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2019-06-25
Tra le penne di «Repubblica» volano coltellate
Ansa
I pistoleri di Repubblica, ieri, hanno impallinato (una volta il piombo era l'ingrediente principale nella stampa dei giornali) uno dei tanti cattivoni del caso Csm. Con questa raffica: «"Ci pensa Cosimo". Così Ferri il puparo manovrava le sue toghe». Nell'inchiesta firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini vengono evidenziati i «rapporti confidenziali» con un magistrato arrestato nei mesi scorsi in Puglia di Cosimo Maria Ferri, uno dei personaggi coinvolti nei summit notturni del mercato delle nomine. Ma il deputato pd e giudice in aspettativa, a cui, per ora, per quei «rapporti» nessun collega ha chiesto conto, si è sfogato sulle chat: «Incredibile articolo su di me su Repubblica». Ma se le proteste di Ferri erano previste, non era facile prevedere l'attacco di una delle firme storiche di Repubblica, quella di Francesco Viviano, il quale quando legge il nome di «un certo Foschini» deve avere degli attacchi di orticaria, nonostante giudichi l'inchiesta «bellissima». Nella chiusa dell'articolo si parlava del Trani-gate, dove Ferri «insieme a un “gruppo di amici giuristi" doveva mettere insieme gli argomenti giuridici per chiudere Annozero». Un passaggio che ha fatto infuriare Viviano: «Mi chiedo come mai Giuliano Foschini ricordi l'intervento di Cosimo Ferri sull'inchiesta di Trani, dove l'allora premier, Silvio Berlusconi, voleva far chiudere il programma Annozero condotto da Michele Santoro. Uno scoop di Repubblica firmato dal sottoscritto, Francesco Viviano, che è stato condannato, anche in Cassazione, per avere pubblicato atti “segreti" della Procura della Repubblica di Trani». E sarebbe stato incastrato proprio dal collega: «Ebbene la mia condanna, a un anno e due mesi di reclusione, è “discendente" (come hanno scritto nelle loro sentenze i tribunali di primo e secondo grado e anche in Cassazione) dalle “dichiarazioni di Giuliano Foschini" (mio pseudocollega che lavora nel mio stesso giornale), che mi ha accusato e che ha anche registrato una conversazione tra me e lui in quei giorni caldissimi dello scoop che è finita in mano ai pm. In quella circostanza Foschini, grazie alla sua “collaborazione" e al suo avvocato Paolo Sisto di Forza Italia (quindi vicino a Berlusconi, oggetto dello scoop di Repubblica) è uscito dall'inchiesta perché definito “testimone assistito". Io mi sono fatto difendere dagli avvocati del mio giornale come era giusto. Questo Foschini, non ha “rossore"?».
Con La Verità, Viviano fornisce altri imbarazzanti particolari: «Foschini per me poteva avvalersi della facoltà di non rispondere, perché era indagato anche lui, e invece ha detto al pm di avermi visto entrare nella stanza del gip e poi di avermi accompagnato a fare una copia dei documenti, anzi, due copie, perché era meglio tenerne una di riserva. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che questo signore mi ha registrato. Quando sono stato interrogato dal pm, del quale ora non ricordo il nome, mi ha fatto ascoltare la conversazione e io gli ho detto: “Dottore, sono 40 anni che faccio la giudiziaria e non mi è mai capitata una intercettazione fatta così velocemente". E gli ho chiesto: “Ma come avete fatto?". Mi rispose: “Ascolti"... Non era un'intercettazione. Questo signore mi aveva registrato. La conversazione è stata consegnata da lui al magistrato. Ma perché mi ha registrato? Me lo chiedo ancora».
