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2026-04-13
Deficit di attenzione e iperattività, troppe diagnosi frettolose sui bimbi
(IStock)
Se ne è parlato molto dopo l’accoltellamento dell’insegnante di francese Chiara Mocchi della scuola media Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, da parte di un tredicenne cui era stato diagnosticato l’Adhd, per tentare di spiegare l’aggressività, la rabbia, l’isolamento di quell’adolescente.
In realtà, il deficit di attenzione/iperattività, una condizione del neurosviluppo i cui sintomi sono soprattutto la difficoltà nel mantenere la concentrazione, l’irrequietezza fisica e l’impulsività, se può non essere identificato tempestivamente è altrettanto vero che viene attribuito in eccesso, additandolo come un disturbo del quale soffrirebbero sempre più bambini (e anche adulti).
«Gli studi epidemiologici affidabili, non sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche, non dimostrano un trend in aumento di casi di Adhd. In aumento è il numero di diagnosi, che può essere un elemento positivo se gli accertamenti vengono fatti correttamente», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni, direttore di Neuroscience Clinical Center & Tms Unit.
Nei bambini e adolescenti, le stime globali dipendono molto dal metodo usato. Le meta-analisi più citate collocano la prevalenza di Adhd intorno al 5-8%, con valori più alti nei maschi. Una revisione «umbrella review», lo strumento di analisi statistica più avanzato e preciso, nel 2023 ha stimato una prevalenza globale dell’8% nei bambini/adolescenti, circa doppia nei maschi rispetto alle femmine.
Parliamo di Adhd su base biologica perché le manifestazioni di disagio comportamentale, non neurobiologico, sono assai più elevate e non quantificabili. «Non è facile fare una diagnosi appropriata anche perché la definizione dell’Adhd non è molto chiara, quindi le percentuali fornite dai diversi epidemiologi dipendono dai casi che hanno considerato e dall’età», precisa Serpelloni. Come tutte le diagnosi complesse c’è un problema di precisione. Lo spettro delle manifestazioni è molto ampio dentro il deficit di attenzione, dentro la iperattività comportamentale ci sono tante sottocategorie variegate «e malgrado le conoscenze in tema di Adhd siano avanzate, ci sono delle superficialità nell’approccio», aggiunge l’esperto.
Bisogna stare attenti alla frettolosità della diagnosi che crea molti falsi positivi e purtroppo non ci sono studi sulla misdiagnosi Adhd, l’errore diagnostico. Basta che un ragazzino si comporti un po’ fuori dalle regole e subito si pensa che soffra del disturbo di iperattività. «È molto facile mettere un’etichetta, è molto difficile poi toglierla. Ci vuole prudenza, perché poi gli effetti collaterali sono il labeling, la discriminazione e una semplificazione farmacologica. Negli anni passati c’era stata una forte spinta a risolvere il problema solo con il farmaco, il metilfenidato. L’approccio da cui partire, invece, è sicuramente l’approccio psicoeducativo», avverte l’esperto.
Le diagnosi psico comportamentali categoriali, in base alla statistica dei sintomi e delle patologie concludono per l’Adhd o per un bipolare o per il disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) che sono condizioni distinte, spesso confuse o in comorbilità. L’approccio neuroscientifico, che invece vuole capire come funziona il cervello, che va a vedere anche la genetica e l’epigenetica, è poco praticato.
Eppure, c’è una genetica di base nell’Adhd su base biologica. «Questo 8% di individui con intelligenza divergente, cioè fuori da una norma statistica, ha una cablatura differente dei network interni di funzionamento del cervello. Diverso non significa distorto. Le strutture di connessione fra le aree cerebrali interne sono diverse. Si nasce così, ma poi c’è lo sviluppo con tutte le esperienze in ambito sociale, relazionale e in ambito alimentare», precisa il neuroscienziato.
Gli Adhd su base biologica hanno destini differenti, se crescono in un ambiente repressivo o troppo liberal. Su questi individui l’ambiente ha un’influenza molto importante nella maturazione cerebrale, può modificare la struttura del cervello con degli stimoli puramente psicologici o relazionali. «Basti pensare agli studi epigenetici statunitensi su gemelli omozigoti, cresciuti in ambienti distinti, che mostrano come la genetica di base inizialmente uguale per entrambi, dopo cinquant’anni era variata in base a quello che si mangiava, si sentiva. I profili epigenetici risultavano diversi».
L’attenzione mediatica si concentra soprattutto sulla possibilità che adolescenti con questa condizione del neurosviluppo diventino dei rischi sociali, quindi la preoccupazione non è tanto per la difficoltà di attenzione, l’incapacità di programmare o la programmazione ossessiva dei soggetti che ne soffrono, ma per il loro non controllo delle reazioni, per la facilità ad arrabbiarsi in particolar modo quando vengono repressi. Molti hanno un grande senso dell’ingiustizia, ne fanno spesso una questione personale più rilevante di quanto non sia in realtà come sarebbe accaduto al tredicenne di Trescore Balneario.
Se fin dall’asilo o dalle elementari, la risposta che viene data alla loro esuberanza creativa e fisica è quella della repressione, la reazione nella psiche è pesantissima. Fa presente Serpelloni: «Sa quante volte dobbiamo spiegare a genitori e insegnanti che queste non sono problematiche di maleducazione, ma neurologiche e psicologiche di conseguenza?».
Non serve permissivismo, ma binari sui quali incanalare i bambini con questo disturbo. È importante avere ambienti stabili. Accertare come sia la reazione della famiglia e poi della scuola, perché se hanno attivato dei meccanismi repressivi, espulsivi, vanno gestiti. Certo, non è affatto semplice, per questo vanno seguiti per lungo tempo con assistenza psicologica, educativa e di supporto. Il trattamento dell’Adhd, infatti, si basa su un approccio multidisciplinare che combina terapie comportamentali e farmacologiche. I consultori familiari possono farlo, oggi molti sono specializzati.
Il metilfenidato, farmaco stimolante del sistema nervoso centrale, va dato come trattamento di prima linea nell’Ahdh quando il supporto psicoeducativo non riesce a contenere l’eccesso di esuberanza del bambino e il suo atteggiamento gli compromette la socialità. «Somministrato con molto raziocinio e molto monitoraggio», raccomanda Serpelloni. «Un tempo, i vecchi pediatri consigliavano alle mamme due o tre gocce di Valium, invece il calmante faceva peggio e lo si è capito dopo. I bambini con Adhd non hanno bisogno di essere sedati nel cervello, devono amplificare le attività del lobo prefrontale, quello del controllo degli impulsi, altrimenti diventano ancora di più discontrollati».
