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2021-07-05
Aifa, farmaci e misteri. Poca trasparenza nella nostra agenzia che si occupa delle medicine
Avrebbe dovuto essere il cambio di paradigma, la rivoluzione che avrebbe reso i trial clinici trasparenti, consultabili e accessibili a tutti, persino ai pazienti. Questa, almeno, era la speranza ai tavoli europei, quando nel 2014 è stato approvato il nuovo regolamento sulle sperimentazioni dei medicinali per uso umano. «Si dovrebbero tutelare i diritti, la sicurezza, il benessere dei soggetti, nonché produrre dati affidabili e robusti», si legge nel testo pubblicato in Gazzetta.
Già, i dati: per garantire un vero progresso della scienza, sarebbe necessario che le informazioni prodotte non solo fossero corrette, ma che i ricercatori si premurassero anche di pubblicarle. E invece, nonostante i proclami, non è ancora così. Almeno a giudicare dai «buchi» scoperti nel registro europeo delle sperimentazioni da Transparimed e altre tre organizzazioni internazionali che monitorano il grado di apertura del mondo scientifico.
Nel report che verrà diffuso oggi in tutta Europa, a cui La Verità ha avuto accesso in esclusiva, sono stati analizzati gli studi promossi da università, aziende farmaceutiche, ospedali e fondazioni di 14 Paesi sparsi in tutta Europa: in almeno 5.976 trial, i promotori non avrebbero rispettato le norme di trasparenza europee, omettendo la pubblicazione dei risultati su Eudract, il registro su cui tutti gli sponsor sono obbligati a caricare gli esiti dei loro studi a un anno di distanza dal termine delle sperimentazioni. Di questi, 1.221 sono riconducibili a promotori italiani.
Sul totale delle sperimentazioni approvate dall'Agenzia italiana del farmaco almeno fino al 2015, gli esiti risultano correttamente pubblicati solo nel 17% dei casi. Tutti gli altri restano ancora nell'ombra. Come lo studio «Tokio», condotto dall'Istituto nazionale dei tumori di Milano per «valutare la sicurezza della terza linea di trattamento» di un farmaco inibitore «dopo due precedenti terapie in pazienti affetti da carcinoma del rene». Il trial, avviato nel 2014, è terminato prematuramente.
A oggi, su Eudract non esistono evidenze di quella sperimentazione, che, seppur parziali, potrebbero risultare utili per evitare sprechi di energie e di risorse. Anche Lofarma spa, azienda farmaceutica con sede a Milano, compare nella lista degli sponsor alle prese con più di un problema con il registro europeo. Secondo i numeri raccolti da Nicholas De Vito, ricercatore dell'Università di Oxford, in almeno cinque casi Lofarma non avrebbe correttamente pubblicato i dati delle sperimentazioni condotte e terminate negli ultimi anni. Tra queste, le analisi sulla «rinocongiuntivite allergica indotta da polline». Per altri otto trial, invece, non è possibile stabilire se la pubblicazione delle evidenze sia obbligatoria oppure no, dal momento che non c'è una data di completamento, sebbene gli studi risultino terminati. In una lettera congiunta, Commissione europea, Agenzia europea del farmaco e i direttori delle Autorità regolatorie, tra cui l'italiana Aifa, hanno chiesto ai promotori una maggiore aderenza alle regole comunitarie.
«Minuziosità e trasparenza nei trial clinici sono essenziali per proteggere la salute pubblica e promuovere le innovazioni nel campo della ricerca», si legge nel testo della missiva. Peccato che, a volte, siano le stesse agenzie a «inceppare» il sistema. Il 14% delle sperimentazioni approvate da Aifa, per esempio, risultano invisibili sul registro europeo, con grave danno per i ricercatori e per chi la ricerca la sovvenziona. Peggio fanno solo le agenzie di Polonia e Francia. Chi conosce il funzionamento del database, sospetta che le sperimentazioni mancanti siano quelle inviate in formato cartaceo ad Aifa, prima dell'introduzione delle attuali modalità di caricamento digitale. «Le autorità di regolamentazione devono smettere di chiudere un occhio e agire immediatamente per garantire che tutte le informazioni degli studi clinici siano rese pubbliche il più rapidamente possibile», attacca Till Bruckner, fondatore di Transparimed. «Aifa deve assumersi la responsabilità di garantire che tutti seguano le regole. Piuttosto che aspettare che Bruxelles difenda gli interessi dei pazienti italiani, l'Agenzia potrebbe scrivere a tutti i promotori di cui ha approvato le sperimentazioni per ricordare loro gli obblighi da rispettare, fino a quando tutti gli studi non avranno riportato i risultati in modo completo».
