True
2019-06-25
Tra le penne di «Repubblica» volano coltellate
Ansa
I pistoleri di Repubblica, ieri, hanno impallinato (una volta il piombo era l'ingrediente principale nella stampa dei giornali) uno dei tanti cattivoni del caso Csm. Con questa raffica: «"Ci pensa Cosimo". Così Ferri il puparo manovrava le sue toghe». Nell'inchiesta firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini vengono evidenziati i «rapporti confidenziali» con un magistrato arrestato nei mesi scorsi in Puglia di Cosimo Maria Ferri, uno dei personaggi coinvolti nei summit notturni del mercato delle nomine. Ma il deputato pd e giudice in aspettativa, a cui, per ora, per quei «rapporti» nessun collega ha chiesto conto, si è sfogato sulle chat: «Incredibile articolo su di me su Repubblica». Ma se le proteste di Ferri erano previste, non era facile prevedere l'attacco di una delle firme storiche di Repubblica, quella di Francesco Viviano, il quale quando legge il nome di «un certo Foschini» deve avere degli attacchi di orticaria, nonostante giudichi l'inchiesta «bellissima». Nella chiusa dell'articolo si parlava del Trani-gate, dove Ferri «insieme a un “gruppo di amici giuristi" doveva mettere insieme gli argomenti giuridici per chiudere Annozero». Un passaggio che ha fatto infuriare Viviano: «Mi chiedo come mai Giuliano Foschini ricordi l'intervento di Cosimo Ferri sull'inchiesta di Trani, dove l'allora premier, Silvio Berlusconi, voleva far chiudere il programma Annozero condotto da Michele Santoro. Uno scoop di Repubblica firmato dal sottoscritto, Francesco Viviano, che è stato condannato, anche in Cassazione, per avere pubblicato atti “segreti" della Procura della Repubblica di Trani». E sarebbe stato incastrato proprio dal collega: «Ebbene la mia condanna, a un anno e due mesi di reclusione, è “discendente" (come hanno scritto nelle loro sentenze i tribunali di primo e secondo grado e anche in Cassazione) dalle “dichiarazioni di Giuliano Foschini" (mio pseudocollega che lavora nel mio stesso giornale), che mi ha accusato e che ha anche registrato una conversazione tra me e lui in quei giorni caldissimi dello scoop che è finita in mano ai pm. In quella circostanza Foschini, grazie alla sua “collaborazione" e al suo avvocato Paolo Sisto di Forza Italia (quindi vicino a Berlusconi, oggetto dello scoop di Repubblica) è uscito dall'inchiesta perché definito “testimone assistito". Io mi sono fatto difendere dagli avvocati del mio giornale come era giusto. Questo Foschini, non ha “rossore"?».
Con La Verità, Viviano fornisce altri imbarazzanti particolari: «Foschini per me poteva avvalersi della facoltà di non rispondere, perché era indagato anche lui, e invece ha detto al pm di avermi visto entrare nella stanza del gip e poi di avermi accompagnato a fare una copia dei documenti, anzi, due copie, perché era meglio tenerne una di riserva. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che questo signore mi ha registrato. Quando sono stato interrogato dal pm, del quale ora non ricordo il nome, mi ha fatto ascoltare la conversazione e io gli ho detto: “Dottore, sono 40 anni che faccio la giudiziaria e non mi è mai capitata una intercettazione fatta così velocemente". E gli ho chiesto: “Ma come avete fatto?". Mi rispose: “Ascolti"... Non era un'intercettazione. Questo signore mi aveva registrato. La conversazione è stata consegnata da lui al magistrato. Ma perché mi ha registrato? Me lo chiedo ancora».
