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2018-11-06
Abusi in Sicilia, la causa del disastro è l’assenza di regole
ANSA
L'ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l'abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell'autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia - 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo - era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell'istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l'abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l'amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all'ordinario, nella straordinarietà».
Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L'abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l'iter (ovvero la demolizione).
Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l'ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l'efficacia dell'ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l'ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l'ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c'è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro.
La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall'ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un'ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l'accusa di abuso d'ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d'accesso ai sistemi dell'agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell'immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c'erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».
La magistratura ha già disposto l'acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c'era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all'ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c'è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».
Il Veneto è devastato però rilancia: «Venite a sciare, saremo pronti»
Il governatore Luca Zaia era stato chiaro già domenica: «Serve un piano Marshall per la montagna» dopo aver sorvolato insieme al ministro dell'Interno Matteo Salvini il Bellunese, martoriato da pioggia incessante e vento (fino a 180 km l'ora) che hanno raso al suolo oltre 100.000 ettari di bosco (1 milione di alberi abbattuti). E se i veneti si sono rimboccati le maniche e stanno ripulendo dal fango abitazioni, laboratori, aziende agricole, sperando che la neve non arrivi troppo presto, la macchina della ricostruzione e della solidarietà è già partita. L'urgenza di ripristinare il patrimonio distrutto, secondo il governatore leghista, è dovuta a due motivi principali: evitare che la popolazione sia indotta ad andarsene dalla montagna e non bloccare il turismo invernale. «La montagna veneta sarà pronta ad aprire impianti e piste per la stagione sciistica in arrivo, già l'8 dicembre. Circolano strane voci che sarebbe meglio tacessero se non sanno», ha detto ieri il presidente della Regione Veneto e commissario per la ricostruzione a Treviso alla presentazione della Supercoppa italiana di volley femminile che si disputerà domenica prossima. «Su piste e impianti si stanno facendo verifiche, interventi e non ci saranno chiusure o ritardi nell'apertura della stagione dello sci. L'8 dicembre tutta la montagna veneta risponderà presente, perché tutto ciò che serve si sta già facendo. Il rilancio sarà lungo e faticoso», ha sottolineato Zaia, «ma proprio per questo non è il caso di aggiungere problemi falsi ai tanti veri che ci sono». Poi si è rivolto agli appassionati delle Dolomiti: «Faccio fin d'ora appello ai turisti e agli amanti dello sci perché scelgano di trascorrere un'ora, un giorno, una settimana sulle nostre montagne che saranno, come sempre pronte ad accoglierli».
I danni non sono ancora quantificati nel dettaglio - si parla almeno di 1 miliardo di euro - ma la solidarietà degli italiani è già molto concreta. Oltre ai 150 milioni stanziati dal governo per il Veneto, Zaia ha riferito di aver constatato come, a poche ore dalla diffusione del codice Iban dedicato alla raccolta di fondi a supporto delle aree venete colpite dal maltempo, i versamenti siano già numerosi e arrivano anche dalle tante comunità di emigrati veneti, dal Brasile al Sudafrica.
Poi ci sono i volontari, centinaia, che si sono offerti per portare aiuto nei territori devastati. Hanno risposto all'appello della Protezione civile di Belluno in 400, tra loro anche comunità di immigrati e richiedenti asilo. È bastato un messaggio su Whatsapp e sono arrivati da ogni parte della regione, tanto che il Comune ha dovuto fare una cernita, rimandando a casa, per esempio, i minorenni.
Ieri anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è andato a Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, per fare il punto con il sindaco e parlamentare del M5s Federico D'Incà sugli interventi necessari a ripristinare la rete infrastrutturale danneggiata e per confermare che nei prossimi giorni ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario che avrà la funzione di decretare lo stato di emergenza per le tante località e regioni - da Nord a Sud - che hanno subito enormi danni.
