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2021-07-05
Allarme materie prime. Ripresa economica a rischio
È bastato un tweet del big dell'auto elettrica, Elon Musk, per gettare un'ombra sulla ripresa economica mondiale. L'uscita dalla crisi avrà un costo altissimo che per alcuni Paesi. E non è detto che non si lasci addirittura dietro una scia di aziende morte. «I prezzi aumentano per la pressione dei costi della catena di approvvigionamento in tutta l'industria. Soprattutto delle materie prime», ha scritto il patron di Tesla. Bloomberg gli ha fatto eco titolando in modo allarmistico: «L'economia mondiale è improvvisamente a corto di tutto».
Colossi dell'auto che si fermano mettendo i dipendenti in cassa integrazione, fabbriche di elettrodomestici che ritardano le consegne, cantieri che marciano al rallentatore, nuove commesse che saltano, vecchi ordinativi rinviati. Perfino Apple, che ha un'efficiente gestione della catena produttiva in grado di lanciare simultaneamente i suoi prodotti in tutto il mondo, si sarebbe trovata in difficoltà. Cosa sta succedendo? Ecco le parole di Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild, colosso delle costruzioni di grandi opere, in una recente intervista: «C'è il rischio che si fermino i cantieri proprio nel momento in cui devono essere avviati». È un rischio legato alle materie prime, diventate improvvisamente introvabili e costosissime.
Mancano rame, ferro, acciaio, semiconduttori, plastica, le preziose terre rare fondamentali per la tecnologia. Ma anche legname, cartone per imballaggi, e poi mais, caffè, frumento, soia. Nessun comparto produttivo è risparmiato dalla carestia di materiali e prodotti essenziali. Per capire come si è arrivati a questo dobbiamo tornare al lockdown, quando i valori delle materie prime sono crollati del 20-30% per il blocco generalizzato delle imprese. La Cina, che è stata la prima a uscire dalla pandemia, ha approfittato del crollo dei prezzi per fare scorte in anticipo sul resto del mondo. Così le imprese degli altri Paesi, abituate a fare poco magazzino, si sono trovate a secco di materie prime quando l'economia ha ripreso a marciare.
A questa miopia strategica si è sommata la speculazione. Le commodity, prezzate in dollari, sono diventate un investimento profittevole per chi le acquista in euro. Infine, come se non bastasse, è arrivata una chicca normativa. L'Organizzazione marittima internazionale ha imposto a tutte le navi di abbassare la quota di zolfo nell'olio combustibile: da gennaio 2020 si è passati dal 3,5% allo 0,5%. Molte navi container sono state rottamate, altre riconvertite, e il costo è stato scaricato sui prezzi. Il trasporto di merci per mare è decollato in un anno di oltre il 600%, come rileva il Dry Baltic index, l'indice che sintetizza gli oneri di nolo marittimo. La somma di questi fattori ha mandato in tilt il mercato globale. E parafrasando quello che dice Salini, nel momento in cui l'economia potrebbe decollare manca il carburante.
Per un Paese trasformatore come l'Italia, che è uscito da settori strategici come la chimica e l'acciaio e che deve importare quasi tutto, il problema è serio. Soprattutto se vengono a mancare le materie prime fondamentali per la transizione green e digitale che per il governo di Mario Draghi, in linea con l'Europa, sono i pilastri della ripresa economica. Parliamo di rame, litio, silicio, cobalto, terre rare, nickel, stagno, zinco, indispensabili nel sistema produttivo sostenibile. L'International energy agency ha stimato che la domanda di minerali per veicoli elettrici a batteria crescerà almeno di 30 volte entro il 2040. I prezzi di litio e cobalto, componenti vitali in molti prodotti (cellulari, monitor, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, come pure per il settore militare con radar e laser), sono schizzati a livelli mai visti.
Il costo delle materie prime rappresenta il 50-70% del valore totale delle batterie al litio. Il cobalto è aumentato del 40% solo nel 2021. Lo stagno, usato per le microsaldature nel settore elettronico, ha avuto un incremento del 133% e il rame del 115%. Il rodio, una «terra rara» usata per le marmitte catalitiche, ha avuto un rincaro del 447% mentre il neodimio, essenziale per produrre super-magneti per i sistemi di illuminazione e l'industria plastica, del 74%. Alcuni metalli come l'indio e il gallio sono necessari anche per la produzione di semiconduttori, cardine del mondo tecnologico.
Per capire la situazione critica in cui si trova l'Europa, basta pensare che i tre maggiori produttori di litio, cobalto e terre rare controllano i tre quarti della produzione mondiale. Dal Congo arriva il 70% della produzione mondiale di cobalto, da Australia e Cile circa il 73% di litio e dalla Cina il 60% delle terre rare. Pechino ha un posizione di assoluto dominio, non solo per far fronte alla produzione domestica ma anche perché è riuscita a garantirsi i diritti di estrazione nei Paesi ricchi di risorse. La Cina ha un ruolo di preminenza pure nella lavorazione e raffinazione. Il 98% delle terre rare importate dall'Europa vengono da là.
L'Unione Europea sta cercando di aumentare la propria autonomia sviluppando il riciclo dei materiali e definendo partnership con Paesi produttori in Africa. Inoltre sono state costituite l'Alleanza delle materie prime e l'European battery alliance per la produzione di batterie per i veicoli elettrici. A questa partecipano 12 Stati tra cui l'Italia con l'obiettivo di smarcarsi dal dominio cinese e sostenere le industrie europee nel processo di transizione energetica. Il nostro Paese è impegnato con 12 imprese e due centri di ricerca.
Ma in Italia ci sono anche metalli preziosi come l'antimonio in Toscana e il titanio in Liguria. In un convegno nel 2013, l'allora responsabile per le materie prime nella Commissione europea, Mattia Pellegrini, riferendosi all'Italia diceva: «Abbiamo una cassaforte piena di ricchezza sepolta nel terreno e non la tiriamo fuori. Si tratta dei più grandi bacini europei e i secondi a livello mondiale di antimonio e titanio, elementi chiave in ambito tecnologico, che non vengono estratti ma anzi importati dall'estero».