Viviano non si dà pace. «La mia condanna è una questione che riguarda tutta la categoria, non soltanto me, perché quelle carte me le ero procurate per Repubblica e per i lettori del giornale. Ho denunciato la questione al consiglio dell'Ordine dei giornalisti di Bari e non mi è arrivata alcuna risposta. Ho segnalato questa squallidissima storia anche alla Fnsi e mi hanno detto: «Stiamo studiando il caso, le faremo sapere». Il Cdr di Repubblica, dopo la sentenza della Cassazione, in un comunicato ha espresso solidarietà umana e sottolineo soltanto umana». E su Facebook Viviano si chiede: «Ma quanti santi in paradiso ha questo Foschini?». Di certo ha molti amici tra i magistrati pugliesi. Il giornalista ha per esempio un rapporto privilegiato con Gianrico Carofiglio. Uno dei giornalisti che firmano questo articolo nel 2013 pubblicò su Panorama le foto della famiglia Vendola a pranzo con un bel gruppo di magistrati, tra cui Carofiglio e la moglie. C'era anche il giudice Susanna De Felice che qualche anno dopo assolse lo stesso Vendola da un'accusa di abuso d'ufficio. I pm protestarono e Foschini spiattellò la loro nota riservata sul giornale, beccandosi una denuncia. Ma sulla questione delle foto rimase sempre un passo indietro. Sino a quando, all'improvviso, fece uno scoop: «Il partner di Patrizia Vendola (sorella del politico, ndr): “Ho dato io le foto a Panorama"». Il sommario chiariva meglio la vicenda: «Cosimo Ladogana ha presentato denuncia alla Digos accusandosi di aver ceduto lui al settimanale le foto della festa a cui hanno partecipato il governatore e il gip che lo ha assolto». Foschini riportò che Ladogana aveva tradito la famiglia della fidanzata «all'insaputa di tutti» perché «voleva scoprire le carte del settimanale e tutelare la sua donna». In realtà dietro alla denuncia c'era una storiaccia che venne fuori quando gli investigatori sequestrarono il pc di Ladogana. In cui trovarono la corrispondenza tra il cognato e Carofiglio: «Il mio intento era quello di proporre tali foto al giornalista senza nascondere, anzi evidenziando la provenienza illecita delle stesse. […] Tutto questo al solo scopo di constatare la reale disponibilità dello stesso ad addentrarsi in un contesto di illegalità». E aggiunse: «Ero sicuro di presentarmi lì la domenica con i carabinieri e denunciarlo per ricettazione». E ancora: «Era da giorni che avevo quella maledetta idea in testa, tanto da parlarne in maniera scherzosa anche a Patrizia. Dicevo: “A quel pezzo di merda bisognerebbe fargli il culo proponendogli materiale rubato"». Ladogana era pronto a qualunque cosa pur di non passare da traditore: «Sono disposto a tutto […] Non avrei problemi, se fosse necessario, di presentarmi davanti a un giudice autodenunciadomi». Cosa che fece. Ma solo dopo che Carofiglio gli aveva limato il testo e gli aveva chiesto «tutto (ma davvero tutto senza censura) lo scambio di email con quel signore (chi scrive, ndr)» e «un sunto delle comunicazioni telefoniche, con numeri delle utenze e durate delle conversazioni ed eventuali sms» tra il cognato e il cronista. Subito dopo partì la denuncia farlocca e Foschini la pubblicò in anteprima. Ma non raccontò che, per quel maldestro tentativo di incastrare il giornalista, Gianrico e il fidanzato della Vendola vennero indagati (Carofiglio per omessa denuncia) e poi archiviati solo perché la calunnia non era andata a buon fine.
Nei giorni scorsi Foschini ha intervistato dal vivo per l'ennesima volta Carofiglio nella kermesse «La Repubblica delle idee». La serata era intitolata: «Le parole sono pistole cariche». Peccato che con gli amici facciano sempre cilecca.
Lotti nega le fughe di notizie. Spuntano nuove cene con i pm
Durante l'udienza preliminare di ieri, davanti al gup Clementina Forleo, il deputato pd Luca Lotti, accusato di favoreggiamento nei confronti dell'ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ha provato a vendere cara la pelle e uscendo dal tribunale ha anche detto la sua sulla vicenda dei discussi incontri notturni con i consiglieri del Csm: «Non mettevo bocca sulle nomine nelle Procure», si è difeso l'ex sottosegretario. «Ho letto sui giornali che c'erano relazioni con la Procura di Roma, ma queste non ci sono mai state, tanto è vero che la richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti è stata fatta e abbiamo iniziato l'udienza preliminare. Ho già smentito nei giorni scorsi le ricostruzioni lette su questa vicenda: l'ho detto e scritto nei post in maniera chiara». Lasciando la cittadella giudiziaria, ha aggiunto: «Era dal dicembre del 2016 che attendevo questo momento. Nella sede più opportuna, davanti ai magistrati, ho potuto chiarire la mia posizione».