E se il Nordest si sta già lentamente rialzando, non evita il commento demagogico l'ex segretario del Pd Matteo Renzi: «Questo Paese ha bisogno di un condono in meno e di una Casa Italia in più», ha detto in un video postato su Twitter. Il riferimento è a una petizione di Change.org che chiede al premier Giuseppe Conte di ripristinare Casa Italia, progetto voluto dal governo di centrosinistra, basato su un'idea di Renzo Piano, per lottare contro il dissesto idrogeologico. «Le risorse ci sono, vanno spese meglio e vanno coordinate. Per questo avevamo fatto tutti d'accordo il progetto Casa Italia. Bene, Salvini e Di Maio come prima cosa hanno cancellato Casa Italia. Firmate anche voi la petizione», conclude il senatore dem, «perché Casa Italia torni a funzionare». Il segretario dimissionario del Pd, Maurizio Martina, ha chiesto una sessione straordinaria di discussione in Parlamento sulle strategie di lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico: «Chiediamo un confronto urgente e trasparente anche con il contributo di associazioni, enti e professionalità, sulle migliori azioni da intraprendere ora per fronteggiare questa priorità». Nel frattempo in Veneto scendono in campo anche gli sciamani. Venerdì, infatti, è in programma un evento organizzato dal Centro Olistico Chandra di Mason, durnate il quale due sciamani si metteranno in contatto con gli spiriti perché «Madre Terra è arrabbiata e ha bisogno di amore». L'ondata di maltempo però non si placa e la protezione civile ha diramato ancora un'allerta arancione per la regione. La sofferenza non è finita.
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La villetta della strage non è stata demolita perché il Comune non aveva soldi per difendersi al Tar. Inchiesta in Procura.La stima dei danni può superare il miliardo e le previsioni annunciano nuove perturbazioni, ma i volontari accorrono a centinaia. La stagione sciistica è alle porte ed è un'opportunità. Luca Zaia: «Risponderemo presente».Lo speciale contiene due articoli.L'ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l'abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell'autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia - 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo - era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell'istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l'abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l'amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all'ordinario, nella straordinarietà».Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L'abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l'iter (ovvero la demolizione).Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l'ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l'efficacia dell'ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l'ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l'ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c'è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro. La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall'ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un'ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l'accusa di abuso d'ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d'accesso ai sistemi dell'agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell'immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c'erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».La magistratura ha già disposto l'acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c'era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all'ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c'è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abusi-in-sicilia-la-causa-del-disastro-e-lassenza-di-regole-2618131645.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-veneto-e-devastato-pero-rilancia-venite-a-sciare-saremo-pronti" data-post-id="2618131645" data-published-at="1768932450" data-use-pagination="False"> Il Veneto è devastato però rilancia: «Venite a sciare, saremo pronti» Il governatore Luca Zaia era stato chiaro già domenica: «Serve un piano Marshall per la montagna» dopo aver sorvolato insieme al ministro dell'Interno Matteo Salvini il Bellunese, martoriato da pioggia incessante e vento (fino a 180 km l'ora) che hanno raso al suolo oltre 100.000 ettari di bosco (1 milione di alberi abbattuti). E se i veneti si sono rimboccati le maniche e stanno ripulendo dal fango abitazioni, laboratori, aziende agricole, sperando che la neve non arrivi troppo presto, la macchina della ricostruzione e della solidarietà è già partita. L'urgenza di ripristinare il patrimonio distrutto, secondo il governatore leghista, è dovuta a due motivi principali: evitare che la popolazione sia