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2022-08-17
A un anno dalla ritirata disastrosa Biden può saltare sull’Afghanistan
Joe Biden annuncia il ritiro dall'Afghanistan il 31 agosto 2021 (Ansa)
A un anno dalla caduta di Kabul, lo spettro dell’Afghanistan torna a perseguitare Joe Biden e Kamala Harris. I deputati repubblicani della commissione esteri della Camera hanno approntato un rapporto, in cui si enumerano tutte le contraddizioni e gli errori commessi dall’amministrazione Biden nel disastroso ritiro di agosto 2021. Pur non ancora ufficialmente pubblicato, il documento è stato visionato da varie testate giornalistiche, che ne hanno riferito i principali contenuti. La Casa Bianca, neanche a dirlo, ha già accusato il rapporto di faziosità. Come che sia, alcuni dei suoi risultati meritano di essere sottolineati.
In primis, sembrerebbe che, durante le operazioni di evacuazione nel pieno della crisi, sul territorio afgano ci fossero soltanto 36 funzionari del Dipartimento di Stato: praticamente uno ogni 3.444 evacuati. In secondo luogo, il rapporto denuncia che la Casa Bianca non aveva implementato alcun piano per impedire che i commando afgani addestrati dagli americani venissero reclutati da avversarsi degli Stati Uniti (come Cina, Russia e Iran). «Molti dei piani di evacuazione dell’amministrazione Biden sono stati realizzati nella primavera del 2021, alcuni anche prima che il presidente annunciasse il ritiro. E non sono mai stati aggiornati nonostante le conquiste dei talebani sul campo di battaglia, nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza», ha affermato il deputato repubblicano, Michael McCaul. Un altro aspetto controverso del report è che i primi progetti di evacuazione dei civili sarebbero stati messi in cantiere dall’ambasciata statunitense a Kabul non prima della metà di giugno 2021: quando, cioè, la situazione generale già mostrava significativi segnali di deterioramento. Un ulteriore elemento sconcertante è che, secondo il rapporto, solo il 25% degli evacuati sarebbe stato costituito da donne: un dato, questo, contestato dalla Casa Bianca, secondo cui la cifra risulterebbe del 43%. È infine emerso che i repubblicani hanno chiesto di interrogare una trentina di funzionari coinvolti nelle operazioni di evacuazione: una richiesta a cui l’amministrazione Biden si sarebbe tuttavia sottratta.
Insomma, questo rapporto sembra proprio smentire l’ormai logora vulgata, secondo cui, con l’arrivo di Biden, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Bianca. Il disastro dell’evacuazione afgana ha dimostrato in realtà l’esatto contrario. E attenzione: la faccenda non può essere semplicisticamente derubricata a una questione di incapacità. Si tratta, in realtà, di un problema molto più profondo e strutturale, che chiama in causa significative divisioni in seno alla stessa amministrazione. Proprio sul dossier afgano emersero dissidi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato tra agosto e settembre 2021. Dissidi che, pur mutatis mutandis, ritroviamo oggi nella gestione di altri fronti caldi (dalla Russia alla Cina): dissidi, amplificati dalla totale mancanza di leadership dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Qualora fosse confermato che solo il 25% degli evacuati erano donne, ciò dimostrerebbe la totale ipocrisia dell’impegno femminista tanto professato dall’attuale amministrazione americana, a partire dalla stessa Kamala Harris. Ad agosto 2019, durante le primarie dem, costei promise che avrebbe difeso i diritti conseguiti dalle donne afgane. Peccato che, quando scoppiò la crisi l’anno scorso, la vicepresidente si inabissò in un silenzio quasi totale (interrotto ogni tanto solo da qualche tweet generico). E adesso si scopre che forse, durante l’evacuazione, ad essere soccorsi sono stati prevalentemente uomini. Eppure si sapeva benissimo a che cosa sarebbero andate incontro le donne afgane sotto un governo in mano ai talebani. La vicepresidente (e nota paladina femminista) non ha niente da dire?
