True
2022-12-02
Nata l’alleanza anti bando sulle auto a benzina
Lo stop alla vendita di motori termici entro il 2035 voluto dall’Ue non piace a molte regioni europee, che si stanno già adoperando per contrastarlo. Non è un caso, infatti, se a Lipsia in Germania, grande produttrice di automobili insieme con l’Italia, sta nascendo quella che può essere considerata una vera e propria alleanza delle regioni europee per affrontare e ridiscutere il blocco commerciale verso i motori termici.
Del resto, il tema delle auto elettriche è di grande interesse anche oltreoceano. Ieri il presidente americano Joe Biden e quello francese Emmanuel Macron si sono incontrati nello Studio Ovale a Washington e tra i temi di cui hanno discusso c’è anche quello dell’auto elettrica e degli incentivi all’acquisto di modelli a stelle e strisce.
Della futura alleanza europea contro la perdita delle competenze maturate coni motori termici fanno parte la Lombardia, i rappresentanti di Sassonia, Baden-Württemberg, Baviera, Sassonia-Anhalt e Saarland (per la Germania); di Valencia, Navarra, Andalusia e Castiglia e León (per la Spagna); di Trnava e Kosice (per la Slovacchia); di Grand Est, Borgogna-Francia-Coté (per la Francia) e sempre per l’Italia ci sono anche Piemonte, Abruzzo, Basilicata e Molise.
D’altronde, si tratta di un tema che la Lombardia sta seguendo da tempo, anche con azioni concrete. La speranza è infatti spingere l’Ue a cambiare idea sullo stop ai motori termici. Già lo scorso 29 marzo, grazie all’istituzione di un tavolo a Palazzo Lombardia, era stato definito un manifesto a favore della transizione del settore. Un documento inviato al governo nazionale, alla Conferenza delle Regioni e presentato alla Commissione europea. L’obiettivo era accompagnare con gradualità la transizione del settore automobilistico evitando bruschi crolli. Una filiera che in Lombardia conta oltre 1.000 aziende, 50.000 occupati e 20 miliardi di fatturato.
A Lipsia, alla costituzione dell’alleanza tra le varie regioni europee, c’era anche l’assessore allo Sviluppo economico lombardo Guido Guidesi che ha spiegato che «l’alleanza nata in terra tedesca non è un punto di arrivo, ma l’acquisizione di un nuovo strumento con cui rinforzare la strategia difensiva del settore automotive, non essendo più la nostra voce sola, ma un coro ben intonato. In particolare, chiediamo un meccanismo europeo a sostegno di una transizione giusta ed equa delle produzioni industriali del settore automotive, ben tenendo in considerazione gli effetti sui distretti produttivi nelle regioni», ha ribadito, «In particolare, corriamo tre grandi rischi. Il primo: le imprese della componentistica potrebbero non riuscire a convertirsi, con gli effetti che possiamo immaginare sull’occupazione in Lombardia, pensiamo anche solo alle piccole imprese a servizio dei grandi marchi. Il secondo rischio che intravediamo è che il mondo delle, costose, auto elettriche escluda una fetta importante di cittadini dalla possibilità di acquistare un’automobile. Il terzo è economico, strategico, produttivo e industriale, consegnando ad altri competitor extra europei un settore che abbiamo presidiato con non pochi sacrifici». «Come evitare questi rischi?», si domanda l’assessore lombardo, «Noi pensiamo che per raggiungere gli obiettivi ambientali che sono stati giustamente prefissati, su cui noi ci vogliamo sentire coinvolti e impegnati, per cui l’impatto zero delle auto in circolazione e l’impatto zero della produzione e del fine vita (altra situazione che tendo a sottolineare con forza), la soluzione sia la piena neutralità tecnologica, il fatto di poter dare continuità al motore endotermico attraverso l’utilizzo di nuovi carburanti eco compatibili che ci consentano di raggiungere l’impatto zero nella circolazione». «Attraverso la neutralità tecnologica», ha concluso Guidesi, «alla Lombardia sarebbe consentito di utilizzare tutto il know how di cui già dispone, cosicché si possano sviluppare nuove opportunità di lavoro e di crescita».
