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2020-10-18
A scuola per fasce orarie, altri divieti sugli sport e lockdown a 25.000 casi
Roberto Speranza (Ansa)
Questo lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane.
Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento.
In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario.
Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».
Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid.
Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».
Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».
Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio
Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18.
In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi.
Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo.
Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo.
Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni.
Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
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Il dpcm verso lo stop di palestre e piscine, ma non dei parrucchieri. Ipotesi coprifuoco o serrata (entro 15 giorni). Carlo Bonomi: «Niente è stato fatto per evitare la nuova ondata».Attilio Fontana e Alberto Cirio hanno agito sulla movida e ora rischiano di finire scavalcati. Stefano Bonaccini ammonisce: «Non vanno puniti i virtuosi»-Lo speciale contiene due articoliQuesto lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane. Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento. In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario. Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid. Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-scuola-per-fasce-orarie-altri-divieti-sugli-sport-e-lockdown-a-25-000-casi-2648274766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-in-lotta-con-le-regioni-sta-alimentando-la-babele-delle-misure-anti-contagio" data-post-id="2648274766" data-published-at="1602974852" data-use-pagination="False"> Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18. In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi. Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo. Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo. Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni. Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
Getty Images
Il punto è che da anni, sistematicamente, si cerca di mettere in croce quello che Pascal Bruckner ha definito «il colpevole quasi perfetto», ovvero l’uomo bianco. Apprendiamo dai giornali inglesi che la polizia dell’Hampshire e dell’Isola di Wight - cioè quella di cui fanno parte gli agenti che hanno fermando Nowak - ha costretto il personale a seguire corsi di formazione sulla cosiddetta «diversità». Il programma obbligatorio dedicato a «uguaglianza e inclusione» è costato complessivamente 861.737 sterline in tre anni. Vi hanno partecipato 6.250 membri del corpo di polizia dell’Hampshire, che sono stati allenati a a riconoscere il razzismo, a combattere i pregiudizi (compresi quelli «inconsci») e a riconoscere i «privilegi» in base alla nota «teoria critica della razza». Questo è esattamente il problema: le idee infettive sulla colpevolezza occidentale, sul «razzismo sistemico» e il «privilegio bianco» vengono alimentate da decenni e negli ultimi anni hanno raggiunto un livello micidiale di diffusione. All’inizio erano presenti soltanto nelle università, poi ne sono strisciate fuori e hanno invaso i media, l’industria dell’intrattenimento, i social network, le strutture pubbliche. E si potrebbe pensare che queste storture siano soltanto statunitensi e anglosassoni, ma non è esattamente così. È certamente vero che in Italia il fenomeno woke non ha attecchito come altrove. Ma comunque è arrivato e si è saldato con la già nota e antica pretesa di superiorità morale e antropologica della sinistra, oltre che all’atavica ossessione per il «fascismo eterno». In più, negli ambienti accademici e a livello mediatico, anche le temibili teorie critiche della razza si manifestano da un po’ e contagiano anche il discorso progressista dominante sui social network.
Un piccolo ma efficace esempio lo offre in questi giorni la prestigiosa Fondazione Feltrinelli, tempietto della cultura progressista, tramite la newsletter Pubblico, una rivista online che ospita interventi di intellettuali anche molto noti. L’ultimo numero è dedicato proprio al razzismo e l’editoriale sul tema è affidato a Djarah Kan, scrittrice italo-ghanese, nata in Italia e cresciuta a Castel Volturno (terra nota per le tensioni feroci anche a sfondo etnico). Ebbene, la tesi dell’autrice in questione è che «siamo ancora razzisti». Lo siamo noi italiani, e lo dimostra il fatto che a Taranto è stato ucciso da un gruppo di adolescenti italiani l’operaio agricolo straniero Bakary Sako. Chiaro: in questo caso non valgono le spiegazioni sociologiche sul disagio, l’adolescenza problematica e il malessere sociale. Qui è chiaramente razzismo, perché appunto gli aggressori sono bianchi. E va bene. Il problema vero sorge quando la Kan si mette a parlare di Salim El Koudry, lo stragista di Modena. «L’aggressore è italiano ma le sue origini contano - forse - più delle sue azioni scellerate», spiega la scrittrice. «L’idea che uno “straniero” commetta crimini esiste già a monte. Ha solo bisogno di scendere a valle, tra la rabbia della gente che vede nella presenza degli stranieri la principale minaccia alla sicurezza pubblica». La responsabilità dell’omicidio di Taranto di chi è? Forse di un gruppo di giovani criminali razzisti? No, di tutta la destra, di tutti gli italiani. Quell’atto omicida deriva «da anni di dichiarazioni pubbliche in cui si è parlato liberamente di bombardare i barconi, di affondarli con il loro carico umano ancora a bordo, di disfarsi di persone ridotte allo stato di “risorse”, di sostituzione etnica e invasioni. [...] Quelle parole, in qualche modo, hanno contribuito a creare un clima. E che quel clima ha lasciato tracce ben oltre i confini del dibattito politico». A parte che a definire gli immigrati risorse non è certo stata la destra, è curioso notare come la responsabilità di un omicidio venga attribuita al contesto soltanto se serve a dimostrare la crudeltà degli italiani bianchi. Sul caso di Modena, ovviamente, il contesto non si può richiamare. Il problema è uno e uno soltanto: la pelle bianca. «Il razzismo, a oggi, è uno dei più efficaci strumenti di controllo dell’opinione pubblica», dice Kan. «Chi lo interiorizza si sente sveglio, lucido, emancipato. Non percepisce di stare obbedendo a una narrazione costruita da altri. Percepisce di stare seguendo il proprio istinto, il proprio buon senso, la propria lettura onesta di una realtà scevra da buonismi e ipocrisie. La bianchezza è il contenitore dentro cui tutto questo prende forma: l’identità che giustifica la paura, che trasforma il pregiudizio in appartenenza, che fa sentire chi odia come se stesse difendendo qualcosa, lavora dentro le viscere di chi ha sempre considerato la propria bianchezza come un fatto dato, naturale, e non politico».