Viviano non si dà pace. «La mia condanna è una questione che riguarda tutta la categoria, non soltanto me, perché quelle carte me le ero procurate per Repubblica e per i lettori del giornale. Ho denunciato la questione al consiglio dell'Ordine dei giornalisti di Bari e non mi è arrivata alcuna risposta. Ho segnalato questa squallidissima storia anche alla Fnsi e mi hanno detto: «Stiamo studiando il caso, le faremo sapere». Il Cdr di Repubblica, dopo la sentenza della Cassazione, in un comunicato ha espresso solidarietà umana e sottolineo soltanto umana». E su Facebook Viviano si chiede: «Ma quanti santi in paradiso ha questo Foschini?». Di certo ha molti amici tra i magistrati pugliesi. Il giornalista ha per esempio un rapporto privilegiato con Gianrico Carofiglio. Uno dei giornalisti che firmano questo articolo nel 2013 pubblicò su Panorama le foto della famiglia Vendola a pranzo con un bel gruppo di magistrati, tra cui Carofiglio e la moglie. C'era anche il giudice Susanna De Felice che qualche anno dopo assolse lo stesso Vendola da un'accusa di abuso d'ufficio. I pm protestarono e Foschini spiattellò la loro nota riservata sul giornale, beccandosi una denuncia. Ma sulla questione delle foto rimase sempre un passo indietro. Sino a quando, all'improvviso, fece uno scoop: «Il partner di Patrizia Vendola (sorella del politico, ndr): “Ho dato io le foto a Panorama"». Il sommario chiariva meglio la vicenda: «Cosimo Ladogana ha presentato denuncia alla Digos accusandosi di aver ceduto lui al settimanale le foto della festa a cui hanno partecipato il governatore e il gip che lo ha assolto». Foschini riportò che Ladogana aveva tradito la famiglia della fidanzata «all'insaputa di tutti» perché «voleva scoprire le carte del settimanale e tutelare la sua donna». In realtà dietro alla denuncia c'era una storiaccia che venne fuori quando gli investigatori sequestrarono il pc di Ladogana. In cui trovarono la corrispondenza tra il cognato e Carofiglio: «Il mio intento era quello di proporre tali foto al giornalista senza nascondere, anzi evidenziando la provenienza illecita delle stesse. […] Tutto questo al solo scopo di constatare la reale disponibilità dello stesso ad addentrarsi in un contesto di illegalità». E aggiunse: «Ero sicuro di presentarmi lì la domenica con i carabinieri e denunciarlo per ricettazione». E ancora: «Era da giorni che avevo quella maledetta idea in testa, tanto da parlarne in maniera scherzosa anche a Patrizia. Dicevo: “A quel pezzo di merda bisognerebbe fargli il culo proponendogli materiale rubato"». Ladogana era pronto a qualunque cosa pur di non passare da traditore: «Sono disposto a tutto […] Non avrei problemi, se fosse necessario, di presentarmi davanti a un giudice autodenunciadomi». Cosa che fece. Ma solo dopo che Carofiglio gli aveva limato il testo e gli aveva chiesto «tutto (ma davvero tutto senza censura) lo scambio di email con quel signore (chi scrive, ndr)» e «un sunto delle comunicazioni telefoniche, con numeri delle utenze e durate delle conversazioni ed eventuali sms» tra il cognato e il cronista. Subito dopo partì la denuncia farlocca e Foschini la pubblicò in anteprima. Ma non raccontò che, per quel maldestro tentativo di incastrare il giornalista, Gianrico e il fidanzato della Vendola vennero indagati (Carofiglio per omessa denuncia) e poi archiviati solo perché la calunnia non era andata a buon fine.
Nei giorni scorsi Foschini ha intervistato dal vivo per l'ennesima volta Carofiglio nella kermesse «La Repubblica delle idee». La serata era intitolata: «Le parole sono pistole cariche». Peccato che con gli amici facciano sempre cilecca.
