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2020-08-26
Allarme in Calabria, Campania e Sardegna per i nuovi contagiati
Ansa
La Sicilia resta l'avamposto della guerra estiva - anche se, a onor del vero, il tema non è stagionale - sui flussi di migranti che hanno ripreso, copiosi, a riversarsi sulle nostre coste. Le notizie si rincorrono minuto dopo minuto, e l'equilibrio delle forze in campo rende impossibile un pronostico su chi vincerà. I più esposti restano però le istituzioni di prossimità che da un lato devono seguire le disposizioni nazionali e dall'altro provare a frenare l'insofferenza della cittadinanza. A dispetto delle posizioni politiche, la corsa alla dichiarazione tocca però un po' tutti. Come dimostra il caso del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, sui 62 migranti positivi al Covid-19, fino a ieri ospitati nell'hotspot cittadino, finalmente trasferiti ad altra sede. «La mia preoccupazione è stata sempre indirizzata verso questo particolare aspetto del problema immigrazione non certamente verso la politica dell'accoglienza, che continua ad essere una delle scelte etiche fondamentali per questa amministrazione», si è giustificato il sindaco. Che però ha dovuto ammettere: «Tutto ciò non significa che non esistano problemi nella gestione dei flussi migratori e ribadisco la necessità che il presidente Conte dia la massima priorità alla questione, coinvolgendo il governo nella sua interezza, prendendo visione diretta delle difficoltà esistenti nei Comuni interessati dal fenomeno, magari ascoltando i sindaci e le autorità locali che hanno una visione diretta e completa del problema».
Nelle ultime 48 ore, i casi di migranti risultati positivi al Covid sono stati 58, tutti di stanza a Lampedusa. La criticità è però nazionale: in Sardegna, ad esempio, otto migranti sono stati dichiarati infetti. In Calabria (nel Cara di Crotone) ce ne sono altri 4. Altri 4 sono a Napoli, ricoverati presso il Covid hospital del Loreto mare. Per un totale di 16 nuovi contagiati nella giornata di ieri. Fin qui quelli che vengono visitati e messi in quarantena. Ma ce ne sono tanti altri – uomini e donne –, a rischio contagio o addirittura già infetti, che sono scappati dai centri di accoglienza e che tuttora sfuggono alle maglie dei controlli. E non solo a Sud. Sono infatti più di cento i migranti rintracciati da domenica a ieri dalla polizia di frontiera sul Carso triestino, vicino al confine con la Slovenia. Si tratta per lo più di persone provenienti dall'Afghanistan e dal Pakistan e che sono giunte in Italia attraverso la rotta balcanica. Tra di loro anche alcuni minorenni e nuclei famigliari, originari questi ultimi della Siria e dell'Iraq. Lunedì le forze dell'ordine hanno rintracciato più di 40 migranti mentre a piedi camminavano verso la città, ieri mattina altri 21. Domenica erano stati intercettati oltre 40. Dopo le operazioni di fotosegnalamento, per loro è previsto un periodo di quarantena. Restando a nord-est, c'è anche da segnalare la dura presa di posizione del sindaco di Tolmezzo (Udine) Francesco Brollo contro l'ipotesi di «ospitare la quarantena dei cittadini extracomunitari sul nostro territorio» come paventato dal prefetto. «Lo Stato negli anni ha tolto a Tolmezzo alcuni presidi fondamentali per il tessuto cittadino come le caserme, il tribunale e la procura della Repubblica, la sede della polstrada, il tutto per meri scopi di centralizzazione, impoverendo il territorio carnico. Ciò ha contribuito, oltre a una riduzione dei servizi, al calo demografico». Per questo, ha concluso il primo cittadino, «affermiamo convintamente la nostra contrarietà».
