True
2020-10-18
A scuola per fasce orarie, altri divieti sugli sport e lockdown a 25.000 casi
Roberto Speranza (Ansa)
Questo lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane.
Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento.
In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario.
Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».
Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid.
Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».
Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».
Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio
Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18.
In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi.
Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo.
Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo.
Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni.
Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
Continua a leggereRiduci
Il dpcm verso lo stop di palestre e piscine, ma non dei parrucchieri. Ipotesi coprifuoco o serrata (entro 15 giorni). Carlo Bonomi: «Niente è stato fatto per evitare la nuova ondata».Attilio Fontana e Alberto Cirio hanno agito sulla movida e ora rischiano di finire scavalcati. Stefano Bonaccini ammonisce: «Non vanno puniti i virtuosi»-Lo speciale contiene due articoliQuesto lo chiudo, questo no, questo forse, ma la strada è già segnata: il governo è alle prese con le misure da inserire nel nuovo Dpcm, tra polemiche interne, tentennamenti, indiscrezioni e smentite, ma a quanto apprende La Verità lo scenario a Palazzo Chigi è già definito. La soglia di contagi giornalieri dopo la quale scatterà il lockdown totale è fissata a 25.000 e si prevede, se la curva non smetterà di crescere, di raggiungerla al massimo in due settimane. Giuseppi Conte è il capitano di una nave in ammutinamento: la sua linea ondivaga lo rende inaffidabile agli occhi dei suoi stessi alleati. Alleati per modo di dire. Il M5s, ad esempio, è totalmente insoddisfatto di come stanno gestendo la crisi tre ministri in particolare: Paola De Micheli, del Pd, titolare dei Trasporti, è nel mirino per come (non) ha preparato il trasporto pubblico alla seconda ondata, e Roberto Speranza, ministro della Salute, di Leu, viene dipinto come un semplice esecutore degli ordini del Cts. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, è invece accusata un po' da tutti di non essere in grado di garantire i controlli richiesti dalle misure di contenimento. In questo caos, Conte non fa altro, tramite il suo ufficio stampa, che smentire le indiscrezioni che a suo dire «alimentano confusione tra i cittadini», dimenticando che sono i suoi ministri a parlare prima di firmare i decreti, mentre in un Paese serio, in una situazione drammatica, dovrebbe essere il contrario. Tornando alle misure che verranno inserite nel Dpcm, durante la conferenza tra il governo e le Regioni di ieri Speranza ha fornito alcune indicazioni: «Lavoriamo insieme sui trasporti. Serve una mossa netta sullo smart working», ha detto Speranza, «direi di arrivare anche al 70-75%. Sulla movida potremmo fare uno sforzo in più, valutiamo se è il caso di una stretta sugli orari serali per evitare assembramenti. Ci sono ancora luoghi in cui la mascherina non è utilizzata: sport di contatto, a eccezione dei professionisti che seguono protocolli , mentre sugli eventi dobbiamo capire insieme dove fissare l'asticella. L'idea di base è l'irrigidimento delle misure con una distinzione di base tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi. Interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull'essenziale, che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola».Nel pomeriggio di ieri è tornato a riunirsi il Comitato tecnico scientifico, mentre Conte in serata ha incontrato i ministri per discutere di manovra e emergenza Covid. Le misure che dovrebbero essere inserite nel Dpcm che oggi Conte presenterà in conferenza stampa, sono più o meno quelle anticipate da Speranza: salvo imprevisti, ci sarà un giro di vite sulla movida, con la chiusura di bar e ristoranti, e probabilmente anche di cinema e teatri, alle 22 o alle 23. Ancora in discussione l'opportunità di vietare, da quell'ora, gli spostamenti dei cittadini, tranne che per motivi di lavoro o di stretta necessità e urgenza. Stop alle attività sportive dilettantistiche che prevedono contatto, calcetto compreso. Sulle scuole la linea è quella di scaglionare gli ingressi, per evitare il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblici e gli assembramenti all'ingresso e all'uscita. Le Regioni, in realtà, almeno in gran parte, preferirebbero la didattica a distanza per le scuole superiori, ma il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, spalleggiata da Conte, resiste. Le palestre dovrebbero essere chiuse, mentre per i barbieri e i parrucchieri sembra evitato, per ora, lo stop. Commovente quanto eroica, a questo proposito, la battaglia all'ultima messa in piega che sta combattendo sul tema Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia viva alla Camera: «Obbligare i parrucchieri a chiudere», ha scritto la Boschi su Facebook, «anche se rispettano le regole non è giusto e non ha senso». Nell'attesa registriamo anche l'imprevedibile ottimismo del commissario Domenico Arcuri: «Non siamo in una fase drammatica. I ventilatori», ha detto Arcuri, «sono nella disponibilità delle Regioni. La seconda ondata è diversa dalla prima, ma più ci aiutano gli italiani e minore sarà la necessità di misure drastiche».Altro che Recovery fund, il governo è costretto a mantenere aperte quante più attività possibile solo e soltanto perché non è in condizione di garantire il dovuto ristoro agli imprenditori e ai lavoratori dipendenti che dovessero essere sacrificati sull'altare della sicurezza sanitaria. È quanto ha affermato, con estrema chiarezza, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: «Si sapeva di una possibile seconda ondata, ma cosa è stato fatto? Due terzi delle risorse messe in campo», ha sottolineato Bonomi, «non sono state utilizzate. Qualcosa forse non ha funzionato, ora siamo a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla. Ho sentito dire: voi imprese avete preso 88 miliardi, ma io non li ho visti. Forse come presidente di Confindustria mi sono distratto, e sono andato a vedere il conteggio. Negli 88 miliardi ci sono le garanzie», ha aggiunto Bonomi, «ma quelli sono prestiti e i prestiti le imprese li ripagano, non sono come la pubblica amministrazione che non paga i suoi debiti. Poi ci hanno detto che c'è la cig. Quei soldi non li avete dati alle imprese, anzi le imprese hanno dovuto anticiparli quei soldi. Poi il presidente dell'Inps dice che siamo furbi. Siamo un po' suscettibili», ha concluso Bonomi, «quando ci chiamate furbetti quando poi i furbetti siete voi che non sapete gestire i vostri enti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-scuola-per-fasce-orarie-altri-divieti-sugli-sport-e-lockdown-a-25-000-casi-2648274766.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="roma-in-lotta-con-le-regioni-sta-alimentando-la-babele-delle-misure-anti-contagio" data-post-id="2648274766" data-published-at="1602974852" data-use-pagination="False"> Roma in lotta con le Regioni sta alimentando la Babele delle misure anti contagio Il Docm vien di notte, le Regioni si son rotte. Cercano di arginare la seconda ondata con il fai da te. Il che aumenta la confusione normativa e disorienta cittadini e operatori economici. La Lombardia, il Piemonte, la Campania, con la solita sceneggiata di Vincenzo De Luca, hanno alzato il loro Mose contro il virus: ordinanze restrittive. Che sono allo studio da parte di tutte le Regioni, nella totale sordità del governo verso un coordinamento vero con i territori. Non è servito neppure il rimbrotto di Stefano Bonaccini, presidente pd dell'Emilia Romagna, che ha accusato apertamente Giuseppe Conte di non ascoltare le Regioni e che ieri è tornato a dire: «Non penalizziamo comunque i locali che rispettano le norme anti Covid, non chiudiamo palestre e piscine» e, dando una mano a De Luca, ha chiesto: «Valutiamo la didattica a distanza». Il premier preferisce il decreto notturno, ma nel frattempo i presidenti fanno i conti con i ritardi di Domenico Arcuri - il super commissario si è tenuto per oltre due mesi nel cassetto i piani regionali per le terapie intensive - e con una preoccupazione crescente. In Lombardia il presidente Attilio Fontana, con una sua ordinanza, ha dato un giro di vite ai locali, ha disposto la didattica a distanza nelle scuole secondarie in alternanza alla presenza in aula e nelle università - pur nel rispetto della loro autonomia - ha vietato le gare degli sport di contatto, ha vietato l'ingresso nelle residenze per anziani, ha bloccato la distribuzione di bevande, alcolici, cibi dalle macchinette dopo le 18. In Lombardia, indipendentemente dal Dpcm che potrebbe smentire questa ordinanza, creando il caos, bar, ristoranti e altri locali non