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2022-06-11
Accordo militare Nicaragua-Mosca. Biden si trova i nemici sotto il naso
Vladimir Putin e il presidente del Nicaragua Daniel Ortega (Ansa)
Crescono i problemi latinoamericani per Joe Biden. Il Nicaragua ha autorizzato lo schieramento sul proprio territorio di aerei, navi e piccoli contingenti della Federazione russa: ufficialmente l’obiettivo è quello di garantire attività di addestramento, rafforzare la sicurezza interna e svolgere funzioni di polizia. Sebbene il ministero degli Esteri russo abbia parlato di una «procedura di routine», è chiaro che, con questa mossa, Mosca punta a consolidare la propria penetrazione in America Latina. Del resto, i suoi rapporti con Managua sono storicamente abbastanza stretti. Le due capitali collaborano già da tempo in materia di addestramento militare, mentre la Russia ha in passato garantito al Nicaragua assistenza finanziaria.
La notizia del dispiegamento di truppe russe arriva inoltre nella stessa settimana in cui gli Stati Uniti hanno ospitato la nona edizione del Summit of the Americas. Un evento che avrebbe dovuto rilanciare il ruolo di Washington in America Latina e che si è invece risolto in un mezzo fallimento. I leader di svariati Paesi (tra cui Messico, El Salvador, Honduras e Guatemala) hanno infatti evitato la partecipazione in risposta alla decisione di Biden di non invitare i presidenti di Venezuela, Cuba e Nicaragua in quanto dittature. Il che, sia chiaro, avrebbe anche potuto avere un senso, visto il dichiarato impegno dell’attuale inquilino della Casa Bianca contro le autocrazie. Il paradosso sta tuttavia nel fatto che, proprio nelle scorse settimane, Biden ha revocato le restrizioni che Donald Trump aveva imposto al regime castrista, allentando inoltre la pressione statunitense sul governo di Nicolas Maduro con l’obiettivo di trarne benefici sul piano energetico. Insomma, la logica pare latitare di questi tempi alla Casa Bianca. Per Biden si pone quindi un duplice problema.
In primis c’è il nodo della crisi migratoria al confine meridionale degli Stati Uniti: una crisi che ad aprile ha raggiunto livelli record. Ebbene, a marzo dell’anno scorso, Biden aveva incaricato Kamala Harris di affrontare la questione attraverso uno sforzo diplomatico proprio con i Paesi dell’America Centrale (da cui arriva la gran parte dei flussi): un incarico in cui la vicepresidente ha tuttavia fallito miserevolmente. Il secondo nodo, lo accennavamo, è la perdita di influenza nel Sudamerica da parte degli Stati Uniti. Oltre al Nicaragua, la Russia intrattiene stretti legami anche con Venezuela e Cuba. Mosca vanta connessioni con Caracas innanzitutto nel settore petrolifero. Era inoltre il 2018, quando i russi inviarono nel Paese due bombardieri strategici Tu-160, mentre l’anno dopo vi schierarono mercenari del Wagner Group a tutela della sicurezza di Maduro: quel Maduro che ha dato il proprio endorsement all’invasione russa dell’Ucraina. E che, mentre si teneva l’ultima edizione del Summit of the Americas, è stato ricevuto ufficialmente da Tayyip Erdogan in Turchia. Anche i rapporti tra Mosca e L’Avana restano solidi: tanto che, ad aprile, i russi hanno donato quasi 20.000 tonnellate di grano a Cuba.
Tuttavia la penetrazione di Mosca non è l’unico problema che Biden deve affrontare in America Latina. Sotto questo aspetto, un altro attore ancor più preoccupante è la Cina.
Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, avrebbe innanzitutto intenzione di siglare un accordo di libero scambio con Pechino entro il prossimo anno. In secondo luogo, una recente analisi di Reuters ha mostrato che, da quando Biden è entrato in carica, il Dragone ha acquisito un significativo vantaggio commerciale in America Latina a discapito degli Stati Uniti. Un vantaggio commerciale che i cinesi poi traducono ovviamente in influenza politica.
