True
2019-03-23
Mattarella spiazza i fan. Uomo Usa? Mica vero, è lui che ha aperto ai cinesi
Ansa
Quanti diversi Sergio Mattarella esistono per i mainstream media italiani? E - soprattutto - quante semplificazioni, quanti schemini interpretativi troppo rigidi sono stati messi in campo da molti commentatori in questi mesi, rischiando di allontanare dalla comprensione, di rendere più difficile una lettura realistica ed equilibrata delle cose? Proprio la complicata - e non sempre chiarissima - vicenda del Memorandum of Understanding tra Cina e Italia che sarà firmato oggi si è incaricata di mettere in crisi molte «narrazioni» ufficiali. Proviamo a mettere a fuoco sei nodi, sei punti da provare a sviscerare in modo non banale.
1 Da molte settimane, alcuni descrivono l'intesa tra Pechino e Roma come il frutto di una fuga in avanti dell'iperattivo sottosegretario Michele Geraci. Si ricorda il suo viaggetto cinese con Luigi Di Maio (quello reso noto dalla tarantella mediatica sul volo in economy), più una raffica di interviste, e un intenso lavorio, si evince tutt'altro che sgradito alla Cina, dove peraltro Geraci ha lavorato per ben dieci anni. Ma, con tutto il rispetto per il sottosegretario – economista e sinofilo – che ieri mattina cantava vittoria sulle colonne del Financial Times, solo gli ingenui possono credere che abbia fatto tutto da sé, senza che altri se ne accorgessero. Vasti settori istituzionali – a seconda dei punti di vista: purtroppo o per fortuna – hanno concorso alla scelta, o l'hanno avallata. Lo stesso vertice al Quirinale del 13 marzo scorso, quando Sergio Mattarella convocò mezzo governo (il premier Conte, i due vicepremier Salvini e Di Maio, svariati ministri a partire dal titolare della Farnesina Moavero) fu presentato dai media schiacciati sul Quirinale (cioè quasi tutti) come un'occasione in cui il Capo dello Stato aveva posto dei «paletti», aveva «transennato» l'accordo, quasi come un preside costretto a richiamare gli alunni troppo precipitosi. La sensazione è che non sia andata così: quel vertice - più che un freno - fu un avallo del Colle, un timbro del Quirinale all'intesa.
2 Per mesi, i soliti giornaloni hanno descritto il presidente Mattarella come un campione di atlantismo, come il titolare di un filodiretto con Washington. Anche qui, una lettura sfocata: semmai, Mattarella appartiene a una tradizione di sinistra Dc che, almeno da Vittorino Colombo in poi, ha sempre subìto una fascinazione filo-Pechino. Per non dire dell'attenzione democristiana al Vaticano, oggi lanciato in una strategia di intesa con la Cina, anche sacrificando – questa è l'opinione di molti – la libertà religiosa dei cattolici cinesi. È a quelle filiere che Mattarella sembra richiamarsi: e non a caso, nei suoi discorsi dell'altro ieri e di ieri, si è esposto moltissimo a favore della Cina. Tutte cose – è da immaginare – che a Washington non saranno piaciute.
3 Chi in modo ingenuo, chi in modo sincero, molti leader politici italiani tentano da giorni di derubricare la valenza dell'accordo, di presentarlo come occasione commerciale, senza grande valenza geopolitica. Ma due giorni fa ci ha pensato proprio il presidente cinese Xi, dalla prima pagina del Corriere della Sera, a smentirli, affermando la portata strategica dell'intesa. E le immagini di ieri e di oggi avranno (viste da Washington) una forza simbolica: con Pechino che fa intendere a Trump di «essere entrata in casa» del paese ritenuto più amico dell'attuale amministrazione Usa.
4 Guai a sottovalutare le reazioni americane. L'amministrazione Trump ha aperto un ombrello di amicizia verso l'Italia in questi mesi: sia sulla Libia (rispetto alle ambizioni francesi), sia nella dura trattativa con Bruxelles sulla legge di bilancio, sia alimentando fiducia verso i nostri titoli del debito pubblico. Si tratta di cose che tutti – non solo il governo – dovrebbero considerare.
