«Una delle più importanti sfide che deve affrontare la pubblica amministrazione è quella dell’attrattività. Non possiamo illuderci del fatto che la pubblica amministrazione italiana sia qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre organizzazioni. Oggi i giovani hanno voglia di entrare in un’organizzazione che dia loro formazione, che dia loro possibilità di crescita, che dia loro un corretto equilibrio tra l’impegno professionale e la vita personale. Tutte queste cose che concorrono a definire l’attrattività di un’organizzazione sono cose sulle quali noi dobbiamo lavorare». A dirlo è il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo al forum Ansa.
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo (Imagoeconomica)
Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, rivela l’accordo per 150 euro in più ai dipendenti: «Cisl e Uil vogliono fare l’interesse di 1,6 milioni di lavoratori, altri invece usano il sindacato per fare politica».
La sensazione è quella che provano i ciclisti dopo aver scalato una delle vette più impervie del Giro d’Italia o del Tour de France: sospirone, soddisfazione per l’impresa, giusto il tempo di togliersi gli indumenti più ingombranti e poi giù decisi verso la discesa perché adesso ci sono da raccogliere i frutti di tanto sudare. Così allo stesso modo il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, dopo mesi di trattative in salita con le parti sociali per il rinnovo dei contratti degli statali, in settimana potrebbe iniziare la sua volata verso il traguardo. Due le date da segnare con il circoletto rosso. Oggi, lunedì 3 novembre, e mercoledì 6. Due incontri, il primo con i sindacati e l’Aran (rappresenta la Pa nella contrattazione collettiva) per la firma dell’accordo degli enti locali (più di 400.000 lavoratori di Regioni, Comuni, Province ecc). E il secondo con gli stessi soggetti dell’istruzione, 1.200.000 lavoratori. Ci sono in ballo aumenti di circa il 6%, in media 150 euro lordi al mese in più in busta paga, per più di un milione e mezzo di dipendenti dello Stato.
Ministro c’è la possibilità di chiudere in settimana?
«L’obiettivo è chiudere la tornata 2022-2024 dei contratti del pubblico impiego entro il mese di novembre, ma non le nascondo che c’è una possibilità concreta di anticipare gli accordi. Sarebbe un risultato eccellente, perché grazie ai 20 miliardi già stanziati dal governo saremmo in grado di iniziare subito le trattative anche per il rinnovo successivo, il 2025-2027, con buone probabilità di successo. Non era mai accaduto che i contratti venissero firmati nei tempi giusti in un settore dove io stesso ho dovuto affrontare i ritardi atavici dei governi precedenti. È la premessa di qualsiasi discorso legato agli aumenti dei salari di cui tanto si parla».
Andiamo con ordine. Oggi tocca a chi lavora nelle Regioni, nei Comuni e negli enti locali. Qui Cgil e Uil hanno sempre fatto blocco. Da sole hanno più del 50% della rappresentanza e quindi senza il loro consenso resta tutto fermo. Cosa potrebbe cambiare?
«Da settimane ho interlocuzioni con i sindacati e devo dire che anche a fronte della volontà del governo di aumentare in manovra le risorse per gli enti locali, c’è stato un cambio di prospettiva da parte della Uil».
Cosa vuol dire?
«Vuol dire che la Uil ha fatto il sindacato, è rimasta al tavolo delle trattative e adesso sembra sia pronta a firmare un accordo che complessivamente, considerando anche il triennio successivo, potrebbe mettere nelle tasche dei lavoratori 280 euro al mese in più».
Invece la Cgil non si è comportata da sindacato?
«Esattamente. Nell’ultimo anno e mezzo la Cgil ha avuto una posizione di totale chiusura al dialogo ispirata al linguaggio di Landini che parlava di “rivolta sociale”. E se anziché occuparti del merito del contratto ti interessa solo contrastare il governo le cose si complicano. Vuol dire che stai facendo politica e che non c’è possibilità di mediazione».
Landini le risponderebbe che il suo no si basa sul merito. Chiede il recupero completo dell’inflazione del periodo (2022-2024) che lui calcola intorno al 17%.
«Non si tratta del 17 ma del 13% e comunque il punto non è questo. Vorrei chiedere a Landini perché invece nel 2018 la Cgil ha firmato rinnovi di poco superiori al 3% con un’inflazione cumulata negli otto anni senza contratto che galoppava al 12%, forse perché c’era un governo (Gentiloni, ndr) di un colore diverso? Così come sarebbe interessante sapere da Landini perché di fronte a una manovra che mette sul tavolo un fondo con altri 50 milioni all’anno per gli enti locali , che diventeranno 100 dal 2028, non abbia mai preso seriamente in considerazione la trattativa».