Infine, la storia che Biden fosse vincolato all’accordo di Donald Trump del febbraio 2020 con i «barbuti» è soltanto un alibi traballante. L’attuale presidente avrebbe potuto o stralciare o modificare quell’intesa. La realtà è che non lo ha fatto per esigenze di consenso interno, vista l’elevata impopolarità del conflitto afgano tra gli elettori americani. Peccato per lui che il risultato sia rivelato un boomerang. L’evacuazione è stata talmente disastrosa che, da allora, la popolarità interna del presidente ha iniziato progressivamente a declinare, mentre i repubblicani hanno già detto che, se riconquisteranno la Camera a novembre, avvieranno inchieste sul dossier (una strada, questa, che potrebbe portare anche a un impeachment presidenziale). Non solo: il caos afgano ha indebolito anche la deterrenza statunitense nei confronti di Cina e Russia, le quali da allora si sono fatte non a caso più arroganti e bellicose. In quel momento, le relazioni transatlantiche toccarono probabilmente il punto più basso della loro storia, visto che Biden - pressato dalle minacce dei talebani - si rifiutò di ritardare il completamento dell’evacuazione, come gli avevano invece chiesto gli alleati del G7: il che determinò uno sfilacciamento del blocco euroatlantico di cui paghiamo ancora oggi le amare conseguenze. Ci avevano detto che, con Biden, l’America avrebbe fatto il suo ritorno. E invece questo presidente ha soltanto indebolito l’Occidente.
Kiev reagisce in Crimea, russi in fuga
La tensione resta alta in Ucraina. Il ministero della Difesa russo ha affermato che un magazzino militare vicino alla città di Dzhankoi, nella parte settentrionale della Crimea, ha registrato un’esplosione a causa di un «sabotaggio»: si conterebbero almeno due feriti. Altre esplosioni si sono verificate in una base militare russa nei pressi di Sinferopoli. Il Guardian ha riferito che, secondo i media di Mosca, molti cittadini russi starebbero abbandonando la Crimea in queste ore (si parla di quasi 40.000 automobili l’altro ieri). Secondo il New York Times l’azione sarebbe stata compiuta da forze di élite ucraine, altre fonti fanno riferimento a missili a lungo raggio forniti dagli americani.
Per Mosca, un ulteriore sabotaggio è stato condotto ai danni delle linee elettriche collegate alla centrale nucleare russa di Kursk. «Sono stati fatti saltare in aria sei pilastri di linee elettriche ad alta tensione [...], attraverso i quali la centrale nucleare di Kursk fornisce energia agli impianti», ha dichiarato l’Fsb. Poco dopo, il Kyiv Independent ha riferito che individui non identificati avrebbero fatto esplodere una linea ferroviaria nella regione di Kursk, usata da treni merci. Le forze di Mosca, dal canto loro, hanno condotto attacchi missilistici nella regione ucraina di Zhytomyr: attacchi che sarebbero partiti dal territorio bielorusso. Secondo le autorità ucraine, la città di Nikopol, situata nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, è stata nuovamente colpita da missili russi: si registrano almeno un morto e dieci feriti. Nel frattempo, l’Ucraina ha ricevuto altri sei obici dalla Lettonia, mentre il governo di Mosca ha firmato contratti da otto miliardi di dollari per la produzione di missili balistici intercontinentali Sarmat e di sistemi di difesa aerea. Dal canto suo, il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, ha dichiarato che Mosca «non ha bisogno» di fare ricorso ad armi nucleari.
Le fibrillazioni aumentano anche sul fronte politico-diplomatico. Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti di voler prolungare il conflitto in Ucraina, sostenendo polemicamente che Washington avrebbe intenzione di creare un sistema simile alla Nato nell’Indo-Pacifico. Non solo: il capo del Cremlino ha anche tacciato gli americani di «provocazione pianificata» in riferimento a Taiwan. Lo scorso 4 febbraio, Putin e Xi Jinping emisero un comunicato congiunto, in cui il leader cinese sosteneva la Russia contro la Nato e il leader russo spalleggiava le rivendicazioni di Pechino su Taipei. La Finlandia, dal canto suo, ha annunciato ieri una limitazione al numero di visti rilasciati ai russi.
In tutto questo, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha fatto sapere che il programma di una visita di papa Francesco in Ucraina risulterebbe ancora «oggetto di negoziato». Il diplomatico ha espresso in particolare l’auspicio che il pontefice si rechi a Kiev e a Bucha. Sempre ieri, Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata con l’omologo francese, Emmanuel Macron. «L’ho informato sulla situazione al fronte e sul terrorismo nucleare russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha twittato il presidente ucraino, invocando un incremento delle sanzioni a Mosca. Macron ha detto di condividere l’ipotesi di una missione dell’Aiea per esaminare la situazione a Zaporizhazhia. Ankara ha intanto smentito di aver siglato un nuovo contratto con la Russia per l’acquisto di un altro sistema missilistico S-400: la Turchia prosegue dunque nel suo equilibrismo tra Washington e Mosca.
