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2023-11-11
Sventato il blitz al Csm per salvare la toga del «fisico spettacolare»
Il luogo del delitto di Rovereto. Nel Riquadro, la pm Viviana Del Tedesco (Ansa)
Il Consiglio superiore della magistratura ha tentato di salvare la pm che lo scorso agosto definì il nigeriano che a Rovereto uccise con una gragnola di pugni un’inerme sessantenne, Iris Setti, uno con il fisico «spettacolare». L’apprezzamento per i muscoli mortiferi del trentasettenne Chukwuka Nweke, un vagabondo che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra e che aveva anche precedenti per droga, finirono al centro di un’intervista raccolta dalla Verità che fece sobbalzare perfino l’Associazione nazionale magistrati trentina. Il parlamentino delle toghe prese in modo netto le distanze dalla collega, definendo le parole usate nell’intervista come «inopportune». E le due consigliere laiche del parlamentino dei giudici Claudia Eccher (Lega) e Isabella Bertolini (Fratelli d’Italia) qualche giorno dopo formalizzarono al Comitato di presidenza del Csm una richiesta per avviare una pratica nei confronti della toga, Viviana Del Tedesco, che in quel momento era anche facente funzioni di procuratore. La pratica, però, si apprende ora, è finita in un blocco con altre quattro, tutte su femminicidi. E tutte dirette verso una richiesta di archiviazione con un’unica votazione, prima della discussione dell’ordine del giorno. Una istanza del pentastellato Michele Papa e lo sbarramento della leghista Claudia Eccher, però, hanno smosso le acque, riportando il caso indietro alla Prima commissione. Era stata infatti quest’ultima, che si occupa delle incompatibilità dei magistrati e che è presieduta dal laico di Forza Italia Enrico Aimi, a decidere all’unanimità di chiudere l’intero blocco, ritenendo che non ci fossero (anche perché erano stati trasmessi gli atti al vice presidente per l’inoltro ai titolari dell’azione disciplinare) provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare. Le valutazioni quindi non si sono basate su una vera e propria istruttoria, che proprio Eccher ha chiesto invece a gran voce.
«È necessario un ulteriore approfondimento da parte della Commissione. Per rispetto delle vittime ritengo che queste pratiche necessitino di un supplemento istruttorio e di una motivazione specifica», ha precisato Eccher durante il Plenum di mercoledì scorso. «Ricordo a tutti», ha affermato la consigliera leghista durante il suo intervento, «che la Del Tedesco nel caso riguardante l’omicidio di Mara Fait (altro caso avvenuto poco tempo prima a Rovereto), aveva negato il «codice rosso» archiviando la sua richiesta in sette giorni e motivando la sua scelta con la frase: «Che le persone non vadano d’accordo è un discorso, che poi si arrivi a un omicidio è un altro». Fait, infermiera in pensione, è stata uccisa dal suo vicino di casa, un albanese, con il quale da tempo c’erano forti attriti. E in questo caso c’è anche una richiesta di opposizione all’archiviazione avanzata dagli avvocati della vittima che non è stata acquisita né esaminata.
«Una morte annunciata», l’avevano definita gli avvocati Rosa Rizzi e Flavio Dalbosco che da tempo seguivano l’infermiera e che solo poco tempo prima avevano depositato l’ultima denuncia, chiedendo una misura di allontanamento che, però, fu archiviata. Poi Eccher è passata al caso del nigeriano dal fisico bestiale: «Non si può archiviare senza avere nemmeno esaminato i profili problematici della vicenda e motivato su di essi», ha affermato la Eccher, aggiungendo: «Non ci dimentichiamo che vi sono delle dichiarazioni della Del Tedesco che hanno avuto una importante eco mediatica a livello nazionale, tra l’altro quantomeno lesive della memoria di Iris Setti. Vorrei citare testualmente le sue parole: “È un uomo che fisicamente è spettacolare, aveva una puntualità nel firmare in caserma che se gli studenti fossero così puntuali saremmo a cavallo”». Secondo Eccher, «la questione necessita di un approfondimento ulteriore e di una motivazione adeguata sul profilo dell’incompatibilità ambientale». Inoltre, ha sottolineato la consigliera laica, «vi sono dichiarazioni successive della Del Tedesco che anticipa l’esito di tale pratica, già percependo l’archiviazione da parte del Csm». Eccher quindi ha denunciato sia una istruttoria superficiale da parte della Commissione (si potevano, per esempio, chiamare in audizione i dirigenti o la stessa Del Tedesco, il direttivo dell’Anm del Trentino, oppure acquisire altri documenti a disposizione della cancelleria) sia la mancanza di una motivazione sull’archiviazione delle pratiche».
