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2024-09-14
Zangrillo, ragionare su addio a tetto salari manager pubblici
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Paolo Zangrillo
Aprire un ragionamento sul tetto ai salari nella Pa non è un tabù per il ministro della pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, Anzi. -interrogato dal direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, il Ministro sostiene, che anche se in maggioranza non se ne è ancora mai parlato, «un ragionamento che prima o poi andrà fatto se l’obiettivo è quello di reclutare i migliori. Anche nel pubblico, come nel privato, le posizioni apicali comportano grandi responsabilità e, per ricoprirle, servono competenze specialistiche e capacità manageriali. Puntare a una classe dirigente con queste caratteristiche, significa uscire dai recinti ideologici e guardare al pubblico come al privato». Insomma, i salari nel pubblico possono e devono aumentare, quando c’è merito, sia ai vertici alti della piramide, sia ai livelli più bassi.
«Trovo impensabile – spiega il ministro - continuare con la logica degli aumenti a pioggia e dei dipendenti tutti eccellenti. Quando parliamo della competitività delle retribuzioni dobbiamo ragionare anche sui sistemi gestionali. La Pubblica amministrazione, come qualunque altra organizzazione, deve assegnare obiettivi veri e sfidanti, in base ai quali riconoscere l’eccellenza, e deve disporre di un sistema di misurazione e di valutazione della performance coerente con l’assegnazione dei premi. Oggi tutto questo non esiste, è un processo meramente burocratico. Rifiuto categoricamente questo approccio perché significa rinunciare all’idea di una Pa moderna e attrattiva, significa abdicare all’esigenza di essere vicini alle aspettative dei nostri utenti, attraverso la valorizzazione delle persone». Sul numero dei dipendenti pubblici evidenzia: «Non è affatto vero che in Italia i dipendenti pubblici sono troppi. Il rapporto con gli abitanti è del 5,3 per cento, molto più basso rispetto a Germania, Francia o Spagna. Ed è basso anche il rapporto sul totale degli occupati, circa il 14 per cento, contro una media Ocse del 18; nei paesi del Nord Europa si attesta sul 25-30 per cento, in Francia intorno al 20. Il decreto Flussi è una leva per avere lavoratori che arrivano nel nostro paese già formati, perché scoraggia gli ingressi irregolari ampliando i canali per chi vuole invece entrare in Italia per lavoro. Quando si affronta il tema non bisogna cadere nelle banalizzazioni, che non fanno altro che ribadire dei luoghi comuni: posso confermare che nella Pubblica amministrazione ci sono eccellenze che dobbiamo essere capaci di premiare. La sfida è quella di puntare su una formazione continua». Ci può dire quale potrebbe essere una formula utile per misurare finalmente l’efficienza dei dipendenti della Pa ed eventualmente premiarli? «Il merito è centrale per il buon andamento di qualunque organizzazione, ma nella Pubblica amministrazione c’è ancora scarsa sensibilità su questo tema. La Corte dei conti ha certificato l’appiattimento verso l’alto delle valutazioni del personale e la conseguente attribuzione di premialità senza adeguati presupposti meritocratici. È quanto sostengo sin dal mio insediamento. Per questo ho già emanato una direttiva che parla di performance e di corretta attuazione della valutazione degli obiettivi e ora sto lavorando per introdurre novità importanti dal punto di vista delle progressioni di carriera, per rendere più flessibili le possibilità di avanzamento e assegnare ai dirigenti un ruolo determinante nella crescita delle persone. Vogliamo passare dall’attuale modello, un ‘fai da te’ in cui per far carriera si deve studiare e vincere un concorso, a un sistema per obiettivi, dove si viene valutati e premiati sulla base dei risultati raggiunti. È anche in questo modo che si diventa più attrattivi nei confronti dei giovani». Infine sulla possibilità che il Jobs act, e quindi la flessibilità sui contratti di lavoro, possa essere introdotto anche nel privato si mostra scettico: «Ho il timore che la discussione sul Jobs Act ci riporti nel recinto delle ideologie, allontanandoci dagli attuali problemi del mondo del lavoro. I giovani d’oggi vogliono più del posto fisso; cercano opportunità di carriera, attraverso la formazione e la valorizzazione del merito, e il giusto bilanciamento tra l’occupazione e la vita privata. È questi temi che stiamo lavorando e su cui dobbiamo confrontarci, non sui vecchi slogan».