I numeri messi in fila dai ricercatori inglesi dimostrano come il ruolo attivo delle agenzie di regolazione influisca sul rispetto delle norme da parte dei promotori: nel Regno Unito, dove l'agenzia nazionale ha messo in piedi un sistema di revisione di tutte le sperimentazioni cliniche elencate sul registro europeo, la percentuale dei trial di cui sono stati pubblicati i risultati è salita al 64% del totale, più del triplo rispetto a quella raggiunta in Italia. «Non abbiamo mai ricevuto, né a livello formale né a livello informale, alcun sollecito a pubblicare i risultati, la cui responsabilità rimane comunque a carico degli sperimentatori», spiega Marco Bregni, che dirige il Centro per i trial clinici dell'Ospedale San Raffaele di Milano. Come lui, tanti altri direttori scientifici e ricercatori contattati dalla Verità: «Come agenzia di regolazione, Aifa potrebbe quantomeno richiamare l'attenzione dei promotori inadempienti», ragiona Rita Banzi, dell'Istituto Mario Negri. «Certo, non è semplice farlo: bisognerebbe avere un sistema di monitoraggio collaudato, che al momento manca. Gli studi sono molti, per cui i motivi dei ritardi nel caricamento possono essere molteplici».
Ecco perché 18 gruppi di ricerca europei auspicano l'implementazione di una serie di standard minimi per incentivare il rispetto delle regole europee. Lo hanno messo nero su bianco in una comunicazione inviata al capo delle Agenzie di regolazione europee, Karl Broich. Tra le altre cose, si chiede che alle agenzie nazionali venga riconosciuto il compito di contattare gli sponsor in ritardo con la pubblicazione dei risultati e quello di aggiornare in maniera sistematica lo stato di completamento delle varie sperimentazioni. «L'adozione di questi standard richiede un impiego minimo di risorse, ma è in grado di generare benefici sostanziali ai pazienti e ai sistemi sanitari di tutta Europa», scrive Bruckner. Entro il 31 gennaio del 2022, secondo quanto annunciato da Ema, dovrebbe finalmente entrare in funzione il nuovo Sistema informativo per i trial clinici, grazie al quale il Regolamento del 2014 troverebbe piena applicazione, ma che finora è rimasto lettera morta. «Non sappiamo ancora come il nuovo sistema interagirà con il portale gestito da Aifa», spiega Cecilia Canzonieri, membro del Centro per i trial clinici del San Raffaele. «Ci sono alcune implementazioni che lasciano ben sperare: nel nuovo registro, i promotori saranno obbligati, fin dalle prime fasi della sperimentazione, a rendere pubbliche molte più informazioni rispetto a oggi e a fornirle anche in una versione comprensibile ai pazienti. Chi non risulterà in regola con gli standard di pubblicazione richiesti potrebbe vedersi addirittura bloccare l'iter della sperimentazione. Anche i report di chiusura dovranno essere presentati in un formato tale da rendere i risultati accessibili e comprensibili a tutti».
«Se big pharma non si adegua a rischiare sono i pazienti»
«Il baricentro della ricerca va spostato: oggi a dettare le regole sono i promotori, soprattutto le case farmaceutiche e, in misura minore, i ricercatori accademici. Perché le sperimentazioni siano davvero utili, il sistema va aperto anche ai pazienti, le cui necessità devono essere allineate a quelle degli altri portatori di interessi».
Sulla trasparenza delle sperimentazioni cliniche, la neurologa Maria Grazia Celani ha concentrato la gran parte del lavoro svolto negli ultimi anni. Come ricercatrice e come presidente dell'Associazione Alessandro Liberati, costola italiana di Cochrane, rete no profit nata con l'obiettivo di diffondere informazioni sull'efficacia e l'efficienza degli interventi sanitari.
Dott.ssa Celani, qual è il suo giudizio sul grado di trasparenza delle sperimentazioni cliniche condotte dai promotori italiani?