Lotti nega le fughe di notizie. Spuntano nuove cene con i pm
Durante l'udienza preliminare di ieri, davanti al gup Clementina Forleo, il deputato pd Luca Lotti, accusato di favoreggiamento nei confronti dell'ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ha provato a vendere cara la pelle e uscendo dal tribunale ha anche detto la sua sulla vicenda dei discussi incontri notturni con i consiglieri del Csm: «Non mettevo bocca sulle nomine nelle Procure», si è difeso l'ex sottosegretario. «Ho letto sui giornali che c'erano relazioni con la Procura di Roma, ma queste non ci sono mai state, tanto è vero che la richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti è stata fatta e abbiamo iniziato l'udienza preliminare. Ho già smentito nei giorni scorsi le ricostruzioni lette su questa vicenda: l'ho detto e scritto nei post in maniera chiara». Lasciando la cittadella giudiziaria, ha aggiunto: «Era dal dicembre del 2016 che attendevo questo momento. Nella sede più opportuna, davanti ai magistrati, ho potuto chiarire la mia posizione».
Nella scorsa udienza, il 28 maggio, Lotti aveva chiesto di essere interrogato, dopo aver reso spontanee dichiarazioni nell'ormai lontano 27 dicembre 2016. E ieri, davanti alla Forleo, avrebbe «escluso categoricamente» di aver parlato dell'inchiesta con l'allora ad Marroni nel loro incontro del 3 agosto 2016, per un semplice motivo: «Non potevo riferire a Marroni ciò che non sapevo». Infatti, a precisa domanda del gup, ha negato di essere stato, in quella data, a conoscenza dell'inchiesta della Procura di Napoli e ha spiegato di esserne venuto a conoscenza solo dopo gli articoli pubblicati dal Fatto Quotidiano nel dicembre 2016. Peccato che a inizio novembre La Verità avesse già dato notizia di un'inchiesta partenopea che coinvolgeva Tiziano Renzi. Le nostre fonti erano interne al Giglio magico e Renzi senior aveva condiviso la notizia con le persone a lui più vicine. E tra questi c'era certamente Lotti, che con il babbo aveva frequenti incontri.
Lo scorso dicembre, a due anni esatti dall'iscrizione sul registro degli indagati, la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio dell'ex ministro e l'archiviazione per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. Ieri gli inquirenti hanno ribadito l'istanza di processo per l'ex ministro e i coindagati, tra cui l'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale «renziano» Emanuele Saltalamacchia.
Ieri La Gazzetta del Mezzogiorno ha pubblicato un colloquio con l'imprenditore pugliese Flavio D'Introno, le cui dichiarazioni hanno portato all'arresto per corruzione in atti giudiziari dei pm pugliesi Michele Nardi e Antonio Savasta. L'uomo, a cui sarebbero stati estorti 2 milioni con la promessa di aggiustare i suoi processi, ha parlato di cene romane con Lotti, il deputato pd Cosimo Ferri, il pm Luca Palamara (indagato a Perugia per corruzione e coinvolto nell'affaire Csm) e altri magistrati a cui avrebbe partecipato insieme con le due toghe finite in carcere. Lotti e Palamara hanno negato categoricamente di averlo mai incontrato. L'imprenditore con La Verità ha confermato la sua versione e ha annunciato che squadernerà le prove. Il suo avvocato, Vera Guelfi, ha spiegato: «Il mio assistito veniva coinvolto unicamente per il pagamento delle cene». Il povero D'Introno, insomma, non condivideva segreti, ma serviva solo da bancomat.
