True
2023-11-11
Sventato il blitz al Csm per salvare la toga del «fisico spettacolare»
Il luogo del delitto di Rovereto. Nel Riquadro, la pm Viviana Del Tedesco (Ansa)
Il Consiglio superiore della magistratura ha tentato di salvare la pm che lo scorso agosto definì il nigeriano che a Rovereto uccise con una gragnola di pugni un’inerme sessantenne, Iris Setti, uno con il fisico «spettacolare». L’apprezzamento per i muscoli mortiferi del trentasettenne Chukwuka Nweke, un vagabondo che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra e che aveva anche precedenti per droga, finirono al centro di un’intervista raccolta dalla Verità che fece sobbalzare perfino l’Associazione nazionale magistrati trentina. Il parlamentino delle toghe prese in modo netto le distanze dalla collega, definendo le parole usate nell’intervista come «inopportune». E le due consigliere laiche del parlamentino dei giudici Claudia Eccher (Lega) e Isabella Bertolini (Fratelli d’Italia) qualche giorno dopo formalizzarono al Comitato di presidenza del Csm una richiesta per avviare una pratica nei confronti della toga, Viviana Del Tedesco, che in quel momento era anche facente funzioni di procuratore. La pratica, però, si apprende ora, è finita in un blocco con altre quattro, tutte su femminicidi. E tutte dirette verso una richiesta di archiviazione con un’unica votazione, prima della discussione dell’ordine del giorno. Una istanza del pentastellato Michele Papa e lo sbarramento della leghista Claudia Eccher, però, hanno smosso le acque, riportando il caso indietro alla Prima commissione. Era stata infatti quest’ultima, che si occupa delle incompatibilità dei magistrati e che è presieduta dal laico di Forza Italia Enrico Aimi, a decidere all’unanimità di chiudere l’intero blocco, ritenendo che non ci fossero (anche perché erano stati trasmessi gli atti al vice presidente per l’inoltro ai titolari dell’azione disciplinare) provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare. Le valutazioni quindi non si sono basate su una vera e propria istruttoria, che proprio Eccher ha chiesto invece a gran voce.
«È necessario un ulteriore approfondimento da parte della Commissione. Per rispetto delle vittime ritengo che queste pratiche necessitino di un supplemento istruttorio e di una motivazione specifica», ha precisato Eccher durante il Plenum di mercoledì scorso. «Ricordo a tutti», ha affermato la consigliera leghista durante il suo intervento, «che la Del Tedesco nel caso riguardante l’omicidio di Mara Fait (altro caso avvenuto poco tempo prima a Rovereto), aveva negato il «codice rosso» archiviando la sua richiesta in sette giorni e motivando la sua scelta con la frase: «Che le persone non vadano d’accordo è un discorso, che poi si arrivi a un omicidio è un altro». Fait, infermiera in pensione, è stata uccisa dal suo vicino di casa, un albanese, con il quale da tempo c’erano forti attriti. E in questo caso c’è anche una richiesta di opposizione all’archiviazione avanzata dagli avvocati della vittima che non è stata acquisita né esaminata.
«Una morte annunciata», l’avevano definita gli avvocati Rosa Rizzi e Flavio Dalbosco che da tempo seguivano l’infermiera e che solo poco tempo prima avevano depositato l’ultima denuncia, chiedendo una misura di allontanamento che, però, fu archiviata. Poi Eccher è passata al caso del nigeriano dal fisico bestiale: «Non si può archiviare senza avere nemmeno esaminato i profili problematici della vicenda e motivato su di essi», ha affermato la Eccher, aggiungendo: «Non ci dimentichiamo che vi sono delle dichiarazioni della Del Tedesco che hanno avuto una importante eco mediatica a livello nazionale, tra l’altro quantomeno lesive della memoria di Iris Setti. Vorrei citare testualmente le sue parole: “È un uomo che fisicamente è spettacolare, aveva una puntualità nel firmare in caserma che se gli studenti fossero così puntuali saremmo a cavallo”». Secondo Eccher, «la questione necessita di un approfondimento ulteriore e di una motivazione adeguata sul profilo dell’incompatibilità ambientale». Inoltre, ha sottolineato la consigliera laica, «vi sono dichiarazioni successive della Del Tedesco che anticipa l’esito di tale pratica, già percependo l’archiviazione da parte del Csm». Eccher quindi ha denunciato sia una istruttoria superficiale da parte della Commissione (si potevano, per esempio, chiamare in audizione i dirigenti o la stessa Del Tedesco, il direttivo dell’Anm del Trentino, oppure acquisire altri documenti a disposizione della cancelleria) sia la mancanza di una motivazione sull’archiviazione delle pratiche».