Nella scorsa udienza, il 28 maggio, Lotti aveva chiesto di essere interrogato, dopo aver reso spontanee dichiarazioni nell'ormai lontano 27 dicembre 2016. E ieri, davanti alla Forleo, avrebbe «escluso categoricamente» di aver parlato dell'inchiesta con l'allora ad Marroni nel loro incontro del 3 agosto 2016, per un semplice motivo: «Non potevo riferire a Marroni ciò che non sapevo». Infatti, a precisa domanda del gup, ha negato di essere stato, in quella data, a conoscenza dell'inchiesta della Procura di Napoli e ha spiegato di esserne venuto a conoscenza solo dopo gli articoli pubblicati dal Fatto Quotidiano nel dicembre 2016. Peccato che a inizio novembre La Verità avesse già dato notizia di un'inchiesta partenopea che coinvolgeva Tiziano Renzi. Le nostre fonti erano interne al Giglio magico e Renzi senior aveva condiviso la notizia con le persone a lui più vicine. E tra questi c'era certamente Lotti, che con il babbo aveva frequenti incontri.
Lo scorso dicembre, a due anni esatti dall'iscrizione sul registro degli indagati, la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio dell'ex ministro e l'archiviazione per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. Ieri gli inquirenti hanno ribadito l'istanza di processo per l'ex ministro e i coindagati, tra cui l'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale «renziano» Emanuele Saltalamacchia.
Ieri La Gazzetta del Mezzogiorno ha pubblicato un colloquio con l'imprenditore pugliese Flavio D'Introno, le cui dichiarazioni hanno portato all'arresto per corruzione in atti giudiziari dei pm pugliesi Michele Nardi e Antonio Savasta. L'uomo, a cui sarebbero stati estorti 2 milioni con la promessa di aggiustare i suoi processi, ha parlato di cene romane con Lotti, il deputato pd Cosimo Ferri, il pm Luca Palamara (indagato a Perugia per corruzione e coinvolto nell'affaire Csm) e altri magistrati a cui avrebbe partecipato insieme con le due toghe finite in carcere. Lotti e Palamara hanno negato categoricamente di averlo mai incontrato. L'imprenditore con La Verità ha confermato la sua versione e ha annunciato che squadernerà le prove. Il suo avvocato, Vera Guelfi, ha spiegato: «Il mio assistito veniva coinvolto unicamente per il pagamento delle cene». Il povero D'Introno, insomma, non condivideva segreti, ma serviva solo da bancomat.
Continua a leggereRiduci
Un'inchiesta su Cosimo Ferri (Pd) firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini fa infuriare il collega Francesco Viviano: «Quanti santi ha in paradiso uno che mi ha registrato e mi ha fatto condannare per uno scoop?». Il giornalista accusato ha legami con Gianrico Carofiglio. Luca Lotti nega le fughe di notizie. Spuntano nuove cene con i pm. Il fedelissimo di Matteo Renzi: «Non potevo sapere di Consip». Ma c'è qualcosa che non torna. Lo speciale comprende due articoli. I pistoleri di Repubblica, ieri, hanno impallinato (una volta il piombo era l'ingrediente principale nella stampa dei giornali) uno dei tanti cattivoni del caso Csm. Con questa raffica: «"Ci pensa Cosimo". Così Ferri il puparo manovrava le sue toghe». Nell'inchiesta firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini vengono evidenziati i «rapporti confidenziali» con un magistrato arrestato nei mesi scorsi in Puglia di Cosimo Maria Ferri, uno dei personaggi coinvolti nei summit notturni del mercato delle nomine. Ma il deputato pd e giudice in aspettativa, a cui, per ora, per quei «rapporti» nessun collega ha chiesto conto, si è sfogato sulle chat: «Incredibile articolo su di me su Repubblica». Ma se le proteste di Ferri erano previste, non era facile prevedere l'attacco di una delle firme storiche di Repubblica, quella di Francesco Viviano, il quale quando legge il nome di «un certo Foschini» deve avere degli attacchi di orticaria, nonostante giudichi l'inchiesta «bellissima». Nella chiusa dell'articolo si parlava del Trani-gate, dove Ferri «insieme a un “gruppo di amici giuristi" doveva mettere insieme gli argomenti giuridici per chiudere Annozero». Un passaggio che ha fatto infuriare Viviano: «Mi chiedo come mai Giuliano Foschini ricordi l'intervento di Cosimo Ferri sull'inchiesta di Trani, dove l'allora premier, Silvio Berlusconi, voleva far chiudere il programma Annozero condotto da Michele Santoro. Uno scoop di Repubblica firmato dal sottoscritto, Francesco Viviano, che è stato condannato, anche in Cassazione, per avere pubblicato atti “segreti" della Procura della Repubblica di Trani». E sarebbe stato incastrato proprio dal