Chissà se Ursula von der Leyen ha mai sfogliato il «libro soci» di Filiera Italia: si renderebbe conto che è una sorta di collezione del meglio del meglio d’Europa per la qualità agroalimentare e per i prodotti agricoli italiani che sostanziano la migliore e più produttiva agricoltura europea: un ettaro in Italia produce 3.500 euro di valore aggiunto, il doppio di un ettaro francese e quasi due terzi in più che in Germania. C’è di che spendersi molto per difenderla. Appena avuto sentore di un aggiramento del voto dell’Eurocamera sul Mercosur i trattori si sono rimessi in moto.
Da lunedì la Coldiretti protesta a tappe in diverse città, a Bruxelles e a Strasburgo restano focolai di tensione. L’Ue sul terreno agricolo rischia molto. A guidare Filiera Italia c’è Luigi Scordamaglia, amministratore delegato, un manager pacato nei modi quanto fermissimo nelle posizioni. Vediamo con lui lo scenario possibile dopo il pronunciamento del Parlamento europeo che ha rimandato alla Corte di giustizia i trattati col Mercosur per un controllo di legittimità, ma soprattutto dopo l’evidente intenzione della presidente della Commissione europea di procedere comunque all’applicazione provvisoria dell’accordo. «Non è chiaro», precisa Scordamaglia, «se legalmente ora la Commissione possa andare avanti con l’applicazione provvisoria, ma è sicuro che se lo facesse produrrebbe una gravissima frattura tra istituzioni europee e un vulnus democratico. Staremo a vedere se la Von der Leyen vuole procedere ancora nella sua azione antidemocratica con l’unico scopo di avvantaggiare l’economia tedesca».
La sorprende questa corsa comunque al Mecosur?
«Partiamo da un dato: chi sta mettendo in discussione la Pac non sta difendendo né gli interessi né l’efficienza economica dell’Europa. Sta mettendo in discussione la sovranità alimentare dell’Europa. Se non dal punto di vista legale, dal punto di vista politico, il rinvio in Corte di giustizia apre una crepa nell’arroganza autocratica della von der Leyen che pensava di continuare a umiliare impunemente il parlamento europeo, in maniera quasi teleguidata da un cancelliere Friedrich Mertz che a caldo dichiarato “deplorevole” l’esercizio del legittimo diritto democratico del Parlamento. Lei potrebbe anche forzare ora e andare avanti a questo punto con l’approvazione temporanea, ma nulla sarà più come prima e la frattura diventerebbe sempre più insanabile. Chi come la presidente della Commissione pensa di barattare il cibo con le armi usando i fondi Pac per la conversione della filiera automobilistica tedesca (da lei distrutta nel precedente mandato) in filiera delle armi, non capisce che non può esistere sicurezza che non parta dalla sicurezza alimentare».
L’Ue ora sembra pensare solo ad armi e industria, che spazio c’è per l’agricoltura?
«La Pac non è una politica agricola di settore. È una politica economica, sociale e strategica dell’Unione. Serve a tutelare i cittadini, non una categoria. E oggi, con instabilità globale e competizione geopolitica sulle risorse, è più attuale che mai. L’agricoltura non è un settore come gli altri. È l’unico che garantisce un bene primario: il cibo. E senza cibo non esistono né industria, né servizi, né coesione sociale. Durante il Covid gli agricoltori hanno continuato a lavorare mentre tutto era fermo, per evitare scaffali vuoti. Nelle crisi logistiche e geopolitiche, è emersa con chiarezza una verità semplice: senza produzione interna, l’Europa diventa vulnerabile».
L’industria vi accusa di essere un settore assistito e di impedire, bloccando il Mercosur, lo sviluppo. Peraltro anche lei rappresenta un pezzo d’industria, quella agroalimentare. Ma è davvero così?
«La Pac non è un privilegio. È una compensazione per costi imposti dall’Europa stessa: standard ambientali, sicurezza alimentare, benessere animale, tutela del lavoro. Se quei costi non venissero compensati, ricadrebbero interamente sui consumatori. Risultato? Il cibo di qualità diventerebbe un bene per pochi e nascerebbe una frattura sociale sull’accesso al cibo. Chi parla di “agricoltura assistita” dimentica anche un altro fatto: l’agricoltore investe ogni anno senza alcuna certezza di raccolto. Siccità, gelate, alluvioni, fitopatie, instabilità dei mercati: nessun altro imprenditore opera con un livello di rischio così strutturale. Senza strumenti di stabilizzazione pubblica, semplicemente l’agricoltura non esisterebbe. Infine l’industria fa finta d’ignorare che l’agricoltura non produce solo merci, produce beni pubblici. Presidia il territorio, tiene vive le aree interne, protegge il paesaggio, tutela la biodiversità, garantisce sostenibilità ambientale. Servizi che hanno un valore economico enorme, ma che il mercato non remunera».
Si però l’accusa è: siete retrogradi, impedite il libero scambio...
«Ecco, questa è la vera ipocrisia: s’impongono agli agricoltori europei standard elevatissimi, poi si apre il mercato a importazioni da Paesi che quegli standard non li rispettano. Questo non è libero scambio. È autolesionismo strategico. Significa smantellare la nostra filiera e consegnare la sicurezza alimentare europea a interessi esterni. Insisto: la Pac e la stessa agricoltura è una politica economica e territoriale ed è un pezzo della più ampia sicurezza nazionale ed europea per questo è eccezionale e come tale va trattata».
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini lamenta però che col blocco al Mercosur si perdono 14 miliardi d’export aggiuntivo, che risponde?
«Vedo un’industria manifatturiera italiana che plaude alla rimozione dei dazi totali con il Mercosur senza pensare che oggi forse ciò le consentirà di importare materie prime a basso costo perché magari prodotte in miniere con manodopera infantile, ma domani grazie a questi costi di produzione più bassi standard inferiori e zero dazi assisteremo a una delocalizzazione delle fabbriche con importazione di prodotti già finiti che distruggerà anche il settore manifatturiero europeo. E allora vedremo chi è stato più lungimirante».







