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2022-06-11
Accordo militare Nicaragua-Mosca. Biden si trova i nemici sotto il naso
Vladimir Putin e il presidente del Nicaragua Daniel Ortega (Ansa)
Crescono i problemi latinoamericani per Joe Biden. Il Nicaragua ha autorizzato lo schieramento sul proprio territorio di aerei, navi e piccoli contingenti della Federazione russa: ufficialmente l’obiettivo è quello di garantire attività di addestramento, rafforzare la sicurezza interna e svolgere funzioni di polizia. Sebbene il ministero degli Esteri russo abbia parlato di una «procedura di routine», è chiaro che, con questa mossa, Mosca punta a consolidare la propria penetrazione in America Latina. Del resto, i suoi rapporti con Managua sono storicamente abbastanza stretti. Le due capitali collaborano già da tempo in materia di addestramento militare, mentre la Russia ha in passato garantito al Nicaragua assistenza finanziaria.
La notizia del dispiegamento di truppe russe arriva inoltre nella stessa settimana in cui gli Stati Uniti hanno ospitato la nona edizione del Summit of the Americas. Un evento che avrebbe dovuto rilanciare il ruolo di Washington in America Latina e che si è invece risolto in un mezzo fallimento. I leader di svariati Paesi (tra cui Messico, El Salvador, Honduras e Guatemala) hanno infatti evitato la partecipazione in risposta alla decisione di Biden di non invitare i presidenti di Venezuela, Cuba e Nicaragua in quanto dittature. Il che, sia chiaro, avrebbe anche potuto avere un senso, visto il dichiarato impegno dell’attuale inquilino della Casa Bianca contro le autocrazie. Il paradosso sta tuttavia nel fatto che, proprio nelle scorse settimane, Biden ha revocato le restrizioni che Donald Trump aveva imposto al regime castrista, allentando inoltre la pressione statunitense sul governo di Nicolas Maduro con l’obiettivo di trarne benefici sul piano energetico. Insomma, la logica pare latitare di questi tempi alla Casa Bianca. Per Biden si pone quindi un duplice problema.
In primis c’è il nodo della crisi migratoria al confine meridionale degli Stati Uniti: una crisi che ad aprile ha raggiunto livelli record. Ebbene, a marzo dell’anno scorso, Biden aveva incaricato Kamala Harris di affrontare la questione attraverso uno sforzo diplomatico proprio con i Paesi dell’America Centrale (da cui arriva la gran parte dei flussi): un incarico in cui la vicepresidente ha tuttavia fallito miserevolmente. Il secondo nodo, lo accennavamo, è la perdita di influenza nel Sudamerica da parte degli Stati Uniti. Oltre al Nicaragua, la Russia intrattiene stretti legami anche con Venezuela e Cuba. Mosca vanta connessioni con Caracas innanzitutto nel settore petrolifero. Era inoltre il 2018, quando i russi inviarono nel Paese due bombardieri strategici Tu-160, mentre l’anno dopo vi schierarono mercenari del Wagner Group a tutela della sicurezza di Maduro: quel Maduro che ha dato il proprio endorsement all’invasione russa dell’Ucraina. E che, mentre si teneva l’ultima edizione del Summit of the Americas, è stato ricevuto ufficialmente da Tayyip Erdogan in Turchia. Anche i rapporti tra Mosca e L’Avana restano solidi: tanto che, ad aprile, i russi hanno donato quasi 20.000 tonnellate di grano a Cuba.
Tuttavia la penetrazione di Mosca non è l’unico problema che Biden deve affrontare in America Latina. Sotto questo aspetto, un altro attore ancor più preoccupante è la Cina.
Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, avrebbe innanzitutto intenzione di siglare un accordo di libero scambio con Pechino entro il prossimo anno. In secondo luogo, una recente analisi di Reuters ha mostrato che, da quando Biden è entrato in carica, il Dragone ha acquisito un significativo vantaggio commerciale in America Latina a discapito degli Stati Uniti. Un vantaggio commerciale che i cinesi poi traducono ovviamente in influenza politica.