Da allora la situazione non è cambiata. L'Italia continua a importare ciò che possiede. Il perché è il fuoco di sbarramento ecologista che pur di non trivellare le nostre terre, preferisce ignorare i sistemi di estrazione fortemente inquinanti in Paesi africani o asiatici e i danni all'ambiente, oltre agli alti costi, del trasporto di tali materie prime. Bisogna chiedersi per quanto tempo ancora riusciremo a chiudere gli occhi di fronte a questa contraddizione.
«Abbiamo i soldi del Recovery e le richieste con il 110%, ma le imprese sono al palo»

Gabriele Buia (Ansa)
Carenze di materie prime, ritardi nelle consegne e forte rialzo dei prezzi stanno provocando effetti gravi sul settore delle costruzioni e rischiano di compromettere la ripresa economica post pandemia. «Ci troviamo nella assurda situazione di avere fondi a disposizione grazie al Piano di ripresa e resilienza e una legislazione fiscalmente favorevole con il super bonus del 110%, ma di non poter far fronte alla domanda per mancanza di materiali. I cantieri si stanno fermando e le imprese rischiano di chiudere. Il governo deve intervenire». Gabriele Buia, presidente dell'Ance, l'associazione che riunisce le imprese di costruzione, lancia l'allarme: «Da mesi stiamo segnalando al governo la preoccupante situazione che si è creata».
Che accade nel settore delle costruzioni?
«Le faccio un esempio. L'acciaio scarseggia e quel poco che si trova ha prezzi insostenibili. Solo a maggio il ferro acciaio tondo per cemento armato ha avuto un rincaro, rispetto al mese precedente, del 15,4%. Da novembre 2020 fino a giugno il rincaro è del 230%. Incrementi eccezionali nei prezzi si riscontrano anche in Germania con un +84,8% e in Francia con +81,8%. E le previsioni per i prossimi mesi indicano che l'ondata rialzista continuerà. Il fenomeno non riguarda solo i prodotti siderurgici, ma anche altri materiali primari per l'edilizia come i polietileni, aumentati di oltre il 120% tra novembre 2020 e maggio 2021, il rame balzato del 47% e il bitume del 21,9%».
È in atto una forte speculazione, è chiaro. Chi c'è dietro? Chi ci sta guadagnando?
«Paesi come la Cina e gli Stati Uniti hanno fatto incetta di materie prime come rame, silicio, ferro in vista della ripartenza dell'economia, che ora utilizzano lasciando al resto del mercato una quota minima e facendo alzare i prezzi. Nei due Paesi c'è stato un improvviso incremento della domanda del settore delle costruzioni. Questo rimbalzo ha innescato un effetto al rialzo sul prezzo delle materie prime e di tutta la filiera mondiale dell'acciaio. Bisogna ricordare che la Cina rappresenta il 50% della produzione e del consumo mondiale di acciaio e, in particolare, le costruzioni in questo Paese ne assorbono il 40%. Il tutto si inserisce in un contesto di mercato anomalo a seguito della crisi pandemica, caratterizzato da una scarsità di offerta dovuta alle ripetute chiusure industriali e commerciali».
L'Italia sconta anche la mancanza di produzione.
«È il nostro tallone d'Achille. Anche in Germania i prezzi sono aumentati, ma calmierati dalla produzione interna. L'Italia invece è carente di materie prime ed è costretta a importarle. Per l'acciaio l'Ilva sottoproduce. Stiamo diventando un Paese di servizi più che di produzione e subiamo maggiormente le speculazioni».
È un paradosso: arrivano le risorse finanziare per spingere la ripresa ma mancano le materie prime da utilizzare.
«Proprio così. Ci sono i soldi, gli enti locali pianificano e aumentano gli investimenti per le opere pubbliche, ma le aziende non sanno come farvi fronte per mancanza di materiali. Anche le attrezzature scarseggiano, a partire dai ponteggi. E per i contratti stipulati in passato non possiamo aggiornare i prezzi nonostante l'impennata del costo dei materiali da costruzione».
C'è il rischio che tante aziende pur di lavorare falliscano?
«I contratti vengono stipulati in anticipo di mesi o anni. Sia nelle opere pubbliche sia nel mercato privato, le clausole contrattuali non ammettono la revisione prezzi. Aumenti così eccezionali non possono essere ricondotti al rischio d'impresa e non si può pensare che siano sostenuti solo dalle aziende. Dovrebbe intervenire il governo».
Il governo? In che modo?
«Abbiamo chiesto una norma per ammortizzare le oscillazioni di prezzi dei materiali in base a un monitoraggio trimestrale. Se gli aumenti sono superiori all'8% i committenti dovrebbero intervenire con compensazioni alle imprese, viceversa se i prezzi sono in diminuzione sarà l'impresa a restituire. Anche il bonus del 110% sulle ristrutturazioni va modificato».
Anche se sta funzionando?
«Il periodo di attuazione è limitato alla fine del 2022 per i condomini. Si sta creando un collo di bottiglia perché c'è una corsa alle ristrutturazioni in quanto non è chiaro se ci sarà una proroga. E anche qui le imprese edili sono in difficoltà. È fondamentale allungare la scadenza degli incentivi per diluire l'effetto domanda. Anche perché si aggiunge un problema nei trasporti».
Di che tipo?
«I tempi delle forniture si allungano. Alcune materie prime hanno consegne di qui a sei mesi e il ritardo si ripercuote inevitabilmente sui tempi della consegna del lavoro e quindi sugli obblighi contrattuali che in queste condizioni non potranno essere rispettati e non certo per colpa delle imprese. La conseguenza è un rincaro anche nei trasporti. Il costo di un container dalla Cina fino a qualche mese fa era pari a circa 1.500 dollari: ora è salito a 8.000. Attorno alle materie prime si è creata una spirale di prezzi che sembra inarrestabile e rischia di compromettere il rimbalzo dell'economia».