La richiesta al Plenum, avanzata anche dal pentastellato Papa, era quindi di far tornare le cinque pratiche alla Commissione disciplinare che si occupa delle incompatibilità per una nuova e approfondita valutazione. All’unanimità, e senza alcun intervento da parte di nessun consigliere, il Plenum ha votato per il ritorno in Commissione. La palla è tornata quindi al forzista Aimi, che ora dovrà riesaminare tutti e cinque i casi che erano stati bocciati, compresi quelli che riguardano la pm del fisico bestiale.
Killer torna in libertà perché obeso
Obeso e fumatore incallito, pertanto può andare agli arresti domiciliari. Nonostante una condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata da scontare. La motivazione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Torino è che bisogna assicurargli l’assistenza necessaria. Dimitri Fricano, 36 anni, di Biella, l’uomo che nell’estate del 2017 a Sassari assassinò con 57 coltellate Erika Preti durante una vacanza a San Teodoro (Sassari), martedì scorso, dopo sei anni di detenzione, ha lasciato il penitenziario torinese delle Vallette per stabilirsi in una piccola frazione di un comune del Biellese, dalla quale, hanno prescritto i giudici di Sorveglianza, non si potrà allontanare se non per andare dai medici e, in ogni caso, senza mai lasciare la provincia. Quando fu arrestato Fricano era un omone di 120 chili. Oggi il suo peso ha raggiunto i 200 chilogrammi e, stando alle relazioni mediche, non riesce a muoversi se non con l’aiuto delle stampelle o di una sedia a rotelle. I giudici di Sorveglianza nella loro ordinanza hanno elencato tutti i problemi di salute del detenuto. Non solo quelli fisici. A cominciare dalla meningite che lo colpì nel 1989 per passare alla sindrome ansioso depressiva da bulimia, al disturbo di personalità, alla depressione e alle apnee notturne. Inoltre Fricano sarebbe un soggetto a «forte rischio cardiovascolare» sia per la sua condizione di «grande obeso» sia perché è un fumatore incallito. Sarebbero quindi particolarmente elevati i rischi di complicanze cardiache.
Nella documentazione presentata dai suoi difensori, gli avvocati Alessandra Guarini e Roberto Onida, è spiegato che arriva a fumare anche cento sigarette al giorno. Valutazioni che hanno convinto le toghe, che hanno valutato le sue condizioni non compatibili con la permanenza in un istituto di pena. «Non è in grado», è scritto nell’ordinanza, «di assolvere autonomamente le proprie necessità quotidiane e ha bisogno di un’assistenza che non è possibile dispensare nell’istituto». Inoltre, «non può uscire dalla sua cella perché in carrozzina non riesce a spostarsi. Glielo impedirebbero anche le barriere architettoniche interne». L’obesità, poi, appare come irrisolvibile in carcere, perché, valutano i giudici, Fricano sarebbe impossibilitato a seguire una dieta.