Concretamente, i membri dell’alleanza hanno stilato un decalogo in cui si cita anche l’importanza dei combustibili rinnovabili e a basso contenuto carbonico, oggi ancora sottovalutati a favore di una mobilità solamente elettrica.
L’idea potrebbe essere quella di creare delle regioni in cui la produzione di motori termici «sostenibili» sia ancora possibile. D’altronde, dell’alleanza fanno parte le più importanti regioni produttrici del settore dove nascono i prodotti di colossi come Mercedes, Bmw, Audi, Volkswagen, Skoda, Fiat e Alfa Romeo, solo per citarne alcuni. Marchi che portano posti di lavoro e un indotto da capogiro che difficilmente potrebbe trovare un’applicazione nel settore dei veicoli a batteria.
Proprio per trovare una strada comune che non renda inutilizzabili le competenze europee, l’Allenza nata a Lipsia propone l’introduzione di un traguardo intermedio al 2030 per valutare l’evoluzione delle tecnologie alternative disponibili, come sostenuto anche da Acea, l’Associazione europea costruttori di veicoli.
L’Europa vuole eliminare i monodose: «Così si penalizzano le imprese»
La deroga sulla taglia minima delle vongole nell’Adriatico è salva per altri tre anni, ma nel frattempo l’Ue avvia la sua rivoluzione sul packaging e sui rifiuti da imballaggio. La Commissione europea ha proposto un regolamento che prevede, in tempi di take away e consegne a domicilio, l’abolizione di imballaggi monouso in tutti quei settori che rientrano nell’Horeca, ossia hotel, ristoranti e caffè. Addio dunque alle bustine di zucchero nei locali e nelle strutture ricettive con il ritorno delle tradizionali zuccheriere su tavoli e banconi. Nel mirino anche tubetti, scatole e scatoline che contengono salse e altri condimenti, shampoo e bagnoschiuma. In particolare, non sarà più concesso effettuare «imballaggi monouso contenenti singole porzioni o porzioni, utilizzati per condimenti, conserve, salse, creme per il caffè, zucchero e condimenti, ad eccezione di tali imballaggi forniti insieme ad alimenti pronti da asporto destinati al consumo immediato senza necessità di ogni ulteriore preparazione».
Era il 2004 quando per motivi sanitari la Commissione vietò la somministrazione dello zucchero sfuso al bar, portando alla diffusione di zuccheriere dosatrici e di bustine. La zuccheriera allora era ritenuta poco igienica, ma ora l’Ue manda in pensione la bustina simbolo «dell’epoca usa e getta» per motivi ambientali. Infatti l’obiettivo del nuovo regolamento sul packaging, al vaglio dei governi nazionali e del Parlamento europeo con il secondo pacchetto sull’economia circolare, è ridurre i rifiuti da imballaggio e altri materiali inquinanti del 15% in ogni Stato membro nel prossimo ventennio. Standard ambiziosi per la nuova norma: entro il 2030 il 20% delle vendite di bevande da asporto dovrà essere servito in imballaggi riutilizzabili o usando i contenitori dei clienti, per arrivare all’80% nel 2040. Per farlo, si tornerebbe al riutilizzo dei contenitori e al vuoto a rendere, rischiando però di mandare in crisi le filiere del riciclo.
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha preannunciato «il no alla misura così com’è», in linea con Francia Grecia e Polonia, mentre per l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini «la Commissione Ue ha scelto la strada peggiore, quella che ci riporta indietro di decenni con buona pace di tutti i progressi tecnologici fatti finora e con danni gravi per migliaia di nostre imprese. Ci opporremo in tutte le sedi». Per Europen, l’associazione Ue del packaging, «la proposta rischia di andare contro gli obiettivi stessi del Green deal, riportando indietro le lancette dell’orologio del riciclo e compromettendo la funzionalità dei contenitori nel proteggere i prodotti». Secondo l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, industriale nel settore del packaging con la Seda, società che opera a livello internazionale nella produzione di imballaggi alimentari, il regolamento «sarebbe devastante per l’ambiente, per l’economia e per milioni di lavoratori», ed è «assolutamente contraddittorio con gli obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale che la stessa Commissione cerca di portare avanti. Solo populismo e demagogia».
