Trump ha strutturato la sua strategia di guerra contro Teheran su tre livelli: calmare i mercati del petrolio, rassicurare l'elettorato interno in vista delle Midterms e gestire il dialogo geopolitico con Putin.
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- Il premier invita Bruxelles a «sospendere urgentemente gli Ets sul termoelettrico». Offre dialogo sincero al centrosinistra, ma dice al Pd di non essere «strabico» sulle bombe: «Quelle di Clinton andavano bene?».
- Dopo aver ammesso che il conflitto è costato 3 miliardi ai contribuenti, Ursula Von der Leyen conferma che la Commissione non farà nulla contro l’inflazione, tenendo una linea ecologista. Procedura d’infrazione per 19 Paesi (Italia compresa) sul piano dell’edilizia verde.
Lo speciale contiene due articoli
Responsabilità, pragmatismo e disponibilità (respinta) a un tavolo di confronto con le opposizioni. Una Giorgia Meloni versione soft, nelle sue comunicazioni al Senato sulla crisi in Medio Oriente e in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. «Siamo di fronte al venir meno di un ordine mondiale condiviso. Si tratta di un processo in corso da tempo», sottolinea la Meloni, «ma che ha avuto, a mio avviso, un punto di svolta ben preciso. Ovvero, l’invasione di una nazione vicina da parte di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La destabilizzazione globale che ne è derivata», aggiunge, «ha avuto le sue ripercussioni in Medio Oriente, dove pure l’attuale conflittualità ha una data d’inizio chiara, e non è quella del 28 febbraio 2026, ma il 7 ottobre 2023. È l’attacco, barbaro e folle, al territorio israeliano da parte di Hamas. Un attacco letale e sofisticato che è stato possibile grazie al sostegno fornito dall’Iran a questo gruppo terroristico. È in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale», osserva il premier, «gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano. Un intervento al quale l’Italia non prende parte e non intende prendere parte».
Da Pd, M5s e Avs arriva la richiesta di non usare le basi americane in Italia. «A oggi», risponde la Meloni, «non è pervenuta alcuna richiesta per l’uso delle basi militari americane in Italia per scopi oltre quelli previsti dagli accordi, e in questo caso la decisione spetterebbe al Parlamento. E ribadisco che non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». «La Meloni», attacca il capogruppo di Avs al Senato, Peppe De Cristofaro, «non può dire nulla perché è subalterna al suo alleato americano. Ha schierato l’Italia a totale sostegno di Donald Trump, offendendo la storia politica e diplomatica del nostro Paese».
Passiamo al tema dei prezzi dei carburanti: «Il governo italiano ha investito 5 miliardi di euro per calmierare i prezzi delle bollette. Il messaggio che voglio dare, agli italiani», avverte il premier, «ma anche a chi dovesse pensare di sfruttare questa situazione per arricchirsi sulla pelle dei cittadini e delle imprese è: faremo tutto quello che possiamo per impedire che si speculi sulla crisi, compreso, se necessario, recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili». Ma l’Europa non può far finta di niente: «In molte nazioni europee», ricorda Giorgia Meloni, «una parte rilevante del costo dell’energia è legato, direttamente o indirettamente, al sistema europeo di tassazione del carbonio, il cosiddetto Ets. Un sistema che necessita di una revisione per correggere una serie di meccanismi che oggi, in un significativo numero di Stati membri, Italia inclusa, gonfiano artificialmente il prezzo dell’elettricità, con punte che, per la nostra nazione, toccano i 30 euro per Mwh, un quarto dell’intero costo dell’elettricità. Perché gli Ets sono di fatto una “tassa” voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia. A livello europeo», sottolinea, «stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico».
La svolta politica della Meloni è quando afferma di essere «disponibile a un tavolo con le opposizioni». Appello raccolto solo da Italia viva e Azione. «Il tavolo c’è già oggi in Parlamento», commenta il leader del M5s Giuseppe Conte, «a cosa serve una sfilata a Palazzo Chigi, per essere presi in giro, come per il salario minimo? Qual è il posizionamento dell’Italia sulla guerra? Ditecelo adesso, non è che veniamo a Chigi e ci facciamo due chiacchiere. Se un ministro va in ferie quando l’attacco Usa è imminente che informazioni dobbiamo prendere?».
