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2018-11-06
Abusi in Sicilia, la causa del disastro è l’assenza di regole
ANSA
L'ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l'abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell'autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia - 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo - era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell'istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l'abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l'amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all'ordinario, nella straordinarietà».
Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L'abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l'iter (ovvero la demolizione).
Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l'ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l'efficacia dell'ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l'ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l'ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c'è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro.
La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall'ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un'ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l'accusa di abuso d'ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d'accesso ai sistemi dell'agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell'immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c'erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».
La magistratura ha già disposto l'acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c'era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all'ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c'è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».
Il Veneto è devastato però rilancia: «Venite a sciare, saremo pronti»
Il governatore Luca Zaia era stato chiaro già domenica: «Serve un piano Marshall per la montagna» dopo aver sorvolato insieme al ministro dell'Interno Matteo Salvini il Bellunese, martoriato da pioggia incessante e vento (fino a 180 km l'ora) che hanno raso al suolo oltre 100.000 ettari di bosco (1 milione di alberi abbattuti). E se i veneti si sono rimboccati le maniche e stanno ripulendo dal fango abitazioni, laboratori, aziende agricole, sperando che la neve non arrivi troppo presto, la macchina della ricostruzione e della solidarietà è già partita. L'urgenza di ripristinare il patrimonio distrutto, secondo il governatore leghista, è dovuta a due motivi principali: evitare che la popolazione sia indotta ad andarsene dalla montagna e non bloccare il turismo invernale. «La montagna veneta sarà pronta ad aprire impianti e piste per la stagione sciistica in arrivo, già l'8 dicembre. Circolano strane voci che sarebbe meglio tacessero se non sanno», ha detto ieri il presidente della Regione Veneto e commissario per la ricostruzione a Treviso alla presentazione della Supercoppa italiana di volley femminile che si disputerà domenica prossima. «Su piste e impianti si stanno facendo verifiche, interventi e non ci saranno chiusure o ritardi nell'apertura della stagione dello sci. L'8 dicembre tutta la montagna veneta risponderà presente, perché tutto ciò che serve si sta già facendo. Il rilancio sarà lungo e faticoso», ha sottolineato Zaia, «ma proprio per questo non è il caso di aggiungere problemi falsi ai tanti veri che ci sono». Poi si è rivolto agli appassionati delle Dolomiti: «Faccio fin d'ora appello ai turisti e agli amanti dello sci perché scelgano di trascorrere un'ora, un giorno, una settimana sulle nostre montagne che saranno, come sempre pronte ad accoglierli».
I danni non sono ancora quantificati nel dettaglio - si parla almeno di 1 miliardo di euro - ma la solidarietà degli italiani è già molto concreta. Oltre ai 150 milioni stanziati dal governo per il Veneto, Zaia ha riferito di aver constatato come, a poche ore dalla diffusione del codice Iban dedicato alla raccolta di fondi a supporto delle aree venete colpite dal maltempo, i versamenti siano già numerosi e arrivano anche dalle tante comunità di emigrati veneti, dal Brasile al Sudafrica.
Poi ci sono i volontari, centinaia, che si sono offerti per portare aiuto nei territori devastati. Hanno risposto all'appello della Protezione civile di Belluno in 400, tra loro anche comunità di immigrati e richiedenti asilo. È bastato un messaggio su Whatsapp e sono arrivati da ogni parte della regione, tanto che il Comune ha dovuto fare una cernita, rimandando a casa, per esempio, i minorenni.
Ieri anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è andato a Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, per fare il punto con il sindaco e parlamentare del M5s Federico D'Incà sugli interventi necessari a ripristinare la rete infrastrutturale danneggiata e per confermare che nei prossimi giorni ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario che avrà la funzione di decretare lo stato di emergenza per le tante località e regioni - da Nord a Sud - che hanno subito enormi danni.
E se il Nordest si sta già lentamente rialzando, non evita il commento demagogico l'ex segretario del Pd Matteo Renzi: «Questo Paese ha bisogno di un condono in meno e di una Casa Italia in più», ha detto in un video postato su Twitter. Il riferimento è a una petizione di Change.org che chiede al premier Giuseppe Conte di ripristinare Casa Italia, progetto voluto dal governo di centrosinistra, basato su un'idea di Renzo Piano, per lottare contro il dissesto idrogeologico. «Le risorse ci sono, vanno spese meglio e vanno coordinate. Per questo avevamo fatto tutti d'accordo il progetto Casa Italia. Bene, Salvini e Di Maio come prima cosa hanno cancellato Casa Italia. Firmate anche voi la petizione», conclude il senatore dem, «perché Casa Italia torni a funzionare». Il segretario dimissionario del Pd, Maurizio Martina, ha chiesto una sessione straordinaria di discussione in Parlamento sulle strategie di lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico: «Chiediamo un confronto urgente e trasparente anche con il contributo di associazioni, enti e professionalità, sulle migliori azioni da intraprendere ora per fronteggiare questa priorità». Nel frattempo in Veneto scendono in campo anche gli sciamani. Venerdì, infatti, è in programma un evento organizzato dal Centro Olistico Chandra di Mason, durnate il quale due sciamani si metteranno in contatto con gli spiriti perché «Madre Terra è arrabbiata e ha bisogno di amore». L'ondata di maltempo però non si placa e la protezione civile ha diramato ancora un'allerta arancione per la regione. La sofferenza non è finita.