La bocciatura è arrivata anche da Coldiretti e Filiera Italia: «La proposta, seppur condivisibile negli obiettivi di limitazione dei rifiuti, avrà effetti opposti e negativi sulla filiera produttiva europea e sui consumatori. Si tratta di norme che non premiano la filiera del packaging italiano e quelle aziende che in particolare hanno investito nei materiali tecnologicamente avanzati sostenibili e riciclabili», ha detto il presidente Coldiretti Ettore Prandini evidenziando «l’effetto negativo sui costi di produzione dell’intera filiera agroalimentare che rischia di riflettersi sui prezzi pagati dai consumatori». Mentre Luigi Scordamaglia ha sottolineato i «gravi problemi di sicurezza alimentare che potrebbero porsi».
Continua a leggereRiduci
Le regioni produttrici di veicoli di Germania, Spagna, Italia, Slovacchia e Francia si sono unite per chiedere una transizione lenta. Sul tavolo anche il progetto di istituire delle aree speciali dove sarà possibile continuare a costruire macchine con motori termici.La Commissione Ue studia nuove norme sugli imballaggi. Critiche di aziende e Stati.Lo speciale contiene due articoli.Lo stop alla vendita di motori termici entro il 2035 voluto dall’Ue non piace a molte regioni europee, che si stanno già adoperando per contrastarlo. Non è un caso, infatti, se a Lipsia in Germania, grande produttrice di automobili insieme con l’Italia, sta nascendo quella che può essere considerata una vera e propria alleanza delle regioni europee per affrontare e ridiscutere il blocco commerciale verso i motori termici. Del resto, il tema delle auto elettriche è di grande interesse anche oltreoceano. Ieri il presidente americano Joe Biden e quello francese Emmanuel Macron si sono incontrati nello Studio Ovale a Washington e tra i temi di cui hanno discusso c’è anche quello dell’auto elettrica e degli incentivi all’acquisto di modelli a stelle e strisce. Della futura alleanza europea contro la perdita delle competenze maturate coni motori termici fanno parte la Lombardia, i rappresentanti di Sassonia, Baden-Württemberg, Baviera, Sassonia-Anhalt e Saarland (per la Germania); di Valencia, Navarra, Andalusia e Castiglia e León (per la Spagna); di Trnava e Kosice (per la Slovacchia); di Grand Est, Borgogna-Francia-Coté (per la Francia) e sempre per l’Italia ci sono anche Piemonte, Abruzzo, Basilicata e Molise. D’altronde, si tratta di un tema che la Lombardia sta seguendo da tempo, anche con azioni concrete. La speranza è infatti spingere l’Ue a cambiare idea sullo stop ai motori termici. Già lo scorso 29 marzo, grazie all’istituzione di un tavolo a Palazzo Lombardia, era stato definito un manifesto a favore della transizione del settore. Un documento inviato al governo nazionale, alla Conferenza delle Regioni e presentato alla Commissione europea. L’obiettivo era accompagnare con gradualità la transizione del settore automobilistico evitando bruschi crolli. Una filiera che in Lombardia conta oltre 1.000 aziende, 50.000 occupati e 20 miliardi di fatturato.A Lipsia, alla costituzione dell’alleanza tra le varie regioni europee, c’era anche l’assessore allo Sviluppo economico lombardo Guido Guidesi che ha spiegato che «l’alleanza nata in terra tedesca non è un punto di arrivo, ma l’acquisizione di un nuovo strumento con cui rinforzare la strategia difensiva del settore automotive, non essendo più la nostra voce sola, ma un coro ben intonato. In particolare, chiediamo un meccanismo europeo a sostegno di una transizione giusta ed equa delle produzioni industriali del settore automotive, ben tenendo in considerazione gli effetti sui distretti produttivi nelle regioni», ha ribadito, «In particolare, corriamo tre grandi rischi. Il primo: le imprese della componentistica potrebbero non riuscire a convertirsi, con gli effetti che possiamo immaginare sull’occupazione in Lombardia, pensiamo anche solo alle piccole imprese a servizio dei grandi marchi. Il secondo rischio che intravediamo è che il mondo delle, costose, auto elettriche escluda una fetta importante di cittadini dalla possibilità di acquistare un’automobile. Il terzo è