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2020-10-18
A scuola per fasce orarie, altri divieti sugli sport e lockdown a 25.000 casi
Roberto Speranza (Ansa)
Questo lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane.
Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento.
In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario.
Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».
Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid.
Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».
Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».
Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio
Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18.
In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi.
Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo.
Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo.
Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni.
Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
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Il dpcm verso lo stop di palestre e piscine, ma non dei parrucchieri. Ipotesi coprifuoco o serrata (entro 15 giorni). Carlo Bonomi: «Niente è stato fatto per evitare la nuova ondata».Attilio Fontana e Alberto Cirio hanno agito sulla movida e ora rischiano di finire scavalcati. Stefano Bonaccini ammonisce: «Non vanno puniti i virtuosi»-Lo speciale contiene due articoliQuesto lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane. Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento. In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario. Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid. Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-scuola-per-fasce-orarie-altri-divieti-sugli-sport-e-lockdown-a-25-000-casi-2648274766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-in-lotta-con-le-regioni-sta-alimentando-la-babele-delle-misure-anti-contagio" data-post-id="2648274766" data-published-at="1602974852" data-use-pagination="False"> Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18. In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi. Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo. Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo. Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni. Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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