È un farmaco che ha effetto eccitatorio, attivante ma che non va somministrato per tutta la vita. Aiuta, se ben dosato, nel periodo dell’adolescenza. Con l’ingresso nell’età adulta, il disturbo tende spesso ad attenuarsi, ma in alcuni casi persiste la disattenzione e l’incapacità di gestire in modo efficace il tempo, gli impegni quotidiani.
Nell’adulto, dove i sintomi possono emergere più tardi, soprattutto sotto forma di difficoltà a pianificare le attività, a regolare le emozioni, si parla di una prevalenza del 3,1%. Se invece si distingue fra Adhd persistente dall’infanzia e Adhd sintomatico in età adulta, una meta-analisi globale ha stimato 2,58% per la forma persistente e 6,76% per la forma sintomatica. Questo significa che l’Adhd nell’adulto non è raro, ma una quota rilevante resta probabilmente non riconosciuta o non trattata.
I soggetti vengono sovente descritti come degli anti sociali o dei geni. Nei pazienti adulti sembra funzionare una tecnica non invasiva e non farmacologica che sfrutta le onde magnetiche per regolarizzare le funzioni cerebrali e può stabilizzare il quadro clinico cognitivo e spesso collegato anche a sindrome ansiosa e depressive. Una tecnica molto ben sperimentata e utilizzata in tutto il mondo per la depressione maggiore e l’Alzheimer non evoluto, oltre che per altre problematiche.
In conclusione, prevalenza reale del disturbo, diagnosi registrate, uso di farmaci e domanda di valutazioni cliniche non coincidono. Tra gli elementi ignoti e le aree di incertezza ci sono l’impatto a lungo termine dell’aumento delle diagnosi adulte, gli effetti neurobiologici dell’uso farmacologico episodico o improprio, le differenze tra sistemi sanitari nel trattare il disturbo.
Quindi il messaggio corretto è che la domanda assistenziale di Adhd sta crescendo, ma non possiamo dire con la stessa sicurezza che la prevalenza biologica reale stia aumentando nella stessa misura.
«Sopportiamo meno gli irrequieti»
«L’iperattivo viene avvertito, segnalato di più, perché certi comportamenti che i bambini hanno sempre avuto oggi danno più fastidio», dichiara il neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante, responsabile della Uoc Infanzia Adolescenza Famiglia e Consultori dell’Ulss 9 Scaligera. Durante l’emergenza sanitaria aveva redatto un questionario sugli effetti di due mesi in emergenza Covid-19, al quale avevano risposto 500 famiglie venete ed era emerso che l’aggressività, i disturbi del comportamento erano «peggiorati nel 40% di bambini e ragazzi, da 8 a 18 anni con conseguenze quali, regressione, perdita di quanto avevano raggiunto».
Dottore, ma una volta atteggiamenti considerati maleducati o fuori dalla norma non venivano maggiormente censurati?
«C’era più rigore, però questi soggetti turbolenti, chiamiamoli Giamburrasca, ripetenti alle scuole elementari e medie, avevano come destino il mondo del lavoro dove uno produce “muovendosi”. Adesso si inizia a lavorare dopo aver conseguito almeno un diploma di scuola secondaria di secondo grado e se il bambino ha dei problemi, viene segnalato. Le scuole sono le prime ad entrare in difficoltà nel seguirlo fino a 16, 18 anni».
La scuola prima ancora della famiglia?
«L’istituto richiede che il bambino Adhd sia accompagnato da un insegnante di sostegno, ma i servizi cercano di porre un freno chiedendo la certificazione del disagio. Gli stessi genitori di altri alunni, sapendo che in classe c’è un bambino “indisciplinato” che impedisce la normale esecuzione delle attività scolastiche, si lamentano con gli insegnanti».
Quindi oggi c’è maggiore insofferenza verso chi ha l’Adhd?
«Il grado di sopportazione è ormai molto basso per moltissime cose, perché è aumentato il numero di fattori che dobbiamo tenere sotto controllo. Basti pensare agli stimoli sensoriali, ai nuovi bioritmi sociali cui attenersi e che determinano una sorta di affaticamento».
Si può affermare che ci sono più diagnosi di Adhd perché sono aumentate le segnalazioni?
«Certo. E nella popolazione generale c’è un incremento della tendenza a essere iperfocalizzati. Il bambino, con gli strumenti tecnologici che gli vengono messi a disposizione, come il cartone animato che vede sul cellulare cento volte al giorno, subisce una stimolazione tecnologica eccessiva e tende a sviluppare delle competenze specifiche legate a pochi stimoli presenti nel suo ambiente».
Problemi che nascono in famiglia.
«Non solo. Una volta il bambino era più sollecitato a collaborare, a partecipare al gioco in cortile, oggi pure lui ha un utilizzo ipertrofico degli smartphone. Quando arriva a scuola, tende a trovarsi in una situazione di difficoltà davanti a insegnanti diversi, con schemi didattici differenti e ha una ridotta flessibilità adattiva. La stimolazione che arriva dall’ambiente richiede adattamento, invece il soggetto Adhd risponde esageratamente e di continuo. Fa fatica a inibire. Diventa oppositivo, provocatorio, manifesta disturbi emotivi».
I casi sono aumentati?
«C’è un piccolo incremento rispetto al passato ma il disturbo del neurosviluppo c’è sempre stato. Come ho spiegato prima, una volta chi ne soffriva non concludeva gli studi»
La visita neuropsichiatrica riesce sempre a definire l’Adhd?
«Per una piccola percentuale, il 30%, la ricerca scientifica dimostra che hanno un ridotto funzionamento cerebrale, in particolare dei circuiti inibitori. Evidenziamo il disturbo su base biologica verificando che quel bambino, oltre alla sintomatologia di ridotto adattamento ha delle difficoltà a concludere, come il portare a termine un compito. A questi “riconosciuti Adhd” si sommano dei bambini che hanno comportamenti simili, quali l’estrema distrazione, la difficoltà a concentrarsi ma che non presentano un disturbo biologico».
Passano per Adhd senza esserlo?
«La loro condizione “limite” viene interpretata in maniera esagerata da test valutativi che vengono fatti in ambulatorio, e con questionari che vengono compilati dai genitori, dall’insegnante. Probabilmente crescendo il loro disordine rientra. La scuola deve avere la capacità di proporre attività diverse, di piccoli di gruppi, di sport, di teatro nelle quali il bambino riesca ad essere sollecitato adattandosi».