economico, strategico, produttivo e industriale, consegnando ad altri competitor extra europei un settore che abbiamo presidiato con non pochi sacrifici». «Come evitare questi rischi?», si domanda l’assessore lombardo, «Noi pensiamo che per raggiungere gli obiettivi ambientali che sono stati giustamente prefissati, su cui noi ci vogliamo sentire coinvolti e impegnati, per cui l’impatto zero delle auto in circolazione e l’impatto zero della produzione e del fine vita (altra situazione che tendo a sottolineare con forza), la soluzione sia la piena neutralità tecnologica, il fatto di poter dare continuità al motore endotermico attraverso l’utilizzo di nuovi carburanti eco compatibili che ci consentano di raggiungere l’impatto zero nella circolazione». «Attraverso la neutralità tecnologica», ha concluso Guidesi, «alla Lombardia sarebbe consentito di utilizzare tutto il know how di cui già dispone, cosicché si possano sviluppare nuove opportunità di lavoro e di crescita».Concretamente, i membri dell’alleanza hanno stilato un decalogo in cui si cita anche l’importanza dei combustibili rinnovabili e a basso contenuto carbonico, oggi ancora sottovalutati a favore di una mobilità solamente elettrica. L’idea potrebbe essere quella di creare delle regioni in cui la produzione di motori termici «sostenibili» sia ancora possibile. D’altronde, dell’alleanza fanno parte le più importanti regioni produttrici del settore dove nascono i prodotti di colossi come Mercedes, Bmw, Audi, Volkswagen, Skoda, Fiat e Alfa Romeo, solo per citarne alcuni. Marchi che portano posti di lavoro e un indotto da capogiro che difficilmente potrebbe trovare un’applicazione nel settore dei veicoli a batteria.Proprio per trovare una strada comune che non renda inutilizzabili le competenze europee, l’Allenza nata a Lipsia propone l’introduzione di un traguardo intermedio al 2030 per valutare l’evoluzione delle tecnologie alternative disponibili, come sostenuto anche da Acea, l’Associazione europea costruttori di veicoli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alleanza-anti-bando-auto-benzina-2658822096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuropa-vuole-eliminare-i-monodose-cosi-si-penalizzano-le-imprese" data-post-id="2658822096" data-published-at="1669979411" data-use-pagination="False"> L’Europa vuole eliminare i monodose: «Così si penalizzano le imprese» La deroga sulla taglia minima delle vongole nell’Adriatico è salva per altri tre anni, ma nel frattempo l’Ue avvia la sua rivoluzione sul packaging e sui rifiuti da imballaggio. La Commissione europea ha proposto un regolamento che prevede, in tempi di take away e consegne a domicilio, l’abolizione di imballaggi monouso in tutti quei settori che rientrano nell’Horeca, ossia hotel, ristoranti e caffè. Addio dunque alle bustine di zucchero nei locali e nelle strutture ricettive con il ritorno delle tradizionali zuccheriere su tavoli e banconi. Nel mirino anche tubetti, scatole e scatoline che contengono salse e altri condimenti, shampoo e bagnoschiuma. In particolare, non sarà più concesso effettuare «imballaggi monouso contenenti singole porzioni o porzioni, utilizzati per condimenti, conserve, salse, creme per il caffè, zucchero e condimenti, ad eccezione di tali imballaggi forniti insieme ad alimenti pronti da asporto destinati al consumo immediato senza necessità di ogni ulteriore preparazione». Era il 2004 quando per motivi sanitari la Commissione vietò la somministrazione dello zucchero sfuso al bar, portando alla diffusione di zuccheriere dosatrici e di bustine. La zuccheriera allora era ritenuta poco igienica, ma ora l’Ue manda in pensione la bustina simbolo «dell’epoca usa e getta» per motivi ambientali. Infatti l’obiettivo del nuovo regolamento sul packaging, al vaglio dei governi nazionali e del Parlamento europeo con il secondo pacchetto sull’economia circolare, è ridurre i rifiuti da imballaggio e altri materiali inquinanti del 15% in ogni Stato membro nel prossimo ventennio. Standard ambiziosi per la nuova norma: entro il 2030 il 20% delle vendite di bevande da asporto dovrà essere servito in imballaggi riutilizzabili o usando i contenitori dei clienti, per arrivare all’80% nel 2040. Per farlo, si tornerebbe al riutilizzo dei contenitori e al vuoto a rendere, rischiando però di mandare in crisi le filiere del riciclo. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha preannunciato «il no alla misura così com’è», in linea con Francia Grecia e Polonia, mentre per l’europarlamentare di Fdi Nicola Procaccini «la Commissione Ue ha scelto la strada peggiore, quella che ci riporta indietro di decenni con buona pace di tutti i progressi tecnologici fatti finora e con danni gravi per migliaia di nostre imprese. Ci opporremo in tutte le sedi». Per Europen, l’associazione Ue del packaging, «la proposta rischia di andare contro gli obiettivi stessi del Green deal, riportando indietro le lancette dell’orologio del riciclo e compromettendo la funzionalità dei contenitori nel proteggere i prodotti». Secondo l’ex presidente di Confindustria Antonio D’Amato, industriale nel settore del packaging con la Seda, società che opera a livello internazionale nella produzione di imballaggi alimentari, il regolamento «sarebbe devastante per l’ambiente, per l’economia e per milioni di lavoratori», ed è «assolutamente contraddittorio con gli obiettivi di riduzione dell’impatto ambientale che la stessa Commissione cerca di portare avanti. Solo populismo e demagogia». La bocciatura è arrivata anche da Coldiretti e Filiera Italia: «La proposta, seppur condivisibile negli obiettivi di limitazione dei rifiuti, avrà effetti opposti e negativi sulla filiera produttiva europea e sui consumatori. Si tratta di norme che non premiano la filiera del packaging italiano e quelle aziende che in particolare hanno investito nei materiali tecnologicamente avanzati sostenibili e riciclabili», ha detto il presidente Coldiretti Ettore Prandini evidenziando «l’effetto negativo sui costi di produzione dell’intera filiera agroalimentare che rischia di riflettersi sui prezzi pagati dai consumatori». Mentre Luigi Scordamaglia ha sottolineato i «gravi problemi di sicurezza alimentare che potrebbero porsi».
Ansa
Una questione di grande importanza per la vita della nazione, una riforma di cui si parla da decenni e che fino a pochi mesi fa era sostanzialmente condivisa da due terzi delle forze politiche, si è trovata a risentire necessariamente dell’attuale fase - ancora novecentesca ma già sovrapposta alle dinamiche della nuova comunicazione politica - che identifica l’obiettivo comunicativo da conseguire con le strategie dedicate a convincere il proprio elettorato ad andare a votare. Si tratta della nota polarizzazione, un meccanismo circolare che si affida ai temi più estremi e divisivi per creare una reazione «di rabbia» e mobilitare l’elettorato di protesta a scapito di quello più riflessivo, meccanismo che nel suo dipanarsi crea le condizioni affinché l’elettorato sia sempre più polarizzato, protestatario, ideologico e sempre più in grado di respingere l’elettorato indeciso verso l’astensione. Si può spiegare con questa specifica dinamica la necessità per il fronte del No di impostare la campagna contro la persona di Giorgia Meloni ed esacerbando i toni all’estremo al fine di riaprire una battaglia elettorale che per mesi si stabilizzava su un rapporto di 60 a 40 per il Sì. Allo stesso modo si può leggere il paradossale messaggio che è servito al fronte del No per aprire ufficialmente la fase finale della sua campagna elettorale: con l’affluenza bassa vinciamo noi. Il paradosso in base al quale bisogna dire di andare a votare ma senza che gli altri se ne accorgano in realtà implica un tentativo più sottile: approfittare dell’endemico impulso, presente soprattutto nell’elettorato di destra, di punire la propria parte quando è al governo perché non è mai all’altezza delle aspettative. Si tratta di un utilizzo delle componenti emotive e irrazionali ben noto nelle tecniche della comunicazione politica anche se - a dire il vero - molto spesso sembra inspiegabilmente sottovalutato da chi al governo compie scelte per contenuti e tempistiche francamente sbalorditive.
