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2018-11-06
Abusi in Sicilia, la causa del disastro è l’assenza di regole
ANSA
L'ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l'abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell'autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia - 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo - era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell'istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l'abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l'amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all'ordinario, nella straordinarietà».
Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L'abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l'iter (ovvero la demolizione).
Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l'ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l'efficacia dell'ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l'ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l'ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c'è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro.
La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall'ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un'ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l'accusa di abuso d'ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d'accesso ai sistemi dell'agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell'immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c'erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».
La magistratura ha già disposto l'acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c'era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all'ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c'è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».
Il Veneto è devastato però rilancia: «Venite a sciare, saremo pronti»
Il governatore Luca Zaia era stato chiaro già domenica: «Serve un piano Marshall per la montagna» dopo aver sorvolato insieme al ministro dell'Interno Matteo Salvini il Bellunese, martoriato da pioggia incessante e vento (fino a 180 km l'ora) che hanno raso al suolo oltre 100.000 ettari di bosco (1 milione di alberi abbattuti). E se i veneti si sono rimboccati le maniche e stanno ripulendo dal fango abitazioni, laboratori, aziende agricole, sperando che la neve non arrivi troppo presto, la macchina della ricostruzione e della solidarietà è già partita. L'urgenza di ripristinare il patrimonio distrutto, secondo il governatore leghista, è dovuta a due motivi principali: evitare che la popolazione sia indotta ad andarsene dalla montagna e non bloccare il turismo invernale. «La montagna veneta sarà pronta ad aprire impianti e piste per la stagione sciistica in arrivo, già l'8 dicembre. Circolano strane voci che sarebbe meglio tacessero se non sanno», ha detto ieri il presidente della Regione Veneto e commissario per la ricostruzione a Treviso alla presentazione della Supercoppa italiana di volley femminile che si disputerà domenica prossima. «Su piste e impianti si stanno facendo verifiche, interventi e non ci saranno chiusure o ritardi nell'apertura della stagione dello sci. L'8 dicembre tutta la montagna veneta risponderà presente, perché tutto ciò che serve si sta già facendo. Il rilancio sarà lungo e faticoso», ha sottolineato Zaia, «ma proprio per questo non è il caso di aggiungere problemi falsi ai tanti veri che ci sono». Poi si è rivolto agli appassionati delle Dolomiti: «Faccio fin d'ora appello ai turisti e agli amanti dello sci perché scelgano di trascorrere un'ora, un giorno, una settimana sulle nostre montagne che saranno, come sempre pronte ad accoglierli».
I danni non sono ancora quantificati nel dettaglio - si parla almeno di 1 miliardo di euro - ma la solidarietà degli italiani è già molto concreta. Oltre ai 150 milioni stanziati dal governo per il Veneto, Zaia ha riferito di aver constatato come, a poche ore dalla diffusione del codice Iban dedicato alla raccolta di fondi a supporto delle aree venete colpite dal maltempo, i versamenti siano già numerosi e arrivano anche dalle tante comunità di emigrati veneti, dal Brasile al Sudafrica.
Poi ci sono i volontari, centinaia, che si sono offerti per portare aiuto nei territori devastati. Hanno risposto all'appello della Protezione civile di Belluno in 400, tra loro anche comunità di immigrati e richiedenti asilo. È bastato un messaggio su Whatsapp e sono arrivati da ogni parte della regione, tanto che il Comune ha dovuto fare una cernita, rimandando a casa, per esempio, i minorenni.
Ieri anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è andato a Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, per fare il punto con il sindaco e parlamentare del M5s Federico D'Incà sugli interventi necessari a ripristinare la rete infrastrutturale danneggiata e per confermare che nei prossimi giorni ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario che avrà la funzione di decretare lo stato di emergenza per le tante località e regioni - da Nord a Sud - che hanno subito enormi danni.