collega: «Ebbene la mia condanna, a un anno e due mesi di reclusione, è “discendente" (come hanno scritto nelle loro sentenze i tribunali di primo e secondo grado e anche in Cassazione) dalle “dichiarazioni di Giuliano Foschini" (mio pseudocollega che lavora nel mio stesso giornale), che mi ha accusato e che ha anche registrato una conversazione tra me e lui in quei giorni caldissimi dello scoop che è finita in mano ai pm. In quella circostanza Foschini, grazie alla sua “collaborazione" e al suo avvocato Paolo Sisto di Forza Italia (quindi vicino a Berlusconi, oggetto dello scoop di Repubblica) è uscito dall'inchiesta perché definito “testimone assistito". Io mi sono fatto difendere dagli avvocati del mio giornale come era giusto. Questo Foschini, non ha “rossore"?». Con La Verità, Viviano fornisce altri imbarazzanti particolari: «Foschini per me poteva avvalersi della facoltà di non rispondere, perché era indagato anche lui, e invece ha detto al pm di avermi visto entrare nella stanza del gip e poi di avermi accompagnato a fare una copia dei documenti, anzi, due copie, perché era meglio tenerne una di riserva. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che questo signore mi ha registrato. Quando sono stato interrogato dal pm, del quale ora non ricordo il nome, mi ha fatto ascoltare la conversazione e io gli ho detto: “Dottore, sono 40 anni che faccio la giudiziaria e non mi è mai capitata una intercettazione fatta così velocemente". E gli ho chiesto: “Ma come avete fatto?". Mi rispose: “Ascolti"... Non era un'intercettazione. Questo signore mi aveva registrato. La conversazione è stata consegnata da lui al magistrato. Ma perché mi ha registrato? Me lo chiedo ancora». Viviano non si dà pace. «La mia condanna è una questione che riguarda tutta la categoria, non soltanto me, perché quelle carte me le ero procurate per Repubblica e per i lettori del giornale. Ho denunciato la questione al consiglio dell'Ordine dei giornalisti di Bari e non mi è arrivata alcuna risposta. Ho segnalato questa squallidissima storia anche alla Fnsi e mi hanno detto: «Stiamo studiando il caso, le faremo sapere». Il Cdr di Repubblica, dopo la sentenza della Cassazione, in un comunicato ha espresso solidarietà umana e sottolineo soltanto umana». E su Facebook Viviano si chiede: «Ma quanti santi in paradiso ha questo Foschini?». Di certo ha molti amici tra i magistrati pugliesi. Il giornalista ha per esempio un rapporto privilegiato con Gianrico Carofiglio. Uno dei giornalisti che firmano questo articolo nel 2013 pubblicò su Panorama le foto della famiglia Vendola a pranzo con un bel gruppo di magistrati, tra cui Carofiglio e la moglie. C'era anche il giudice Susanna De Felice che qualche anno dopo assolse lo stesso Vendola da un'accusa di abuso d'ufficio. I pm protestarono e Foschini spiattellò la loro nota riservata sul giornale, beccandosi una denuncia. Ma sulla questione delle foto rimase sempre un passo indietro. Sino a quando, all'improvviso, fece uno scoop: «Il partner di Patrizia Vendola (sorella del politico, ndr): “Ho dato io le foto a Panorama"». Il sommario chiariva meglio la vicenda: «Cosimo Ladogana ha presentato denuncia alla Digos accusandosi di aver ceduto lui al settimanale le foto della festa a cui hanno partecipato il governatore e il gip che lo ha assolto». Foschini riportò che Ladogana aveva tradito la famiglia della fidanzata «all'insaputa di tutti» perché «voleva scoprire le carte del settimanale e tutelare la sua donna». In realtà dietro alla denuncia c'era una storiaccia che venne fuori quando gli investigatori sequestrarono il pc di Ladogana. In cui trovarono la corrispondenza tra il cognato e Carofiglio: «Il mio intento era quello di proporre tali foto al giornalista senza nascondere, anzi evidenziando la provenienza illecita delle stesse. […] Tutto questo al solo scopo di constatare la reale disponibilità dello stesso ad addentrarsi in un contesto di illegalità». E aggiunse: «Ero sicuro di presentarmi lì la domenica con i carabinieri e denunciarlo per ricettazione». E ancora: «Era da giorni che avevo quella maledetta idea in testa, tanto da parlarne in maniera scherzosa anche a Patrizia. Dicevo: “A quel pezzo di merda bisognerebbe fargli il culo proponendogli materiale rubato"». Ladogana era pronto a qualunque cosa pur di non passare da traditore: «Sono disposto a tutto […] Non avrei problemi, se fosse necessario, di presentarmi davanti a un giudice autodenunciadomi». Cosa che fece. Ma solo dopo che Carofiglio gli aveva limato