«L'impalcatura c'è, ma non viene rispettata».
Circa 6.000 trial, a livello europeo, restano ancora in un'area grigia, dal momento che i risultati non risultano correttamente caricati sul registro Eudract, gestito da Ema.
«Nell'ambito delle sperimentazioni, si può parlare di un pieno rispetto dei principi di trasparenza solo in presenza di quattro punti fondamentali: la registrazione di uno studio; la comprensibilità degli obiettivi e del metodo scelto per raggiungerli; la pubblicazione dei risultati; la chiarezza dei finanziamenti e degli eventuali conflitti di interessi».
Sul terzo punto, la comunità dei ricercatori sembra zoppicare. Almeno a giudicare dalle informazioni ancora mancanti. Per quale motivo, secondo lei?
«Per l'assenza di rigore. In questo, il ruolo di Cochrane è fondamentale. In appoggio a Transparimed, Alltrials e altre associazioni, stiamo lottando per mettere in evidenza la mancata emersione degli studi e risolvere l'inottemperanza dei vari sponsor al Regolamento Ue del 2014. È necessario che tutti i trial realizzati con una buona metodologia abbiano la dignità di “esistere", anche quelli che falliscono nel dimostrare l'efficacia di un intervento. Il mancato rispetto delle norme sulla pubblicazione dei dati non è etico, sia nei confronti dei pazienti che del sistema sanitario: in ballo ci sono lavoro e risorse pubbliche».
La mancata pubblicazione dei risultati negativi crea una distorsione della ricerca. Che tipo di rischi ci sono?
«Non pubblicare uno studio che non dimostra l'efficacia di un intervento, evidenziare solamente i risultati positivi o addirittura tralasciare gli effetti collaterali che un farmaco può comportare, spinge la comunità scientifica a considerare efficace qualcosa che non lo è del tutto o lo è a costo di rischi. Ciò potrebbe farci elaborare raccomandazioni non basate su delle prove, il paziente potrebbe rimetterci in prima persona e i fondi pubblici verrebbero inutilmente investiti».
A rimetterci potrebbero essere anche altri ricercatori?
«Senza dati, potrebbero condurre nuove sperimentazioni su qualcosa che ha già dimostrato di essere inefficace. Se non c'è rigore sulla trasparenza, si riparte sempre da zero».
Un ruolo più attivo da parte delle agenzie di regolazione nazionali può essere uno stimolo per i promotori?
«Le Agenzie dovrebbero sollecitare i vari promotori al rispetto delle norme sulla trasparenza e collaborare al processo di sensibilizzazione che molte associazioni stanno portando avanti. L'educazione di chi compone la catena della ricerca, dai clinici ai ricercatori, per finire con il paziente, è la cosa che conta di più. In Europa non siamo né i primi né gli ultimi: l'Italia è nella media dei Paesi che hanno dei problemi nell'ottemperare agli obblighi di trasparenza, ma sono fiduciosa nel cambiamento».
Riuscirete a convincere gli sponsor?
«C'è un problema molto grande nella condivisione dei dati, soprattutto da parte delle case farmaceutiche. Posso raccontarle della mia personale esperienza di partecipazione all'unico studio randomizzato sponsorizzato, in tandem con una azienda farmaceutica statunitense: nel momento in cui ci si è resi conto che i risultati non erano quelli sperati, l'azienda ha preferito far sparire le evidenze raccolte. Tutto inutile, “pazienti sprecati", obiettivo di ricerca affossato. Per questo, l'agenda delle sperimentazioni va tolta agli sponsor e condivisa tra i vari stakeholder: clinici, ricercatori, decisori e soprattutto pazienti, che devono avere un ruolo anche nella definizione degli obiettivi da perseguire. Il loro punto di vista e le loro esigenze devono essere messe in evidenza, per capire qual è la ricerca più utile oggi».
Mettere in piedi un sistema di incentivi o disincentivi per i promotori può essere utile, secondo lei?
«Personalmente, non la ritengo una chiave di volta. Il motore della ricerca deve essere l'etica, non l'interesse. Non stiamo parlando di un investimento in borsa. La sanità pubblica è equità e universalità nelle cure, è rispetto dei diritti delle persone. La loro disponibilità nel partecipare agli studi di ricerca, il lavoro dei clinici e le conseguenti risorse sanitarie impiegate non possono essere buttati all'aria».