«L’Italia dipende troppo dalle altre potenze»

Achille Fornasini (YouTube)
«Il vero problema è che l'Europa e soprattutto il nostro Paese dipendono troppo dagli altri. Abbiamo perso settori importanti e oggi paghiamo le conseguenze di politiche industriali sbagliate. Il risultato è che la ripresa economica sarà onerosa». Achille Fornasini è professore di analisi tecnica dei mercati finanziari all'Università di Brescia e collabora con l'ufficio studi di Anima Confindustria sull'analisi economica e finanziaria delle materie prime a livello globale.
Quali settori merceologici risentiranno maggiormente dell'aumento dei prezzi delle materie prime?
«L'effetto più dirompente si sta avendo e si avrà sulle piccole e medie imprese manifatturiere che operano nel campo dell'edilizia e delle costruzioni, ma anche nei comparti della meccanica e del legno. In questi settori si rischia la continuità aziendale a causa delle forniture negate dai grossisti, dell'esaurimento delle scorte e dei tempi di consegna lunghissimi».
Come mai l'Europa non è stata veloce a prevedere che la Cina avrebbe fatto incetta di materie prime?
«La Cina ha approfittato del lockdown globale per accaparrarsi non solo le materie prime per accompagnare la ripresa, ma anche abbondanti scorte strategiche. Un'azione ben orientata da uno Stato consapevole e lungimirante nel quale le decisioni non devono fare i conti né con le insipienze di governi ancora alle prese con la pandemia, né tanto meno con euroburocrazie troppo lontane dalle esigenze delle imprese».
Come si può uscire da questa spirale rialzista dei prezzi?
«L'aumento dei prezzi è alimentato dalla domanda innescata dalle strategie di politica industriale dei nuovi Paesi emergenti, dall'incremento del petrolio, indispensabile fonte energetica per la produzione di molte materie prime, e dal boom dei noli mercantili, decuplicati in un solo anno. La situazione è del tutto inedita e pertanto mancano riferimenti storici che possano aiutare nell'individuare le modalità di uscita dalla spirale rialzista. Nessuna autorità sovranazionale è in grado di intervenire per attenuare la tensione. Se ne uscirà quando la logistica internazionale tornerà fluida e quando, con gradualità, le aziende manifatturiere, prese in contropiede dal Covid-19, avranno ricostituito i magazzini per troppo tempo gestiti con logiche just-in-time».
Quali sono le previsioni per i prossimi mesi?
«Le prospettive non possono che essere articolate. Per alcuni metalli si profila la persistenza di prezzi alti a causa della loro scarsa disponibilità e del gap ormai conclamato tra produzione e consumo: è il caso del rame e dello stagno, per esempio. Ciò significa che è destinato a continuare l'impatto su cash flow e marginalità delle imprese impegnate nella trasformazione di metalli non ferrosi e di semilavorati d'acciaio. Tenuto conto di quanto sta avvenendo sui mercati internazionali, si può invece presumere che prezzi dei polimeri e del legno siano destinati a flettere. Decisive, infine, saranno le decisioni dell'Opec riguardo al greggio, che dovrebbe tuttavia assestarsi intorno agli 80 dollari al barile».
C'è il rischio di compromettere la ripresa economica?
«L'economia industriale, che si pensava ormai soppiantata da quella digitale, in uscita dalla pandemia è tornata protagonista e si trova ora alle prese con due minacce: il boom dei prezzi delle materie prime e i rincari straordinari dei costi di trasporto. Ma il vero problema è che l'Europa e soprattutto il nostro Paese dipendono troppo dagli altri. Abbiamo perso gran parte della chimica e dell'acciaio, che un tempo ci consentivano persino di essere esportatori. Oggi paghiamo le conseguenze della perdita di quella centralità e restare agganciati alla ripresa economica sarà certamente molto più oneroso».
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Mancano rame, ferro, acciaio, semiconduttori, plastica e terre rare: durante il lungo lockdown, la Cina ha fatto man bassa a prezzi stracciati. Anche i costi di trasporto sono schizzati alle stelle.Gabriele Buia, presidente dell'Ance, l'associazione che riunisce le imprese di costruzione, lancia l'allarme: «Da mesi stiamo segnalando al governo la preoccupante situazione che si è creata».Il docente e analista Achille Fornasini: «Il rilancio economico sarà oneroso. Non avremmo dovuto privarci di chimica e acciaio».Lo speciale contiene tre articoli.È bastato un tweet del big dell'auto elettrica, Elon Musk, per gettare un'ombra sulla ripresa economica mondiale. L'uscita dalla crisi avrà un costo altissimo che per alcuni Paesi. E non è detto che non si lasci addirittura dietro una scia di aziende morte. «I prezzi aumentano per la pressione dei costi della catena di approvvigionamento in tutta l'industria. Soprattutto delle materie prime», ha scritto il patron di Tesla. Bloomberg gli ha fatto eco titolando in modo allarmistico: «L'economia mondiale è improvvisamente a corto di tutto». Colossi dell'auto che si fermano mettendo i dipendenti in cassa integrazione, fabbriche di elettrodomestici che ritardano le consegne, cantieri che marciano al rallentatore, nuove commesse che saltano, vecchi ordinativi rinviati. Perfino Apple, che ha un'efficiente gestione della catena produttiva in grado di lanciare simultaneamente i suoi prodotti in tutto il mondo, si sarebbe trovata in difficoltà. Cosa sta succedendo? Ecco le parole di Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild, colosso delle costruzioni di grandi opere, in una recente intervista: «C'è il rischio che si fermino i cantieri proprio nel momento in cui devono essere avviati». È un rischio legato alle materie prime, diventate improvvisamente introvabili e costosissime. Mancano rame, ferro, acciaio, semiconduttori, plastica, le preziose terre rare fondamentali per la tecnologia. Ma anche legname, cartone per imballaggi, e poi mais, caffè, frumento, soia. Nessun comparto produttivo è risparmiato dalla carestia di materiali e prodotti essenziali. Per capire come si è arrivati a questo dobbiamo tornare al lockdown, quando i valori delle materie prime sono crollati del 20-30% per il blocco generalizzato delle imprese. La Cina, che è stata la prima a uscire dalla pandemia, ha approfittato del crollo dei prezzi per fare scorte in anticipo sul resto del mondo. Così le imprese degli altri Paesi, abituate a fare poco magazzino, si sono trovate a secco di materie prime quando l'economia ha ripreso a marciare. A questa miopia strategica si è sommata la speculazione. Le