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2022-08-17
A un anno dalla ritirata disastrosa Biden può saltare sull’Afghanistan
Joe Biden annuncia il ritiro dall'Afghanistan il 31 agosto 2021 (Ansa)
A un anno dalla caduta di Kabul, lo spettro dell’Afghanistan torna a perseguitare Joe Biden e Kamala Harris. I deputati repubblicani della commissione esteri della Camera hanno approntato un rapporto, in cui si enumerano tutte le contraddizioni e gli errori commessi dall’amministrazione Biden nel disastroso ritiro di agosto 2021. Pur non ancora ufficialmente pubblicato, il documento è stato visionato da varie testate giornalistiche, che ne hanno riferito i principali contenuti. La Casa Bianca, neanche a dirlo, ha già accusato il rapporto di faziosità. Come che sia, alcuni dei suoi risultati meritano di essere sottolineati.
In primis, sembrerebbe che, durante le operazioni di evacuazione nel pieno della crisi, sul territorio afgano ci fossero soltanto 36 funzionari del Dipartimento di Stato: praticamente uno ogni 3.444 evacuati. In secondo luogo, il rapporto denuncia che la Casa Bianca non aveva implementato alcun piano per impedire che i commando afgani addestrati dagli americani venissero reclutati da avversarsi degli Stati Uniti (come Cina, Russia e Iran). «Molti dei piani di evacuazione dell’amministrazione Biden sono stati realizzati nella primavera del 2021, alcuni anche prima che il presidente annunciasse il ritiro. E non sono mai stati aggiornati nonostante le conquiste dei talebani sul campo di battaglia, nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza», ha affermato il deputato repubblicano, Michael McCaul. Un altro aspetto controverso del report è che i primi progetti di evacuazione dei civili sarebbero stati messi in cantiere dall’ambasciata statunitense a Kabul non prima della metà di giugno 2021: quando, cioè, la situazione generale già mostrava significativi segnali di deterioramento. Un ulteriore elemento sconcertante è che, secondo il rapporto, solo il 25% degli evacuati sarebbe stato costituito da donne: un dato, questo, contestato dalla Casa Bianca, secondo cui la cifra risulterebbe del 43%. È infine emerso che i repubblicani hanno chiesto di interrogare una trentina di funzionari coinvolti nelle operazioni di evacuazione: una richiesta a cui l’amministrazione Biden si sarebbe tuttavia sottratta.
Insomma, questo rapporto sembra proprio smentire l’ormai logora vulgata, secondo cui, con l’arrivo di Biden, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Bianca. Il disastro dell’evacuazione afgana ha dimostrato in realtà l’esatto contrario. E attenzione: la faccenda non può essere semplicisticamente derubricata a una questione di incapacità. Si tratta, in realtà, di un problema molto più profondo e strutturale, che chiama in causa significative divisioni in seno alla stessa amministrazione. Proprio sul dossier afgano emersero dissidi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato tra agosto e settembre 2021. Dissidi che, pur mutatis mutandis, ritroviamo oggi nella gestione di altri fronti caldi (dalla Russia alla Cina): dissidi, amplificati dalla totale mancanza di leadership dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Qualora fosse confermato che solo il 25% degli evacuati erano donne, ciò dimostrerebbe la totale ipocrisia dell’impegno femminista tanto professato dall’attuale amministrazione americana, a partire dalla stessa Kamala Harris. Ad agosto 2019, durante le primarie dem, costei promise che avrebbe difeso i diritti conseguiti dalle donne afgane. Peccato che, quando scoppiò la crisi l’anno scorso, la vicepresidente si inabissò in un silenzio quasi totale (interrotto ogni tanto solo da qualche tweet generico). E adesso si scopre che forse, durante l’evacuazione, ad essere soccorsi sono stati prevalentemente uomini. Eppure si sapeva benissimo a che cosa sarebbero andate incontro le donne afgane sotto un governo in mano ai talebani. La vicepresidente (e nota paladina femminista) non ha niente da dire?