La richiesta al Plenum, avanzata anche dal pentastellato Papa, era quindi di far tornare le cinque pratiche alla Commissione disciplinare che si occupa delle incompatibilità per una nuova e approfondita valutazione. All’unanimità, e senza alcun intervento da parte di nessun consigliere, il Plenum ha votato per il ritorno in Commissione. La palla è tornata quindi al forzista Aimi, che ora dovrà riesaminare tutti e cinque i casi che erano stati bocciati, compresi quelli che riguardano la pm del fisico bestiale.
Killer torna in libertà perché obeso
Obeso e fumatore incallito, pertanto può andare agli arresti domiciliari. Nonostante una condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata da scontare. La motivazione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Torino è che bisogna assicurargli l’assistenza necessaria. Dimitri Fricano, 36 anni, di Biella, l’uomo che nell’estate del 2017 a Sassari assassinò con 57 coltellate Erika Preti durante una vacanza a San Teodoro (Sassari), martedì scorso, dopo sei anni di detenzione, ha lasciato il penitenziario torinese delle Vallette per stabilirsi in una piccola frazione di un comune del Biellese, dalla quale, hanno prescritto i giudici di Sorveglianza, non si potrà allontanare se non per andare dai medici e, in ogni caso, senza mai lasciare la provincia. Quando fu arrestato Fricano era un omone di 120 chili. Oggi il suo peso ha raggiunto i 200 chilogrammi e, stando alle relazioni mediche, non riesce a muoversi se non con l’aiuto delle stampelle o di una sedia a rotelle. I giudici di Sorveglianza nella loro ordinanza hanno elencato tutti i problemi di salute del detenuto. Non solo quelli fisici. A cominciare dalla meningite che lo colpì nel 1989 per passare alla sindrome ansioso depressiva da bulimia, al disturbo di personalità, alla depressione e alle apnee notturne. Inoltre Fricano sarebbe un soggetto a «forte rischio cardiovascolare» sia per la sua condizione di «grande obeso» sia perché è un fumatore incallito. Sarebbero quindi particolarmente elevati i rischi di complicanze cardiache.
Nella documentazione presentata dai suoi difensori, gli avvocati Alessandra Guarini e Roberto Onida, è spiegato che arriva a fumare anche cento sigarette al giorno. Valutazioni che hanno convinto le toghe, che hanno valutato le sue condizioni non compatibili con la permanenza in un istituto di pena. «Non è in grado», è scritto nell’ordinanza, «di assolvere autonomamente le proprie necessità quotidiane e ha bisogno di un’assistenza che non è possibile dispensare nell’istituto». Inoltre, «non può uscire dalla sua cella perché in carrozzina non riesce a spostarsi. Glielo impedirebbero anche le barriere architettoniche interne». L’obesità, poi, appare come irrisolvibile in carcere, perché, valutano i giudici, Fricano sarebbe impossibilitato a seguire una dieta.
«Nel corso della restrizione», annotano i giudici,« si è riscontrato un ulteriore aumento ponderale, in quanto il paziente non può disporre di un pasto ipocalorico (non dispensato dalla cucina dell’istituto) e non segue le indicazioni dietetiche». La depressione e la detenzione, insomma, lo spingerebbero «a consumare in maniera compulsiva alimenti contro indicati». A queste valutazioni si sommano quelle psichiche. Nel corso delle indagini si appurò che Fricano avrebbe scatenato la sua furia omicida su Erika dopo un banale litigio. Lui prima si proclamò innocente, ma confessò un mese dopo. Solo quando ormai tutti gli indizi stavano convergendo su di lui. Nel 2020 la Corte d’appello di Cagliari lo ha condannato a 30 anni. Una pena che lui stesso, scrivono i giudici di Sorveglianza, ora riconosce come «equa», nonostante affermi di non ricordare assolutamente nulla del delitto. Quella con Erika, a suo dire, era una relazione «appagante». E ancora oggi non riesce a spiegare perché l’abbia uccisa.
«Con il tempo», è il parere degli psicologi, «si è abituato ad attribuire la causa ai problemi mentali di cui soffre». L’ennesimo boccone amaro per i genitori di Erika. Mentre il procuratore generale Alberto Benso ha dato il suo parere favorevole, anche perché la detenzione non sarebbe «funzionale alla rieducazione» se Fricano è costretto a restare in una cella «nella passiva sopportazione di una condizione di inferiorità rispetto agli altri detenuti».
