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2019-06-25
Tra le penne di «Repubblica» volano coltellate
Ansa
I pistoleri di Repubblica, ieri, hanno impallinato (una volta il piombo era l'ingrediente principale nella stampa dei giornali) uno dei tanti cattivoni del caso Csm. Con questa raffica: «"Ci pensa Cosimo". Così Ferri il puparo manovrava le sue toghe». Nell'inchiesta firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini vengono evidenziati i «rapporti confidenziali» con un magistrato arrestato nei mesi scorsi in Puglia di Cosimo Maria Ferri, uno dei personaggi coinvolti nei summit notturni del mercato delle nomine. Ma il deputato pd e giudice in aspettativa, a cui, per ora, per quei «rapporti» nessun collega ha chiesto conto, si è sfogato sulle chat: «Incredibile articolo su di me su Repubblica». Ma se le proteste di Ferri erano previste, non era facile prevedere l'attacco di una delle firme storiche di Repubblica, quella di Francesco Viviano, il quale quando legge il nome di «un certo Foschini» deve avere degli attacchi di orticaria, nonostante giudichi l'inchiesta «bellissima». Nella chiusa dell'articolo si parlava del Trani-gate, dove Ferri «insieme a un “gruppo di amici giuristi" doveva mettere insieme gli argomenti giuridici per chiudere Annozero». Un passaggio che ha fatto infuriare Viviano: «Mi chiedo come mai Giuliano Foschini ricordi l'intervento di Cosimo Ferri sull'inchiesta di Trani, dove l'allora premier, Silvio Berlusconi, voleva far chiudere il programma Annozero condotto da Michele Santoro. Uno scoop di Repubblica firmato dal sottoscritto, Francesco Viviano, che è stato condannato, anche in Cassazione, per avere pubblicato atti “segreti" della Procura della Repubblica di Trani». E sarebbe stato incastrato proprio dal collega: «Ebbene la mia condanna, a un anno e due mesi di reclusione, è “discendente" (come hanno scritto nelle loro sentenze i tribunali di primo e secondo grado e anche in Cassazione) dalle “dichiarazioni di Giuliano Foschini" (mio pseudocollega che lavora nel mio stesso giornale), che mi ha accusato e che ha anche registrato una conversazione tra me e lui in quei giorni caldissimi dello scoop che è finita in mano ai pm. In quella circostanza Foschini, grazie alla sua “collaborazione" e al suo avvocato Paolo Sisto di Forza Italia (quindi vicino a Berlusconi, oggetto dello scoop di Repubblica) è uscito dall'inchiesta perché definito “testimone assistito". Io mi sono fatto difendere dagli avvocati del mio giornale come era giusto. Questo Foschini, non ha “rossore"?».
Con La Verità, Viviano fornisce altri imbarazzanti particolari: «Foschini per me poteva avvalersi della facoltà di non rispondere, perché era indagato anche lui, e invece ha detto al pm di avermi visto entrare nella stanza del gip e poi di avermi accompagnato a fare una copia dei documenti, anzi, due copie, perché era meglio tenerne una di riserva. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che questo signore mi ha registrato. Quando sono stato interrogato dal pm, del quale ora non ricordo il nome, mi ha fatto ascoltare la conversazione e io gli ho detto: “Dottore, sono 40 anni che faccio la giudiziaria e non mi è mai capitata una intercettazione fatta così velocemente". E gli ho chiesto: “Ma come avete fatto?". Mi rispose: “Ascolti"... Non era un'intercettazione. Questo signore mi aveva registrato. La conversazione è stata consegnata da lui al magistrato. Ma perché mi ha registrato? Me lo chiedo ancora».
