La morbosa attenzione riservata ai dazi imposti da Donald Trump non ha portato bene all’Unione europea, che continua a picconare quella che dovrebbe essere la sua reale ragione d’essere, ovvero il mercato unico.Secondo una bozza del rapporto annuale sulla salute del mercato unico dell’Unione, il commercio tra gli Stati membri in percentuale sul Pil è sceso dal 23,8% del 2023 al 22% del 2024. La bozza del documento, la cui versione ufficiale è attesa per la fine di questo mese, è stata vista dal Financial Times che ha rilanciato la notizia. Dopo avere scandagliato il rapporto dello scorso anno, noi aggiungiamo che anche nel 2023 il dato era in calo, rispetto ad un 2022 in cui la percentuale era al 26% del Pil europeo.
Il calo del valore del mercato unico dimostra che quello che avrebbe dovuto essere un grande ammortizzatore rispetto agli shock esterni, il mercato unico appunto, in realtà funziona sempre meno.
Per come è l’architettura finanziaria dell’Unione europea, del resto, non può che essere così. L’Ue si è dedicata a cercare di mantenere le proprie quote di export verso gli Stati Uniti, si è preoccupata di stipulare nuovi accordi commerciali come il Mercosur, dialoga costantemente con Cina e India per aumentare gli scambi. Bruxelles cioè ha fatto di tutto tranne che aiutare il mercato unico a svolgere la propria funzione assorbente degli shock della domanda estera.
Naturalmente, il rapporto cita molti ipotetici motivi per questa débâcle, tra cui le norme nazionali frammentate, la burocrazia, l’eccessiva regolazione. Ma la realtà è che il modo per far crescere il mercato unico sarebbe sostenere la domanda interna, ridare potere d’acquisto ai salari e proteggere l’Unione dal dumping asiatico.
Peccato che questi strumenti siano preclusi dalle rigide norme del Patto di stabilità, funzionali all’architettura stessa della moneta unica, l’euro, e contrari alla natura stessa dell’Ue. Essendo quella europea un’economia guidata dalle esportazioni, i mercati interni all’Unione sono depressi, alla ricerca spasmodica di una competitività costruita sulla compressione dei salari.
L’integrazione monetaria ha in realtà favorito una disintegrazione economica reale tra i Paesi membri, forzando aggiustamenti recessivi che danneggiano il mercato unico. Un meccanismo ben descritto nello studio Monetary integration vs. real disintegration: single currency and productivity divergence in the euro area, di Alberto Bagnai e C.A. Mongeau Ospina pubblicato sul Journal of Economic Policy Reform nel 2018.
Secondo il Financial Times, nel rapporto della Commissione è scritto che «il mercato unico è la nostra risorsa migliore per contrastare le pressioni esterne ed è giunto il momento di sfruttare i suoi punti di forza». Una frase certamente foriera di qualche nuovo regolamento escogitato a Bruxelles con chissà quali fantastici rimedi, nella certezza che sarà ignorata l’unica cosa sensata da fare.
Ieri poi la Bce, sul bollettino economico n. 8, ha diffuso alcuni dati sul monitoraggio del commercio globale. Emerge che dopo il tonfo registrato nel secondo trimestre 2025, il commercio mondiale è in netta ripresa ed è tornato a crescere nella media storica trimestrale registrata tra il 2016 e il 2024, ovvero 0,8%. A quanto pare, insomma, chi paventava una catastrofe del commercio globale dopo l’ondata di dazi imposti da Donald Trump si sbagliava di grosso.
I dati della bilancia dei pagamenti europea diffusi ieri da Eurostat lo confermano. Se il saldo è positivo (surplus), significa che il Paese è un creditore netto rispetto ai partner commerciali, se è negativo (deficit), il Paese è debitore verso l’estero.
Ebbene, nel terzo trimestre del 2025, l’Unione europea ha registrato un surplus delle partite correnti di 57,3 miliardi di euro (pari all’1,2% del Pil). Si tratta però di un valore in netto calo dagli 80,5 miliardi di euro del secondo trimestre e dai 96 miliardi del quarto trimestre 2024. Nella sola area euro il surplus è stato di 45,8 miliardi, in netto calo rispetto al trimestre precedente (83,7 miliardi) e al corrispondente trimestre del 2024, quando il surplus fu di ben 88,2 miliardi di euro.
L’Ue ha registrato i surplus più alti nei confronti di Regno Unito (+75,7 miliardi, era 69,2 nel terzo trimestre 2024), Canada (+12 miliardi, in calo dai 13,7 del terzo trimestre 2024) e Usa (+9,2 miliardi, in netto calo rispetto ai +25 miliardi dello stesso trimestre del 2024). Al contrario, ha registrato un forte deficit con la Cina (-58,3 miliardi, in peggioramento rispetto a -49,5 del terzo trimestre 2024). Deficit anche con l’India, sia pure in diminuzione (-0,3 miliardi nel terzo trimestre 2025 contro -0,7 dello stesso periodo del 2024).
Tra le pieghe del comunicato Eurostat vi sono alcune chicche. Ad esempio, sulle sole merci, nel terzo trimestre il deficit Ue con la Cina è peggiorato passando da 64,6 miliardi del 2024 a 70,1 miliardi del 2025.
Negli stessi periodi, il saldo merci con gli Stati Uniti è invece rimasto invariato a +66,5 miliardi. Dunque, l’Ue non è morta, seppellita dai dazi americani. Piuttosto, con gli Usa è peggiorato di molto il saldo dei servizi, da -30,8 miliardi a -41,6 miliardi.
A livello di Stati membri Ue, la Germania ha fatto registrare un saldo delle partite correnti di 41 miliardi nel terzo trimestre, in calo rispetto a tutti i trimestri precedenti dell’anno. In crescita l’Italia, con un surplus di 14,4 miliardi, in salita dai 10,3 del trimestre precedente e +5 miliardi rispetto allo stesso trimestre del 2024. Male la Francia, che inanella il terzo deficit consecutivo dell’anno (-4,8 miliardi di euro).
Mentre le leggi dell’economia fanno il proprio mestiere, insomma, l’Unione europea resta prigioniera delle proprie contraddizioni. Il surplus estero comincia a calare e il mercato unico non è in grado di assorbire lo shock, per la natura austeritaria delle politiche fiscali europee. Non sarà qualche nuovo piano Draghi a salvare la situazione.