possono servire nulla dopo le 24 e a partire dalle 18 possono farlo solo ai tavoli. Dopo le 18 è vietata la vendita di alcolici. Chiuse sono le sale bingo e da gioco. Queste misure in vigore da ieri sono omogenee su tutto il territorio regionale, compresa Milano, che è la città con più positivi. Sulla stessa falsariga si è mosso il presidente del Piemonte, Aberto Cirio, che con un'ordinanza valida fino al 13 novembre dispone la chiusura di tutte le attività, escluse le farmacie, da mezzanotte alle cinque del mattino. È vietato vendere alcolici dopo le 21 escluso che nei ristoranti che fanno servizio al tavolo. Una parziale marcia indietro l'ha fatta Vincenzo De Luca, modificando in parte la sua ordinanza, che resta in vigore fino al 30 ottobre. Sollecitato dai sindaci, il presidente della Campania ha tolto il blocco agli asili nido e alle scuole dell'infanzia, ma ha mantenuto la chiusura delle scuole, provvedimento che ha fatto imbufalire il ministro Lucia Azzolina, senza produrre però alcuna reazione del governo. Giuseppe Conte fa gli sconti ai pochi presidenti «amici». Il ministro per le Autonomie, Francesco Boccia (Pd), quando i provvedimenti vengono da Regioni di centrosinistra tace, contro la Lombardia e le altre 14 di centrodestra ha sparato ad alzo zero. Basta ricordare la polemica sull'ospedale Covid costruito in Fiera a Milano e che ora potrebbe tornare utilissimo. Lo scollamento tra Giuseppe Conte e le Regioni (continuano a chiedere la didattica a distanza per alleggerire il trasporto pubblico, eppure basterebbe che il governo reclutasse i pullman privati inoperosi da mesi causa virus cinese) rischia di produrre un cortocircuito normativo, con conflitto continuo tra ordinanze regionali e decreti ministeriali. Se il governo non vuole procedere con le chiusure per evitare di dover varare equipollenti misure di sostegno economico alle imprese, deve a maggior ragione coordinarsi con le Regioni. Alessio D'Amato, assessore alla Sanità del Lazio ha detto che se i contagi continuano a salire «saranno necessarie ulteriori misure di contenimento». Ma in serata la Regione ha corretto il tiro: «No a decisioni autonome». Boccia potrebbe offendersi...
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 maggio con Carlo Cambi
Dopo avere tentato di scaricare sul governo i clamorosi errori dell’alluvione (con Elly Schlein assessore regionale in prima fila); dopo aver provato ad attribuire a Roma i dolorosi tagli alla Sanità locale, conseguenza della voragine nei conti lasciata da Stefano Bonaccini; ecco che i leader del paradiso italiano dell’inclusione fallita si arrabattano per lasciare nelle mani del centrodestra il cerino acceso.
Il più goffo trapezista sotto il tendone del circo è anche il più importante. Ieri il presidente regionale Michele de Pascale ha trovato il modo in tv di accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini facendo surf sulla demagogia. «In un Paese che non riesce a gestire l’immigrazione, in cui la xenofobia e il razzismo sono presenti, c’è il rischio che una nuova generazione non si senta integrata». Sociologia spicciola davanti a un numero impressionante: l’Emilia-Romagna ha 579.000 stranieri, pari al 12,9% della popolazione, record italiano (la media nazionale è 9%). Con un’accoglienza diffusa moltiplicata negli anni, con una rincorsa al «grande abbraccio» che ha creato disagio sociale e nuovi schiavi ma anche carriere di dirigenti, lanciati verso il Nazareno con la benedizione del cardinal Matteo Zuppi.
Di fronte a un simile fallimento, De Pascale filosofeggia sull’impatto delle seconde generazioni. «Se non si fa funzionare in maniera corretta l’immigrazione si alimenta una spinta di odio. Perché alla fine, se un cittadino percepisce che non c’è capacità di gestione corretta nei flussi migratori, legittimamente può sviluppare un sentimento che gli fa dire: se non li sapete gestire mandateli via tutti». Sta parlando di sé stesso e non lo sa. O forse lo sa benissimo e tenta di aggrapparsi con le ventose ai vetri. Proprio la scorsa settimana la Regione Emilia Romagna ha pubblicato un rapporto di 75 pagine con i dati più freschi sul fenomeno migratorio (La Verità e pochi altri media ne hanno parlato), sottolineando che «17,4% è la quota di assistiti stranieri ai servizi di Salute Mentale nel 2022, confermato nel 2024. E il 9,5% (che passa al 23% per bambini e adolescenti) riguarda coloro che sono stati presi in carico dai servizi di neuropsichiatria». Nel 2010 questi ultimi erano il 12%.