Le risorse aggiuntive sono state decisive nel cambio di atteggiamento della Uil?
«Certamente. Oltre all’aspetto economico c’è stata anche la volontà di ridurre il gap retributivo tra chi lavora nei Comuni e negli altri enti locali e quindi si interfaccia quotidianamente con i cittadini e i dipendenti delle istituzioni centrali che non hanno questo rapporto così diretto».
Ministro ma lei ha mai incontrato Landini?
«Direttamente no, in tutti i passaggi a Palazzo Chigi, e comunque i messaggi erano chiari ma non hanno avuto riscontri. Ma vede, il punto è un altro. Come le dicevo, se chiudiamo a breve la tornata 2022-2024 e partiamo subito con i rinnovi successivi, riusciamo a imprimere un’accelerazione davvero importante alle dinamiche salariali. Parliamo di aumenti per il periodo 2022-2027 del 12-14% per 3,5 milioni di dipendenti pubblici. Sarebbe una svolta oggettiva e se di fronte a questo scenario il più rappresentativo sindacato italiano non mostra un minimo segnale di apertura vuol dire che ha preso un’altra strada che è quella militante contro il governo».
La Cgil accusa il governo anche per la riforma fiscale e il mancato recupero del fiscal drag, per cui in un sistema fiscale progressivo l’aumento dell’inflazione provoca un incremento della tassazione e quindi una riduzione del potere d’acquisto reale dei lavoratori.
«A parte che le risorse stanziate dal governo sopperiscono al drenaggio fiscale, c’è un altro dato che le vorrei evidenziare. Poche ore fa l’Istat ci ha detto che l’inflazione viaggia intorno all’1,2% mentre il governo sta proponendo aumenti per la tornata 2025-27 del pubblico impiego pari al 6%, perché quindi la Cgil che evidenzia con così tanta forza il tema del fiscal drag non pone le premesse per firmare? La risposta è sempre la stessa».
Anche nel privato, seppur con percentuali inferiori, c’è stata un’inversione di tendenza sui salari, ma evidentemente non basta. Cosa si può fare per accelerare?
«Se il pubblico ha il dovere di essere sempre più efficiente, non v’è dubbio che dobbiamo aiutare il sistema impresa a spingere sulla produttività, perché per distribuire ricchezza bisogna prima produrla. E da questo punto di vista rispetto ad altri Paesi accusiamo un ritardo».
Come mai?
«Scontiamo un gap tecnologico e di innovazione, ma io preferisco guardare agli aspetti positivi e all’opportunità storica che ci arriva dalla tenuta del governo. Per la prima volta siamo visti dagli altri, in Europa ma non solo, come un esempio virtuoso per i conti in ordine e la continuità di governo».
Cosa c’entra tutto questo con i salari?
«Anche questa è ricchezza. Banalmente vuol dire pagare meno interessi sul debito perché hai una considerazione diversa da parte delle agenzie di rating e del mercato. Così come la solidità ti assicura una diversa visibilità all’estero. Sei più attrattivo e puoi portare più investimenti. Anche i dati di pochi giorni fa sulle esportazioni in crescita (vendite extra-Ue su del 9,9%) nonostante i dazi sono significativi e l’obiettivo ambizioso del ministro Tajani di arrivare a 700 miliardi di export entro fine legislatura è sempre più realistico».
Invece la pubblica amministrazione ha da anni ha un problema di attrattività. Perché un giovane dovrebbe aver voglia di lavorare per lo Stato?
«È una delle prime domande che mi sono fatto quando ho iniziato questo percorso di governo, anche perché nei prossimi sette anni perderemo un milione di persone e per sostituirle adeguatamente dobbiamo essere attrattivi. Oltre al discorso retributivo che ha sempre la sua importanza, ci sono altri aspetti sui quali ci siamo concentrati - efficienza, formazione e merito - e rispetto ai quali stiamo avendo risultati concreti».
Ci faccia qualche esempio.