il testo e gli aveva chiesto «tutto (ma davvero tutto senza censura) lo scambio di email con quel signore (chi scrive, ndr)» e «un sunto delle comunicazioni telefoniche, con numeri delle utenze e durate delle conversazioni ed eventuali sms» tra il cognato e il cronista. Subito dopo partì la denuncia farlocca e Foschini la pubblicò in anteprima. Ma non raccontò che, per quel maldestro tentativo di incastrare il giornalista, Gianrico e il fidanzato della Vendola vennero indagati (Carofiglio per omessa denuncia) e poi archiviati solo perché la calunnia non era andata a buon fine. Nei giorni scorsi Foschini ha intervistato dal vivo per l'ennesima volta Carofiglio nella kermesse «La Repubblica delle idee». La serata era intitolata: «Le parole sono pistole cariche». Peccato che con gli amici facciano sempre cilecca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/volano-coltellate-tra-le-firme-di-repubblica-2638971211.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lotti-nega-le-fughe-di-notizie-spuntano-nuove-cene-con-i-pm" data-post-id="2638971211" data-published-at="1780032905" data-use-pagination="False"> Lotti nega le fughe di notizie. Spuntano nuove cene con i pm Durante l'udienza preliminare di ieri, davanti al gup Clementina Forleo, il deputato pd Luca Lotti, accusato di favoreggiamento nei confronti dell'ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ha provato a vendere cara la pelle e uscendo dal tribunale ha anche detto la sua sulla vicenda dei discussi incontri notturni con i consiglieri del Csm: «Non mettevo bocca sulle nomine nelle Procure», si è difeso l'ex sottosegretario. «Ho letto sui giornali che c'erano relazioni con la Procura di Roma, ma queste non ci sono mai state, tanto è vero che la richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti è stata fatta e abbiamo iniziato l'udienza preliminare. Ho già smentito nei giorni scorsi le ricostruzioni lette su questa vicenda: l'ho detto e scritto nei post in maniera chiara». Lasciando la cittadella giudiziaria, ha aggiunto: «Era dal dicembre del 2016 che attendevo questo momento. Nella sede più opportuna, davanti ai magistrati, ho potuto chiarire la mia posizione». Nella scorsa udienza, il 28 maggio, Lotti aveva chiesto di essere interrogato, dopo aver reso spontanee dichiarazioni nell'ormai lontano 27 dicembre 2016. E ieri, davanti alla Forleo, avrebbe «escluso categoricamente» di aver parlato dell'inchiesta con l'allora ad Marroni nel loro incontro del 3 agosto 2016, per un semplice motivo: «Non potevo riferire a Marroni ciò che non sapevo». Infatti, a precisa domanda del gup, ha negato di essere stato, in quella data, a conoscenza dell'inchiesta della Procura di Napoli e ha spiegato di esserne venuto a conoscenza solo dopo gli articoli pubblicati dal Fatto Quotidiano nel dicembre 2016. Peccato che a inizio novembre La Verità avesse già dato notizia di un'inchiesta partenopea che coinvolgeva Tiziano Renzi. Le nostre fonti erano interne al Giglio magico e Renzi senior aveva condiviso la notizia con le persone a lui più vicine. E tra questi c'era certamente Lotti, che con il babbo aveva frequenti incontri. Lo scorso dicembre, a due anni esatti dall'iscrizione sul registro degli indagati, la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio dell'ex ministro e l'archiviazione per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. Ieri gli inquirenti hanno ribadito l'istanza di processo per l'ex ministro e i coindagati, tra cui l'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale «renziano» Emanuele Saltalamacchia. Ieri La Gazzetta del Mezzogiorno ha pubblicato un colloquio con l'imprenditore pugliese Flavio D'Introno, le cui dichiarazioni hanno portato all'arresto per corruzione in atti giudiziari dei pm pugliesi Michele Nardi e Antonio Savasta. L'uomo, a cui sarebbero stati estorti 2 milioni con la promessa di aggiustare i suoi processi, ha parlato di cene romane con Lotti, il deputato pd Cosimo Ferri, il pm Luca Palamara (indagato a Perugia per corruzione e coinvolto nell'affaire Csm) e altri magistrati a cui avrebbe partecipato insieme con le due toghe finite in carcere. Lotti e Palamara hanno negato categoricamente di averlo mai incontrato. L'imprenditore con La Verità ha confermato la sua versione e ha annunciato che squadernerà le prove. Il suo avvocato, Vera Guelfi, ha spiegato: «Il mio assistito veniva coinvolto unicamente per il pagamento delle cene». Il povero D'Introno, insomma, non condivideva segreti, ma serviva solo da bancomat.