C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi
Difficile dire se media e governo se ne occuperanno davvero.
Dopo la Resurrezione pasquale ci aspetta comunque una questione, per niente nuova, che ormai però se non affrontata seriamente è destinata a condizionare in profondità (come già sta facendo) la vita e il futuro dell’Italia: la condizione fisica, psicologica, spirituale e materiale dei giovani italiani dalla fine dell’infanzia in poi (e a volte anche prima). Non è una storia nuova, come dimostra (oltre alle cronache più recenti) anche un indicatore spietato nella sua precisione: il fatto che in Europa nelle classifiche di lavoro e studio dai quindicenni ai più che trentenni, i giovani italiani siano i messi peggio, i soprannominati ragazzi né-né che non studiano né lavorano.
Finora abbiamo fatto finta di niente. Passata la trentina queste persone senza formazione né scolastica né lavorativa entrano nel mondo del lavoro in condizioni psicologiche, economiche e affettive tutt’altro che brillanti, anzi con un profondo vissuto di sconfitta verso gli altri, mascherato da una sempre meno nascosta violenza in chi finalmente va in qualche tipo di scuola e formazione. Intanto però la loro frustrazione e la loro rabbia la portano dappertutto dove vanno, appesantendo interi ambienti e storie personali; mentre i sondaggi più recenti continuano a confermare l’ostinato primato italico dei né-né, naturalmente indeboliti dal tempo perduto a far niente o quasi, ponendosi fuori da ogni progetto costruttivo. Una posizione che sviluppa nella stragrande maggioranza dei casi il disturbo psichico di Paranoia. La follia che fa la storia come la presenta lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja nel titolo dell’importante libro (ormai diffuso in tutto il mondo) che le ha dedicato.
A questa debolezza ormai strutturale dalla psiche delle nuove generazioni occidentali, cui i media e ancor più la politica sembrano finalmente riservare anch’essi un’attenzione, peraltro finora piuttosto debole e distratta, si è ora unito un fenomeno che svela i veleni ormai ampiamente circolanti tra giovani e giovanissimi in astinenza di cibi più nutrienti o, si vorrebbe, almeno non avvelenati. Si tratta delle reti, i social, ed ora anche il loro servo/a sciocco della corte dei miracoli del domani: la Ia-Ai, con il suo insopportabile nitrito asinino, che dalla immaginaria saggezza del computer e dei social di accompagnamento fornisce consigli suadenti per conquistare la devozione del poverino, in disperata ricerca di un capo però travestito da servo. E se l’altro non sta al gioco sono, per esempio, coltellate.
Come puntualmente avvenuto anche nel tentativo di omicidio subìto dall’insegnante di Trescore, Bergamo, da parte di un allievo tredicenne. Nel miscuglio per ora tossico di ragazzi privi di qualsiasi autentica formazione, con insegnanti per ora in formazione (dato che la situazione reale è in cambiamento continuo), ma accompagnati dal sostegno prezzolato di istruttori elettronici devoti ai loro momentanei padroni/utenti, di cui confermano servilmente le iniziative, come accaduto anche al tredicenne in questione. È stato quindi importante che Giuseppe Valditara, il ministro dell’Istruzione, abbia subito incontrato l’insegnante di francese attaccata a coltellate perché la persona lo merita, ma soprattutto perché la questione non riguarda solo Trescore Balneario, ma la maggior parte dell’Italia e del mondo occidentale con le sue nuove generazioni. Dovunque, esse sono assediate da strumenti ampiamente invasivi delle personalità degli studenti che devono ormai essere portati a scegliere personalmente i propri percorsi di formazione e sviluppo, come la maggior parte dei Paesi coinvolti ha ormai scoperto da tempo, passando finalmente al contrattacco nei confronti dei molti poteri interessati al condizionamento lanciato alla conquista delle nuove generazioni.
La libertà di giudizio critico delle nuove generazioni è però la risorsa più indispensabile al futuro dei Paesi e va costantemente protetta dai raggruppamenti e organizzazioni dei nuovi tipi e forme di comunicazione, oggi impegnate in tutto il mondo per conquistarli. La paranoia - ricorda Zoja - «ha prestato al mito figure come Ajace od Otello, e alla storia personaggi come Hitler o Stalin. Ma questo tratto psicologico può anche apparire in un giorno qualunque, in una persona qualunque. È il piccolo Hitler dentro di noi». Appunto.
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«Gli studi non sponsorizzati da case farmaceutiche mostrano che i casi non sono in aumento», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni. Si rischia la stigmatizzazione dei piccoli e l’abuso di farmaci.l neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante: «Un tempo i “Giamburrasca” iniziavano a lavorare presto, mentre oggi le scuole devono seguirli fino a 16-18 anni. Gli smartphone accentuano i problemi».C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi.Lo speciale contiene tre articoli.Se ne è parlato molto dopo l’accoltellamento dell’insegnante di francese Chiara Mocchi della scuola media Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, da parte di un tredicenne cui era stato diagnosticato l’Adhd, per tentare di spiegare l’aggressività, la rabbia, l’isolamento di quell’adolescente. In realtà, il deficit di attenzione/iperattività, una condizione del neurosviluppo i cui sintomi sono soprattutto la difficoltà nel mantenere la concentrazione, l’irrequietezza fisica e l’impulsività, se può non essere identificato tempestivamente è altrettanto vero che viene attribuito in eccesso, additandolo come un disturbo del quale soffrirebbero sempre più bambini (e anche adulti). «Gli studi epidemiologici affidabili, non sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche, non dimostrano un trend in aumento di casi di Adhd. In aumento è il numero di diagnosi, che può essere un elemento positivo se gli accertamenti vengono fatti correttamente», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni, direttore di Neuroscience Clinical Center & Tms Unit. Nei bambini e adolescenti, le stime globali dipendono molto dal metodo usato. Le meta-analisi più citate collocano la prevalenza di Adhd intorno al 5-8%, con valori più alti nei maschi. Una revisione «umbrella review», lo strumento di analisi statistica più avanzato e preciso, nel 2023 ha stimato una prevalenza globale dell’8% nei bambini/adolescenti, circa doppia nei maschi rispetto alle femmine. Parliamo di Adhd su base biologica perché