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2020-10-15
Zampata di Amazon sulla Champions. Bezos comincia la campagna d’Italia
Ansa
Tra gli addetti ai lavori, la sensazione è che la probabile vittoria di Amazon per i diritti tv della Champions League 2021-2024 possa essere l'inizio della fine di Sky. Una breccia, la nascita di un nuovo mondo in materia di gestione delle trasmissioni delle partite di calcio. Gli italiani cambieranno il modo di vedere le sfide delle squadre di Serie A in televisione. Dovranno abbonarsi ad Amazon, che con il suo servizio Prime ha già rivoluzionato il calcio in Premier League da due anni.
Del resto, il colosso un tempo di Rupert Murdoch, ora di proprietà di Comcast, rischia di essere fatto fuori non solo dalla fascia più importante dei match del mercoledì di Champions - quella su cui Amazon ha lanciato un'offerta fra 80 e 100 milioni di euro - ma anche da quelle minori del martedì. Di più se ne saprà oggi, quando ci sarà un rilancio delle offerte a Nyon: i diritti televisivi Champions sono gestiti dagli svizzeri di Team per l'Uefa. In gara ci sono appunto Sky, Dazn e Mediaset. Ma dalle indiscrezioni appare evidente il momento complicato della catena di comando di Sky Sport Italia, dove da due anni è arrivato Marzio Perrelli come vicepresidente (molto vicino al presidente del Coni, Giovanni Malagò). Va ricordato che per il triennio 2018-2021 Sky aveva dato all'Uefa quasi 280 milioni di euro. Così mentre Amazon si avvicina sempre più al pallone italico, dall'altro lato Sky continua a soffrire, soprattutto nel nostro Paese. Uno snodo chiave di questi intrecci è la scelta da parte della Lega di Serie A per la cessione dei diritti relativa al triennio 2021-2024. Sarà la cordata Advent-Cvc-Fsi ad accompagnare i nostri club con una quota del 10%. Si tratta di una decisione storica, perché per la prima volta i diritti televisivi saranno affidati a una media company dove ci sarà una governance condivisa con fondi di private equity. In sostanza - per restare nella metafora calcistica - Sky rischia di uscire dal campo. Va anche ricordato che è di giugno la decisione del consiglio di Stato (vicenda legata alla piattaforma Mediaset Premium) sul divieto al broadcast inglese di esclusive sul canale Iptv, fino al 2022. In pratica Sky rischia di restare fuori da tutte le esclusive. E proprio su questa sentenza ci sarà un'assemblea di Lega Calcio il prossimo 12 novembre. Non solo. Pesa notevolmente pure il mancato pagamento di 130 milioni di euro che Sky deve ancora al nostro campionato. Si tratta dell'ultima rata per i diritti del campionato 2019-2020, che Sky ha normalmente trasmesso nonostante l'emergenza sanitaria.
Come ha più volte ricordato La Verità, infatti, da maggio nel tribunale di Milano giace il decreto ingiuntivo che i club avevano promosso contro il colosso televisivo. Sono passati cinque mesi e, nonostante la sentenza del 7 luglio dove vengono riconosciuti i diritti sui 130 milioni, la situazione continua a rallentare. Tanto che c'è il rischio che nuovi intoppi potrebbero far slittare il pagamento a gennaio 2021. Anche per questo la Lega Calcio continua a monitorare la situazione. E secondo indiscrezioni delle ultime ore, il 20 dicembre il tribunale di Milano dovrebbe rendere esecutiva la richiesta di pagamento dell'ultima rata 2019-2020. Del resto nel contratto tra Lega e Sky veniva evidenziato che «il pagamento del corrispettivo non può essere sospeso o ritardato da pretese o eccezioni del licenziatario qualunque ne sia il titolo ed ancorché oggetto di contestazione in sede giudiziaria». A Dazn e Img, infatti, era stato concesso di ritardare il pagamento, ma non si sono rifiutati mai di pagare. Di certo