Nella continua rincorsa a motivare un elettorato arrabbiato per definizione si sono registrati sia argomenti disconnessi da ogni relazione con la materia del referendum - col tipico gusto dei racconti guareschiani e con l’unico intento di saturare i media - sia l’uso retorico di affermazioni del tipo: «Se vince il Sì in pericolo le vite delle persone», «A rischio donne e gay», fino alle incredibili minacce pubbliche di «fare i conti dopo». Dopodiché sono comparsi i novecenteschi cortei del sabato pomeriggio, dalla scarsa partecipazione ma dai contenuti affidati alle frange più estreme, che non si sono sottratte all’utilizzo dell’armamentario primordiale più bieco. Dal rogo della Meloni in effigie, alla decapitazione del suo manichino, sino alla rappresentazione della stessa in modi e forme che non ci si aspetterebbe da chi ha dedicato la propria vita alla «lotta al body shaming e al maschilismo tossico», sono comparse le tecniche comunicative più tribali con un preciso scopo: riuscire a raffigurare e utilizzare messaggi di ostilità e odio al massimo grado, facendosi scudo del contesto carnascialesco e delegittimando ogni critica con il classico argomento passivo-aggressivo dello «scherzo».
Nulla di nuovo, anzi moltissimo di già visto, a ulteriore riprova che le narrazioni basate su «tossicità» e «patriarcato» sono meri strumenti di dominio nel contesto sociale e non certo riferimenti a vere emergenze. Vedremo quale sarà il risultato del referendum, ma fin da ora possiamo fare due considerazioni: la prima sulla spaccatura ideologica interna al Pd, la quale, se è vero che non avrà ripercussioni preoccupanti sulla tenuta elettorale, ne avrà senza dubbio all’interno della classe dirigente e sulle dinamiche del campo largo; la seconda sulla distanza tra la comunicazione politica che abbiamo visto all’opera negli ultimi giorni e il futuro basato sul ruolo dei social come terreno di impostazione dei temi, su smantellamento e sostituzione delle agenzie di validazione novecentesche e, come già sta accadendo in previsione delle elezioni di midterm negli Stati Uniti, sull’utilizzo dell’Ia per superare il concetto di «elettorato di massa». Certo, la strutturazione di messaggi di propaganda politica personalizzati e per un pubblico sempre più identificato implicherà anche nuove enormi possibilità di controllo e «guida» dell’opinione pubblica, ma se non altro non possiamo certo dire di provenire da una radiosa condizione in cui tale «guida» non fosse già presente.
Continua a leggereRiduci
Fabio Lattanzi (Getty Images)
Determinante è stata la cena da Johnny di venerdì sera con il mio amico Claudio Lotito. L’assenza dei tifosi allo stadio non lo preoccupa, l’ha liquidata con questa lapidaria affermazione: «Il proprietario sono io». Romano, l’autista di Claudio, gli porta il cellulare e il presidente fa riferimento a un dibattito in Molise: il tema è il referendum, il problema è che non trova un sostenitore del No. Mi propongo. Lui, dal gentil carattere, mi guarda e mi aggredisce, dicendo: «Non solo sei romanista, voti pure No». «Sono indeciso», rispondo, «ascolto i sostenitori del Sì e propendo per il No, ascolto i sostenitori del No e propendo per il Sì. Da una parte si scomoda la famiglia nel bosco e il problema dell’immigrazione, dall’altra si afferma che è in pericolo lo stato di diritto». «Non esageriamo», afferma Claudio, «nessun pericolo per la democrazia, nessun pericolo per la separazione dei poteri e soprattutto nessuno pericolo per l’autonomia dei giudici».
