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2022-08-17
A un anno dalla ritirata disastrosa Biden può saltare sull’Afghanistan
Joe Biden annuncia il ritiro dall'Afghanistan il 31 agosto 2021 (Ansa)
A un anno dalla caduta di Kabul, lo spettro dell’Afghanistan torna a perseguitare Joe Biden e Kamala Harris. I deputati repubblicani della commissione esteri della Camera hanno approntato un rapporto, in cui si enumerano tutte le contraddizioni e gli errori commessi dall’amministrazione Biden nel disastroso ritiro di agosto 2021. Pur non ancora ufficialmente pubblicato, il documento è stato visionato da varie testate giornalistiche, che ne hanno riferito i principali contenuti. La Casa Bianca, neanche a dirlo, ha già accusato il rapporto di faziosità. Come che sia, alcuni dei suoi risultati meritano di essere sottolineati.
In primis, sembrerebbe che, durante le operazioni di evacuazione nel pieno della crisi, sul territorio afgano ci fossero soltanto 36 funzionari del Dipartimento di Stato: praticamente uno ogni 3.444 evacuati. In secondo luogo, il rapporto denuncia che la Casa Bianca non aveva implementato alcun piano per impedire che i commando afgani addestrati dagli americani venissero reclutati da avversarsi degli Stati Uniti (come Cina, Russia e Iran). «Molti dei piani di evacuazione dell’amministrazione Biden sono stati realizzati nella primavera del 2021, alcuni anche prima che il presidente annunciasse il ritiro. E non sono mai stati aggiornati nonostante le conquiste dei talebani sul campo di battaglia, nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza», ha affermato il deputato repubblicano, Michael McCaul. Un altro aspetto controverso del report è che i primi progetti di evacuazione dei civili sarebbero stati messi in cantiere dall’ambasciata statunitense a Kabul non prima della metà di giugno 2021: quando, cioè, la situazione generale già mostrava significativi segnali di deterioramento. Un ulteriore elemento sconcertante è che, secondo il rapporto, solo il 25% degli evacuati sarebbe stato costituito da donne: un dato, questo, contestato dalla Casa Bianca, secondo cui la cifra risulterebbe del 43%. È infine emerso che i repubblicani hanno chiesto di interrogare una trentina di funzionari coinvolti nelle operazioni di evacuazione: una richiesta a cui l’amministrazione Biden si sarebbe tuttavia sottratta.
Insomma, questo rapporto sembra proprio smentire l’ormai logora vulgata, secondo cui, con l’arrivo di Biden, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Bianca. Il disastro dell’evacuazione afgana ha dimostrato in realtà l’esatto contrario. E attenzione: la faccenda non può essere semplicisticamente derubricata a una questione di incapacità. Si tratta, in realtà, di un problema molto più profondo e strutturale, che chiama in causa significative divisioni in seno alla stessa amministrazione. Proprio sul dossier afgano emersero dissidi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato tra agosto e settembre 2021. Dissidi che, pur mutatis mutandis, ritroviamo oggi nella gestione di altri fronti caldi (dalla Russia alla Cina): dissidi, amplificati dalla totale mancanza di leadership dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Qualora fosse confermato che solo il 25% degli evacuati erano donne, ciò dimostrerebbe la totale ipocrisia dell’impegno femminista tanto professato dall’attuale amministrazione americana, a partire dalla stessa Kamala Harris. Ad agosto 2019, durante le primarie dem, costei promise che avrebbe difeso i diritti conseguiti dalle donne afgane. Peccato che, quando scoppiò la crisi l’anno scorso, la vicepresidente si inabissò in un silenzio quasi totale (interrotto ogni tanto solo da qualche tweet generico). E adesso si scopre che forse, durante l’evacuazione, ad essere soccorsi sono stati prevalentemente uomini. Eppure si sapeva benissimo a che cosa sarebbero andate incontro le donne afgane sotto un governo in mano ai talebani. La vicepresidente (e nota paladina femminista) non ha niente da dire?