«Nel corso della restrizione», annotano i giudici,« si è riscontrato un ulteriore aumento ponderale, in quanto il paziente non può disporre di un pasto ipocalorico (non dispensato dalla cucina dell’istituto) e non segue le indicazioni dietetiche». La depressione e la detenzione, insomma, lo spingerebbero «a consumare in maniera compulsiva alimenti contro indicati». A queste valutazioni si sommano quelle psichiche. Nel corso delle indagini si appurò che Fricano avrebbe scatenato la sua furia omicida su Erika dopo un banale litigio. Lui prima si proclamò innocente, ma confessò un mese dopo. Solo quando ormai tutti gli indizi stavano convergendo su di lui. Nel 2020 la Corte d’appello di Cagliari lo ha condannato a 30 anni. Una pena che lui stesso, scrivono i giudici di Sorveglianza, ora riconosce come «equa», nonostante affermi di non ricordare assolutamente nulla del delitto. Quella con Erika, a suo dire, era una relazione «appagante». E ancora oggi non riesce a spiegare perché l’abbia uccisa.
«Con il tempo», è il parere degli psicologi, «si è abituato ad attribuire la causa ai problemi mentali di cui soffre». L’ennesimo boccone amaro per i genitori di Erika. Mentre il procuratore generale Alberto Benso ha dato il suo parere favorevole, anche perché la detenzione non sarebbe «funzionale alla rieducazione» se Fricano è costretto a restare in una cella «nella passiva sopportazione di una condizione di inferiorità rispetto agli altri detenuti».
Continua a leggereRiduci
Lo sbarramento di due consiglieri, grillino e leghista, ha impedito l’archiviazione della pratica aperta dopo la nostra intervista alla pm Viviana Del Tedesco sul boia nigeriano. Il dossier rispedito in commissione.Dimitri Fricano uccise con 57 coltellate la fidanzata dopo un litigio in vacanza: condannato a 30 anni, è stato scarcerato con l’ok della Procura. «In cella mangia troppo e male».Lo speciale contiene due articoli.Il Consiglio superiore della magistratura ha tentato di salvare la pm che lo scorso agosto definì il nigeriano che a Rovereto uccise con una gragnola di pugni un’inerme sessantenne, Iris Setti, uno con il fisico «spettacolare». L’apprezzamento per i muscoli mortiferi del trentasettenne Chukwuka Nweke, un vagabondo che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra e che aveva anche precedenti per droga, finirono al centro di un’intervista raccolta dalla Verità che fece sobbalzare perfino l’Associazione nazionale magistrati trentina. Il parlamentino delle toghe prese in modo netto le distanze dalla collega, definendo le parole usate nell’intervista come «inopportune». E le due consigliere laiche del parlamentino dei giudici Claudia Eccher (Lega) e Isabella Bertolini (Fratelli d’Italia) qualche giorno dopo formalizzarono al Comitato di presidenza del Csm una richiesta per avviare una pratica nei confronti della toga, Viviana Del Tedesco, che in quel momento era anche facente funzioni di procuratore. La pratica, però, si apprende ora, è finita in un blocco con altre quattro, tutte su femminicidi. E tutte dirette verso una richiesta di archiviazione con un’unica votazione, prima della discussione dell’ordine del giorno. Una istanza del pentastellato Michele Papa e lo sbarramento della leghista Claudia Eccher, però, hanno smosso le acque, riportando il caso indietro alla Prima commissione. Era stata infatti quest’ultima, che si occupa delle incompatibilità dei magistrati e che è presieduta dal laico di Forza Italia Enrico Aimi, a decidere all’unanimità di chiudere l’intero blocco, ritenendo che non ci fossero (anche perché erano stati trasmessi gli atti al vice presidente per l’inoltro ai titolari dell’azione disciplinare) provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare. Le valutazioni quindi non si sono basate su una vera e propria istruttoria, che proprio Eccher ha chiesto invece a gran voce. «È necessario un ulteriore approfondimento da parte