
Ha lanciato il sasso e riaperto il capitolo dell’energia atomica. Giorgia Meloni di fronte al mondo industriale italiano ha affermato che per il governo il nucleare è la soluzione più pulita ed efficace, tecnologia su cui investire e accelerare. E per capire come sarebbero le centrali di nuova generazione, lo abbiamo chiesto a Elisabeth Rizzotti, co-fondatrice di Newcleo, start up dell’energia atomica.
Per affrontare il problema energetico, la premier Meloni ha rilanciato il nucleare in tema di sicurezza nazionale e ha annunciato una legge delega entro l’estate. Un quadro normativo accelerato è possibile?
«Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale importante per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo. La vera prova sarà istituire rapidamente l’Autorità per la sicurezza nucleare: senza di essa nessun progetto può partire e nessun investitore privato può impegnarsi seriamente nel nostro Paese. Anche Newcleo è pronta a realizzare progetti concreti con partner italiani già coinvolti e non vediamo l’ora di poter richiedere le prime autorizzazioni».
Come cambierebbe concretamente la roadmap industriale in Italia nei prossimi due anni?
«Ci sono differenti step che vanno rispettati. Nel momento in cui ci sarà un’Autorità per la sicurezza nucleare pronta ad accogliere le domande per realizzare reattori in Italia, saremo tra i primi a presentare la documentazione necessaria ad avviare il processo di autorizzazione. È qualcosa che abbiamo già fatto in Francia e che ci stiamo preparando a fare anche negli Stati Uniti. Operare in più di un Paese ci consente di vedere come diverse autorità di regolamentazione affrontano l’approvazione dei progetti nucleari. In Italia, il processo autorizzativo accelerato - il cosiddetto fast track previsto dal disegno di legge delega - è una misura che accogliamo con entusiasmo: portare in Italia l’esperienza maturata all’estero ci consentirà di autorizzare i progetti nel minor tempo possibile».
L’Italia ha chiuso le centrali nel 1987 e ribadito il no nel 2011. Quali condizioni politiche, normative e industriali servirebbero per costruire un vostro reattore sul territorio italiano entro il 2035?
«L’Italia è, come ha riconosciuto Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ovvero l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il Paese più nucleare tra i Paesi non nucleari. Sembra un gioco di parole ma, invece, non lo è. Abbiamo una filiera che ha dimostrato eccellenza e resilienza, con oltre 70 aziende specializzate che coprono l’intera catena di valore e un forte posizionamento internazionale. Manca solo il quadro normativo: un’Autorità per la sicurezza nucleare e un processo autorizzativo snello che mantenga al centro la sicurezza degli impianti. Gli Stati Uniti sono esemplari in questo senso e hanno stabilito di autorizzare il disegno di un reattore in 18 mesi, garantendo tutti gli standard di sicurezza internazionali. Con questi strumenti, il 2035 non è affatto un target ambizioso, ma un obiettivo che l’Italia può e deve darsi».
E quanto tempo sarebbe necessario per godere di benefici economici sulle bollette e i conti degli italiani?
«Prima di quanto si pensi. Con la quarta generazione stiamo passando da un nucleare pagato dai contribuenti a un nucleare finanziato dai privati, ponendo al centro la sicurezza a lungo termine degli impianti, la loro sostenibilità finanziaria e i benefici per gli utenti finali – e quindi il costo per il consumatore. I nostri reattori sono intrinsecamente sicuri, più piccoli, meno costosi, e possono essere costruiti in circa tre anni. I numeri di Confindustria ci dicono già oggi qual è il costo dell’assenza del nucleare: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia quasi il 30% in più della media europea. Un mix energetico senza nucleare è strutturalmente più costoso. Dotarsi di questa tecnologia è quindi una scelta che va ben oltre l’energia: è una questione di competitività industriale e di autonomia strategica per il nostro Paese».
Newcleo punta sui reattori a piombo fuso e sul combustibile da scorie riprocessate. Faccio l’avvocato del diavolo, perché questa tecnologia dovrebbe convincere chi oggi associa il nucleare alle tragedie di Chernobyl e Fukushima?