Infine, la storia che Biden fosse vincolato all’accordo di Donald Trump del febbraio 2020 con i «barbuti» è soltanto un alibi traballante. L’attuale presidente avrebbe potuto o stralciare o modificare quell’intesa. La realtà è che non lo ha fatto per esigenze di consenso interno, vista l’elevata impopolarità del conflitto afgano tra gli elettori americani. Peccato per lui che il risultato sia rivelato un boomerang. L’evacuazione è stata talmente disastrosa che, da allora, la popolarità interna del presidente ha iniziato progressivamente a declinare, mentre i repubblicani hanno già detto che, se riconquisteranno la Camera a novembre, avvieranno inchieste sul dossier (una strada, questa, che potrebbe portare anche a un impeachment presidenziale). Non solo: il caos afgano ha indebolito anche la deterrenza statunitense nei confronti di Cina e Russia, le quali da allora si sono fatte non a caso più arroganti e bellicose. In quel momento, le relazioni transatlantiche toccarono probabilmente il punto più basso della loro storia, visto che Biden - pressato dalle minacce dei talebani - si rifiutò di ritardare il completamento dell’evacuazione, come gli avevano invece chiesto gli alleati del G7: il che determinò uno sfilacciamento del blocco euroatlantico di cui paghiamo ancora oggi le amare conseguenze. Ci avevano detto che, con Biden, l’America avrebbe fatto il suo ritorno. E invece questo presidente ha soltanto indebolito l’Occidente.
Kiev reagisce in Crimea, russi in fuga
La tensione resta alta in Ucraina. Il ministero della Difesa russo ha affermato che un magazzino militare vicino alla città di Dzhankoi, nella parte settentrionale della Crimea, ha registrato un’esplosione a causa di un «sabotaggio»: si conterebbero almeno due feriti. Altre esplosioni si sono verificate in una base militare russa nei pressi di Sinferopoli. Il Guardian ha riferito che, secondo i media di Mosca, molti cittadini russi starebbero abbandonando la Crimea in queste ore (si parla di quasi 40.000 automobili l’altro ieri). Secondo il New York Times l’azione sarebbe stata compiuta da forze di élite ucraine, altre fonti fanno riferimento a missili a lungo raggio forniti dagli americani.
Per Mosca, un ulteriore sabotaggio è stato condotto ai danni delle linee elettriche collegate alla centrale nucleare russa di Kursk. «Sono stati fatti saltare in aria sei pilastri di linee elettriche ad alta tensione [...], attraverso i quali la centrale nucleare di Kursk fornisce energia agli impianti», ha dichiarato l’Fsb. Poco dopo, il Kyiv Independent ha riferito che individui non identificati avrebbero fatto esplodere una linea ferroviaria nella regione di Kursk, usata da treni merci. Le forze di Mosca, dal canto loro, hanno condotto attacchi missilistici nella regione ucraina di Zhytomyr: attacchi che sarebbero partiti dal territorio bielorusso. Secondo le autorità ucraine, la città di Nikopol, situata nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, è stata nuovamente colpita da missili russi: si registrano almeno un morto e dieci feriti. Nel frattempo, l’Ucraina ha ricevuto altri sei obici dalla Lettonia, mentre il governo di Mosca ha firmato contratti da otto miliardi di dollari per la produzione di missili balistici intercontinentali Sarmat e di sistemi di difesa aerea. Dal canto suo, il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, ha dichiarato che Mosca «non ha bisogno» di fare ricorso ad armi nucleari.
Le fibrillazioni aumentano anche sul fronte politico-diplomatico. Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti di voler prolungare il conflitto in Ucraina, sostenendo polemicamente che Washington avrebbe intenzione di creare un sistema simile alla Nato nell’Indo-Pacifico. Non solo: il capo del Cremlino ha anche tacciato gli americani di «provocazione pianificata» in riferimento a Taiwan. Lo scorso 4 febbraio, Putin e Xi Jinping emisero un comunicato congiunto, in cui il leader cinese sosteneva la Russia contro la Nato e il leader russo spalleggiava le rivendicazioni di Pechino su Taipei. La Finlandia, dal canto suo, ha annunciato ieri una limitazione al numero di visti rilasciati ai russi.
In tutto questo, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha fatto sapere che il programma di una visita di papa Francesco in Ucraina risulterebbe ancora «oggetto di negoziato». Il diplomatico ha espresso in particolare l’auspicio che il pontefice si rechi a Kiev e a Bucha. Sempre ieri, Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata con l’omologo francese, Emmanuel Macron. «L’ho informato sulla situazione al fronte e sul terrorismo nucleare russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha twittato il presidente ucraino, invocando un incremento delle sanzioni a Mosca. Macron ha detto di condividere l’ipotesi di una missione dell’Aiea per esaminare la situazione a Zaporizhazhia. Ankara ha intanto smentito di aver siglato un nuovo contratto con la Russia per l’acquisto di un altro sistema missilistico S-400: la Turchia prosegue dunque nel suo equilibrismo tra Washington e Mosca.