della Commissione. Per rispetto delle vittime ritengo che queste pratiche necessitino di un supplemento istruttorio e di una motivazione specifica», ha precisato Eccher durante il Plenum di mercoledì scorso. «Ricordo a tutti», ha affermato la consigliera leghista durante il suo intervento, «che la Del Tedesco nel caso riguardante l’omicidio di Mara Fait (altro caso avvenuto poco tempo prima a Rovereto), aveva negato il «codice rosso» archiviando la sua richiesta in sette giorni e motivando la sua scelta con la frase: «Che le persone non vadano d’accordo è un discorso, che poi si arrivi a un omicidio è un altro». Fait, infermiera in pensione, è stata uccisa dal suo vicino di casa, un albanese, con il quale da tempo c’erano forti attriti. E in questo caso c’è anche una richiesta di opposizione all’archiviazione avanzata dagli avvocati della vittima che non è stata acquisita né esaminata. «Una morte annunciata», l’avevano definita gli avvocati Rosa Rizzi e Flavio Dalbosco che da tempo seguivano l’infermiera e che solo poco tempo prima avevano depositato l’ultima denuncia, chiedendo una misura di allontanamento che, però, fu archiviata. Poi Eccher è passata al caso del nigeriano dal fisico bestiale: «Non si può archiviare senza avere nemmeno esaminato i profili problematici della vicenda e motivato su di essi», ha affermato la Eccher, aggiungendo: «Non ci dimentichiamo che vi sono delle dichiarazioni della Del Tedesco che hanno avuto una importante eco mediatica a livello nazionale, tra l’altro quantomeno lesive della memoria di Iris Setti. Vorrei citare testualmente le sue parole: “È un uomo che fisicamente è spettacolare, aveva una puntualità nel firmare in caserma che se gli studenti fossero così puntuali saremmo a cavallo”». Secondo Eccher, «la questione necessita di un approfondimento ulteriore e di una motivazione adeguata sul profilo dell’incompatibilità ambientale». Inoltre, ha sottolineato la consigliera laica, «vi sono dichiarazioni successive della Del Tedesco che anticipa l’esito di tale pratica, già percependo l’archiviazione da parte del Csm». Eccher quindi ha denunciato sia una istruttoria superficiale da parte della Commissione (si potevano, per esempio, chiamare in audizione i dirigenti o la stessa Del Tedesco, il direttivo dell’Anm del Trentino, oppure acquisire altri documenti a disposizione della cancelleria) sia la mancanza di una motivazione sull’archiviazione delle pratiche». La richiesta al Plenum, avanzata anche dal pentastellato Papa, era quindi di far tornare le cinque pratiche alla Commissione disciplinare che si occupa delle incompatibilità per una nuova e approfondita valutazione. All’unanimità, e senza alcun intervento da parte di nessun consigliere, il Plenum ha votato per il ritorno in Commissione. La palla è tornata quindi al forzista Aimi, che ora dovrà riesaminare tutti e cinque i casi che erano stati bocciati, compresi quelli che riguardano la pm del fisico bestiale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/viviana-del-tedesco-csm-2666233283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="killer-torna-in-liberta-perche-obeso" data-post-id="2666233283" data-published-at="1699695140" data-use-pagination="False"> Killer torna in libertà perché obeso Obeso e fumatore incallito, pertanto può andare agli arresti domiciliari. Nonostante una condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata da scontare. La motivazione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Torino è che bisogna assicurargli l’assistenza necessaria. Dimitri Fricano, 36 anni, di Biella, l’uomo che nell’estate del 2017 a Sassari assassinò con 57 coltellate Erika Preti durante una vacanza a San Teodoro (Sassari), martedì scorso, dopo sei anni di detenzione, ha lasciato il penitenziario torinese delle Vallette per stabilirsi in una piccola frazione di un comune del Biellese, dalla quale, hanno prescritto i giudici di