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Il regolamento europeo sulle sperimentazioni dei medicinali è stato disatteso in almeno 5.976 trial, rivela una ricerca visionata dalla «Verità». Chi approva i nostri farmaci pubblica i dati in modo corretto solo nel 17 per cento dei casi.La neurologa e ricercatrice Maria Grazia Celani: «Gli studi che non dimostrano l'efficacia di un intervento vanno pubblicati ugualmente, altrimenti si rischia di raccomandare farmaci dannosi».Lo speciale contiene due articoli.Avrebbe dovuto essere il cambio di paradigma, la rivoluzione che avrebbe reso i trial clinici trasparenti, consultabili e accessibili a tutti, persino ai pazienti. Questa, almeno, era la speranza ai tavoli europei, quando nel 2014 è stato approvato il nuovo regolamento sulle sperimentazioni dei medicinali per uso umano. «Si dovrebbero tutelare i diritti, la sicurezza, il benessere dei soggetti, nonché produrre dati affidabili e robusti», si legge nel testo pubblicato in Gazzetta. Già, i dati: per garantire un vero progresso della scienza, sarebbe necessario che le informazioni prodotte non solo fossero corrette, ma che i ricercatori si premurassero anche di pubblicarle. E invece, nonostante i proclami, non è ancora così. Almeno a giudicare dai «buchi» scoperti nel registro europeo delle sperimentazioni da Transparimed e altre tre organizzazioni internazionali che monitorano il grado di apertura del mondo scientifico. Nel report che verrà diffuso oggi in tutta Europa, a cui La Verità ha avuto accesso in esclusiva, sono stati analizzati gli studi promossi da università, aziende farmaceutiche, ospedali e fondazioni di 14 Paesi sparsi in tutta Europa: in almeno 5.976 trial, i promotori non avrebbero rispettato le norme di trasparenza europee, omettendo la pubblicazione dei risultati su Eudract, il registro su cui tutti gli sponsor sono obbligati a caricare gli esiti dei loro studi a un anno di distanza dal termine delle sperimentazioni. Di questi, 1.221 sono riconducibili a promotori italiani. Sul totale delle sperimentazioni approvate dall'Agenzia italiana del farmaco almeno fino al 2015, gli esiti risultano correttamente pubblicati solo nel 17% dei casi. Tutti gli altri restano ancora nell'ombra. Come lo studio «Tokio», condotto dall'Istituto nazionale dei tumori di Milano per «valutare la sicurezza della terza linea di trattamento» di un farmaco inibitore «dopo due precedenti terapie in pazienti affetti da carcinoma del rene». Il trial, avviato nel 2014, è terminato prematuramente. A oggi, su Eudract non esistono evidenze di quella sperimentazione, che, seppur parziali, potrebbero risultare utili per evitare sprechi di energie e di risorse. Anche Lofarma spa, azienda farmaceutica con sede a Milano, compare nella lista degli sponsor alle prese con più di un problema con il registro europeo. Secondo i numeri raccolti da Nicholas De Vito, ricercatore dell'Università di Oxford, in almeno cinque casi Lofarma non avrebbe correttamente pubblicato i dati delle sperimentazioni condotte e terminate negli ultimi anni. Tra queste, le analisi sulla «rinocongiuntivite allergica indotta da polline». Per altri otto trial, invece, non è possibile stabilire se la pubblicazione delle evidenze sia obbligatoria oppure no, dal momento che non c'è una data di completamento, sebbene gli studi risultino terminati. In una lettera congiunta, Commissione europea, Agenzia europea del farmaco e i direttori delle Autorità regolatorie, tra cui l'italiana Aifa, hanno chiesto ai promotori una maggiore aderenza alle regole comunitarie. «Minuziosità e trasparenza nei trial clinici sono essenziali per proteggere la salute pubblica e promuovere le innovazioni nel campo della ricerca», si legge nel testo della missiva. Peccato che, a volte, siano le stesse agenzie a «inceppare» il sistema. Il 14% delle sperimentazioni approvate da Aifa, per esempio, risultano invisibili sul registro europeo, con grave danno per i ricercatori e per chi la ricerca la sovvenziona. Peggio fanno solo le agenzie di Polonia e Francia. Chi conosce il funzionamento del database, sospetta che le sperimentazioni mancanti siano quelle inviate in formato