Ma torniamo alla Sicilia. E a un problema che non tarderà ad esplodere nelle prossime ore. Ovvero quello della nave Sea Watch4 che, c'è da scommettere, farà rotta sull'Italia dopo aver raccolto oltre 200 migranti nelle ultime 48 ore. «Senza assetti ong in mare anche loro sarebbero morte, come le oltre 100 vittime dei 4 naufragi documentati da Alarm phone, che ha raccolto le testimonianze dei superstiti (“Stavamo annegando, c'era fuoco ovunque")», scrive l'organizzazione non governativa su Twitter. La nave della ong tedesca ha soccorso ieri circa 100 migranti, 50 miglia a nord della costa libica: 30 erano in ipotermia, altri intossicati dal carburante. A bordo della Sea Watch ci sono altre 104 persone (tra cui 9 bambini) soccorse in gran parte lunedì. Tutte sono assistite dal team di Sea Watch e da quello di Medici senza Frontiere. Nella settimana tra il 13 e il 20 agosto ci sono stati quattro naufragi documentati da Alarm Phone al largo della Libia invece. Complessivamente, scrive su Twitter lo stesso servizio telefonico diventato punto di riferimento per i migranti che tentano la traversata nel Mediterraneo, 900 persone su 14 barche hanno chiamato Alarm phone: cento sono state respinte in Libia, 540 sono giunte in Europa, oltre cento sono morte o disperse e «il destino di 160 persone è sconosciuto».
Intanto, solo oggi la nave-quarantena Aurelia potrebbe riuscire ad attraccare nel porto di Lampedusa. Da lunedì è infatti in rada davanti all'isola per il forte vento. L'operazione servirà all'imbarco di una parte dei migranti ospitati nell'hotspot di contrada Imbriacola. Come annunciato dalla Prefettura di Agrigento, la priorità di imbarco verrà data agli attuali positivi al Covid-19. Di fatto si libererà il padiglione dove queste persone vengono tenute in isolamento.
Infine, spazio ai 63 ex dipendenti del Cara di Mineo, da tempo sgomberato, a cui in questi giorni termineranno gli ammortizzatori sociali. «In questi giorni registriamo una “pioggia di no" alla proposta di riattivazione del Cara di Mineo», hanno scritto in una lettera aperta. «Tuttavia nessuna soluzione viene offerta al problema accoglienza, ma inutilmente cresce solo il conflitto tra le istituzioni. Ovviamente noi abbiamo proposto la “riapertura in sicurezza", sapendo che comunque in qualche luogo i migranti dovranno trascorrere la loro quarantena e il Cara di Mineo si può organizzare, anche frazionare, e presidiare bene, tutelando la salute dei cittadini».
Lo strano blackout del contatore del Viminale per gli ultimi sbarchi
Un giallo vero e proprio ha caratterizzato la giornata di ieri sul fronte degli sbarchi di immigrati sulle coste italiane. Il dato relativo agli sbarchi viene pubblicato ogni giorno sul cosiddetto «cruscotto del Viminale», ovvero una apposita sezione del sito del ministero dell'Interno, dove i numeri vengono comparati con quelli dello scorso anno. Ieri, però, il cruscotto risultava fuori uso: «Per un problema tecnico al sistema informatico», si leggeva sul sito del Viminale, «non è possibile l'aggiornamento quotidiano dei dati relativi agli sbarchi sul territorio nazionale. Appena possibile i dati saranno nuovamente disponibile on line». La rilevazione era ferma allo scorso 21 agosto. Un guasto proprio a questa così importante sezione del sito del ministero dell'Interno, e proprio in questo periodo? A pensare male si fa peccato ma quasi sempre si indovina, diceva Giulio Andreotti, e così la Lega è andata all'attacco: «Mentre infuria la polemica con la Regione Siciliana», hanno sottolineato i deputati del Carroccio Nicola Molteni e Stefano Candiani, «e perfino i sindaci isolani di Pd e M5s non vogliono gli sbarchi, il sito del Viminale ha smesso di aggiornare i dati degli arrivi degli immigrati, fermi a venerdì 21 agosto. È l'ennesima inefficienza di un governo allo sbando o c'è qualcosa da nascondere?».