l'atteggiamento del gruppo Comcast è stato differente con il nostro campionato. Negli altri paesi, dall'Inghilterra alla Germania, sono stati proposti sconti sui diritti tv, ma anche perché sono stati rinnovati i contratti per gli anni successivi. Per Amazon si tratta con tutta probabilità di un primo passo entro i confini italiani. Dopo gli accordi con la Premier inglese e la Bundesliga, si era parlato già pochi mesi fa di un interesse del gruppo di Jeff Bezos per i diritti della Lega Serie A, triennio 2021-2024. Dopo la scelta del modello media company con Cvc partners, Amazon potrebbe puntare nella prossima asta a conquistare anche in questo caso le partite più importanti, con un pacchetto ad hoc. Proprio come fatto in Inghilterra. Del resto Amazon dal 2021 trasmetterà in Germania le migliori sfide di Champions League (erano di Sky). E questo dopo aver acquistato negli Usa i diritti tv per il tennis e la Nfl. È la nuova frontiera del calcio in televisione. Quando Bezos è sbarcato in Premier League ha stravolto i palinsesti televisivi, portando via (da Bbc e altre reti) i commentatori calcistici più rinomati. Uno di questi è Alan Shearer, ex bomber del Newcastle e della nazionale inglese. Ma potrebbe non essere finita qui. Mentre Sky si avvia a defilarsi, altri grandi gruppi potrebbero presto affacciarsi in Italia. Tra questi c'è anche Disney+, piattaforma su cui già girano gli eventi di Espn e Fox Sport. In sostanza nei prossimi mesi il calcio in tv sarà rivoluzionato e dovrà di sicuro tenere in considerazione la crisi economica che stanno affrontando le squadre, durante questa interminabile emergenza sanitaria.
La fuffa è esente dalla censura web
Mirko Scarcella è un giovane sulla trentina, che sul petto ha fatto imprimere a chiare lettere l'esatta misura della propria egomania: I am the chosen one, «Sono il prescelto», recita un tatuaggio blu scuro, il cui valore narcisistico, nei giorni passati, è stato analizzato con scrupolosa minuzia dall'entourage de Le Iene.
Scarcella si è autoproclamato «guru di Instagram». Possedeva, o così ha raccontato, il segreto della notorietà social, un algoritmo capace di far diventare virale qualunque video, immagine o profilo. Stava tutto nel «puntare i server», ha detto e ribadito ai microfoni che, negli anni, gli sono stati piazzati sotto il naso. La stampa italiana difatti l'ha spesso dipinto come «genio», prendendo per buono ogni traguardo professionale che diceva di aver raggiunto, pompandone la credibilità. Scarcella, protagonista di uno speciale dello show di Italia 1, sembra aver creato una compagnia fantoccio, la Lion Holding, così da accalappiare persone e aziende che desiderassero maggiore visibilità su Instagram. Lo schema, secondo la ricostruzione delle Iene, era sempre lo stesso. Il ragazzo - che online spiattella uno stile di vita lussuoso - si proponeva al cliente come colui che, da zero, aveva creato il fenomeno Gianluca Vacchi. Non solo. Diceva (col conforto di molti organi di stampa nostrani) di aver lavorato con le sorelle Kardashian, Taylor Swift e Donald Trump, la cui amministrazione lo avrebbe contattato per capire come comunicare al meglio sui social. Forniva numeri e nomi, chiedendo gli venissero corrisposte cifre da capogiro: 8 o 10 «kappa» - ovvero «migliaia» di euro - al mese per tenere le redini di un profilo e portarlo a guadagnare migliaia di follower. Ma attenzione: prometteva di non usare «bot», ossia account fantoccio creati col preciso intento di far crescere esponenzialmente la pagina social di un soggetto. Scarcella garantiva un seguito vero, visibilità reale, «concreta», perché chi lo pagasse potesse diventare tanto famoso da essere fermato un domani per strada.