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Nuove rivelazioni spiegano come l’addio sia avvenuto senza programmazione, con pochissimi funzionari in loco e abbandonando le donne ai «barbuti». I repubblicani raccolgono altro materiale per l’impeachment.Crimea: migliaia di civili in auto dalla penisola verso la Russia. Per il «Nyt» raid compiuti dalle forze speciali ucraine. Mosca firma i contratti per i missili intercontinentali.Lo speciale contiene due articoli.A un anno dalla caduta di Kabul, lo spettro dell’Afghanistan torna a perseguitare Joe Biden e Kamala Harris. I deputati repubblicani della commissione esteri della Camera hanno approntato un rapporto, in cui si enumerano tutte le contraddizioni e gli errori commessi dall’amministrazione Biden nel disastroso ritiro di agosto 2021. Pur non ancora ufficialmente pubblicato, il documento è stato visionato da varie testate giornalistiche, che ne hanno riferito i principali contenuti. La Casa Bianca, neanche a dirlo, ha già accusato il rapporto di faziosità. Come che sia, alcuni dei suoi risultati meritano di essere sottolineati. In primis, sembrerebbe che, durante le operazioni di evacuazione nel pieno della crisi, sul territorio afgano ci fossero soltanto 36 funzionari del Dipartimento di Stato: praticamente uno ogni 3.444 evacuati. In secondo luogo, il rapporto denuncia che la Casa Bianca non aveva implementato alcun piano per impedire che i commando afgani addestrati dagli americani venissero reclutati da avversarsi degli Stati Uniti (come Cina, Russia e Iran). «Molti dei piani di evacuazione dell’amministrazione Biden sono stati realizzati nella primavera del 2021, alcuni anche prima che il presidente annunciasse il ritiro. E non sono mai stati aggiornati nonostante le conquiste dei talebani sul campo di battaglia, nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza», ha affermato il deputato repubblicano, Michael McCaul. Un altro aspetto controverso del report è che i primi progetti di evacuazione dei civili sarebbero stati messi in cantiere dall’ambasciata statunitense a Kabul non prima della metà di giugno 2021: quando, cioè, la situazione generale già mostrava significativi segnali di deterioramento. Un ulteriore elemento sconcertante è che, secondo il rapporto, solo il 25% degli evacuati sarebbe stato costituito da donne: un dato, questo, contestato dalla Casa Bianca, secondo cui la cifra risulterebbe del 43%. È infine emerso che i repubblicani hanno chiesto di interrogare una trentina di funzionari coinvolti nelle operazioni di evacuazione: una richiesta a cui l’amministrazione Biden si sarebbe tuttavia sottratta. Insomma, questo rapporto sembra proprio smentire l’ormai logora vulgata, secondo cui, con l’arrivo di Biden, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Bianca. Il disastro dell’evacuazione afgana ha dimostrato in realtà l’esatto contrario. E attenzione: la faccenda non può essere semplicisticamente derubricata a una questione di incapacità. Si tratta, in realtà, di un problema molto più profondo e strutturale, che chiama in causa significative divisioni in seno alla stessa amministrazione. Proprio sul dossier afgano emersero dissidi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato tra agosto e settembre 2021. Dissidi che, pur mutatis mutandis, ritroviamo oggi nella gestione di altri fronti caldi (dalla Russia alla Cina): dissidi, amplificati dalla totale mancanza di leadership dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Qualora fosse confermato che solo il 25% degli evacuati erano donne, ciò dimostrerebbe la totale ipocrisia dell’impegno femminista tanto professato dall’attuale amministrazione americana, a partire dalla stessa Kamala Harris. Ad agosto 2019, durante le primarie dem, costei promise che avrebbe difeso i diritti conseguiti dalle donne afgane. Peccato che, quando scoppiò la crisi l’anno scorso, la vicepresidente si inabissò in un silenzio quasi totale (interrotto ogni tanto solo da qualche tweet generico). E adesso si scopre che forse, durante l’evacuazione, ad essere soccorsi sono stati prevalentemente uomini. Eppure si sapeva benissimo a che cosa sarebbero andate incontro le donne afgane sotto un governo in mano ai talebani. La vicepresidente (e nota paladina femminista) non ha niente da dire? Infine, la storia che Biden fosse vincolato all’accordo di Donald Trump del febbraio 2020 con i «barbuti» è soltanto un alibi traballante. L’attuale presidente avrebbe potuto o stralciare o modificare quell’intesa. La realtà è che non lo ha fatto per esigenze di consenso interno, vista l’elevata impopolarità del conflitto afgano tra gli elettori americani. Peccato per lui che il risultato sia rivelato un boomerang. L’evacuazione è stata talmente disastrosa che, da allora, la popolarità interna del presidente ha iniziato progressivamente a declinare, mentre i repubblicani hanno già detto