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Il ministro della Pubblica amministrazione apre all'ipotesi di rivedere il limite ai salari nella Pa. Aprire un ragionamento sul tetto ai salari nella Pa non è un tabù per il ministro della pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, Anzi. -interrogato dal direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, il Ministro sostiene, che anche se in maggioranza non se ne è ancora mai parlato, «un ragionamento che prima o poi andrà fatto se l’obiettivo è quello di reclutare i migliori. Anche nel pubblico, come nel privato, le posizioni apicali comportano grandi responsabilità e, per ricoprirle, servono competenze specialistiche e capacità manageriali. Puntare a una classe dirigente con queste caratteristiche, significa uscire dai recinti ideologici e guardare al pubblico come al privato». Insomma, i salari nel pubblico possono e devono aumentare, quando c’è merito, sia ai vertici alti della piramide, sia ai livelli più bassi.«Trovo impensabile – spiega il ministro - continuare con la logica degli aumenti a pioggia e dei dipendenti tutti eccellenti. Quando parliamo della competitività delle retribuzioni dobbiamo ragionare anche sui sistemi gestionali. La Pubblica amministrazione, come qualunque altra organizzazione, deve assegnare obiettivi veri e sfidanti, in base ai quali riconoscere l’eccellenza, e deve disporre di un sistema di misurazione e di valutazione della performance coerente con l’assegnazione dei premi. Oggi tutto questo non esiste, è un processo meramente burocratico. Rifiuto categoricamente questo approccio perché significa rinunciare all’idea di una Pa moderna e attrattiva, significa abdicare all’esigenza di essere vicini alle aspettative dei nostri utenti, attraverso la valorizzazione delle persone». Sul numero dei dipendenti pubblici evidenzia: «Non è affatto vero che in Italia i dipendenti pubblici sono troppi. Il rapporto con gli abitanti è del 5,3 per cento, molto più basso rispetto a Germania, Francia o Spagna. Ed è basso anche il rapporto sul totale degli occupati, circa il 14 per cento, contro una media Ocse del 18; nei paesi del Nord Europa si attesta sul 25-30 per cento, in Francia intorno al 20. Il decreto Flussi è una leva per avere lavoratori che arrivano nel nostro paese già formati, perché scoraggia gli ingressi irregolari ampliando i canali per chi vuole invece entrare in Italia per lavoro. Quando si affronta il tema non bisogna cadere nelle banalizzazioni, che non fanno altro che ribadire dei luoghi comuni: posso confermare che nella Pubblica amministrazione ci sono eccellenze che dobbiamo essere capaci di premiare. La sfida è quella di puntare su una formazione continua». Ci può dire quale potrebbe essere una formula utile per misurare finalmente l’efficienza dei dipendenti della Pa ed eventualmente premiarli? «Il merito è centrale per il buon andamento di qualunque organizzazione, ma nella Pubblica amministrazione c’è ancora scarsa sensibilità su questo tema. La Corte dei conti ha certificato l’appiattimento verso l’alto delle valutazioni del personale e la conseguente attribuzione di premialità senza adeguati presupposti meritocratici. È quanto sostengo sin dal mio insediamento. Per questo ho già emanato una direttiva che parla di performance e di corretta attuazione della valutazione degli obiettivi e ora sto lavorando per introdurre novità importanti dal punto di vista delle progressioni di carriera, per rendere più flessibili le possibilità di avanzamento e assegnare ai dirigenti un ruolo determinante nella crescita delle persone. Vogliamo passare dall’attuale modello, un ‘fai da te’ in cui per far carriera si deve studiare e vincere un concorso, a un sistema per obiettivi, dove si viene valutati e premiati sulla base dei risultati raggiunti. È anche in questo modo che si diventa più attrattivi nei confronti dei giovani». Infine sulla possibilità che il Jobs act, e quindi la flessibilità sui contratti di lavoro, possa essere introdotto anche nel privato si mostra scettico: «Ho il timore che la discussione sul Jobs Act ci riporti nel recinto delle ideologie, allontanandoci dagli attuali problemi del mondo del lavoro. I giovani d’oggi vogliono più del posto fisso; cercano opportunità di carriera, attraverso la formazione e la valorizzazione del merito, e il giusto bilanciamento tra l’occupazione e la vita privata. È questi temi che stiamo lavorando e su cui dobbiamo confrontarci, non sui vecchi slogan».
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
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