In questo quadro, Pechino sta cercando di spingere i Paesi latinoamericani che riconoscono formalmente Taiwan a rompere i rapporti diplomatici con l’isola: come sottolineato da The Diplomat, negli ultimi cinque anni, Taipei ha perso quattro alleati in America Centrale: Panama (nel 2017), El Salvador (nel 2018), la Repubblica Dominicana (nel 2018) e lo stesso Nicaragua (nel 2021). In tal senso, come in Nord Africa, uno degli strumenti principali che finora Pechino ha usato per estendere la propria influenza in America Latina è stato, oltre a prestiti ed investimenti, quello della diplomazia vaccinale. Un altro fronte sarà presto rappresentato dalla crisi alimentare, innescata dal conflitto in Ucraina: una crisi che rischia di avere impatti drammatici sull’America Latina. Biden ha pertanto intenzione di annunciare 331 milioni di dollari per contrastare il fenomeno in loco.
Dal canto suo, Pechino non resterà prevedibilmente con le mani in mano e potrebbe ricorrere alla diplomazia dei fertilizzanti (come ha già fatto di recente in Algeria).
Più in generale, è pur vero che il presidente americano ha appena reso noto un piano di cooperazione economica rivolto all’America Latina per contrastare l’avanzata cinese. Tuttavia, secondo quanto riferito da Reuters, il suo «Americas Partnership for Economic Prosperity» risulterebbe un progetto ancora piuttosto astratto, che non garantirebbe tra l’altro concrete riduzioni tariffarie ai Paesi partecipanti. Non è quindi chiaro in che modo l’attuale Casa Bianca speri di recuperare realmente soft power in America Latina, mentre l’asse sino-russo si muove spregiudicatamente non soltanto in loco, ma anche in Africa e Medio Oriente. Biden sta finendo con le spalle al muro a causa della sua stessa confusa irresolutezza. O agisce prontamente. O per l’Occidente tutto si profilano guai seri.
«Putin continuerà così per un anno»
Le forze russe proseguono l’offensiva nel Donbass, puntando alla conquista dell’intera regione di Lugansk. Le operazioni militari infuriano soprattutto nell’area di Severodonetsk. In particolare, il governatore di Lugansk, Serhiy Haidai, ha detto che nei pressi della città i russi stanno «distruggendo tutto sul loro cammino», aggiungendo che «le battaglie sono in corso per ogni casa e ogni strada» e denunciando la distruzione del locale Palazzo del Ghiaccio. «Uno dei simboli di Severodonetsk è stato distrutto. Il Palazzo del Ghiaccio è andato a fuoco. Pattinaggio artistico, hockey, pallavolo, scuola di sport, concerti, quasi cinquant’anni di storia dello sport e sviluppo culturale», ha affermato il governatore. Dal canto suo, il comandante ceceno, Apti Alaudinov, ha ammesso dei problemi nell’avanzata russa in città, mentre nel centro di Donetsk si è verificata ieri una forte esplosione.
In tutto questo, il vice capo dell’intelligence militare di Kiev, Vadym Skibitsky, ha detto al Guardian che le forze ucraine sono in difficoltà, auspicando pertanto l’invio di nuove armi da parte dell’Occidente. «La dirigenza del Cremlino probabilmente cercherà di congelare la guerra per un po’ per convincere l’Occidente a revocare le sanzioni, ma poi continuerà l’aggressione», ha inoltre dichiarato la direzione dell’intelligence ucraina. «Le risorse economiche della Russia consentiranno al Paese occupante di continuare la guerra al ritmo attuale per un altro anno», ha aggiunto.
Nel mentre, la vicepremier ucraina, Iryna Vereshchuk, ha affermato che la Russia starebbe bloccando l’evacuazione da Kherson e dalle aree in parte occupate della regione di Zaporizhzhia. Dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Denys Monastyrsky, ha per il momento escluso un attacco di truppe russe contro Kiev. «Non c’è pericolo di un attacco a Kiev oggi», ha detto. «Non c’è alcun assembramento di truppe vicino al confine bielorusso, ma comprendiamo che domani sarà possibile qualunque scenario». Il sindaco di Kharkiv, Igor Terekhov, ha invece sottolineato che sulla sua città si stanno registrando bombardamenti di maggiore potenza, per quanto di numero inferiore rispetto al passato.
L’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, ha frattanto dichiarato che Mosca «sta preparando il terreno per l’annessione» della regione di Kherson alla Federazione russa, «aspettando il momento opportuno per farlo». «Kherson è il laboratorio degli orrori del Cremlino. Ogni giorno che Kherson rimane sotto il controllo della Russia, il Cremlino lavora per portare avanti il suo piano per sostituire il governo democratico di Kherson, la stampa libera e la società civile con uno stato di polizia in stile Cremlino che umilia e brutalizza la popolazione locale», ha altresì affermato.