Viviano non si dà pace. «La mia condanna è una questione che riguarda tutta la categoria, non soltanto me, perché quelle carte me le ero procurate per Repubblica e per i lettori del giornale. Ho denunciato la questione al consiglio dell'Ordine dei giornalisti di Bari e non mi è arrivata alcuna risposta. Ho segnalato questa squallidissima storia anche alla Fnsi e mi hanno detto: «Stiamo studiando il caso, le faremo sapere». Il Cdr di Repubblica, dopo la sentenza della Cassazione, in un comunicato ha espresso solidarietà umana e sottolineo soltanto umana». E su Facebook Viviano si chiede: «Ma quanti santi in paradiso ha questo Foschini?». Di certo ha molti amici tra i magistrati pugliesi. Il giornalista ha per esempio un rapporto privilegiato con Gianrico Carofiglio. Uno dei giornalisti che firmano questo articolo nel 2013 pubblicò su Panorama le foto della famiglia Vendola a pranzo con un bel gruppo di magistrati, tra cui Carofiglio e la moglie. C'era anche il giudice Susanna De Felice che qualche anno dopo assolse lo stesso Vendola da un'accusa di abuso d'ufficio. I pm protestarono e Foschini spiattellò la loro nota riservata sul giornale, beccandosi una denuncia. Ma sulla questione delle foto rimase sempre un passo indietro. Sino a quando, all'improvviso, fece uno scoop: «Il partner di Patrizia Vendola (sorella del politico, ndr): “Ho dato io le foto a Panorama"». Il sommario chiariva meglio la vicenda: «Cosimo Ladogana ha presentato denuncia alla Digos accusandosi di aver ceduto lui al settimanale le foto della festa a cui hanno partecipato il governatore e il gip che lo ha assolto». Foschini riportò che Ladogana aveva tradito la famiglia della fidanzata «all'insaputa di tutti» perché «voleva scoprire le carte del settimanale e tutelare la sua donna». In realtà dietro alla denuncia c'era una storiaccia che venne fuori quando gli investigatori sequestrarono il pc di Ladogana. In cui trovarono la corrispondenza tra il cognato e Carofiglio: «Il mio intento era quello di proporre tali foto al giornalista senza nascondere, anzi evidenziando la provenienza illecita delle stesse. […] Tutto questo al solo scopo di constatare la reale disponibilità dello stesso ad addentrarsi in un contesto di illegalità». E aggiunse: «Ero sicuro di presentarmi lì la domenica con i carabinieri e denunciarlo per ricettazione». E ancora: «Era da giorni che avevo quella maledetta idea in testa, tanto da parlarne in maniera scherzosa anche a Patrizia. Dicevo: “A quel pezzo di merda bisognerebbe fargli il culo proponendogli materiale rubato"». Ladogana era pronto a qualunque cosa pur di non passare da traditore: «Sono disposto a tutto […] Non avrei problemi, se fosse necessario, di presentarmi davanti a un giudice autodenunciadomi». Cosa che fece. Ma solo dopo che Carofiglio gli aveva limato il testo e gli aveva chiesto «tutto (ma davvero tutto senza censura) lo scambio di email con quel signore (chi scrive, ndr)» e «un sunto delle comunicazioni telefoniche, con numeri delle utenze e durate delle conversazioni ed eventuali sms» tra il cognato e il cronista. Subito dopo partì la denuncia farlocca e Foschini la pubblicò in anteprima. Ma non raccontò che, per quel maldestro tentativo di incastrare il giornalista, Gianrico e il fidanzato della Vendola vennero indagati (Carofiglio per omessa denuncia) e poi archiviati solo perché la calunnia non era andata a buon fine.
Nei giorni scorsi Foschini ha intervistato dal vivo per l'ennesima volta Carofiglio nella kermesse «La Repubblica delle idee». La serata era intitolata: «Le parole sono pistole cariche». Peccato che con gli amici facciano sempre cilecca.
Lotti nega le fughe di notizie. Spuntano nuove cene con i pm
Durante l'udienza preliminare di ieri, davanti al gup Clementina Forleo, il deputato pd Luca Lotti, accusato di favoreggiamento nei confronti dell'ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ha provato a vendere cara la pelle e uscendo dal tribunale ha anche detto la sua sulla vicenda dei discussi incontri notturni con i consiglieri del Csm: «Non mettevo bocca sulle nomine nelle Procure», si è difeso l'ex sottosegretario. «Ho letto sui giornali che c'erano relazioni con la Procura di Roma, ma queste non ci sono mai state, tanto è vero che la richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti è stata fatta e abbiamo iniziato l'udienza preliminare. Ho già smentito nei giorni scorsi le ricostruzioni lette su questa vicenda: l'ho detto e scritto nei post in maniera chiara». Lasciando la cittadella giudiziaria, ha aggiunto: «Era dal dicembre del 2016 che attendevo questo momento. Nella sede più opportuna, davanti ai magistrati, ho potuto chiarire la mia posizione».
