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2021-01-15
Zinga scommette sul voto per monopolizzare il Pd e segare le gambe al M5s
Andrea Orlando (Samantha Zucchi/Insidefoto/Mondadori Portfolio via Getty Images)
Ieri è stata una giornata davvero campale, per Nicola Zingaretti. Mentre prosegue la strana precrisi causata dalle dimissioni della pattuglietta ministeriale di Italia viva, il segretario del Partito democratico ha inanellato una serie di dichiarazioni tra il pugnace e l'aggressivo, mostrando un volto lontano dal suo carattere pacioso. «C'è un dato che non può essere cancellato dalle nostre analisi», ha tuonato Zingaretti, «ed è l'inaffidabilità politica di Italia viva: un dato che credo dovremmo tenere in considerazione comunque, e che mina la stabilità in qualsiasi scenario si possa immaginare un coinvolgimento (del Pd, ndr) e una nuova possibile ripartenza».
Parole dure come staffilate, che sembrano voler bloccare un qualsiasi dialogo con Matteo Renzi e con i renziani, tagliando preventivamente le gambe a un Conte ter. Ma Zingaretti poi ha negato spazio anche a ogni ipotesi di allargamento della maggioranza, spiegando sia «impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista», perché il Pd «non si può permettere di governare con chi si è identificato con Donald Trump». Ieri, insomma, l'avvolgente segretario democratico s'è trasformato di colpo nel personaggio più divisivo sulla scena, il più arroccato e oltranzista. Nessuna disponibilità, nessuna apertura.
Anche per questo, forse, ieri giravano strane voci nei corridoi della politica: voci che ipotizzano che la strategia sommersa del segretario democratico non stia affatto rivolgendosi al reclutamento di una pattuglia di «responsabili», o a un rimescolamento di carte che dia vita a un nuovo governo, ma al contrario stia puntando la prua dritta sulle elezioni anticipate in giugno. In base a questo retroscena, con il passaggio elettorale Zingaretti cercherebbe di garantirsi due risultati personalmente positivi. Il primo è quello, fondamentale, d'impadronirsi davvero del suo partito. Divenutone segretario nel marzo 2019, Zingaretti ha infatti ereditato i gruppi parlamentari candidati e fatti eleggere nel marzo 2018 da un vertice politico che era a immagine e somiglianza del suo predecessore, cioè Renzi. Se si tornasse a votare, invece, Zinga potrebbe organizzare liste zeppe di fedeli e fedelissmi. E potrebbe anche regalare più spazio elettorale all'ala che come lui proviene dal vecchio Partito comunista (e poi è trasmigrata nei Democratici di sinistra), quella metà abbondante del Pd che i vecchi compagni come Pierluigi Bersani si ostinano a definire nostalgicamente «la Ditta».
Il secondo obiettivo è meno personalistico-ideologico, e più concreto. Zingaretti non vede l'ora di sciogliersi dal disastroso abbraccio con il Movimento 5 stelle, la cui inconsistenza e incoerenza provocano ormai imbarazzi quotidiani. I bene informati dicono che con questi compagni di strada, Zingaretti non se la sentirebbe più di caricare sul Pd le gravose (e pericolose) responsabilità di governo che si stanno addensando nel periodo più difficile nella storia repubblicana. Del resto, è sempre più evidente che un esecutivo in condominio con i grillini non ha le caratteristiche tecniche per affrontare le prossime settimane e i prossimi mesi, quando arriveranno al pettine i più spaventosi problemi degli ultimi decenni. Per di più con la matematica certezza che ogni mossa, ogni decisione, ogni scelta comporterà rischi politici a dir poco mortali. Zingaretti si starebbe facendo convincere al voto anche suoi sondaggi, che generosamente prevedono per il Pd tra il 22 e il 25% dei consensi: in base a questi dati, la pattuglia democratica alla Camera e al Senato non dovrebbe essere molto più piccola di oggi. E comunque sarebbe più numerosa di quella grillina.
Il retroscena vuole anche che sull'idea delle elezioni si sia velocemente allineata a Zingaretti un po' tutta la componente del Pd che viene dal Pci. Ieri anche il vicesegretario Andrea Orlando ha sparato ad alzo zero contro Renzi, dichiarato che «con una crisi economica galoppante, Italia viva s'è assunta la responsabilità di provocare una crisi che getta il Paese nell'incertezza e nella confusione». E ha aggiunto, con toni poco ottimistici: «Avevamo detto che si sarebbe creata una situazione di confusione e un salto nel buio. I nostri appelli non sono stati ascoltati e purtroppo questo è avvenuto». Come a dire: ora non c'è davvero più nulla da fare.