indotta ad andarsene dalla montagna e non bloccare il turismo invernale. «La montagna veneta sarà pronta ad aprire impianti e piste per la stagione sciistica in arrivo, già l'8 dicembre. Circolano strane voci che sarebbe meglio tacessero se non sanno», ha detto ieri il presidente della Regione Veneto e commissario per la ricostruzione a Treviso alla presentazione della Supercoppa italiana di volley femminile che si disputerà domenica prossima. «Su piste e impianti si stanno facendo verifiche, interventi e non ci saranno chiusure o ritardi nell'apertura della stagione dello sci. L'8 dicembre tutta la montagna veneta risponderà presente, perché tutto ciò che serve si sta già facendo. Il rilancio sarà lungo e faticoso», ha sottolineato Zaia, «ma proprio per questo non è il caso di aggiungere problemi falsi ai tanti veri che ci sono». Poi si è rivolto agli appassionati delle Dolomiti: «Faccio fin d'ora appello ai turisti e agli amanti dello sci perché scelgano di trascorrere un'ora, un giorno, una settimana sulle nostre montagne che saranno, come sempre pronte ad accoglierli». I danni non sono ancora quantificati nel dettaglio - si parla almeno di 1 miliardo di euro - ma la solidarietà degli italiani è già molto concreta. Oltre ai 150 milioni stanziati dal governo per il Veneto, Zaia ha riferito di aver constatato come, a poche ore dalla diffusione del codice Iban dedicato alla raccolta di fondi a supporto delle aree venete colpite dal maltempo, i versamenti siano già numerosi e arrivano anche dalle tante comunità di emigrati veneti, dal Brasile al Sudafrica. Poi ci sono i volontari, centinaia, che si sono offerti per portare aiuto nei territori devastati. Hanno risposto all'appello della Protezione civile di Belluno in 400, tra loro anche comunità di immigrati e richiedenti asilo. È bastato un messaggio su Whatsapp e sono arrivati da ogni parte della regione, tanto che il Comune ha dovuto fare una cernita, rimandando a casa, per esempio, i minorenni. Ieri anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è andato a Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, per fare il punto con il sindaco e parlamentare del M5s Federico D'Incà sugli interventi necessari a ripristinare la rete infrastrutturale danneggiata e per confermare che nei prossimi giorni ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario che avrà la funzione di decretare lo stato di emergenza per le tante località e regioni - da Nord a Sud - che hanno subito enormi danni. E se il Nordest si sta già lentamente rialzando, non evita il commento demagogico l'ex segretario del Pd Matteo Renzi: «Questo Paese ha bisogno di un condono in meno e di una Casa Italia in più», ha detto in un video postato su Twitter. Il riferimento è a una petizione di Change.org che chiede al premier Giuseppe Conte di ripristinare Casa Italia, progetto voluto dal governo di centrosinistra, basato su un'idea di Renzo Piano, per lottare contro il dissesto idrogeologico. «Le risorse ci sono, vanno spese meglio e vanno coordinate. Per questo avevamo fatto tutti d'accordo il progetto Casa Italia. Bene, Salvini e Di Maio come prima cosa hanno cancellato Casa Italia. Firmate anche voi la petizione», conclude il senatore dem, «perché Casa Italia torni a funzionare». Il segretario dimissionario del Pd, Maurizio Martina, ha chiesto una sessione straordinaria di discussione in Parlamento sulle strategie di lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico: «Chiediamo un confronto urgente e trasparente anche con il contributo di associazioni, enti e professionalità, sulle migliori azioni da intraprendere ora per fronteggiare questa priorità». Nel frattempo in Veneto scendono in campo anche gli sciamani. Venerdì, infatti, è in programma un evento organizzato dal Centro Olistico Chandra di Mason, durnate il quale due sciamani si metteranno in contatto con gli spiriti perché «Madre Terra è arrabbiata e ha bisogno di amore». L'ondata di maltempo però non si placa e la protezione civile ha diramato ancora un'allerta arancione per la regione. La sofferenza non è finita.
Enoch Burke (Getty Images)
Come i nostri lettori ricorderanno, la querelle tra il docente irlandese e la sua scuola - la Wilson’s Hospital School - nasceva nel maggio del 2022 con la decisione del dirigente di sospendere il prof ribelle, in quanto si rifiutava di non riconoscere il pronome neutro per un suo alunno che stava cambiando sesso: «loro» invece di «lui».
Un braccio di ferro che va avanti da diverso tempo e che sta costando giorni di reclusione, multe, tensioni e soprattutto divisioni: da una parte c’è chi lo considera un pericoloso provocatore, dall’altra parte un testardo resistente, religioso osservante, che non si arrende alle mode linguistiche e culturali woke.