In questo quadro, Pechino sta cercando di spingere i Paesi latinoamericani che riconoscono formalmente Taiwan a rompere i rapporti diplomatici con l’isola: come sottolineato da The Diplomat, negli ultimi cinque anni, Taipei ha perso quattro alleati in America Centrale: Panama (nel 2017), El Salvador (nel 2018), la Repubblica Dominicana (nel 2018) e lo stesso Nicaragua (nel 2021). In tal senso, come in Nord Africa, uno degli strumenti principali che finora Pechino ha usato per estendere la propria influenza in America Latina è stato, oltre a prestiti ed investimenti, quello della diplomazia vaccinale. Un altro fronte sarà presto rappresentato dalla crisi alimentare, innescata dal conflitto in Ucraina: una crisi che rischia di avere impatti drammatici sull’America Latina. Biden ha pertanto intenzione di annunciare 331 milioni di dollari per contrastare il fenomeno in loco.
Dal canto suo, Pechino non resterà prevedibilmente con le mani in mano e potrebbe ricorrere alla diplomazia dei fertilizzanti (come ha già fatto di recente in Algeria).
Più in generale, è pur vero che il presidente americano ha appena reso noto un piano di cooperazione economica rivolto all’America Latina per contrastare l’avanzata cinese. Tuttavia, secondo quanto riferito da Reuters, il suo «Americas Partnership for Economic Prosperity» risulterebbe un progetto ancora piuttosto astratto, che non garantirebbe tra l’altro concrete riduzioni tariffarie ai Paesi partecipanti. Non è quindi chiaro in che modo l’attuale Casa Bianca speri di recuperare realmente soft power in America Latina, mentre l’asse sino-russo si muove spregiudicatamente non soltanto in loco, ma anche in Africa e Medio Oriente. Biden sta finendo con le spalle al muro a causa della sua stessa confusa irresolutezza. O agisce prontamente. O per l’Occidente tutto si profilano guai seri.
«Putin continuerà così per un anno»
Le forze russe proseguono l’offensiva nel Donbass, puntando alla conquista dell’intera regione di Lugansk. Le operazioni militari infuriano soprattutto nell’area di Severodonetsk. In particolare, il governatore di Lugansk, Serhiy Haidai, ha detto che nei pressi della città i russi stanno «distruggendo tutto sul loro cammino», aggiungendo che «le battaglie sono in corso per ogni casa e ogni strada» e denunciando la distruzione del locale Palazzo del Ghiaccio. «Uno dei simboli di Severodonetsk è stato distrutto. Il Palazzo del Ghiaccio è andato a fuoco. Pattinaggio artistico, hockey, pallavolo, scuola di sport, concerti, quasi cinquant’anni di storia dello sport e sviluppo culturale», ha affermato il governatore. Dal canto suo, il comandante ceceno, Apti Alaudinov, ha ammesso dei problemi nell’avanzata russa in città, mentre nel centro di Donetsk si è verificata ieri una forte esplosione.
In tutto questo, il vice capo dell’intelligence militare di Kiev, Vadym Skibitsky, ha detto al Guardian che le forze ucraine sono in difficoltà, auspicando pertanto l’invio di nuove armi da parte dell’Occidente. «La dirigenza del Cremlino probabilmente cercherà di congelare la guerra per un po’ per convincere l’Occidente a revocare le sanzioni, ma poi continuerà l’aggressione», ha inoltre dichiarato la direzione dell’intelligence ucraina. «Le risorse economiche della Russia consentiranno al Paese occupante di continuare la guerra al ritmo attuale per un altro anno», ha aggiunto.
Nel mentre, la vicepremier ucraina, Iryna Vereshchuk, ha affermato che la Russia starebbe bloccando l’evacuazione da Kherson e dalle aree in parte occupate della regione di Zaporizhzhia. Dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Denys Monastyrsky, ha per il momento escluso un attacco di truppe russe contro Kiev. «Non c’è pericolo di un attacco a Kiev oggi», ha detto. «Non c’è alcun assembramento di truppe vicino al confine bielorusso, ma comprendiamo che domani sarà possibile qualunque scenario». Il sindaco di Kharkiv, Igor Terekhov, ha invece sottolineato che sulla sua città si stanno registrando bombardamenti di maggiore potenza, per quanto di numero inferiore rispetto al passato.