commodity, prezzate in dollari, sono diventate un investimento profittevole per chi le acquista in euro. Infine, come se non bastasse, è arrivata una chicca normativa. L'Organizzazione marittima internazionale ha imposto a tutte le navi di abbassare la quota di zolfo nell'olio combustibile: da gennaio 2020 si è passati dal 3,5% allo 0,5%. Molte navi container sono state rottamate, altre riconvertite, e il costo è stato scaricato sui prezzi. Il trasporto di merci per mare è decollato in un anno di oltre il 600%, come rileva il Dry Baltic index, l'indice che sintetizza gli oneri di nolo marittimo. La somma di questi fattori ha mandato in tilt il mercato globale. E parafrasando quello che dice Salini, nel momento in cui l'economia potrebbe decollare manca il carburante. Per un Paese trasformatore come l'Italia, che è uscito da settori strategici come la chimica e l'acciaio e che deve importare quasi tutto, il problema è serio. Soprattutto se vengono a mancare le materie prime fondamentali per la transizione green e digitale che per il governo di Mario Draghi, in linea con l'Europa, sono i pilastri della ripresa economica. Parliamo di rame, litio, silicio, cobalto, terre rare, nickel, stagno, zinco, indispensabili nel sistema produttivo sostenibile. L'International energy agency ha stimato che la domanda di minerali per veicoli elettrici a batteria crescerà almeno di 30 volte entro il 2040. I prezzi di litio e cobalto, componenti vitali in molti prodotti (cellulari, monitor, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici, come pure per il settore militare con radar e laser), sono schizzati a livelli mai visti. Il costo delle materie prime rappresenta il 50-70% del valore totale delle batterie al litio. Il cobalto è aumentato del 40% solo nel 2021. Lo stagno, usato per le microsaldature nel settore elettronico, ha avuto un incremento del 133% e il rame del 115%. Il rodio, una «terra rara» usata per le marmitte catalitiche, ha avuto un rincaro del 447% mentre il neodimio, essenziale per produrre super-magneti per i sistemi di illuminazione e l'industria plastica, del 74%. Alcuni metalli come l'indio e il gallio sono necessari anche per la produzione di semiconduttori, cardine del mondo tecnologico. Per capire la situazione critica in cui si trova l'Europa, basta pensare che i tre maggiori produttori di litio, cobalto e terre rare controllano i tre quarti della produzione mondiale. Dal Congo arriva il 70% della produzione mondiale di cobalto, da Australia e Cile circa il 73% di litio e dalla Cina il 60% delle terre rare. Pechino ha un posizione di assoluto dominio, non solo per far fronte alla produzione domestica ma anche perché è riuscita a garantirsi i diritti di estrazione nei Paesi ricchi di risorse. La Cina ha un ruolo di preminenza pure nella lavorazione e raffinazione. Il 98% delle terre rare importate dall'Europa vengono da là. L'Unione Europea sta cercando di aumentare la propria autonomia sviluppando il riciclo dei materiali e definendo partnership con Paesi produttori in Africa. Inoltre sono state costituite l'Alleanza delle materie prime e l'European battery alliance per la produzione di batterie per i veicoli elettrici. A questa partecipano 12 Stati tra cui l'Italia con l'obiettivo di smarcarsi dal dominio cinese e sostenere le industrie europee nel processo di transizione energetica. Il nostro Paese è impegnato con 12 imprese e due centri di ricerca. Ma in Italia ci sono anche metalli preziosi come l'antimonio in Toscana e il titanio in Liguria. In un convegno nel 2013, l'allora responsabile per le materie prime nella Commissione europea, Mattia Pellegrini, riferendosi all'Italia diceva: «Abbiamo una cassaforte piena di ricchezza sepolta nel terreno e non la tiriamo fuori. Si tratta dei più grandi bacini europei e i secondi a livello mondiale di antimonio e titanio, elementi chiave in ambito tecnologico, che non vengono estratti ma anzi importati dall'estero». Da allora la situazione non è cambiata. L'Italia continua a importare ciò che possiede. Il perché è il fuoco di sbarramento ecologista che pur di non trivellare le nostre terre, preferisce ignorare i sistemi di estrazione fortemente inquinanti in Paesi africani o asiatici e i danni all'ambiente, oltre agli alti costi, del trasporto di tali materie prime. 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I cantieri si stanno fermando e le imprese rischiano di chiudere. Il governo deve intervenire». Gabriele Buia, presidente dell'Ance, l'associazione che riunisce le imprese di costruzione, lancia l'allarme: «Da mesi stiamo segnalando al governo la preoccupante situazione che si è creata». Che accade nel settore delle costruzioni? «Le faccio un esempio. L'acciaio scarseggia e quel poco che si trova ha prezzi insostenibili. Solo a maggio il ferro acciaio tondo per cemento armato ha avuto un rincaro, rispetto al mese precedente, del 15,4%. Da novembre 2020 fino a giugno il rincaro è del 230%. Incrementi eccezionali nei prezzi si riscontrano anche in Germania con un +84,8% e in Francia con +81,8%. E le previsioni per i prossimi mesi indicano che l'ondata rialzista continuerà. Il fenomeno non riguarda solo i prodotti siderurgici, ma anche altri materiali primari per l'edilizia come i polietileni, aumentati di oltre il 120% tra novembre 2020 e maggio 2021, il rame balzato del 47% e il bitume del 21,9%». È in atto una forte speculazione, è chiaro. Chi c'è dietro? Chi ci sta guadagnando? «Paesi come la Cina e gli Stati Uniti hanno fatto incetta di materie prime come rame, silicio, ferro in vista della ripartenza dell'economia, che ora utilizzano lasciando al resto del mercato una quota minima e facendo alzare i prezzi. Nei due Paesi c'è stato un improvviso incremento della domanda del settore delle costruzioni. Questo rimbalzo ha innescato un effetto al rialzo sul prezzo delle materie prime e di tutta la filiera mondiale dell'acciaio. Bisogna ricordare che la Cina rappresenta il 50% della produzione e del consumo mondiale di acciaio e, in particolare, le costruzioni in questo Paese ne assorbono il 40%. Il tutto si inserisce in un contesto di mercato anomalo a seguito della crisi pandemica, caratterizzato da una scarsità di offerta dovuta alle ripetute chiusure industriali e commerciali». L'Italia sconta anche la mancanza di produzione. «È il nostro tallone d'Achille. Anche in Germania i prezzi sono aumentati, ma calmierati dalla produzione interna. L'Italia invece è carente di materie prime ed è costretta a importarle. Per l'acciaio