E se il Nordest si sta già lentamente rialzando, non evita il commento demagogico l'ex segretario del Pd Matteo Renzi: «Questo Paese ha bisogno di un condono in meno e di una Casa Italia in più», ha detto in un video postato su Twitter. Il riferimento è a una petizione di Change.org che chiede al premier Giuseppe Conte di ripristinare Casa Italia, progetto voluto dal governo di centrosinistra, basato su un'idea di Renzo Piano, per lottare contro il dissesto idrogeologico. «Le risorse ci sono, vanno spese meglio e vanno coordinate. Per questo avevamo fatto tutti d'accordo il progetto Casa Italia. Bene, Salvini e Di Maio come prima cosa hanno cancellato Casa Italia. Firmate anche voi la petizione», conclude il senatore dem, «perché Casa Italia torni a funzionare». Il segretario dimissionario del Pd, Maurizio Martina, ha chiesto una sessione straordinaria di discussione in Parlamento sulle strategie di lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico: «Chiediamo un confronto urgente e trasparente anche con il contributo di associazioni, enti e professionalità, sulle migliori azioni da intraprendere ora per fronteggiare questa priorità». Nel frattempo in Veneto scendono in campo anche gli sciamani. Venerdì, infatti, è in programma un evento organizzato dal Centro Olistico Chandra di Mason, durnate il quale due sciamani si metteranno in contatto con gli spiriti perché «Madre Terra è arrabbiata e ha bisogno di amore». L'ondata di maltempo però non si placa e la protezione civile ha diramato ancora un'allerta arancione per la regione. La sofferenza non è finita.
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La villetta della strage non è stata demolita perché il Comune non aveva soldi per difendersi al Tar. Inchiesta in Procura.La stima dei danni può superare il miliardo e le previsioni annunciano nuove perturbazioni, ma i volontari accorrono a centinaia. La stagione sciistica è alle porte ed è un'opportunità. Luca Zaia: «Risponderemo presente».Lo speciale contiene due articoli.L'ordinanza di demolizione della villetta abusiva sul fiume Milicia, edificata mattone su mattone in pieno alveo fluviale e in zona indicata come ad alto rischio di dissesto idrogeologico, era definitiva. E l'abitazione, posta proprio al di sotto di un viadotto dell'autostrada A19, ricadente nel comprensorio del Comune di Casteldaccia - 11.000 abitanti sulla costa tirrenica della Sicilia, a un tiro di schioppo da Palermo - era da buttare giù sin dal 23 novembre 2011. In quella data è stato emesso il decreto del Tar (numero 1.602) che ha dichiarato «perento», ossia estinto per carenza di interesse delle parti (che nel corso dell'istruttoria non hanno mai depositato documentazione), il ricorso presentato il 2 dicembre 2008 dai proprietari della villetta della morte, Antonino Pace e Concetta Scurria (che hanno affittato l'abitazione alla famiglia Giordano, decimata nella tragedia). La controparte, l'amministrazione comunale di Casteldaccia, non si è costituita in giudizio. La giustificazione è questa: «Farlo costava 5.000 euro e noi non ce lo potevamo permettere». Giovanni Di Giacinto, sindaco senza soluzione di continuità dal 2003 al 2013, poi consigliere regionale con il Megafono di Rosario Crocetta e da giugno 2018 di nuovo sindaco, lo dice candidamente. «Io non mi tiro fuori dalle responsabilità, è chiaro che la mia amministrazione ha fatto nel tempo quello che poteva, con le risorse limitate che ha. Oggi noi siamo un Comune in dissesto e non possiamo intervenire, oltre all'ordinario, nella straordinarietà».Ma la demolizione di costruzioni abusive in zone a rischio per un Comune è da considerare attività ordinaria o straordinaria? La Procura di Termini Imerese ha aperto un fascicolo con le ipotesi di reato di disastro colposo e omicidio colposo, ma il procuratore Ambrogio Cartosio ha chiarito subito: «L'abusivismo è il primo colpevole». Il sindaco in un primo momento aveva ipotizzato una responsabilità del Tar, sostenendo che il ricorso presentato presso quella corte aveva bloccato l'iter (ovvero la demolizione).Dal Consiglio di Stato si sono visti costretti a smentire tale versione: «Il Tar Sicilia non ha mai sospeso l'ordinanza di demolizione. Né può sostenersi che la semplice presentazione di ricorso sia di per sé