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2022-06-11
Accordo militare Nicaragua-Mosca. Biden si trova i nemici sotto il naso
Vladimir Putin e il presidente del Nicaragua Daniel Ortega (Ansa)
Crescono i problemi latinoamericani per Joe Biden. Il Nicaragua ha autorizzato lo schieramento sul proprio territorio di aerei, navi e piccoli contingenti della Federazione russa: ufficialmente l’obiettivo è quello di garantire attività di addestramento, rafforzare la sicurezza interna e svolgere funzioni di polizia. Sebbene il ministero degli Esteri russo abbia parlato di una «procedura di routine», è chiaro che, con questa mossa, Mosca punta a consolidare la propria penetrazione in America Latina. Del resto, i suoi rapporti con Managua sono storicamente abbastanza stretti. Le due capitali collaborano già da tempo in materia di addestramento militare, mentre la Russia ha in passato garantito al Nicaragua assistenza finanziaria.
La notizia del dispiegamento di truppe russe arriva inoltre nella stessa settimana in cui gli Stati Uniti hanno ospitato la nona edizione del Summit of the Americas. Un evento che avrebbe dovuto rilanciare il ruolo di Washington in America Latina e che si è invece risolto in un mezzo fallimento. I leader di svariati Paesi (tra cui Messico, El Salvador, Honduras e Guatemala) hanno infatti evitato la partecipazione in risposta alla decisione di Biden di non invitare i presidenti di Venezuela, Cuba e Nicaragua in quanto dittature. Il che, sia chiaro, avrebbe anche potuto avere un senso, visto il dichiarato impegno dell’attuale inquilino della Casa Bianca contro le autocrazie. Il paradosso sta tuttavia nel fatto che, proprio nelle scorse settimane, Biden ha revocato le restrizioni che Donald Trump aveva imposto al regime castrista, allentando inoltre la pressione statunitense sul governo di Nicolas Maduro con l’obiettivo di trarne benefici sul piano energetico. Insomma, la logica pare latitare di questi tempi alla Casa Bianca. Per Biden si pone quindi un duplice problema.
In primis c’è il nodo della crisi migratoria al confine meridionale degli Stati Uniti: una crisi che ad aprile ha raggiunto livelli record. Ebbene, a marzo dell’anno scorso, Biden aveva incaricato Kamala Harris di affrontare la questione attraverso uno sforzo diplomatico proprio con i Paesi dell’America Centrale (da cui arriva la gran parte dei flussi): un incarico in cui la vicepresidente ha tuttavia fallito miserevolmente. Il secondo nodo, lo accennavamo, è la perdita di influenza nel Sudamerica da parte degli Stati Uniti. Oltre al Nicaragua, la Russia intrattiene stretti legami anche con Venezuela e Cuba. Mosca vanta connessioni con Caracas innanzitutto nel settore petrolifero. Era inoltre il 2018, quando i russi inviarono nel Paese due bombardieri strategici Tu-160, mentre l’anno dopo vi schierarono mercenari del Wagner Group a tutela della sicurezza di Maduro: quel Maduro che ha dato il proprio endorsement all’invasione russa dell’Ucraina. E che, mentre si teneva l’ultima edizione del Summit of the Americas, è stato ricevuto ufficialmente da Tayyip Erdogan in Turchia. Anche i rapporti tra Mosca e L’Avana restano solidi: tanto che, ad aprile, i russi hanno donato quasi 20.000 tonnellate di grano a Cuba.
Tuttavia la penetrazione di Mosca non è l’unico problema che Biden deve affrontare in America Latina. Sotto questo aspetto, un altro attore ancor più preoccupante è la Cina.
Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, avrebbe innanzitutto intenzione di siglare un accordo di libero scambio con Pechino entro il prossimo anno. In secondo luogo, una recente analisi di Reuters ha mostrato che, da quando Biden è entrato in carica, il Dragone ha acquisito un significativo vantaggio commerciale in America Latina a discapito degli Stati Uniti. Un vantaggio commerciale che i cinesi poi traducono ovviamente in influenza politica.