l'Ilva sottoproduce. Stiamo diventando un Paese di servizi più che di produzione e subiamo maggiormente le speculazioni». È un paradosso: arrivano le risorse finanziare per spingere la ripresa ma mancano le materie prime da utilizzare. «Proprio così. Ci sono i soldi, gli enti locali pianificano e aumentano gli investimenti per le opere pubbliche, ma le aziende non sanno come farvi fronte per mancanza di materiali. Anche le attrezzature scarseggiano, a partire dai ponteggi. E per i contratti stipulati in passato non possiamo aggiornare i prezzi nonostante l'impennata del costo dei materiali da costruzione». C'è il rischio che tante aziende pur di lavorare falliscano? «I contratti vengono stipulati in anticipo di mesi o anni. Sia nelle opere pubbliche sia nel mercato privato, le clausole contrattuali non ammettono la revisione prezzi. Aumenti così eccezionali non possono essere ricondotti al rischio d'impresa e non si può pensare che siano sostenuti solo dalle aziende. Dovrebbe intervenire il governo». Il governo? In che modo? «Abbiamo chiesto una norma per ammortizzare le oscillazioni di prezzi dei materiali in base a un monitoraggio trimestrale. Se gli aumenti sono superiori all'8% i committenti dovrebbero intervenire con compensazioni alle imprese, viceversa se i prezzi sono in diminuzione sarà l'impresa a restituire. Anche il bonus del 110% sulle ristrutturazioni va modificato». Anche se sta funzionando? «Il periodo di attuazione è limitato alla fine del 2022 per i condomini. Si sta creando un collo di bottiglia perché c'è una corsa alle ristrutturazioni in quanto non è chiaro se ci sarà una proroga. E anche qui le imprese edili sono in difficoltà. È fondamentale allungare la scadenza degli incentivi per diluire l'effetto domanda. Anche perché si aggiunge un problema nei trasporti». Di che tipo? «I tempi delle forniture si allungano. Alcune materie prime hanno consegne di qui a sei mesi e il ritardo si ripercuote inevitabilmente sui tempi della consegna del lavoro e quindi sugli obblighi contrattuali che in queste condizioni non potranno essere rispettati e non certo per colpa delle imprese. La conseguenza è un rincaro anche nei trasporti. Il costo di un container dalla Cina fino a qualche mese fa era pari a circa 1.500 dollari: ora è salito a 8.000. Attorno alle materie prime si è creata una spirale di prezzi che sembra inarrestabile e rischia di compromettere il rimbalzo dell'economia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/allarme-materie-prime-ripresa-rischio-2653671406.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="litalia-dipende-troppo-dalle-altre-potenze" data-post-id="2653671406" data-published-at="1625411706" data-use-pagination="False"> «L’Italia dipende troppo dalle altre potenze» Achille Fornasini (YouTube) «Il vero problema è che l'Europa e soprattutto il nostro Paese dipendono troppo dagli altri. Abbiamo perso settori importanti e oggi paghiamo le conseguenze di politiche industriali sbagliate. Il risultato è che la ripresa economica sarà onerosa». Achille Fornasini è professore di analisi tecnica dei mercati finanziari all'Università di Brescia e collabora con l'ufficio studi di Anima Confindustria sull'analisi economica e finanziaria delle materie prime a livello globale. Quali settori merceologici risentiranno maggiormente dell'aumento dei prezzi delle materie prime? «L'effetto più dirompente si sta avendo e si avrà sulle piccole e medie imprese manifatturiere che operano nel campo dell'edilizia e delle costruzioni, ma anche nei comparti della meccanica e del legno. In questi settori si rischia la continuità aziendale a causa delle forniture negate dai grossisti, dell'esaurimento delle scorte e dei tempi di consegna lunghissimi». Come mai l'Europa non è stata veloce a prevedere che la Cina avrebbe fatto incetta di materie prime? «La Cina ha approfittato del lockdown globale per accaparrarsi non solo le materie prime per accompagnare la ripresa, ma anche abbondanti scorte strategiche. Un'azione ben orientata da uno Stato consapevole e lungimirante nel quale le decisioni non devono fare i conti né con le insipienze di governi ancora alle prese con la pandemia, né tanto meno con euroburocrazie troppo lontane dalle esigenze delle imprese». Come si può uscire da questa spirale rialzista dei prezzi? «L'aumento dei prezzi è alimentato dalla domanda innescata dalle strategie di politica industriale dei nuovi Paesi emergenti, dall'incremento del petrolio, indispensabile fonte energetica per la produzione di molte materie prime, e dal boom dei noli mercantili, decuplicati in un solo anno. La situazione è del tutto inedita e pertanto mancano riferimenti storici che possano aiutare nell'individuare le modalità di uscita dalla spirale rialzista. Nessuna autorità sovranazionale è in grado di intervenire per attenuare la tensione. Se ne uscirà quando la logistica internazionale tornerà fluida e quando, con gradualità, le aziende manifatturiere, prese in contropiede dal Covid-19, avranno ricostituito i magazzini per troppo tempo gestiti con logiche just-in-time». Quali sono le previsioni per i prossimi mesi? «Le prospettive non possono che essere articolate. Per alcuni metalli si profila la persistenza di prezzi alti a causa della loro scarsa disponibilità e del gap ormai conclamato tra produzione e consumo: è il caso del rame e dello stagno, per esempio. Ciò significa che è destinato a continuare l'impatto su cash flow e marginalità delle imprese impegnate nella trasformazione di metalli non ferrosi e di semilavorati d'acciaio. Tenuto conto di quanto sta avvenendo sui mercati internazionali, si può invece presumere che prezzi dei polimeri e del legno siano destinati a flettere. Decisive, infine, saranno le decisioni dell'Opec riguardo al greggio, che dovrebbe tuttavia assestarsi intorno agli 80 dollari al barile». C'è il rischio di compromettere la ripresa economica? «L'economia industriale, che si pensava ormai soppiantata da quella digitale, in uscita dalla pandemia è tornata protagonista e si trova ora alle prese con due minacce: il boom dei prezzi delle materie prime e i rincari straordinari dei costi di trasporto. Ma il vero problema è che l'Europa e soprattutto il nostro Paese dipendono troppo dagli altri. Abbiamo perso gran parte della chimica e dell'acciaio, che un tempo ci consentivano persino di essere esportatori. Oggi paghiamo le conseguenze della perdita di quella centralità e restare agganciati alla ripresa economica sarà certamente molto più oneroso».