sufficiente a bloccare l'efficacia dell'ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l'ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; quindi, in questi anni, l'ordinanza di demolizione poteva e doveva essere eseguita». Stando alle valutazioni dei giudici amministrativi, insomma, quella villetta doveva essere già stata spazzata via dalle ruspe. E da un pezzo. Il sindaco è corso a verificare se almeno in municipio fosse arrivata una notifica di quel ricorso al Tar decaduto. Ma ormai si era attirato già addosso gli anatemi dei giudici amministrativi: «Alla base della tragedia c'è una miscela di cattiva amministrazione e malagestione del territorio, altro che lentezza dei Tribunali amministrativi», tuona il presidente dell'Associazione nazionale magistrati amministrativi, Fabio Mattei. «Non posso fare mutui, non posso chiedere prestiti e a stento riesco a pagare i dipendenti del Comune. Recentemente avrei dovuto abbattere un immobile costruito sulla battigia e tra demolizione e smaltimento dei rifiuti il costo si aggira attorno ai 60.000 euro. Cifra che, moltiplicata per tutte le case da abbattere, fa 1.800.000 euro», si difende il sindaco. Il quale lo scorso agosto si è visto citare in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei conti per un danno erariale da 239.000 euro. La stessa contestazione è arrivata a Fabio Spatafora, sindaco in carica nel periodo in cui Di Giacinto era consigliere regionale. «Avrebbero consentito agli autori degli illeciti edilizi», sostengono i magistrati contabili, «di continuare a beneficiare degli immobili realizzati abusivamente, senza corrispondere alcuna indennità di utilizzo, né la tassa sui rifiuti e gli altri tributi previsti dall'ordinamento, con conseguente danno per le casse del Comune». Un'ipotesi che è arrivata anche sui tavoli della Procura della Repubblica. E Di Giacinto si è anche ritrovato rinviato a giudizio con l'accusa di abuso d'ufficio, per aver favorito alcuni concittadini ai quali furono azzerate le imposte locali senza alcun motivo, utilizzando una password d'accesso ai sistemi dell'agenzia di riscossione in dotazione proprio al sindaco. Paradosso: per verificare se al Comune risultasse la presenza di inquilini nella villetta inondata, il primo cittadino ha cercato proprio tra le tasse locali. E ha fatto sapere: «Per quanto ci riguarda quell'immobile era vuoto. I vecchi proprietari risultano trasferiti a Palermo dal febbraio 2011. Quindi per il Comune non c'erano residenti in quella casa. Non è stata fatta alcuna comunicazione di voltura rispetto alla Tarsu, ancora oggi trasmessa ai vecchi proprietari, e lo stesso per quanto riguarda il contatore Enel».La magistratura ha già disposto l'acquisizione di quella documentazione. E ora anche Spatafora si dissocia: «Al mio insediamento non è seguito alcun passaggio di consegne. Sono andato a prendere la relazione di fine mandato del mio predecessore alla ragioneria del Comune e nessun cenno c'era alle pratiche aperte sugli abusivismi edilizi. Né gli uffici comunali, dal segretario all'ufficio urbanistico, mi hanno mai informato». Ma c'è chi la ritiene una strage annunciata: «Come a Rigopiano (hotel travolto da una valanga in Abruzzo il 18 gennaio 2017: 29 vittime, ndr)». Gianluca Tanda, esponente del comitato Vittime di Rigopiano, sentenzia amaramente: «Anche in Sicilia tutti sapevano e nessuno è intervenuto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abusi-in-sicilia-la-causa-del-disastro-e-lassenza-di-regole-2618131645.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-veneto-e-devastato-pero-rilancia-venite-a-sciare-saremo-pronti" data-post-id="2618131645" data-published-at="1776414125" data-use-pagination="False"> Il Veneto è devastato però rilancia: «Venite a sciare, saremo pronti» Il governatore Luca Zaia era stato chiaro già domenica: «Serve un piano Marshall per la montagna» dopo aver sorvolato insieme al ministro dell'Interno Matteo Salvini il Bellunese, martoriato da pioggia incessante e vento (fino a 180 km l'ora) che hanno raso al suolo oltre 100.000 ettari di bosco (1 milione di alberi abbattuti). E se i veneti si sono rimboccati le maniche e stanno ripulendo dal fango abitazioni, laboratori, aziende agricole, sperando che la neve non arrivi troppo presto, la macchina