In tutto questo, il Regno Unito ha detto di temere un’epidemia di colera a Mariupol. «L’Ucraina ha subito una grave epidemia di colera nel 1995 e da allora ha subito epidemie minori, specialmente intorno alla costa del Mar d’Azov, che include Mariupol», ha affermato il ministero della Difesa di Londra. «I servizi medici a Mariupol sono probabilmente già vicini al collasso: una grave epidemia di colera a Mariupol aggraverà ulteriormente la situazione», ha proseguito, denunciando poi scarsità di medicinali anche a Kherson. L’allarme colera è stato altresì lanciato dal primo cittadino di Mariupol, Vadym Boichenko. «C’è un focolaio di dissenteria e colera», ha dichiarato, specificando di temere migliaia di vittime.
Il sindaco di Mykolaiv, Oleksandr Senkevych, ha frattanto affermato che uno dei principali porti locali per lo stoccaggio del grano è stato duramente colpito dalle truppe di Mosca. «Nella città», ha anche detto il primo cittadino, «è rimasta la metà della popolazione. Stando al consumo dell’acqua e alla quantità della spazzatura in città possiamo stimare che circa 280.000 delle 480.000 persone che ci vivevano hanno lasciato la città. Vorremmo anche ricevere i dati degli operatori telefonici in modo da poter avere i dati più precisi».
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Washington alle prese con la grana America Latina: non solo il piano anti immigrazione di Kamala Harris si è rivelato un fallimento, ma avanza anche l’influenza del Dragone. Che sfrutta la diplomazia del vaccino.L’allarme dei servizi segreti di Kiev: servono armi dall’Occidente. Le forze armate del Cremlino puntano alla conquista dell’intero Lugansk. Scoppia il colera a Mariupol.Lo speciale contiene due articoli.Crescono i problemi latinoamericani per Joe Biden. Il Nicaragua ha autorizzato lo schieramento sul proprio territorio di aerei, navi e piccoli contingenti della Federazione russa: ufficialmente l’obiettivo è quello di garantire attività di addestramento, rafforzare la sicurezza interna e svolgere funzioni di polizia. Sebbene il ministero degli Esteri russo abbia parlato di una «procedura di routine», è chiaro che, con questa mossa, Mosca punta a consolidare la propria penetrazione in America Latina. Del resto, i suoi rapporti con Managua sono storicamente abbastanza stretti. Le due capitali collaborano già da tempo in materia di addestramento militare, mentre la Russia ha in passato garantito al Nicaragua assistenza finanziaria. La notizia del dispiegamento di truppe russe arriva inoltre nella stessa settimana in cui gli Stati Uniti hanno ospitato la nona edizione del Summit of the Americas. Un evento che avrebbe dovuto rilanciare il ruolo di Washington in America Latina e che si è invece risolto in un mezzo fallimento. I leader di svariati Paesi (tra cui Messico, El Salvador, Honduras e Guatemala) hanno infatti evitato la partecipazione in risposta alla decisione di Biden di non invitare i presidenti di Venezuela, Cuba e Nicaragua in quanto dittature. Il che, sia chiaro, avrebbe anche potuto avere un senso, visto il dichiarato impegno dell’attuale inquilino della Casa Bianca contro le autocrazie. Il paradosso sta tuttavia nel fatto che, proprio nelle scorse settimane, Biden ha revocato le restrizioni che Donald Trump aveva imposto al regime castrista, allentando inoltre la pressione statunitense sul governo di Nicolas Maduro con l’obiettivo di trarne benefici sul piano energetico. Insomma, la logica pare latitare di questi tempi alla Casa Bianca. Per Biden si pone quindi un duplice problema.In primis c’è il nodo della crisi migratoria al confine meridionale degli Stati Uniti: una crisi che ad aprile ha raggiunto livelli record. Ebbene, a marzo dell’anno scorso, Biden aveva incaricato Kamala Harris di affrontare la questione attraverso uno sforzo diplomatico proprio con i Paesi dell’America Centrale (da cui arriva la gran parte dei flussi): un incarico in cui la vicepresidente ha tuttavia fallito miserevolmente. Il secondo nodo, lo accennavamo, è la perdita di influenza nel Sudamerica da parte degli Stati Uniti. Oltre al