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Divulgare contenuti scientifici rilevanti con un linguaggio accessibile e chiaro che risponda all'esigenza di approfondimento su istanze fondamentali per la nostra salute, dalla prevenzione alle innovazioni terapeutiche sino a fenomeni sociali che meritano un nuovo approccio. Questo è l'obiettivo di Valore Medico, testata dedicata ai professionisti e alle eccellenze della sanità: promuovere le gestioni virtuose, stimolare il dialogo e il confronto tra i principali attori del sistema sanitario italiano.
Le sfide della sanità
In un periodo di grande trasformazione del Servizio sanitario nazionale, è il ministro della Salute Orazio Schillaci a indicare la strada scelta dal Governo per affrontare le sfide della sanità italiana: l'integrazione tra ospedali di riferimento nazionale e la medicina territoriale; la valorizzazione dei professionisti sanitari; la digitalizzazione e la prevenzione. «Un cambio vero di paradigma, perché non più un sistema che cura la malattia quando si è già manifestata ma uno Stato che investe sulla salute prima che diventi emergenza», afferma il ministro. In quest'ottica, è in fase di avvio nel nostro Paese uno screening nazionale, sistematico e gratuito, per individuare in maniera precoce il diabete tipo 1 (DT1) e la celiachia (MC) nella popolazione pediatrica. Con la legge 103/2023, di cui il primo firmatario è stato il vicepresidente della Camera dei Deputati, Giorgio Mulè, l'Italia si è dotata – prima al mondo – di un avanzato modello di prevenzione, che potrà essere replicato nella gestione di altre patologie. Un ruolo fondamentale nel traghettare il Ssn verso la transizione digitale lo svolge l'Agenzia Nazionale per i Servizi sanitari regionali (Agenas) guidata da Massimiliano Fedriga, Agenzia che opera in stretta collaborazione con il ministero della Salute, le Regioni e le Province Autonome. A sua volta, l’Istituto Superiore di sanità detta il passo dell’innovazione sanitaria con un impatto in termini di contributi scientifici cinque volte superiore alla media nazionale, come ricorda il presidente Rocco Ballantone, illustrando i binari su cui si muove attivamente l'Iss, dalle malattie rare all'Active aging. Marcello Cattani, numero uno di Farmindustria, indica le priorità per l'industria farmaceutica, così come Fabio Faltoni, presidente di Confindustria Dispositivi Medici.
Principes
Il progresso medico scientifico è frutto delle costanti innovazioni tecnologiche, ma anche della caparbietà e delle capacità di scienziati, luminari, specialisti di ogni campo, di cui Valore Medico delinea i traguardi, le scoperte, le cure più avanzate. Luigi Bonavina, tra i massimi esperti mondiali delle patologie dell’esofago, ripercorre le tappe salienti della sua carriera e i futuri obiettivi. Con lo sguardo ancora rivolto ai giovani feriti di Crans-Montana. Giuseppe Perniciaro, direttore della struttura IRCCS-AOM di Genova (certificata dall’EBA) ricostruisce il percorso terapeutico cui sono sottoposti i grandi ustionati, sottolineando l'importanza strategica dei Centri Ustionati e della gestione di un disastro di massa come quello avuto nel locale svizzero. Pietro Gentile, una delle eccellenze internazionali nell'ambito della chirurgia plastica ricostruttiva, spiega come la tecnica del lipofilling venga impiegata con successo anche nel trattamento delle cicatrici post-ustione. Antonino di Pietro, direttore scientifico dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano, descrive l'evoluzione della dermatologia, sempre più rigenerativa. Luigi Naldi aggiorna sui progressi compiuti in materia di dermatoepidemiologia, psoriasi, malattie infiammatorie cutanee e oncologia dermatologica.