In questo quadro, Pechino sta cercando di spingere i Paesi latinoamericani che riconoscono formalmente Taiwan a rompere i rapporti diplomatici con l’isola: come sottolineato da The Diplomat, negli ultimi cinque anni, Taipei ha perso quattro alleati in America Centrale: Panama (nel 2017), El Salvador (nel 2018), la Repubblica Dominicana (nel 2018) e lo stesso Nicaragua (nel 2021). In tal senso, come in Nord Africa, uno degli strumenti principali che finora Pechino ha usato per estendere la propria influenza in America Latina è stato, oltre a prestiti ed investimenti, quello della diplomazia vaccinale. Un altro fronte sarà presto rappresentato dalla crisi alimentare, innescata dal conflitto in Ucraina: una crisi che rischia di avere impatti drammatici sull’America Latina. Biden ha pertanto intenzione di annunciare 331 milioni di dollari per contrastare il fenomeno in loco.
Dal canto suo, Pechino non resterà prevedibilmente con le mani in mano e potrebbe ricorrere alla diplomazia dei fertilizzanti (come ha già fatto di recente in Algeria).
Più in generale, è pur vero che il presidente americano ha appena reso noto un piano di cooperazione economica rivolto all’America Latina per contrastare l’avanzata cinese. Tuttavia, secondo quanto riferito da Reuters, il suo «Americas Partnership for Economic Prosperity» risulterebbe un progetto ancora piuttosto astratto, che non garantirebbe tra l’altro concrete riduzioni tariffarie ai Paesi partecipanti. Non è quindi chiaro in che modo l’attuale Casa Bianca speri di recuperare realmente soft power in America Latina, mentre l’asse sino-russo si muove spregiudicatamente non soltanto in loco, ma anche in Africa e Medio Oriente. Biden sta finendo con le spalle al muro a causa della sua stessa confusa irresolutezza. O agisce prontamente. O per l’Occidente tutto si profilano guai seri.
«Putin continuerà così per un anno»
Le forze russe proseguono l’offensiva nel Donbass, puntando alla conquista dell’intera regione di Lugansk. Le operazioni militari infuriano soprattutto nell’area di Severodonetsk. In particolare, il governatore di Lugansk, Serhiy Haidai, ha detto che nei pressi della città i russi stanno «distruggendo tutto sul loro cammino», aggiungendo che «le battaglie sono in corso per ogni casa e ogni strada» e denunciando la distruzione del locale Palazzo del Ghiaccio. «Uno dei simboli di Severodonetsk è stato distrutto. Il Palazzo del Ghiaccio è andato a fuoco. Pattinaggio artistico, hockey, pallavolo, scuola di sport, concerti, quasi cinquant’anni di storia dello sport e sviluppo culturale», ha affermato il governatore. Dal canto suo, il comandante ceceno, Apti Alaudinov, ha ammesso dei problemi nell’avanzata russa in città, mentre nel centro di Donetsk si è verificata ieri una forte esplosione.
In tutto questo, il vice capo dell’intelligence militare di Kiev, Vadym Skibitsky, ha detto al Guardian che le forze ucraine sono in difficoltà, auspicando pertanto l’invio di nuove armi da parte dell’Occidente. «La dirigenza del Cremlino probabilmente cercherà di congelare la guerra per un po’ per convincere l’Occidente a revocare le sanzioni, ma poi continuerà l’aggressione», ha inoltre dichiarato la direzione dell’intelligence ucraina. «Le risorse economiche della Russia consentiranno al Paese occupante di continuare la guerra al ritmo attuale per un altro anno», ha aggiunto.
Nel mentre, la vicepremier ucraina, Iryna Vereshchuk, ha affermato che la Russia starebbe bloccando l’evacuazione da Kherson e dalle aree in parte occupate della regione di Zaporizhzhia. Dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Denys Monastyrsky, ha per il momento escluso un attacco di truppe russe contro Kiev. «Non c’è pericolo di un attacco a Kiev oggi», ha detto. «Non c’è alcun assembramento di truppe vicino al confine bielorusso, ma comprendiamo che domani sarà possibile qualunque scenario». Il sindaco di Kharkiv, Igor Terekhov, ha invece sottolineato che sulla sua città si stanno registrando bombardamenti di maggiore potenza, per quanto di numero inferiore rispetto al passato.