Che il Pd non sia unito, del resto, ieri è emerso plasticamente dalle dichiarazioni della sua altra ala, quella «democristiana» che alla dissoluzione della Dc era confluita nella Margherita e oggi farebbe di tutto pur di evitare le urne, uno sbocco che vivrebbe come un disastro. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ieri si è sbracciato alla ricerca dei famosi «responsabili» e si è appellato alla «massima unità del Pd, che è il partito della responsabilità e della ricerca della soluzione a questa crisi». Sulla stessa linea Graziano Delrio, capogruppo alla Camera: «Vogliamo che la crisi sia parlamentarizzata», ha proposto, perché si possa andare alla ricerca di ogni possibile soluzione. La stessa posizione aperturista è venuta da un altro esponente «popolare» del Pd, il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini: anche lui si è appellato ai responsabili e ha chiesto di «dialogare apertamente e alla luce del sole con chiunque sia disponibile a sostenere un governo europeista, in grado di gestire l'emergenza sanitaria». Se il retroscena è giusto, insomma, la sigla Pd ormai potrebbe significare «Partito diviso» (in due).
La silente ascesa di Lady Viminale. Da capro espiatorio a jolly del Bullo
Da pedina di scambio ad asso della manica, s'intona la fanfara per Luciana Lamorgese. Fino a ieri il ministro dell'Interno era la carta più sacrificabile del mazzo: un passo indietro lei e uno in avanti per Ettore Rosato, coordinatore nazionale di Italia viva. All'ex prefetto di Milano sarebbe invece finita la delega ai servizi segreti, che il premier era costretto a cedere per accontentare l'indomito Matteo Renzi. Scacco matto. Ma lo strappo finale ha rimescolato ambizioni e strategie. Così la vittima sacrificale del rimpastone si trasforma nella possibile quadratura del cerchio. Una mossa che, nel domino innescato dal Rottamatore diventato Rompitore, potrebbe soddisfare anche Pd, 5 stelle e il Quirinale, che ha voluto Lamorgese al Viminale. È colei che, al momento, placherebbe pure le ire dei due acciaccati protagonisti della crisi. Innanzitutto il premier, Giuseppe Conte. E lo stesso Renzi, che ha sibilato il nome risolutivo a un gruppetto di fedelissimi parlamentari. Già pronto a menar vanto sulla prima donna presidente del Consiglio, perfino invisa ai detestati leghisti.
Lamorgese potrebbe allora miracolosamente rinsaldare la detronizzata maggioranza. Perché l'obiettivo del fondatore di Italia viva resta quello di aggrapparsi con ogni forza a un governo istituzionale che arrivi a fine legislatura. Un esecutivo con quasi tutti dentro. Possibilmente, guidato da una personalità che non offuschi le sue lunari, ma ancora indomite, velleità. E il Jep Gambardella di Rignano, come il protagonista della Grande bellezza, non vuole solo partecipare alle feste, ma vuole avere il potere di farle fallire. La scalata del ministro dell'Interno a Palazzo Chigi sarebbe, insomma, il degno coronamento di questa egolatrica corsa a perdifiato nel buio.
Da accessoria a indispensabile, la parabola di Lady Viminale è l'esemplificazione dell'impazzimento. Nonché il sintomo della debolezza di Pd e 5 stelle, incapaci di uscire dall'angolo. Certo, rimane una selva di condizionali e subordinate. Ma fra tutti i nomi che continuano a volteggiare, quello di Luciana Lamorgese resta uno di quelli che potrebbero rimetterebbe in sesto l'esecutivo senza ulteriori e perigliosi traumi. È un tecnica, seppur connotata ideologicamente. È una servitrice della patria destinata a non far ombra a nessun leader, perfetta per galleggiare fino a nuove elezioni. E piace anche al premier, che difatti era pronto ad affidare nelle sue felpate mani quella delega che, fino a poco tempo fa, avrebbe concesso solo «a un alter ego oppure a un fratello». E siccome non li ha, maramaldeggiava, «preferisco tenermi la rogna».