L’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, ha frattanto dichiarato che Mosca «sta preparando il terreno per l’annessione» della regione di Kherson alla Federazione russa, «aspettando il momento opportuno per farlo». «Kherson è il laboratorio degli orrori del Cremlino. Ogni giorno che Kherson rimane sotto il controllo della Russia, il Cremlino lavora per portare avanti il suo piano per sostituire il governo democratico di Kherson, la stampa libera e la società civile con uno stato di polizia in stile Cremlino che umilia e brutalizza la popolazione locale», ha altresì affermato.
In tutto questo, il Regno Unito ha detto di temere un’epidemia di colera a Mariupol. «L’Ucraina ha subito una grave epidemia di colera nel 1995 e da allora ha subito epidemie minori, specialmente intorno alla costa del Mar d’Azov, che include Mariupol», ha affermato il ministero della Difesa di Londra. «I servizi medici a Mariupol sono probabilmente già vicini al collasso: una grave epidemia di colera a Mariupol aggraverà ulteriormente la situazione», ha proseguito, denunciando poi scarsità di medicinali anche a Kherson. L’allarme colera è stato altresì lanciato dal primo cittadino di Mariupol, Vadym Boichenko. «C’è un focolaio di dissenteria e colera», ha dichiarato, specificando di temere migliaia di vittime.
Il sindaco di Mykolaiv, Oleksandr Senkevych, ha frattanto affermato che uno dei principali porti locali per lo stoccaggio del grano è stato duramente colpito dalle truppe di Mosca. «Nella città», ha anche detto il primo cittadino, «è rimasta la metà della popolazione. Stando al consumo dell’acqua e alla quantità della spazzatura in città possiamo stimare che circa 280.000 delle 480.000 persone che ci vivevano hanno lasciato la città. Vorremmo anche ricevere i dati degli operatori telefonici in modo da poter avere i dati più precisi».
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Washington alle prese con la grana America Latina: non solo il piano anti immigrazione di Kamala Harris si è rivelato un fallimento, ma avanza anche l’influenza del Dragone. Che sfrutta la diplomazia del vaccino.L’allarme dei servizi segreti di Kiev: servono armi dall’Occidente. Le forze armate del Cremlino puntano alla conquista dell’intero Lugansk. Scoppia il colera a Mariupol.Lo speciale contiene due articoli.Crescono i problemi latinoamericani per Joe Biden. Il Nicaragua ha autorizzato lo schieramento sul proprio territorio di aerei, navi e piccoli contingenti della Federazione russa: ufficialmente l’obiettivo è quello di garantire attività di addestramento, rafforzare la sicurezza interna e svolgere funzioni di polizia. Sebbene il ministero degli Esteri russo abbia parlato di una «procedura di routine», è chiaro che, con questa mossa, Mosca punta a consolidare la propria penetrazione in America Latina. Del resto, i suoi rapporti con Managua sono storicamente abbastanza stretti. Le due capitali collaborano già da tempo in materia di addestramento militare, mentre la Russia ha in passato garantito al Nicaragua assistenza finanziaria. La notizia del dispiegamento di truppe russe arriva inoltre nella stessa settimana in cui gli Stati Uniti hanno ospitato la nona edizione del Summit of the Americas. Un evento che avrebbe dovuto rilanciare il ruolo di Washington in America Latina e che si è invece risolto in un mezzo fallimento. I leader di svariati Paesi (tra cui Messico, El Salvador, Honduras e Guatemala) hanno infatti evitato la partecipazione in risposta alla decisione di Biden di non invitare i presidenti di Venezuela, Cuba e Nicaragua in quanto dittature. Il che, sia chiaro, avrebbe anche potuto avere un senso, visto il dichiarato impegno dell’attuale inquilino della Casa Bianca contro le autocrazie. Il paradosso sta tuttavia nel fatto che, proprio nelle scorse settimane, Biden ha revocato le restrizioni che Donald Trump aveva imposto al regime castrista, allentando inoltre la pressione statunitense sul governo di Nicolas Maduro con l’obiettivo di trarne benefici sul piano energetico. Insomma, la logica pare latitare di questi tempi alla Casa