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2018-11-06
Abusi in Sicilia, la causa del disastro è l’assenza di regole
ANSA
L'ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l'abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell'autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia - 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo - era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell'istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l'abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l'amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all'ordinario, nella straordinarietà».
Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L'abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l'iter (ovvero la demolizione).
Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l'ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l'efficacia dell'ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l'ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l'ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c'è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro.
La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall'ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un'ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l'accusa di abuso d'ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d'accesso ai sistemi dell'agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell'immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c'erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».
La magistratura ha già disposto l'acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c'era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all'ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c'è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».
Il Veneto è devastato però rilancia: «Venite a sciare, saremo pronti»
Il governatore Luca Zaia era stato chiaro già domenica: «Serve un piano Marshall per la montagna» dopo aver sorvolato insieme al ministro dell'Interno Matteo Salvini il Bellunese, martoriato da pioggia incessante e vento (fino a 180 km l'ora) che hanno raso al suolo oltre 100.000 ettari di bosco (1 milione di alberi abbattuti). E se i veneti si sono rimboccati le maniche e stanno ripulendo dal fango abitazioni, laboratori, aziende agricole, sperando che la neve non arrivi troppo presto, la macchina della ricostruzione e della solidarietà è già partita. L'urgenza di ripristinare il patrimonio distrutto, secondo il governatore leghista, è dovuta a due motivi principali: evitare che la popolazione sia indotta ad andarsene dalla montagna e non bloccare il turismo invernale. «La montagna veneta sarà pronta ad aprire impianti e piste per la stagione sciistica in arrivo, già l'8 dicembre. Circolano strane voci che sarebbe meglio tacessero se non sanno», ha detto ieri il presidente della Regione Veneto e commissario per la ricostruzione a Treviso alla presentazione della Supercoppa italiana di volley femminile che si disputerà domenica prossima. «Su piste e impianti si stanno facendo verifiche, interventi e non ci saranno chiusure o ritardi nell'apertura della stagione dello sci. L'8 dicembre tutta la montagna veneta risponderà presente, perché tutto ciò che serve si sta già facendo. Il rilancio sarà lungo e faticoso», ha sottolineato Zaia, «ma proprio per questo non è il caso di aggiungere problemi falsi ai tanti veri che ci sono». Poi si è rivolto agli appassionati delle Dolomiti: «Faccio fin d'ora appello ai turisti e agli amanti dello sci perché scelgano di trascorrere un'ora, un giorno, una settimana sulle nostre montagne che saranno, come sempre pronte ad accoglierli».
I danni non sono ancora quantificati nel dettaglio - si parla almeno di 1 miliardo di euro - ma la solidarietà degli italiani è già molto concreta. Oltre ai 150 milioni stanziati dal governo per il Veneto, Zaia ha riferito di aver constatato come, a poche ore dalla diffusione del codice Iban dedicato alla raccolta di fondi a supporto delle aree venete colpite dal maltempo, i versamenti siano già numerosi e arrivano anche dalle tante comunità di emigrati veneti, dal Brasile al Sudafrica.
Poi ci sono i volontari, centinaia, che si sono offerti per portare aiuto nei territori devastati. Hanno risposto all'appello della Protezione civile di Belluno in 400, tra loro anche comunità di immigrati e richiedenti asilo. È bastato un messaggio su Whatsapp e sono arrivati da ogni parte della regione, tanto che il Comune ha dovuto fare una cernita, rimandando a casa, per esempio, i minorenni.
Ieri anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è andato a Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, per fare il punto con il sindaco e parlamentare del M5s Federico D'Incà sugli interventi necessari a ripristinare la rete infrastrutturale danneggiata e per confermare che nei prossimi giorni ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario che avrà la funzione di decretare lo stato di emergenza per le tante località e regioni - da Nord a Sud - che hanno subito enormi danni.
E se il Nordest si sta già lentamente rialzando, non evita il commento demagogico l'ex segretario del Pd Matteo Renzi: «Questo Paese ha bisogno di un condono in meno e di una Casa Italia in più», ha detto in un video postato su Twitter. Il riferimento è a una petizione di Change.org che chiede al premier Giuseppe Conte di ripristinare Casa Italia, progetto voluto dal governo di centrosinistra, basato su un'idea di Renzo Piano, per lottare contro il dissesto idrogeologico. «Le risorse ci sono, vanno spese meglio e vanno coordinate. Per questo avevamo fatto tutti d'accordo il progetto Casa Italia. Bene, Salvini e Di Maio come prima cosa hanno cancellato Casa Italia. Firmate anche voi la petizione», conclude il senatore dem, «perché Casa Italia torni a funzionare». Il segretario dimissionario del Pd, Maurizio Martina, ha chiesto una sessione straordinaria di discussione in Parlamento sulle strategie di lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico: «Chiediamo un confronto urgente e trasparente anche con il contributo di associazioni, enti e professionalità, sulle migliori azioni da intraprendere ora per fronteggiare questa priorità». Nel frattempo in Veneto scendono in campo anche gli sciamani. Venerdì, infatti, è in programma un evento organizzato dal Centro Olistico Chandra di Mason, durnate il quale due sciamani si metteranno in contatto con gli spiriti perché «Madre Terra è arrabbiata e ha bisogno di amore». L'ondata di maltempo però non si placa e la protezione civile ha diramato ancora un'allerta arancione per la regione. La sofferenza non è finita.