che, se riconquisteranno la Camera a novembre, avvieranno inchieste sul dossier (una strada, questa, che potrebbe portare anche a un impeachment presidenziale). Non solo: il caos afgano ha indebolito anche la deterrenza statunitense nei confronti di Cina e Russia, le quali da allora si sono fatte non a caso più arroganti e bellicose. In quel momento, le relazioni transatlantiche toccarono probabilmente il punto più basso della loro storia, visto che Biden - pressato dalle minacce dei talebani - si rifiutò di ritardare il completamento dell’evacuazione, come gli avevano invece chiesto gli alleati del G7: il che determinò uno sfilacciamento del blocco euroatlantico di cui paghiamo ancora oggi le amare conseguenze. Ci avevano detto che, con Biden, l’America avrebbe fatto il suo ritorno. E invece questo presidente ha soltanto indebolito l’Occidente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-un-anno-dalla-ritirata-disastrosa-biden-puo-saltare-sullafghanistan-2657874088.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-reagisce-in-crimea-russi-in-fuga" data-post-id="2657874088" data-published-at="1660729823" data-use-pagination="False"> Kiev reagisce in Crimea, russi in fuga La tensione resta alta in Ucraina. Il ministero della Difesa russo ha affermato che un magazzino militare vicino alla città di Dzhankoi, nella parte settentrionale della Crimea, ha registrato un’esplosione a causa di un «sabotaggio»: si conterebbero almeno due feriti. Altre esplosioni si sono verificate in una base militare russa nei pressi di Sinferopoli. Il Guardian ha riferito che, secondo i media di Mosca, molti cittadini russi starebbero abbandonando la Crimea in queste ore (si parla di quasi 40.000 automobili l’altro ieri). Secondo il New York Times l’azione sarebbe stata compiuta da forze di élite ucraine, altre fonti fanno riferimento a missili a lungo raggio forniti dagli americani. Per Mosca, un ulteriore sabotaggio è stato condotto ai danni delle linee elettriche collegate alla centrale nucleare russa di Kursk. «Sono stati fatti saltare in aria sei pilastri di linee elettriche ad alta tensione [...], attraverso i quali la centrale nucleare di Kursk fornisce energia agli impianti», ha dichiarato l’Fsb. Poco dopo, il Kyiv Independent ha riferito che individui non identificati avrebbero fatto esplodere una linea ferroviaria nella regione di Kursk, usata da treni merci. Le forze di Mosca, dal canto loro, hanno condotto attacchi missilistici nella regione ucraina di Zhytomyr: attacchi che sarebbero partiti dal territorio bielorusso. Secondo le autorità ucraine, la città di Nikopol, situata nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, è stata nuovamente colpita da missili russi: si registrano almeno un morto e dieci feriti. Nel frattempo, l’Ucraina ha ricevuto altri sei obici dalla Lettonia, mentre il governo di Mosca ha firmato contratti da otto miliardi di dollari per la produzione di missili balistici intercontinentali Sarmat e di sistemi di difesa aerea. Dal canto suo, il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, ha dichiarato che Mosca «non ha bisogno» di fare ricorso ad armi nucleari. Le fibrillazioni aumentano anche sul fronte politico-diplomatico. Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti di voler prolungare il conflitto in Ucraina, sostenendo polemicamente che Washington avrebbe intenzione di creare un sistema simile alla Nato nell’Indo-Pacifico. Non solo: il capo del Cremlino ha anche tacciato gli americani di «provocazione pianificata» in riferimento a Taiwan. Lo scorso 4 febbraio, Putin e Xi Jinping emisero un comunicato congiunto, in cui il leader cinese sosteneva la Russia contro la Nato e il leader russo spalleggiava le rivendicazioni di Pechino su Taipei. La Finlandia, dal canto suo, ha annunciato ieri una limitazione al numero di visti rilasciati ai russi. In tutto questo, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha fatto sapere che il programma di una visita di papa Francesco in Ucraina risulterebbe ancora «oggetto di negoziato». Il diplomatico ha espresso in particolare l’auspicio che il pontefice si rechi a Kiev e a Bucha. Sempre ieri, Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata con l’omologo francese, Emmanuel Macron. «L’ho informato sulla situazione al fronte e sul terrorismo nucleare russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha twittato il presidente ucraino, invocando un incremento delle sanzioni a Mosca. Macron ha detto di condividere l’ipotesi di una missione dell’Aiea per esaminare la situazione a Zaporizhazhia. Ankara ha intanto smentito di aver siglato un nuovo contratto con la Russia per l’acquisto di un altro sistema missilistico S-400: la Turchia prosegue dunque nel suo equilibrismo tra Washington e Mosca.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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