Però, se per la Germania c’è solo da guadagnare, per l’Italia c’è solo da perdere e, dunque, il disegno è da respingere in blocco, perché se l’Ucraina diventasse membro della Ue saremmo cornuti e pure mazziati.
Cominciamo col dire che finora Kiev è costata all’Europa una montagna di miliardi e, siccome il nostro Paese è tra i contributori netti, ossia versa nelle casse di Bruxelles più soldi di quelli che riceve, una parte di quel denaro l’abbiamo pagata noi, cioè i contribuenti italiani. E se passasse il piano tedesco, saremmo ancora noi a sostenere la ricostruzione e l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. Oltre all’assegno di 200 miliardi che la Ue ha già staccato, oltre a quello di 90 che presto staccherà, dovrà aggiungere molte altre decine di miliardi. Nessuno infatti si può illudere che sarà Mosca a finanziare la ricostruzione, né che i soldi arrivino dagli States: Trump lo ha già fatto capire e ha già stretto l’accordo sulle terre rare che più gli interessava.
L’aspetto più paradossale della proposta del cancelliere di latta (così lo chiamano in patria, dove il consenso è ai minimi) è che a Kiev, pur senza diritto di voto, sarebbe concesso ciò che a un Paese fondatore come l’Italia non è consentito, cioè di non rispettare alcun parametro di bilancio. A noi fanno la predica e minacciano sanzioni nel caso i conti pubblici sforino il limite dello zero virgola. Mentre con l’Ucraina - che tecnicamente, se non fosse sostenuta dai fondi europei (cioè nostri) sarebbe fallita - non si chiude un occhio ma tutti e due. Da anni neghiamo l’ingresso nella Ue alla Serbia e ad altri Paesi, ma con Kiev siamo pronti a srotolare i tappeti rossi. Inoltre, quella dei conti non sarebbe la sola eccezione. L’Europa pretende che gli Stati, oltre a soddisfare determinati parametri di bilancio, rispettino anche alcune regole democratiche, come elezioni, libertà di stampa, diritti delle opposizioni, lotta alla corruzione. E come si fa con un Paese dove la democrazia è sospesa dalla legge marziale, non si vota da tempo e l’opposizione, se non piace a Zelensky, non ha diritto di rappresentanza, mentre l’apparato statale è zeppo di ladri? Come si può accogliere a braccia aperte uno Stato che vieta l’espatrio ai propri cittadini che hanno l’età per essere mandati al fronte? Anche un bambino capirebbe che non puoi far entrare in pace un Paese che è in guerra, perché significherebbe portare dentro casa un conflitto. Ma a Merz tutto ciò importa poco. Al cancelliere, che è riuscito nell’incredibile opera di far scavalcare la sua Cdu dal partito di destra Afd, importa di salvare la poltrona con un incredibile gioco di prestigio, ovvero rilanciare un’economia in crisi con la ricostruzione dopo la guerra.
L’ingresso dell’Ucraina, oltre alle incongruenze e ai probabili costi, avrebbe anche un secondo effetto. Kiev ha una importante produzione agricola e domani, se facesse parte della Ue, avrebbe diritto a ricevere i fondi che oggi vengono divisi fra i principali Paesi dell’Unione. In pratica, la torta dei soldi Ue, che già oggi non riesce a soddisfare le esigenze degli agricoltori, dovrebbe essere divisa con il nuovo ospite che, viste le dimensioni della sua produzione, rischia di prendersi la fetta più grossa. Insomma, avete capito. Così come su gas e bollette il sostegno a Kiev non è stato gratis (ricordate la celebre frase di Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra pace e aria condizionata»?), così fare entrare l’Ucraina nella Ue e consentirle di beneficiare dei finanziamenti a sostegno della propria economia non sarebbe indolore, bensì una mossa che verrebbe pagata da contribuenti e produttori.
In altre parole, Merz vuole applicare la solita ricetta würstel e crauti, dove noi però saremmo il würstel. Non so voi, ma io di finire nel piatto della Germania non ho alcuna voglia.
