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2022-08-17
A un anno dalla ritirata disastrosa Biden può saltare sull’Afghanistan
Joe Biden annuncia il ritiro dall'Afghanistan il 31 agosto 2021 (Ansa)
A un anno dalla caduta di Kabul, lo spettro dell’Afghanistan torna a perseguitare Joe Biden e Kamala Harris. I deputati repubblicani della commissione esteri della Camera hanno approntato un rapporto, in cui si enumerano tutte le contraddizioni e gli errori commessi dall’amministrazione Biden nel disastroso ritiro di agosto 2021. Pur non ancora ufficialmente pubblicato, il documento è stato visionato da varie testate giornalistiche, che ne hanno riferito i principali contenuti. La Casa Bianca, neanche a dirlo, ha già accusato il rapporto di faziosità. Come che sia, alcuni dei suoi risultati meritano di essere sottolineati.
In primis, sembrerebbe che, durante le operazioni di evacuazione nel pieno della crisi, sul territorio afgano ci fossero soltanto 36 funzionari del Dipartimento di Stato: praticamente uno ogni 3.444 evacuati. In secondo luogo, il rapporto denuncia che la Casa Bianca non aveva implementato alcun piano per impedire che i commando afgani addestrati dagli americani venissero reclutati da avversarsi degli Stati Uniti (come Cina, Russia e Iran). «Molti dei piani di evacuazione dell’amministrazione Biden sono stati realizzati nella primavera del 2021, alcuni anche prima che il presidente annunciasse il ritiro. E non sono mai stati aggiornati nonostante le conquiste dei talebani sul campo di battaglia, nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza», ha affermato il deputato repubblicano, Michael McCaul. Un altro aspetto controverso del report è che i primi progetti di evacuazione dei civili sarebbero stati messi in cantiere dall’ambasciata statunitense a Kabul non prima della metà di giugno 2021: quando, cioè, la situazione generale già mostrava significativi segnali di deterioramento. Un ulteriore elemento sconcertante è che, secondo il rapporto, solo il 25% degli evacuati sarebbe stato costituito da donne: un dato, questo, contestato dalla Casa Bianca, secondo cui la cifra risulterebbe del 43%. È infine emerso che i repubblicani hanno chiesto di interrogare una trentina di funzionari coinvolti nelle operazioni di evacuazione: una richiesta a cui l’amministrazione Biden si sarebbe tuttavia sottratta.
Insomma, questo rapporto sembra proprio smentire l’ormai logora vulgata, secondo cui, con l’arrivo di Biden, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Bianca. Il disastro dell’evacuazione afgana ha dimostrato in realtà l’esatto contrario. E attenzione: la faccenda non può essere semplicisticamente derubricata a una questione di incapacità. Si tratta, in realtà, di un problema molto più profondo e strutturale, che chiama in causa significative divisioni in seno alla stessa amministrazione. Proprio sul dossier afgano emersero dissidi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato tra agosto e settembre 2021. Dissidi che, pur mutatis mutandis, ritroviamo oggi nella gestione di altri fronti caldi (dalla Russia alla Cina): dissidi, amplificati dalla totale mancanza di leadership dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Qualora fosse confermato che solo il 25% degli evacuati erano donne, ciò dimostrerebbe la totale ipocrisia dell’impegno femminista tanto professato dall’attuale amministrazione americana, a partire dalla stessa Kamala Harris. Ad agosto 2019, durante le primarie dem, costei promise che avrebbe difeso i diritti conseguiti dalle donne afgane. Peccato che, quando scoppiò la crisi l’anno scorso, la vicepresidente si inabissò in un silenzio quasi totale (interrotto ogni tanto solo da qualche tweet generico). E adesso si scopre che forse, durante l’evacuazione, ad essere soccorsi sono stati prevalentemente uomini. Eppure si sapeva benissimo a che cosa sarebbero andate incontro le donne afgane sotto un governo in mano ai talebani. La vicepresidente (e nota paladina femminista) non ha niente da dire?