In mezzo però c’è tutto il dibattito sulla libertà di pensiero e sul fatto che questo generi azioni conseguenti in ambienti formativi, cioè il rifiuto di non usare il nome femminile o un pronome neutro (come indicato appunto dalla direttiva emanata dal preside dell’istituto) per un ragazzo in transizione, continuando invece a indicarlo con il genere maschile. Da qui una serie di processi, di restrizioni e di altri provvedimenti, l’ultimo dei quali ieri. Il motivo è sempre lo stesso: Burke si rifiuta di osservare le decisioni dei giudici, perché si considera vittima del politicamente corretto che ormai ha accettato qualsiasi «rivoluzione» a difesa dei diritti Lgbt.
Va da sé che coloro che puntano l’indice contro il professore irlandese sottolineano invece la sua colpa di violare le disposizioni del giudice, ma è fin troppo evidente che all’origine del caso c’era proprio il rifiuto di non adeguarsi alla moda trangender e di difendere non solo le proprie idee ma anche le regole grammaticali. Poi certo c’è la resistenza nel non accettare le decisioni che considera ingiuste e arbitrarie; c’è insomma una resistenza e una opposizione che è politica. Ed è legata proprio alla libertà di espressione rispetto alla dominanza della cultura woke.
Ma questo - che è il punto fondamentale della questione - resta sullo sfondo, nel senso che la narrazione mainstream dei cosiddetti fact-checker vorrebbe far credere che Burke non è punito in relazione alla libertà di espressione ma per non osservare le disposizioni dei giudici. Sì tratta di una insistente e furba dose minima di veleno per intossicare la battaglia politica del docente.
Ecco perché Burke continua ad affrontare la questione di petto, mettendoci la propria libertà e la propria reputazione di docente, con ripetute sfide al sistema dominante, che gli vieta di avvicinarsi a scuola. Infatti già dal maggio 2022 gli venne impedito di entrare nell’edificio scolastico. Ma Burke, facendo valere il fatto di ricevere regolarmente lo stipendio dalla Wilson, non rispettò l’ordine e finì in carcere, ben tre volte solo nel 2024. Con tanto di multa da pagare tutte le volte che violava il divieto di accesso. Lo scorso dicembre un giudice lo aveva poi condannato a 560 giorni di detenzione per oltraggio alla corte: «Il signor Burke non si limita a violare i locali, ma entra direttamente nel cuore della scuola, aggirandosi per i corridoi anche quando non ne ha il diritto. È una presenza maligna e minacciosa, un intruso che perseguita la scuola, i suoi insegnanti e i suoi alunni. Ma questa è una strategia deliberata: una strategia di confronto. Non ho dubbi che le azioni del signor Burke abbiano causato una crisi tra gli alunni della scuola, gli insegnanti e il consiglio di amministrazione», i quali «invece di concentrarsi sul nobile compito di educare i giovani di domani, devono vedersela con il signor Burke e le sue buffonate».
Le buffonate erano le regole grammaticali e l’opposizione alla circolare: «Se accettassi di rispettare la sospensione sarebbe come accettare il transgenderismo, dovrei accettare cioè che credere all’esistenza di maschio e femmina è sbagliato… Non è qualcosa che farò. È una violazione della mia coscienza». Finora nessun carcere e nessun ordine di allontanamento dalla scuola è servito ad ammorbidirlo o a fargli cambiare idea. Anzi, il suo caso ormai ha superato l’Isola e se ne parla in tutta Europa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 gennaio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino traccia un quadro della situazione internazionale alla luce delle ultime mosse di Donald Trump.
Albert Bourla, ceo di Pfizer (Ansa)
Ci venderà le medicine a prezzo più alto. È così che Pfizer ha intenzione di ringraziare l’Europa per i contratti capestro dei vaccini Covid, grazie ai quali ha incassato oltre 30 miliardi di euro. Come ha riferito il Financial Times, l’amministratore delegato della società, Albert Bourla, si è messo alla testa della cordata di case farmaceutiche intenzionate ad aumentare le tariffe nel Vecchio continente, oppure a ritardare il lancio di terapie aggiornate.