Radunati testimoni e compagnie preposte all'analisi dei profili social (con verifiche e controlli), Le Iene hanno dimostrato che nulla, nell'impero creato da Mirko Scarcella, ha mai posato su fondamenta reali. Il guru, che dopo il servizio di Mediaset ha trovato spazio nel salotto serale di Massimo Giletti per raccontare la propria verità, avrebbe truffato i clienti propinando loro account farlocchi. Sarebbero stati proprio i bot, profili falsi generati automaticamente dai computer, a far crescere le pagine social degli aspiranti famosi, costretti a pagare cifre mostruose per comprare fuffa che online si trova a poco prezzo. Basta qualche centinaio di euro per veder convogliare sulla pagina desiderata azioni e reazioni che Instagram, dal canto suo, cerca poi puntualmente di cancellare. La piattaforma, che nel 2019 ha raccolto in pubblicità circa 20 miliardi di dollari, ha una politica che vieta queste pratiche. Eppure, Scarcella non è che la punta dell'iceberg di questo mercimonio via Web, che avviene praticamente in mezzo mondo. È un serissimo problema di credibilità, che sorge per individui o imprese desiderosi (in realtà costretti, visto il mercato attuale) a presenziare - e bene - sui social network. Nonché una grana per gli stessi colossi della Rete (da Facebook a Instagram passando per Twitter), che si trovano davanti a una grossa crepa nella propria autorevolezza. Questi social network, in cui si compra e vende «audience», pubblico robotico, allo scopo di attrarne altro in carne e ossa, sono gli stessi che (in nome di rettitudine e politicamente corretto) prendono iniziative iperboliche quali - per citare il caso più altisonante - censurare i post (ovverosia le opinioni) del presidente degli Stati Uniti d'America. Le ultime uscite di Trump sul coronavirus, difatti, sono state in larga parte oscurate, come se il pubblico non avesse facoltà di discernere fra bene e male nelle parole del leader statunitense, che in qualche modo va tenuto a bada. Eppure i Mirko Scarcella di tutto il mondo fanno i loro business.
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Il colosso statunitense ha messo le mani sui diritti di trasmissione delle partite del mercoledì nel nostro Paese. Oggi ci sarà l'asta decisiva, ma dopo Inghilterra e Germania sembra fatta anche qui. Brutta notizia per Sky.Le Iene accendono i fari sulla compravendita di follower per i grandi social media: sono strapieni di falsi e ingannano milioni di persone. Ma a finire oscurato è Donald Trump.Lo speciale contiene due articoli. Tra gli addetti ai lavori, la sensazione è che la probabile vittoria di Amazon per i diritti tv della Champions League 2021-2024 possa essere l'inizio della fine di Sky. Una breccia, la nascita di un nuovo mondo in materia di gestione delle trasmissioni delle partite di calcio. Gli italiani cambieranno il modo di vedere le sfide delle squadre di Serie A in televisione. Dovranno abbonarsi ad Amazon, che con il suo servizio Prime ha già rivoluzionato il calcio in Premier League da due anni. Del resto, il colosso un tempo di Rupert Murdoch, ora di proprietà di Comcast, rischia di essere fatto fuori non solo dalla fascia più importante dei match del mercoledì di Champions - quella su cui Amazon ha lanciato un'offerta fra 80 e 100 milioni di euro - ma anche da quelle minori del martedì. Di più se ne saprà oggi, quando ci sarà un rilancio delle offerte a Nyon: i diritti televisivi Champions sono gestiti dagli svizzeri di Team per l'Uefa. In gara ci sono appunto Sky, Dazn e Mediaset. Ma dalle indiscrezioni appare evidente il momento complicato della catena di comando di Sky Sport Italia, dove da due anni è arrivato Marzio Perrelli come vicepresidente (molto vicino al presidente del Coni, Giovanni Malagò). Va ricordato che per il triennio 2018-2021 Sky aveva dato all'Uefa quasi 280 milioni di euro. Così mentre Amazon si avvicina sempre più al pallone italico, dall'altro lato Sky continua a soffrire, soprattutto nel nostro Paese. Uno snodo chiave di questi intrecci è la scelta da parte della Lega di Serie A per la cessione dei diritti