Gli italiani in Germania possono fare gli operai, i manovali, i cuochi e negli ultimi anni perfino i ristoratori e i medici. Ma non possono fare i banchieri. Sulle banche non si passa. Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica su Commerzbank, ma governo e sindacati non ne vogliono sentire parlare e per fermare gli italiani sta per entrare in campo anche la Cdp tedesca. Alla faccia delle regole Ue e del semaforo verde della Bce, oltre che della famosa reciprocità europea. Che evidentemente vale solo per l’Italia, dove Crédit Agricole e Bnp Paribas hanno fatto shopping e si muovono liberamente e i tedeschi, per dire, hanno in mano l’ex Alitalia.
La Germania non è un Paese qualsiasi, nell’architettura europea. Insieme alla Francia è la locomotiva economica e finanziaria, oltre che politica. La Commissione Ue, guidata da Ursula von der Leyen, ripete da anni che è necessario un robusto «consolidamento bancario» per rendere i nostri istituti competitivi anche per massa critica rispetto ai giganti inglesi e americani. Stessa linea da parte della Bce di Christine Lagarde, che vorrebbe anche l’unificazione bancaria, intesa come uno spazio in cui le banche dei 27 stati membri possono operare liberamente, con le stesse regole, lo stesso trattamento fiscale, la stessa trasparenza. E ieri è intervenuto sul tema anche il numero due di Francoforte, lo spagnolo Luis De Guindos, affermando che «l’unificazione bancaria e finanziaria europea è ormai una necessità» e auspicando «fusioni cross border nell’Unione europea».
A Berlino, però, fanno orecchi da mercante. Il governo, che ha il 12% della banca bavarese contro il 35% di Unicredit, sta pensando di mettere in campo la sua Cdp, ovvero la banca pubblica di investimenti Kfw (Kreditanstalt für Wiederaufbau), il vecchio istituto statale per la Ricostruzione. L’idea è quella di comprare un altro pacchetto di azioni Commerz e scavare una bella trincea. Anche perché ieri si è saputo che la banca d’affari americana Jefferies ha un 11% potenziale di Commerzbank in strumenti derivati. E l’istituto Usa ha notoriamente ottimi rapporti con la banca guidata da Andrea Orcel.
Così, ieri, è di nuovo intervenuto il cancelliere Friedrich Merz, decisamente a gamba tesa: «Non è questo (di Unicredit, ndr) il modo di trattare istituzioni come una banca tedesca, la Commerzbank». E ha accusato gli italiani di «distruggere la fiducia». Quasi un’accusa di lesa maestà, pronunciata di fronte a una platea di capitani d’azienda tedeschi.
I timori del governo e dei sindacati è che una Commerz tricolore faccia meno credito alle medie e grandi imprese tedesche e che tagli gli organici per ripagarsi della scalata. Intanto, però va detto che il titolo Commerzbank in un anno ha guadagnato il 55% alla Borsa di Francoforte, proprio grazie all’interesse di Unicredit. Ma la mossa di Kfw, se confermata, aggiunge un tocco surreale alla vicenda, perché se, a parti invertite, il governo di Giorgia Meloni, per difendere un ipotetico Mps da un’ipotetica offerta di una banca tedesca, avesse messo in campo i miliardi della Cdp, saremmo finiti di fronte ai tribunali Ue in 48 ore, crocifissi dall’Antitrust, dal nostro imperituro amico Valdis Dombrovskis, dal Financial Times e da gran parte dei commentatori economici di casa nostra. E anche se il settore è completamente diverso, nessuno in Italia ha fatto storie per il passaggio di Ita ai tedeschi di Lufthansa. È l’Unione, bellezza. Che però sulle sortite estere delle banche italiane non funziona.
La chiusura netta di Berlino è ancora più incredibile per il fatto che il cancelliere Friedrich Merz è un esperto banchiere ed è stato il numero uno in Germania di Blackrock, il più grande gestore di patrimoni del pianeta. Insomma, conosce le regole dell’alta finanza, si è sicuramente speso per la massima circolazione dei capitali ma, ora che è al governo, su Commerzbank tenta un arrocco medievale.
Alcune banche europee, in effetti, sembrano ancora avere il passaporto. Unicredit, però, non si capisce che passaporto abbia in tasca. In Germania è una banca italiana, nonostante controlli da anni anche una banca tedesca. In Italia, due anni fa, Matteo Salvini la definì «una banca straniera» e il governo di centrodestra usò il Golden power per bloccare l’acquisizione del Banco Bpm. In Russia, è una banca Ue che deve rispettare le sanzioni europee per l’invasione dell’Ucraina. E così nelle ultime ore Unicredit ha annunciato la cessione di gran parte delle proprie attività in Russia (sotto il cappello di AO Bank) a un gruppo privato con base negli Emirati Arabi. L’operazione sarà complessa e si concluderà entro il primo semestre del 2027, ovviamente dopo le relative autorizzazioni delle autorità di Mosca. Ma chissà che le sanzioni non cadano prima. Anche in questo caso, la fedeltà alle regole Ue, seppure su piani diversi, sembra univoca. Unicredit esce dal mercato russo in obbedienza alla posizione comune di Bruxelles sul conflitto, ma al momento, al di là delle belle parole, Ue e Bce consentono a Berlino di fare le barricate su una banca del famoso «mercato interno». C’è quasi da invidiare le banche emiratine, che hanno una libertà di manovra (e crescita) per noi ormai inimmaginabile.