Infine, la storia che Biden fosse vincolato all’accordo di Donald Trump del febbraio 2020 con i «barbuti» è soltanto un alibi traballante. L’attuale presidente avrebbe potuto o stralciare o modificare quell’intesa. La realtà è che non lo ha fatto per esigenze di consenso interno, vista l’elevata impopolarità del conflitto afgano tra gli elettori americani. Peccato per lui che il risultato sia rivelato un boomerang. L’evacuazione è stata talmente disastrosa che, da allora, la popolarità interna del presidente ha iniziato progressivamente a declinare, mentre i repubblicani hanno già detto che, se riconquisteranno la Camera a novembre, avvieranno inchieste sul dossier (una strada, questa, che potrebbe portare anche a un impeachment presidenziale). Non solo: il caos afgano ha indebolito anche la deterrenza statunitense nei confronti di Cina e Russia, le quali da allora si sono fatte non a caso più arroganti e bellicose. In quel momento, le relazioni transatlantiche toccarono probabilmente il punto più basso della loro storia, visto che Biden - pressato dalle minacce dei talebani - si rifiutò di ritardare il completamento dell’evacuazione, come gli avevano invece chiesto gli alleati del G7: il che determinò uno sfilacciamento del blocco euroatlantico di cui paghiamo ancora oggi le amare conseguenze. Ci avevano detto che, con Biden, l’America avrebbe fatto il suo ritorno. E invece questo presidente ha soltanto indebolito l’Occidente.
Kiev reagisce in Crimea, russi in fuga
La tensione resta alta in Ucraina. Il ministero della Difesa russo ha affermato che un magazzino militare vicino alla città di Dzhankoi, nella parte settentrionale della Crimea, ha registrato un’esplosione a causa di un «sabotaggio»: si conterebbero almeno due feriti. Altre esplosioni si sono verificate in una base militare russa nei pressi di Sinferopoli. Il Guardian ha riferito che, secondo i media di Mosca, molti cittadini russi starebbero abbandonando la Crimea in queste ore (si parla di quasi 40.000 automobili l’altro ieri). Secondo il New York Times l’azione sarebbe stata compiuta da forze di élite ucraine, altre fonti fanno riferimento a missili a lungo raggio forniti dagli americani.
Per Mosca, un ulteriore sabotaggio è stato condotto ai danni delle linee elettriche collegate alla centrale nucleare russa di Kursk. «Sono stati fatti saltare in aria sei pilastri di linee elettriche ad alta tensione [...], attraverso i quali la centrale nucleare di Kursk fornisce energia agli impianti», ha dichiarato l’Fsb. Poco dopo, il Kyiv Independent ha riferito che individui non identificati avrebbero fatto esplodere una linea ferroviaria nella regione di Kursk, usata da treni merci. Le forze di Mosca, dal canto loro, hanno condotto attacchi missilistici nella regione ucraina di Zhytomyr: attacchi che sarebbero partiti dal territorio bielorusso. Secondo le autorità ucraine, la città di Nikopol, situata nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, è stata nuovamente colpita da missili russi: si registrano almeno un morto e dieci feriti. Nel frattempo, l’Ucraina ha ricevuto altri sei obici dalla Lettonia, mentre il governo di Mosca ha firmato contratti da otto miliardi di dollari per la produzione di missili balistici intercontinentali Sarmat e di sistemi di difesa aerea. Dal canto suo, il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, ha dichiarato che Mosca «non ha bisogno» di fare ricorso ad armi nucleari.
Le fibrillazioni aumentano anche sul fronte politico-diplomatico. Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti di voler prolungare il conflitto in Ucraina, sostenendo polemicamente che Washington avrebbe intenzione di creare un sistema simile alla Nato nell’Indo-Pacifico. Non solo: il capo del Cremlino ha anche tacciato gli americani di «provocazione pianificata» in riferimento a Taiwan. Lo scorso 4 febbraio, Putin e Xi Jinping emisero un comunicato congiunto, in cui il leader cinese sosteneva la Russia contro la Nato e il leader russo spalleggiava le rivendicazioni di Pechino su Taipei. La Finlandia, dal canto suo, ha annunciato ieri una limitazione al numero di visti rilasciati ai russi.
In tutto questo, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha fatto sapere che il programma di una visita di papa Francesco in Ucraina risulterebbe ancora «oggetto di negoziato». Il diplomatico ha espresso in particolare l’auspicio che il pontefice si rechi a Kiev e a Bucha. Sempre ieri, Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata con l’omologo francese, Emmanuel Macron. «L’ho informato sulla situazione al fronte e sul terrorismo nucleare russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha twittato il presidente ucraino, invocando un incremento delle sanzioni a Mosca. Macron ha detto di condividere l’ipotesi di una missione dell’Aiea per esaminare la situazione a Zaporizhazhia. Ankara ha intanto smentito di aver siglato un nuovo contratto con la Russia per l’acquisto di un altro sistema missilistico S-400: la Turchia prosegue dunque nel suo equilibrismo tra Washington e Mosca.