Infine, la storia che Biden fosse vincolato all’accordo di Donald Trump del febbraio 2020 con i «barbuti» è soltanto un alibi traballante. L’attuale presidente avrebbe potuto o stralciare o modificare quell’intesa. La realtà è che non lo ha fatto per esigenze di consenso interno, vista l’elevata impopolarità del conflitto afgano tra gli elettori americani. Peccato per lui che il risultato sia rivelato un boomerang. L’evacuazione è stata talmente disastrosa che, da allora, la popolarità interna del presidente ha iniziato progressivamente a declinare, mentre i repubblicani hanno già detto che, se riconquisteranno la Camera a novembre, avvieranno inchieste sul dossier (una strada, questa, che potrebbe portare anche a un impeachment presidenziale). Non solo: il caos afgano ha indebolito anche la deterrenza statunitense nei confronti di Cina e Russia, le quali da allora si sono fatte non a caso più arroganti e bellicose. In quel momento, le relazioni transatlantiche toccarono probabilmente il punto più basso della loro storia, visto che Biden - pressato dalle minacce dei talebani - si rifiutò di ritardare il completamento dell’evacuazione, come gli avevano invece chiesto gli alleati del G7: il che determinò uno sfilacciamento del blocco euroatlantico di cui paghiamo ancora oggi le amare conseguenze. Ci avevano detto che, con Biden, l’America avrebbe fatto il suo ritorno. E invece questo presidente ha soltanto indebolito l’Occidente.
Kiev reagisce in Crimea, russi in fuga
La tensione resta alta in Ucraina. Il ministero della Difesa russo ha affermato che un magazzino militare vicino alla città di Dzhankoi, nella parte settentrionale della Crimea, ha registrato un’esplosione a causa di un «sabotaggio»: si conterebbero almeno due feriti. Altre esplosioni si sono verificate in una base militare russa nei pressi di Sinferopoli. Il Guardian ha riferito che, secondo i media di Mosca, molti cittadini russi starebbero abbandonando la Crimea in queste ore (si parla di quasi 40.000 automobili l’altro ieri). Secondo il New York Times l’azione sarebbe stata compiuta da forze di élite ucraine, altre fonti fanno riferimento a missili a lungo raggio forniti dagli americani.
Per Mosca, un ulteriore sabotaggio è stato condotto ai danni delle linee elettriche collegate alla centrale nucleare russa di Kursk. «Sono stati fatti saltare in aria sei pilastri di linee elettriche ad alta tensione [...], attraverso i quali la centrale nucleare di Kursk fornisce energia agli impianti», ha dichiarato l’Fsb. Poco dopo, il Kyiv Independent ha riferito che individui non identificati avrebbero fatto esplodere una linea ferroviaria nella regione di Kursk, usata da treni merci. Le forze di Mosca, dal canto loro, hanno condotto attacchi missilistici nella regione ucraina di Zhytomyr: attacchi che sarebbero partiti dal territorio bielorusso. Secondo le autorità ucraine, la città di Nikopol, situata nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, è stata nuovamente colpita da missili russi: si registrano almeno un morto e dieci feriti. Nel frattempo, l’Ucraina ha ricevuto altri sei obici dalla Lettonia, mentre il governo di Mosca ha firmato contratti da otto miliardi di dollari per la produzione di missili balistici intercontinentali Sarmat e di sistemi di difesa aerea. Dal canto suo, il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, ha dichiarato che Mosca «non ha bisogno» di fare ricorso ad armi nucleari.
Le fibrillazioni aumentano anche sul fronte politico-diplomatico. Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti di voler prolungare il conflitto in Ucraina, sostenendo polemicamente che Washington avrebbe intenzione di creare un sistema simile alla Nato nell’Indo-Pacifico. Non solo: il capo del Cremlino ha anche tacciato gli americani di «provocazione pianificata» in riferimento a Taiwan. Lo scorso 4 febbraio, Putin e Xi Jinping emisero un comunicato congiunto, in cui il leader cinese sosteneva la Russia contro la Nato e il leader russo spalleggiava le rivendicazioni di Pechino su Taipei. La Finlandia, dal canto suo, ha annunciato ieri una limitazione al numero di visti rilasciati ai russi.