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Un'inchiesta su Cosimo Ferri (Pd) firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini fa infuriare il collega Francesco Viviano: «Quanti santi ha in paradiso uno che mi ha registrato e mi ha fatto condannare per uno scoop?». Il giornalista accusato ha legami con Gianrico Carofiglio. Luca Lotti nega le fughe di notizie. Spuntano nuove cene con i pm. Il fedelissimo di Matteo Renzi: «Non potevo sapere di Consip». Ma c'è qualcosa che non torna. Lo speciale comprende due articoli. I pistoleri di Repubblica, ieri, hanno impallinato (una volta il piombo era l'ingrediente principale nella stampa dei giornali) uno dei tanti cattivoni del caso Csm. Con questa raffica: «"Ci pensa Cosimo". Così Ferri il puparo manovrava le sue toghe». Nell'inchiesta firmata da Carlo Bonini e Giuliano Foschini vengono evidenziati i «rapporti confidenziali» con un magistrato arrestato nei mesi scorsi in Puglia di Cosimo Maria Ferri, uno dei personaggi coinvolti nei summit notturni del mercato delle nomine. Ma il deputato pd e giudice in aspettativa, a cui, per ora, per quei «rapporti» nessun collega ha chiesto conto, si è sfogato sulle chat: «Incredibile articolo su di me su Repubblica». Ma se le proteste di Ferri erano previste, non era facile prevedere l'attacco di una delle firme storiche di Repubblica, quella di Francesco Viviano, il quale quando legge il nome di «un certo Foschini» deve avere degli attacchi di orticaria, nonostante giudichi l'inchiesta «bellissima». Nella chiusa dell'articolo si parlava del Trani-gate, dove Ferri «insieme a un “gruppo di amici giuristi" doveva mettere insieme gli argomenti giuridici per chiudere Annozero». Un passaggio che ha fatto infuriare Viviano: «Mi chiedo come mai Giuliano Foschini ricordi l'intervento di Cosimo Ferri sull'inchiesta di Trani, dove l'allora premier, Silvio Berlusconi, voleva far chiudere il programma Annozero condotto da Michele Santoro. Uno scoop di Repubblica firmato dal sottoscritto, Francesco Viviano, che è stato condannato, anche in Cassazione, per avere pubblicato atti “segreti" della Procura della Repubblica di Trani». E sarebbe stato incastrato proprio dal collega: «Ebbene la mia condanna, a un anno e due mesi di reclusione, è “discendente" (come hanno scritto nelle loro sentenze i tribunali di primo e secondo grado e anche in Cassazione) dalle “dichiarazioni di Giuliano Foschini" (mio pseudocollega che lavora nel mio stesso giornale), che mi ha accusato e che ha anche registrato una conversazione tra me e lui in quei giorni caldissimi dello scoop che è finita in mano ai pm. In quella circostanza Foschini, grazie alla sua “collaborazione" e al suo avvocato Paolo Sisto di Forza Italia (quindi vicino a Berlusconi, oggetto dello scoop di Repubblica) è uscito dall'inchiesta perché definito “testimone assistito". Io mi sono fatto difendere dagli avvocati del mio giornale come era giusto. Questo Foschini, non ha “rossore"?». Con La Verità, Viviano fornisce altri imbarazzanti particolari: «Foschini per me poteva avvalersi della facoltà di non rispondere, perché era indagato anche lui, e invece ha detto al pm di avermi visto entrare nella stanza del gip e poi di avermi accompagnato a fare una copia dei documenti, anzi, due copie, perché era meglio tenerne una di riserva. Ma la cosa che mi ha colpito di più è che questo signore mi ha registrato. Quando sono stato interrogato dal pm, del quale ora non ricordo il nome, mi ha fatto ascoltare la conversazione e io gli ho detto: “Dottore, sono 40 anni che faccio la giudiziaria e non mi è mai capitata una intercettazione fatta così velocemente". E gli ho chiesto: “Ma come avete fatto?". Mi rispose: “Ascolti"... Non era un'intercettazione. Questo signore mi aveva registrato. La conversazione è stata consegnata da lui al magistrato. Ma perché mi ha registrato? Me lo chiedo ancora». Viviano non si dà pace. «La mia condanna è una questione che riguarda tutta la categoria, non soltanto me, perché quelle carte me le ero procurate per Repubblica e per i