I numeri. L’Aula del Senato approva la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni della premier con 102 Sì, 66 No e un astenuto. In sede di replica alla Camera, in serata, la Meloni sottolinea che «l’Agenzia Internazionale per l’energia ha appena annunciato di aver deciso all’unanimità di immettere sul mercato 400 milioni di barili di riserve strategiche». Una scelta presa da una riunione del G7 che si è tenuta in videoconferenza nel pomeriggio. Ai deputati dem che hanno criticato l’intervento Usa in Iran, la Meloni risponde tagliente: «Viva gli americani che liberano l’Europa dal nazifascismo ma no agli americani che liberano dalla dittatura altri popoli in altre parti del mondo. Viva i bombardamenti degli Stati Uniti di Bill Clinton alla Serbia per fermare i massacri di civili in Kosovo, con la partecipazione italiana a quei bombardamenti senza passare dal Parlamento», argomenta la Meloni, «ma no agli interventi militari per fermare i massacri in Iran e in altre parti del mondo. Io francamente non condivido questo strabismo».
Tocca a Conte l’attacco finale: «Le manca il coraggio e la schiena dritta», dice il leader M5s alla Meloni, «perché sopraffatta dall’essere subordinata a Trump».
Ma l’Ue è sorda e pensa solo alle case green
Mentre la guerra in Iran brucia centinaia di miliardi sui mercati europei, manda alle stelle il prezzo del petrolio e infiamma le bollette, dalla Commissione europea non si registra alcuna iniziativa per arginare la speculazione e l’inflazione ma solo fumose manifestazioni di intenti. Anzi, si lamenta la dipendenza energetica dell’Ue, dimenticando che questa è il frutto di politiche ecologiste che hanno messo al bando il nucleare e lo sfruttamento minerario e si ribadisce la traiettoria del Green deal, ovvero la conferma del meccanismo Ets e la sollecitazione a incrementare le rinnovabili e a smarcarsi dalle fonti fossili. In piena emergenza, inoltre, la Commissione Ue non trova niente di meglio che tornare a occuparsi delle case green bacchettando quei Paesi che ancora non hanno presentato un piano di ristrutturazione del patrimonio edilizio.
Intervenendo alla plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo, in vista del Consiglio europeo del 19-20 marzo, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha fatto il punto sugli effetti energetici della guerra in Iran. «Dall’inizio del conflitto i prezzi del gas sono aumentati del 50% e quelli del petrolio del 27%. Dieci giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei 3 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili. Questo è il prezzo della nostra dipendenza», ha evidenziato, sottolineando allo stesso tempo che tornare agli approvvigionamenti russi «sarebbe un errore strategico, ci renderebbe più dipendenti, più vulnerabili e più deboli. Disponiamo di fonti energetiche domestiche, le rinnovabili e il nucleare (la riabilitazione dell’atomo da parte di Ursula von der Leyen è recente, ndr). I loro prezzi sono rimasti invariati negli ultimi dieci giorni». Quindi barra dritta sull’agenda del Green deal, senza cedimenti. «Dobbiamo mantenere la rotta sulla nostra strategia di lungo periodo. Possiamo certamente essere più pragmatici e più intelligenti nella sua attuazione, ma la direzione di marcia è quella giusta», ha aggiunto. Una dichiarazione che arriva dopo che gli Usa hanno dato il via libera all’alleggerimento temporaneo delle sanzioni sul petrolio russo a beneficio dell’India e il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha ventilato la prospettiva di riconsiderare le misure sanzionatorie sul petrolio russo.
Von der Leyen ha parlato anche dell’Ets, il meccanismo di scambio delle quote di CO2, il pilastro Ue per ridurre le emissioni di gas serra, su cui i 27 si sono divisi negli ultimi mesi. La presidente è stata categorica chiudendo la porta a quella sospensione che il premier, Giorgia Meloni, chiederà alla riunione del Consiglio europeo. «Senza l’Ets oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti. Abbiamo quindi bisogno dell’Ets», ha detto Von der Leyen, dando come unica concessione possibile la possibilità di «modernizzarlo». Un termine che dice tutto e niente. La presidente indica le opzioni allo studio: «Un uso migliore dei power purchase agreement, i Ppa (contratti di acquisto di energia a lungo termine, 5-20 anni stipulati tra un produttore di energia rinnovabile e aziende, ndr), misure di aiuti di Stato, possibili sussidi o tetti al prezzo del gas». Von der Leyen ha ricordato poi che «il costo dell’energia stessa rappresenta oltre il 56% della bolletta, gli oneri di rete il 18%, tasse e prelievi il 15%, e i costi del carbonio, in media intorno all’11%».