In tutto questo, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha fatto sapere che il programma di una visita di papa Francesco in Ucraina risulterebbe ancora «oggetto di negoziato». Il diplomatico ha espresso in particolare l’auspicio che il pontefice si rechi a Kiev e a Bucha. Sempre ieri, Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata con l’omologo francese, Emmanuel Macron. «L’ho informato sulla situazione al fronte e sul terrorismo nucleare russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha twittato il presidente ucraino, invocando un incremento delle sanzioni a Mosca. Macron ha detto di condividere l’ipotesi di una missione dell’Aiea per esaminare la situazione a Zaporizhazhia. Ankara ha intanto smentito di aver siglato un nuovo contratto con la Russia per l’acquisto di un altro sistema missilistico S-400: la Turchia prosegue dunque nel suo equilibrismo tra Washington e Mosca.
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Nuove rivelazioni spiegano come l’addio sia avvenuto senza programmazione, con pochissimi funzionari in loco e abbandonando le donne ai «barbuti». I repubblicani raccolgono altro materiale per l’impeachment.Crimea: migliaia di civili in auto dalla penisola verso la Russia. Per il «Nyt» raid compiuti dalle forze speciali ucraine. Mosca firma i contratti per i missili intercontinentali.Lo speciale contiene due articoli.A un anno dalla caduta di Kabul, lo spettro dell’Afghanistan torna a perseguitare Joe Biden e Kamala Harris. I deputati repubblicani della commissione esteri della Camera hanno approntato un rapporto, in cui si enumerano tutte le contraddizioni e gli errori commessi dall’amministrazione Biden nel disastroso ritiro di agosto 2021. Pur non ancora ufficialmente pubblicato, il documento è stato visionato da varie testate giornalistiche, che ne hanno riferito i principali contenuti. La Casa Bianca, neanche a dirlo, ha già accusato il rapporto di faziosità. Come che sia, alcuni dei suoi risultati meritano di essere sottolineati. In primis, sembrerebbe che, durante le operazioni di evacuazione nel pieno della crisi, sul territorio afgano ci fossero soltanto 36 funzionari del Dipartimento di Stato: praticamente uno ogni 3.444 evacuati. In secondo luogo, il rapporto denuncia che la Casa Bianca non aveva implementato alcun piano per impedire che i commando afgani addestrati dagli americani venissero reclutati da avversarsi degli Stati Uniti (come Cina, Russia e Iran). «Molti dei piani di evacuazione dell’amministrazione Biden sono stati realizzati nella primavera del 2021, alcuni anche prima che il presidente annunciasse il ritiro. E non sono mai stati aggiornati nonostante le conquiste dei talebani sul campo di battaglia, nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza», ha affermato il deputato repubblicano, Michael McCaul. Un altro aspetto controverso del report è che i primi progetti di evacuazione dei civili sarebbero stati messi in cantiere dall’ambasciata statunitense a Kabul non prima della metà di giugno 2021: quando, cioè, la situazione generale già mostrava significativi segnali di deterioramento. Un ulteriore elemento sconcertante è che, secondo il rapporto, solo il 25% degli evacuati sarebbe stato costituito da donne: un dato, questo, contestato dalla Casa Bianca, secondo cui la cifra risulterebbe del 43%. È infine emerso che i repubblicani hanno chiesto di interrogare una trentina di funzionari coinvolti nelle operazioni di evacuazione: una richiesta a cui l’amministrazione Biden si sarebbe tuttavia sottratta. Insomma, questo rapporto sembra proprio smentire l’ormai logora vulgata, secondo cui, con l’arrivo di Biden, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Bianca. Il disastro dell’evacuazione afgana ha dimostrato in realtà l’esatto contrario. E attenzione: la faccenda non può essere semplicisticamente derubricata a una questione di incapacità. Si tratta, in realtà, di un problema molto più profondo e strutturale, che chiama in causa significative divisioni in seno alla stessa amministrazione. Proprio sul dossier afgano emersero dissidi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato tra agosto e settembre 2021. Dissidi che, pur mutatis mutandis, ritroviamo oggi nella gestione di altri fronti caldi (dalla Russia alla Cina): dissidi, amplificati dalla totale mancanza di leadership dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Qualora fosse confermato che solo il 25% degli evacuati erano donne, ciò dimostrerebbe la totale ipocrisia dell’impegno femminista tanto professato dall’attuale amministrazione americana, a partire dalla stessa Kamala Harris. Ad agosto 2019, durante le primarie dem, costei promise che avrebbe difeso i diritti conseguiti dalle donne afgane. Peccato che, quando scoppiò la crisi l’anno scorso, la vicepresidente si inabissò in un silenzio quasi totale (interrotto ogni tanto solo da qualche tweet generico). E adesso si scopre che forse, durante l’evacuazione, ad essere soccorsi sono stati prevalentemente uomini. Eppure si sapeva benissimo a che cosa sarebbero andate incontro le donne afgane sotto un governo in mano ai talebani. La vicepresidente (e nota paladina femminista) non ha niente da dire? Infine, la storia che Biden fosse vincolato all’accordo di Donald Trump del febbraio 2020 con i «barbuti» è soltanto un alibi traballante. L’attuale presidente avrebbe potuto o stralciare o modificare quell’intesa. La realtà è che non lo ha fatto per esigenze di consenso interno, vista l’elevata impopolarità del conflitto afgano tra gli elettori americani. Peccato per lui che il risultato sia rivelato un boomerang. L’evacuazione è stata talmente disastrosa che, da allora, la popolarità interna del presidente ha iniziato progressivamente a declinare, mentre i repubblicani hanno già detto che, se riconquisteranno la Camera a novembre, avvieranno inchieste sul dossier (una strada, questa, che potrebbe portare anche a un impeachment presidenziale). Non solo: il caos afgano ha indebolito anche la deterrenza statunitense nei confronti di Cina e Russia, le quali da allora si sono fatte non a caso più arroganti e bellicose. In quel momento, le relazioni transatlantiche toccarono probabilmente il punto più basso della loro storia, visto che Biden - pressato dalle minacce dei talebani - si rifiutò di ritardare il completamento dell’evacuazione, come gli avevano invece chiesto gli alleati del G7: il che determinò uno sfilacciamento del blocco euroatlantico di cui paghiamo ancora oggi le amare conseguenze. Ci avevano detto che, con Biden, l’America avrebbe fatto il suo ritorno. E invece questo presidente ha soltanto indebolito l’Occidente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-un-anno-dalla-ritirata-disastrosa-biden-puo-saltare-sullafghanistan-2657874088.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-reagisce-in-crimea-russi-in-fuga" data-post-id="2657874088" data-published-at="1660729823" data-use-pagination="False"> Kiev reagisce in Crimea, russi in fuga La tensione resta alta in Ucraina. Il ministero della Difesa russo ha affermato che un magazzino militare vicino alla città di Dzhankoi, nella parte settentrionale della Crimea, ha registrato un’esplosione a causa di un «sabotaggio»: si conterebbero almeno due feriti. Altre esplosioni si sono verificate in una base militare russa nei pressi di Sinferopoli. Il Guardian ha riferito che, secondo i media di Mosca, molti cittadini russi starebbero abbandonando la Crimea in queste ore (si parla di quasi 40.000 automobili l’altro ieri). Secondo il New York Times l’azione sarebbe stata compiuta da forze di élite ucraine, altre fonti fanno riferimento a missili a lungo raggio forniti dagli americani. Per Mosca, un ulteriore sabotaggio è stato condotto ai danni delle linee elettriche collegate alla centrale nucleare russa di Kursk. «Sono stati fatti saltare in aria sei pilastri di linee elettriche ad alta tensione [...], attraverso i quali la centrale nucleare di Kursk fornisce energia agli impianti», ha dichiarato l’Fsb. Poco dopo, il Kyiv Independent ha riferito che individui non identificati avrebbero fatto esplodere una linea ferroviaria nella regione di Kursk, usata da treni merci. Le forze di Mosca, dal canto loro, hanno condotto attacchi missilistici nella regione ucraina di Zhytomyr: attacchi che sarebbero partiti dal territorio bielorusso. Secondo le autorità ucraine, la città di Nikopol, situata nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, è stata nuovamente colpita da missili russi: si registrano almeno un morto e dieci feriti. Nel frattempo, l’Ucraina ha ricevuto altri sei obici dalla Lettonia, mentre il governo di Mosca ha firmato contratti da otto miliardi di dollari per la produzione di missili balistici intercontinentali Sarmat e di sistemi di difesa aerea. Dal canto suo, il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, ha dichiarato che Mosca «non ha bisogno» di fare ricorso ad armi nucleari. Le fibrillazioni aumentano anche sul fronte politico-diplomatico. Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti di voler prolungare il conflitto in Ucraina, sostenendo polemicamente che Washington avrebbe intenzione di creare un sistema simile alla Nato nell’Indo-Pacifico. Non solo: il capo del Cremlino ha anche tacciato gli americani di «provocazione pianificata» in riferimento a Taiwan. Lo scorso 4 febbraio, Putin e Xi Jinping emisero un comunicato congiunto, in cui il leader cinese sosteneva la Russia contro la Nato e il leader russo spalleggiava le rivendicazioni di Pechino su Taipei. La Finlandia, dal canto suo, ha annunciato ieri una limitazione al numero di visti rilasciati ai russi. In tutto questo, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha fatto sapere che il programma di una visita di papa Francesco in Ucraina risulterebbe ancora «oggetto di negoziato». Il diplomatico ha espresso in particolare l’auspicio che il pontefice si rechi a Kiev e a Bucha. Sempre ieri, Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata con l’omologo francese, Emmanuel Macron. «L’ho informato sulla situazione al fronte e sul terrorismo nucleare russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha twittato il presidente ucraino, invocando un incremento delle sanzioni a Mosca. Macron ha detto di condividere l’ipotesi di una missione dell’Aiea per esaminare la situazione a Zaporizhazhia. Ankara ha intanto smentito di aver siglato un nuovo contratto con la Russia per l’acquisto di un altro sistema missilistico S-400: la Turchia prosegue dunque nel suo equilibrismo tra Washington e Mosca.
«Dopo Geo Barents la sentenza sul risarcimento a Sea Watch? Noi, fino a ora, abbiamo praticato il confronto con queste sentenze impugnandole e continueremo a farlo, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio. Anche in questo caso faremo così».
Così il ministro dell’Interno ha risposto a margine dell’evento di questa mattina alla Stazione Termini di Roma, dove è stato inaugurato un nuovo ufficio della Questura.
L’operazione ha portato all’individuazione, nell’area industriale di Ciserano, di un capannone privo di insegne e apparentemente dismesso. In realtà, lo stabile mostrava segnali incompatibili con lo stato di abbandono, quali ad esempio movimenti di mezzi nelle ore notturne ed emissioni di fumo.
Il controllo di uno dei mezzi utilizzati ha consentito di individuare anche un secondo sito nel comune di Treviolo, ritenuto funzionale alle attività logistiche.
È scattato quindi l’intervento coordinato su entrambi gli obiettivi. A Treviolo, durante il controllo di un autoarticolato in fase di scarico, i finanzieri hanno rinvenuto circa 1.500 kg di tabacco in foglia e numerosi colli contenenti filtri per sigarette. Contestualmente, nel capannone di Ciserano, è stata scoperta una vera e propria fabbrica clandestina, dotata di un impianto completo capace di gestire l'intero ciclo produttivo, dall'essiccazione del tabacco al confezionamento dei pacchetti, con una potenziale capacità produttive di sigarette di oltre un milione al giorno.
All'interno dello stabilimento sono stati rinvenuti 12 lavoratori stranieri e locali allestiti a dormitorio nonché una cucina e cospicue scorte alimentari.
L’opificio era gestito con particolare accortezza per blindare la produzione nel massimo riserbo: le pareti erano state rivestite con materiale fonoassorbente per attutire i rumori dei macchinari, mentre l'uso di gruppi elettrogeni serviva a mascherare i picchi di consumo elettrico che sarebbero stati rilevati attraverso la fornitura di energia elettrica.
A conferma dell'elevato profilo criminale, la presenza di un capillare sistema di videosorveglianza esterno e il rinvenimento di due rilevatori di microspie, misure finalizzate ad eludere eventuali controlli delle Forze dell'ordine.
Il bilancio dell’operazione è rilevante: sequestrati oltre 530.000 pacchetti di sigarette contraffatte riconducibili a marchi di largo consumo (pari a più di 21 tonnellate di prodotto finito), 38 tonnellate di tabacco, milioni di filtri e fustelle per il confezionamento, 11 macchinari industriali e diversi mezzi utilizzati per il trasporto.