della ricostruzione e della solidarietà è già partita. L'urgenza di ripristinare il patrimonio distrutto, secondo il governatore leghista, è dovuta a due motivi principali: evitare che la popolazione sia indotta ad andarsene dalla montagna e non bloccare il turismo invernale. «La montagna veneta sarà pronta ad aprire impianti e piste per la stagione sciistica in arrivo, già l'8 dicembre. Circolano strane voci che sarebbe meglio tacessero se non sanno», ha detto ieri il presidente della Regione Veneto e commissario per la ricostruzione a Treviso alla presentazione della Supercoppa italiana di volley femminile che si disputerà domenica prossima. «Su piste e impianti si stanno facendo verifiche, interventi e non ci saranno chiusure o ritardi nell'apertura della stagione dello sci. L'8 dicembre tutta la montagna veneta risponderà presente, perché tutto ciò che serve si sta già facendo. Il rilancio sarà lungo e faticoso», ha sottolineato Zaia, «ma proprio per questo non è il caso di aggiungere problemi falsi ai tanti veri che ci sono». Poi si è rivolto agli appassionati delle Dolomiti: «Faccio fin d'ora appello ai turisti e agli amanti dello sci perché scelgano di trascorrere un'ora, un giorno, una settimana sulle nostre montagne che saranno, come sempre pronte ad accoglierli». I danni non sono ancora quantificati nel dettaglio - si parla almeno di 1 miliardo di euro - ma la solidarietà degli italiani è già molto concreta. Oltre ai 150 milioni stanziati dal governo per il Veneto, Zaia ha riferito di aver constatato come, a poche ore dalla diffusione del codice Iban dedicato alla raccolta di fondi a supporto delle aree venete colpite dal maltempo, i versamenti siano già numerosi e arrivano anche dalle tante comunità di emigrati veneti, dal Brasile al Sudafrica. Poi ci sono i volontari, centinaia, che si sono offerti per portare aiuto nei territori devastati. Hanno risposto all'appello della Protezione civile di Belluno in 400, tra loro anche comunità di immigrati e richiedenti asilo. È bastato un messaggio su Whatsapp e sono arrivati da ogni parte della regione, tanto che il Comune ha dovuto fare una cernita, rimandando a casa, per esempio, i minorenni. Ieri anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, è andato a Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese, per fare il punto con il sindaco e parlamentare del M5s Federico D'Incà sugli interventi necessari a ripristinare la rete infrastrutturale danneggiata e per confermare che nei prossimi giorni ci sarà un Consiglio dei ministri straordinario che avrà la funzione di decretare lo stato di emergenza per le tante località e regioni - da Nord a Sud - che hanno subito enormi danni. E se il Nordest si sta già lentamente rialzando, non evita il commento demagogico l'ex segretario del Pd Matteo Renzi: «Questo Paese ha bisogno di un condono in meno e di una Casa Italia in più», ha detto in un video postato su Twitter. Il riferimento è a una petizione di Change.org che chiede al premier Giuseppe Conte di ripristinare Casa Italia, progetto voluto dal governo di centrosinistra, basato su un'idea di Renzo Piano, per lottare contro il dissesto idrogeologico. «Le risorse ci sono, vanno spese meglio e vanno coordinate. Per questo avevamo fatto tutti d'accordo il progetto Casa Italia. Bene, Salvini e Di Maio come prima cosa hanno cancellato Casa Italia. Firmate anche voi la petizione», conclude il senatore dem, «perché Casa Italia torni a funzionare». Il segretario dimissionario del Pd, Maurizio Martina, ha chiesto una sessione straordinaria di discussione in Parlamento sulle strategie di lotta al dissesto idrogeologico e al cambiamento climatico: «Chiediamo un confronto urgente e trasparente anche con il contributo di associazioni, enti e professionalità, sulle migliori azioni da intraprendere ora per fronteggiare questa priorità». Nel frattempo in Veneto scendono in campo anche gli sciamani. Venerdì, infatti, è in programma un evento organizzato dal Centro Olistico Chandra di Mason, durnate il quale due sciamani si metteranno in contatto con gli spiriti perché «Madre Terra è arrabbiata e ha bisogno di amore». L'ondata di maltempo però non si placa e la protezione civile ha diramato ancora un'allerta arancione per la regione. La sofferenza non è finita.