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Nuove rivelazioni spiegano come l’addio sia avvenuto senza programmazione, con pochissimi funzionari in loco e abbandonando le donne ai «barbuti». I repubblicani raccolgono altro materiale per l’impeachment.Crimea: migliaia di civili in auto dalla penisola verso la Russia. Per il «Nyt» raid compiuti dalle forze speciali ucraine. Mosca firma i contratti per i missili intercontinentali.Lo speciale contiene due articoli.A un anno dalla caduta di Kabul, lo spettro dell’Afghanistan torna a perseguitare Joe Biden e Kamala Harris. I deputati repubblicani della commissione esteri della Camera hanno approntato un rapporto, in cui si enumerano tutte le contraddizioni e gli errori commessi dall’amministrazione Biden nel disastroso ritiro di agosto 2021. Pur non ancora ufficialmente pubblicato, il documento è stato visionato da varie testate giornalistiche, che ne hanno riferito i principali contenuti. La Casa Bianca, neanche a dirlo, ha già accusato il rapporto di faziosità. Come che sia, alcuni dei suoi risultati meritano di essere sottolineati. In primis, sembrerebbe che, durante le operazioni di evacuazione nel pieno della crisi, sul territorio afgano ci fossero soltanto 36 funzionari del Dipartimento di Stato: praticamente uno ogni 3.444 evacuati. In secondo luogo, il rapporto denuncia che la Casa Bianca non aveva implementato alcun piano per impedire che i commando afgani addestrati dagli americani venissero reclutati da avversarsi degli Stati Uniti (come Cina, Russia e Iran). «Molti dei piani di evacuazione dell’amministrazione Biden sono stati realizzati nella primavera del 2021, alcuni anche prima che il presidente annunciasse il ritiro. E non sono mai stati aggiornati nonostante le conquiste dei talebani sul campo di battaglia, nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza», ha affermato il deputato repubblicano, Michael McCaul. Un altro aspetto controverso del report è che i primi progetti di evacuazione dei civili sarebbero stati messi in cantiere dall’ambasciata statunitense a Kabul non prima della metà di giugno 2021: quando, cioè, la situazione generale già mostrava significativi segnali di deterioramento. Un ulteriore elemento sconcertante è che, secondo il rapporto, solo il 25% degli evacuati sarebbe stato costituito da donne: un dato, questo, contestato dalla Casa Bianca, secondo cui la cifra risulterebbe del 43%. È infine emerso che i repubblicani hanno chiesto di interrogare una trentina di funzionari coinvolti nelle operazioni di evacuazione: una richiesta a cui l’amministrazione Biden si sarebbe tuttavia sottratta. Insomma, questo rapporto sembra proprio smentire l’ormai logora vulgata, secondo cui, con l’arrivo di Biden, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Bianca. Il disastro dell’evacuazione afgana ha dimostrato in realtà l’esatto contrario. E attenzione: la faccenda non può essere semplicisticamente derubricata a una questione di incapacità. Si tratta, in realtà, di un problema molto più profondo e strutturale, che chiama in causa significative divisioni in seno alla stessa amministrazione. Proprio sul dossier afgano emersero dissidi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato tra agosto e settembre 2021. Dissidi che, pur mutatis mutandis, ritroviamo oggi nella gestione di altri fronti caldi (dalla Russia alla Cina): dissidi, amplificati dalla totale mancanza di leadership dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Qualora fosse confermato che solo il 25% degli evacuati erano donne, ciò dimostrerebbe la totale ipocrisia dell’impegno femminista tanto professato dall’attuale amministrazione americana, a partire dalla stessa Kamala Harris. Ad agosto 2019, durante le primarie dem, costei promise che avrebbe difeso i diritti conseguiti dalle donne afgane. Peccato che, quando scoppiò la crisi l’anno scorso, la vicepresidente si inabissò in un silenzio quasi totale (interrotto ogni tanto solo da qualche tweet generico). E adesso si scopre che forse, durante l’evacuazione, ad essere soccorsi sono stati prevalentemente uomini. Eppure si sapeva benissimo a che cosa sarebbero andate incontro le donne afgane sotto un governo in mano ai talebani. La vicepresidente (e nota paladina femminista) non ha niente da dire? Infine, la storia che Biden fosse vincolato all’accordo di Donald Trump del febbraio 2020 con i «barbuti» è soltanto un alibi traballante. L’attuale presidente avrebbe potuto o stralciare o modificare quell’intesa. La realtà è che non lo ha fatto per esigenze di consenso interno, vista l’elevata impopolarità del conflitto afgano tra gli elettori americani. Peccato per lui che il risultato sia rivelato un boomerang. L’evacuazione è stata talmente disastrosa che, da allora, la popolarità interna del presidente ha iniziato progressivamente a declinare, mentre i repubblicani hanno già detto