Il disagio giovanile e i disturbi alimentari
Fenomeni preoccupanti come quello del disagio giovanile e dei disturbi alimentari vengono affrontati da Valore Medico con un approccio che permette di sviscerare questi temi da molteplici punti di vista, sempre autorevoli. Simona Abate, dirigente psicologa presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Sant’Andrea di Roma, e lo neuropsichiatra infantile Daniele Poggioli inquadrano le fragilità di bambini e adolescenti, vittime di pressioni sociali, solitudine e ansia da prestazione. Giovanni Battista Camerini, neuropsichiatra infantile recentemente entrato a far parte dell’Osservatorio Nazionale contro il Bullismo, analizza le radici di questo fenomeno, reso ancora più insidioso dalla cassa di risonanza digitale dei social media. Marco Crepaldi, presidente Associazione Hikikomori Italia, approfondisce il doloroso tema dell'isolamento giovanile, tra sensibilizzazione dell'opinione pubblica e sostegno alle famiglie. Occorre capire il malessere delle nuove generazioni per trovare nuove strade di prevenzione e supporto. Alberto Parabiaghi, psichiatra e ricercatore presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, indica le possibili strategie da potenziare per sostenere la salute mentale degli adolescenti e ridurre i comportamenti a rischio. Il sociologo Adriano De Blasi si sofferma sull'importante contributo dell'educatore professionale al reinserimento sociale e al miglioramento della qualità della vita dei giovani. I disturbi alimentari (Dca) sono spesso legati a dinamiche psicologiche profonde e a pressioni sociali sempre più forti. Valore Medico indaga il tema con lo psichiatra e psicoanalista Leonardo Mendolicchio, fondatore di Food for Mind, rete nazionale per la cura di questi disturbi; Fabiola De Clerq, presidente della Fondazione ABA (Associazione Bulimia Anoressia) e Rina Giuseppa Russo, psichiatra e direttore sanitario di Villa Miralago, struttura residenziale accreditata dedicata proprio al trattamento riabilitativo dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
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Villa Cortine Palace
Sull’estrema propaggine arborea della penisola di Sirmione, fu il dono d’amore alla moglie tubercolotica del conte Von Koseritz, ministro del ducato germanico di Anhalt durante l’occupazione austriaca del Lombardo-Veneto. L’anima romantica della dimora vivacizza dal 1898 la compostezza neoclassica con l’armonia lussureggiante di un parco secolare di cinque ettari di conifere, palme, cipressi, cedri, rose e specchi d’acqua che riflettono il lago e il suo guardiano, il Monte Baldo. Un balsamo di bellezza che protegge l’anima e ricostituisce il fisico, ne era certo tanto il nobile proprietario tedesco, quanto il general manager Giacomo Grossi, che fa tesoro di questo «lusso intimo, personalizzato, autentico, contenuto e intriso di territorio».
La connotazione storica, l’importante presenza dell’enogastronomia e la connessione con il tessuto locale sono le cifre di affiliazione a R&c: «Lavoriamo sui dettagli che cesellano un soggiorno di valore a tutti i livelli dell’albergo e promuoviamo l’interazione con il circondario in modo naturale, dall’universo delle cantine locali, fonte della ricchezza culturale vitivinicola dell’area, al vivere il lago dalla barca», spiega il general manager. Nessuna innovazione roboante, dunque, ma radicamento alla verità locale senza forzature. Come Mina in sottofondo durante il pranzo al sole al Molo grill, sul pontile privato. O le note del pianoforte, che ritmavano le danze delle dame sul lucido marmo rosso veronese nelle soirées aristocratiche, e oggi allietano i brindisi sulle terrazze che riflettono la tavolozza delle onde e del cielo. I cocktail ispirati ai venti del lago e ai colori delle vetrate liberty del Koseritz var & vistrot sono «Ora», mix di gin, zafferano locale, sciroppo di miele, limone e Ferrari Perlé, e «Peler» all’olio del Garda. La premura nutre i desideri culinari degli ospiti nel salone verandato del ristorante Le Gardenie, riletto con grazia moderna dallo studio d’architettura Paterlini. Assomiglia a un museo dalla classicità solida ma ariosa, dove il taglio della luce scolpisce le proporzioni delle teste in gesso, a richiamo delle statue esterne, in dialogo con specchi e tavoli. Chef Mattia Bartoli impiatta la tradizionale pasta fresca e i prodotti di terra e lago con qualche goccia di mare. Gustare i tagliolini all’astice con lime e santoreggia e assistere alla preparazione al tavolo dei classici flambé, come la crêpe suzette all’arancia, significa vivere l’eleganza rituale dell’hôtellerie, scevra di formalità.
Giorno e notte, i protagonisti di affreschi, sculture, leggende e fontane di foggia toscana, come il Dio Nettuno e la personificazione del Monte Baldo, copia dal Colosso dell’Appennino del Giambologna, sussurrano allo staff le intenzioni degli ospiti. Desiderio comune è non interrompere l’idillio tra le mura dell’antica roccaforte romana - il nome Cortine deriva dalle Cortes a difesa della domus del I secolo a.C - prima di recarsi all’Opera, a una colazione veronese con gli attori o a bordo del motoscafo Riva per ammirare i profili scaligeri, le sequenze calcaree e la passeggiata delle Muse fino alle Grotte di Catullo; esperienze organizzate dalla struttura.
Adagiarsi nella contemplazione in un complesso artistico monumentale, che ospita anche un mulino medievale ad acqua in attività, è il vanto dell’albergo. Insieme al piacere di indugiare sul design che riverisce lo stile artigianale italiano, già di per sé un’esperienza culturale: mobili intarsiati, marmi venati policromi, chandelier veneziani, salotti rivestiti in prezioso raso dorato e velluto blu, parati Dedar e stampe degli elementi della villa sono i tesori delle suite recentemente rinfrescate. Info: www.relaischateaux.com.
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Robert Carsen
Parigi, 17 luglio 1794. Il Terrore regna, ma 16 donne che si lasciano decapitare senza un lamento levano il fiato alla folla accorsa per godersi l’ennesima esecuzione offerta dalla Rivoluzione francese. E continuano a interrogare il mondo dell’opera, che però, dal 1997, ha trovato una regia di riferimento. È quella del canadese Robert Carsen (classe 1954) che martedì 31 marzo, per la prima volta, la porterà al Regio di Torino, il teatro reduce dal trionfo del Macbeth di Giuseppe Verdi diretto da Riccardo Muti. Questa volta toccherà alla bacchetta franco-canadese di Yves Abel, mentre nel cast brilla il ritorno del soprano russo Ekaterina Bakanova (repliche fino al 12 aprile). «Per me è come se quella scena riaccadesse in questo momento», ci confida il regista durante una pausa. «È un lavoro del 1957, ma lo guardo come se fosse stato appena scritto. Il mio compito è far rivivere lo choc originale, non esporre un reperto da museo».