Ed eccoci finalmente al nodo centrale: la bianchezza. Causa di ogni male, ricettacolo di ogni orrore. Gli stranieri che commettono omicidi, stupri e reati non contano: anzi anche loro sono vittime in qualche modo del razzismo sistemico. Si comincia così, dalla critica della bianchezza. E si finisce a lasciare morire un ragazzo bianco che sputa sangue proprio perché, in quanto bianco, è da considerarsi esponente del male assoluto.
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Ingredienti – 450 gr di ciliegie denocciolate (considerate circa 6 etti), 110 grammi di farina 00, 75 gr di fecola di patate, 90 gr di burro fuso, 1 bacca di vaniglia, 1 arancia non trattata, 170 gr di zucchero semolato, 3 uova di generose dimensioni, mezza bustina di lievito per dolci, un cucchiaino di sale.
Procedimento – Per prima cosa lavate e poi dividete a metà le ciliegie una ad una privandole del nocciolo. Qui ci vuole un po’ di pazienza! Ora nella planetaria o se volete in una ciotola molto capiente sbattete a bianco le uova con lo zucchero di cui terrete da parte un paio di cucchiai. Setacciate le polveri (farina, fecola, lievito) e miscelatele. Quando le uova sono ben montate aggiungete le polveri, la bacca di vaniglia che avrete diviso per la lunghezza estraendone polpa e semi che sono quelli che danno l’aroma e vanno aggiunti all’impasto, e alla fine fate cadere sempre girando nell’impasto a filo il burro fuso. Ora in una tortiera a cerniera mettete sul fondo facendolo risalire sui bordi un disco di carta forno. Polverizzate di zucchero. Sistemate con la calotta rivolta verso il basso le ciliegie sul fondo della tortiera in modo da ricoprirlo come fosse un mosaico. Il resto delle ciliegie versatelo nell’impasto, amalgamate bene aggiungendo la buccia dell’arancia grattugiata. Ora fate cadere delicatamente l’impasto nella tortiera e passate in forno pre-riscaldato a circa 190 gradi per 40/45 minuti. Sfornate e rigirate la torna in modo che si vedano le ciliegie he avevamo messo sul fondo. Se volete il massimo della golosità servite la torta che farete intiepidire con una pallina di gelato alla vaniglia.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro le ciliegie sul fondo della tortiera, se sono grandicelli dite loro di aiutarvi a denocciolare i frutti.
Abbinamento – Per competenza geografica visto che la Puglia e l’Emilia-Romagna hanno ciliegie favolose abbiamo scelto il raro Moscato di Trani o l’Albana passita.
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Il re di Spagna Felipe VI, la regina Letizia, la principessa Leonor e la principessa Sofia accolgono Papa Leone XIV al Palazzo Reale di Madrid (Ansa)
Il pontefice americano, come riportato dal giornale iberico El País, ha scandito: «Lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi».