cartaceo ad Aifa, prima dell'introduzione delle attuali modalità di caricamento digitale. «Le autorità di regolamentazione devono smettere di chiudere un occhio e agire immediatamente per garantire che tutte le informazioni degli studi clinici siano rese pubbliche il più rapidamente possibile», attacca Till Bruckner, fondatore di Transparimed. «Aifa deve assumersi la responsabilità di garantire che tutti seguano le regole. Piuttosto che aspettare che Bruxelles difenda gli interessi dei pazienti italiani, l'Agenzia potrebbe scrivere a tutti i promotori di cui ha approvato le sperimentazioni per ricordare loro gli obblighi da rispettare, fino a quando tutti gli studi non avranno riportato i risultati in modo completo». I numeri messi in fila dai ricercatori inglesi dimostrano come il ruolo attivo delle agenzie di regolazione influisca sul rispetto delle norme da parte dei promotori: nel Regno Unito, dove l'agenzia nazionale ha messo in piedi un sistema di revisione di tutte le sperimentazioni cliniche elencate sul registro europeo, la percentuale dei trial di cui sono stati pubblicati i risultati è salita al 64% del totale, più del triplo rispetto a quella raggiunta in Italia. «Non abbiamo mai ricevuto, né a livello formale né a livello informale, alcun sollecito a pubblicare i risultati, la cui responsabilità rimane comunque a carico degli sperimentatori», spiega Marco Bregni, che dirige il Centro per i trial clinici dell'Ospedale San Raffaele di Milano. Come lui, tanti altri direttori scientifici e ricercatori contattati dalla Verità: «Come agenzia di regolazione, Aifa potrebbe quantomeno richiamare l'attenzione dei promotori inadempienti», ragiona Rita Banzi, dell'Istituto Mario Negri. «Certo, non è semplice farlo: bisognerebbe avere un sistema di monitoraggio collaudato, che al momento manca. Gli studi sono molti, per cui i motivi dei ritardi nel caricamento possono essere molteplici». Ecco perché 18 gruppi di ricerca europei auspicano l'implementazione di una serie di standard minimi per incentivare il rispetto delle regole europee. Lo hanno messo nero su bianco in una comunicazione inviata al capo delle Agenzie di regolazione europee, Karl Broich. Tra le altre cose, si chiede che alle agenzie nazionali venga riconosciuto il compito di contattare gli sponsor in ritardo con la pubblicazione dei risultati e quello di aggiornare in maniera sistematica lo stato di completamento delle varie sperimentazioni. «L'adozione di questi standard richiede un impiego minimo di risorse, ma è in grado di generare benefici sostanziali ai pazienti e ai sistemi sanitari di tutta Europa», scrive Bruckner. Entro il 31 gennaio del 2022, secondo quanto annunciato da Ema, dovrebbe finalmente entrare in funzione il nuovo Sistema informativo per i trial clinici, grazie al quale il Regolamento del 2014 troverebbe piena applicazione, ma che finora è rimasto lettera morta. «Non sappiamo ancora come il nuovo sistema interagirà con il portale gestito da Aifa», spiega Cecilia Canzonieri, membro del Centro per i trial clinici del San Raffaele. «Ci sono alcune implementazioni che lasciano ben sperare: nel nuovo registro, i promotori saranno obbligati, fin dalle prime fasi della sperimentazione, a rendere pubbliche molte più informazioni rispetto a oggi e a fornirle anche in una versione comprensibile ai pazienti. Chi non risulterà in regola con gli standard di pubblicazione richiesti potrebbe vedersi addirittura bloccare l'iter della sperimentazione. 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Sulla trasparenza delle sperimentazioni cliniche, la neurologa Maria Grazia Celani ha concentrato la gran parte del lavoro svolto negli ultimi anni. Come ricercatrice e come presidente dell'Associazione Alessandro Liberati, costola italiana di Cochrane, rete no profit nata con l'obiettivo di diffondere informazioni sull'efficacia e l'efficienza degli interventi sanitari. Dott.ssa Celani, qual è il suo giudizio sul grado di trasparenza delle sperimentazioni cliniche condotte dai promotori italiani? «L'impalcatura c'è, ma non viene rispettata». Circa 6.000 trial, a livello europeo, restano ancora in un'area grigia, dal momento che i