le manifestazioni di disagio comportamentale, non neurobiologico, sono assai più elevate e non quantificabili. «Non è facile fare una diagnosi appropriata anche perché la definizione dell’Adhd non è molto chiara, quindi le percentuali fornite dai diversi epidemiologi dipendono dai casi che hanno considerato e dall’età», precisa Serpelloni. Come tutte le diagnosi complesse c’è un problema di precisione. Lo spettro delle manifestazioni è molto ampio dentro il deficit di attenzione, dentro la iperattività comportamentale ci sono tante sottocategorie variegate «e malgrado le conoscenze in tema di Adhd siano avanzate, ci sono delle superficialità nell’approccio», aggiunge l’esperto. Bisogna stare attenti alla frettolosità della diagnosi che crea molti falsi positivi e purtroppo non ci sono studi sulla misdiagnosi Adhd, l’errore diagnostico. Basta che un ragazzino si comporti un po’ fuori dalle regole e subito si pensa che soffra del disturbo di iperattività. «È molto facile mettere un’etichetta, è molto difficile poi toglierla. Ci vuole prudenza, perché poi gli effetti collaterali sono il labeling, la discriminazione e una semplificazione farmacologica. Negli anni passati c’era stata una forte spinta a risolvere il problema solo con il farmaco, il metilfenidato. L’approccio da cui partire, invece, è sicuramente l’approccio psicoeducativo», avverte l’esperto. Le diagnosi psico comportamentali categoriali, in base alla statistica dei sintomi e delle patologie concludono per l’Adhd o per un bipolare o per il disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) che sono condizioni distinte, spesso confuse o in comorbilità. L’approccio neuroscientifico, che invece vuole capire come funziona il cervello, che va a vedere anche la genetica e l’epigenetica, è poco praticato. Eppure, c’è una genetica di base nell’Adhd su base biologica. «Questo 8% di individui con intelligenza divergente, cioè fuori da una norma statistica, ha una cablatura differente dei network interni di funzionamento del cervello. Diverso non significa distorto. Le strutture di connessione fra le aree cerebrali interne sono diverse. Si nasce così, ma poi c’è lo sviluppo con tutte le esperienze in ambito sociale, relazionale e in ambito alimentare», precisa il neuroscienziato. Gli Adhd su base biologica hanno destini differenti, se crescono in un ambiente repressivo o troppo liberal. Su questi individui l’ambiente ha un’influenza molto importante nella maturazione cerebrale, può modificare la struttura del cervello con degli stimoli puramente psicologici o relazionali. «Basti pensare agli studi epigenetici statunitensi su gemelli omozigoti, cresciuti in ambienti distinti, che mostrano come la genetica di base inizialmente uguale per entrambi, dopo cinquant’anni era variata in base a quello che si mangiava, si sentiva. I profili epigenetici risultavano diversi». L’attenzione mediatica si concentra soprattutto sulla possibilità che adolescenti con questa condizione del neurosviluppo diventino dei rischi sociali, quindi la preoccupazione non è tanto per la difficoltà di attenzione, l’incapacità di programmare o la programmazione ossessiva dei soggetti che ne soffrono, ma per il loro non controllo delle reazioni, per la facilità ad arrabbiarsi in particolar modo quando vengono repressi. Molti hanno un grande senso dell’ingiustizia, ne fanno spesso una questione personale più rilevante di quanto non sia in realtà come sarebbe accaduto al tredicenne di Trescore Balneario. Se fin dall’asilo o dalle elementari, la risposta che viene data alla loro esuberanza creativa e fisica è quella della repressione, la reazione nella psiche è pesantissima. Fa presente Serpelloni: «Sa quante volte dobbiamo spiegare a genitori e insegnanti che queste non sono problematiche di maleducazione, ma neurologiche e psicologiche di conseguenza?». Non serve permissivismo, ma binari sui quali incanalare i bambini con questo disturbo. È importante avere ambienti stabili. Accertare come sia la reazione della famiglia e poi della scuola, perché se hanno attivato dei meccanismi repressivi, espulsivi, vanno gestiti. Certo, non è affatto semplice, per questo vanno seguiti per lungo tempo con assistenza psicologica, educativa e di supporto. Il trattamento dell’Adhd, infatti, si basa su un approccio multidisciplinare che combina terapie comportamentali e farmacologiche. I consultori familiari possono farlo, oggi molti sono specializzati. Il metilfenidato, farmaco stimolante del sistema nervoso centrale, va dato come trattamento di prima linea nell’Ahdh quando il supporto psicoeducativo non riesce a contenere l’eccesso di esuberanza del bambino e il suo atteggiamento gli compromette la socialità. «Somministrato con molto raziocinio e molto monitoraggio», raccomanda Serpelloni. «Un tempo, i vecchi pediatri consigliavano alle mamme due o tre gocce di Valium, invece il calmante faceva peggio e lo si è capito dopo. I bambini con Adhd non hanno bisogno di essere sedati nel cervello, devono amplificare le attività del lobo prefrontale, quello del controllo degli impulsi, altrimenti diventano ancora di più discontrollati». È un farmaco che ha effetto eccitatorio, attivante ma che non va somministrato per tutta la vita. Aiuta, se ben dosato, nel periodo dell’adolescenza. Con l’ingresso nell’età adulta, il disturbo tende spesso ad attenuarsi, ma in alcuni casi persiste la disattenzione e l’incapacità di gestire in modo efficace il tempo, gli impegni quotidiani. Nell’adulto, dove i sintomi possono emergere più tardi, soprattutto sotto forma di difficoltà a pianificare le attività, a regolare le emozioni, si parla di una prevalenza del 3,1%. Se invece si distingue fra Adhd persistente dall’infanzia e Adhd sintomatico in età adulta, una meta-analisi globale ha stimato 2,58% per la forma persistente e 6,76% per la forma sintomatica. Questo significa che l’Adhd nell’adulto non è raro, ma una quota rilevante resta probabilmente non riconosciuta o non trattata.I soggetti vengono sovente descritti come degli anti sociali o dei geni. Nei pazienti adulti sembra funzionare una tecnica non invasiva e non farmacologica che sfrutta le onde magnetiche per regolarizzare le funzioni cerebrali e può stabilizzare il quadro clinico cognitivo e spesso collegato anche a sindrome ansiosa e depressive. Una tecnica molto ben sperimentata e utilizzata in tutto il mondo per la depressione maggiore e l’Alzheimer non evoluto, oltre che per altre problematiche.In conclusione, prevalenza reale del disturbo, diagnosi registrate, uso di farmaci e domanda di valutazioni cliniche non coincidono. Tra gli elementi ignoti e le aree di incertezza ci sono l’impatto a lungo termine dell’aumento delle diagnosi adulte, gli effetti neurobiologici dell’uso farmacologico episodico o improprio, le differenze tra sistemi sanitari nel trattare il disturbo.Quindi il messaggio corretto è che la domanda assistenziale di Adhd sta crescendo, ma non possiamo dire con la stessa sicurezza che la prevalenza biologica reale stia aumentando nella stessa misura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adhd-ragazzi-deficit-attenzione-2676705084.