Insomma, Luciana sarebbe una Giuseppi in (austera) gonnella. Nata a Potenza 67 anni fa, sposata con un infettivologo, due figlie. Il padre, Italo, è un ex prefetto. Lei ne segue le orme: prima a Varese, poi a Venezia. Nel 2013 diventa capo di gabinetto dell'allora ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Quattro anni più tardi viene promossa prefetto di Milano. Si dedica agli sgomberi e soprattutto all'accoglienza di profughi e clandestini. Battaglia con i sindaci leghisti che osano contestare la ripartizione dei nuovi arrivati nei comuni del territorio. Ruolo che le garantisce i galloni da paladina e la futura nomina al Viminale. Nell'attesa, dopo la meritata pensione giunta a novembre 2018, diventa consigliere di Stato, proprio su indicazione di Conte. In realtà, anche lei sembrava destinata a entrare nel governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la vorrebbe già come ministro dell'Interno a maggio 2018, mentre tenta di formare un esecutivo guidato da Carlo Cottarelli. Ma l'ipotesi naufraga. Nasce l'alleanza giallorossa tra 5 stelle e Lega. E il posto destinato a Lamorgese viene occupato dall'antitetico leader della Lega.
I desiderata quirinalizi, però, vengono solo rimandati. Nell'estate 2019 la nascita del Conte bis diventa l'occasione perfetta per chiamarle all'altissimo incarico. Il suo compito principale sarà quello di scardinare i decreti sicurezza voluti dal capo del Carroccio. Nonostante l'impegno profuso, solo un mese fa l'impianto salviniano viene smontato. Con la Lega che ribattezza la nuova fatica normativa: «È il decreto clandestini». Nei mesi precedenti Lamorgese si impegna pure negli sbandierati accordi internazionali per la redistribuzione, rimasti teorici. Nel frattempo, gli sbarchi di clandestini sono triplicati. E la gestione del Viminale, soprattutto la scorsa estate, è desolante. Negli hotspot siciliani «i migranti sono ammassati come bestiame», accusa il governatore isolano Nello Musumeci, mentre cresce la psicosi dei contagi tra i residenti. Più recentemente, brilla l'ultima trovata, risalente a qualche giorno fa. Il Viminale finalmente prende quella decisione che, soprattutto in piena pandemia, moltissimi attendevano: in luogo della dizione padre e madre, sulla carta d'identità degli under 14, arriva la sobria genitore 1 e genitore 2.
Per il resto, poco da dichiarare. La servitrice dello Stato voluta dal Quirinale è rimasta per lo più prudente e silente, caratteristiche che ora la rendono gradita a molti. Anzi no: lo scorso dicembre è assurta brevemente agli onori della cronaca. Pure lei, contagiata dal virus. Il giorno però lo Spallanzani chiarisce: «Falsa positività». Molto rumore per nulla. Magari, anche stavolta, andrà così.
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Stroncando Matteo Renzi («inaffidabile»), il segretario allontana l'idea della questua in Aula. L'ala sinistra è con lui, gli ex margheritini preferiscono gli accordicchi.Con Luciana Lamorgese, sbarchi triplicati. Ma la stima di Sergio Mattarella può valerle Palazzo Chigi.Lo speciale contiene due articoli.Ieri è stata una giornata davvero campale, per Nicola Zingaretti. Mentre prosegue la strana precrisi causata dalle dimissioni della pattuglietta ministeriale di Italia viva, il segretario del Partito democratico ha inanellato una serie di dichiarazioni tra il pugnace e l'aggressivo, mostrando un volto lontano dal suo carattere pacioso. «C'è un dato che non può essere cancellato dalle nostre analisi», ha tuonato Zingaretti, «ed è l'inaffidabilità politica di Italia viva: un dato che credo dovremmo tenere in considerazione comunque, e che mina la stabilità in qualsiasi scenario si possa immaginare un coinvolgimento (del Pd, ndr) e una nuova possibile ripartenza». Parole dure come staffilate, che sembrano voler bloccare un qualsiasi dialogo con Matteo Renzi e con i renziani, tagliando preventivamente le gambe a un Conte ter. Ma Zingaretti poi ha negato spazio anche a ogni ipotesi di allargamento della maggioranza, spiegando sia «impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista», perché il Pd «non si può permettere di governare con chi si è identificato con Donald Trump». Ieri, insomma, l'avvolgente segretario democratico s'è trasformato di colpo nel personaggio più divisivo sulla scena, il più arroccato e oltranzista. Nessuna disponibilità, nessuna apertura. Anche per questo, forse, ieri giravano strane voci nei corridoi della politica: voci che ipotizzano che la strategia sommersa del segretario democratico non stia affatto rivolgendosi al