L’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, ha frattanto dichiarato che Mosca «sta preparando il terreno per l’annessione» della regione di Kherson alla Federazione russa, «aspettando il momento opportuno per farlo». «Kherson è il laboratorio degli orrori del Cremlino. Ogni giorno che Kherson rimane sotto il controllo della Russia, il Cremlino lavora per portare avanti il suo piano per sostituire il governo democratico di Kherson, la stampa libera e la società civile con uno stato di polizia in stile Cremlino che umilia e brutalizza la popolazione locale», ha altresì affermato.
In tutto questo, il Regno Unito ha detto di temere un’epidemia di colera a Mariupol. «L’Ucraina ha subito una grave epidemia di colera nel 1995 e da allora ha subito epidemie minori, specialmente intorno alla costa del Mar d’Azov, che include Mariupol», ha affermato il ministero della Difesa di Londra. «I servizi medici a Mariupol sono probabilmente già vicini al collasso: una grave epidemia di colera a Mariupol aggraverà ulteriormente la situazione», ha proseguito, denunciando poi scarsità di medicinali anche a Kherson. L’allarme colera è stato altresì lanciato dal primo cittadino di Mariupol, Vadym Boichenko. «C’è un focolaio di dissenteria e colera», ha dichiarato, specificando di temere migliaia di vittime.
Il sindaco di Mykolaiv, Oleksandr Senkevych, ha frattanto affermato che uno dei principali porti locali per lo stoccaggio del grano è stato duramente colpito dalle truppe di Mosca. «Nella città», ha anche detto il primo cittadino, «è rimasta la metà della popolazione. Stando al consumo dell’acqua e alla quantità della spazzatura in città possiamo stimare che circa 280.000 delle 480.000 persone che ci vivevano hanno lasciato la città. Vorremmo anche ricevere i dati degli operatori telefonici in modo da poter avere i dati più precisi».
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Washington alle prese con la grana America Latina: non solo il piano anti immigrazione di Kamala Harris si è rivelato un fallimento, ma avanza anche l’influenza del Dragone. Che sfrutta la diplomazia del vaccino.L’allarme dei servizi segreti di Kiev: servono armi dall’Occidente. Le forze armate del Cremlino puntano alla conquista dell’intero Lugansk. Scoppia il colera a Mariupol.Lo speciale contiene due articoli.Crescono i problemi latinoamericani per Joe Biden. Il Nicaragua ha autorizzato lo schieramento sul proprio territorio di aerei, navi e piccoli contingenti della Federazione russa: ufficialmente l’obiettivo è quello di garantire attività di addestramento, rafforzare la sicurezza interna e svolgere funzioni di polizia. Sebbene il ministero degli Esteri russo abbia parlato di una «procedura di routine», è chiaro che, con questa mossa, Mosca punta a consolidare la propria penetrazione in America Latina. Del resto, i suoi rapporti con Managua sono storicamente abbastanza stretti. Le due capitali collaborano già da tempo in materia di addestramento militare, mentre la Russia ha in passato garantito al Nicaragua assistenza finanziaria. La notizia del dispiegamento di truppe russe arriva inoltre nella stessa settimana in cui gli Stati Uniti hanno ospitato la nona edizione del Summit of the Americas. Un evento che avrebbe dovuto rilanciare il ruolo di Washington in America Latina e che si è invece risolto in un mezzo fallimento. I leader di svariati Paesi (tra cui Messico, El Salvador, Honduras e Guatemala) hanno infatti evitato la partecipazione in risposta alla decisione di Biden di non invitare i presidenti di Venezuela, Cuba e Nicaragua in quanto dittature. Il che, sia chiaro, avrebbe anche potuto avere un senso, visto il dichiarato impegno dell’attuale inquilino della Casa Bianca contro le autocrazie. Il paradosso sta tuttavia nel fatto che, proprio nelle scorse settimane, Biden ha revocato le restrizioni che Donald Trump aveva imposto al regime castrista, allentando inoltre la pressione statunitense sul governo di Nicolas Maduro con l’obiettivo di trarne benefici sul piano energetico. Insomma, la logica pare latitare di questi tempi