Nicaragua, la Russia intrattiene stretti legami anche con Venezuela e Cuba. Mosca vanta connessioni con Caracas innanzitutto nel settore petrolifero. Era inoltre il 2018, quando i russi inviarono nel Paese due bombardieri strategici Tu-160, mentre l’anno dopo vi schierarono mercenari del Wagner Group a tutela della sicurezza di Maduro: quel Maduro che ha dato il proprio endorsement all’invasione russa dell’Ucraina. E che, mentre si teneva l’ultima edizione del Summit of the Americas, è stato ricevuto ufficialmente da Tayyip Erdogan in Turchia. Anche i rapporti tra Mosca e L’Avana restano solidi: tanto che, ad aprile, i russi hanno donato quasi 20.000 tonnellate di grano a Cuba. Tuttavia la penetrazione di Mosca non è l’unico problema che Biden deve affrontare in America Latina. Sotto questo aspetto, un altro attore ancor più preoccupante è la Cina. Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, avrebbe innanzitutto intenzione di siglare un accordo di libero scambio con Pechino entro il prossimo anno. In secondo luogo, una recente analisi di Reuters ha mostrato che, da quando Biden è entrato in carica, il Dragone ha acquisito un significativo vantaggio commerciale in America Latina a discapito degli Stati Uniti. Un vantaggio commerciale che i cinesi poi traducono ovviamente in influenza politica. In questo quadro, Pechino sta cercando di spingere i Paesi latinoamericani che riconoscono formalmente Taiwan a rompere i rapporti diplomatici con l’isola: come sottolineato da The Diplomat, negli ultimi cinque anni, Taipei ha perso quattro alleati in America Centrale: Panama (nel 2017), El Salvador (nel 2018), la Repubblica Dominicana (nel 2018) e lo stesso Nicaragua (nel 2021). In tal senso, come in Nord Africa, uno degli strumenti principali che finora Pechino ha usato per estendere la propria influenza in America Latina è stato, oltre a prestiti ed investimenti, quello della diplomazia vaccinale. Un altro fronte sarà presto rappresentato dalla crisi alimentare, innescata dal conflitto in Ucraina: una crisi che rischia di avere impatti drammatici sull’America Latina. Biden ha pertanto intenzione di annunciare 331 milioni di dollari per contrastare il fenomeno in loco. Dal canto suo, Pechino non resterà prevedibilmente con le mani in mano e potrebbe ricorrere alla diplomazia dei fertilizzanti (come ha già fatto di recente in Algeria). Più in generale, è pur vero che il presidente americano ha appena reso noto un piano di cooperazione economica rivolto all’America Latina per contrastare l’avanzata cinese. Tuttavia, secondo quanto riferito da Reuters, il suo «Americas Partnership for Economic Prosperity» risulterebbe un progetto ancora piuttosto astratto, che non garantirebbe tra l’altro concrete riduzioni tariffarie ai Paesi partecipanti. Non è quindi chiaro in che modo l’attuale Casa Bianca speri di recuperare realmente soft power in America Latina, mentre l’asse sino-russo si muove spregiudicatamente non soltanto in loco, ma anche in Africa e Medio Oriente. Biden sta finendo con le spalle al muro a causa della sua stessa confusa irresolutezza. O agisce prontamente. O per l’Occidente tutto si profilano guai seri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-militare-nicaragua-mosca-2657489720.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-continuera-cosi-per-un-anno" data-post-id="2657489720" data-published-at="1654886705" data-use-pagination="False"> «Putin continuerà così per un anno» Le forze russe proseguono l’offensiva nel Donbass, puntando alla conquista dell’intera regione di Lugansk. Le operazioni militari infuriano soprattutto nell’area di Severodonetsk. In particolare, il governatore di Lugansk, Serhiy Haidai, ha detto che nei pressi della città i russi stanno «distruggendo tutto sul loro cammino», aggiungendo che «le battaglie sono in corso per ogni casa e ogni strada» e denunciando la distruzione del locale Palazzo del Ghiaccio. «Uno dei simboli di Severodonetsk è stato distrutto. Il Palazzo del Ghiaccio è andato a fuoco. Pattinaggio artistico, hockey, pallavolo, scuola di sport, concerti, quasi