto. Sulla pista Stelvio di Bormio si coglie per la prima volta un senso d’impotenza durante il SuperG che si trasforma in MiniG. Giovanni Franzoni è stanco e non riesce a spingere (6°), travolto anche dai brindisi e dagli elogi di un totem come Piero Gros, che prima della gara sottolinea: «Non parlare di sorpresa, ha un istinto da fuoriclasse». Come non detto, in compenso si candida per un’ospitata al festival di Sanremo.
Quanto agli altri, Christof Innerhofer (11º) e Mattia Casse (24°) non pervenuti. Ma il simbolo del momento storto è rappresentato dal destino di Dominik Paris, il più esperto di tutti, costretto al ritiro per una caduta da sciatore della domenica, tradito da un attacco regolato male che si sgancia alla minima pressione. «Quando lo sci è partito per la tangente ho tirato una bestemmia, si è rotto l’attacco oppure è difficile da capire», allarga le braccia Domme, con l’aria di chi non vede l’ora di regolare i conti con lo skiman, anche se in pubblico lo esenta da colpe.
Affondati gli azzurri non resta che ammirare il formidabile esercito svizzero, come da imperdibile saggio di John McPhee. Franjo Von Allmen vince anche qui, terza medaglia d’oro in cinque giorni: relega al terzo posto il connazionale Marco Odermatt - che sale sul podio con l’aria di chi ha perso gli amici e la corriera - e si candida a simbolo dell’Olimpiade. Non lascia scampo a nessuno; solo l’americano Ryan Cochran-Siegle (2º) gli arriva vicino. Franjo è il più elvetico di tutti. Arriva dalla valle della carne Simmenthal e celebra ogni successo facendo il gesto delle corna per salutare le sue mucche.
Azzurri male in SuperG e male nel Biathon, dove l’argentea Lisa Vittozzi sembra appagata e si perde nelle retrovie della 15 km sparando a casaccio. Va meglio Dorothea Wierer, la capofila italiana, che agguanta il quinto posto con una prova dignitosa nel giorno sbagliato («per noi donne una volta al mese é così»), non sufficiente ad impensierire la francese Julia Simon, al secondo oro consecutivo dopo quello in staffetta mista. Argento alla connazionale gentile e tatuatissima Lou Jeanmonnot, bronzo a sorpresa per la bulgara Lora Hristova, paradigma del rimpianto azzurro.
Nel Fondo si accende un caso dal nulla: due sciatrici sudcoreane vengono squalificate per l’uso di una sciolina-doping a base di fluoro, sostanza proibita dal Cio. È la prima volta che il doping viene rilevato non sulle atlete ma sui materiali con un eccesso di zelo fuori dal tempo. Sono anni che le nazionali più ricche e organizzate si portano appresso Tir con almeno un centinaio di diversi tipi di sciolina; la scienza è applicata in tutto e per tutto, sostenuta da investimenti milionari. Niente da fare, quell’unguento da dentifricio è proibito. Per la cronaca, le due non si sarebbe mai neppure avvicinate ai primi dieci.
Se martedì il gesto «umano» del giorno era stata la confessione sul podio del biathleta norvegese Sturla Lagreid («ho tradito la mia fidanzata e sono distrutto dal dolore»), oggi ha fatto emozionare tutti la dedica del pattinatore americano Maxim Naumov, che al termine della sua prova ha mostrato al pubblico del Forum di Milano la foto dei genitori ex campioni della stessa specialità, morti in una sciagura aerea un anno fa. «Mamma e papà, ho pattinato per voi, guardate cosa abbiamo fatto». Nel vedere quel ragazzo pattinare divinamente, guidato dal cielo, si sono commossi tutti.
Domani si torna in pista con donne speciali che hanno l’oro in testa: la mammina Francesca Lollobrigida nel Pattinaggio (5000 metri velocità), la regina Arianna Fontana nello sprint dello Short Track. Identica adrenalina sulle Tofane, dove le ragazze dello squadrone azzurro vanno a caccia di medaglie nel SuperG. Al cancelletto di partenza Federica Brignone, Laura Pirovano, Elena Curtoni e soprattutto Sofia Goggia che oggi ha ricevuto la visita di un portafortuna speciale, il presidente Sergio Mattarella. Molte speranze e un rischio meteo: è prevista nebbia. A Cortina siete pregati di soffiare.
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Ansa
Invece, per le nazioni partecipanti del programma Gcap, Gran Bretagna, Italia e Giappone, l’arrivo di Berlino, sempre che sia approvato e soprattutto ben definito dal Regno Unito come dal Giappone oltre che dall’Italia, avrebbe effetti differenti. Servirà valutare come inserire i tedeschi nella joint-venture trinazionale Edgewing che costruisce il Gcap e l’effetto a lungo termine sarebbe la maggiore suddivisione dei costi tra ogni Paese, certamente un vantaggio come l’accresciuto numero di aerei da costruire. Secondo: a breve termine aprirebbe la porta a più aziende coinvolte nel programma aumentando le possibilità di forniture da parte di piccole e medie imprese. Ma al tempo stesso incrementerebbe la concorrenza tra esse poiché queste, per partecipare alle commesse, sono valutate in termini di qualità, tempi e costi delle forniture. Risultato: le pmi italiane si troverebbero innanzi a più opportunità come a maggiore concorrenza e al tempo stesso anche a dover correre ancora più per ammodernarsi di quanto non facciano già oggi, per soddisfare i requisiti dettati da colossi dell’aerospazio come Bae System e Leonardo.
Airbus intanto sta riorganizzando la divisione Defence and Space con un piano di 2.500 tagli entro la metà dell’anno. A dare speranza per una positiva collaborazione con Berlino è anche il fatto che Regno Unito, Italia, Spagna e Germania già collaborano da quarant’anni nel consorzio Eurofighter Typhoon (BaeSystems 37,5%; Eads Deutschland 30%; Leonardo 19,5%; Eads-Casa 13%), tempo nel quale sono state affrontate e risolte le maggiori criticità apparse all’inizio dell’impresa. Soprattutto, con la Germania nel programma Gcap aumenterebbe la possibilità europea di raggiungere in tempi rapidi la tanto desiderata indipendenza tecnologica dagli Usa che oggi costringe la maggioranza dei Paesi Nato a comprare prodotti della difesa da Washington e tante piccole e medie imprese ad affrontare difficoltà nel reperimento di componenti qualificati per uso militare e aerospaziale. Un piccolo esempio: un semplice micro-interruttore o un connettore elettrico approvati per uso militare, quindi qualificati dal produttore per superare determinate prestazioni (come funzionare a temperature estreme, non essere affetti da corrosione, ecc.), compreso nei cataloghi di parti in standard Nato, con molta probabilità oggi proviene dagli Usa dove viene fornito attraverso i canali ufficiali per 300 dollari con un’attesa di due anni o per mille dollari in sei mesi. Questo sia per la forte domanda interna statunitense, sia per carenza di materie prime, sia per evidente opportunità ma anche per vetustà delle componenti stesse e mancanza di alternative, poiché ha caratteristiche definite al tempo della Guerra fredda e poco aggiornate. Così è arduo per una pmi garantire i tempi previsti senza perdere competitività rispetto a concorrenti inglesi o asiatiche. Moltiplicate l’esempio per le migliaia di parti e lavorazioni necessarie per costruire un caccia o un missile e si ottiene la dimensione della dipendenza tecnologica ancor prima di considerare l’intelligenza artificiale o altre innovazioni delle quali il Gcap sarà portatore. E che avranno grandi e utili ricadute anche in ambito civile.
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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