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sopportiamo-meno-gli-irrequieti" data-post-id="2676705084" data-published-at="1776077931" data-use-pagination="False"> «Sopportiamo meno gli irrequieti» «L’iperattivo viene avvertito, segnalato di più, perché certi comportamenti che i bambini hanno sempre avuto oggi danno più fastidio», dichiara il neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante, responsabile della Uoc Infanzia Adolescenza Famiglia e Consultori dell’Ulss 9 Scaligera. Durante l’emergenza sanitaria aveva redatto un questionario sugli effetti di due mesi in emergenza Covid-19, al quale avevano risposto 500 famiglie venete ed era emerso che l’aggressività, i disturbi del comportamento erano «peggiorati nel 40% di bambini e ragazzi, da 8 a 18 anni con conseguenze quali, regressione, perdita di quanto avevano raggiunto».Dottore, ma una volta atteggiamenti considerati maleducati o fuori dalla norma non venivano maggiormente censurati?«C’era più rigore, però questi soggetti turbolenti, chiamiamoli Giamburrasca, ripetenti alle scuole elementari e medie, avevano come destino il mondo del lavoro dove uno produce “muovendosi”. Adesso si inizia a lavorare dopo aver conseguito almeno un diploma di scuola secondaria di secondo grado e se il bambino ha dei problemi, viene segnalato. Le scuole sono le prime ad entrare in difficoltà nel seguirlo fino a 16, 18 anni».La scuola prima ancora della famiglia?«L’istituto richiede che il bambino Adhd sia accompagnato da un insegnante di sostegno, ma i servizi cercano di porre un freno chiedendo la certificazione del disagio. Gli stessi genitori di altri alunni, sapendo che in classe c’è un bambino “indisciplinato” che impedisce la normale esecuzione delle attività scolastiche, si lamentano con gli insegnanti».Quindi oggi c’è maggiore insofferenza verso chi ha l’Adhd?«Il grado di sopportazione è ormai molto basso per moltissime cose, perché è aumentato il numero di fattori che dobbiamo tenere sotto controllo. Basti pensare agli stimoli sensoriali, ai nuovi bioritmi sociali cui attenersi e che determinano una sorta di affaticamento».Si può affermare che ci sono più diagnosi di Adhd perché sono aumentate le segnalazioni?«Certo. E nella popolazione generale c’è un incremento della tendenza a essere iperfocalizzati. Il bambino, con gli strumenti tecnologici che gli vengono messi a disposizione, come il cartone animato che vede sul cellulare cento volte al giorno, subisce una stimolazione tecnologica eccessiva e tende a sviluppare delle competenze specifiche legate a pochi stimoli presenti nel suo ambiente».Problemi che nascono in famiglia.«Non solo. Una volta il bambino era più sollecitato a collaborare, a partecipare al gioco in cortile, oggi pure lui ha un utilizzo ipertrofico degli smartphone. Quando arriva a scuola, tende a trovarsi in una situazione di difficoltà davanti a insegnanti diversi, con schemi didattici differenti e ha una ridotta flessibilità adattiva. La stimolazione che arriva dall’ambiente richiede adattamento, invece il soggetto Adhd risponde esageratamente e di continuo. Fa fatica a inibire. Diventa oppositivo, provocatorio, manifesta disturbi emotivi».I casi sono aumentati?«C’è un piccolo incremento rispetto al passato ma il disturbo del neurosviluppo c’è sempre stato. Come ho spiegato prima, una volta chi ne soffriva non concludeva gli studi»La visita neuropsichiatrica riesce sempre a definire l’Adhd?«Per una piccola percentuale, il 30%, la ricerca scientifica dimostra che hanno un ridotto funzionamento cerebrale, in particolare dei circuiti inibitori. Evidenziamo il disturbo su base biologica verificando che quel bambino, oltre alla sintomatologia di ridotto adattamento ha delle difficoltà a concludere, come il portare a termine un compito. A questi “riconosciuti Adhd” si sommano dei bambini che hanno comportamenti simili, quali l’estrema distrazione, la difficoltà a concentrarsi ma che non presentano un disturbo biologico».Passano per Adhd senza esserlo?«La loro condizione “limite” viene interpretata in maniera esagerata da test valutativi che vengono fatti in ambulatorio, e con questionari che vengono compilati dai genitori, dall’insegnante. Probabilmente crescendo il loro disordine rientra. La scuola deve avere la capacità di proporre attività diverse, di piccoli di gruppi, di sport, di teatro nelle quali il bambino riesca ad essere sollecitato adattandosi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adhd-ragazzi-deficit-attenzione-2676705084.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ce-chi-attenta-alla-liberta-di-giudizio-dei-ragazzi" data-post-id="2676705084" data-published-at="1776077931" data-use-pagination="False"> C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi Difficile dire se media e governo se ne occuperanno davvero.Dopo la Resurrezione pasquale ci aspetta comunque una questione, per niente nuova, che ormai però se non affrontata seriamente è destinata a condizionare in profondità (come già sta facendo) la vita e il futuro dell’Italia: la condizione fisica, psicologica, spirituale e materiale dei giovani italiani dalla fine dell’infanzia in poi (e a volte anche prima). Non è una storia nuova, come dimostra (oltre alle cronache più recenti) anche un indicatore spietato nella sua precisione: il fatto che in Europa nelle classifiche di lavoro e studio dai quindicenni ai più che trentenni, i giovani italiani siano i messi peggio, i soprannominati ragazzi né-né che non studiano né lavorano.Finora abbiamo fatto finta di niente. Passata la trentina queste persone senza formazione né scolastica né lavorativa entrano nel mondo del lavoro in condizioni psicologiche, economiche e affettive tutt’altro che brillanti, anzi con un profondo vissuto di sconfitta verso gli altri, mascherato da una sempre meno nascosta violenza in chi finalmente va in qualche tipo di scuola e formazione. Intanto però la loro frustrazione e la loro