La mossa di Big pharma è la conseguenza dell’accordo stipulato a dicembre con Donald Trump e presentato pochi giorni fa sul sito della Casa Bianca: in virtù del patto con ben 16 colossi del settore, comprese vecchie conoscenze pandemiche, dalla stessa Pfizer ad Astrazeneca, negli Stati Uniti, il costo dei farmaci salvavita sarà ribassato fino al 90% e allineato a quello europeo. Già, perché prima che il puzzone intervenisse, i prodotti delle grandi case venivano smerciati a cifre molto più alte negli Usa, dove il meccanismo concorrenziale pubblico-privato limita le capacità negoziali del sistema sanitario. A differenza - sostengono gli analisti - che nei Paesi come i nostri, nei quali la nazionalizzazione ha portato a fissare un tetto ai prezzi.
Non c’è dubbio che Trump abbia agito nell’interesse degli americani. Correggendo, oltre a un’ingiustizia sociale, un’indubbia stortura globale: le industrie approfittano del propizio contesto statunitense per generare sviluppo; e i fruitori all’estero ne beneficiano, sborsando meno delle controparti Usa. Il che getta pure qualche dubbio sulla presunta potenza politica della mano pubblica: evidentemente, se in Europa avevamo dei vantaggi, non era solo grazie ai sistemi sanitari statali, ma anche perché qualcun altro si svenava al posto nostro.
Il problema, infatti, è che da quando Trump ha battuto i pugni sul tavolo, i margini di profitto, per le compagnie, si sono ridotti. Dunque, la loro soluzione è spremere gli acquirenti più fortunati. Bourla, rivolgendosi alla stampa durante una conferenza di JpMorgan, la scorsa settimana, è stato chiarissimo: «Se facciamo i conti, dovremmo ridurre il prezzo americano al livello della Francia, oppure smettere di rifornire la Francia? Smetteremo di rifornire la Francia», è stata l’ovvia conclusione. «Così loro», ha proseguito l’ad, «si ritroveranno senza nuovi medicinali. Il sistema ci costringerà a non essere in condizione di accettare i prezzi più bassi», praticati finora. Anche se alcune voci, nel Vecchio continente, ci tengono a minimizzare il trattamento di favore: «In Germania paghiamo chiaramente troppo», ha dichiarato al Financial Times, ad esempio, uno dei vertici della compagnia assicurativa Techniker Krankenkasse, secondo il quale la vicenda ricorda «il modo in cui Trump ha gestito la Nato». E, magari, l’affare Groenlandia. È vero: il tycoon non adotta particolari riguardi con gli alleati. Il fatto è che gli Usa non hanno più voglia di essere presi per fessi. Né da chi, dopo decenni di silenzio, ha riscoperto l’Artico solo per via delle rivendicazioni di The Donald; né da chi, incapace di sfornare innovazioni, in un complesso economico ingessato da regolamentazioni e burocrazia, si è cullato sugli allori di ricerca e sviluppo a stelle e strisce.
Fessi, a quanto pare, lo siamo stati pure noialtri, ricoprendo d’oro Bourla e compagni, allorché cercavamo nei loro vaccini anti Covid la panacea. Ursula von der Leyen si era spesa alacremente per assicurarsi le preziose fiale, tanto da trattare in via riservata, tramite le famose chat sparite nel nulla, direttamente con il manager di Pfizer. Il risultato? Non uno sconto sulle dosi. Anzi: Big pharma si è assicurata consegne ben oltre il necessario (molte sono rimaste nei depositi a marcire), insieme a una provvidenziale manleva. In caso di eventi avversi, insomma, sarebbe toccato agli Stati membri Ue sborsare. A pochi mesi dal suo insediamento, persino il ministro della Salute del governo Meloni, Orazio Schillaci, un uomo che non brilla per coraggio e spirito d’iniziativa, aveva protestato per le clausole svantaggiose imposte alle capitali in seguito ai negoziati centralizzati.
Adesso, dopo il danno, arriverà la beffa. E se, ai tempi del coronavirus, gli europeisti pontificavano sulla necessità di accodarci a Bruxelles per essere più forti, oggi gli aedi dell’Unione si nascondono. E la Commissione tarda a pronunciarsi sull’incombente stangata. Ursula avrà perso il numero di Bourla?