reclutamento di una pattuglia di «responsabili», o a un rimescolamento di carte che dia vita a un nuovo governo, ma al contrario stia puntando la prua dritta sulle elezioni anticipate in giugno. In base a questo retroscena, con il passaggio elettorale Zingaretti cercherebbe di garantirsi due risultati personalmente positivi. Il primo è quello, fondamentale, d'impadronirsi davvero del suo partito. Divenutone segretario nel marzo 2019, Zingaretti ha infatti ereditato i gruppi parlamentari candidati e fatti eleggere nel marzo 2018 da un vertice politico che era a immagine e somiglianza del suo predecessore, cioè Renzi. Se si tornasse a votare, invece, Zinga potrebbe organizzare liste zeppe di fedeli e fedelissmi. E potrebbe anche regalare più spazio elettorale all'ala che come lui proviene dal vecchio Partito comunista (e poi è trasmigrata nei Democratici di sinistra), quella metà abbondante del Pd che i vecchi compagni come Pierluigi Bersani si ostinano a definire nostalgicamente «la Ditta». Il secondo obiettivo è meno personalistico-ideologico, e più concreto. Zingaretti non vede l'ora di sciogliersi dal disastroso abbraccio con il Movimento 5 stelle, la cui inconsistenza e incoerenza provocano ormai imbarazzi quotidiani. I bene informati dicono che con questi compagni di strada, Zingaretti non se la sentirebbe più di caricare sul Pd le gravose (e pericolose) responsabilità di governo che si stanno addensando nel periodo più difficile nella storia repubblicana. Del resto, è sempre più evidente che un esecutivo in condominio con i grillini non ha le caratteristiche tecniche per affrontare le prossime settimane e i prossimi mesi, quando arriveranno al pettine i più spaventosi problemi degli ultimi decenni. Per di più con la matematica certezza che ogni mossa, ogni decisione, ogni scelta comporterà rischi politici a dir poco mortali. Zingaretti si starebbe facendo convincere al voto anche suoi sondaggi, che generosamente prevedono per il Pd tra il 22 e il 25% dei consensi: in base a questi dati, la pattuglia democratica alla Camera e al Senato non dovrebbe essere molto più piccola di oggi. E comunque sarebbe più numerosa di quella grillina.Il retroscena vuole anche che sull'idea delle elezioni si sia velocemente allineata a Zingaretti un po' tutta la componente del Pd che viene dal Pci. Ieri anche il vicesegretario Andrea Orlando ha sparato ad alzo zero contro Renzi, dichiarato che «con una crisi economica galoppante, Italia viva s'è assunta la responsabilità di provocare una crisi che getta il Paese nell'incertezza e nella confusione». E ha aggiunto, con toni poco ottimistici: «Avevamo detto che si sarebbe creata una situazione di confusione e un salto nel buio. I nostri appelli non sono stati ascoltati e purtroppo questo è avvenuto». Come a dire: ora non c'è davvero più nulla da fare.Che il Pd non sia unito, del resto, ieri è emerso plasticamente dalle dichiarazioni della sua altra ala, quella «democristiana» che alla dissoluzione della Dc era confluita nella Margherita e oggi farebbe di tutto pur di evitare le urne, uno sbocco che vivrebbe come un disastro. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ieri si è sbracciato alla ricerca dei famosi «responsabili» e si è appellato alla «massima unità del Pd, che è il partito della responsabilità e della ricerca della soluzione a questa crisi». Sulla stessa linea Graziano Delrio, capogruppo alla Camera: «Vogliamo che la crisi sia parlamentarizzata», ha proposto, perché si possa andare alla ricerca di ogni possibile soluzione. La stessa posizione aperturista è venuta da un altro esponente «popolare» del Pd, il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini: anche lui si è appellato ai responsabili e ha chiesto di «dialogare apertamente e alla luce del sole con chiunque sia disponibile a sostenere un governo europeista, in grado di gestire l'emergenza sanitaria». 