alla Casa Bianca. Per Biden si pone quindi un duplice problema.In primis c’è il nodo della crisi migratoria al confine meridionale degli Stati Uniti: una crisi che ad aprile ha raggiunto livelli record. Ebbene, a marzo dell’anno scorso, Biden aveva incaricato Kamala Harris di affrontare la questione attraverso uno sforzo diplomatico proprio con i Paesi dell’America Centrale (da cui arriva la gran parte dei flussi): un incarico in cui la vicepresidente ha tuttavia fallito miserevolmente. Il secondo nodo, lo accennavamo, è la perdita di influenza nel Sudamerica da parte degli Stati Uniti. Oltre al Nicaragua, la Russia intrattiene stretti legami anche con Venezuela e Cuba. Mosca vanta connessioni con Caracas innanzitutto nel settore petrolifero. Era inoltre il 2018, quando i russi inviarono nel Paese due bombardieri strategici Tu-160, mentre l’anno dopo vi schierarono mercenari del Wagner Group a tutela della sicurezza di Maduro: quel Maduro che ha dato il proprio endorsement all’invasione russa dell’Ucraina. E che, mentre si teneva l’ultima edizione del Summit of the Americas, è stato ricevuto ufficialmente da Tayyip Erdogan in Turchia. Anche i rapporti tra Mosca e L’Avana restano solidi: tanto che, ad aprile, i russi hanno donato quasi 20.000 tonnellate di grano a Cuba. Tuttavia la penetrazione di Mosca non è l’unico problema che Biden deve affrontare in America Latina. Sotto questo aspetto, un altro attore ancor più preoccupante è la Cina. Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, avrebbe innanzitutto intenzione di siglare un accordo di libero scambio con Pechino entro il prossimo anno. In secondo luogo, una recente analisi di Reuters ha mostrato che, da quando Biden è entrato in carica, il Dragone ha acquisito un significativo vantaggio commerciale in America Latina a discapito degli Stati Uniti. Un vantaggio commerciale che i cinesi poi traducono ovviamente in influenza politica. In questo quadro, Pechino sta cercando di spingere i Paesi latinoamericani che riconoscono formalmente Taiwan a rompere i rapporti diplomatici con l’isola: come sottolineato da The Diplomat, negli ultimi cinque anni, Taipei ha perso quattro alleati in America Centrale: Panama (nel 2017), El Salvador (nel 2018), la Repubblica Dominicana (nel 2018) e lo stesso Nicaragua (nel 2021). In tal senso, come in Nord Africa, uno degli strumenti principali che finora Pechino ha usato per estendere la propria influenza in America Latina è stato, oltre a prestiti ed investimenti, quello della diplomazia vaccinale. Un altro fronte sarà presto rappresentato dalla crisi alimentare, innescata dal conflitto in Ucraina: una crisi che rischia di avere impatti drammatici sull’America Latina. Biden ha pertanto intenzione di annunciare 331 milioni di dollari per contrastare il fenomeno in loco. Dal canto suo, Pechino non resterà prevedibilmente con le mani in mano e potrebbe ricorrere alla diplomazia dei fertilizzanti (come ha già fatto di recente in Algeria). Più in generale, è pur vero che il presidente americano ha appena reso noto un piano di cooperazione economica rivolto all’America Latina per contrastare l’avanzata cinese. Tuttavia, secondo quanto riferito da Reuters, il suo «Americas Partnership for Economic Prosperity» risulterebbe un progetto ancora piuttosto astratto, che non garantirebbe tra l’altro concrete riduzioni tariffarie ai Paesi partecipanti. Non è quindi chiaro in che modo l’attuale Casa Bianca speri di recuperare realmente soft power in America Latina, mentre l’asse sino-russo si muove spregiudicatamente non soltanto in loco, ma anche in Africa e Medio Oriente. Biden sta finendo con le spalle al muro a causa della sua stessa confusa irresolutezza. O agisce prontamente. O per l’Occidente tutto si profilano guai seri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-militare-nicaragua-mosca-2657489720.