2021-08-24
«Al Qaeda ricostruirà le reti afgane. Lo scontro con l’Isis è già in corso»
Joe Clarke (getty images)
L’esperto americano di antiterrorismo: «Per il Califfato sarà difficile lottare contro i talebani, ma potrà contare sul sostegno di combattenti stranieri. Se gli Usa lasceranno il Paese il 31 agosto, ci sarà solo violenza»Mentre vanno avanti tra mille difficoltà le operazioni di evacuazione degli occidentali dall’aeroporto di Kabul, dove si spara ancora e dove gli americani e gli alleati pensano all’utilizzo di voli di linea e commerciali per cercare di completare le operazioni di evacuazione, i talebani ieri mattina hanno dato gli «otto giorni» agli Stati Uniti per lasciare l’Afghanistan comunicando che «se resteranno dopo il 31 agosto reagiremo». Intanto cresce la paura per la presenza dell’Isis, che potrebbe contare su migliaia di miliziani pronti ad attaccare le cellule qaediste presenti in almeno quindici regioni su trentaquattro dell’Afghanistan. Se il cielo sopra Kabul è nero, a Washingthon lo è altrettanto, tra le varie agenzie dell’intelligence, nell’esercito e all’interno della stessa amministrazione americana che appare al pari del suo presidente, incapace di realizzare completamente il guaio nel quale gli Usa si sono cacciati. Della situazione parla alla Verità Colin P. Clarke, ricercatore senior presso il The Soufan Center, esperto di terrorismo internazionale, tema sul quale ha pubblicato numerosi libri di successo negli Stati Uniti. Cosa è successo veramente nei colloqui di Doha del 2020? C’è qualcosa che forse non sappiamo, vedi accordi non rivelati? «Essenzialmente quello che è successo è che gli Stati Uniti sono stati ingannati. L’amministrazione Trump è entrata nell’accordo senza alcuna leva e ha semplicemente cercato un ritiro unilaterale dall’Afghanistan che è stato sottilmente presentato come un accordo negoziato. L’amministrazione Trump ha emarginato il governo afgano dal primo giorno, il che ha inviato un chiaro segnale ai talebani che l’Afghanistan poteva essere loro. E così è successo». Cosa è andato storto con il ritiro delle truppe americane e perché si è andati avanti pur sapendo cosa sarebbe successo dopo?«Non appena il presidente Biden ha annunciato il ritiro delle truppe americane in aprile era scritto su tutti i muri. I talebani sapevano a quel punto che la loro paziente strategia di attesa della partenza delle truppe americane sarebbe stata un successo. Gli Stati Uniti, sia l’amministrazione Trump che quella Biden, erano determinati a ritirarsi nonostante il deterioramento delle condizioni di sicurezza sul terreno».La stampa internazionale sostiene che in questa crisi ci sono molte responsabilità del Pentagono che non avrebbe (secondo loro) informato l’amministrazione Biden dei pericoli della situazione. Si tratta di una semplificazione giornalistica? Qual è la verità?«Ci sono molte colpe da attribuire, dalla Casa Bianca al dipartimento di Stato, al dipartimento della Difesa. È una situazione molto complicata dappertutto». Da giorni vengono pubblicati video in cui i talebani mostrano armi, elicotteri, veicoli blindati, aerei, droni e sistemi biometrici di cui ora dispongono. Come è possibile che una potenza militare come gli Stati Uniti non abbia considerato questo pericolo? «Gli Stati Uniti credevano che le forze di sicurezza afgane sarebbero state in grado di resistere per mesi, potenzialmente anche per anni. Gli Stati Uniti pensavano di potersi permettere il lusso del tempo per affrontare una tale eventualità, ma chiaramente non era il caso». Nonostante le rassicurazioni del presidente americano, sappiamo tutti che Al Qaeda e la «rete Haqqani» fanno parte del gruppo d’insorti che ha riconquistato l’Afghanistan. Cosa succederà ora, l’Afghanistan sarà per Al- Qaeda quello che il «Siraq» è stato per l’Isis?«Credo che Al Qaeda si rigenererà e ricostruirà le sue reti in Afghanistan. Questo potrebbe davvero essere un replay della situazione del 2011 in Iraq e l’inizio dell’ascesa dell’Isis». Sempre parlando dell’Isis, ora si prospetta uno scontro in Afghanistan tra le due organizzazioni. Qual è la sua opinione? «Uno scontro tra talebani e Isis in Afghanistan è inevitabile ed è già in corso. Sarà difficile per l’Isis-, ma il gruppo potrebbe essere sostenuto da un afflusso di combattenti stranieri per rinforzare i suoi ranghi». Alcuni analisti credono che gli Stati Uniti stiano lasciando l’Afghanistan per concentrarsi su altre aree del mondo, come l’Africa e l’Indo-Pacifico, lasciando così il problema afgano a russi, cinesi e pakistani. Questa lettura la convince?«Gli Stati Uniti parlano molto di competizione tra grandi potenze, ma in qualche modo non hanno ancora capito che l’Afghanistan è una competizione tra grandi potenze. Quando gli Stati Uniti si ritireranno, Cina, Russia, Iran, ecc. riempiranno questo vuoto». Infine, i talebani hanno dichiarato che se gli americani non lasceranno Kabul entro il prossimo 31 agosto «ci saranno conseguenze». A quel punto cosa faranno gli Stati Uniti? «Si tratta di una situazione delicata che gli Stati Uniti sperano di evitare. Penso che ci sarà una seria diplomazia per ottenere una proroga oltre il 31 agosto. Senza di essa, ci sarà solo violenza».