Di fronte all’emergenza energetica, Bruxelles non solo non riesce a dare risposte efficaci ma non trova di meglio da fare che bacchettare quei Paesi che non hanno rispettato le scadenze dettate dalla direttiva sulle case green. La Commissione ha inviato lettere di costituzione in mora a 19 Stati membri (tra cui Italia, Belgio, Germania, Francia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia) per non aver presentato entro il 31 dicembre 2025 le loro bozze di Piani nazionali di ristrutturazione degli edifici, previsti dalla direttiva sulla prestazione energetica nell’edilizia. L’obiettivo è trasformare il patrimonio edilizio europeo in un parco decarbonizzato entro il 2050. Gli Stati membri interessati hanno due mesi per rispondere. In assenza di progressi, Bruxelles potrà procedere con un parere motivato. «La notizia non è l’avvio delle procedure d’infrazione, bensì che questi Paesi hanno voltato le spalle a Ursula sulle case green», hanno commentato Paolo Borchia, capodelegazione della Lega, e Isabella Tovaglieri, relatrice ombra del provvedimento. «Ursula tira per la giacca i proprietari di case, chiamati a scucire sull’unghia dai 60 ai 100.000 euro per mettersi a norma. Alla fine, a restare col cerino in mano è stata lei».
Ursula von der Leyen ha ribadito infine la sua posizione generale sulla guerra in Iran senza citare né Usa né Israele. Ha parlato soltanto della responsabilità del regime iraniano e dell’Ayatollah Khamenei, che «ha governato attraverso la repressione, la violenza e la paura e ha sponsorizzato il terrorismo in tutta la regione e persino sul suolo europeo». Per questo «non si dovrebbero versare lacrime per un regime del genere». Viene confermata, dunque, la sua propensione a sostenere il cambio di regime.
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Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Polemica per la presenza di artisti russi presso la fondazione veneziana. Oltre 20 Paesi dell’Unione europea sono contrari e fanno la voce grossa. Ma il padrone di casa Buttafuoco insiste per ospitarli e ricorda: hanno un padiglione dal 1914.
The Wall, quello dei Pink Floyd. Per ora è l’opera metafisica più visibile della prossima Biennale Arte per via della polemica sulla presenza oppure no degli artisti targati Russia. Ancora una volta, ancora dopo quattro anni, ancora con due posizioni graniticamente contrapposte. Da una parte l’Europa, governo italiano compreso, a dire no alle opere provenienti da Mosca e a piazzare (avanti con la metafora) «another brick», un altro mattone sul muro. Dall’altra, in fremente solitudine, il presidente dell’ente culturale Pietrangelo Buttafuoco che ha dato il via libera a scultori, pittori, filosofi russi e vorrebbe trivellare un buco nel cemento ideologico. E dalla trincea sintetizza: «La Biennale deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni, capace di accogliere anche i Paesi in conflitto».
Sulla scacchiera geopolitica è messo male. È circondato e il rischio di affondare in Laguna è alto. C’è il warning di Bruxelles, c’è la lettera firmata da 22 Paesi membri che chiedono all’Italia di vietare la partecipazione dei russi, c’è la posizione del ministro della Cultura Alessandro Giuli («la scelta della Biennale è contraria all’opinione del governo italiano che rappresento»). Soprattutto c’è la minaccia della Commissione europea alla Fondazione di togliere i 2 milioni di finanziamento, con «la condanna all’apertura alla Russia perché in Europa la cultura deve salvaguardare i valori democratici, favorire il dialogo, la diversità e la libertà di espressione, valori che non sono rispettati nella Russia di oggi». Parole e musica del portavoce Thomas Regnier. Sintesi: allora boicottiamoli, facciamo come loro. Ancora una volta.
Il muro somiglia a quello di Berlino, visibile da lontano dai tempi di Fëdor Dostoevskij cacciato dall’Università Bicocca di Milano; dalla bacchetta del direttore d’orchestra Valerj Gergiev spezzata dal sindaco Giuseppe Sala che gli impedì di salire sul podio alla Scala; dal rifiuto conformista di sedersi a tavola accanto a chiunque scriva in cirillico. Neppure l’esempio delle Paralimpiadi (peraltro italiane) è servito a rasserenare gli animi: qui i russi hanno alzato la bandiera, l’inno sta risuonando in Val di Fiemme e a Cortina (quattro ori) come contrappunto alle loro vittorie senza che nulla accada. Senza contestazioni e senza indignazioni perché lo Sport, come la Cultura, vive in un mondo «altro» che non conosce divisioni. Se così non fosse, avremmo difficoltà a spiegare la presenza ai Giochi appena conclusi di Stati come l’Iran, con la sua sanguinaria dittatura teocratica.