Le motivazioni sono chiarissime: «I fattori riguardano situazioni di discriminazione e mancata accettazione sociale, povertà, disoccupazione, sradicamento dalla terra di origine e difficoltà ad intessere legami relazionali». Dove? A casa di De Pascale, a sua insaputa. Il commento finale del dossier non riesce a nascondere le criticità. «Si conferma la complessità del fenomeno migratorio: esso si compone di generazioni ormai anziane, ma il fenomeno riguarda anche un flusso in entrata di “nuovi arrivati” con un carico specifico di bisogni (richiedenti asilo, vittime di tratta e caporalato, ricongiungimenti familiari) per i quali si sono consolidate nel territorio regionale reti di accoglienza».
Era già tutto scritto. Assistenzialismo puro, centinaia di milioni sperperati per tenere in piedi carrozzoni sociali intrisi di demagogia. Invece di battersi il pugno chiuso sul petto, il governatore demonizza gli hub in Albania, aggiungendo: «Le norme approvate da questo governo rendono più difficile la regolarizzazione». Poi fa il Ponzio Pilato sulla patente del laureato che ha falciato i passanti. «Le patenti le rilascia il ministero del ministro Salvini, non la Regione Emilia-Romagna». Così può andare a dormire tranquillo, spalleggiato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che aggiunge: «È ora che il governo batta un colpo». Lo scaricabarile viene considerato sciacallaggio dal centrodestra. Giovanni Donzelli (Fdi): «Non è altro che un segno di poca dignità politica sollevare problemi sui fondi nazionali. Bisognerebbe chiedere conto al Comune di Modena e alla Regione che hanno tutte le competenze sui fondi socio-assistenziali. La sinistra in difficoltà ha trasformato in un comizio una tragedia con chiarissime responsabilità». La capogruppo Fdi in Regione, Marta Evangelisti, ricorda: «Salim El Koudri aveva già inviato mail con minacce contro i cristiani anni prima di essere preso in carico dai centri di salute mentale. Chi doveva vigilare? È preoccupante la permeabilità dei sistemi di accoglienza. La Regione continua a spendere milioni senza controlli seri e senza verificare davvero i risultati delle proprie politiche».
Anche l’europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega) rimanda al mittente le accuse: «L’Europa è sotto assedio dell’islamismo radicale. Non parliamo più soltanto di minacce esterne ma di soggetti borderline, psicolabili, fanatici che crescono e si radicalizzano nelle nostre città, a causa delle politiche fallimentari portate avanti in questi anni». Il tendone del circo è caduto in testa a chi l’ha eretto, l’integrazione all’emiliana disintegra.
Continua a leggereRiduci
Aveva scritto «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro gesù cristo in croce (tutto con la minuscola) lo brucio», in una mail indirizzata all’Università di Modena colpevole, a suo avviso, di non garantirgli un posto di lavoro «da impiegato».
Dalla cella di isolamento in cui si trova non ha dato alcun segno di pentimento e, tuttavia, tra le prime cose richieste per passarsi il tempo, insieme alle sigarette e a qualche lettura, ci ha infilato pure la Bibbia. Particolare che, se sei sospettato di essere un seguace di Allah, di certo male non fa. Eppure, come era ormai scontato, per Salim El Koudri, accusato di strage e lesioni aggravate per la carneficina di sabato scorso compiuta a Modena a bordo della sua auto lanciata ai 100 chilometri all’ora sulla folla, come primo passaggio verrà chiesta una perizia per l’infermità mentale. E, con ogni probabilità, i trascorsi di cura presso il Centro di salute mentale di Catelfranco Emilia finiranno per garantirgliela.