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-continuera-cosi-per-un-anno" data-post-id="2657489720" data-published-at="1654886705" data-use-pagination="False"> «Putin continuerà così per un anno» Le forze russe proseguono l’offensiva nel Donbass, puntando alla conquista dell’intera regione di Lugansk. Le operazioni militari infuriano soprattutto nell’area di Severodonetsk. In particolare, il governatore di Lugansk, Serhiy Haidai, ha detto che nei pressi della città i russi stanno «distruggendo tutto sul loro cammino», aggiungendo che «le battaglie sono in corso per ogni casa e ogni strada» e denunciando la distruzione del locale Palazzo del Ghiaccio. «Uno dei simboli di Severodonetsk è stato distrutto. Il Palazzo del Ghiaccio è andato a fuoco. Pattinaggio artistico, hockey, pallavolo, scuola di sport, concerti, quasi cinquant’anni di storia dello sport e sviluppo culturale», ha affermato il governatore. Dal canto suo, il comandante ceceno, Apti Alaudinov, ha ammesso dei problemi nell’avanzata russa in città, mentre nel centro di Donetsk si è verificata ieri una forte esplosione. In tutto questo, il vice capo dell’intelligence militare di Kiev, Vadym Skibitsky, ha detto al Guardian che le forze ucraine sono in difficoltà, auspicando pertanto l’invio di nuove armi da parte dell’Occidente. «La dirigenza del Cremlino probabilmente cercherà di congelare la guerra per un po’ per convincere l’Occidente a revocare le sanzioni, ma poi continuerà l’aggressione», ha inoltre dichiarato la direzione dell’intelligence ucraina. «Le risorse economiche della Russia consentiranno al Paese occupante di continuare la guerra al ritmo attuale per un altro anno», ha aggiunto. Nel mentre, la vicepremier ucraina, Iryna Vereshchuk, ha affermato che la Russia starebbe bloccando l’evacuazione da Kherson e dalle aree in parte occupate della regione di Zaporizhzhia. Dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Denys Monastyrsky, ha per il momento escluso un attacco di truppe russe contro Kiev. «Non c’è pericolo di un attacco a Kiev oggi», ha detto. «Non c’è alcun assembramento di truppe vicino al confine bielorusso, ma comprendiamo che domani sarà possibile qualunque scenario». Il sindaco di Kharkiv, Igor Terekhov, ha invece sottolineato che sulla sua città si stanno registrando bombardamenti di maggiore potenza, per quanto di numero inferiore rispetto al passato. L’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, ha frattanto dichiarato che Mosca «sta preparando il terreno per l’annessione» della regione di Kherson alla Federazione russa, «aspettando il momento opportuno per farlo». «Kherson è il laboratorio degli orrori del Cremlino. Ogni giorno che Kherson rimane sotto il controllo della Russia, il Cremlino lavora per portare avanti il suo piano per sostituire il governo democratico di Kherson, la stampa libera e la società civile con uno stato di polizia in stile Cremlino che umilia e brutalizza la popolazione locale», ha altresì affermato. In tutto questo, il Regno Unito ha detto di temere un’epidemia di colera a Mariupol. «L’Ucraina ha subito una grave epidemia di colera nel 1995 e da allora ha subito epidemie minori, specialmente intorno alla costa del Mar d’Azov, che include Mariupol», ha affermato il ministero della Difesa di Londra. «I servizi medici a Mariupol sono probabilmente già vicini al collasso: una grave epidemia di colera a Mariupol aggraverà ulteriormente la situazione», ha proseguito, denunciando poi scarsità di medicinali anche a Kherson. L’allarme colera è stato altresì lanciato dal primo cittadino di Mariupol, Vadym Boichenko. «C’è un focolaio di dissenteria e colera», ha dichiarato, specificando di temere migliaia di vittime. Il sindaco di Mykolaiv, Oleksandr Senkevych, ha frattanto affermato che uno dei principali porti locali per lo stoccaggio del grano è stato duramente colpito dalle truppe di Mosca. «Nella città», ha anche detto il primo cittadino, «è rimasta la metà della popolazione. Stando al consumo dell’acqua e alla quantità della spazzatura in città possiamo stimare che circa 280.000 delle 480.000 persone che ci vivevano hanno lasciato la città. Vorremmo anche ricevere i dati degli operatori telefonici in modo da poter avere i dati più precisi».
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.