La spettacolare rivisitazione europea del racconto di Robert Louis Stevenson, Dottor Jekyll e Mr. Hyde, si sostanzia nell’acquisto di 2,46 miliardi di metri cubi di Gnl a marzo (dati Istituto Bruegel), record assoluto in volume, e in un istruttivo elenco dei maggiori acquirenti.
La prima della classe nelle rinnovabili, la Spagna, infatti, zitta zitta, è stata anche il primo e migliore cliente di Vladimir Putin, con acquisti per 355 milioni di euro (+124% rispetto al mese precedente). Niente male anche la Francia, con 287 milioni di euro di acquisti in un solo mese, poi Belgio e Olanda, da cui i volumi vanno, in gran parte, in Germania. Da aprile questo non sarà più possibile, essendo scattato il bando progressivo del gas russo, un processo che si concluderà tra un anno e mezzo. Tutti i terminali spagnoli hanno aumentato i ritiri di gas russo, con Bilbao come principale punto di ingresso.
Questo dato si inserisce in una dinamica che prosegue da tempo. Dal dicembre 2022 a marzo 2026 l’Unione europea ha acquistato più Gnl russo rispetto a Cina e Giappone messi insieme, rappresentando la metà delle esportazioni totali di Gnl della Russia. Nello stesso periodo l’Ue si è confermata anche il principale acquirente di gas russo via gasdotto, con una quota del 33% sull’export. Dunque l’Ue, mentre presta decine di miliardi a Kiev per difendersi dall’orso russo, allo stesso tempo fornisce a quest’ultimo centinaia di milioni di euro freschi di stampa.
Tra il blocco dello Stretto di Hormuz e il bando del gas russo, l’Europa si trova ancora una volta nel mezzo, senza una strategia energetica credibile. Niente di nuovo. Nel frattempo, il Dipartimento dell’energia americano informa che nel 2025 le esportazioni di Gnl verso l’Europa hanno raggiunto il record di 107 miliardi di metri cubi, di cui 5,1 diretti in Italia. Il nostro Paese fa segnare il maggiore incremento di import dagli Usa rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’Europa ha rappresentato il 68% dell’export americano, con un aumento del 63% rispetto al 2024.
Se però i prezzi del gas a marzo non sono andati alle stelle è anche perché le importazioni cinesi di Gnl sono diminuite del 10,7% su base annua, scendendo a 11,3 mld Smc. Alcune compagnie cinesi hanno addirittura rivenduto sul mercato asiatico tra 8 e 10 carichi di Gnl. Questo ha aumentato l’offerta disponibile nell’area e ha contribuito a ridurre la pressione sui prezzi internazionali, ampliando la liquidità del mercato nel breve periodo.
La riduzione dei flussi dal Qatar, legata alla crisi nel Golfo Persico, si è inserita in questo contesto. I minori volumi attesi non si sono tradotti in una compressione dell’offerta disponibile in Europa, perché compensati dalla maggiore disponibilità derivante dalla domanda asiatica più debole e dalla continuità dei flussi russi verso l’Europa. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni, ma la concomitanza della crisi di Hormuz con l’inizio del bando del gas russo non è esattamente un modello di sicurezza energetica, né di garanzia di costi bassi.
Tanto che la stessa Commissione europea, in preda ad evidente stordimento, si avvia barcollando a cercare qualche crepa nel suo stesso furore ideologico. Green ad ogni costo, Patto di stabilità e divieto di aiuti di stato: una scarica di diretti che manderebbe al tappeto qualunque economia mondiale e che invece a Bruxelles è una specie di Trinità.
Bruxelles ha elaborato un quadro temporaneo per gestire gli effetti della crisi iraniana. Il Temporary Iran Crisis Energy Framework (ancora in bozza di discussione) consente agli Stati membri di introdurre misure di sostegno per famiglie e imprese, con l’obiettivo dichiarato di limitare l’impatto economico dello shock. La Commissione prevede la possibilità di intervenire sul prezzo dell’elettricità attraverso un abbattimento (temporaneo) del costo del gas utilizzato nella generazione, includendo strumenti di riduzione diretta del prezzo finale. Qui si inserisce la trattativa Stato-Commissione sul famigerato articolo 6 del Decreto bollette del governo di Giorgia Meloni, già convertito in legge. La norma italiana prevede che i costi dell’Ets (la tassa sulla CO2 emessa) vengano rimborsati ai produttori termoelettrici per abbassare il prezzo dell’energia elettrica. Il quadro temporaneo della Commissione, invece, dice che qualunque aiuto di Stato deve preservare i segnali di investimento di lungo periodo e compensare esclusivamente l’aumento del prezzo del gas, senza includere il costo delle emissioni Ets.