Nicola Pietrangeli (Getty Images)
Gianni Tessari, presidente del consorzio uva Durella
Lo scorso 25 novembre è stata presentata alla Fao la campagna promossa da Focsiv e Centro sportivo italiano: un percorso di 18 mesi con eventi e iniziative per sostenere 58 progetti attivi in 26 Paesi. Testimonianze dal Perù, dalla Tanzania e da Haiti e l’invito a trasformare gesti sportivi in aiuti concreti alle comunità più vulnerabili.
In un momento storico in cui la fame torna a crescere in diverse aree del pianeta e le crisi internazionali rendono sempre più fragile l’accesso al cibo, una parte del mondo dello sport prova a mettere in gioco le proprie energie per sostenere le comunità più vulnerabili. È l’obiettivo della campagna Sport contro la fame, che punta a trasformare gesti atletici, eventi e iniziative locali in un supporto concreto per chi vive in condizioni di insicurezza alimentare.
La nuova iniziativa è stata presentata martedì 25 novembre alla Fao, a Roma, nella cornice del Sheikh Zayed Centre. Qui Focsiv e Centro sportivo italiano hanno annunciato un percorso di 18 mesi che attraverserà l’Italia con eventi sportivi e ricreativi dedicati alla raccolta fondi per 58 progetti attivi in 26 Paesi.
L’apertura della giornata è stata affidata a mons. Fernando Chica Arellano, osservatore permanente della Santa Sede presso Fao, Ifad e Wfp, che ha richiamato il carattere universale dello sport, «linguaggio capace di superare barriere linguistiche, culturali e geopolitiche e di riunire popoli e tradizioni attorno a valori condivisi». Subito dopo è intervenuto Maurizio Martina, vicedirettore generale della Fao, che ha ricordato come il raggiungimento dell’obiettivo fame zero al 2030 sia sempre più lontano. «Se le istituzioni faticano, è la società a doversi organizzare», ha affermato, indicando iniziative come questa come uno dei modi per colmare un vuoto di cooperazione.
A seguire, la presidente Focsiv Ivana Borsotto ha spiegato lo spirito dell’iniziativa: «Vogliamo giocare questa partita contro la fame, non assistervi. Lo sport nutre la speranza e ciascuno può fare la differenza». Il presidente del Csi, Vittorio Bosio, ha invece insistito sulla responsabilità educativa del mondo sportivo: «Lo sport costruisce ponti. In questa campagna, l’altro è un fratello da sostenere. Non possiamo accettare che un bambino non abbia il diritto fondamentale al cibo».
La campagna punta a raggiungere circa 150.000 persone in Asia, Africa, America Latina e Medio Oriente. Durante la presentazione, tre soci Focsiv hanno portato testimonianze dirette dei progetti sul campo: Chiara Concetta Starita (Auci) ha descritto l’attività delle ollas comunes nella periferia di Lima, dove la Olla común 8 de octubre fornisce pasti quotidiani a bambini e anziani; Ornella Menculini (Ibo Italia) ha raccontato l’esperienza degli orti comunitari realizzati nelle scuole tanzaniane; mentre Maria Emilia Marra (La Salle Foundation) ha illustrato il ruolo dei centri educativi di Haiti, che per molti giovani rappresentano al tempo stesso luogo di apprendimento, rifugio e punto sicuro per ricevere un pasto.
Sul coinvolgimento degli atleti è intervenuto Michele Marchetti, responsabile della segreteria nazionale del Csi, che ha spiegato come gol, canestri e chilometri percorsi nelle gare potranno diventare contributi diretti ai progetti sostenuti. L’identità visiva della campagna accompagnerà questo messaggio attraverso simboli e attrezzi di diverse discipline, come illustrato da Ugo Esposito, Ceo dello studio di comunicazione Kapusons.
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Mark Zuckerberg (Getty Images)