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La villetta della strage non è stata demolita perché il Comune non aveva soldi per difendersi al Tar. Inchiesta in Procura.La stima dei danni può superare il miliardo e le previsioni annunciano nuove perturbazioni, ma i volontari accorrono a centinaia. La stagione sciistica è alle porte ed è un'opportunità. Luca Zaia: «Risponderemo presente».Lo speciale contiene due articoli.L'ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l'abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell'autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia - 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo - era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell'istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l'abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l'amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all'ordinario, nella straordinarietà».Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L'abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l'iter (ovvero la demolizione).Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l'ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l'efficacia dell'ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l'ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l'ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c'è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro. La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall'ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un'ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l'accusa di abuso d'ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d'accesso ai sistemi dell'agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell'immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c'erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».La magistratura ha già disposto l'acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c'era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all'ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c'è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abusi-in-sicilia-la-causa-del-disastro-e-lassenza-di-regole-2618131645.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-veneto-e-devastato-pero-rilancia-venite-a-sciare-saremo-pronti" data-post-id="2618131645" data-published-at="1779617135" data-use-pagination="False"> Il Veneto è devastato però rilancia: «Venite a sciare, saremo pronti» Il governatore Luca Zaia era stato chiaro già domenica: «Serve un piano Marshall per la montagna» dopo aver sorvolato insieme al ministro dell'Interno Matteo Salvini il Bellunese, martoriato da pioggia incessante e vento (fino a 180 km l'ora) che hanno raso al suolo oltre 100.000 ettari di bosco (1 milione di alberi abbattuti). E se i veneti si sono rimboccati le maniche e stanno ripulendo dal fango abitazioni, laboratori, aziende agricole, sperando che la neve non arrivi troppo presto, la macchina della ricostruzione e della solidarietà è già partita. L'urgenza di ripristinare il patrimonio distrutto, secondo il governatore leghista, è dovuta a due motivi principali: evitare che la popolazione sia indotta ad andarsene dalla montagna e non bloccare il turismo invernale. «La montagna veneta sarà pronta ad aprire impianti e piste per la stagione sciistica in arrivo, già l'8 dicembre. Circolano strane voci che sarebbe meglio tacessero se non sanno», ha detto ieri il presidente della Regione Veneto e commissario per la ricostruzione a Treviso alla presentazione della Supercoppa italiana di volley femminile che si disputerà domenica prossima. «Su piste e impianti si stanno facendo verifiche, interventi e non ci saranno chiusure o ritardi nell'apertura della stagione dello sci. L'8 dicembre tutta la montagna veneta risponderà presente, perché tutto ciò che serve si sta già facendo. Il rilancio sarà lungo e faticoso», ha sottolineato Zaia, «ma proprio per questo non è il caso di aggiungere problemi falsi ai tanti veri che ci sono». Poi si è rivolto agli appassionati delle Dolomiti: «Faccio fin d'ora appello ai turisti e agli amanti dello sci perché scelgano di trascorrere un'ora, un giorno, una settimana sulle nostre montagne che saranno, come sempre pronte ad accoglierli». I danni non sono ancora quantificati nel dettaglio - si parla almeno di 1 miliardo di euro - ma la solidarietà degli italiani è già molto concreta. Oltre ai 150 milioni stanziati dal governo per il Veneto, Zaia ha riferito di aver constatato come, a poche ore dalla diffusione del codice Iban dedicato alla raccolta di fondi a supporto delle aree venete colpite dal maltempo, i versamenti siano già numerosi e arrivano anche dalle tante comunità di emigrati veneti, dal Brasile al Sudafrica. Poi ci sono i volontari, centinaia, che si sono offerti per portare aiuto nei territori devastati. Hanno risposto all'appello della Protezione civile di Belluno in 400, tra loro anche comunità di immigrati e richiedenti asilo. È bastato un messaggio su Whatsapp e sono arrivati da ogni parte della regione, tanto che il Comune ha dovuto fare una cernita, rimandando a casa, per esempio, i minorenni. Ieri anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è andato a Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, per fare il punto con il sindaco e parlamentare del M5s Federico D'Incà sugli interventi necessari a ripristinare la rete infrastrutturale danneggiata e per confermare che nei prossimi giorni ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario che avrà la funzione di decretare lo stato di emergenza per le tante località e regioni - da Nord a Sud - che hanno subito enormi danni. E se il Nordest si sta già lentamente rialzando, non evita il commento demagogico l'ex segretario del Pd Matteo Renzi: «Questo Paese ha bisogno di un condono in meno e di una Casa Italia in più», ha detto in un video postato su Twitter. Il riferimento è a una petizione di Change.org che chiede al premier Giuseppe Conte di ripristinare Casa Italia, progetto voluto dal governo di centrosinistra, basato su un'idea di Renzo Piano, per lottare contro il dissesto idrogeologico. «Le risorse ci sono, vanno spese meglio e vanno coordinate. Per questo avevamo fatto tutti d'accordo il progetto Casa Italia. Bene, Salvini e Di Maio come prima cosa hanno cancellato Casa Italia. Firmate anche voi la petizione», conclude il senatore dem, «perché Casa Italia torni a funzionare». Il segretario dimissionario del Pd, Maurizio Martina, ha chiesto una sessione straordinaria di discussione in Parlamento sulle strategie di lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico: «Chiediamo un confronto urgente e trasparente anche con il contributo di associazioni, enti e professionalità, sulle migliori azioni da intraprendere ora per fronteggiare questa priorità». Nel frattempo in Veneto scendono in campo anche gli sciamani. Venerdì, infatti, è in programma un evento organizzato dal Centro Olistico Chandra di Mason, durnate il quale due sciamani si metteranno in contatto con gli spiriti perché «Madre Terra è arrabbiata e ha bisogno di amore». L'ondata di maltempo però non si placa e la protezione civile ha diramato ancora un'allerta arancione per la regione. La sofferenza non è finita.
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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