«Il governo», ha rincarato la dose il leader della Lega, Matteo Salvini, «non è neppure in grado di aggiornare i dati sugli sbarchi e di risolvere un presunto problema informatico al sito del Viminale, figuriamoci se riuscirà a gestire l'immigrazione o a risollevare il paese. Incapaci di ribattere con le idee e terrorizzati dalle urne, cercano di fermarmi con la magistratura sperando nel Palamara di turno: oggi Italia viva mi ha denunciato», ha aggiunto Salvini, «perché sostengo le ragioni della Sicilia stufa dei clandestini, e Conte-Pd-5Stelle-Renzi mi manderanno a processo il 3 ottobre perché ho difeso l'Italia. Pericolosi e incapaci: per sistemare il sito del Viminale chiamino Casaleggio».
Una stoccata al veleno, quella di Salvini: fatto sta che dopo le insistenti proteste dei leghisti, in serata il sito è tornato a funzionare. I numeri: fino a ieri, gli sbarchi di immigrati in Italia nel 2020 sono stati la bellezza di 17.504, rispetto ai 4.826 dello stesso periodo del 2019. In sostanza, con i giallorossi al governo, gli sbarchi si sono quadruplicati: un dato imbarazzante, che la dice lunga sulle politiche lassiste e senza alcun tipo di buon senso che Giuseppi Conte, Luciana Lamorgese e compagnia accogliente stanno portando avanti. Una situazione insostenibile, tanto più che l'emergenza coronavirus dovrebbe suggerire atteggiamenti ben più responsabili.
«3.487 sbarchi dall'inizio di agosto a oggi», incalza Salvini, «contro i 1.268 dell'agosto 2019 (con la Lega al governo). Dopo più di quattro giorni e solo grazie alle richieste della Lega, il governo riesce ad aggiornare i dati sull'immigrazione che erano fermi a venerdì mattina. L'invasione continua: 17.504 arrivi nel 2020 contro i 4.826 dell'anno scorso. Conte-Pd-5Stelle-Renzi», argomenta Salvini, «faticano perfino a fare delle somme elementari, come potranno far ripartire la scuola, risolvere il dramma economico di famiglie e imprese o gestire l'immigrazione?».
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Oggi (forse) la nave-quarantena potrà attraccare a Lampedusa. E gli ex dipendenti insistono: riaprire subito il Cara di Mineo.Per 4 giorni, la sezione del sito del ministero è rimasta bloccata. I sospetti di Matteo Salvini.Lo speciale contiene due articoliLa Sicilia resta l'avamposto della guerra estiva - anche se, a onor del vero, il tema non è stagionale - sui flussi di migranti che hanno ripreso, copiosi, a riversarsi sulle nostre coste. Le notizie si rincorrono minuto dopo minuto, e l'equilibrio delle forze in campo rende impossibile un pronostico su chi vincerà. I più esposti restano però le istituzioni di prossimità che da un lato devono seguire le disposizioni nazionali e dall'altro provare a frenare l'insofferenza della cittadinanza. A dispetto delle posizioni politiche, la corsa alla dichiarazione tocca però un po' tutti. Come dimostra il caso del primo cittadino di Pozzallo, Roberto Ammatuna, sui 62 migranti positivi al Covid-19, fino a ieri ospitati nell'hotspot cittadino, finalmente trasferiti ad altra sede. «La mia preoccupazione è stata sempre indirizzata verso questo particolare aspetto del problema immigrazione non certamente verso la politica dell'accoglienza, che continua ad essere una delle scelte etiche fondamentali per questa amministrazione», si è giustificato il sindaco. Che però ha dovuto ammettere: «Tutto ciò non significa che non esistano problemi nella gestione dei flussi migratori e ribadisco la necessità che il presidente Conte dia la massima priorità alla questione, coinvolgendo il governo nella sua interezza, prendendo visione diretta delle difficoltà esistenti nei Comuni interessati dal fenomeno, magari ascoltando i sindaci e le autorità locali che hanno una visione diretta e completa del problema».Nelle ultime 48 ore, i casi di migranti risultati positivi al Covid sono stati 58, tutti di stanza a Lampedusa. La criticità è però nazionale: in Sardegna, ad esempio, otto migranti sono stati dichiarati infetti. In Calabria (nel Cara di