cinquant’anni di storia dello sport e sviluppo culturale», ha affermato il governatore. Dal canto suo, il comandante ceceno, Apti Alaudinov, ha ammesso dei problemi nell’avanzata russa in città, mentre nel centro di Donetsk si è verificata ieri una forte esplosione. In tutto questo, il vice capo dell’intelligence militare di Kiev, Vadym Skibitsky, ha detto al Guardian che le forze ucraine sono in difficoltà, auspicando pertanto l’invio di nuove armi da parte dell’Occidente. «La dirigenza del Cremlino probabilmente cercherà di congelare la guerra per un po’ per convincere l’Occidente a revocare le sanzioni, ma poi continuerà l’aggressione», ha inoltre dichiarato la direzione dell’intelligence ucraina. «Le risorse economiche della Russia consentiranno al Paese occupante di continuare la guerra al ritmo attuale per un altro anno», ha aggiunto. Nel mentre, la vicepremier ucraina, Iryna Vereshchuk, ha affermato che la Russia starebbe bloccando l’evacuazione da Kherson e dalle aree in parte occupate della regione di Zaporizhzhia. Dal canto suo, il ministro dell’Interno ucraino, Denys Monastyrsky, ha per il momento escluso un attacco di truppe russe contro Kiev. «Non c’è pericolo di un attacco a Kiev oggi», ha detto. «Non c’è alcun assembramento di truppe vicino al confine bielorusso, ma comprendiamo che domani sarà possibile qualunque scenario». Il sindaco di Kharkiv, Igor Terekhov, ha invece sottolineato che sulla sua città si stanno registrando bombardamenti di maggiore potenza, per quanto di numero inferiore rispetto al passato. L’ambasciatore statunitense presso l’Osce, Michael Carpenter, ha frattanto dichiarato che Mosca «sta preparando il terreno per l’annessione» della regione di Kherson alla Federazione russa, «aspettando il momento opportuno per farlo». «Kherson è il laboratorio degli orrori del Cremlino. Ogni giorno che Kherson rimane sotto il controllo della Russia, il Cremlino lavora per portare avanti il suo piano per sostituire il governo democratico di Kherson, la stampa libera e la società civile con uno stato di polizia in stile Cremlino che umilia e brutalizza la popolazione locale», ha altresì affermato. In tutto questo, il Regno Unito ha detto di temere un’epidemia di colera a Mariupol. «L’Ucraina ha subito una grave epidemia di colera nel 1995 e da allora ha subito epidemie minori, specialmente intorno alla costa del Mar d’Azov, che include Mariupol», ha affermato il ministero della Difesa di Londra. «I servizi medici a Mariupol sono probabilmente già vicini al collasso: una grave epidemia di colera a Mariupol aggraverà ulteriormente la situazione», ha proseguito, denunciando poi scarsità di medicinali anche a Kherson. L’allarme colera è stato altresì lanciato dal primo cittadino di Mariupol, Vadym Boichenko. «C’è un focolaio di dissenteria e colera», ha dichiarato, specificando di temere migliaia di vittime. Il sindaco di Mykolaiv, Oleksandr Senkevych, ha frattanto affermato che uno dei principali porti locali per lo stoccaggio del grano è stato duramente colpito dalle truppe di Mosca. «Nella città», ha anche detto il primo cittadino, «è rimasta la metà della popolazione. Stando al consumo dell’acqua e alla quantità della spazzatura in città possiamo stimare che circa 280.000 delle 480.000 persone che ci vivevano hanno lasciato la città. Vorremmo anche ricevere i dati degli operatori telefonici in modo da poter avere i dati più precisi».
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
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Un gruppo di soldati degli Alpini sfila davanti a una parata durante l'Adunata Nazionale Alpini del 2019 (Getty Images)
Benvenuta una campionessa del progressismo cosmico che ha presenti i danni delle okkupazioni studentesche, degli sfinenti cortei pro Pal, delle manifestazioni che virano nella violenza degli antagonisti. Poi leggi meglio e scopri che quello di Lorena Lucattini, ex candidata di Avs e funzionaria della Procura di Genova, non è un’illuminazione divina volta al bene della sua città. No, per lei la pagliacciata è la sfilata gli Alpini prevista il 10 maggio.