Criticato più volte nelle scorse settimane dal presidente Donald Trump e da Vance, che forse si aspettavano da lui, in quanto anch’egli cittadino americano, almeno un tacito assenso all’offensiva contro Teheran, il Santo Padre non indietreggia, né china il capo di fronte «all’imperatore», evocando lo spettro di un’antica contrapposizione tradizionale nella storia della cristianità. Appena arrivato nella capitale spagnola, accolto dal re Felipe VI, dalla regina Letizia, dal premier Pedro Sánchez e da vari ministri del governo, ha non a caso lodato la posizione ufficiale della Spagna, contraria al conflitto nel Golfo Persico: «Esprimo il mio apprezzamento alla Spagna per la fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli». Allo stesso modo, ha anche espresso la speranza per negoziati di pace fra Russia e Ucraina e assicurato che la Chiesa cattolica monitora la situazione in Libano.
Prevost, dapprima ospite a Palazzo reale, ha avuto un colloquio privato con il sovrano nel Salón de los espejos, per poi incontrare le altre autorità e il corpo diplomatico nel Salón de columnas. La visita pontificia avviene in un contesto particolare, con un governo di sinistra che su molti temi ha visioni diverse da quelle della Chiesa, mentre il clero spagnolo ha recentemente fatto i conti con uno scandalo legato a prelati pedofili. Il tutto in una nazione, la Spagna, per secoli campione del mondo cattolico anche in fatto di espansione nelle Americhe, ma che negli ultimi 150 anni ha subito spesso spaccature politico-sociali per l’avvento di correnti anticlericali e progressiste.
Basti ricordare la guerra civile del 1936-1939, con la contrapposizione feroce tra «rossi» e «franchisti», per non parlare delle precedenti rivoluzioni. Re Felipe ha assicurato al Papa: «La fede cattolica è radicata nel nostro Paese e senza di essa la nostra storia e la nostra cultura non si comprenderebbero. I casi di abuso nella Chiesa non sono rappresentativi, né possono essere rappresentativi, della vasta comunità ecclesiale». Prevost gli ha ribattuto che la pedofilia «è una ferita ancora aperta» e che nel corso della visita «incontrerò alcune vittime dei sacerdoti pedofili». Il pontefice aveva già anticipato che fra gli scopi della sua visita in Spagna ci sono «evangelizzazione e riconciliazione», riferimento alle contrapposizioni interne al Paese. Prima di lui, bisogna risalire indietro di 15 anni, al 2011, con l’arrivo di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della gioventù, per l’ultima visita papale. Fra gli impegni previsti, Prevost terrà un discorso al Parlamento di Madrid, primo Papa in assoluto, e inaugurerà la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia di Barcellona, il 10 giugno, nel centesimo anniversario della morte dell’architetto Antoni Gaudí che progettò il tempio.
Farà tappa anche alle Canarie, incontrando un gruppo di migranti al molo di Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria, detto «molo della vergogna». Il premier socialista Sánchez ha auspicato che la visita «serva a continuare a costruire ponti di dialogo, comprensione e speranza». Ma non sono mancate le polemiche politiche, legate alle indagini per corruzione su molti esponenti del Partito socialista spagnolo, fra cui l’ex-premier José Zapatero. Il presidente del partito di destra Vox, Santiago Abascal, non ha usato mezze misure: «È abbastanza vergognoso dover ricevere Leone XIV con un governo che sguazza nella corruzione e mafia. Ed è grottesco come P.S. (Pedro Sánchez, ndr) tenti di ripulirsi, mentendo, e nascondendosi dietro la visita». Più cauto il commento del leader del Partito popolare, Alberto Núñez Feijóo: «Il mondo e la Spagna di oggi hanno bisogno di punti di riferimento morali e il Papa è uno di questi. La sua voce non grida nel deserto: viene ascoltata e infonde speranza». Lasciato il Palazzo reale, Leone XIV è poi sfilato con la Papamobile per Madrid, attorniato da 130.000 persone, facendo fermare il veicolo per benedire un bambino e arrivando infine al Centro di informazione e accoglienza Cedia 24 Horas, che aiuta i senzatetto. Spazio anche per una confessione sportiva. Leone XIV tiferà Usa ai Mondiali e, stuzzicato in aereo dalla cronista iberica sull’eterna contesa tra Real e Barcellona, se l’è cavata così: «Il Papa è per tutte le squadre, ma Prevost è del Real Madrid».
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Il monumento dedicato a Stepan Bandera a Leopoli (Ansa)
Come riportato da Euronews, «l’Esercito insurrezionale ucraino (Upa) fu una formazione armata attiva tra il 1942 e il 1949». «La Polonia», ha specificato la testata, «ritiene che l’Upa sia responsabile del genocidio della popolazione polacca in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945. Secondo le stime dell’Istituto per la memoria nazionale e degli storici polacchi, tra i 100.000 e i 120.000 polacchi furono uccisi in operazioni legate all’Upa». L’Ucraina, dal canto suo, ha sovente rifiutato la definizione polacca di «genocidio», considerando in gran parte l’Upa come una forza che si è opposta sia al Terzo Reich sia, dopo essersi de facto alleata con quest’ultimo nel 1944, all’Urss.