che, se riconquisteranno la Camera a novembre, avvieranno inchieste sul dossier (una strada, questa, che potrebbe portare anche a un impeachment presidenziale). Non solo: il caos afgano ha indebolito anche la deterrenza statunitense nei confronti di Cina e Russia, le quali da allora si sono fatte non a caso più arroganti e bellicose. In quel momento, le relazioni transatlantiche toccarono probabilmente il punto più basso della loro storia, visto che Biden - pressato dalle minacce dei talebani - si rifiutò di ritardare il completamento dell’evacuazione, come gli avevano invece chiesto gli alleati del G7: il che determinò uno sfilacciamento del blocco euroatlantico di cui paghiamo ancora oggi le amare conseguenze. Ci avevano detto che, con Biden, l’America avrebbe fatto il suo ritorno. E invece questo presidente ha soltanto indebolito l’Occidente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-un-anno-dalla-ritirata-disastrosa-biden-puo-saltare-sullafghanistan-2657874088.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-reagisce-in-crimea-russi-in-fuga" data-post-id="2657874088" data-published-at="1660729823" data-use-pagination="False"> Kiev reagisce in Crimea, russi in fuga La tensione resta alta in Ucraina. Il ministero della Difesa russo ha affermato che un magazzino militare vicino alla città di Dzhankoi, nella parte settentrionale della Crimea, ha registrato un’esplosione a causa di un «sabotaggio»: si conterebbero almeno due feriti. Altre esplosioni si sono verificate in una base militare russa nei pressi di Sinferopoli. Il Guardian ha riferito che, secondo i media di Mosca, molti cittadini russi starebbero abbandonando la Crimea in queste ore (si parla di quasi 40.000 automobili l’altro ieri). Secondo il New York Times l’azione sarebbe stata compiuta da forze di élite ucraine, altre fonti fanno riferimento a missili a lungo raggio forniti dagli americani. Per Mosca, un ulteriore sabotaggio è stato condotto ai danni delle linee elettriche collegate alla centrale nucleare russa di Kursk. «Sono stati fatti saltare in aria sei pilastri di linee elettriche ad alta tensione [...], attraverso i quali la centrale nucleare di Kursk fornisce energia agli impianti», ha dichiarato l’Fsb. Poco dopo, il Kyiv Independent ha riferito che individui non identificati avrebbero fatto esplodere una linea ferroviaria nella regione di Kursk, usata da treni merci. Le forze di Mosca, dal canto loro, hanno condotto attacchi missilistici nella regione ucraina di Zhytomyr: attacchi che sarebbero partiti dal territorio bielorusso. Secondo le autorità ucraine, la città di Nikopol, situata nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, è stata nuovamente colpita da missili russi: si registrano almeno un morto e dieci feriti. Nel frattempo, l’Ucraina ha ricevuto altri sei obici dalla Lettonia, mentre il governo di Mosca ha firmato contratti da otto miliardi di dollari per la produzione di missili balistici intercontinentali Sarmat e di sistemi di difesa aerea. Dal canto suo, il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, ha dichiarato che Mosca «non ha bisogno» di fare ricorso ad armi nucleari. Le fibrillazioni aumentano anche sul fronte politico-diplomatico. Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti di voler prolungare il conflitto in Ucraina, sostenendo polemicamente che Washington avrebbe intenzione di creare un sistema simile alla Nato nell’Indo-Pacifico. Non solo: il capo del Cremlino ha anche tacciato gli americani di «provocazione pianificata» in riferimento a Taiwan. Lo scorso 4 febbraio, Putin e Xi Jinping emisero un comunicato congiunto, in cui il leader cinese sosteneva la Russia contro la Nato e il leader russo spalleggiava le rivendicazioni di Pechino su Taipei. La Finlandia, dal canto suo, ha annunciato ieri una limitazione al numero di visti rilasciati ai russi. In tutto questo, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha fatto sapere che il programma di una visita di papa Francesco in Ucraina risulterebbe ancora «oggetto di negoziato». Il diplomatico ha espresso in particolare l’auspicio che il pontefice si rechi a Kiev e a Bucha. Sempre ieri, Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata con l’omologo francese, Emmanuel Macron. «L’ho informato sulla situazione al fronte e sul terrorismo nucleare russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha twittato il presidente ucraino, invocando un incremento delle sanzioni a Mosca. Macron ha detto di condividere l’ipotesi di una missione dell’Aiea per esaminare la situazione a Zaporizhazhia. Ankara ha intanto smentito di aver siglato un nuovo contratto con la Russia per l’acquisto di un altro sistema missilistico S-400: la Turchia prosegue dunque nel suo equilibrismo tra Washington e Mosca.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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