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Nuove rivelazioni spiegano come l’addio sia avvenuto senza programmazione, con pochissimi funzionari in loco e abbandonando le donne ai «barbuti». I repubblicani raccolgono altro materiale per l’impeachment.Crimea: migliaia di civili in auto dalla penisola verso la Russia. Per il «Nyt» raid compiuti dalle forze speciali ucraine. Mosca firma i contratti per i missili intercontinentali.Lo speciale contiene due articoli.A un anno dalla caduta di Kabul, lo spettro dell’Afghanistan torna a perseguitare Joe Biden e Kamala Harris. I deputati repubblicani della commissione esteri della Camera hanno approntato un rapporto, in cui si enumerano tutte le contraddizioni e gli errori commessi dall’amministrazione Biden nel disastroso ritiro di agosto 2021. Pur non ancora ufficialmente pubblicato, il documento è stato visionato da varie testate giornalistiche, che ne hanno riferito i principali contenuti. La Casa Bianca, neanche a dirlo, ha già accusato il rapporto di faziosità. Come che sia, alcuni dei suoi risultati meritano di essere sottolineati. In primis, sembrerebbe che, durante le operazioni di evacuazione nel pieno della crisi, sul territorio afgano ci fossero soltanto 36 funzionari del Dipartimento di Stato: praticamente uno ogni 3.444 evacuati. In secondo luogo, il rapporto denuncia che la Casa Bianca non aveva implementato alcun piano per impedire che i commando afgani addestrati dagli americani venissero reclutati da avversarsi degli Stati Uniti (come Cina, Russia e Iran). «Molti dei piani di evacuazione dell’amministrazione Biden sono stati realizzati nella primavera del 2021, alcuni anche prima che il presidente annunciasse il ritiro. E non sono mai stati aggiornati nonostante le conquiste dei talebani sul campo di battaglia, nonostante il deterioramento della situazione della sicurezza», ha affermato il deputato repubblicano, Michael McCaul. Un altro aspetto controverso del report è che i primi progetti di evacuazione dei civili sarebbero stati messi in cantiere dall’ambasciata statunitense a Kabul non prima della metà di giugno 2021: quando, cioè, la situazione generale già mostrava significativi segnali di deterioramento. Un ulteriore elemento sconcertante è che, secondo il rapporto, solo il 25% degli evacuati sarebbe stato costituito da donne: un dato, questo, contestato dalla Casa Bianca, secondo cui la cifra risulterebbe del 43%. È infine emerso che i repubblicani hanno chiesto di interrogare una trentina di funzionari coinvolti nelle operazioni di evacuazione: una richiesta a cui l’amministrazione Biden si sarebbe tuttavia sottratta. Insomma, questo rapporto sembra proprio smentire l’ormai logora vulgata, secondo cui, con l’arrivo di Biden, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Bianca. Il disastro dell’evacuazione afgana ha dimostrato in realtà l’esatto contrario. E attenzione: la faccenda non può essere semplicisticamente derubricata a una questione di incapacità. Si tratta, in realtà, di un problema molto più profondo e strutturale, che chiama in causa significative divisioni in seno alla stessa amministrazione. Proprio sul dossier afgano emersero dissidi tra il Pentagono e il Dipartimento di Stato tra agosto e settembre 2021. Dissidi che, pur mutatis mutandis, ritroviamo oggi nella gestione di altri fronti caldi (dalla Russia alla Cina): dissidi, amplificati dalla totale mancanza di leadership dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Qualora fosse confermato che solo il 25% degli evacuati erano donne, ciò dimostrerebbe la totale ipocrisia dell’impegno femminista tanto professato dall’attuale amministrazione americana, a partire dalla stessa Kamala Harris. Ad agosto 2019, durante le primarie dem, costei promise che avrebbe difeso i diritti conseguiti dalle donne afgane. Peccato che, quando scoppiò la crisi l’anno scorso, la vicepresidente si inabissò in un silenzio quasi totale (interrotto ogni tanto solo da qualche tweet generico). E adesso si scopre che forse, durante l’evacuazione, ad essere soccorsi sono stati prevalentemente uomini. Eppure si sapeva benissimo a che cosa sarebbero andate incontro le donne afgane sotto un governo in mano ai talebani. La vicepresidente (e nota paladina femminista) non ha niente da dire? Infine, la storia che Biden fosse vincolato all’accordo di Donald Trump del febbraio 2020 con i «barbuti» è soltanto un alibi traballante. L’attuale presidente avrebbe potuto o stralciare o modificare quell’intesa. La realtà è che non lo ha fatto per esigenze di consenso interno, vista l’elevata impopolarità del conflitto afgano tra gli elettori americani. Peccato per lui che il risultato sia rivelato un boomerang. L’evacuazione è stata talmente disastrosa che, da allora, la popolarità interna del presidente ha iniziato progressivamente a