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La villetta della strage non è stata demolita perché il Comune non aveva soldi per difendersi al Tar. Inchiesta in Procura.La stima dei danni può superare il miliardo e le previsioni annunciano nuove perturbazioni, ma i volontari accorrono a centinaia. La stagione sciistica è alle porte ed è un'opportunità. Luca Zaia: «Risponderemo presente».Lo speciale contiene due articoli.L'ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l'abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell'autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia - 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo - era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell'istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l'abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l'amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all'ordinario, nella straordinarietà».Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L'abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l'iter (ovvero la demolizione).Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l'ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l'efficacia dell'ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l'ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l'ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c'è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro. La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall'ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un'ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l'accusa di abuso d'ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d'accesso ai sistemi dell'agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell'immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c'erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».La magistratura ha già disposto l'acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c'era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all'ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c'è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abusi-in-sicilia-la-causa-del-disastro-e-lassenza-di-regole-2618131645.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-veneto-e-devastato-pero-rilancia-venite-a-sciare-saremo-pronti" data-post-id="2618131645" data-published-at="1781796483" data-use-pagination="False"> Il Veneto è devastato però rilancia: «Venite a sciare, saremo pronti» Il governatore Luca Zaia era stato chiaro già domenica: «Serve un piano Marshall per la montagna» dopo aver sorvolato insieme al ministro dell'Interno Matteo Salvini il Bellunese, martoriato da pioggia incessante e vento (fino a 180 km l'ora) che hanno raso al suolo oltre 100.000 ettari di bosco (1 milione di alberi abbattuti). E se i veneti si sono rimboccati le maniche e stanno ripulendo dal fango abitazioni, laboratori, aziende agricole, sperando che la neve non arrivi troppo presto, la macchina della ricostruzione e della solidarietà è già partita. L'urgenza di ripristinare il patrimonio distrutto, secondo il governatore leghista, è dovuta a due motivi principali: evitare che la popolazione sia indotta ad andarsene dalla montagna e non bloccare il turismo invernale. «La montagna veneta sarà pronta ad aprire impianti e piste per la stagione sciistica in arrivo, già l'8 dicembre. Circolano strane voci che sarebbe meglio tacessero se non sanno», ha detto ieri il presidente della Regione Veneto e commissario per la ricostruzione a Treviso alla presentazione della Supercoppa italiana di volley femminile che si disputerà domenica prossima. «Su piste e impianti si stanno facendo verifiche, interventi e non ci saranno chiusure o ritardi nell'apertura della stagione dello sci. L'8 dicembre tutta la montagna veneta risponderà presente, perché tutto ciò che serve si sta già facendo. Il rilancio sarà lungo e faticoso», ha sottolineato Zaia, «ma proprio per questo non è il caso di aggiungere problemi falsi ai tanti veri che ci sono». Poi si è rivolto agli appassionati delle Dolomiti: «Faccio fin d'ora appello ai turisti e agli amanti dello sci perché scelgano di trascorrere un'ora, un giorno, una settimana sulle nostre montagne che saranno, come sempre pronte ad accoglierli». I danni non sono ancora quantificati nel dettaglio - si parla almeno di 1 miliardo di euro - ma la solidarietà degli italiani è già molto concreta. Oltre ai 150 milioni stanziati dal governo per il Veneto, Zaia ha riferito di aver constatato come, a poche ore dalla diffusione del codice Iban dedicato alla raccolta di fondi a supporto delle aree venete colpite dal maltempo, i versamenti siano già numerosi e arrivano anche dalle tante comunità di emigrati veneti, dal Brasile al Sudafrica. Poi ci sono i volontari, centinaia, che si sono offerti per portare aiuto nei territori devastati. Hanno risposto all'appello della Protezione civile di Belluno in 400, tra loro anche comunità di immigrati e richiedenti asilo. È bastato un messaggio su Whatsapp e sono arrivati da ogni parte della regione, tanto che il Comune ha dovuto fare una cernita, rimandando a casa, per esempio, i minorenni. Ieri anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è andato a Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, per fare il punto con il sindaco e parlamentare del M5s Federico D'Incà sugli interventi necessari a ripristinare la rete infrastrutturale danneggiata e per confermare che nei prossimi giorni ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario che avrà la funzione di decretare lo stato di emergenza per le tante località e regioni - da Nord a Sud - che hanno subito enormi danni. E se il Nordest si sta già lentamente rialzando, non evita il commento demagogico l'ex segretario del Pd Matteo Renzi: «Questo Paese ha bisogno di un condono in meno e di una Casa Italia in più», ha detto in un video postato su Twitter. Il riferimento è a una petizione di Change.org che chiede al premier Giuseppe Conte di ripristinare Casa Italia, progetto voluto dal governo di centrosinistra, basato su un'idea di Renzo Piano, per lottare contro il dissesto idrogeologico. «Le risorse ci sono, vanno spese meglio e vanno coordinate. Per questo avevamo fatto tutti d'accordo il progetto Casa Italia. Bene, Salvini e Di Maio come prima cosa hanno cancellato Casa Italia. Firmate anche voi la petizione», conclude il senatore dem, «perché Casa Italia torni a funzionare». Il segretario dimissionario del Pd, Maurizio Martina, ha chiesto una sessione straordinaria di discussione in Parlamento sulle strategie di lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico: «Chiediamo un confronto urgente e trasparente anche con il contributo di associazioni, enti e professionalità, sulle migliori azioni da intraprendere ora per fronteggiare questa priorità». Nel frattempo in Veneto scendono in campo anche gli sciamani. Venerdì, infatti, è in programma un evento organizzato dal Centro Olistico Chandra di Mason, durnate il quale due sciamani si metteranno in contatto con gli spiriti perché «Madre Terra è arrabbiata e ha bisogno di amore». L'ondata di maltempo però non si placa e la protezione civile ha diramato ancora un'allerta arancione per la regione. La sofferenza non è finita.
Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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