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Lo sbarramento di due consiglieri, grillino e leghista, ha impedito l’archiviazione della pratica aperta dopo la nostra intervista alla pm Viviana Del Tedesco sul boia nigeriano. Il dossier rispedito in commissione.Dimitri Fricano uccise con 57 coltellate la fidanzata dopo un litigio in vacanza: condannato a 30 anni, è stato scarcerato con l’ok della Procura. «In cella mangia troppo e male».Lo speciale contiene due articoli.Il Consiglio superiore della magistratura ha tentato di salvare la pm che lo scorso agosto definì il nigeriano che a Rovereto uccise con una gragnola di pugni un’inerme sessantenne, Iris Setti, uno con il fisico «spettacolare». L’apprezzamento per i muscoli mortiferi del trentasettenne Chukwuka Nweke, un vagabondo che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra e che aveva anche precedenti per droga, finirono al centro di un’intervista raccolta dalla Verità che fece sobbalzare perfino l’Associazione nazionale magistrati trentina. Il parlamentino delle toghe prese in modo netto le distanze dalla collega, definendo le parole usate nell’intervista come «inopportune». E le due consigliere laiche del parlamentino dei giudici Claudia Eccher (Lega) e Isabella Bertolini (Fratelli d’Italia) qualche giorno dopo formalizzarono al Comitato di presidenza del Csm una richiesta per avviare una pratica nei confronti della toga, Viviana Del Tedesco, che in quel momento era anche facente funzioni di procuratore. La pratica, però, si apprende ora, è finita in un blocco con altre quattro, tutte su femminicidi. E tutte dirette verso una richiesta di archiviazione con un’unica votazione, prima della discussione dell’ordine del giorno. Una istanza del pentastellato Michele Papa e lo sbarramento della leghista Claudia Eccher, però, hanno smosso le acque, riportando il caso indietro alla Prima commissione. Era stata infatti quest’ultima, che si occupa delle incompatibilità dei magistrati e che è presieduta dal laico di Forza Italia Enrico Aimi, a decidere all’unanimità di chiudere l’intero blocco, ritenendo che non ci fossero (anche perché erano stati trasmessi gli atti al vice presidente per l’inoltro ai titolari dell’azione disciplinare) provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare. Le valutazioni quindi non si sono basate su una vera e propria istruttoria, che proprio Eccher ha chiesto invece a gran voce. «È necessario un ulteriore approfondimento da parte della Commissione. Per rispetto delle vittime ritengo che queste pratiche necessitino di un supplemento istruttorio e di una motivazione specifica», ha precisato Eccher durante il Plenum di mercoledì scorso. «Ricordo a tutti», ha affermato la consigliera leghista durante il suo intervento, «che la Del Tedesco nel caso riguardante l’omicidio di Mara Fait (altro caso avvenuto poco tempo prima a Rovereto), aveva negato il «codice rosso» archiviando la sua richiesta in sette giorni e motivando la sua scelta con la frase: «Che le persone non vadano d’accordo è un discorso, che poi si arrivi a un omicidio è un altro». Fait, infermiera in pensione, è stata uccisa dal suo vicino di casa, un albanese, con il quale da tempo c’erano forti attriti. E in questo caso c’è anche una richiesta di opposizione all’archiviazione avanzata dagli avvocati della vittima che non è stata acquisita né esaminata. «Una morte annunciata», l’avevano definita gli avvocati Rosa Rizzi e Flavio Dalbosco che da tempo seguivano l’infermiera e che solo poco tempo prima avevano depositato l’ultima denuncia, chiedendo una misura di allontanamento che, però, fu archiviata. Poi Eccher è passata al caso del nigeriano dal fisico bestiale: «Non si può archiviare senza avere nemmeno esaminato i profili problematici della vicenda e motivato su di essi», ha affermato la Eccher, aggiungendo: «Non ci dimentichiamo che vi sono delle dichiarazioni della Del Tedesco che hanno avuto una importante eco mediatica a livello nazionale, tra l’altro quantomeno lesive della memoria di Iris Setti. Vorrei citare testualmente le sue parole: “È un uomo che fisicamente è spettacolare, aveva una puntualità nel firmare in caserma che se gli studenti fossero così puntuali saremmo a cavallo”». Secondo Eccher, «la questione necessita di un approfondimento ulteriore e di una motivazione adeguata sul profilo dell’incompatibilità ambientale». Inoltre, ha sottolineato la consigliera laica, «vi sono dichiarazioni successive della Del Tedesco che anticipa l’esito di tale pratica, già percependo l’archiviazione da parte del Csm». Eccher quindi ha denunciato sia una istruttoria superficiale da parte della Commissione (si potevano, per esempio, chiamare in audizione i dirigenti o la stessa Del Tedesco, il direttivo dell’Anm del Trentino, oppure acquisire altri