«Le do alcuni numero. Nel 2021, non in un’altra epoca quindi, i concorsi pubblici avevano iter infiniti che duravano spesso più di due anni, oggi abbiamo ridotto il tempo medio a 4 mesi. Quando io sono arrivato, quindi a fine 2022, venivano dedicate alla formazione non più di 6 ore pro capite all’anno, oggi siamo arrivati a 36 ore e puntiamo all’obiettivo delle 40 ore a breve. Il rapporto con le università e i territori era praticamente inesistente e intanto abbiamo aperto sei hub territoriali in 6 regioni insieme a università e imprese locali».
Tutto bene, ma è inutile nasconderselo, da sempre la Pa è vista come il simbolo del posto fisso. Mi assumono, ho lo stipendio assicurato e di conseguenza tiro i remi in barca. Messa così è attrattiva solo per chi non ha molta voglia di «darsi da fare».
«Appunto, è l’approccio che non deve più esserci e già in parte è così. Ci riesci puntando sull’obiettivo dell’efficienza dei servizi che noi dobbiamo garantire ai cittadini e sul merito. Non è per tutti uguale, chi più si dà da fare, chi più si impegna e porta a casa risultati verrà premiato».
Se ne parla da anni.
«Numeri e percentuali in queste situazioni ci aiutano sempre a capire. Ci sono da tempo delle valutazioni delle prestazioni dei dipendenti della pubblica amministrazione. Il problema è che nel 2023 il 98% dei lavoratori ha avuto una valutazione di eccellenza e premi a pioggia. Ora, io ho una grande considerazione di chi lavora nello Stato, ma non credo che neanche lontanamente ci avviciniamo a queste percentuali».
Quindi?
«Quindi cambieremo approccio. Stiamo lavorando da mesi a una riforma organica, c’è un disegno di legge in Parlamento che pensiamo possa essere approvato entro un paio di mesi. Questo garantirà reale selettività nella valutazione con una responsabilità diretta dei dirigenti».
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Ansa
Scotto: «Allucinante» chiedere a Landini di firmare contratti con aumenti del 7%. Per i dem è giusto immobilizzare 20 miliardi.
Che la Cgil e la Uil siano contrari a rinnovare i contratti del pubblico impiego con aumenti vicini al 7% delle buste paga è ormai noto. Ce ne siamo fatta una ragione e se ne sta convincendo obtorto collo anche il ministro per la Pa, Paolo Zangrillo, che in un’intervista alla Verità, ha evidenziato il «sospetto che i due sindacati non vogliano negoziare e che stiano facendo politica» manifestando però anche una «sensazione di disagio per i lavoratori che non si vedono riconosciuto quanto loro dovuto».
La contrarietà a prescindere delle due sigle è dimostrata dal fatto che Landini e Bombardieri (i due segretari) hanno risposto con un no a tutte le ipotesi di accordo sui diversi tavoli di trattativa. Che si trattasse di ministeri, Regioni, sanità e adesso anche scuola, la posizione non cambia. Per loro l’inflazione del periodo è aumentata del 17% (il governo parla del 14%) e quindi non è possibile accettare rialzi del 7% anche se grazie al rinnovo più di 2 milioni di lavoratori (sanità 580.000, scuola 1 milione e 200.000 ed enti locali circa 400.000) avrebbero in media 170 euro lordi al mese in più nelle loro buste paga. Senza contare che il rinnovo sul triennio 2022-2024 aprirebbe la strada anche sul triennio successivo (2025-2027) per il quale sono già state stanziate le risorse.
Così come per Cgil e Uil è indifferente che per soddisfare le loro richieste, il governo dovrebbe stanziare 32 miliardi, quanto una robusta Finanziaria. Non è affar loro, e non è un loro problema il fatto che i veti stiano bloccando risorse per circa 20 miliardi, gli stanziamenti previsti appunto dal governo per il rinnovo dei contratti della Pubblica amministrazione nelle ultime due manovre di bilancio.
Landini e Bombardieri tirano dritto, non sentono ragioni e chiedono che venga recuperata tutta l’inflazione del periodo, senza spiegare perché non molti anni fa (eravamo del 2018) e con un governo di colore diverso abbiano accettato di firmare accordi che prevedevano rialzi dei salari del 3,4% a fronte di un carovita che cumulando gli anni di mancato rinnovo aveva toccato il 12%. «Perché prima sì e adesso no?», si è chiesto il ministro Zangrillo nell’intervista.