rabbia la portano dappertutto dove vanno, appesantendo interi ambienti e storie personali; mentre i sondaggi più recenti continuano a confermare l’ostinato primato italico dei né-né, naturalmente indeboliti dal tempo perduto a far niente o quasi, ponendosi fuori da ogni progetto costruttivo. Una posizione che sviluppa nella stragrande maggioranza dei casi il disturbo psichico di Paranoia. La follia che fa la storia come la presenta lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja nel titolo dell’importante libro (ormai diffuso in tutto il mondo) che le ha dedicato.A questa debolezza ormai strutturale dalla psiche delle nuove generazioni occidentali, cui i media e ancor più la politica sembrano finalmente riservare anch’essi un’attenzione, peraltro finora piuttosto debole e distratta, si è ora unito un fenomeno che svela i veleni ormai ampiamente circolanti tra giovani e giovanissimi in astinenza di cibi più nutrienti o, si vorrebbe, almeno non avvelenati. Si tratta delle reti, i social, ed ora anche il loro servo/a sciocco della corte dei miracoli del domani: la Ia-Ai, con il suo insopportabile nitrito asinino, che dalla immaginaria saggezza del computer e dei social di accompagnamento fornisce consigli suadenti per conquistare la devozione del poverino, in disperata ricerca di un capo però travestito da servo. E se l’altro non sta al gioco sono, per esempio, coltellate.Come puntualmente avvenuto anche nel tentativo di omicidio subìto dall’insegnante di Trescore, Bergamo, da parte di un allievo tredicenne. Nel miscuglio per ora tossico di ragazzi privi di qualsiasi autentica formazione, con insegnanti per ora in formazione (dato che la situazione reale è in cambiamento continuo), ma accompagnati dal sostegno prezzolato di istruttori elettronici devoti ai loro momentanei padroni/utenti, di cui confermano servilmente le iniziative, come accaduto anche al tredicenne in questione. È stato quindi importante che Giuseppe Valditara, il ministro dell’Istruzione, abbia subito incontrato l’insegnante di francese attaccata a coltellate perché la persona lo merita, ma soprattutto perché la questione non riguarda solo Trescore Balneario, ma la maggior parte dell’Italia e del mondo occidentale con le sue nuove generazioni. Dovunque, esse sono assediate da strumenti ampiamente invasivi delle personalità degli studenti che devono ormai essere portati a scegliere personalmente i propri percorsi di formazione e sviluppo, come la maggior parte dei Paesi coinvolti ha ormai scoperto da tempo, passando finalmente al contrattacco nei confronti dei molti poteri interessati al condizionamento lanciato alla conquista delle nuove generazioni.La libertà di giudizio critico delle nuove generazioni è però la risorsa più indispensabile al futuro dei Paesi e va costantemente protetta dai raggruppamenti e organizzazioni dei nuovi tipi e forme di comunicazione, oggi impegnate in tutto il mondo per conquistarli. La paranoia - ricorda Zoja - «ha prestato al mito figure come Ajace od Otello, e alla storia personaggi come Hitler o Stalin. Ma questo tratto psicologico può anche apparire in un giorno qualunque, in una persona qualunque. È il piccolo Hitler dentro di noi». Appunto.
Un piccolo reattore modulare sperimentale di Newcleo (Ansa). Nel riquadro Elisabeth Rizzotti, cofondatrice della società che progetta e sviluppa reattori di quarta generazione
Ha lanciato il sasso e riaperto il capitolo dell’energia atomica. Giorgia Meloni di fronte al mondo industriale italiano ha affermato che per il governo il nucleare è la soluzione più pulita ed efficace, tecnologia su cui investire e accelerare. E per capire come sarebbero le centrali di nuova generazione, lo abbiamo chiesto a Elisabeth Rizzotti, co-fondatrice di Newcleo, start up dell’energia atomica.
Per affrontare il problema energetico, la premier Meloni ha rilanciato il nucleare in tema di sicurezza nazionale e ha annunciato una legge delega entro l’estate. Un quadro normativo accelerato è possibile?
«Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale importante per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo. La vera prova sarà istituire rapidamente l’Autorità per la sicurezza nucleare: senza di essa nessun progetto può partire e nessun investitore privato può impegnarsi seriamente nel nostro Paese. Anche Newcleo è pronta a realizzare progetti concreti con partner italiani già coinvolti e non vediamo l’ora di poter richiedere le prime autorizzazioni».
Come cambierebbe concretamente la roadmap industriale in Italia nei prossimi due anni?
«Ci sono differenti step che vanno rispettati. Nel momento in cui ci sarà un’Autorità per la sicurezza nucleare pronta ad accogliere le domande per realizzare reattori in Italia, saremo tra i primi a presentare la documentazione necessaria ad avviare il processo di autorizzazione. È qualcosa che abbiamo già fatto in Francia e che ci stiamo preparando a fare anche negli Stati Uniti. Operare in più di un Paese ci consente di vedere come diverse autorità di regolamentazione affrontano l’approvazione dei progetti nucleari. In Italia, il processo autorizzativo accelerato - il cosiddetto fast track previsto dal disegno di legge delega - è una misura che accogliamo con entusiasmo: portare in Italia l’esperienza maturata all’estero ci consentirà di autorizzare i progetti nel minor tempo possibile».
L’Italia ha chiuso le centrali nel 1987 e ribadito il no nel 2011. Quali condizioni politiche, normative e industriali servirebbero per costruire un vostro reattore sul territorio italiano entro il 2035?
«L’Italia è, come ha riconosciuto Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ovvero l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il Paese più nucleare tra i Paesi non nucleari. Sembra un gioco di parole ma, invece, non lo è. Abbiamo una filiera che ha dimostrato eccellenza e resilienza, con oltre 70 aziende specializzate che coprono l’intera catena di valore e un forte posizionamento internazionale. Manca solo il quadro normativo: un’Autorità per la sicurezza nucleare e un processo autorizzativo snello che mantenga al centro la sicurezza degli impianti. Gli Stati Uniti sono esemplari in questo senso e hanno stabilito di autorizzare il disegno di un reattore in 18 mesi, garantendo tutti gli standard di sicurezza internazionali. Con questi strumenti, il 2035 non è affatto un target ambizioso, ma un obiettivo che l’Italia può e deve darsi».
E quanto tempo sarebbe necessario per godere di benefici economici sulle bollette e i conti degli italiani?