Crotone) ce ne sono altri 4. Altri 4 sono a Napoli, ricoverati presso il Covid hospital del Loreto mare. Per un totale di 16 nuovi contagiati nella giornata di ieri. Fin qui quelli che vengono visitati e messi in quarantena. Ma ce ne sono tanti altri – uomini e donne –, a rischio contagio o addirittura già infetti, che sono scappati dai centri di accoglienza e che tuttora sfuggono alle maglie dei controlli. E non solo a Sud. Sono infatti più di cento i migranti rintracciati da domenica a ieri dalla polizia di frontiera sul Carso triestino, vicino al confine con la Slovenia. Si tratta per lo più di persone provenienti dall'Afghanistan e dal Pakistan e che sono giunte in Italia attraverso la rotta balcanica. Tra di loro anche alcuni minorenni e nuclei famigliari, originari questi ultimi della Siria e dell'Iraq. Lunedì le forze dell'ordine hanno rintracciato più di 40 migranti mentre a piedi camminavano verso la città, ieri mattina altri 21. Domenica erano stati intercettati oltre 40. Dopo le operazioni di fotosegnalamento, per loro è previsto un periodo di quarantena. Restando a nord-est, c'è anche da segnalare la dura presa di posizione del sindaco di Tolmezzo (Udine) Francesco Brollo contro l'ipotesi di «ospitare la quarantena dei cittadini extracomunitari sul nostro territorio» come paventato dal prefetto. «Lo Stato negli anni ha tolto a Tolmezzo alcuni presidi fondamentali per il tessuto cittadino come le caserme, il tribunale e la procura della Repubblica, la sede della polstrada, il tutto per meri scopi di centralizzazione, impoverendo il territorio carnico. Ciò ha contribuito, oltre a una riduzione dei servizi, al calo demografico». Per questo, ha concluso il primo cittadino, «affermiamo convintamente la nostra contrarietà».Ma torniamo alla Sicilia. E a un problema che non tarderà ad esplodere nelle prossime ore. Ovvero quello della nave Sea Watch4 che, c'è da scommettere, farà rotta sull'Italia dopo aver raccolto oltre 200 migranti nelle ultime 48 ore. «Senza assetti ong in mare anche loro sarebbero morte, come le oltre 100 vittime dei 4 naufragi documentati da Alarm phone, che ha raccolto le testimonianze dei superstiti (“Stavamo annegando, c'era fuoco ovunque")», scrive l'organizzazione non governativa su Twitter. La nave della ong tedesca ha soccorso ieri circa 100 migranti, 50 miglia a nord della costa libica: 30 erano in ipotermia, altri intossicati dal carburante. A bordo della Sea Watch ci sono altre 104 persone (tra cui 9 bambini) soccorse in gran parte lunedì. Tutte sono assistite dal team di Sea Watch e da quello di Medici senza Frontiere. Nella settimana tra il 13 e il 20 agosto ci sono stati quattro naufragi documentati da Alarm Phone al largo della Libia invece. Complessivamente, scrive su Twitter lo stesso servizio telefonico diventato punto di riferimento per i migranti che tentano la traversata nel Mediterraneo, 900 persone su 14 barche hanno chiamato Alarm phone: cento sono state respinte in Libia, 540 sono giunte in Europa, oltre cento sono morte o disperse e «il destino di 160 persone è sconosciuto».Intanto, solo oggi la nave-quarantena Aurelia potrebbe riuscire ad attraccare nel porto di Lampedusa. Da lunedì è infatti in rada davanti all'isola per il forte vento. L'operazione servirà all'imbarco di una parte dei migranti ospitati nell'hotspot di contrada Imbriacola. Come annunciato dalla Prefettura di Agrigento, la priorità di imbarco verrà data agli attuali positivi al Covid-19. Di fatto si libererà il padiglione dove queste persone vengono tenute in isolamento.Infine, spazio ai 63 ex dipendenti del Cara di Mineo, da tempo sgomberato, a cui in questi giorni termineranno gli ammortizzatori sociali. «In questi giorni registriamo una “pioggia di no" alla proposta di riattivazione del Cara di Mineo», hanno scritto in una lettera aperta. «Tuttavia nessuna soluzione viene offerta al problema accoglienza, ma inutilmente cresce solo il conflitto tra le istituzioni. Ovviamente noi abbiamo proposto la “riapertura in sicurezza", sapendo che comunque in qualche luogo i migranti dovranno trascorrere la loro quarantena e il Cara di Mineo si può organizzare, anche frazionare, e presidiare bene, tutelando la salute dei cittadini».