Nella scorsa udienza, il 28 maggio, Lotti aveva chiesto di essere interrogato, dopo aver reso spontanee dichiarazioni nell'ormai lontano 27 dicembre 2016. E ieri, davanti alla Forleo, avrebbe «escluso categoricamente» di aver parlato dell'inchiesta con l'allora ad Marroni nel loro incontro del 3 agosto 2016, per un semplice motivo: «Non potevo riferire a Marroni ciò che non sapevo». Infatti, a precisa domanda del gup, ha negato di essere stato, in quella data, a conoscenza dell'inchiesta della Procura di Napoli e ha spiegato di esserne venuto a conoscenza solo dopo gli articoli pubblicati dal Fatto Quotidiano nel dicembre 2016. Peccato che a inizio novembre La Verità avesse già dato notizia di un'inchiesta partenopea che coinvolgeva Tiziano Renzi. Le nostre fonti erano interne al Giglio magico e Renzi senior aveva condiviso la notizia con le persone a lui più vicine. E tra questi c'era certamente Lotti, che con il babbo aveva frequenti incontri.
Lo scorso dicembre, a due anni esatti dall'iscrizione sul registro degli indagati, la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio dell'ex ministro e l'archiviazione per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. Ieri gli inquirenti hanno ribadito l'istanza di processo per l'ex ministro e i coindagati, tra cui l'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale «renziano» Emanuele Saltalamacchia.
Ieri La Gazzetta del Mezzogiorno ha pubblicato un colloquio con l'imprenditore pugliese Flavio D'Introno, le cui dichiarazioni hanno portato all'arresto per corruzione in atti giudiziari dei pm pugliesi Michele Nardi e Antonio Savasta. L'uomo, a cui sarebbero stati estorti 2 milioni con la promessa di aggiustare i suoi processi, ha parlato di cene romane con Lotti, il deputato pd Cosimo Ferri, il pm Luca Palamara (indagato a Perugia per corruzione e coinvolto nell'affaire Csm) e altri magistrati a cui avrebbe partecipato insieme con le due toghe finite in carcere. Lotti e Palamara hanno negato categoricamente di averlo mai incontrato. L'imprenditore con La Verità ha confermato la sua versione e ha annunciato che squadernerà le prove. Il suo avvocato, Vera Guelfi, ha spiegato: «Il mio assistito veniva coinvolto unicamente per il pagamento delle cene». Il povero D'Introno, insomma, non condivideva segreti, ma serviva solo da bancomat.
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Un'inchiesta su Cosimo Ferri (Pd) firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini fa infuriare il collega Francesco Viviano: «Quanti santi ha in paradiso uno che mi ha registrato e mi ha fatto condannare per uno scoop?». Il giornalista accusato ha legami con Gianrico Carofiglio. Luca Lotti nega le fughe di notizie. Spuntano nuove cene con i pm. Il fedelissimo di Matteo Renzi: «Non potevo sapere di Consip». Ma c'è qualcosa che non torna. Lo speciale comprende due articoli. I pistoleri di Repubblica, ieri, hanno impallinato (una volta il piombo era l'ingrediente principale nella stampa dei giornali) uno dei tanti cattivoni del caso Csm. Con questa raffica: «"Ci pensa Cosimo". Così Ferri il puparo manovrava le sue toghe». Nell'inchiesta firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini vengono evidenziati i «rapporti confidenziali» con un magistrato arrestato nei mesi scorsi in Puglia di Cosimo Maria Ferri, uno dei personaggi coinvolti nei summit notturni del mercato delle nomine. Ma il deputato pd e giudice in aspettativa, a cui, per ora, per quei «rapporti» nessun collega ha chiesto conto, si è sfogato sulle chat: «Incredibile articolo su di me su Repubblica». Ma se le proteste di Ferri erano previste, non era facile prevedere l'attacco di una delle firme storiche di Repubblica, quella di Francesco Viviano, il quale quando legge il nome di «un certo Foschini» deve avere degli attacchi di orticaria, nonostante giudichi l'inchiesta «bellissima». Nella chiusa dell'articolo si parlava del Trani-gate, dove Ferri «insieme a un “gruppo di amici giuristi" doveva mettere insieme gli argomenti giuridici per chiudere Annozero». Un passaggio che ha fatto infuriare Viviano: «Mi chiedo come mai Giuliano Foschini ricordi l'intervento di Cosimo Ferri sull'inchiesta di Trani, dove l'allora premier, Silvio Berlusconi, voleva far chiudere il programma Annozero condotto da Michele Santoro. Uno scoop di Repubblica firmato dal sottoscritto, Francesco Viviano, che è stato condannato, anche in Cassazione, per avere pubblicato atti “segreti" della Procura della Repubblica di Trani». E sarebbe stato incastrato proprio dal collega: «Ebbene la mia condanna, a un anno e due mesi di reclusione, è “discendente" (come hanno scritto nelle loro sentenze i tribunali di primo e secondo grado e anche in Cassazione) dalle “dichiarazioni di Giuliano Foschini" (mio pseudocollega che lavora nel mio stesso giornale), che mi ha accusato e che ha anche registrato una conversazione tra me e lui in quei giorni caldissimi dello scoop che è finita in mano ai pm. In quella circostanza Foschini, grazie alla sua “collaborazione" e al suo avvocato Paolo Sisto di Forza Italia (quindi vicino a Berlusconi, oggetto dello scoop di Repubblica) è uscito dall'inchiesta perché definito “testimone assistito". Io mi sono fatto difendere dagli avvocati del mio giornale come era giusto. Questo Foschini, non ha “rossore"?». Con La Verità, Viviano fornisce altri imbarazzanti particolari: «Foschini per me poteva avvalersi della facoltà di non rispondere, perché era indagato anche lui, e invece ha detto al pm di avermi visto entrare nella stanza del gip e poi di avermi accompagnato a fare una copia dei documenti, anzi, due copie, perché era meglio tenerne una di riserva. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che questo signore mi ha registrato. Quando sono stato interrogato dal pm, del quale ora non ricordo il nome, mi ha fatto ascoltare la conversazione e io gli ho detto: “Dottore, sono 40 anni che faccio la giudiziaria e non mi è mai capitata una intercettazione fatta così velocemente". E gli ho chiesto: “Ma come avete fatto?". Mi rispose: “Ascolti"... Non era un'intercettazione. Questo signore mi aveva registrato. La conversazione è stata consegnata da lui al magistrato. Ma perché mi ha registrato? Me lo chiedo ancora». Viviano non si dà pace. «La mia condanna è una questione che riguarda tutta la categoria, non soltanto me, perché quelle carte me le ero procurate per Repubblica e per i lettori del giornale. Ho denunciato la questione al consiglio dell'Ordine dei giornalisti di Bari e non mi è arrivata alcuna risposta. Ho segnalato questa squallidissima storia anche alla Fnsi e mi hanno detto: «Stiamo studiando il caso, le faremo sapere». Il Cdr di Repubblica, dopo la sentenza della Cassazione, in un comunicato ha espresso solidarietà umana e sottolineo soltanto umana». E su Facebook Viviano si chiede: «Ma quanti santi in paradiso ha questo Foschini?». Di certo ha molti amici tra i magistrati pugliesi. Il giornalista ha per esempio un rapporto privilegiato con Gianrico Carofiglio. Uno dei giornalisti che firmano questo articolo nel 2013 pubblicò su Panorama le foto della famiglia Vendola a pranzo con un bel gruppo di magistrati, tra cui Carofiglio e la moglie. C'era anche il giudice Susanna De Felice che qualche anno dopo assolse lo stesso Vendola da un'accusa di abuso d'ufficio. I pm protestarono e Foschini spiattellò la loro nota riservata sul giornale, beccandosi una denuncia. Ma sulla questione delle foto rimase sempre un passo indietro. Sino a quando, all'improvviso, fece uno scoop: «Il partner di Patrizia Vendola (sorella del politico, ndr): “Ho dato io le foto a Panorama"». Il sommario chiariva meglio la vicenda: «Cosimo Ladogana ha presentato denuncia alla Digos accusandosi di aver ceduto lui al settimanale le foto della festa a cui hanno partecipato il governatore e il gip che lo ha assolto». Foschini riportò che Ladogana aveva tradito la famiglia della fidanzata «all'insaputa di tutti» perché «voleva scoprire le carte del settimanale e tutelare la sua donna». In realtà dietro alla denuncia c'era una storiaccia che venne fuori quando gli investigatori sequestrarono il pc di Ladogana. In cui trovarono la corrispondenza tra il cognato e Carofiglio: «Il mio intento era quello di proporre tali foto al giornalista senza nascondere, anzi evidenziando la provenienza illecita delle stesse. […] Tutto questo al solo scopo di constatare la reale disponibilità dello stesso ad addentrarsi in un contesto di illegalità». E aggiunse: «Ero sicuro di presentarmi lì la domenica con i carabinieri e denunciarlo per ricettazione». E ancora: «Era da giorni che avevo quella maledetta idea in testa, tanto da parlarne in maniera scherzosa anche a Patrizia. Dicevo: “A quel pezzo di merda bisognerebbe fargli il culo proponendogli materiale rubato"». Ladogana era pronto a qualunque cosa pur di non passare da traditore: «Sono disposto a