«Prima di quanto si pensi. Con la quarta generazione stiamo passando da un nucleare pagato dai contribuenti a un nucleare finanziato dai privati, ponendo al centro la sicurezza a lungo termine degli impianti, la loro sostenibilità finanziaria e i benefici per gli utenti finali – e quindi il costo per il consumatore. I nostri reattori sono intrinsecamente sicuri, più piccoli, meno costosi, e possono essere costruiti in circa tre anni. I numeri di Confindustria ci dicono già oggi qual è il costo dell’assenza del nucleare: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia quasi il 30% in più della media europea. Un mix energetico senza nucleare è strutturalmente più costoso. Dotarsi di questa tecnologia è quindi una scelta che va ben oltre l’energia: è una questione di competitività industriale e di autonomia strategica per il nostro Paese».
Newcleo punta sui reattori a piombo fuso e sul combustibile da scorie riprocessate. Faccio l’avvocato del diavolo, perché questa tecnologia dovrebbe convincere chi oggi associa il nucleare alle tragedie di Chernobyl e Fukushima?
«I nostri reattori affrontano due sfide fondamentali per la percezione e l’immagine del nucleare: la sicurezza e il riciclo dei materiali radioattivi. Si tratta di una tecnologia passivamente sicura, che elimina il rischio di incidenti gravi. Semplificando, in caso di blackout, il piombo aumenta di temperatura e spegne il reattore senza intervento umano per la fisica stessa. In secondo luogo, sono reattori “veloci”, pensati per funzionare con combustibile prodotto a partire da materiali radioattivi riprocessati, vale a dire le cosiddette scorie. In questo modo possiamo non solo contribuire alla gestione efficace di questi materiali, ma gli diamo anche nuova vita riducendo il quantitativo di scorie da stoccare e, soprattutto, la loro radioattività nel tempo».
Ci spiega come funziona il vostro impianto?
«A parte per gli aspetti tecnologici legati all’utilizzo del piombo, un nostro reattore è simile ad altri reattori. Al centro si trova il combustibile nucleare che, attraverso la fissione degli atomi, si scalda. A sua volta, questo calore scalda il piombo liquido all’interno del reattore, che poi lo trasferisce ad un generatore che produce vapore veicolato successivamente in una turbina per produrre elettricità. In parole semplici, è come un grande bollitore collegato ad una dinamo che accende una lampadina».
Avete raccolto oltre un miliardo di euro da investitori privati. Che ruolo dovrebbe avere lo Stato - italiano o europeo - nel finanziare il nucleare di nuova generazione, e quanto pesano i ritardi burocratici rispetto a concorrenti cinesi e americani?
«La raccolta dimostra che il mercato crede in questa tecnologia. Il ruolo del pubblico rimane però essenziale per abilitare il privato, non per sostituirlo: per ogni euro ricevuto dal pubblico ne abbiamo raccolti 34 dai privati. L’Europa ha individuato i bisogni del settore, ma manca ancora un piano chiaro di policy e di finanziamento - la Strategia sui Piccoli Reattori Modulari prevede fino a 200 milioni in garanzie dal Fondo per l’innovazione entro il 2028 per tutti i progetti europei, inclusi quelli che guardano alla fusione, mentre Newcleo da sola ha raccolto oltre un miliardo. Capisce che la matematica non gira? Apprezziamo la determinazione del governo italiano su questo dossier, e mi aspetto ora lo stesso coraggio a Bruxelles: la burocrazia europea rischia di essere il nostro vero concorrente».
Perché la decisione di Newcleo di quotarsi negli Usa?
«Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione. È il listino al mondo che raccoglie più capitali per lo sviluppo di tecnologie innovative. Basti pensare alle grandi aziende che lo hanno scelto: Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Google, Tesla. Negli Stati Uniti c’è una disponibilità di capitali per l’innovazione 100 volte maggiore rispetto all’Europa. Per la nostra ambizione il Nasdaq era l’unico listino adatto».
I critici sostengono che i piccoli reattori modulari non raggiungeranno mai costi competitivi con eolico e solare: l’esempio, sempre citato, è quello spagnolo dove l’energia alternativa copre il 20% del fabbisogno nazionale…
«È una domanda legittima, ma i dati ci dicono qualcosa di importante. Il vero costo dell’energia non è solo il prezzo di produzione, ma il costo di sistema: le rinnovabili richiedono accumuli, infrastrutture di bilanciamento e capacità di riserva che pesano su tutti i consumatori. Non si tratta di scegliere tra nucleare e rinnovabili: si tratta di costruire un sistema energetico completo, e il nucleare può integrare le rinnovabili rendendo il sistema più sostenibile e competitivo».
Cosa direbbe a chi pensa che il nucleare di quarta generazione sia l’ennesima illusione che arriverà troppo tardi e costerà troppo?
«Risponderei che la tecnologia esiste ed è già stata provata. Noi affrontiamo la sfida industriale e ingegneristica di combinare tecnologie esistenti per produrre energia a prezzi competitivi. All’inizio del Novecento c’era chi affermava che l’automobile sarebbe stata solo una moda passeggera. Negli anni Novanta pensare che tutti avremmo avuto un cellulare in grado di connettersi ad internet sembrava fantascienza. Eppure, la forza di chi ha avuto il coraggio di andare avanti anche di fronte alle sfide più grandi è ciò che oggi consente a tutti, detrattori originali inclusi, di godere dei vantaggi delle grandi innovazioni».
La Meloni ha legato nucleare e competitività delle imprese, puntando il dito contro l’Europa: è d’accordo?
«La presidente Meloni ha ragione: l’energia è competitività, e la competitività è sovranità. Accelerare sul nucleare significa restituire alle imprese italiane le condizioni per competere ad armi pari in Europa e nel mondo e questo governo sta finalmente dando i segnali giusti».
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Damiano Tommasi (Ansa)
Le siamo grati, caro sindaco, per aver voluto dare questo segnale forte. C’era stato qualche precedente, anni fa, in altre città, ma è adesso, e a Verona, che l’allarme democratico suona forte: chi non vede i manipoli di camicie nere che marciano compatti verso l’ufficio Passi Carrabili? Pugnale, fez e autorizzazione ministeriale: sono i nuovi arditi del divieto di sosta. Vanno fermati in ogni modo. Prima di tutto facendo loro firmare, per l’appunto, l’apposita dichiarazione: chi vuole transitare dal portone di casa deve «riconoscersi nei valori della Costituzione e ripudiare il fascismo». Altrimenti resta bloccato in cortile. A cantare Faccetta nera, aspetta e spera che il carro attrezzi s’avvicina.