«Una perizia psichiatrica è ineludibile», ha dichiarato l’avvocato Fausto Gianelli (nominato in sostituzione dell’avvocato Francesco Cottafava, inizialmente assegnato d’ufficio) descrivendo come un ragazzo «in totale confusione mentale» il trentunenne di origine marocchina responsabile di aver macellato una donna, tranciandole entrambe le gambe con le lamiere della sua auto, dopo aver investito intenzionalmente altre sette persone che passeggiavano tranquille, lo scorso sabato pomeriggio, nell’area pedonale del centro di Modena.
L’interrogatorio di convalida in carcere, previsto per ieri, è stato rinviato e si terrà questa mattina, ma la linea di difesa per l’attentatore è già chiara: secondo l’avvocato Gianelli, il suo assistito è affetto da un evidente «disagio psichiatrico» per il quale «dovrà essere visitato e probabilmente assistito anche farmacologicamente per una prima cura», successivamente «una perizia psichiatrica sarà indispensabile» anche perché per il momento «El Koudri non sarà probabilmente in grado di fare ragionamenti». Dunque, forse, nemmeno di rispondere oggi.
«Andavo più forte che potevo, non volevo far del male», avrebbe dichiarato l’attentatore al suo legale che ha riportato anche la fredda reazione dell’uomo davanti alla spiegazione delle condizioni dei feriti, tra cui la donna che ha perso entrambe le gambe. «Che cosa tremenda», è l’unica frase che per ora gli è uscita dalla bocca dopo aver causato quella carneficina. «Ho bisogno di qualcuno che mi capisca», avrebbe invece sostenuto con forza El Koudri, che non ha tuttavia chiesto di incontrare la propria famiglia, spiegando di essere uscito quel giorno di casa «con la convinzione di morire», ma prendendo con sé un coltello da cucina. Che comunque non si sa mai...
Nessuna evidenza di una radicalizzazione in corso, insistono difensori e buonisti, arrivando addirittura a puntare il dito contro il sistema sanitario del nostro Paese che, a corto di fondi, non si occupa in modo adeguato dei malati psichici.
In realtà El Koudri, nato a Bergamo, cresciuto a Ravarino (paese di 6.000 anime nella campagna modenese) dove ha studiato e si è laureato in economia aziendale all’Università di Modena (che nella vicenda si è messa a disposizione delle autorità giudiziaria), quando aveva chiesto aiuto era stato accolto e seguito.
Dal 2022 al 2024 aveva frequentato il Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, era stato preso in carico e gli erano state prescritte cure adeguate che poi aveva deliberatamente deciso di smettere. «Perché ha smesso di prendere le medicine? Ha detto che stava bene, che era tranquillo e che non ne aveva più bisogno», ha aggiunto ancora l’avvocato Gianelli descrivendo la situazione.
Al di là dell’aspetto sanitario, certamente presente, la piega che aveva preso la sua insoddisfazione di straniero di seconda generazione a cui la narrazione buonista della sinistra italiana, in cerca di facili adesioni, promette mari e monti ma che poi - come tutti - deve fare i conti con la realtà, sembra piuttosto chiara. «Voglio lavorare!», scriveva El Koudri il 27 aprile del 2019 in una mail indirizzata all’Università di Modena e già segnalata all’epoca alla Digos per i contenuti non proprio tranquillizzanti. «Non riesco a trovare lavoro coerente con i miei studi (...) Dovete farmi lavorare come impiegato non magazziniere capito e qua a Modena e non in culo al mondo dove ti rimangono in tasca 500 euro al mese se ti va bene», insisteva, aggiungendo l’ormai nota frase «Bastardi cristiani di merda», seguita, sempre via mail, dalle laconiche scuse «Mi dispiace per la maleducazione», che oggi dovrebbero servire a provare la sua condizione di ragazzo confuso.
Ma non è tutto. Dal magma dei social, infatti, cominciano a emergere anche altri contenuti scritti di suo pugno che Meta aveva cancellato perché inappropriati: «Vorrei poter capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba», scriveva El Koudri. E, ancora, altri post in arabo e in italiano, in cui il trentunenne descriveva sé stesso come una persona particolarmente capace e dotata, in lotta con una società - quella occidentale, si noti, che ha accolto la sua famiglia e formato lui fino alla laurea - «ipocrita, che afferma moralità e dignità ma è lontana da esse».
