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2020-10-18
A scuola per fasce orarie, altri divieti sugli sport e lockdown a 25.000 casi
Roberto Speranza (Ansa)
Questo lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane.
Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento.
In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario.
Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».
Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid.
Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».
Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».
Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio
Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18.
In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi.
Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo.
Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo.
Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni.
Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
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Il dpcm verso lo stop di palestre e piscine, ma non dei parrucchieri. Ipotesi coprifuoco o serrata (entro 15 giorni). Carlo Bonomi: «Niente è stato fatto per evitare la nuova ondata».Attilio Fontana e Alberto Cirio hanno agito sulla movida e ora rischiano di finire scavalcati. Stefano Bonaccini ammonisce: «Non vanno puniti i virtuosi»-Lo speciale contiene due articoliQuesto lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane. Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento. In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario. Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid. Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-scuola-per-fasce-orarie-altri-divieti-sugli-sport-e-lockdown-a-25-000-casi-2648274766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-in-lotta-con-le-regioni-sta-alimentando-la-babele-delle-misure-anti-contagio" data-post-id="2648274766" data-published-at="1602974852" data-use-pagination="False"> Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18. In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi. Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo. Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo. Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni. Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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Un vuoto che ha pesato sui soci: in una email inviata agli associati, The Core ha comunicato che l’evento del 19 maggio al Teatro Franco Parenti non si sarebbe più tenuto, rinviando di fatto il confronto con la community. Ma ad attenderle, questa volta, non ci saranno solo banchieri, imprenditori, avvocati, giornalisti e professionisti che chiedono risposte: c’è anche un fascicolo aperto alla Procura di Milano.
In seguito all’esposto depositato dallo studio Pizzoccaro di Brescia, promosso da diversi soci, la Procura ha aperto un procedimento: gli accertamenti sono in corso. Anche perché sarebbero già state depositate almeno 23 denunce-querele, con accuse che vanno dalla truffa alla bancarotta, fino ad altri profili legati alla gestione delle quote versate e al reticolo societario costruito intorno al progetto. Il nodo, in sintesi, è capire se The Core sia stato soltanto un club mai nato o una promessa commerciale tenuta in vita anche quando la sede promessa era ormai perduta.
La vicenda ruota attorno a 1 euro. Il 30 maggio 2025 Core Milan Llc dà in pegno a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl, la società legata all’immobile di corso Matteotti 14, a garanzia di un finanziamento da 500.000 euro. Il 18 luglio la stessa società viene ceduta a Reinvest per 1 euro: prezzo simbolico, perché il veicolo era gravato da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento e le somme non pagate dal mondo Core.
Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise non controllano più la società chiave del progetto. Tentano di rientrare con una sublocazione, ma anche quella salta: canone da 4,5 milioni l’anno, garanzie per 10,2 milioni mai consegnate, risoluzione del contratto il 6 febbraio 2026 per inadempimento.
Intanto i soci avevano già pagato. The Core ha parlato di 700 aderenti, con quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva e quote iniziali più alte. Secondo chi segue il dossier, le richieste di restituzione potrebbero arrivare ad almeno 20 milioni; se non saranno pagate, tra le ipotesi c’è anche un’istanza di liquidazione giudiziale, l’ex fallimento.
Le fondatrici continuano a rassicurare i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi dalla ripresa del cantiere. Ma la versione si scontra con gli atti: a quella data il rapporto su corso Matteotti 14 risulta già risolto.
Oltre poi ai ritardi nei pagamenti ai fornitori, anche il piano B sembra essersi arenato. Dopo l’uscita di scena di corso Matteotti, erano circolate ipotesi su corso Magenta e soprattutto via Meravigli. Ma quest’ultimo tentativo, secondo quanto risulta alla Verità, si sarebbe chiuso ancora prima di cominciare: l’agente immobiliare avrebbe deciso di non incontrare le due fondatrici. Un altro segnale che rende sempre più fragile la narrazione del rilancio.
Ora il ritorno a Milano di Jennie e Dangene Enterprise rischia di diventare il primo vero faccia a faccia con i soci. Anche perché ormai i discorsi vertono tutti su querele, richieste di rimborso, possibili azioni fallimentari e ora anche un fascicolo aperto in Procura. Un club può anche non aprire. Ma se la società chiave viene prima data in pegno, poi ceduta per 1 euro, se la sublocazione salta per mancata garanzia e, nel frattempo, ai soci si continua a raccontare la favola che tutto va bene, allora la vicenda passa da progetto fallito a possibile caso giudiziario.
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