Il valore complessivo dei prodotti sottratti al mercato illegale e dell’intera linea di produzione è stimato tra i 12 e i 14 milioni di euro.
Conformemente al parere dell’Autorità Giudiziaria di Bergamo due persone sono state arrestate, mentre i lavoratori presenti sono stati denunciati a piede libero per contrabbando di tabacchi lavorati e contraffazione di marchi.
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Poche ore dopo il grave disastro avvenuto il 1° gennaio a Crans Montana, mentre il sistema sanitario svizzero chiedeva supporto urgente per la gestione di pazienti con gravi ustioni – tra cui cittadini italiani ricoverati negli ospedali di Sion, Losanna, Ginevra, Zurigo e Aarau – la macchina dell’emergenza lombarda era già operativa.
Alle 10.30 Areu ha attivato la Centrale Operativa Maxiemergenze presso la Soreu Metropolitana (Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza), assumendo la regia sanitaria dell’intervento e allestendo una vera e propria sala crisi dedicata. Una risposta immediata, strutturata e coordinata, che ha consentito di affrontare sin dalle prime ore uno scenario internazionale complesso.
Da quel momento si è sviluppato un impegno crescente, in stretta collaborazione con la Regione Lombardia, la Presidenza, l’assessore al Welfare Guido Bertolaso, il Dipartimento della Protezione Civile – attivato attraverso il Meccanismo Europeo di Protezione Civile su richiesta del Governo svizzero – e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Alle 16.30 l’elisoccorso di Como decollava alla volta di Sion, seguito a breve distanza dai mezzi di Bergamo e Milano, consentendo già nella stessa giornata il trasferimento di tre ragazzi presso il Centro Grandi Ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano.
Un’operazione che nei giorni successivi si è ampliata fino a coinvolgere complessivamente 12 giovani gravemente feriti, evacuati in sicurezza con l’ultimo trasferimento effettuato l’11 gennaio 2026.
Anche per questo impegno straordinario, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, affiancato dal vicepresidente Marco Alparone e dall’assessore Guido Bertolaso, ha conferito al direttore generale di Areu, Massimo Lombardo, la Rosa Camuna, la massima onorificenza regionale. Il riconoscimento è stato attribuito anche al personale dell’Ospedale Niguarda e della Fondazione Irccs Ca’ Granda- Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
«Sono grato al presidente Fontana e all’assessore Bertolaso – ha dichiarato Lombardo – per aver voluto consegnare ad Areu la Rosa Camuna. È un riconoscimento al grande lavoro di squadra svolto in quei giorni terribili, coordinando professionisti con competenze diverse ma tra loro perfettamente complementari».
«Areu una comunità di donne e uomini che lavorano sull’emergenza – ha aggiunto – e Crans Montana è stata la dimostrazione concreta della nostra capacità operativa e della tempestività della macchina organizzativa. In pochissimo tempo abbiamo attivato gli elicotteri di Como, Milano e Bergamo attraverso la nostra Centrale Regionale Elisoccorso (Creli), le centrali operative, la struttura Maxiemergenze e numerosi altri operatori che hanno lavorato giorno e notte fino al completamento dei 12 trasferimenti. Un’operazione estremamente complessa, perché abbiamo evacuato ragazzi con ustioni gravissime, molti dei quali ricoverati in terapia intensiva. Una complessità che corrisponde al nostro modo di lavorare: integrazione di competenze e coordinamento continuo».
La Centrale Maxiemergenze è rimasta operativa con presidio dedicato fino al 6 gennaio e successivamente in regime di reperibilità, assicurando continuità di coordinamento per tutta la durata dell’emergenza.
Determinante anche l’attivazione di un Burn Assessment Team congiunto Niguarda–Areu – composto da rianimatore, chirurgo plastico, infermieri di area critica, psicologo e tecnici autisti-soccorritori – inviato in Svizzera per supportare la selezione dei pazienti, la valutazione dell’idoneità al volo, il raccordo clinico con il centro ricevente e il sostegno ai familiari. Un secondo team ha garantito la continuità della missione nei giorni successivi.
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