risultati non risultano correttamente caricati sul registro Eudract, gestito da Ema. «Nell'ambito delle sperimentazioni, si può parlare di un pieno rispetto dei principi di trasparenza solo in presenza di quattro punti fondamentali: la registrazione di uno studio; la comprensibilità degli obiettivi e del metodo scelto per raggiungerli; la pubblicazione dei risultati; la chiarezza dei finanziamenti e degli eventuali conflitti di interessi». Sul terzo punto, la comunità dei ricercatori sembra zoppicare. Almeno a giudicare dalle informazioni ancora mancanti. Per quale motivo, secondo lei? «Per l'assenza di rigore. In questo, il ruolo di Cochrane è fondamentale. In appoggio a Transparimed, Alltrials e altre associazioni, stiamo lottando per mettere in evidenza la mancata emersione degli studi e risolvere l'inottemperanza dei vari sponsor al Regolamento Ue del 2014. È necessario che tutti i trial realizzati con una buona metodologia abbiano la dignità di “esistere", anche quelli che falliscono nel dimostrare l'efficacia di un intervento. Il mancato rispetto delle norme sulla pubblicazione dei dati non è etico, sia nei confronti dei pazienti che del sistema sanitario: in ballo ci sono lavoro e risorse pubbliche». La mancata pubblicazione dei risultati negativi crea una distorsione della ricerca. Che tipo di rischi ci sono? «Non pubblicare uno studio che non dimostra l'efficacia di un intervento, evidenziare solamente i risultati positivi o addirittura tralasciare gli effetti collaterali che un farmaco può comportare, spinge la comunità scientifica a considerare efficace qualcosa che non lo è del tutto o lo è a costo di rischi. Ciò potrebbe farci elaborare raccomandazioni non basate su delle prove, il paziente potrebbe rimetterci in prima persona e i fondi pubblici verrebbero inutilmente investiti». A rimetterci potrebbero essere anche altri ricercatori? «Senza dati, potrebbero condurre nuove sperimentazioni su qualcosa che ha già dimostrato di essere inefficace. Se non c'è rigore sulla trasparenza, si riparte sempre da zero». Un ruolo più attivo da parte delle agenzie di regolazione nazionali può essere uno stimolo per i promotori? «Le Agenzie dovrebbero sollecitare i vari promotori al rispetto delle norme sulla trasparenza e collaborare al processo di sensibilizzazione che molte associazioni stanno portando avanti. L'educazione di chi compone la catena della ricerca, dai clinici ai ricercatori, per finire con il paziente, è la cosa che conta di più. In Europa non siamo né i primi né gli ultimi: l'Italia è nella media dei Paesi che hanno dei problemi nell'ottemperare agli obblighi di trasparenza, ma sono fiduciosa nel cambiamento». Riuscirete a convincere gli sponsor? «C'è un problema molto grande nella condivisione dei dati, soprattutto da parte delle case farmaceutiche. Posso raccontarle della mia personale esperienza di partecipazione all'unico studio randomizzato sponsorizzato, in tandem con una azienda farmaceutica statunitense: nel momento in cui ci si è resi conto che i risultati non erano quelli sperati, l'azienda ha preferito far sparire le evidenze raccolte. Tutto inutile, “pazienti sprecati", obiettivo di ricerca affossato. Per questo, l'agenda delle sperimentazioni va tolta agli sponsor e condivisa tra i vari stakeholder: clinici, ricercatori, decisori e soprattutto pazienti, che devono avere un ruolo anche nella definizione degli obiettivi da perseguire. Il loro punto di vista e le loro esigenze devono essere messe in evidenza, per capire qual è la ricerca più utile oggi». Mettere in piedi un sistema di incentivi o disincentivi per i promotori può essere utile, secondo lei? «Personalmente, non la ritengo una chiave di volta. Il motore della ricerca deve essere l'etica, non l'interesse. Non stiamo parlando di un investimento in borsa. La sanità pubblica è equità e universalità nelle cure, è rispetto dei diritti delle persone. La loro disponibilità nel partecipare agli studi di ricerca, il lavoro dei clinici e le conseguenti risorse sanitarie impiegate non possono essere buttati all'aria».
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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