Se Buttafuoco immagina dal 9 maggio una Biennale di respiro mondiale in grado di elevare le menti anche oltre la tragedia della guerra con le sue logiche di contrapposizione, ha ragione. Il suo sguardo dalla torre d’avvistamento di una città aperta come Venezia non può che essere questo, inclusivo nel senso più coraggioso del termine. Poiché, come teorizzava Luciano De Crescenzo, «eppure è sempre vero anche il contrario», dalla vicina torre di osservazione istituzionale il ministro della Cultura coglie legittimamente il rischio di mettere in imbarazzo Giorgia Meloni e di vedere svuotata di contenuti l’Esposizione, fiore all’occhiello del nostro Paese, se i firmatari (fra i quali Francia, Germania, Spagna, Portogallo) dovessero imporre alle loro delegazioni di non partecipare. Lo showdown è fra due amici di vecchia data, strumentalizzato dai media mainstream che non aspettavano altro per sguazzare dentro una polemica interna al centrodestra.
Il vicepremier Matteo Salvini parteggia per la partecipazione: «L’arte e lo sport avvicinano, di sicuro non allontanano». Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, è pronto ad accogliere i russi: «La Biennale è un’istituzione indipendente e libera, siamo in democrazia e non in una dittatura. Siamo con l’Ucraina senza se e senza ma, altra cosa è il popolo russo con cui non siamo in guerra. Abbiamo fatto un gemellaggio con Odessa, con la mia famiglia abbiamo ospitato profughi ucraini. Ma dicono che «chiunque tocca il mare tocca il mondo», Venezia è da sempre un luogo di diplomazia e di libertà».
Peraltro sarà molto difficile sfrattare la Russia visto che la Biennale è anche casa sua. È proprietaria del padiglione ai Giardini di Venezia dal 1914 come altri 29 paesi (quest’anno si è aggiunto il Qatar). Sono le nazioni riconosciute dall’Italia, a loro basta una comunicazione autonoma per partecipare. Come ha ricostruito Adnkronos, dopo l’invasione dell’Ucraina i russi avevano ritirato la delegazione mentre nel 2024 avevano concesso il padiglione alla Bolivia. L’anno scorso Mosca ha riaperto «la casa» veneziana per la Biennale di Architettura e il delegato culturale Mikhail Shvydkoy ha sottolineato che «nessuno può privare la Russia del diritto di espressione artistica». Allora non ci furono polemiche né sollevazioni. Quest’anno sono previste performance musicali, di poesia e di filosofia. Sempre che The Wall non si alzi come il Mose.
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Kaja Kallas e Ursula von der Leyen (Ansa)
Alla Commissione si accorgono che i vecchi tempi «non torneranno». Ma con le «transizioni» ci hanno già messi fuori gioco. Infatti Parigi critica l’attivismo di Bruxelles. E Berlino va da sola in cerca di materie prime.
«L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà». Con i loro tempi, a Bruxelles hanno attraversato le cinque fasi del lutto. Adesso sono arrivati all’ultima: l’accettazione. Così, ieri, Ursula von der Leyen ha potuto arringare gli ambasciatori dell’Ue, invitandoli a considerare che «non possiamo più fare affidamento» sul beneamato «sistema basato sulle regole» e che occorrono nuove strategie «per difendere i nostri interessi».
«Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua Carta», ha giurato la presidente della Commissione, «è parte essenziale di ciò che siamo». Ma se sullo scacchiere i nobili principi sembrano vigere soltanto a uso e consumo dei più forti, è inutile arrovellarsi sulla questione della legittimità dell’intervento di Usa e Israele in Iran: «Non si dovrebbero versare lacrime per il regime che ha inflitto morte e imposto repressione», ha tagliato corto la tedesca. D’altronde, l’Onu «ha bisogno di riforme» e gli europei devono darsi un obiettivo al passo con l’epoca: «Diventare più resilienti, più sovrani e più potenti». Colpo di scena: i burocrati dell’Unione ci hanno portati sull’orlo del baratro, consegnandoci ai dogmi delle «transizioni» assortite, che ci rendono tanto vulnerabili agli choc e, in prospettiva, non riducono, anzi, aggravano la nostra esposizione strutturale ad attori potenzialmente ostili; eppure, con nonchalance, questi stessi soloni salgono in cattedra. E discettano di una politica di potenza per l’Ue.