Detta così non sembra esserci speranza per il decreto italiano sull’Ets. Ma pochi giorni fa il direttore generale della Direzione Mercati e Infrastrutture energetiche presso il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), Alessandro Noce, ha detto che in realtà il documento della Commissione consente la misura italiana sull’Ets perché formalmente non è una cancellazione dell’Ets, ma un rimborso parametrato ad esso. Posizione ardita e assai sottile. Può sembrare un cavillo, ma non lo è. In effetti, il decreto non tocca l’impianto normativo dell’Ets, che resta in vigore, ma stabilisce un rimborso ai termoelettrici di un valore pari al costo dell’Ets. Intanto, il sottosegretario Vannia Gava è incaricata della trattativa con Bruxelles.
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Papa Leone XIV (Ansa)
È in questo scenario di «passione» che ieri Papa Leone XIV, nel suo quarto giorno di viaggio apostolico in Africa, ha scelto di piantare ancora il vessillo di una pace che non è semplice diplomazia, ma una radicale alternativa esistenziale e politica. In un incontro per la pace che si è tenuto nella cattedrale di San Giuseppe a Bamenda, il Papa ha denunciato ancora una pericolosa deriva: la strumentalizzazione del sacro per fini di potere.
«Guai», ha ricordato papa Prevost, «a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso. Sì, cari fratelli e sorelle, voi affamati e assetati di giustizia, voi poveri, misericordiosi, miti e puri di cuore, voi che avete pianto siete la luce del mondo! Bamenda, tu oggi sei la città sul monte, splendida agli occhi di tutti!».
Questo richiamo alla «città sul monte» attribuito da Leone XIV alla città africana di Bamenda ha un sapore innegabilmente agostiniano. Perché mentre la città degli uomini è una struttura di potere che cerca di occupare lo spazio orizzontale della terra per possederlo, la civitas super montem occupa lo spazio verticale della storia per orientarlo. La prima si fonda sul dominandi libido (libidine di dominio), la seconda sulla caritas che, proprio perché è pubblica e visibile, si offre come guida per tutti.
Questa visione getta ulteriore luce sulle tensioni che arrivano da Washington. Mentre il Papa parla di pace in Africa, negli Stati Uniti si consuma uno scontro senza precedenti tra il Vaticano e l’amministrazione di Donald Trump. Il vicepresidente JD Vance ha recentemente ammonito Leone XIV, invitandolo a «stare attento quando parla di questioni di teologia» e rispolverando la dottrina della «guerra giusta» durante un evento di Turning Point Usa. Ma non si è fatta attendere la replica dei vescovi americani che in una nota firmata dal il vescovo James Massa ha chiarito che il Papa non sta offrendo «opinioni», ma sta esercitando il suo ministero come Vicario di Cristo, ricordando che «un principio costante di quella tradizione millenaria è che una nazione può legittimamente impugnare la spada solo “per autodifesa”, una volta che tutti gli sforzi di pace siano falliti ( Catechismo della Chiesa Cattolica , n. 2308 )».
Le parole pronunciate a Bamenda da Leone XIV sembrano scritte per rispondere all’immagine, diventata virale, di una preghiera nella Sala Ovale della Casa Bianca dove pastori evangelici, guidati da Paula White Cain, invocavano la benedizione divina per la guerra contro l’Iran. Ma sarebbe riduttivo e in fondo sbagliato. Quello di Leone XIV è un richiamo che accomuna tutti i papi nel recente magistero: non si può utilizzare Dio per compiere violenza. Il chiarimento più limpido in proposito è nel famoso (e contrastato) discorso di Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006, quello che partiva dal dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Dio è Logos, è Ragione, e «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio», disse papa Ratzinger. Pertanto, usare Dio per giustificare la violenza è un atto irragionevole che nega l’essenza stessa della divinità.