Domanda legittima e ragionevole, ma non per tutti. O almeno non per il capogruppo alla Camera del Pd, Arturo Scotto, che ha definito l’intervista del ministro «allucinante». «Zangrillo certifica il fatto che lo Stato non rinnoverà il contratto per i dipendenti pubblici riconoscendo tutta l’inflazione perduta in questi anni», ha sottolineato sorpreso l’esponente dem, «come dire, prendetevi quello che abbiamo a disposizione e stringete la cinghia. Vi diamo aumenti del 6% al posto di un’inflazione che si è mangiata i salari del 17%. Che lo dica un uomo di governo preoccupa molto. Soprattutto perché come sempre si chiedono sacrifici a chi le tasse le paga fino all’ultimo centesimo. Quando lo Stato programma la riduzione dei salari sta dicendo alle giovani generazioni nei fatti di lasciare il Paese».
Parlare di riduzione dei salari quando si mettono sul piatto 20 miliardi e aumenti di quasi il 7% delle retribuzioni è una contraddizione in termini. Che diventa paradosso se poi si sposano le tesi dei sindacati che con il loro voto contrario hanno bloccato gli aumenti di milioni di lavoratori dello Stato. Ma la presa di posizione di Scotto ha un pregio. Mette nero su bianco ufficialmente, anche se ufficiosamente era abbastanza evidente, la linea del Pd su questa partita. E capire da che parte stiano i dem, il tira e molla sulla guerra e sulle manifestazioni di piazza per dimostrare solidarietà a Kiev e a Zelensky lo dimostra, è già un’impresa di suo. Il Partito Democratico sta quindi con chi preferisce tenere bloccate le retribuzioni dei lavoratori per mesi piuttosto che accettare o magari contrattare aumenti che per quanto possano avvicinarsi all’inflazione non arriveranno mai a coprirla completamente. Perché è irrealistico, basti pensare ai vincoli esterni di bilancio che gli stessi dem hanno sostenuto in Europa, pretendere che un governo stanzi le risorse di un’intera Finanziaria per una tornata di rinnovi contrattuali.
I dem seguono dunque la linea, ma se si guarda all’appoggio ai referendum contro il Jobs Act o all’astensione sul voto alla legge per la partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese non sorprende, barricadera di Maurizio Landini.
Ma come Landini non riescano a spiegare perché l’inflazione è oggi un parametro al di sotto del quale non si può andare, mentre nel 2018 era solo un punto di riferimento dal quale partire. Perché nel 2018 la Cgil ha firmato rinnovi del 3,4% a fronte di un’inflazione del 12% e oggi rifiuta sdegnata aumenti vicini al 7%? La risposta è semplice e si trova a Palazzo Chigi, dove allora c’era Paolo Gentiloni e oggi siede Giorgia Meloni.
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Maurizio Landini (Imagoeconomica)
I no di Cgil e Uil al rinnovo del contratto di sanità, enti locali e scuola pubblica bloccano gli aumenti a 2,3 milioni di addetti. Il ministro Zangrillo: «Se la posizione dei due sindacati è questa non vedo spazi per altre intese». Nel privato a rischio l’accordo in Stellantis.
Quanto costerà la contrapposizione ideologica che la Cgil, accompagnata dai fedelissimi della Uil, sta imponendo al sistema delle relazioni industriali del Paese? Un primo assaggio delle conseguenze dei no di Landini & Compagni l’abbiamo avuto con il mancato rinnovo del contratto dei dipendenti della sanità pubblica. Poco meno di 600.000 lavoratori che non vedranno lievitare le loro buste paga di 170 euro lordi al mese perché i sindacati ostili all’intesa non si sono accontentati di un incremento delle remunerazioni del 7%, ma pretendevano aumenti superiori al 15%.
Parliamo del rinnovo del contratto 2022-2024, quindi già scaduto, che blocca anche i fondi pari a due miliardi che sono già stati stanziati in manovra per il rinnovo successivo, quello 2025-2027. Senza avere un piano B. Senza cioè che ci sia una proposta alternativa per evitare di affossare ancor di più il potere d’acquisto dei lavoratori della categoria.