lettori del giornale. Ho denunciato la questione al consiglio dell'Ordine dei giornalisti di Bari e non mi è arrivata alcuna risposta. Ho segnalato questa squallidissima storia anche alla Fnsi e mi hanno detto: «Stiamo studiando il caso, le faremo sapere». Il Cdr di Repubblica, dopo la sentenza della Cassazione, in un comunicato ha espresso solidarietà umana e sottolineo soltanto umana». E su Facebook Viviano si chiede: «Ma quanti santi in paradiso ha questo Foschini?». Di certo ha molti amici tra i magistrati pugliesi. Il giornalista ha per esempio un rapporto privilegiato con Gianrico Carofiglio. Uno dei giornalisti che firmano questo articolo nel 2013 pubblicò su Panorama le foto della famiglia Vendola a pranzo con un bel gruppo di magistrati, tra cui Carofiglio e la moglie. C'era anche il giudice Susanna De Felice che qualche anno dopo assolse lo stesso Vendola da un'accusa di abuso d'ufficio. I pm protestarono e Foschini spiattellò la loro nota riservata sul giornale, beccandosi una denuncia. Ma sulla questione delle foto rimase sempre un passo indietro. Sino a quando, all'improvviso, fece uno scoop: «Il partner di Patrizia Vendola (sorella del politico, ndr): “Ho dato io le foto a Panorama"». Il sommario chiariva meglio la vicenda: «Cosimo Ladogana ha presentato denuncia alla Digos accusandosi di aver ceduto lui al settimanale le foto della festa a cui hanno partecipato il governatore e il gip che lo ha assolto». Foschini riportò che Ladogana aveva tradito la famiglia della fidanzata «all'insaputa di tutti» perché «voleva scoprire le carte del settimanale e tutelare la sua donna». In realtà dietro alla denuncia c'era una storiaccia che venne fuori quando gli investigatori sequestrarono il pc di Ladogana. In cui trovarono la corrispondenza tra il cognato e Carofiglio: «Il mio intento era quello di proporre tali foto al giornalista senza nascondere, anzi evidenziando la provenienza illecita delle stesse. […] Tutto questo al solo scopo di constatare la reale disponibilità dello stesso ad addentrarsi in un contesto di illegalità». E aggiunse: «Ero sicuro di presentarmi lì la domenica con i carabinieri e denunciarlo per ricettazione». E ancora: «Era da giorni che avevo quella maledetta idea in testa, tanto da parlarne in maniera scherzosa anche a Patrizia. Dicevo: “A quel pezzo di merda bisognerebbe fargli il culo proponendogli materiale rubato"». Ladogana era pronto a qualunque cosa pur di non passare da traditore: «Sono disposto a tutto […] Non avrei problemi, se fosse necessario, di presentarmi davanti a un giudice autodenunciadomi». Cosa che fece. Ma solo dopo che Carofiglio gli aveva limato il testo e gli aveva chiesto «tutto (ma davvero tutto senza censura) lo scambio di email con quel signore (chi scrive, ndr)» e «un sunto delle comunicazioni telefoniche, con numeri delle utenze e durate delle conversazioni ed eventuali sms» tra il cognato e il cronista. Subito dopo partì la denuncia farlocca e Foschini la pubblicò in anteprima. Ma non raccontò che, per quel maldestro tentativo di incastrare il giornalista, Gianrico e il fidanzato della Vendola vennero indagati (Carofiglio per omessa denuncia) e poi archiviati solo perché la calunnia non era andata a buon fine. Nei giorni scorsi Foschini ha intervistato dal vivo per l'ennesima volta Carofiglio nella kermesse «La Repubblica delle idee». La serata era intitolata: «Le parole sono pistole cariche». 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Spuntano nuove cene con i pm Durante l'udienza preliminare di ieri, davanti al gup Clementina Forleo, il deputato pd Luca Lotti, accusato di favoreggiamento nei confronti dell'ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ha provato a vendere cara la pelle e uscendo dal tribunale ha anche detto la sua sulla vicenda dei discussi incontri notturni con i consiglieri del Csm: «Non mettevo bocca sulle nomine nelle Procure», si è difeso l'ex sottosegretario. «Ho letto sui giornali che c'erano relazioni con la Procura di Roma, ma queste non ci sono mai state, tanto è vero che la richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti è stata fatta e abbiamo iniziato l'udienza preliminare. Ho già smentito nei giorni scorsi le ricostruzioni lette su questa vicenda: l'ho detto e scritto nei post in maniera chiara». Lasciando la cittadella giudiziaria, ha aggiunto: «Era dal dicembre del 2016 che attendevo questo momento. Nella sede più opportuna, davanti ai magistrati, ho potuto chiarire la mia posizione». Nella scorsa udienza, il 28 maggio, Lotti aveva chiesto di essere interrogato, dopo aver reso spontanee dichiarazioni nell'ormai lontano 27 dicembre 2016. E ieri, davanti alla Forleo, avrebbe «escluso categoricamente» di aver parlato dell'inchiesta con l'allora ad Marroni nel loro incontro del 3 agosto 2016, per un semplice motivo: «Non potevo riferire a Marroni ciò che non sapevo». Infatti, a precisa domanda del gup, ha negato di essere stato, in quella data, a conoscenza dell'inchiesta della Procura di Napoli e ha spiegato di esserne venuto a conoscenza solo dopo gli articoli pubblicati dal Fatto Quotidiano nel dicembre 2016. Peccato che a inizio novembre La Verità avesse già dato notizia di un'inchiesta partenopea che coinvolgeva Tiziano Renzi. Le nostre fonti erano interne al Giglio magico e Renzi senior aveva condiviso la notizia con le persone a lui più vicine. E tra questi c'era certamente Lotti, che con il babbo aveva frequenti incontri. Lo scorso dicembre, a due anni esatti dall'iscrizione sul registro degli indagati, la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio dell'ex ministro e l'archiviazione per il reato di rivelazione di segreto d'ufficio. Ieri gli inquirenti hanno ribadito l'istanza di processo per l'ex ministro e i coindagati, tra cui l'ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale «renziano» Emanuele Saltalamacchia. Ieri La Gazzetta del Mezzogiorno ha pubblicato un colloquio con l'imprenditore pugliese Flavio D'Introno, le cui dichiarazioni hanno portato all'arresto per corruzione in atti giudiziari dei pm pugliesi Michele Nardi e Antonio Savasta. L'uomo, a cui sarebbero stati estorti 2 milioni con la promessa di aggiustare i suoi processi, ha parlato di cene romane con Lotti, il deputato pd Cosimo Ferri, il pm Luca Palamara (indagato a Perugia per corruzione e coinvolto nell'affaire Csm) e altri magistrati a cui avrebbe partecipato insieme con le due toghe finite in carcere. Lotti e Palamara hanno negato categoricamente di averlo mai incontrato. L'imprenditore con La Verità ha confermato la sua versione e ha annunciato che squadernerà le prove. Il suo avvocato, Vera Guelfi, ha spiegato: «Il mio assistito veniva coinvolto unicamente per il pagamento delle cene». Il povero D'Introno, insomma, non condivideva segreti, ma serviva solo da bancomat.
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Prima guida pediatrica «dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nei percorsi di cura pediatrici», è stata pubblicata il 15 giugno e verrà presentata il prossimo 6 novembre a Roma, nientepopodimeno che presso l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Dunque, l’Italia preme per un impegno comune contro la gestazione per altri (Gpa), che nel nostro Paese è reato universale punibile anche se commessa all’estero, invece le associazioni che rappresentano i nostri medici dei bambini la descrivono come tecnica procreativa dei padri gay, fornendo istruzioni al pediatra su come gestirne le implicazioni cliniche.
Più che una guida, risulta un manuale di indottrinamento, costruito attorno alla premessa che bambini e adolescenti Lgbtqia+ «sperimentano stigma, incomprensioni e discriminazioni» e che il pediatra deve essere «primo punto di ascolto». Oltre che specialista delle malattie infantili, può anche essere un supporto per il benessere emotivo e psicologico dei bambini e un riferimento per le famiglie, ma secondo Sip e Acp dovrebbe dare assistenza al coming out, inclusa la promozione della carriera alias scolastica. Scorrendo il documento, si resta stupefatti dall’inquadramento suggerito ai pediatri.