5 La sinistra ha ben pochi motivi per pontificare. Proprio La Verità ha ricordato in questi giorni che cinque anni fa furono Renzi e Padoan (gran cerimoniere l'allora presidente di Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini) a celebrare la cessione al gigante di stato cinese China State Grid del 35% di Cdp Reti, la società della Cassa depositi e prestiti che si occupa delle reti (rete elettrica, rete gas, ecc), cioè l'asset forse in assoluto più strategico.
6 Attenzione al tema telecomunicazioni e 5G. Da giorni, gli attori italiani si sbracciano per dire che il tema è di fatto escluso dall'intesa. Ma proprio Xi, sempre dalla prima del Corriere, ha esplicitamente scritto il contrario, smentendo clamorosamente la controparte italiana. E le dichiarazioni del Quirinale dell'altro ieri («I nuovi strumenti di scienza e tecnologia siano utilizzati e regolati insieme, per la collaborazione e non per competizione e predominio, con cui ciascuno ne riceverebbe minor beneficio») non sono parse granché convincenti: davvero qualcuno è convinto di poter indurre Pechino a decidere pariteticamente con l'Italia?
«Fra i nostri Paesi nessun conflitto»
Il presidente cinese Xi Jinping ha incontrato ieri, al Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Accompagnato dalla moglie, il leader cinese si è recato al Colle: sono stati suonati gli inni nazionali italiano e cinese ed è stata issata anche la bandiera della Repubblica Popolare. Successivamente, i due capi di Stato sono entrati nel palazzo per dare inizio al loro incontro.
«La cooperazione tra Italia e Cina sarà rafforzata con intese commerciali», ha dichiarato Mattarella dopo il colloquio con il leader cinese. «La firma del Memorandum è cornice ideale per imprese italiane e cinesi» e - ha proseguito - la Via della seta «è una strada a doppio senso». «Il 2020 sarà l'anno culturale e del turismo tra Italia e Cina», ha continuato il capo dello Stato, per poi ribadire l'auspicio di «rimuovere le barriere per i prodotti italiani». Mattarella si è poi augurato che Roma e Pechino possano avviare un dialogo dedicato alla spinosa questione dei diritti umani.
Il presidente cinese, dal canto suo, è apparso soddisfatto, definendo quello con Mattarella un «incontro fruttuoso». La Cina «vuole uno scambio commerciale a due sensi», ha affermato Xi Jinping. Pechino e Roma «sono due importanti forze nel mondo per salvaguardare la pace e promuovere lo sviluppo», ha proseguito il presidente cinese, per poi dichiarare: «I rapporti tra Cina e Ue sono molto importanti, guardiamo con favore a una Unione Europea unita, stabile, aperta e prospera», sottolineando di «guardare con rispetto al dibattito in corso all'interno dell'Europa» e di essere «ottimista» che i problemi potranno essere superati, dal momento che la direzione intrapresa è quella «giusta». Il presidente cinese - raccogliendo l'invito di Mattarella - si è inoltre detto disponibile a dialogare con l'Unione Europea in materia di diritti umani. «Cina e Italia sono partner strategici con mutuo rispetto e fiducia. Fra di noi non c'è nessun conflitto di interesse e sappiamo entrambi come rispettare le preoccupazioni della controparte», ha affermato Xi Jinping incontrando - insieme al presidente italiano - i rappresentanti del Business forum, del Forum culturale e del Forum sulla cooperazione nei Paesi terzi. Il leader cinese ha quindi affermato che Cina e Italia «dovrebbero mantenere scambi ad alto livello» dando inoltre «il benvenuto al presidente Mattarella perché visiti ancora la Cina».
Successivamente Xi si è recato al Senato, dove ha incontrato il presidente, Maria Elisabetta Casellati, la quale - nel corso del colloquio - ha dichiarato: «La sua visita qui è un segno di grande attenzione e vicinanza alle istituzioni parlamentari, che sottolinea l'amicizia e il rispetto che legano i nostri Paesi". In particolare, l'incontro si è concentrato sullo scambio culturale tra le due nazioni, nell'auspicio di una sempre crescente cooperazione. Il leader cinese ha infine incontrato il presidente della Camera Roberto Fico, il quale ha evidenziato come «dal Parlamento italiano» ci sia «grande interesse ai rapporti con la Cina, come dimostra il dibattito alla Camera di pochi giorni fa con il presidente del Consiglio». Per poi aggiungere: «Siamo pronti a riattivare il protocollo di collaborazione parlamentare fra Camera dei deputati e Assemblea nazionale del popolo cinese inaugurato nel 2001».