«I nostri reattori affrontano due sfide fondamentali per la percezione e l’immagine del nucleare: la sicurezza e il riciclo dei materiali radioattivi. Si tratta di una tecnologia passivamente sicura, che elimina il rischio di incidenti gravi. Semplificando, in caso di blackout, il piombo aumenta di temperatura e spegne il reattore senza intervento umano per la fisica stessa. In secondo luogo, sono reattori “veloci”, pensati per funzionare con combustibile prodotto a partire da materiali radioattivi riprocessati, vale a dire le cosiddette scorie. In questo modo possiamo non solo contribuire alla gestione efficace di questi materiali, ma gli diamo anche nuova vita riducendo il quantitativo di scorie da stoccare e, soprattutto, la loro radioattività nel tempo».
Ci spiega come funziona il vostro impianto?
«A parte per gli aspetti tecnologici legati all’utilizzo del piombo, un nostro reattore è simile ad altri reattori. Al centro si trova il combustibile nucleare che, attraverso la fissione degli atomi, si scalda. A sua volta, questo calore scalda il piombo liquido all’interno del reattore, che poi lo trasferisce ad un generatore che produce vapore veicolato successivamente in una turbina per produrre elettricità. In parole semplici, è come un grande bollitore collegato ad una dinamo che accende una lampadina».
Avete raccolto oltre un miliardo di euro da investitori privati. Che ruolo dovrebbe avere lo Stato - italiano o europeo - nel finanziare il nucleare di nuova generazione, e quanto pesano i ritardi burocratici rispetto a concorrenti cinesi e americani?
«La raccolta dimostra che il mercato crede in questa tecnologia. Il ruolo del pubblico rimane però essenziale per abilitare il privato, non per sostituirlo: per ogni euro ricevuto dal pubblico ne abbiamo raccolti 34 dai privati. L’Europa ha individuato i bisogni del settore, ma manca ancora un piano chiaro di policy e di finanziamento - la Strategia sui Piccoli Reattori Modulari prevede fino a 200 milioni in garanzie dal Fondo per l’innovazione entro il 2028 per tutti i progetti europei, inclusi quelli che guardano alla fusione, mentre Newcleo da sola ha raccolto oltre un miliardo. Capisce che la matematica non gira? Apprezziamo la determinazione del governo italiano su questo dossier, e mi aspetto ora lo stesso coraggio a Bruxelles: la burocrazia europea rischia di essere il nostro vero concorrente».
Perché la decisione di Newcleo di quotarsi negli Usa?
«Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione. È il listino al mondo che raccoglie più capitali per lo sviluppo di tecnologie innovative. Basti pensare alle grandi aziende che lo hanno scelto: Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Google, Tesla. Negli Stati Uniti c’è una disponibilità di capitali per l’innovazione 100 volte maggiore rispetto all’Europa. Per la nostra ambizione il Nasdaq era l’unico listino adatto».
I critici sostengono che i piccoli reattori modulari non raggiungeranno mai costi competitivi con eolico e solare: l’esempio, sempre citato, è quello spagnolo dove l’energia alternativa copre il 20% del fabbisogno nazionale…
«È una domanda legittima, ma i dati ci dicono qualcosa di importante. Il vero costo dell’energia non è solo il prezzo di produzione, ma il costo di sistema: le rinnovabili richiedono accumuli, infrastrutture di bilanciamento e capacità di riserva che pesano su tutti i consumatori. Non si tratta di scegliere tra nucleare e rinnovabili: si tratta di costruire un sistema energetico completo, e il nucleare può integrare le rinnovabili rendendo il sistema più sostenibile e competitivo».
Cosa direbbe a chi pensa che il nucleare di quarta generazione sia l’ennesima illusione che arriverà troppo tardi e costerà troppo?
«Risponderei che la tecnologia esiste ed è già stata provata. Noi affrontiamo la sfida industriale e ingegneristica di combinare tecnologie esistenti per produrre energia a prezzi competitivi. All’inizio del Novecento c’era chi affermava che l’automobile sarebbe stata solo una moda passeggera. Negli anni Novanta pensare che tutti avremmo avuto un cellulare in grado di connettersi ad internet sembrava fantascienza. Eppure, la forza di chi ha avuto il coraggio di andare avanti anche di fronte alle sfide più grandi è ciò che oggi consente a tutti, detrattori originali inclusi, di godere dei vantaggi delle grandi innovazioni».
La Meloni ha legato nucleare e competitività delle imprese, puntando il dito contro l’Europa: è d’accordo?
«La presidente Meloni ha ragione: l’energia è competitività, e la competitività è sovranità. Accelerare sul nucleare significa restituire alle imprese italiane le condizioni per competere ad armi pari in Europa e nel mondo e questo governo sta finalmente dando i segnali giusti».