Il Papa ieri in Camerun ha denunciato quello che definisce un «mondo capovolto», dove miliardi di dollari vengono spesi per devastare, mentre mancano le risorse per l’istruzione e la ricostruzione. Chi preda le risorse della terra - ha accusato il Pontefice - spesso reinveste i profitti in armi, alimentando cicli infiniti di morte.
Ma Bamenda non è solo un luogo di sofferenza; è, nelle parole del Papa, un laboratorio di speranza. Nonostante la crisi anglofona, la comunità ha visto nascere un Movimento per la Pace che unisce cristiani e musulmani. «Siete voi ad annunciare la pace a me e al mondo intero», ha confessato Leone XIV, lodando i leader religiosi che mediano tra le parti contrapposte. Il Papa ha voluto ringraziare in particolare le donne, laiche e religiose, che si prendono cura dei traumatizzati dalla violenza, spesso agendo nell’ombra e in condizioni di pericolo.
Riprendendo l’esortazione Evangelii Gaudium del suo predecessore Francesco, Leone XIV ieri ha ribadito che la missione della Chiesa è una presenza nel cuore del popolo. L’obiettivo è formare «politici con un’anima, insegnanti con un’anima», persone che scelgano di stare con gli altri e per gli altri.
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Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante un incontro dello scorso 23 gennaio a Roma (Ansa)
Giorgia Meloni, a quanto apprende La Verità, parteciperà in presenza, oggi a Parigi, al vertice dei cosiddetti «volenterosi»: circa quaranta leader, molti collegati in videoconferenza, sono attesi alla riunione convocata dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer. Sul tavolo del summit, la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. L’impegno dei «volenterosi», però, come più volte sottolineato dalla Verità a proposito di una eventuale partecipazione italiana alla missione, è subordinato alla stabilizzazione del cessate il fuoco tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra. Fino a quando la guerra sarà pienamente in corso, e senza un mandato internazionale ad esempio dell’Onu, non se ne parla, perché ogni partecipazione a interventi anche di semplice sminamento delle acque dello Stretto sarebbe a tutti gli effetti un ingresso in guerra. Lo ha ribadito ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «La Germania», ha detto ieri Merz, come riporta Nova, «contribuirà alla futura salvaguardia della navigazione nello stretto di Hormuz ma solo a determinate condizioni. Ho coordinato questa posizione all’interno del governo tedesco. Una missione di questo genere richiederebbe un mandato internazionale, preferibilmente delle Nazioni Unite, una risoluzione del governo tedesco e un mandato del Parlamento tedesco. Siamo ancora lontani da questo obiettivo». La Germania potrebbe partecipare con navi sminatrici o da ricognizione.
Così come solo parole ascolteremo oggi dai «volenterosi»: le chiavi della soluzione del conflitto sono nelle mani di Donald Trump e Benjamin Netanyahu da un lato e del regime iraniano dall’altro. La situazione nello Stretto è, per usare un eufemismo, confusa: l’Iran ha minato le acque e chiede un pedaggio alle navi che vogliono attraversare Hormuz; gli Usa hanno disposto un blocco navale per le navi dirette verso porti iraniani o in uscita da essi.
Secondo alcune fonti, qualche nave ha comunque attraversato lo Stretto, ma il volume di traffico resta a livelli minimi: «Gli Stati Uniti», ha detto ieri Stephen Miller, stretto collaboratore di Trump, «potrebbero mantenere il blocco navale dei porti iraniani a tempo indeterminato.
La linea è chiara: gli Stati Uniti non accetteranno mai minacce da parte di un Iran dotato di armi nucleari, e l’embargo sta soffocando l’economia iraniana». Da Teheran arriva un altolà all’idea dei «volenterosi»: «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, «la sicurezza dello Stretto di Hormuz è garantita dall’Iran da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra».
In sostanza, per ora i «volenterosi» sono allo stadio delle buone intenzioni. Detto ciò, l’Italia, se e quando la missione internazionale verrà effettivamente organizzata, potrà offrire un contributo di estremo rilievo: sono ben otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti all’impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, che sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Dispongono di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali un sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; un ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; un sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, e in questo genere di operazioni la nostra Marina militare è considerata una eccellenza a livello mondiale.