Bianca. Per Biden si pone quindi un duplice problema.In primis c’è il nodo della crisi migratoria al confine meridionale degli Stati Uniti: una crisi che ad aprile ha raggiunto livelli record. Ebbene, a marzo dell’anno scorso, Biden aveva incaricato Kamala Harris di affrontare la questione attraverso uno sforzo diplomatico proprio con i Paesi dell’America Centrale (da cui arriva la gran parte dei flussi): un incarico in cui la vicepresidente ha tuttavia fallito miserevolmente. Il secondo nodo, lo accennavamo, è la perdita di influenza nel Sudamerica da parte degli Stati Uniti. Oltre al Nicaragua, la Russia intrattiene stretti legami anche con Venezuela e Cuba. Mosca vanta connessioni con Caracas innanzitutto nel settore petrolifero. Era inoltre il 2018, quando i russi inviarono nel Paese due bombardieri strategici Tu-160, mentre l’anno dopo vi schierarono mercenari del Wagner Group a tutela della sicurezza di Maduro: quel Maduro che ha dato il proprio endorsement all’invasione russa dell’Ucraina. E che, mentre si teneva l’ultima edizione del Summit of the Americas, è stato ricevuto ufficialmente da Tayyip Erdogan in Turchia. Anche i rapporti tra Mosca e L’Avana restano solidi: tanto che, ad aprile, i russi hanno donato quasi 20.000 tonnellate di grano a Cuba. Tuttavia la penetrazione di Mosca non è l’unico problema che Biden deve affrontare in America Latina. Sotto questo aspetto, un altro attore ancor più preoccupante è la Cina. Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, avrebbe innanzitutto intenzione di siglare un accordo di libero scambio con Pechino entro il prossimo anno. In secondo luogo, una recente analisi di Reuters ha mostrato che, da quando Biden è entrato in carica, il Dragone ha acquisito un significativo vantaggio commerciale in America Latina a discapito degli Stati Uniti. Un vantaggio commerciale che i cinesi poi traducono ovviamente in influenza politica. In questo quadro, Pechino sta cercando di spingere i Paesi latinoamericani che riconoscono formalmente Taiwan a rompere i rapporti diplomatici con l’isola: come sottolineato da The Diplomat, negli ultimi cinque anni, Taipei ha perso quattro alleati in America Centrale: Panama (nel 2017), El Salvador (nel 2018), la Repubblica Dominicana (nel 2018) e lo stesso Nicaragua (nel 2021). In tal senso, come in Nord Africa, uno degli strumenti principali che finora Pechino ha usato per estendere la propria influenza in America Latina è stato, oltre a prestiti ed investimenti, quello della diplomazia vaccinale. Un altro fronte sarà presto rappresentato dalla crisi alimentare, innescata dal conflitto in Ucraina: una crisi che rischia di avere impatti drammatici sull’America Latina. Biden ha pertanto intenzione di annunciare 331 milioni di dollari per contrastare il fenomeno in loco. Dal canto suo, Pechino non resterà prevedibilmente con le mani in mano e potrebbe ricorrere alla diplomazia dei fertilizzanti (come ha già fatto di recente in Algeria). Più in generale, è pur vero che il presidente americano ha appena reso noto un piano di cooperazione economica rivolto all’America Latina per contrastare l’avanzata cinese. Tuttavia, secondo quanto riferito da Reuters, il suo «Americas Partnership for Economic Prosperity» risulterebbe un progetto ancora piuttosto astratto, che non garantirebbe tra l’altro concrete riduzioni tariffarie ai Paesi partecipanti. Non è quindi chiaro in che modo l’attuale Casa Bianca speri di recuperare realmente soft power in America Latina, mentre l’asse sino-russo si muove spregiudicatamente non soltanto in loco, ma anche in Africa e Medio Oriente. Biden sta finendo con le spalle al muro a causa della sua stessa confusa irresolutezza. O agisce prontamente. O per l’Occidente tutto si profilano guai seri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-militare-nicaragua-mosca-2657489720.