L'intensa giornata del presidente cinese si è quindi conclusa con una cena al Quirinale alla presenza di centosessanta ospiti.
Dagli appalti al fisco: i punti del patto
Il Memorandum of Understanding tra Roma e Pechino si avvia ad essere firmato oggi. Italia e Cina si impegneranno così a collaborare nel più ampio contesto della Belt and road initiative: un'iniziativa strategica, annunciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, per espandere l'influenza del Dragone nella regione euroasiatica. Un impegno importante che ha visto la Repubblica popolare investire, sino ad oggi, settecento miliardi di dollari in sessantacinque Paesi.
In quest'ottica, l'accordo quadro dovrebbe comportare un generale rafforzamento dei legami commerciali e delle relazioni politico-diplomatiche tra i due partner. Più nello specifico, uno degli obiettivi del memorandum è quello di incrementare il libero scambio tra i due Paesi: Roma e Pechino puntano infatti ad aumentare gli investimenti bilaterali, la cooperazione nel settore industriale, oltre che a promuovere una maggiore integrazione tra i rispettivi mercati. Sotto questo aspetto, una particolare attenzione sarà riservata agli appalti e alla questione della proprietà intellettuale. Nella fattispecie, l'accordo intende «realizzare scambi commerciali e investimenti aperti e liberi, per contrastare gli eccessivi squilibri macroeconomici, e opporsi all'unilateralismo e al protezionismo», Inoltre, al di là delle mere dinamiche commerciali, un altro punto fondamentale dell'accordo si rivelerà la finanza: verrà infatti istituito un coordinamento bilaterale sulle politiche fiscali e sulle riforme strutturali. Il tutto, rinsaldando la collaborazione tra le istituzioni finanziarie italiane e cinesi.
Una notevole importanza verrà poi conferita agli scambi culturali: l'accordo mira infatti a «sviluppare la rete di gemellaggio tra le città, e a sfruttare appieno la piattaforma dei Meccanismi di cooperazione culturale tra l'Italia e la Cina per portare a termine il gemellaggio tra i siti Unesco dei rispettivi Paesi, allo scopo di promuovere la collaborazione su istruzione, cultura, scienze, innovazione, salute, turismo e benessere pubblico tra le rispettive amministrazioni». Tutto questo, auspicando l'incremento delle collaborazioni tra i think tank e le università.
Infine, il memorandum si trova ad affrontare la questione dell'ambiente: Roma e Pechino si impegnano a «sostenere pienamente l'obiettivo di sviluppare la connettività tramite un approccio sostenibile ed ecologico, promuovendo attivamente la tendenza globale verso lo sviluppo ecologico, circolare e a basse emissioni di carbonio». Sotto questo profilo, i due Paesi dichiarano di voler agire nel rispetto degli accordi di Parigi, con l'obiettivo di contrastare l'inquinamento e il cambiamento climatico. Nelle prossime ore, nel contesto di questo accordo quadro saranno siglate una serie di specifiche intese economiche e istituzionali: nel dettaglio si parla di trenta accordi (undici fra enti privati e diciannove istituzionali) tra aziende italiane e cinesi per un valore globale di almeno sette miliardi di euro. Si tratta di accordi che mireranno evidentemente a rafforzare i legami già esistenti tra Pechino e Roma.
Si pensi che, nel 2018, i rapporti commerciali tra Italia e Cina hanno raggiunto un valore di circa quarantaquattro miliardi di euro: di questi, il 40% afferirebbe alla sola Lombardia per un giro d'affari da 17,6 miliardi di euro. Senza poi trascurare che, secondo la Fondazione Italia-Cina, le imprese cinesi a partecipazione italiana risulterebbero più di 1.700, per un volume d'affari complessivo di ventidue miliardi di euro.