Si parte con una annotazione che è già piena adesione al mondo Lgbtqia+, dove il simbolo addizionale è spiegato come «apertura verso un linguaggio in evoluzione, rappresentativo e rispettoso di ogni identità e vissuto». L’excusatio è altrettanto significativa: «Pur consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità del testo e ridurre il carico cognitivo per il lettore». Insomma, un manifesto delle rivendicazioni di gay o trans anche nel linguaggio. Ma veniamo ai consigli pratici per i poveri medici. Dovrebbero utilizzare «nomi e pronomi elettivi», in base all’identità di genere che il bimbo avrebbe scelto (sic), e un «linguaggio verbale e non verbale inclusivo con bambini e bambine indipendentemente dall’espressione di genere». Ovvero asterischi, schwa che fluttuano nell’aria come nuvolette dei fumetti?
L’ambulatorio deve mostrare «segnali di accoglienza», per esempio un logo con l’arcobaleno, e nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli bensì «brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere». Non è finita, il bagno deve essere «neutro rispetto al genere o con indicazione che l’accesso è libero per tutti». Per chi si fosse distratto, ricordiamo che è una guida per pediatri. Fortemente raccomandata è una modulistica inclusiva: «Indipendentemente dalla presenza di spazio dedicato nel software gestionale della cartella clinica, è importante specificare nelle note il sesso», ovvero se «maschio, femmina o indeterminato». Il genere: «Maschile/femminile/non binario/agender»; il nome d’elezione (alias).
Mamma e papà sono banditi dai moduli di iscrizione, viene suggerita la sostituzione «con diciture neutre come “genitore/genitore” anche se non legalmente riconosciuti in toto per finalità di cura». Per «prevenire il minority stress», dovuto a «stigma sociale e discriminazioni», è vietato chiedere «Che lavoro fa il papà?». Bisogna optare per un neutro «Che lavoro fanno i tuoi genitori?». Già, ma se uno dei due è morto, non si rischia di intristire il piccolo?
Il catalogo delle «parole che feriscono», e che un pediatra non deve mai utilizzare proviene direttamente dall’agenda Lgbtqia+. Guai se il medico chiede a un bimbo che si affaccia al suo studio: «Sei maschio o femmina?». Orrore fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento: «Sembri una principessa!», così pure vanno bandite frasi del tipo: «Quando avrai dei figli…». Sì, perché secondo la guida la maternità non è un bene da affermare. Meglio optare per una recriminazione: «In Italia coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e accedere all’ “adozione speciale del figlio del partner”, ma non possono accedere al matrimonio, all’adozione piena di bambini e alla Pma», lamenta il manualetto.
Attenzione a come Sip e Acp descrivono l’utero in affitto, reato universale in Italia: «Nelle coppie maschili, che ricorrono alla Gpa, il padre biologico fornisce il seme, l’altro è il genitore intenzionale; l’ovocita proviene da una donatrice, mentre la gravidanza viene portata avanti dalla gestante (secondo modalità altruistica o contrattuale), la quale rinuncia alla responsabilità genitoriale mantenendo comunque nella maggior parte dei casi rapporti di comunicazione con la famiglia».
Insomma, una pratica clinica neutra, del tutto normale.
Chissà come mai c’è chi si affanna per una moratoria, con il fine di sviluppare un quadro giuridico internazionale per abolire la Gpa in tutto il mondo. Non bastasse, le associazioni dei pediatri italiani dichiarano con assoluta certezza: «La comunità scientifica concorda, i genitori omosessuali sono adeguati quanto quelli eterosessuali». Sottinteso, ma non troppo: fateli usare il corpo delle donne per ottenere bambini da strappare alle loro mamme.
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Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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