Come Ursula, anche Kaja Kallas. Da un lato, l’Alto rappresentante ancora vagheggia la possibilità di «ripristinare il diritto internazionale»; dall’altro, dinanzi al servizio diplomatico europeo, ha ammesso, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che «i principi che hanno guidato sinora le relazioni internazionali non sono più validi». Chi lo avvisa, Sergio Mattarella? «In questo contesto», ha spiegato la Kallas, «per promuovere gli interessi dell’Unione europea, è fondamentale guardare a una prospettiva più ampia». Quale? A parte le «intese sulla sicurezza con Australia, Islanda e Ghana», nonché la «modernizzazione» delle delegazioni Ue nel mondo, le priorità dell’estone rimangono quelle dei reduci dell’Urss: allargare a Est l’Unione per contrastare «l’imperialismo russo» e - udite udite - trasformare Bruxelles nell’«intermediario tra la produzione industriale dell’Ucraina» di intercettori di droni «e le esigenze militari dei Paesi del Medio Oriente». Luminoso futuro: diventare piazzisti delle armi di Volodymyr Zelensky. Come tutti i bravi broker, prenderemo le commissioni? In fondo, la Von der Leyen è stata chiara: «Il commercio non è solo economia, è potere».
La declinazione della nuova Realpolitik europea deve ancora essere definita nei dettagli. Però i contorni sono delineati. Sempre in una direzione si va a parare: eliminare il requisito dell’unanimità in Consiglio. «Non possiamo più permetterci il lusso del tempo per prendere decisioni nel modo in cui le abbiamo sempre prese e aspettarci che il mondo capisca», ha ammonito la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. «Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni e i nostri processi decisionali, pensati per un mondo di stabilità e multilateralismo, tengano il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda», ha rincarato la dose la Von der Leyen. La conseguenza del processo riformatore sarebbe un’ulteriore spinta centralista, destinata a mettere gli Stati contro la cabina di comando situata nei palazzi belgi: più sovranità europea significa meno sovranità nazionale. E nemmeno i più entusiasti paladini dell’Unione sono davvero d’accordo.
Ieri, Politico citava il malcontento di alcune cancellerie nei confronti del protagonismo di Ursula, che già era stata apertamente criticata dalla presidente dello Scudo democratico europeo, la transalpina macroniana Natalie Loiseau: «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», aveva tuonato subito dopo la chiamata ai leader del Paesi del Golfo, la settimana scorsa. Non è un caso che un secondo affondo sia arrivato ieri ancora dalla Francia: il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha invitato la Commissione ad «attenersi rigorosamente» ai trattati nell’esercizio delle proprie funzioni. Si sa che, quando parla di Ue, Parigi parla di sé. La Francia è l’unico Paese del Vecchio continente ad avere la capacità di proiettare la propria forza militare sulle lunghe distanze e, in questa guerra, intende portare avanti la sua agenda senza interferenze da Bruxelles. Ci ha già provato in Ucraina: l’iniziativa dei volenterosi, che Von der Leyen e compagnia hanno dovuto elogiare, viaggiava su binari paralleli rispetto a quelli dell’Ue. Comunque, pure la Germania preferisce fare da sola.
Dopo mesi di celebrazioni del Critical raw materials act, la normativa europea del 2024 che dovrebbe mettere al sicuro le catene di approvvigionamento strategiche, secondo il Financial Times, Berlino starebbe valutando di creare un meccanismo alla giapponese per limitare la dipendenza dalla Cina e garantirsi l’accesso alle materie prime critiche. I grandi gruppi industriali tedeschi, tra cui Bmw e Rheinmetall, starebbero lavorando con le associazioni di settore per creare un’agenzia dedicata all’acquisto congiunto di terre rare e litio, come fa la Japan organization for metal and energy security (Jogmec).
Peccato: proprio adesso che l’Europa ha capito tutto, nessuno si fida più di lei.
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Ansa
Quale sia l’obiettivo di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu è piuttosto evidente: non si fermeranno fino a quando gli ayatollah non alzeranno bandiera bianca.