Continua a leggereRiduci
Indicato come il padre severo che richiama i monelli del governo alla fedeltà atlantica, in realtà il presidente si è esposto moltissimo in favore dell'accordo.Xi Jinping ha incontrato il capo dello Stato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati e ha chiarito di «guardare con rispetto al dibattito in corso all'interno della Ue».Nel Memorandum, i due Stati si impegnano a «realizzare scambi commerciali e investimenti aperti e liberi, per contrastare gli squilibri dell'unilateralismo».Lo speciale contiene tre articoli.Quanti diversi Sergio Mattarella esistono per i mainstream media italiani? E - soprattutto - quante semplificazioni, quanti schemini interpretativi troppo rigidi sono stati messi in campo da molti commentatori in questi mesi, rischiando di allontanare dalla comprensione, di rendere più difficile una lettura realistica ed equilibrata delle cose? Proprio la complicata - e non sempre chiarissima - vicenda del Memorandum of Understanding tra Cina e Italia che sarà firmato oggi si è incaricata di mettere in crisi molte «narrazioni» ufficiali. Proviamo a mettere a fuoco sei nodi, sei punti da provare a sviscerare in modo non banale. 1 Da molte settimane, alcuni descrivono l'intesa tra Pechino e Roma come il frutto di una fuga in avanti dell'iperattivo sottosegretario Michele Geraci. Si ricorda il suo viaggetto cinese con Luigi Di Maio (quello reso noto dalla tarantella mediatica sul volo in economy), più una raffica di interviste, e un intenso lavorio, si evince tutt'altro che sgradito alla Cina, dove peraltro Geraci ha lavorato per ben dieci anni. Ma, con tutto il rispetto per il sottosegretario – economista e sinofilo – che ieri mattina cantava vittoria sulle colonne del Financial Times, solo gli ingenui possono credere che abbia fatto tutto da sé, senza che altri se ne accorgessero. Vasti settori istituzionali – a seconda dei punti di vista: purtroppo o per fortuna – hanno concorso alla scelta, o l'hanno avallata. Lo stesso vertice al Quirinale del 13 marzo scorso, quando Sergio Mattarella convocò mezzo governo (il premier Conte, i due vicepremier Salvini e Di Maio, svariati ministri a partire dal titolare della Farnesina Moavero) fu presentato dai media schiacciati sul Quirinale (cioè quasi tutti) come un'occasione in cui il Capo dello Stato aveva posto dei «paletti», aveva «transennato» l'accordo, quasi come un preside costretto a richiamare gli alunni troppo precipitosi. La sensazione è che non sia andata così: quel vertice - più che un freno - fu un avallo del Colle, un timbro del Quirinale all'intesa.2 Per mesi, i soliti giornaloni hanno descritto il presidente Mattarella come un campione di atlantismo, come il titolare di un filodiretto con Washington. Anche qui, una lettura sfocata: semmai, Mattarella appartiene a una tradizione di sinistra Dc che, almeno da Vittorino Colombo in poi, ha sempre subìto una fascinazione filo-Pechino. Per non dire dell'attenzione democristiana al Vaticano, oggi lanciato in una strategia di intesa con la Cina, anche sacrificando – questa è l'opinione di molti – la libertà religiosa dei cattolici cinesi. È a quelle filiere che Mattarella sembra richiamarsi: e non a caso, nei suoi discorsi dell'altro ieri e di ieri, si è esposto moltissimo a favore della Cina. Tutte cose – è da immaginare – che a Washington non saranno piaciute. 3 Chi in modo ingenuo, chi in modo sincero, molti leader politici italiani tentano da giorni di derubricare la valenza dell'accordo, di presentarlo come occasione commerciale, senza grande valenza geopolitica. Ma due giorni fa ci ha pensato proprio il presidente cinese Xi, dalla prima pagina del Corriere della Sera, a smentirli, affermando la portata strategica dell'intesa. E le immagini di ieri e di oggi avranno (viste da Washington) una forza simbolica: con Pechino che fa intendere a Trump di «essere entrata in casa» del paese ritenuto più amico dell'attuale amministrazione Usa. 4 Guai a sottovalutare le reazioni americane. L'amministrazione Trump ha aperto un ombrello di amicizia verso l'Italia in questi mesi: sia sulla Libia (rispetto alle ambizioni francesi), sia nella dura trattativa con Bruxelles sulla legge di bilancio, sia alimentando fiducia verso i nostri titoli del debito pubblico. Si tratta di cose che tutti – non solo il governo – dovrebbero considerare.5 La sinistra ha ben pochi motivi per pontificare. Proprio