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/allarme-in-calabria-campania-e-sardegna-per-i-nuovi-contagiati-2647088933.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-strano-blackout-del-contatore-del-viminale-per-gli-ultimi-sbarchi" data-post-id="2647088933" data-published-at="1598396781" data-use-pagination="False"> Lo strano blackout del contatore del Viminale per gli ultimi sbarchi Un giallo vero e proprio ha caratterizzato la giornata di ieri sul fronte degli sbarchi di immigrati sulle coste italiane. Il dato relativo agli sbarchi viene pubblicato ogni giorno sul cosiddetto «cruscotto del Viminale», ovvero una apposita sezione del sito del ministero dell'Interno, dove i numeri vengono comparati con quelli dello scorso anno. Ieri, però, il cruscotto risultava fuori uso: «Per un problema tecnico al sistema informatico», si leggeva sul sito del Viminale, «non è possibile l'aggiornamento quotidiano dei dati relativi agli sbarchi sul territorio nazionale. Appena possibile i dati saranno nuovamente disponibile on line». La rilevazione era ferma allo scorso 21 agosto. Un guasto proprio a questa così importante sezione del sito del ministero dell'Interno, e proprio in questo periodo? A pensare male si fa peccato ma quasi sempre si indovina, diceva Giulio Andreotti, e così la Lega è andata all'attacco: «Mentre infuria la polemica con la Regione Siciliana», hanno sottolineato i deputati del Carroccio Nicola Molteni e Stefano Candiani, «e perfino i sindaci isolani di Pd e M5s non vogliono gli sbarchi, il sito del Viminale ha smesso di aggiornare i dati degli arrivi degli immigrati, fermi a venerdì 21 agosto. È l'ennesima inefficienza di un governo allo sbando o c'è qualcosa da nascondere?». «Il governo», ha rincarato la dose il leader della Lega, Matteo Salvini, «non è neppure in grado di aggiornare i dati sugli sbarchi e di risolvere un presunto problema informatico al sito del Viminale, figuriamoci se riuscirà a gestire l'immigrazione o a risollevare il paese. Incapaci di ribattere con le idee e terrorizzati dalle urne, cercano di fermarmi con la magistratura sperando nel Palamara di turno: oggi Italia viva mi ha denunciato», ha aggiunto Salvini, «perché sostengo le ragioni della Sicilia stufa dei clandestini, e Conte-Pd-5Stelle-Renzi mi manderanno a processo il 3 ottobre perché ho difeso l'Italia. Pericolosi e incapaci: per sistemare il sito del Viminale chiamino Casaleggio». Una stoccata al veleno, quella di Salvini: fatto sta che dopo le insistenti proteste dei leghisti, in serata il sito è tornato a funzionare. I numeri: fino a ieri, gli sbarchi di immigrati in Italia nel 2020 sono stati la bellezza di 17.504, rispetto ai 4.826 dello stesso periodo del 2019. In sostanza, con i giallorossi al governo, gli sbarchi si sono quadruplicati: un dato imbarazzante, che la dice lunga sulle politiche lassiste e senza alcun tipo di buon senso che Giuseppi Conte, Luciana Lamorgese e compagnia accogliente stanno portando avanti. Una situazione insostenibile, tanto più che l'emergenza coronavirus dovrebbe suggerire atteggiamenti ben più responsabili. «3.487 sbarchi dall'inizio di agosto a oggi», incalza Salvini, «contro i 1.268 dell'agosto 2019 (con la Lega al governo). Dopo più di quattro giorni e solo grazie alle richieste della Lega, il governo riesce ad aggiornare i dati sull'immigrazione che erano fermi a venerdì mattina. L'invasione continua: 17.504 arrivi nel 2020 contro i 4.826 dell'anno scorso. Conte-Pd-5Stelle-Renzi», argomenta Salvini, «faticano perfino a fare delle somme elementari, come potranno far ripartire la scuola, risolvere il dramma economico di famiglie e imprese o gestire l'immigrazione?».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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