Sorveglianza, non si potrà allontanare se non per andare dai medici e, in ogni caso, senza mai lasciare la provincia. Quando fu arrestato Fricano era un omone di 120 chili. Oggi il suo peso ha raggiunto i 200 chilogrammi e, stando alle relazioni mediche, non riesce a muoversi se non con l’aiuto delle stampelle o di una sedia a rotelle. I giudici di Sorveglianza nella loro ordinanza hanno elencato tutti i problemi di salute del detenuto. Non solo quelli fisici. A cominciare dalla meningite che lo colpì nel 1989 per passare alla sindrome ansioso depressiva da bulimia, al disturbo di personalità, alla depressione e alle apnee notturne. Inoltre Fricano sarebbe un soggetto a «forte rischio cardiovascolare» sia per la sua condizione di «grande obeso» sia perché è un fumatore incallito. Sarebbero quindi particolarmente elevati i rischi di complicanze cardiache. Nella documentazione presentata dai suoi difensori, gli avvocati Alessandra Guarini e Roberto Onida, è spiegato che arriva a fumare anche cento sigarette al giorno. Valutazioni che hanno convinto le toghe, che hanno valutato le sue condizioni non compatibili con la permanenza in un istituto di pena. «Non è in grado», è scritto nell’ordinanza, «di assolvere autonomamente le proprie necessità quotidiane e ha bisogno di un’assistenza che non è possibile dispensare nell’istituto». Inoltre, «non può uscire dalla sua cella perché in carrozzina non riesce a spostarsi. Glielo impedirebbero anche le barriere architettoniche interne». L’obesità, poi, appare come irrisolvibile in carcere, perché, valutano i giudici, Fricano sarebbe impossibilitato a seguire una dieta. «Nel corso della restrizione», annotano i giudici,« si è riscontrato un ulteriore aumento ponderale, in quanto il paziente non può disporre di un pasto ipocalorico (non dispensato dalla cucina dell’istituto) e non segue le indicazioni dietetiche». La depressione e la detenzione, insomma, lo spingerebbero «a consumare in maniera compulsiva alimenti contro indicati». A queste valutazioni si sommano quelle psichiche. Nel corso delle indagini si appurò che Fricano avrebbe scatenato la sua furia omicida su Erika dopo un banale litigio. Lui prima si proclamò innocente, ma confessò un mese dopo. Solo quando ormai tutti gli indizi stavano convergendo su di lui. Nel 2020 la Corte d’appello di Cagliari lo ha condannato a 30 anni. Una pena che lui stesso, scrivono i giudici di Sorveglianza, ora riconosce come «equa», nonostante affermi di non ricordare assolutamente nulla del delitto. Quella con Erika, a suo dire, era una relazione «appagante». E ancora oggi non riesce a spiegare perché l’abbia uccisa. «Con il tempo», è il parere degli psicologi, «si è abituato ad attribuire la causa ai problemi mentali di cui soffre». L’ennesimo boccone amaro per i genitori di Erika. Mentre il procuratore generale Alberto Benso ha dato il suo parere favorevole, anche perché la detenzione non sarebbe «funzionale alla rieducazione» se Fricano è costretto a restare in una cella «nella passiva sopportazione di una condizione di inferiorità rispetto agli altri detenuti».
iStock
A far risuonare le sirene d’allarme in Italia un po’ tutti i settori produttivi, che disegnando scenari apocalittici sono corsi a chiedere aiuti pubblici. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, senonché questa narrazione è stata smentita dai fatti, passati in sordina.
A fare un bilancio degli effetti dei dazi americani sul tessuto produttivo è uno studio della Banca d’Italia: «Gli effetti dei dazi statunitensi sulle imprese italiane: una valutazione ex ante a livello micro» (Questioni di Economia e Finanza n. 994, dicembre 2025). Un punto innovativo del report riguarda il rischio che i prodotti cinesi, esclusi dal mercato statunitense dai dazi, vengano «dirottati» verso altri mercati internazionali (inclusa l’Europa), aumentando la concorrenza per le imprese italiane in quei territori.