Continua a leggereRiduci
Vladimir Putin (Ansa)
Rispondere a questa domanda è complesso. Sebbene la Russia sia effettivamente all’offensiva da diverso tempo, l’intensità e l’efficacia delle sue azioni militari sono molto variabili e incostanti, e le linee difensive ucraine non sono affatto crollate. La Russia non ha ottenuto ancora gli obiettivi che si era prefissata: il controllo totale del Donbass e la cosiddetta «denazificazione» del Paese, che si risolverebbe nel cambio di regime e nell’identificazione di un nuovo leader ucraino più vicino agli interessi di Mosca. Conseguentemente, è decisamente difficile sostenere che Vladimir Putin stia vincendo o abbia raggiunto i suoi scopi: voleva rendere l’Ucraina russa, ma il risultato ottenuto è che Kiev si è molto avvicinata all’Europa; puntava a fermare l’espansione della Nato, mentre Finlandia e Svezia hanno aderito all’Alleanza successivamente al suo attacco. In ogni caso, il dato incontrovertibile è che il conflitto continua, e probabilmente sarà proprio il fattore tempo l’elemento chiave a determinarne le sorti. Per quanto tempo il Cremlino sarà disposto e soprattutto sarà in grado di sostenere uno sforzo bellico di tale intensità? Difficile pronosticarlo, anche se non bisogna mai sottovalutare la pazienza e la resilienza russa. Inoltre, gli europei continuano a non mettere nel conto che la Russia dispone di un arsenale nucleare imponente, che ovviamente ci auguriamo tutti non venga mai utilizzato.
E nell’altro campo, per quanto tempo l’Ucraina sarà capace di resistere? Ma soprattutto, per quanto ancora i Paesi occidentali potranno e vorranno sostenerla? Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha recentemente formalizzato la sua proposta di concedere all’Ucraina una «membership associata» all’Ue. L’obiettivo dovrebbe essere quello di accelerare l’integrazione di fatto mentre sono in corso i negoziati con la Russia. Secondo il cancelliere, sarebbe una tappa verso la piena adesione. Ma dietro al pragmatismo di questa mossa si nasconde una pericolosa trappola: si creerebbe una sorta di «sala d’attesa» dove tenere gli ucraini ancora a lungo, forse per sempre. Nella Ue manca assolutamente la volontà politica comune necessaria per affrontare i problemi legati all’adesione dell’Ucraina. La «membership associata» proposta da Merz assomiglia a un’adesione fittizia, come i villaggi di cartapesta fatti costruire dal principe Grigorij Potemkin per Caterina II di Russia. La verità è che l’Ucraina rappresenta un serio problema, e forse anche un pericolo per l’Ue, perché è considerata da molti come troppo grande, pericolosa o corrotta per essere ammessa nel consesso europeo. Alcuni affermano addirittura che con l’adesione ci troveremmo con un milione di ex combattenti, capaci di maneggiare le armi, liberi di circolare nell’Ue: preoccupazioni o accuse che possono sembrare eccessive o infondate, ma di fatto riflettono le percezioni in alcune capitali. In ogni caso nessun leader sembra essere disposto a rischiare per far entrare l’Ucraina, stante l’ostilità più o meno accentuate delle opinioni pubbliche.
Ma c’è un secondo e più grande problema: la Ue sclerotizzata non è capace di riformarsi per procedere a un nuovo grande allargamento. Ventidue anni dopo la riunificazione con i Paesi dell’ex blocco di Varsavia e 13 anni dopo l’ultima adesione della Croazia, la domanda rimane sempre la stessa: l’Ue è in grado di mantenere le sue promesse di integrazione e armonizzazione per un efficace allargamento?
A tutto ciò bisogna aggiungere che la geopolitica mondiale è in continuo movimento. Alcuni osservatori informati sostengono che nel recente vertice a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump il leader cinese abbia ribadito che non è possibile immaginare che la Russia perda la guerra. Non a caso subito dopo ha ricevuto, in pompa magna, proprio il leader russo Vladimir Putin. L’Europa, oltre che Kiev, è avvertita. Per cui sarebbe consigliabile che i soloni di Bruxelles accogliessero le disponibilità russe per l’apertura di un negoziato invece di prendere tempo nella ricerca di un negoziatore, e usassero nello stesso tempo più cautela nell’affermare che Volodymyr Zelensky stia vincendo la guerra, perché corrono il rischio molto alto di cadere semplicemente in una illusione ottica.