documenti a disposizione della cancelleria) sia la mancanza di una motivazione sull’archiviazione delle pratiche». La richiesta al Plenum, avanzata anche dal pentastellato Papa, era quindi di far tornare le cinque pratiche alla Commissione disciplinare che si occupa delle incompatibilità per una nuova e approfondita valutazione. All’unanimità, e senza alcun intervento da parte di nessun consigliere, il Plenum ha votato per il ritorno in Commissione. La palla è tornata quindi al forzista Aimi, che ora dovrà riesaminare tutti e cinque i casi che erano stati bocciati, compresi quelli che riguardano la pm del fisico bestiale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/viviana-del-tedesco-csm-2666233283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="killer-torna-in-liberta-perche-obeso" data-post-id="2666233283" data-published-at="1699695140" data-use-pagination="False"> Killer torna in libertà perché obeso Obeso e fumatore incallito, pertanto può andare agli arresti domiciliari. Nonostante una condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata da scontare. La motivazione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Torino è che bisogna assicurargli l’assistenza necessaria. Dimitri Fricano, 36 anni, di Biella, l’uomo che nell’estate del 2017 a Sassari assassinò con 57 coltellate Erika Preti durante una vacanza a San Teodoro (Sassari), martedì scorso, dopo sei anni di detenzione, ha lasciato il penitenziario torinese delle Vallette per stabilirsi in una piccola frazione di un comune del Biellese, dalla quale, hanno prescritto i giudici di Sorveglianza, non si potrà allontanare se non per andare dai medici e, in ogni caso, senza mai lasciare la provincia. Quando fu arrestato Fricano era un omone di 120 chili. Oggi il suo peso ha raggiunto i 200 chilogrammi e, stando alle relazioni mediche, non riesce a muoversi se non con l’aiuto delle stampelle o di una sedia a rotelle. I giudici di Sorveglianza nella loro ordinanza hanno elencato tutti i problemi di salute del detenuto. Non solo quelli fisici. A cominciare dalla meningite che lo colpì nel 1989 per passare alla sindrome ansioso depressiva da bulimia, al disturbo di personalità, alla depressione e alle apnee notturne. Inoltre Fricano sarebbe un soggetto a «forte rischio cardiovascolare» sia per la sua condizione di «grande obeso» sia perché è un fumatore incallito. Sarebbero quindi particolarmente elevati i rischi di complicanze cardiache. Nella documentazione presentata dai suoi difensori, gli avvocati Alessandra Guarini e Roberto Onida, è spiegato che arriva a fumare anche cento sigarette al giorno. Valutazioni che hanno convinto le toghe, che hanno valutato le sue condizioni non compatibili con la permanenza in un istituto di pena. «Non è in grado», è scritto nell’ordinanza, «di assolvere autonomamente le proprie necessità quotidiane e ha bisogno di un’assistenza che non è possibile dispensare nell’istituto». Inoltre, «non può uscire dalla sua cella perché in carrozzina non riesce a spostarsi. Glielo impedirebbero anche le barriere architettoniche interne». L’obesità, poi, appare come irrisolvibile in carcere, perché, valutano i giudici, Fricano sarebbe impossibilitato a seguire una dieta. «Nel corso della restrizione», annotano i giudici,« si è riscontrato un ulteriore aumento ponderale, in quanto il paziente non può disporre di un pasto ipocalorico (non dispensato dalla cucina dell’istituto) e non segue le indicazioni dietetiche». La depressione e la detenzione, insomma, lo spingerebbero «a consumare in maniera compulsiva alimenti contro indicati». A queste valutazioni si sommano quelle psichiche. Nel corso delle indagini si appurò che Fricano avrebbe scatenato la sua furia omicida su Erika dopo un banale litigio. Lui prima si proclamò innocente, ma confessò un mese dopo. Solo quando ormai tutti gli indizi stavano convergendo su di lui. Nel 2020 la Corte d’appello di Cagliari lo ha condannato a 30 anni. Una pena che lui stesso, scrivono i giudici di Sorveglianza, ora riconosce come «equa», nonostante affermi di non ricordare assolutamente nulla del delitto. Quella con Erika, a suo dire, era una relazione «appagante». E ancora oggi non riesce a spiegare perché l’abbia uccisa. «Con il tempo», è il parere degli psicologi, «si è abituato ad attribuire la causa ai problemi mentali di cui soffre». L’ennesimo boccone amaro per i genitori di Erika. Mentre il procuratore generale Alberto Benso ha dato il suo parere favorevole, anche perché la detenzione non sarebbe «funzionale alla rieducazione» se Fricano è costretto a restare in una cella «nella passiva sopportazione di una condizione di inferiorità rispetto agli altri detenuti».
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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