«Se hai queste qualità e vivi in questa società, non esitare a tagliare qualsiasi mano che ti disturba o ti danneggia», concludeva l’uomo aggiungendo la propria firma, «Salim», accompagnata da un cuore nero.
Sono due le donne con arti amputati
Restano gravissime le condizioni di alcuni dei cinque feriti ricoverati tra Modena e Bologna dopo essere stati travolti sabato scorso nel centro storico modenese, quando Salim El Koudri ha lanciato la sua auto a folle velocità sui passanti. Otto i feriti, di cui quattro gravi (codice tre), uno in codice 2 e tre in codice 1, meno gravi.
«Come mi sento? L’unico dolore fisico che provo è la sensazione di avere degli aghi conficcati nelle braccia, ma i medici mi hanno assicurato passerà. Mi ritengo fortunato perché potrei non essere qui. Sto per diventare nonno per la terza volta, l’ho detto anche al presidente Mattarella. Ed è la cosa che al momento mi rende più felice e mi aiuta a superare quello che è accaduto». Così racconta lo chef Ermanno Muccini, 59 anni, ricoverato all’ospedale di Baggiovara, che ha riportato un trauma facciale e microfratture alla testa, ma se la caverà con 30 giorni di prognosi. Nello stesso ospedale è ricoverata la donna tedesca di 69 anni tra i feriti più gravi. Ieri è stata estubata, respira autonomamente ed è cosciente. Anche l’altra donna di 53 anni, polacca, residente a Castelfranco, la prima persona investita mentre era in sella alla sua bicicletta, sempre in condizioni gravi, presenta un quadro clinico stabile ma per entrambe la prognosi resta riservata. Le due donne hanno subito l’amputazione degli arti inferiori. «A nome della mia famiglia chiedo spazio e riservatezza, a chiunque possa arrivare questo mio pensiero». Così una delle figlie della coppia di cinquatacinquenni, Angelo Ciccarelli e Monica Esposito, ricoverati all’ospedale Maggiore di Bologna. In una storia su Instagram, la figlia scrive: «Ci troviamo coinvolti e stravolti in una tragedia», sottolineando l’esigenza di mantenere intatta la privacy della famiglia. I due coniugi sono in condizioni stabili. La donna presenta diversi traumi: il quadro clinico registra un lieve miglioramento, ma le sue condizioni restano critiche e permane il pericolo di vita. Il marito, anche lui politraumatizzato, è stabile e non si trova più in immediato pericolo di vita. Un altro ferito ieri ha ricordato l’incidente: «È stata una cosa velocissima. Non ho visto nemmeno l’auto che mi arrivava addosso. Cosa vedevo da terra? Vedevo poco, la gente che soccorreva, sono state persone stupende perché c’è stato un attimo di empatia di tutti». Tra i primi a prestare i soccorsi sabato c’era Alessandro Misericordia, 33 anni di Sant’Elpidio a Mare (Fermo), medico specializzando in medicina interna all’ospedale di Baggiovara. «È stato un qualcosa che mi segnerà per tutta la vita e spero che i pazienti che abbiamo gestito, ora abbiano il miglior decorso possibile», ha raccontato il giovane professionista, «ero in centro città per fare delle compere per la casa, in un negozio, quando ho sentito il rumore di un forte impatto. Sono uscito e ho visto una donna con le gambe amputate. Così ho subito preso dei guanti e, insieme a un’infermiera, l’ho raggiunta cercando di fermare l’emorragia con la mia cintura. Lo stesso ha fatto l’infermiera. Mi sono girato e ho visto altre persone a terra. A quel punto sono andato a controllare come stessero, se fossero coscienti e respirassero. Ho fatto rivalutazioni continue fino a quando non è arrivata la prima ambulanza che ho diretto verso la donna con le gambe amputate, la paziente in condizioni peggiori». Intanto sono stati dimessi dal pronto soccorso del Policlinico di Modena una donna di 22 anni con trauma cranico, con 10 giorni di prognosi, un uomo di 30 anni colpito da un attacco di panico, con 2 giorni di prognosi, e un uomo di 47 anni ferito da taglio, dimesso con 7 giorni di prognosi.
Continua a leggereRiduci