«Polonia e Ucraina sono partner in materia di sicurezza. Ma quando si tratta di storia, dobbiamo dirci la verità», ha dichiarato freddamente Kosiniak-Kamysz dopo l’incontro di ieri con Budanov. «Oggi, durante un incontro con il generale Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio del presidente Zelensky, ho espresso chiaramente le aspettative della Polonia riguardo alla decisione di intitolare una delle unità militari all’Upa. La memoria delle vittime della Volinia non è negoziabile. Ci sono dei limiti che non devono essere oltrepassati», ha proseguito. Del resto, dopo che Zelensky aveva deciso di celebrare la memoria dell’Upa, il presidente polacco, Karol Nawrocki, aveva annunciato che avrebbe chiesto di revocare al leader ucraino l’Ordine dell’Aquila Bianca: un’onorificenza che Zelensky aveva ricevuto, nel 2023, dal predecessore dello stesso Nawrocki, Andrzej Duda.
D’altronde, a creare scalpore, sempre a fine maggio, è stata anche la cerimonia, presieduta dal presidente ucraino, per il rientro delle spoglie di Andriy Melnyk, che fu uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini: una realtà i cui membri, secondo Le Monde, «collaborarono con la Germania nazista e presero parte all’Olocausto». La decisione di Zelensky ha irritato Israele, tanto che il ministero degli Esteri dello Stato ebraico dichiarò che «non c’è posto per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime assassinate dai nazisti e dai loro collaboratori». Circola inoltre da tempo anche l’indiscrezione, secondo cui il governo ucraino punterebbe a riportare in patria la salma del leader nazionalista Stepan Bandera, attualmente situata a Monaco, per collocarla in un pantheon a Kiev. Tuttavia, parlando con Polskie Radio il 28 maggio, il capo dell’Istituto ucraino per la memoria nazionale, Oleksandr Alfiorov, ha, almeno per ora, smentito questa intenzione. «Per quanto ne so, la famiglia ritiene che i resti di Bandera non debbano essere spostati durante la guerra», ha detto, pur non escludendo la possibilità di una traslazione in futuro.
Zelensky sta celebrando questo controverso passato per rilanciare lo spirito antisovietico nel mezzo della guerra di Kiev contro Mosca. Inoltre, sempre secondo Le Monde, questo tipo di linea certificherebbe un crescente peso politico dell’Ucraina occidentale oltre che di «alcuni comandanti di spicco in prima linea». Il punto è che, sul piano diplomatico, il presidente ucraino rischia seriamente l’effetto boomerang. Al netto dei problemi sulla questione agricola, Varsavia è sempre stata uno dei principali alleati di Kiev contro Mosca: una posizione, quella polacca, che punta strategicamente a indebolire il più possibile la Russia. La questione dell’Upa potrebbe tuttavia creare delle tensioni difficilmente sanabili tra Ucraina e Polonia. Il che potrebbe indebolire la posizione di Kiev in vista di eventuali negoziati con Mosca. Non solo. A rischio potrebbe esserci anche il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea: percorso che potrebbe essere ulteriormente complicato dalle fibrillazioni tra Zelensky e Varsavia.
Un discorso analogo vale per Israele. Già a fine aprile, l’Ucraina aveva accusato lo Stato ebraico di ricevere dalla Russia grano ucraino rubato. Le tensioni su Melnyk potrebbero quindi finire con lo spingere Gerusalemme più vicino alla Russia, indebolendo l’influenza di Kiev in un’area strategica come quella mediorientale. Del resto, a fine marzo, Zelensky affermò, non senza disappunto, che Benjamin Netanyahu intendeva «mantenere un equilibrio tra Russia e Ucraina». Insomma, le tensioni con Polonia e Israele potrebbero ridurre significativamente i margini di manovra del presidente ucraino davanti a un Vladimir Putin che sta, a sua volta, attraversando delle difficoltà sul fronte bellico.
Nel frattempo, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo vertice dei volenterosi a Parigi per luglio. «Con Regno Unito e Germania siamo in stretto coordinamento. Ci incontreremo con il presidente Zelensky tra qualche giorno. E stiamo organizzando il sostegno nell’ambito della coalizione dei volenterosi, per strutturarlo. A tal proposito, ho invitato tutti i contributori alla coalizione dei volontari a venire a Parigi il 13 e 14 luglio prossimi per la nostra festa nazionale del 14 luglio e per tenere una riunione strutturata di questa coalizione», ha dichiarato. In tutto questo, ieri mattina, Kiev ha lanciato attacchi di droni contro raffinerie e installazioni militari russe.
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