Ribatto che le carriere sono già separate e chiedo qual è l’utilità di questa riforma. Lui afferma che questa riforma completa un cammino, recidendo definitivamente il cordone ombelicale che unisce giudici e pubblici ministeri. «È una riforma», insiste, «che dà più potere ai giudici e che, separandoli dai pm, li fa apparire imparziali. Il nostro Paese ha necessità di giudici autorevoli, che non solo siano imparziali, ma che appaiano tali e godano della fiducia della comunità». Non posso che dargli ragione, non posso non condividere il fatto che la fiducia nei giudici è scemata e che il pm è diventato la star del processo penale. Continua e afferma che giudici e pm devono rimanere autonomi, non controllati dalla politica, devono autogovernarsi, ma i pm devono governare i pm e i giudici devono governare i giudici, e che la riforma prevede due organi di autogoverno autonomi dalla politica e soprattutto autonomi gli uni dagli altri. Non posso che condividere, i giudici non devono, come invece avviene con il sistema attuale, essere controllati dai pm; la carriera dei giudici non può dipendere dai pm, poiché in questo modo si compromette l’imparzialità.
Claudio afferma, infine, che votando Sì vi è una speranza, mentre votando No si conferma un sistema che non funziona. Anche su questo ha ragione, mi stupisce e dubito sia lui. Non si può negare che nel nostro Paese la giustizia penale costituisca un problema. I cittadini non hanno fiducia nella giustizia e nei giudici. La mancanza di fiducia incide negativamente pure sull’economia del Paese. Gli investitori fuggono. La certezza del diritto, la certezza delle decisioni sono chimere, regna l’incertezza. I processi non si sa quando inizino, non si sa quando finiscano e se finiscano. La riforma costituzionale sicuramente non risolverà il problema della giustizia penale, ma potrebbe essere un buon inizio.
È una riforma che posiziona il giudice al centro del processo, legittimandolo, responsabilizzandolo, valutandolo in base al lavoro effettuato e non all’appartenenza a una corrente. Certo, come qualunque riforma, va sostenuta non criticando i giudici, non delegittimandoli, ma rispettandoli e fornendogli gli strumenti per lavorare al meglio. Votando Sì, pertanto, si ha una speranza, siglando il No quella speranza si spegne e si conferma lo status quo.
È indubbio che nel nostro Paese la giustizia penale, se non l’intero sistema giustizia, non funzioni e che solo il Sì ci dia la speranza che possa cambiare, e difficilmente in peggio, mentre il No ci condannerebbe a convivere con una giustizia delegittimata, che è uno dei mali peggiori di uno Stato democratico. Claudio, che sta aggredendo un piatto di frutta, mi ha quasi convinto. «Certo», sottolineo, «sarebbe stato preferibile non ricorrere al giudizio popolare e trovare una maggioranza qualificata in Parlamento». Infatti, se, al posto delle sterili contrapposizioni ideologiche e delle modifiche a colpi di maggioranza, si fosse favorito un ampio dibattito, oggi, probabilmente, avremmo una legge migliore.
L’auspicio, però, a questo punto, è che vinca il Sì e che si lavori tutti insieme perché questa riforma produca effetti positivi, con l’obiettivo di consegnare al Paese una giustizia migliore e di non ripetere l’errore del passato di cadere nella contrapposizione ideologica. Guardo Claudio e gli dico che, incredulo, devo ammettere che mi ha convinto. Lui si alza soddisfatto e, con il sorriso in volto, afferma: «Vai a pagare. Adesso ti ho convinto a votare Sì, ma alla prossima cena ti faccio diventare della Lazio».
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Ansa)
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.
Continua a leggereRiduci
Stretto di Hormuz bloccato, gli alleati si sfilano sulle scorte. Magistrati contro il governo. Poi Cuba, Oscar e il centenario di Jerry Lewis.