Continua a leggereRiduci
Matteo Messina Denaro (Ansa)
I 200 milioni di euro sequestrati ieri dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo sono il perimetro di una ricchezza smisurata che affonda le radici negli anni Ottanta, quando i narcos siciliani cominciavano a moltiplicare il denaro della droga con una velocità che la mafia dei corleonesi non aveva mai conosciuto. Il blitz, coordinato dal procuratore Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Vito Di Giorgio ha attraversato mezzo mondo: da Palermo e Trapani a Marbella, da Puerto Banùs, Malaga e Benahavis alla Svizzera, dal Principato di Monaco al Libano, ad Andorra, alle Isole Cayman e a Gibilterra.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
Ieri mattina, a margine della riunione del Consiglio affari esteri dell’Ue a Cipro, Kallas ha annunciato davanti ai giornalisti che i diplomatici americani hanno abbandonato Kiev, ma è falso. «Da quanto abbiamo appreso ieri (mercoledì, ndr) dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste tranne una. Anche questo richiede coraggio da parte di tali ambasciate. Tutti gli Stati europei sono rimasti, l’America se n'è andata», ha detto ai microfoni. Neanche troppo velatamente, ha tacciato la Casa Bianca di non essere risoluta, avendo ceduto alle richieste russe di far evacuare il personale diplomatico dalla capitale ucraina.
Inevitabile è stata la pioggia di smentite. Sul sito dell’ambasciata americana in Ucraina, nella sezione «News», compare la scritta: «L’ambasciata degli Stati Uniti è aperta». Nel portale viene specificato: «Non ci sono cambiamenti nelle nostre operazioni e le notizie contrarie sono false. Il Dipartimento di Stato non ha priorità più alta della sicurezza dei cittadini americani e rivede regolarmente il livello di sicurezza dell’ambasciata di Kiev». Anche l’Ucraina non ha potuto fare altro che negare quanto affermato dall’alleata europea. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Georgiy Tykhyi, ha spiegato che «le informazioni sulla partenza dell’ambasciata statunitense non sono vere».
Peraltro, perfino Mosca ha ammesso che da Washington non ha ricevuto alcuna risposta sulla richiesta di evacuazione. «La Russia ha trasmesso una raccomandazione agli Stati Uniti attraverso i canali appropriati riguardo agli attacchi su Kiev, ma non c’è stata ancora alcuna risposta. Nessun messaggio è stato trasmesso da Donald Trump a Vladimir Putin», ha riferito il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov.
Non deve essere stato poco l’imbarazzo a Bruxelles. Sul sito dell’Ue che riporta la trascrizione delle domande e risposte con i giornalisti, l’affermazione di Kallas è stata modificata. Ora si legge: «Da quanto abbiamo appreso ieri dall’Ucraina, tutte le ambasciate sono rimaste*, il che richiede coraggio da parte di queste ambasciate, ma sì, tutti gli europei sono rimasti*». Gli asterischi sono doverosi perché, al termine della dichiarazione, compare tra parentesi: «*Aggiornato con una correzione riguardo alla presenza diplomatica a Kiev».
Il granchio preso da Kallas, la cui portavoce ha comicamente parlato di un «fraintendimento» nella conversazione col ministro degli Esteri ucraino, suggerisce ancora una volta che la sua nomina ad Alto rappresentante Ue non è probabilmente stata una delle scelte più lungimiranti. Nel 2009, quando Bruxelles ha riformato questo ruolo introducendo una sorta di «ministro» degli Esteri dell’Ue, era convinta di aver risposto al quesito del celebre diplomatico americano Henry Kissinger: «Chi devo chiamare se voglio parlare l’Europa?». Eppure, tralasciando il fatto se ci sia riuscita oppure no, se a qualche cancelleria venisse da snobbare la Kallas, non ci sarebbe troppo da sorprendersi. La donna, ex primo ministro dell’Estonia e ora alla guida della politica estera europea, non ha mai dimostrato la statura del diplomatico. Passo dopo passo, ha collezionato figuracce che hanno assottigliato la sua fragile credibilità. Aveva dichiarato che per lei era una «novità» che Mosca e Pechino avessero sconfitto il nazismo e il fascismo nella Seconda guerra mondiale. E, dimostrando che forse non era la prima della classe a scuola, aveva persino sentenziato: «In 100 anni la Russia ha attaccato 19 Paesi, alcuni dei quali anche tre o quattro volte. Ma nessuno ha attaccato la Russia in quel periodo». Essere estoni, e dunque aver subito l’occupazione sovietica, non esime dal conoscere la storia delle guerre mondiali.
Bruxelles ha a lungo definito la «disinformazione» come la maggiore minaccia alla democrazia. Poi i vertici europei sono i primi a non accertarsi se stanno comunicando o meno notizie veritiere.
Continua a leggereRiduci