declinare, mentre i repubblicani hanno già detto che, se riconquisteranno la Camera a novembre, avvieranno inchieste sul dossier (una strada, questa, che potrebbe portare anche a un impeachment presidenziale). Non solo: il caos afgano ha indebolito anche la deterrenza statunitense nei confronti di Cina e Russia, le quali da allora si sono fatte non a caso più arroganti e bellicose. In quel momento, le relazioni transatlantiche toccarono probabilmente il punto più basso della loro storia, visto che Biden - pressato dalle minacce dei talebani - si rifiutò di ritardare il completamento dell’evacuazione, come gli avevano invece chiesto gli alleati del G7: il che determinò uno sfilacciamento del blocco euroatlantico di cui paghiamo ancora oggi le amare conseguenze. Ci avevano detto che, con Biden, l’America avrebbe fatto il suo ritorno. E invece questo presidente ha soltanto indebolito l’Occidente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-un-anno-dalla-ritirata-disastrosa-biden-puo-saltare-sullafghanistan-2657874088.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-reagisce-in-crimea-russi-in-fuga" data-post-id="2657874088" data-published-at="1660729823" data-use-pagination="False"> Kiev reagisce in Crimea, russi in fuga La tensione resta alta in Ucraina. Il ministero della Difesa russo ha affermato che un magazzino militare vicino alla città di Dzhankoi, nella parte settentrionale della Crimea, ha registrato un’esplosione a causa di un «sabotaggio»: si conterebbero almeno due feriti. Altre esplosioni si sono verificate in una base militare russa nei pressi di Sinferopoli. Il Guardian ha riferito che, secondo i media di Mosca, molti cittadini russi starebbero abbandonando la Crimea in queste ore (si parla di quasi 40.000 automobili l’altro ieri). Secondo il New York Times l’azione sarebbe stata compiuta da forze di élite ucraine, altre fonti fanno riferimento a missili a lungo raggio forniti dagli americani. Per Mosca, un ulteriore sabotaggio è stato condotto ai danni delle linee elettriche collegate alla centrale nucleare russa di Kursk. «Sono stati fatti saltare in aria sei pilastri di linee elettriche ad alta tensione [...], attraverso i quali la centrale nucleare di Kursk fornisce energia agli impianti», ha dichiarato l’Fsb. Poco dopo, il Kyiv Independent ha riferito che individui non identificati avrebbero fatto esplodere una linea ferroviaria nella regione di Kursk, usata da treni merci. Le forze di Mosca, dal canto loro, hanno condotto attacchi missilistici nella regione ucraina di Zhytomyr: attacchi che sarebbero partiti dal territorio bielorusso. Secondo le autorità ucraine, la città di Nikopol, situata nei pressi della centrale nucleare di Zaporizhzhia, è stata nuovamente colpita da missili russi: si registrano almeno un morto e dieci feriti. Nel frattempo, l’Ucraina ha ricevuto altri sei obici dalla Lettonia, mentre il governo di Mosca ha firmato contratti da otto miliardi di dollari per la produzione di missili balistici intercontinentali Sarmat e di sistemi di difesa aerea. Dal canto suo, il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, ha dichiarato che Mosca «non ha bisogno» di fare ricorso ad armi nucleari. Le fibrillazioni aumentano anche sul fronte politico-diplomatico. Vladimir Putin ha accusato gli Stati Uniti di voler prolungare il conflitto in Ucraina, sostenendo polemicamente che Washington avrebbe intenzione di creare un sistema simile alla Nato nell’Indo-Pacifico. Non solo: il capo del Cremlino ha anche tacciato gli americani di «provocazione pianificata» in riferimento a Taiwan. Lo scorso 4 febbraio, Putin e Xi Jinping emisero un comunicato congiunto, in cui il leader cinese sosteneva la Russia contro la Nato e il leader russo spalleggiava le rivendicazioni di Pechino su Taipei. La Finlandia, dal canto suo, ha annunciato ieri una limitazione al numero di visti rilasciati ai russi. In tutto questo, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, ha fatto sapere che il programma di una visita di papa Francesco in Ucraina risulterebbe ancora «oggetto di negoziato». Il diplomatico ha espresso in particolare l’auspicio che il pontefice si rechi a Kiev e a Bucha. Sempre ieri, Volodymyr Zelensky ha avuto una telefonata con l’omologo francese, Emmanuel Macron. «L’ho informato sulla situazione al fronte e sul terrorismo nucleare russo alla centrale nucleare di Zaporizhzhia», ha twittato il presidente ucraino, invocando un incremento delle sanzioni a Mosca. Macron ha detto di condividere l’ipotesi di una missione dell’Aiea per esaminare la situazione a Zaporizhazhia. Ankara ha intanto smentito di aver siglato un nuovo contratto con la Russia per l’acquisto di un altro sistema missilistico S-400: la Turchia prosegue dunque nel suo equilibrismo tra Washington e Mosca.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.