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2020-10-18
A scuola per fasce orarie, altri divieti sugli sport e lockdown a 25.000 casi
Roberto Speranza (Ansa)
Questo lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane.
Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento.
In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario.
Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».
Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid.
Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».
Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».
Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio
Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18.
In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi.
Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo.
Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo.
Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni.
Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
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Il dpcm verso lo stop di palestre e piscine, ma non dei parrucchieri. Ipotesi coprifuoco o serrata (entro 15 giorni). Carlo Bonomi: «Niente è stato fatto per evitare la nuova ondata».Attilio Fontana e Alberto Cirio hanno agito sulla movida e ora rischiano di finire scavalcati. Stefano Bonaccini ammonisce: «Non vanno puniti i virtuosi»-Lo speciale contiene due articoliQuesto lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane. Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento. In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario. Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid. Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-scuola-per-fasce-orarie-altri-divieti-sugli-sport-e-lockdown-a-25-000-casi-2648274766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-in-lotta-con-le-regioni-sta-alimentando-la-babele-delle-misure-anti-contagio" data-post-id="2648274766" data-published-at="1602974852" data-use-pagination="False"> Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18. In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi. Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo. Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo. Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni. Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
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L'intelligenza artificiale non è più soltanto una rivoluzione tecnologica. È diventata uno dei principali strumenti attraverso cui si misureranno la competitività economica, la sicurezza nazionale e l'influenza geopolitica dei prossimi decenni.
Il dibattito internazionale continua a essere dominato dal confronto tra Stati Uniti e Cina. Da una parte Silicon Valley e le grandi piattaforme private. Dall'altra il modello cinese, fortemente sostenuto e controllato dallo Stato. Esiste però una terza via che sta emergendo con crescente forza e che l'Europa farebbe bene a osservare con maggiore attenzione. È quella dell'India.
Negli ultimi dieci anni Nuova Delhi ha costruito il più grande ecosistema digitale pubblico esistente al mondo. L'identità digitale Aadhaar, il sistema dei pagamenti UPI, DigiLocker, ONDC e le piattaforme dedicate alle lingue indiane rappresentano un'infrastruttura sulla quale l'intelligenza artificiale può essere sviluppata e utilizzata su scala nazionale.
L'India non punta semplicemente a produrre nuovi modelli linguistici. Sta costruendo un modello di sviluppo dell'intelligenza artificiale capace di rispondere ai bisogni di oltre un miliardo e quattrocento milioni di cittadini, operando in decine di lingue diverse e affrontando problemi concreti nei settori della sanità, dell'agricoltura, dell'istruzione, della finanza e della pubblica amministrazione.
Questa impostazione rende l'India un interlocutore naturale per l'Europa e, in particolare, per l'Italia.
Il nostro Paese rappresenta una delle principali potenze manifatturiere del continente. Possiede eccellenze nella robotica, nell'automazione industriale, nell'aerospazio, nella meccanica di precisione, nelle scienze della vita e nella ricerca universitaria. L'India offre invece una disponibilità unica di competenze informatiche, sviluppo software, capacità di elaborazione dei dati e un mercato sufficientemente vasto da trasformare rapidamente l'innovazione in applicazioni concrete.
Le due economie sono complementari.
È proprio questa complementarità che dovrebbe trasformare l'intelligenza artificiale in uno dei pilastri del partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi.
La cooperazione potrebbe svilupparsi su numerosi livelli.
Le università potrebbero creare laboratori comuni dedicati all'intelligenza artificiale affidabile, trasparente e spiegabile. Le imprese italiane potrebbero integrare le competenze software indiane nelle proprie produzioni manifatturiere, aumentando produttività e competitività senza rinunciare alla qualità che contraddistingue il Made in Italy.
Particolarmente interessante sarebbe il coinvolgimento delle piccole e medie imprese.
L'economia italiana è costruita proprio sul tessuto delle PMI, che spesso dispongono di eccellenze tecnologiche ma non delle risorse necessarie per sviluppare autonomamente soluzioni basate sull'intelligenza artificiale. La collaborazione con partner indiani potrebbe consentire una rapida diffusione dell'AI all'interno del sistema produttivo italiano, senza dipendere esclusivamente dalle grandi piattaforme americane o cinesi.
Anche la cooperazione nel settore della difesa assume una rilevanza crescente.
L'intelligenza artificiale è destinata a trasformare la logistica militare, la cybersicurezza, la manutenzione predittiva, i sistemi autonomi e la protezione delle infrastrutture critiche. In un momento nel quale Italia e India stanno rafforzando la loro cooperazione nell'Indo-Pacifico e nel Mediterraneo, la dimensione tecnologica diventa parte integrante della sicurezza nazionale.
Esiste poi una prospettiva ancora più ampia.L'Italia, attraverso il Piano Mattei, intende rafforzare la propria presenza nel continente africano. L'India vanta da decenni relazioni consolidate con numerosi Paesi del Sud globale. Una cooperazione italo-indiana sull'intelligenza artificiale potrebbe contribuire allo sviluppo di tecnologie destinate all'agricoltura, alla sanità, all'istruzione e alla pubblica amministrazione africana, offrendo un'alternativa concreta sia al modello tecnologico americano sia a quello cinese.
L'intelligenza artificiale sarà probabilmente la tecnologia che definirà i rapporti di forza del XXI secolo.
Per questa ragione il partenariato tra Italia e India non dovrebbe limitarsi all'interscambio commerciale o agli investimenti industriali. Dovrebbe evolversi verso una vera alleanza tecnologica.
L'India ha dimostrato di possedere il capitale umano, le infrastrutture digitali e la capacità di innovazione necessari per diventare una delle grandi potenze mondiali dell'intelligenza artificiale.
L'Italia dispone dell'eccellenza industriale, della ricerca scientifica e della capacità manifatturiera per trasformare questa innovazione in valore economico.
Se sapranno unire queste rispettive eccellenze, Roma e Nuova Delhi potranno contribuire non soltanto a utilizzare l'intelligenza artificiale, ma anche a definirne le regole, gli standard e la visione democratica in un mondo sempre più dominato dalla competizione tecnologica.
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