tutto […] Non avrei problemi, se fosse necessario, di presentarmi davanti a un giudice autodenunciadomi». Cosa che fece. Ma solo dopo che Carofiglio gli aveva limato il testo e gli aveva chiesto «tutto (ma davvero tutto senza censura) lo scambio di email con quel signore (chi scrive, ndr)» e «un sunto delle comunicazioni telefoniche, con numeri delle utenze e durate delle conversazioni ed eventuali sms» tra il cognato e il cronista. Subito dopo partì la denuncia farlocca e Foschini la pubblicò in anteprima. Ma non raccontò che, per quel maldestro tentativo di incastrare il giornalista, Gianrico e il fidanzato della Vendola vennero indagati (Carofiglio per omessa denuncia) e poi archiviati solo perché la calunnia non era andata a buon fine. Nei giorni scorsi Foschini ha intervistato dal vivo per l'ennesima volta Carofiglio nella kermesse «La Repubblica delle idee». La serata era intitolata: «Le parole sono pistole cariche». 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Spuntano nuove cene con i pm Durante l'udienza preliminare di ieri, davanti al gup Clementina Forleo, il deputato pd Luca Lotti, accusato di favoreggiamento nei confronti dell'ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ha provato a vendere cara la pelle e uscendo dal tribunale ha anche detto la sua sulla vicenda dei discussi incontri notturni con i consiglieri del Csm: «Non mettevo bocca sulle nomine nelle Procure», si è difeso l'ex sottosegretario. «Ho letto sui giornali che c'erano relazioni con la Procura di Roma, ma queste non ci sono mai state, tanto è vero che la richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti è stata fatta e abbiamo iniziato l'udienza preliminare. Ho già smentito nei giorni scorsi le ricostruzioni lette su questa vicenda: l'ho detto e scritto nei post in maniera chiara». Lasciando la cittadella giudiziaria, ha aggiunto: «Era dal dicembre del 2016 che attendevo questo momento. Nella sede più opportuna, davanti ai magistrati, ho potuto chiarire la mia posizione». Nella scorsa udienza, il 28 maggio, Lotti aveva chiesto di essere interrogato, dopo aver reso spontanee dichiarazioni nell'ormai lontano 27 dicembre 2016. E ieri, davanti alla Forleo, avrebbe «escluso categoricamente» di aver parlato dell'inchiesta con l'allora ad Marroni nel loro incontro del 3 agosto 2016, per un semplice motivo: «Non potevo riferire a Marroni ciò che non sapevo». Infatti, a precisa domanda del gup, ha negato di essere stato, in quella data, a conoscenza dell'inchiesta della Procura di Napoli e ha spiegato di esserne venuto a conoscenza solo dopo gli articoli pubblicati dal Fatto Quotidiano nel dicembre 2016. Peccato che a inizio novembre La Verità avesse già dato notizia di un'inchiesta partenopea che coinvolgeva Tiziano Renzi. Le nostre fonti erano interne al Giglio magico e Renzi senior aveva condiviso la notizia con le persone a lui più vicine. E tra questi c'era certamente Lotti, che con il babbo aveva frequenti incontri. Lo scorso dicembre, a due anni esatti dall'iscrizione sul registro degli indagati, la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio dell'ex ministro e l'archiviazione per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. Ieri gli inquirenti hanno ribadito l'istanza di processo per l'ex ministro e i coindagati, tra cui l'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale «renziano» Emanuele Saltalamacchia. Ieri La Gazzetta del Mezzogiorno ha pubblicato un colloquio con l'imprenditore pugliese Flavio D'Introno, le cui dichiarazioni hanno portato all'arresto per corruzione in atti giudiziari dei pm pugliesi Michele Nardi e Antonio Savasta. L'uomo, a cui sarebbero stati estorti 2 milioni con la promessa di aggiustare i suoi processi, ha parlato di cene romane con Lotti, il deputato pd Cosimo Ferri, il pm Luca Palamara (indagato a Perugia per corruzione e coinvolto nell'affaire Csm) e altri magistrati a cui avrebbe partecipato insieme con le due toghe finite in carcere. Lotti e Palamara hanno negato categoricamente di averlo mai incontrato. L'imprenditore con La Verità ha confermato la sua versione e ha annunciato che squadernerà le prove. Il suo avvocato, Vera Guelfi, ha spiegato: «Il mio assistito veniva coinvolto unicamente per il pagamento delle cene». Il povero D'Introno, insomma, non condivideva segreti, ma serviva solo da bancomat.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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