La Verità ha ricordato in questi giorni che cinque anni fa furono Renzi e Padoan (gran cerimoniere l'allora presidente di Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini) a celebrare la cessione al gigante di stato cinese China State Grid del 35% di Cdp Reti, la società della Cassa depositi e prestiti che si occupa delle reti (rete elettrica, rete gas, ecc), cioè l'asset forse in assoluto più strategico.6 Attenzione al tema telecomunicazioni e 5G. Da giorni, gli attori italiani si sbracciano per dire che il tema è di fatto escluso dall'intesa. Ma proprio Xi, sempre dalla prima del Corriere, ha esplicitamente scritto il contrario, smentendo clamorosamente la controparte italiana. E le dichiarazioni del Quirinale dell'altro ieri («I nuovi strumenti di scienza e tecnologia siano utilizzati e regolati insieme, per la collaborazione e non per competizione e predominio, con cui ciascuno ne riceverebbe minor beneficio») non sono parse granché convincenti: davvero qualcuno è convinto di poter indurre Pechino a decidere pariteticamente con l'Italia? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/52pt-mattarella-spiazza-i-fan-uomo-usa-mica-vero-e-lui-che-ha-aperto-ai-cinesi-2632498760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fra-i-nostri-paesi-nessun-conflitto" data-post-id="2632498760" data-published-at="1781262836" data-use-pagination="False"> «Fra i nostri Paesi nessun conflitto» Il presidente cinese Xi Jinping ha incontrato ieri, al Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Accompagnato dalla moglie, il leader cinese si è recato al Colle: sono stati suonati gli inni nazionali italiano e cinese ed è stata issata anche la bandiera della Repubblica Popolare. Successivamente, i due capi di Stato sono entrati nel palazzo per dare inizio al loro incontro. «La cooperazione tra Italia e Cina sarà rafforzata con intese commerciali», ha dichiarato Mattarella dopo il colloquio con il leader cinese. «La firma del Memorandum è cornice ideale per imprese italiane e cinesi» e - ha proseguito - la Via della seta «è una strada a doppio senso». «Il 2020 sarà l'anno culturale e del turismo tra Italia e Cina», ha continuato il capo dello Stato, per poi ribadire l'auspicio di «rimuovere le barriere per i prodotti italiani». Mattarella si è poi augurato che Roma e Pechino possano avviare un dialogo dedicato alla spinosa questione dei diritti umani. Il presidente cinese, dal canto suo, è apparso soddisfatto, definendo quello con Mattarella un «incontro fruttuoso». La Cina «vuole uno scambio commerciale a due sensi», ha affermato Xi Jinping. Pechino e Roma «sono due importanti forze nel mondo per salvaguardare la pace e promuovere lo sviluppo», ha proseguito il presidente cinese, per poi dichiarare: «I rapporti tra Cina e Ue sono molto importanti, guardiamo con favore a una Unione Europea unita, stabile, aperta e prospera», sottolineando di «guardare con rispetto al dibattito in corso all'interno dell'Europa» e di essere «ottimista» che i problemi potranno essere superati, dal momento che la direzione intrapresa è quella «giusta». Il presidente cinese - raccogliendo l'invito di Mattarella - si è inoltre detto disponibile a dialogare con l'Unione Europea in materia di diritti umani. «Cina e Italia sono partner strategici con mutuo rispetto e fiducia. Fra di noi non c'è nessun conflitto di interesse e sappiamo entrambi come rispettare le preoccupazioni della controparte», ha affermato Xi Jinping incontrando - insieme al presidente italiano - i rappresentanti del Business forum, del Forum culturale e del Forum sulla cooperazione nei Paesi terzi. Il leader cinese ha quindi affermato che Cina e Italia «dovrebbero mantenere scambi ad alto livello» dando inoltre «il benvenuto al presidente Mattarella perché visiti ancora la Cina». Successivamente Xi si è recato al Senato, dove ha incontrato il presidente, Maria Elisabetta Casellati, la quale - nel corso del colloquio - ha dichiarato: «La sua visita qui è un segno di grande attenzione e vicinanza alle istituzioni parlamentari, che sottolinea l'amicizia e il rispetto che legano i nostri Paesi". In particolare, l'incontro si è concentrato sullo scambio culturale tra le due nazioni, nell'auspicio di una sempre crescente cooperazione. Il leader cinese ha infine incontrato il presidente della Camera Roberto Fico, il quale ha evidenziato come «dal Parlamento italiano» ci sia «grande interesse ai rapporti con la Cina, come dimostra il dibattito alla Camera di pochi giorni fa con il presidente del Consiglio». Per poi aggiungere: «Siamo pronti a riattivare il protocollo di collaborazione parlamentare fra Camera dei deputati e Assemblea nazionale del popolo cinese inaugurato nel 2001». L'intensa giornata del presidente cinese si è quindi conclusa con una cena al Quirinale alla presenza di centosessanta ospiti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/52pt-mattarella-spiazza-i-fan-uomo-usa-mica-vero-e-lui-che-ha-aperto-ai-cinesi-2632498760.