La solidarietà Ue: furti di mascherine
L’audizione in commissione Covid del professor Marcello Minenna, già direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli nel triennio pandemico, ha fornito un’ulteriore fotografia della disastrosa gestione pandemica. Non tanto dell’Agenzia delle dogane, stando alle dichiarazioni dell’ex funzionario che ovviamente non poteva dire, del suo stesso operato, che non fosse stato a regola d’arte. Sarebbero state, piuttosto, le autorità politiche del nostro Paese, ossia il governo Pd-M5s guidato da Giuseppe Conte, il ministero della Salute diretto da Roberto Speranza (Pd) e anche la Commissione europea di Ursula von der Leyen, ad aver dato dimostrazione di inadeguatezza.
Minenna ha raccontato che il 12 marzo 2020 aveva appena fatto in tempo a emanare una direttiva, la numero 2, dove l’Agenzia delle dogane definiva lo sdoganamento merci come «attività indifferibile», che lo stesso giorno, e quindi il giorno dopo il Dpcm che chiuse l’Italia, è stato il ministero della Salute a «scendere in campo». Come? In maniera opposta: «Ci ha detto chiaro e in maniera piana: snellire le operazioni di sdoganamento. E con riferimento ai dispositivi medici, addirittura ha previsto», ha spiegato Minenna, «che il nulla osta sanitario dell’Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera, agenzia del ministero della Salute, ndr), senza il quale per i dispositivi medici non si muove foglia, poteva avvenire successivamente all’importazione. Quindi inizia già in nuce a comparire nella regolamentazione operativa degli apparati dello Stato la circostanza che la merce non si deve fermare negli uffici delle dogane». Nello scaricabarile Minenna coinvolge anche l’opposizione: «Credo che in parte questa disposizione sia stata anche figlia della pressione dell’opposizione», che all’epoca puntava giustamente il dito contro il governo perché in Italia le mascherine non si trovavano. Secondo la ricostruzione del funzionario, dunque, il governo Conte e il ministero di Speranza avrebbero facilitato lo sdoganamento di Dpi anche contraffatti pur di bloccare le critiche dell’opposizione di centrodestra.
A proposito di mascherine, Minenna ha raccontato un episodio alquanto increscioso: le nostre importazioni di materiale di contrasto al Covid avvenivano tramite voli intercontinentali. Se questi voli avevano uno scalo, il Paese dove avveniva lo scalo, «fosse pure dell’Unione europea», si accaparrava le nostre mascherine. «A Francoforte atterrava un aereo intercontinentale con Dpi e mascherine», ha spiegato Minenna, «diretto in Italia, ma il nostro materiale finiva in Germania, lo facevano scendere e se lo prendevano». L’ex dirigente delle Dogane dichiara di aver suggerito a Speranza di fare un’ordinanza affinché si accettassero soltanto merci provenienti da voli senza scalo.
A contribuire alla confusione generale, osserva il funzionario, ci si è messa anche l’Unione europea che, il 13 marzo, ha raccomandato di snellire le operazioni di sdoganamento. È chiaro, l’organo comunitario non poteva dire espressamente «se il marchio Ce è irregolare ignorate il problema», «ma tra le righe questo è il segnale che voleva essere mandato». Tra le carte depositate da Minenna, ci sarebbe anche un documento dove l’Ue «in maniera inequivoca ha dichiarato la regolarità di queste sigle per le mascherine, ovviamente a pandemia finita». Non è tutto: «Il 17 marzo 2020 il decreto Cura Italia stabilisce una disciplina derogatoria alle procedure doganali in essere, stabilendo che è consentito produrre, importare e mettere in commercio mascherine e Dpi in deroga alle vigenti disposizioni». Il problema è che nessuno aveva i macchinari per verificare gli aspetti regolatori delle mascherine previsti anche dalla normativa comunitaria. «Facevamo soltanto controlli documentali, non è che qualcuno facesse la verifica del fit-test o dell’anti-batterial o delle altre norme previste per le capacità di filtraggio delle microparticelle». Minenna diede disposizione di acquistare quei macchinari, ma lo scenario che emerge a livello italiano ed europeo non è affatto lusinghiero.
Il funzionario sarà riascoltato giovedì 29 gennaio, quando toccherà ai commissari della commissione Covid sottoporlo alle domande relative alla sua relazione esposta ieri al Senato.
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