Da parte sua, un funzionario Usa ha detto al Wall Street Journal che è quasi pronto un programma statunitense per assicurare le petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, ma si stanno risolvendo alcune questioni di sicurezza con la Marina prima del suo avvio. Il programma, a quanto ha spiegato il responsabile degli investimenti Conor Coleman, assicurerà perdite fino a 40 miliardi di dollari per le navi disposte ad attraversare lo Stretto.
«Teheran rinuncerà al nucleare»
Donald Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe accettato di consegnare la cosiddetta «polvere nucleare» in suo possesso e di sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo indefinito. Parlando alla Casa Bianca, il presidente ha affermato che l’Iran starebbe mostrando una maggiore apertura negoziale rispetto al passato e che un accordo «molto probabile» escluderebbe lo sviluppo di armi nucleari. Secondo Trump, la consegna riguarderebbe materiale nucleare legato anche a precedenti attacchi e ai siti sotterranei iraniani. I colloqui proseguirebbero in un clima positivo, con nuovi incontri previsti nei prossimi giorni. Il 21 aprile scadrà il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Uno stretto alleato di Trump, come il capo delle forze di difesa pakistane Asim Munir, ha recentemente incontrato il presidente del parlamento della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Qalibaf. Scopo del faccia a faccia è, in particolare, stato quello di organizzare un nuovo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo i colloqui finiti in stallo lo scorso sabato.
Se da una parte è aperta al dialogo, Washington, dall’altra, non sta rinunciando ad aumentare la pressione sul regime khomeinista. «Le nostre forze sono pronte a riprendere le operazioni di combattimento, qualora questo nuovo regime iraniano facesse una scelta sbagliata e non accettasse un accordo», ha affermato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che ha anche parlato del blocco americano a Hormuz. «Minacciare di lanciare missili e droni contro navi, navi commerciali che transitano legalmente in acque internazionali, non è controllo. Questa è pirateria. Questo è terrorismo. La Marina degli Stati Uniti controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di risorse e capacità reali, e stiamo attuando questo blocco», ha dichiarato. Al contempo, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha assicurato che Washington è pronta a «usare la forza» verso chi cerchi di forzare il blocco americano a Hormuz. E attenzione: la pressione americana non è soltanto di natura militare ma anche economica. Appena l’altro ieri, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha infatti minacciato di colpire l’Iran con delle sanzioni secondarie. L’obiettivo è chiaramente quello di mettere ulteriormente in ginocchio l’economia della Repubblica islamica, per costringere quest’ultima a negoziare da una posizione di debolezza. Al contempo, Trump è tornato a parlare di Leone XIV. «Deve capire che l’Iran non può avere un’arma nucleare», ha detto.
Nel frattempo, Teheran si è mostrata timidamente ottimista sul fronte diplomatico. «Nonostante la nostra profonda sfiducia negli Stati Uniti, derivante dai ripetuti tradimenti della diplomazia, abbiamo comunque intrapreso i negoziati in buona fede e restiamo cautamente ottimisti», ha affermato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani. «Se Washington adotterà un approccio razionale e costruttivo, questi negoziati potranno portare a un risultato significativo», ha aggiunto. Questo ovviamente non significa che la strada sia del tutto in discesa: sempre ieri, un alto funzionario iraniano ha infatti sottolineato che la questione dell’uranio arricchito resta forse il principale nodo sul tavolo negoziale. Dall’altra parte, la medesima fonte ha però parlato di progressi. Ciò significa che lo stallo diplomatico, soprattutto dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Libano, potrebbe essere in procinto di essere superato.
In tutto questo, la Cina ha auspicato che Washington e Teheran tornino al tavolo negoziale, mentre anche Ankara sta spingendo per la diplomazia. «Continueremo a fornire il supporto necessario affinché il cessate il fuoco in corso si trasformi in una tregua permanente e, infine, in una pace duratura, senza che diventi più complesso e difficile da gestire», ha dichiarato il ministero della Difesa turco. Bisognerà infine vedere come si svilupperà il rapporto tra Trump e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è sempre stato freddo verso il cessate il fuoco tra Usa e Iran. Tuttavia, ieri ha accettato la tregua libanese. Solo il tempo ci dirà se Gerusalemme si allineerà completamente alla Casa Bianca nei suoi sforzi diplomatici con Teheran. Un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi decisivo per il destino della crisi iraniana: in un senso o nell’altro.
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