Questa iniziativa ci conforta, caro sindaco, perché da un po’ di tempo non avevamo più sue notizie. Quando giocava a calcio lo chiamavano «Chierichetto» oppure «Anima candida», da quando è primo cittadino la chiamano «Fantasma». A parte una apparizione al Gay Pride, noto tempio dei valori cattolici a lei cari, e a parte il tentativo di trasformare in eroe Moussa Diarra, un immigrato ucciso mentre seminava il panico in stazione e cercava di aggredire i poliziotti, poco altro. Tanto che nell’ultima classifica di gradimento dei sindaci italiani è arrivato 91esimo su 96. Sestultimo. Un altro potrebbe dire anche «me ne frego», ma lei come fa? C’è il rischio che poi si debba vietare da solo di uscire dal portone di casa.
Nato a Negrar in Valpolicella, 52 anni, 6 figli, perito commerciale, ex calciatore professionista, dieci anni nella Roma, 25 presenze in Nazionale, già presidente del sindacato dei calciatori, lei ci ha inondato fino alla nausea con la sua retorica buonista: don Milani, il rifiuto della naja, il lavoro a Telepace... Però appena arrivato al potere si è dimostrato tutt’altro che Anima Candida: infatti ha subito cacciato gli amministratori della municipalizzata dell’energia che avevano come unica colpa quella di non essere di sinistra. E l’ha fatto così maldestramente che il Comune è stato condannato a risarcirli con 200.000 euro. Tanto che importa? Mica sono soldi suoi.
A proposito di soldi. Lei ama dichiararsi sempre solidale con gli immigrati. E un giorno ha confessato il perché: «So cosa vuol dire sono stato emigrante anch’io. Infatti sono stato il primo calciatore ad andare in Cina». Certo: si è dimenticato di dire che come emigrante in Cina la pagavano 40.000 dollari al mese, ma non si può avere tutto dalla vita. Ogni cosa va conquistata. Per esempio: da oggi a Verona il passo carrabile va conquistato dichiarandosi antifascisti. O bella ciao. Partigiano portami via. Ma soprattutto porta via la macchina in divieto di sosta.
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Nel riquadro Alberto Chierici, esperto di sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale (iStock)
Alberto Chierici, nato in Italia, vive e lavora a Sydney in un istituto che studia sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale. Come imprenditore, sta avviando una startup che si chiama Aqura (aqurastudio.com) e si propone di intercettare uno degli snodi più delicati: come far «avanzare» marchi, contenuti, idee, aziende nelle risposte dei chatbot e nella cosiddetta IA «agentica», cioè l’insieme di applicazioni che sempre più manderanno mail, comporranno agende, disporranno pagamenti, scriveranno documenti per noi.
In cosa consiste l’idea centrale di Aqura e chi c’è dietro?
«Il progetto nasce con un’amica italiana con 18 anni di esperienza in marketing e marchi globali e il nome sta per Adaptability quotient. Nelle enormi incertezze sul futuro del lavoro, una cosa è molto chiara: a tutti sarà chiesto un alto quoziente di adattabilità. A questa sigla, Aq, abbiamo aggiunto il suono della parola “cura”: vogliamo creare un servizio di marketing, automatizzato dove serve, ma dove manteniamo questo livello di “cura” perché l’IA non arriva a tutto. C’è sempre un 10% dove l’umano fa tutta la differenza».
Concretamente cosa fate?
«Prima un audit sulla visibilità online della persona o del marchio, poi suggerimenti per una strategia».
Che tipo di sforzo occorre fare per «sedurre» gli algoritmi di Chatgpt e soci?
«Ogni applicativo funziona in modo molto diverso, ma avendo algoritmi poco trasparenti si fa fatica a capire come: bisogna fondamentalmente usarli. Noi ci concentriamo su Chatgpt, Claude, Gemini, Google AI mode e Perplexity. Questi cinque citano fonti diverse e hanno motori di ricerca sottostanti diversi: l’opacità di funzionamento non permette visibilità piena ma solo valutazione dei risultati. Quello che è utile fare, quindi, è studiarli e vedere come cambia la narrazione di un marchio da sistema a sistema. A seconda di queste differenze, i contenuti vanno ottimizzati organizzandoli come risposta alla domanda che si suppone l’utente ponga ai chatbot o agli “agenti”».
Alla luce di questo, che futuro hanno motori di ricerca e i siti? Spariranno?
«Non penso. Ritengo più probabile lo sviluppo di due Internet paralleli: uno per agenti dell’IA e uno per gli utenti umani. Lo stesso sito dovrà avere sempre più una duplice fruibilità. A livello grafico e di interfaccia resteranno caratteristiche fruibili da uomini e donne, ma con un sottostante di codice invisibile all’utente ma decisivo per essere letto e utilizzato dall’IA agentica».
Può farci un esempio di come funzioni un’IA agentica?
«Ho appena sentito il racconto in prima persona di un imprenditore che stava provando Codex, un applicativo di OpenAI per scrivere in codice. Avendo necessità di assumere un manager nell’ambito Formazione e sviluppo dell’IA, ha provato a usare Codex chiedendo a questo “agente” di saltare i passaggi classici di ricerca del personale (apertura di una posizione, selezione curriculum, colloqui), trovandogli direttamente un profilo adatto alle necessità. In poco tempo ha avuto un nome e cognome, e dopo una cena questa persona è stata assunta. Credo spieghi bene quanto sarà sempre più necessario essere “raccontati” in maniera corretta e fedele online».
In che tipo di «rapporto» sono le IA con i social network? Ci sono social più utili o efficaci per “apparire” sui chatbot?
«Alcuni hanno un grado di affidabilità più alto: per esempio, Reddit è molto controllato dagli utenti rispetto al rischio di fake news. Linkedin ha incentivi a essere professionali e credibili più alti rispetto, per esempio, a Facebook. Anche Substack, dopo Wikipedia, sta emergendo come piattaforma interessante per lo “sguardo” dell’IA».
Che tipo scrittura «vince» da questo punto di vista rispetto a quella forgiata per i motori di ricerca con il Seo?
«Chi scrive deve chiedersi a che domanda risponda il suo articolo, esplicitandola nel testo. La firma deve sempre contenere una mini biografia, così si associano meglio contenuto ed esperienza dell’autore. Consiglio sempre di studiare le domande fatte dagli utenti nell’ambito di interesse. Un approccio pigro valuta le domande simulate dai LLM e modella le risposte in base a queste e non a quelle reali».
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Il ministro degli Affari Esteri canadese Anita Anand (a destra) dà il benvenuto al ministro degli Esteri cinese Wang Yi (a sinistra) prima del loro incontro a Ottawa (Ansa)
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.
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