relativa al triennio 2021-2024. Sarà la cordata Advent-Cvc-Fsi ad accompagnare i nostri club con una quota del 10%. Si tratta di una decisione storica, perché per la prima volta i diritti televisivi saranno affidati a una media company dove ci sarà una governance condivisa con fondi di private equity. In sostanza - per restare nella metafora calcistica - Sky rischia di uscire dal campo. Va anche ricordato che è di giugno la decisione del consiglio di Stato (vicenda legata alla piattaforma Mediaset Premium) sul divieto al broadcast inglese di esclusive sul canale Iptv, fino al 2022. In pratica Sky rischia di restare fuori da tutte le esclusive. E proprio su questa sentenza ci sarà un'assemblea di Lega Calcio il prossimo 12 novembre. Non solo. Pesa notevolmente pure il mancato pagamento di 130 milioni di euro che Sky deve ancora al nostro campionato. Si tratta dell'ultima rata per i diritti del campionato 2019-2020, che Sky ha normalmente trasmesso nonostante l'emergenza sanitaria. Come ha più volte ricordato La Verità, infatti, da maggio nel tribunale di Milano giace il decreto ingiuntivo che i club avevano promosso contro il colosso televisivo. Sono passati cinque mesi e, nonostante la sentenza del 7 luglio dove vengono riconosciuti i diritti sui 130 milioni, la situazione continua a rallentare. Tanto che c'è il rischio che nuovi intoppi potrebbero far slittare il pagamento a gennaio 2021. Anche per questo la Lega Calcio continua a monitorare la situazione. E secondo indiscrezioni delle ultime ore, il 20 dicembre il tribunale di Milano dovrebbe rendere esecutiva la richiesta di pagamento dell'ultima rata 2019-2020. Del resto nel contratto tra Lega e Sky veniva evidenziato che «il pagamento del corrispettivo non può essere sospeso o ritardato da pretese o eccezioni del licenziatario qualunque ne sia il titolo ed ancorché oggetto di contestazione in sede giudiziaria». A Dazn e Img, infatti, era stato concesso di ritardare il pagamento, ma non si sono rifiutati mai di pagare. Di certo l'atteggiamento del gruppo Comcast è stato differente con il nostro campionato. Negli altri paesi, dall'Inghilterra alla Germania, sono stati proposti sconti sui diritti tv, ma anche perché sono stati rinnovati i contratti per gli anni successivi. Per Amazon si tratta con tutta probabilità di un primo passo entro i confini italiani. Dopo gli accordi con la Premier inglese e la Bundesliga, si era parlato già pochi mesi fa di un interesse del gruppo di Jeff Bezos per i diritti della Lega Serie A, triennio 2021-2024. Dopo la scelta del modello media company con Cvc partners, Amazon potrebbe puntare nella prossima asta a conquistare anche in questo caso le partite più importanti, con un pacchetto ad hoc. Proprio come fatto in Inghilterra. Del resto Amazon dal 2021 trasmetterà in Germania le migliori sfide di Champions League (erano di Sky). E questo dopo aver acquistato negli Usa i diritti tv per il tennis e la Nfl. È la nuova frontiera del calcio in televisione. Quando Bezos è sbarcato in Premier League ha stravolto i palinsesti televisivi, portando via (da Bbc e altre reti) i commentatori calcistici più rinomati. Uno di questi è Alan Shearer, ex bomber del Newcastle e della nazionale inglese. Ma potrebbe non essere finita qui. Mentre Sky si avvia a defilarsi, altri grandi gruppi potrebbero presto affacciarsi in Italia. Tra questi c'è anche Disney+, piattaforma su cui già girano gli eventi di Espn e Fox Sport. In sostanza nei prossimi mesi il calcio in tv sarà rivoluzionato e dovrà di sicuro tenere in considerazione la crisi economica che stanno affrontando le squadre, durante questa interminabile emergenza sanitaria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zampata-di-amazon-sulla-champions-bezos-comincia-la-campagna-ditalia-2648209797.