Travolta da una disturbante miopia ideologica che le fa guardare la pagliuzza dimenticandosi la trave, la signora - che immaginiamo eccitata all’idea di partecipare a un flash mob pro utero in affitto o a un blocco stradale di Ultima Generazione - proprio non sopporta l’idea che le penne nere abbiano scelto per la sesta volta Genova per l’Adunata nazionale. Vale la pena ricordarle che si ripete ogni anno dal 1920 nelle città italiane per commemorare i caduti della prima guerra mondiale (magari c’era pure suo nonno) e per testimoniare quella simbiosi di sangue, orgoglio, identità nazionale che costituisce il sacro di una tradizione quasi centenaria. Solo la Seconda guerra mondiale, un Giubileo e la pandemia avevano fermato l’evento; ora ci prova lady Lucattini, funzionaria pubblica infastidita al punto da arrivare al disprezzo nei confronti di uno dei corpi più gloriosi del nostro Paese.
I motori del miserevole post sono due: l’incontinenza da social e il clima fetido di questi anni. La prima è un problema individuale, il secondo riguarda tutti noi. Ed è testimoniato da un altro incendio antipatizzante, pochi giorni fa, quando le transfemministe di «Nonunadimeno» avevano bollato gli alpini come «molestatori e maschi tossici», alimentando un odio gratuito subito cavalcato dalla Cgil di Maurizio «Che» Landini. La deriva che stranamente porta la sinistra più tetra a contrapporsi alle penne nere è cominciata quattro anni fa all’Adunata di Rimini. Allora, in piena trance da Me Too all’italiana, politici boldriniani, intellettuali capalbiesi e démi monde arcobaleno avevano aperto il fuoco contro i 400.000 ospiti accusandoli di molestie e catcalling nei confronti di qualche cameriera e hostess. Con Elly Schlein, allora assessora regionale, a tifare per gli arresti di massa: «Per intervenire non servono denunce, questi non sono episodi di ubriachezza ma molestie vere e proprie». Come se dire «Ciao bella» invece che «Bella ciao» fosse un eccesso da Battaglione Azov.
L’adunata degli alpini non è un concerto di musica da camera, una design week milanese (comunque si sniffa zero) e neppure Orticola con le sciure in bici da 2.000 euro. Ma non può essere strumentalizzata per criminalizzare un mondo al quale l’Italia deve dire grazie tutti i giorni. L’alpino è orgoglio nazionale in purezza. Non solo per storico senso del dovere e capacità ineguagliabile in guerra (hanno vinto la Prima e hanno salvato la dignità nazionale con i loro eroismi nella grande tragedia della Seconda guerra mondiale) ma per quotidiani spirito di sacrificio e generosità. Questi uomini e donne mettono a disposizione del Paese milioni di ore di volontariato presentandosi in prima fila davanti alle vittime di un terremoto, di un’alluvione, di una qualsivoglia emergenza a tendere la mano a chi soffre con la gratuità di chi pratica il valore della solidarietà. Qualcosa che non abita più nella sinistra globalista, liquida e liquefatta dalle mode. Molti alpini divennero partigiani; perché l’Anpi a 24 ore dal 25 Aprile non critica il delirio iconoclasta?
L’ex presidente dell’Ana, Massimo Cortesi, ha replicato alla funzionaria radical: «Rispondiamo con i fatti, ovunque gli alpini realizzano un campo lasciano più pulito di prima. Non cerchiamo polemica, portiamo i nostri valori da condividere con tutta la città». Più incisivo il senatore Maurizio Gasparri (Fi): «Il raduno degli Alpini è uno dei momenti più belli della vita italiana. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa adunata ha visto come trasmetta valori, positività e patriottismo. Che una persona candidata con il partito di Fratoianni e Bonelli disprezzi questo evento non mi meraviglia; mi preoccupa che sia anche una funzionaria presso la procura di Genova. In che mani siamo?».
L’attesa dell’adunata è nevrotica: le scuole e due mercati rionali saranno chiusi, invece il «Centro operativo comunale» rimarrà aperto come per le emergenze. È psicosi da penna nera mentre la sindaca Silvia Salis (più a suo agio alle sfilate di Vuitton) tace. Ilaria Cavo, deputata e capogruppo di Noi Moderati, la incalza: «Quando abbiamo bisogno gli alpini ci sono. Perché lei non prende le distanze da quelle parole?». È curioso notare che il consigliere per i Grandi Eventi, Lorenzo Garzarelli, è di Avs come la funzionaria contestatrice, ora subissata di critiche sui suoi profili social. Da Marte, Lucattini non demorde: «Tutti gli alpini o ex alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere». A tirare le fila del delirio è Mario Mascia, consigliere genovese di Forza Italia: «Per noi i pagliacci sono ben altri».
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