Dall’analisi di Bankitalia emerge che, contrariamente a scenari catastrofici, l’impatto medio è, per ora, contenuto ma eterogeneo. Prima dello choc, gli esportatori verso gli Usa avevano un margine medio di profitto del 10,1%. Si stima che i dazi portino a una riduzione dei margini di circa 0,3 punti percentuali per la maggior parte delle imprese (circa il 75%). Questa fluttuazione è considerata gestibile, poiché rientra nelle normali variazioni cicliche del decennio scorso. Vale in linea generale ma si evidenzia anche che una serie di imprese (circa il 6,4% in più rispetto al normale) potrebbe subire perdite severe, nel caso di dazi più alti o con durata maggiore. Si tratta di aziende che vivono in una situazione particolare, ovvero i cui ricavi dipendono in modo massiccio dal mercato americano (il 6-7% che vive di solo export Usa, con margini ridotti) e che operano in settori con bassa elasticità di sostituzione o dove non è possibile trasferire l’aumento dei costi sui prezzi finali.
I tecnici di Bankitalia mettono in evidenza un altro aspetto del sistema di imprese italiane: oltre la metà dell’esposizione italiana agli Usa è di tipo indiretto. Molte Pmi (piccole e medie imprese) che non compaiono nelle statistiche dell’export sono in realtà vulnerabili perché producono componenti per i grandi gruppi esportatori. L’analisi mostra che i legami di «primo livello» (fornitore diretto dell’esportatore) sono i più colpiti, mentre l’effetto si diluisce risalendo ulteriormente la catena di produzione.
Si stanno verificando due comportamenti delle imprese a cominciare dal «pricing to market». Ovvero tante aziende scelgono di non aumentare i prezzi di vendita negli Stati Uniti per non perdere quote di mercato e preferiscono assorbire il costo del dazio riducendo i propri guadagni. Poi, per i prodotti di alta qualità, il made in Italy d’eccellenza, i consumatori americani sono disposti a pagare un prezzo più alto, permettendo all’impresa di trasferire parte del dazio sul prezzo finale senza crolli nelle vendite.
Lo studio offre una prospettiva interessante sulla distribuzione geografica e settoriale dell’effetto dei dazi. Anche se l’impatto è definito «marginale» in termini di punti percentuali sui profitti, il Nord Italia è l’area più esposta. Nell’asse Lombardia-Emilia-Romagna si concentra la maggior parte degli esportatori di macchinari e componentistica, e siccome le filiere sono molto lunghe, un calo della domanda negli Usa rimbalza sui subfornitori locali. Il settore automotive, dovendo competere con i produttori americani che non pagano i dazi, è quello che soffre di più dell’erosione dei margini. Nel Sud l’esposizione è minore in termini di volumi totali.
Un elemento di preoccupazione non trascurabile è la pressione competitiva asiatica. Gli Usa, chiudendo le porte alla Cina, inducono Pechino a spostare la sua offerta verso i mercati terzi. Lo studio avverte che i settori italiani che non esportano negli Usa potrebbero comunque soffrire a causa di un’ondata di prodotti cinesi a basso costo nei mercati europei o emergenti, erodendo le quote di mercato italiane.
Bankitalia sottolinea, nel report, che il sistema produttivo italiano possiede una discreta resilienza complessiva. Le principali indicazioni per il futuro includono la necessità di diversificare i mercati di sbocco e l’attenzione alle dinamiche di dumping o eccesso di offerta derivanti dalla diversione dei flussi commerciali globali.
Questo studio si affianca al precedente rapporto che integra queste analisi con dati derivanti da sondaggi diretti presso le imprese, confermando che circa il 20% delle aziende italiane ha già percepito un impatto negativo, seppur moderato, nella prima parte dell’anno.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il punto è che l’argento ha trovato il modo perfetto per piacere a tutti. Agli investitori spaventati dal debito mondiale fuori controllo che potrebbe incenerire il valore delle monete, ai gestori che temono la stagflazione (il mostro fatto da inflazione e recessione), a chi guarda con sospetto al dollaro e all’indipendenza della Fed. Ma anche - ed è qui la vera svolta - all’economia reale che corre verso l’elettrificazione, la digitalizzazione e l’Intelligenza artificiale. Un metallo bipartisan, potremmo dire: piace ai falchi e alle colombe, ai trader e agli ingegneri.