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fuffa-e-esente-dalla-censura-web" data-post-id="2648209797" data-published-at="1602702698" data-use-pagination="False"> La fuffa è esente dalla censura web Mirko Scarcella è un giovane sulla trentina, che sul petto ha fatto imprimere a chiare lettere l'esatta misura della propria egomania: I am the chosen one, «Sono il prescelto», recita un tatuaggio blu scuro, il cui valore narcisistico, nei giorni passati, è stato analizzato con scrupolosa minuzia dall'entourage de Le Iene. Scarcella si è autoproclamato «guru di Instagram». Possedeva, o così ha raccontato, il segreto della notorietà social, un algoritmo capace di far diventare virale qualunque video, immagine o profilo. Stava tutto nel «puntare i server», ha detto e ribadito ai microfoni che, negli anni, gli sono stati piazzati sotto il naso. La stampa italiana difatti l'ha spesso dipinto come «genio», prendendo per buono ogni traguardo professionale che diceva di aver raggiunto, pompandone la credibilità. Scarcella, protagonista di uno speciale dello show di Italia 1, sembra aver creato una compagnia fantoccio, la Lion Holding, così da accalappiare persone e aziende che desiderassero maggiore visibilità su Instagram. Lo schema, secondo la ricostruzione delle Iene, era sempre lo stesso. Il ragazzo - che online spiattella uno stile di vita lussuoso - si proponeva al cliente come colui che, da zero, aveva creato il fenomeno Gianluca Vacchi. Non solo. Diceva (col conforto di molti organi di stampa nostrani) di aver lavorato con le sorelle Kardashian, Taylor Swift e Donald Trump, la cui amministrazione lo avrebbe contattato per capire come comunicare al meglio sui social. Forniva numeri e nomi, chiedendo gli venissero corrisposte cifre da capogiro: 8 o 10 «kappa» - ovvero «migliaia» di euro - al mese per tenere le redini di un profilo e portarlo a guadagnare migliaia di follower. Ma attenzione: prometteva di non usare «bot», ossia account fantoccio creati col preciso intento di far crescere esponenzialmente la pagina social di un soggetto. Scarcella garantiva un seguito vero, visibilità reale, «concreta», perché chi lo pagasse potesse diventare tanto famoso da essere fermato un domani per strada. Radunati testimoni e compagnie preposte all'analisi dei profili social (con verifiche e controlli), Le Iene hanno dimostrato che nulla, nell'impero creato da Mirko Scarcella, ha mai posato su fondamenta reali. Il guru, che dopo il servizio di Mediaset ha trovato spazio nel salotto serale di Massimo Giletti per raccontare la propria verità, avrebbe truffato i clienti propinando loro account farlocchi. Sarebbero stati proprio i bot, profili falsi generati automaticamente dai computer, a far crescere le pagine social degli aspiranti famosi, costretti a pagare cifre mostruose per comprare fuffa che online si trova a poco prezzo. Basta qualche centinaio di euro per veder convogliare sulla pagina desiderata azioni e reazioni che Instagram, dal canto suo, cerca poi puntualmente di cancellare. La piattaforma, che nel 2019 ha raccolto in pubblicità circa 20 miliardi di dollari, ha una politica che vieta queste pratiche. Eppure, Scarcella non è che la punta dell'iceberg di questo mercimonio via Web, che avviene praticamente in mezzo mondo. È un serissimo problema di credibilità, che sorge per individui o imprese desiderosi (in realtà costretti, visto il mercato attuale) a presenziare - e bene - sui social network. Nonché una grana per gli stessi colossi della Rete (da Facebook a Instagram passando per Twitter), che si trovano davanti a una grossa crepa nella propria autorevolezza. Questi social network, in cui si compra e vende «audience», pubblico robotico, allo scopo di attrarne altro in carne e ossa, sono gli stessi che (in nome di rettitudine e politicamente corretto) prendono iniziative iperboliche quali - per citare il caso più altisonante - censurare i post (ovverosia le opinioni) del presidente degli Stati Uniti d'America. Le ultime uscite di Trump sul coronavirus, difatti, sono state in larga parte oscurate, come se il pubblico non avesse facoltà di discernere fra bene e male nelle parole del leader statunitense, che in qualche modo va tenuto a bada. Eppure i Mirko Scarcella di tutto il mondo fanno i loro business.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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