«Il rinnovo del contratto della sanità per il triennio 2022-2024», ha spiegato il ministro della Funzione pubblica, Paolo Zangrillo, a Radio 24, «avrebbe garantito ai lavoratori un aumento medio di 172 euro per 13 mensilità. Con la firma si sarebbe immediatamente aperta la trattativa per la tornata successiva, quella per il triennio 2025-27, che avrebbe previsto un ulteriore incremento salariale di 186 euro. Circa 360 euro in più in busta paga pari a un aumento del 14%». E non finisce qui, perché l’accordo saltato garantiva anche altre risposte alle numerose esigenze del comparto. «Questo contratto», ha precisato il responsabile della Pa, «prevede un’indennità di pronto soccorso di 240 euro mensili, che sarebbero diventati 300 nel 2025 e 366 nel 2026 e un aumento salariale mensile, per gli addetti del pronto soccorso superiore ai 500 euro. Si è mai visto, anche nel privato, un incremento del genere?». No. Ma il vero problema è che gli aumenti già messi nero su bianco sono andati in fumo senza che ci siano al momento margini di compromesso. «Se la posizione di Cgil e Uil al tavolo negoziale è questa», conclude Zangrillo, «francamente non vedo spazi ulteriori per altri rinnovi della Pa. Noi avevamo immaginato un percorso di rinnovi che avrebbe dato una continuità che non si è mai verificata, dimostrando con i fatti una grande attenzione verso il personale di un comparto che vive una situazione di emergenza. Sicuramente l’imminente rinnovo delle Rsu (ad aprile ndr) diventa un elemento di disturbo. Spero ci possa essere un sussulto di riflessione che ci consenta di trovare una sintesi nell’interesse dei lavoratori».
Nella speranza, al momento davvero remota che possa succedere qualcosa, tocca tornare alla domanda di cui sopra: quanto costeranno i no di Cgil e Uil ai lavoratori?
Detto dei 600.000 addetti alla sanità pubblica, tocca evidenziare che a inizio settimana entrerà nel vivo anche la trattativa per il rinnovo del contratto di circa 400.000 dipendenti delle Funzioni locali. Personale di Comuni, Regioni, Province ecc che però già da adesso sono consapevoli di dovere restare a bocca asciutta. Nella categorie infatti Cgil e Uil hanno la maggioranza, superano il 53% contro il 28,6% della Cisl, e quindi non devono neanche stringere accordi con una sigla autonoma, come successo nella sanità pcon gli infermieri del Nursing Up, per poter bloccare il tavolo. Dipende tutto da loro. E non c’è al momento una ragione al mondo che può far pensare a un passo indietro.
Passo indietro che difficilmente arriverà anche per l’altro maxi-contratto del pubblico impiego, quello della scuola. Circa 1,3 milioni di lavoratori coinvolti. Qui la partita sarebbe aperta, perché da soli i sindacati di Landini e Bombardieri non arrivano al 50% più uno dei voti, ma è difficile pensare che cammin facendo abbiano difficoltà a trovare qualche compagno di strada che sia felice di esercitare un insperato potere di veto.
Parliamo quindi di 2,3 milioni di lavoratori che hanno gli aumenti salariali bloccati per circa 5 miliardi di euro.
A fronte di risorse già stanziate in manovra per i rinnovi superiori ai 10 miliardi di euro, da qui fino al 2030.
Davvero incredibile. Soprattutto se si pensa al problema salariale che investe il Paese e che riguarda ovviamente il settore privato quanto quello dello Stato. A questo proposito, va ricordato che nelle scorse ore si è svolto un altro incontro per il rinnovo del biennio economico del contratto di Stellantis (Stellantis, Cnh Industrial, Iveco, e Ferrari). Si tratta del Ccsl, l’accordo aziendale, che ha sostituito quello dei metalmeccanici dopo l’uscita della multinazionale dell’auto da Confindustria.
Anche se siamo agli inizi, la trattativa non appare affatto in discesa. I sindacati chiedono di recuperare l’8,8% di inflazione, mentre l’azienda punta al ribasso. Sono coinvolti circa 65.000 lavoratori che pur mantenendo il posto hanno dovuto subire negli ultimi anni una massiccia riduzione del potere d’acquisto della loro busta paga, falcidiata dal continuo ricorso del gruppo a cassa integrazione e contratti di soldarietà. Arrivare a una firma sarebbe una bella risposta alle critiche che vogliono John Elkann e l’ex Fiat sempre più lontani dall’Italia. Ma anche qui ci sarà da fare i conti con le impuntature della Fiom. I metalmeccanici della Cgil che al termine dell’incontro evidenziavano: «Sono state evidenti le distanze registrate tra le nostre istanze e le risposte dell’azienda [...] Rispetto alla nostra rinnovata richiesta di procedere con un unico tavolo di confronto, la posizione espressa dalle controparti è stata di chiusura». Auguri.