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dagli-appalti-al-fisco-i-punti-del-patto" data-post-id="2632498760" data-published-at="1781262836" data-use-pagination="False"> Dagli appalti al fisco: i punti del patto Il Memorandum of Understanding tra Roma e Pechino si avvia ad essere firmato oggi. Italia e Cina si impegneranno così a collaborare nel più ampio contesto della Belt and road initiative: un'iniziativa strategica, annunciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, per espandere l'influenza del Dragone nella regione euroasiatica. Un impegno importante che ha visto la Repubblica popolare investire, sino ad oggi, settecento miliardi di dollari in sessantacinque Paesi. In quest'ottica, l'accordo quadro dovrebbe comportare un generale rafforzamento dei legami commerciali e delle relazioni politico-diplomatiche tra i due partner. Più nello specifico, uno degli obiettivi del memorandum è quello di incrementare il libero scambio tra i due Paesi: Roma e Pechino puntano infatti ad aumentare gli investimenti bilaterali, la cooperazione nel settore industriale, oltre che a promuovere una maggiore integrazione tra i rispettivi mercati. Sotto questo aspetto, una particolare attenzione sarà riservata agli appalti e alla questione della proprietà intellettuale. Nella fattispecie, l'accordo intende «realizzare scambi commerciali e investimenti aperti e liberi, per contrastare gli eccessivi squilibri macroeconomici, e opporsi all'unilateralismo e al protezionismo», Inoltre, al di là delle mere dinamiche commerciali, un altro punto fondamentale dell'accordo si rivelerà la finanza: verrà infatti istituito un coordinamento bilaterale sulle politiche fiscali e sulle riforme strutturali. Il tutto, rinsaldando la collaborazione tra le istituzioni finanziarie italiane e cinesi. Una notevole importanza verrà poi conferita agli scambi culturali: l'accordo mira infatti a «sviluppare la rete di gemellaggio tra le città, e a sfruttare appieno la piattaforma dei Meccanismi di cooperazione culturale tra l'Italia e la Cina per portare a termine il gemellaggio tra i siti Unesco dei rispettivi Paesi, allo scopo di promuovere la collaborazione su istruzione, cultura, scienze, innovazione, salute, turismo e benessere pubblico tra le rispettive amministrazioni». Tutto questo, auspicando l'incremento delle collaborazioni tra i think tank e le università. Infine, il memorandum si trova ad affrontare la questione dell'ambiente: Roma e Pechino si impegnano a «sostenere pienamente l'obiettivo di sviluppare la connettività tramite un approccio sostenibile ed ecologico, promuovendo attivamente la tendenza globale verso lo sviluppo ecologico, circolare e a basse emissioni di carbonio». Sotto questo profilo, i due Paesi dichiarano di voler agire nel rispetto degli accordi di Parigi, con l'obiettivo di contrastare l'inquinamento e il cambiamento climatico. Nelle prossime ore, nel contesto di questo accordo quadro saranno siglate una serie di specifiche intese economiche e istituzionali: nel dettaglio si parla di trenta accordi (undici fra enti privati e diciannove istituzionali) tra aziende italiane e cinesi per un valore globale di almeno sette miliardi di euro. Si tratta di accordi che mireranno evidentemente a rafforzare i legami già esistenti tra Pechino e Roma. Si pensi che, nel 2018, i rapporti commerciali tra Italia e Cina hanno raggiunto un valore di circa quarantaquattro miliardi di euro: di questi, il 40% afferirebbe alla sola Lombardia per un giro d'affari da 17,6 miliardi di euro. Senza poi trascurare che, secondo la Fondazione Italia-Cina, le imprese cinesi a partecipazione italiana risulterebbero più di 1.700, per un volume d'affari complessivo di ventidue miliardi di euro.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
Continua a leggereRiduci