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All'ex prefetto di Milano sarebbe invece finita la delega ai servizi segreti, che il premier era costretto a cedere per accontentare l'indomito Matteo Renzi. Scacco matto. Ma lo strappo finale ha rimescolato ambizioni e strategie. Così la vittima sacrificale del rimpastone si trasforma nella possibile quadratura del cerchio. Una mossa che, nel domino innescato dal Rottamatore diventato Rompitore, potrebbe soddisfare anche Pd, 5 stelle e il Quirinale, che ha voluto Lamorgese al Viminale. È colei che, al momento, placherebbe pure le ire dei due acciaccati protagonisti della crisi. Innanzitutto il premier, Giuseppe Conte. E lo stesso Renzi, che ha sibilato il nome risolutivo a un gruppetto di fedelissimi parlamentari. Già pronto a menar vanto sulla prima donna presidente del Consiglio, perfino invisa ai detestati leghisti. Lamorgese potrebbe allora miracolosamente rinsaldare la detronizzata maggioranza. Perché l'obiettivo del fondatore di Italia viva resta quello di aggrapparsi con ogni forza a un governo istituzionale che arrivi a fine legislatura. Un esecutivo con quasi tutti dentro. Possibilmente, guidato da una personalità che non offuschi le sue lunari, ma ancora indomite, velleità. E il Jep Gambardella di Rignano, come il protagonista della Grande bellezza, non vuole solo partecipare alle feste, ma vuole avere il potere di farle fallire. La scalata del ministro dell'Interno a Palazzo Chigi sarebbe, insomma, il degno coronamento di questa egolatrica corsa a perdifiato nel buio. Da accessoria a indispensabile, la parabola di Lady Viminale è l'esemplificazione dell'impazzimento. Nonché il sintomo della debolezza di Pd e 5 stelle, incapaci di uscire dall'angolo. Certo, rimane una selva di condizionali e subordinate. Ma fra tutti i nomi che continuano a volteggiare, quello di Luciana Lamorgese resta uno di quelli che potrebbero rimetterebbe in sesto l'esecutivo senza ulteriori e perigliosi traumi. È un tecnica, seppur connotata ideologicamente. È una servitrice della patria destinata a non far ombra a nessun leader, perfetta per galleggiare fino a nuove elezioni. E piace anche al premier, che difatti era pronto ad affidare nelle sue felpate mani quella delega che, fino a poco tempo fa, avrebbe concesso solo «a un alter ego oppure a un fratello». E siccome non li ha, maramaldeggiava, «preferisco tenermi la rogna». Insomma, Luciana sarebbe una Giuseppi in (austera) gonnella. Nata a Potenza 67 anni fa, sposata con un infettivologo, due figlie. Il padre, Italo, è un ex prefetto. Lei ne segue le orme: prima a Varese, poi a Venezia. Nel 2013 diventa capo di gabinetto dell'allora ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Quattro anni più tardi viene promossa prefetto di Milano. Si dedica agli sgomberi e soprattutto all'accoglienza di profughi e clandestini. Battaglia con i sindaci leghisti che osano contestare la ripartizione dei nuovi arrivati nei comuni del territorio. Ruolo che le garantisce i galloni da paladina e la futura nomina al Viminale. Nell'attesa, dopo la meritata pensione giunta a novembre 2018, diventa consigliere di Stato, proprio su indicazione di Conte. In realtà, anche lei sembrava destinata a entrare nel governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la vorrebbe già come ministro dell'Interno a maggio 2018, mentre tenta di formare un esecutivo guidato da Carlo Cottarelli. Ma l'ipotesi naufraga. Nasce l'alleanza giallorossa tra 5 stelle e Lega. E il posto destinato a Lamorgese viene occupato dall'antitetico leader della Lega. I desiderata quirinalizi, però, vengono solo rimandati. Nell'estate 2019 la nascita del Conte bis diventa l'occasione perfetta per chiamarle all'altissimo incarico. Il suo compito principale sarà quello di scardinare i decreti sicurezza voluti dal capo del Carroccio. Nonostante l'impegno profuso, solo un mese fa l'impianto salviniano viene smontato. Con la Lega che ribattezza la nuova fatica normativa: «È il decreto clandestini». Nei mesi precedenti Lamorgese si impegna pure negli sbandierati accordi internazionali per la redistribuzione, rimasti teorici. Nel frattempo, gli sbarchi di clandestini sono triplicati. E la gestione del Viminale, soprattutto la scorsa estate, è desolante. Negli hotspot siciliani «i migranti sono ammassati come bestiame», accusa il governatore isolano Nello Musumeci, mentre cresce la psicosi dei contagi tra i residenti. Più recentemente, brilla l'ultima trovata, risalente a qualche giorno fa. Il Viminale finalmente prende quella decisione che, soprattutto in piena pandemia, moltissimi attendevano: in luogo della dizione padre e madre, sulla carta d'identità degli under 14, arriva la sobria genitore 1 e genitore 2. Per il resto, poco da dichiarare. La servitrice dello Stato voluta dal Quirinale è rimasta per lo più prudente e silente, caratteristiche che ora la rendono gradita a molti. Anzi no: lo scorso dicembre è assurta brevemente agli onori della cronaca. Pure lei, contagiata dal virus. Il giorno però lo Spallanzani chiarisce: «Falsa positività». Molto rumore per nulla. Magari, anche stavolta, andrà così.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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