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Paolo Zangrillo
Il ministro della Pubblica amministrazione apre all'ipotesi di rivedere il limite ai salari nella Pa.
Aprire un ragionamento sul tetto ai salari nella Pa non è un tabù per il ministro della pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, Anzi. -interrogato dal direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, il Ministro sostiene, che anche se in maggioranza non se ne è ancora mai parlato, «un ragionamento che prima o poi andrà fatto se l’obiettivo è quello di reclutare i migliori. Anche nel pubblico, come nel privato, le posizioni apicali comportano grandi responsabilità e, per ricoprirle, servono competenze specialistiche e capacità manageriali. Puntare a una classe dirigente con queste caratteristiche, significa uscire dai recinti ideologici e guardare al pubblico come al privato». Insomma, i salari nel pubblico possono e devono aumentare, quando c’è merito, sia ai vertici alti della piramide, sia ai livelli più bassi.
«Trovo impensabile – spiega il ministro - continuare con la logica degli aumenti a pioggia e dei dipendenti tutti eccellenti. Quando parliamo della competitività delle retribuzioni dobbiamo ragionare anche sui sistemi gestionali. La Pubblica amministrazione, come qualunque altra organizzazione, deve assegnare obiettivi veri e sfidanti, in base ai quali riconoscere l’eccellenza, e deve disporre di un sistema di misurazione e di valutazione della performance coerente con l’assegnazione dei premi. Oggi tutto questo non esiste, è un processo meramente burocratico. Rifiuto categoricamente questo approccio perché significa rinunciare all’idea di una Pa moderna e attrattiva, significa abdicare all’esigenza di essere vicini alle aspettative dei nostri utenti, attraverso la valorizzazione delle persone». Sul numero dei dipendenti pubblici evidenzia: «Non è affatto vero che in Italia i dipendenti pubblici sono troppi. Il rapporto con gli abitanti è del 5,3 per cento, molto più basso rispetto a Germania, Francia o Spagna. Ed è basso anche il rapporto sul totale degli occupati, circa il 14 per cento, contro una media Ocse del 18; nei paesi del Nord Europa si attesta sul 25-30 per cento, in Francia intorno al 20. Il decreto Flussi è una leva per avere lavoratori che arrivano nel nostro paese già formati, perché scoraggia gli ingressi irregolari ampliando i canali per chi vuole invece entrare in Italia per lavoro. Quando si affronta il tema non bisogna cadere nelle banalizzazioni, che non fanno altro che ribadire dei luoghi comuni: posso confermare che nella Pubblica amministrazione ci sono eccellenze che dobbiamo essere capaci di premiare. La sfida è quella di puntare su una formazione continua». Ci può dire quale potrebbe essere una formula utile per misurare finalmente l’efficienza dei dipendenti della Pa ed eventualmente premiarli? «Il merito è centrale per il buon andamento di qualunque organizzazione, ma nella Pubblica amministrazione c’è ancora scarsa sensibilità su questo tema. La Corte dei conti ha certificato l’appiattimento verso l’alto delle valutazioni del personale e la conseguente attribuzione di premialità senza adeguati presupposti meritocratici. È quanto sostengo sin dal mio insediamento. Per questo ho già emanato una direttiva che parla di performance e di corretta attuazione della valutazione degli obiettivi e ora sto lavorando per introdurre novità importanti dal punto di vista delle progressioni di carriera, per rendere più flessibili le possibilità di avanzamento e assegnare ai dirigenti un ruolo determinante nella crescita delle persone. Vogliamo passare dall’attuale modello, un ‘fai da te’ in cui per far carriera si deve studiare e vincere un concorso, a un sistema per obiettivi, dove si viene valutati e premiati sulla base dei risultati raggiunti. È anche in questo modo che si diventa più attrattivi nei confronti dei giovani». Infine sulla possibilità che il Jobs act, e quindi la flessibilità sui contratti di lavoro, possa essere introdotto anche nel privato si mostra scettico: «Ho il timore che la discussione sul Jobs Act ci riporti nel recinto delle ideologie, allontanandoci dagli attuali problemi del mondo del lavoro. I giovani d’oggi vogliono più del posto fisso; cercano opportunità di carriera, attraverso la formazione e la valorizzazione del merito, e il giusto bilanciamento tra l’occupazione e la vita privata. È questi temi che stiamo lavorando e su cui dobbiamo confrontarci, non sui vecchi slogan».
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