Dietro il rally non c’è solo la solita corsa al riparo mentre i tassi Usa scendono fra le prudenze di Powell e le intemperanze di Trump. Il debito globale fa il giro del mondo senza mai fermarsi. C’è soprattutto una domanda industriale che cresce come l’appetito di un adolescente davanti a una pizza maxi. L’argento ha proprietà di conducibilità elettrica e termica che lo rendono insostituibile in una lunga serie di tecnologie chiave. E così, mentre il mondo si elettrifica, si digitalizza e si affida sempre più agli algoritmi, il metallo lucente diventa il filo conduttore - letteralmente - della nuova economia.
Prendiamo il fotovoltaico. Nel 2014 assorbiva appena l’11% della domanda industriale di argento. Dieci anni dopo siamo al 29%. Certo, i produttori di pannelli sono diventati più efficienti e riescono a usare meno metallo per modulo. Ma dall’altra parte della bilancia ci sono obiettivi sempre più ambiziosi: l’Unione europea punta ad almeno 700 gigawatt di capacità solare entro il 2030. Tradotto: anche con celle più parsimoniose, di argento ne servirà comunque a palate.
Poi ci sono le auto elettriche, che di sobrio hanno solo il rumore del motore. Ogni veicolo elettrico consuma tra il 67% e il 79% di argento in più rispetto a un’auto a combustione interna. Dai sistemi di gestione delle batterie all’elettronica di potenza, fino alle colonnine di ricarica, l’argento è ovunque. Oxford Economics stima che già entro il 2027 i veicoli a batteria supereranno le auto tradizionali come principale fonte di domanda di argento nel settore automotive. E nel 2031 rappresenteranno il 59% del mercato. Altro che rottamazione: qui è l’argento che prende il volante.
Capitolo data center e Intelligenza artificiale. Qui i numeri fanno girare la testa: la capacità energetica globale dell’IT è passata da meno di 1 gigawatt nel 2000 a quasi 50 gigawatt nel 2025. Un aumento del 5.252%. Ogni server, ogni chip, ogni infrastruttura che alimenta l’Intelligenza artificiale ha bisogno di metalli critici. E indovinate chi c’è sempre, silenzioso ma indispensabile? Esatto, l’argento. I governi lo hanno capito e trattano ormai i data center come infrastrutture strategiche, tra incentivi fiscali e corsie preferenziali. Il risultato è una domanda strutturale destinata a durare ben oltre l’ennesimo ciclo speculativo.
Intanto, sul fronte dell’offerta, la musica è tutt’altro che allegra. La produzione globale cresce a passo di lumaca, il riciclo aumenta ma non basta e il mercato è in deficit per il quinto anno consecutivo. Dal 2021 al 2025 il buco cumulato sfiora le 820 milioni di once (circa 26.000 tonnellate). Un dettaglio che aiuta a spiegare perché, nonostante qualche correzione, i prezzi restino ostinatamente alti e la liquidità sia spesso sotto pressione, con tassi di locazione da record e consegne massicce nei depositi del Chicago Mercantile Exchange, il più importante listino del settore.
Nel frattempo gli investitori votano con il portafoglio. Gli scambi sui derivati dell’argento sono saliti del 18% in pochi mesi. Il rapporto oro-argento è sceso, segnale che anche gli istituzionali iniziano a guardare al metallo bianco con occhi diversi. Non più solo assicurazione contro il caos, ma scommessa sulla trasformazione dell’economia globale.
Ecco perché l’argento oggi non si limita a brillare: racconta una storia. Quella di un mondo che cambia, che consuma più elettricità, più dati, più tecnologia. Un mondo che ha bisogno di metalli «di nuova generazione», come li definisce Oxford Economics. L’oro resta il re dei ben rifugio, ma l’argento si è preso il ruolo più ambizioso: essere il ponte tra la paura del presente e la scommessa sul futuro. E a giudicare dai prezzi, il mercato ha già deciso da che parte stare.
Continua a leggereRiduci