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-continuera-cosi-per-un-anno" data-post-id="2657489720" data-published-at="1654886705" data-use-pagination="False"> «Putin continuerà così per un anno» Le forze russe proseguono l’offensiva nel Donbass, puntando alla conquista dell’intera regione di Lugansk. Le operazioni militari infuriano soprattutto nell’area di Severodonetsk. In particolare, il governatore di Lugansk, Serhiy Haidai, ha detto che nei pressi della città i russi stanno «distruggendo tutto sul loro cammino», aggiungendo che «le battaglie sono in corso per ogni casa e ogni strada» e denunciando la distruzione del locale Palazzo del Ghiaccio. «Uno dei simboli di Severodonetsk è stato distrutto. Il Palazzo del Ghiaccio è andato a fuoco. Pattinaggio artistico, hockey, pallavolo, scuola di sport, concerti, quasi cinquant’anni di storia dello sport e sviluppo culturale», ha affermato il governatore. Dal canto suo, il comandante ceceno, Apti Alaudinov, ha ammesso dei problemi nell’avanzata russa in città, mentre nel centro di Donetsk si è verificata ieri una forte esplosione. In tutto questo, il vice capo dell’intelligence militare di Kiev, Vadym Skibitsky, ha detto al Guardian che le forze ucraine sono in difficoltà, auspicando pertanto l’invio di nuove armi da parte dell’Occidente. «La dirigenza del Cremlino probabilmente cercherà di congelare la guerra per un po’ per convincere l’Occidente a revocare le sanzioni, ma poi continuerà l’aggressione», ha inoltre dichiarato la direzione dell’intelligence ucraina. «Le risorse economiche della Russia consentiranno al Paese occupante di continuare la guerra al ritmo attuale per un altro anno», ha aggiunto. Nel mentre, la vicepremier ucraina, Iryna Vereshchuk, ha affermato che la Russia starebbe bloccando l’evacuazione da Kherson e dalle aree in parte occupate della regione di Zaporizhzhia. Dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Denys Monastyrsky, ha per il momento escluso un attacco di truppe russe contro Kiev. «Non c’è pericolo di un attacco a Kiev oggi», ha detto. «Non c’è alcun assembramento di truppe vicino al confine bielorusso, ma comprendiamo che domani sarà possibile qualunque scenario». Il sindaco di Kharkiv, Igor Terekhov, ha invece sottolineato che sulla sua città si stanno registrando bombardamenti di maggiore potenza, per quanto di numero inferiore rispetto al passato. L’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, ha frattanto dichiarato che Mosca «sta preparando il terreno per l’annessione» della regione di Kherson alla Federazione russa, «aspettando il momento opportuno per farlo». «Kherson è il laboratorio degli orrori del Cremlino. Ogni giorno che Kherson rimane sotto il controllo della Russia, il Cremlino lavora per portare avanti il suo piano per sostituire il governo democratico di Kherson, la stampa libera e la società civile con uno stato di polizia in stile Cremlino che umilia e brutalizza la popolazione locale», ha altresì affermato. In tutto questo, il Regno Unito ha detto di temere un’epidemia di colera a Mariupol. «L’Ucraina ha subito una grave epidemia di colera nel 1995 e da allora ha subito epidemie minori, specialmente intorno alla costa del Mar d’Azov, che include Mariupol», ha affermato il ministero della Difesa di Londra. «I servizi medici a Mariupol sono probabilmente già vicini al collasso: una grave epidemia di colera a Mariupol aggraverà ulteriormente la situazione», ha proseguito, denunciando poi scarsità di medicinali anche a Kherson. L’allarme colera è stato altresì lanciato dal primo cittadino di Mariupol, Vadym Boichenko. «C’è un focolaio di dissenteria e colera», ha dichiarato, specificando di temere migliaia di vittime. Il sindaco di Mykolaiv, Oleksandr Senkevych, ha frattanto affermato che uno dei principali porti locali per lo stoccaggio del grano è stato duramente colpito dalle truppe di Mosca. «Nella città», ha anche detto il primo cittadino, «è rimasta la metà della popolazione. Stando al consumo dell’acqua e alla quantità della spazzatura in città possiamo stimare che circa 280.000 delle 480.000 persone che ci vivevano hanno lasciato la città. Vorremmo anche ricevere i dati degli operatori telefonici in modo da poter avere i dati più precisi».
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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