Il libretto è tratto dall’omonimo testo postumo di Georges Bernanos, inizialmente pensato per il cinema e a sua volta ispirato da L’ultima al patibolo di Gertrud von Le Fort. Lei da cosa iniziò a lavorare quasi 30 anni fa?
«Indagare sulla genesi è il primo passo. Cerco sempre le motivazioni profonde di chi ha scritto il testo e il background personale e storico di chi ha composto la musica. Poi però provo a dimenticare tutto. È l’unico modo per costruire un ponte tra l’opera e il pubblico del nostro tempo».
Dopo il successo degli esordi, Dialogues des carmélites finì nell’ombra, affossata dalla nomea di pagina «reazionaria», sia per il tema, sia per il linguaggio musicale che andava in direzione contraria alle avanguardie.
«Non ho mai pensato che fosse reazionaria, anzi fui io a farmi avanti con Pierre Audi quando guidava la Dutch National Opera di Amsterdam. È un’opera sulla fede, non c’è dubbio, ma non è necessario provenire dalla tradizione cristiano-cattolica per apprezzarla. Parla a tutti: a un islamico, a un ebreo, a un ateo... E ci conduce in un viaggio profondo nel travaglio interiore di Poulenc. Oltre alla strada accidentata che dovette percorrere per portare a termine questo lavoro, il compositore parigino affrontò una lotta durissima tra ciò in cui credeva e l’amore per il suo compagno, poi colpito da una terribile malattia che lo avrebbe condotto alla morte. Tutto questo scatenò nel compositore una crisi violenta che lo portò a identificarsi con la figura di Blanche».
La più piccola e indifesa delle martiri di Compiègne, l’unico personaggio di fantasia della vicenda. È lei l’«ultima al patibolo», Bianca dell’Agonia di Gesù, che prima fugge davanti al pericolo e poi, inaspettatamente, si presenta al cospetto del boia. Ogni volta che vede riaccadere questo sacrificio riesce a trovarne il senso?
«Blanche modifica la traiettoria della sua vita unendosi alle sorelle che stanno trasformando la loro esecuzione in un’offerta a Dio, per la Chiesa e per la Francia. È una scelta toccante anche per me. Dopo un’esistenza passata a scappare, qualcosa in lei cambia nel profondo».
Cosa intende dire?
«La Chiesa, che fino a quel momento era stata il suo rifugio dai pericoli, diventa il posto meno sicuro al mondo. Eppure in essa alla fine trova misteriosamente un luogo di pace. Senza la fede tutto questo non sarebbe spiegabile. Per quanto mi riguarda, mi ripeto spesso una domanda: perché andiamo a teatro a vedere delle persone che muoiono di continuo?».
Che risposta si dà?
«Ci aiuta a riflettere sulle nostre stesse vite, nelle quali è già implicita una condanna. La gioia dell’esistenza sta nel fatto che sicuramente ci verrà strappata. Non possiamo farci nulla, ma le esperienze altrui ci donano conforto».
Una testimonianza di fede riesce ancora a dire qualcosa all’uomo contemporaneo?
«Fede e santità, non dimentichiamoci che papa Francesco nel 2024 ha canonizzato le carmelitane scalze di Compiègne. Io credo che l’arte - in ogni sua forma - sia ciò che di divino abita nel nostro animo. Grazie a essa possiamo diventare parte di quel fiume di creatività che ci ha preceduto. Quella dell’uomo, in questo senso, è una sorta di meta-creazione. Parlando di Dialoghi delle carmelitane, amo l’idea di un’opera che non si concentri su emozioni di portata colossale, ma che sia più sottile».
Mi spieghi meglio.
«Il convenzionale elemento dell’amore erotico, che contraddistingue tutto il teatro musicale, per una volta è del tutto assente. C’è l’agape, l’amore per Dio, per la comunità e per il prossimo, ma non l’eros. Eppure Poulenc riesce a forgiare una forma musicale di straordinaria intensità passionale per indagare questi dialoghi e questi conflitti. Dai disaccordi nella famiglia di Blanche, alle prese con una giovane terrorizzata dalla realtà, alla comunità di suore dove convivono sensibilità diverse, fino alla totale incomprensione della folla e dei rivoluzionari nei confronti di questa esperienza religiosa, che viene annientata per rimuovere ogni traccia dell’ancien régime. Trovo che la struttura sia assolutamente moderna».
Le sue scelte registiche partono da qui?
«L’opera è analitica, sobria, astratta. Ho capito fin da subito che serviva una rappresentazione “a vista”, senza elementi scenografici che salgono e scendono, o che scorrono dentro e fuori dal palcoscenico. L’altro intento che avevo a cuore in questo allestimento è stato quello di rifuggire ogni forma di teatralità fine a sé stessa».
In scena non si vedono simboli religiosi.
«L’iconografia tipica di una chiesa o di un convento, se viene trasposta sul palco, perde la sua essenza e si riduce a elemento scenico. Non volevo nulla che potesse interferire con la manifestazione autentica e concreta della fede di queste sorelle: la loro dedizione a Dio, al lavoro e alla preghiera. È questo l’aspetto fondamentale che il pubblico deve percepire, cercando di condividere, almeno per un istante, l’esperienza di questa comunità».
C’è un passaggio del libretto che secondo lei è illuminante per capire tutto il resto?
«Bernanos mette in dialogo Constance e Blanche. La prima ha un approccio alla vita gioioso, quasi ingenuo nella sua semplicità, ma che possiede al contempo una visione affascinante. È lei a chiedersi se la morte della Madre superiora sia avvenuta affinché qualcun altro potesse affrontare una fine più serena».
Bianca non capisce.
«All’inizio ne rimane profondamente inorridita, non comprende come si possa morire per gli altri. Eppure Constance le sta indicando ciò che Gesù Cristo ha fatto per l’umanità».
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Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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