O perlomeno fino a che i loro eserciti non avranno esaurito le scorte di missili. Altrettanto chiaro è l’obiettivo di ciò che resta del regime iraniano dopo l’uccisione di Khamenenon avendo scampo, proverà a coinvolgere nella guerra altri Paesi dell’area, nella speranza di gettare l’intera regione nel caos. Allo stesso tempo i pasdaran punteranno a vendere cara la pelle, giocando sull’aumento del prezzo del gas e del petrolio per rendere il conflitto costoso e insostenibile nel tempo. È per questo che hanno bloccato lo stretto di Hormuz, al cui imbocco stazionano migliaia di navi.
Detto ciò, se sono chiari sia gli obiettivi che le strategie dei contendenti, per quanto riguarda l’Europa si procede speditamente nel buio più fitto. Ursula von der Leyen si è presa il weekend per pensare, trascorso il quale non pare però aver ottenuto granché dalla riflessione. A parte generiche dichiarazioni, che sono state sovrastate da quelle dei leader dei singoli Paesi (vedi Macron), non sembra infatti avere alcuna strategia per affrontare la crisi. Lasciamo perdere il coinvolgimento diretto nel conflitto, con i droni di Teheran che hanno colpito una base aerea nella parte meridionale di Cipro. L’isola, oltre a far parte della Ue, dal primo gennaio ricopre la presidenza del Consiglio dell’Unione. Dunque, il bombardamento porterebbe a un coinvolgimento diretto dell’Europa, ma la baronessa che governa Bruxelles ha preferito far finta di niente.
Tuttavia, se è consentito ignorare un drone scagliato contro un aeroporto, più difficile è evitare di prendere posizione dinnanzi agli scossoni dell’economia. Con il prezzo del gas alle stelle e quello del petrolio intorno ai 100 dollari al barile (i Guardiani della rivoluzione sognano di farlo schizzare addirittura a 200), l’Europa rischia una sincope. Già l’economia del vecchio continente boccheggia, per via dell’aumento dei costi delle materie prime, dell’energia e dei dazi, ma se si aggiunge un rincaro del gasolio e del combustibile da riscaldamento c’è il pericolo concreto che entri in coma. Molti Paesi non sono ancora riusciti a riprendersi dallo shock causato dalla fine delle forniture a basso costo dalla Russia, misura inevitabile dopo le sanzioni imposte a Mosca a causa dell’invasione dell’Ucraina. Veder salire i prezzi dell’energia senza potersi rivolgere a fonti alternative a basso costo, perciò, sarebbe il colpo finale.
Ovviamente Ursula von der Leyen tutto questo lo sa. Ciò che invece non è in grado di immaginare è come si esce da un vicolo cieco che rischia di essere la tomba delle ambizioni di rilancio dell’economia europea. Gli investimenti nel green al momento non sono in grado di sostituire la produzione energetica derivante dal combustibile fossile. E nonostante la presidente Ue parli di accelerare il processo di transizione per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero, al momento a gas e petrolio non c’è alternativa.
Dunque? Un’idea ci sarebbe, ma richiede di dover ammettere di aver sbagliato tutto e, in particolare, di darla vinta all’odiato Putin. La soluzione, infatti, è raggiungere una tregua in Ucraina (senza i droni di Teheran potrebbe convenire anche a Mosca) e poi riaprire i gasdotti che Kiev ha sabotato. Vi pare una bestemmia? Forse lo è, se si considera che in quattro anni sono morti centinaia di migliaia di soldati, ma se il gas e il petrolio non possono arrivare dal Medioriente, è difficile immaginare che possano giungere da altre sponde. Del resto, come ha rivelato il Financial Times, già oggi l’Europa si prepara a una marcia indietro, riaprendo l’oleodotto russo che serve all’Ungheria. Fatta un’eccezione (per Orbán, il quale altrimenti avrebbe minacciato di bloccare le decisioni Ue), se ne può fare un’altra. La sola cosa certa è che l’Europa non può restare né al buio né al freddo. E dunque sono necessarie un po’ di fantasia e diplomazia per trovare la soluzione. A dire il vero serve anche un’altra cosa, ovvero che a guidare la Ue ci sia una statista, figura di cui al momento, a Bruxelles, non disponiamo. Purtroppo, ci è toccata una Von der Leyen e siccome siamo al secondo mandato della baronessa significa che l’Europa ama l’azzardo. Oppure è pronta al suicidio.
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