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2023-11-11
Sventato il blitz al Csm per salvare la toga del «fisico spettacolare»
Il luogo del delitto di Rovereto. Nel Riquadro, la pm Viviana Del Tedesco (Ansa)
Il Consiglio superiore della magistratura ha tentato di salvare la pm che lo scorso agosto definì il nigeriano che a Rovereto uccise con una gragnola di pugni un’inerme sessantenne, Iris Setti, uno con il fisico «spettacolare». L’apprezzamento per i muscoli mortiferi del trentasettenne Chukwuka Nweke, un vagabondo che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra e che aveva anche precedenti per droga, finirono al centro di un’intervista raccolta dalla Verità che fece sobbalzare perfino l’Associazione nazionale magistrati trentina. Il parlamentino delle toghe prese in modo netto le distanze dalla collega, definendo le parole usate nell’intervista come «inopportune». E le due consigliere laiche del parlamentino dei giudici Claudia Eccher (Lega) e Isabella Bertolini (Fratelli d’Italia) qualche giorno dopo formalizzarono al Comitato di presidenza del Csm una richiesta per avviare una pratica nei confronti della toga, Viviana Del Tedesco, che in quel momento era anche facente funzioni di procuratore. La pratica, però, si apprende ora, è finita in un blocco con altre quattro, tutte su femminicidi. E tutte dirette verso una richiesta di archiviazione con un’unica votazione, prima della discussione dell’ordine del giorno. Una istanza del pentastellato Michele Papa e lo sbarramento della leghista Claudia Eccher, però, hanno smosso le acque, riportando il caso indietro alla Prima commissione. Era stata infatti quest’ultima, che si occupa delle incompatibilità dei magistrati e che è presieduta dal laico di Forza Italia Enrico Aimi, a decidere all’unanimità di chiudere l’intero blocco, ritenendo che non ci fossero (anche perché erano stati trasmessi gli atti al vice presidente per l’inoltro ai titolari dell’azione disciplinare) provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare. Le valutazioni quindi non si sono basate su una vera e propria istruttoria, che proprio Eccher ha chiesto invece a gran voce.
«È necessario un ulteriore approfondimento da parte della Commissione. Per rispetto delle vittime ritengo che queste pratiche necessitino di un supplemento istruttorio e di una motivazione specifica», ha precisato Eccher durante il Plenum di mercoledì scorso. «Ricordo a tutti», ha affermato la consigliera leghista durante il suo intervento, «che la Del Tedesco nel caso riguardante l’omicidio di Mara Fait (altro caso avvenuto poco tempo prima a Rovereto), aveva negato il «codice rosso» archiviando la sua richiesta in sette giorni e motivando la sua scelta con la frase: «Che le persone non vadano d’accordo è un discorso, che poi si arrivi a un omicidio è un altro». Fait, infermiera in pensione, è stata uccisa dal suo vicino di casa, un albanese, con il quale da tempo c’erano forti attriti. E in questo caso c’è anche una richiesta di opposizione all’archiviazione avanzata dagli avvocati della vittima che non è stata acquisita né esaminata.
«Una morte annunciata», l’avevano definita gli avvocati Rosa Rizzi e Flavio Dalbosco che da tempo seguivano l’infermiera e che solo poco tempo prima avevano depositato l’ultima denuncia, chiedendo una misura di allontanamento che, però, fu archiviata. Poi Eccher è passata al caso del nigeriano dal fisico bestiale: «Non si può archiviare senza avere nemmeno esaminato i profili problematici della vicenda e motivato su di essi», ha affermato la Eccher, aggiungendo: «Non ci dimentichiamo che vi sono delle dichiarazioni della Del Tedesco che hanno avuto una importante eco mediatica a livello nazionale, tra l’altro quantomeno lesive della memoria di Iris Setti. Vorrei citare testualmente le sue parole: “È un uomo che fisicamente è spettacolare, aveva una puntualità nel firmare in caserma che se gli studenti fossero così puntuali saremmo a cavallo”». Secondo Eccher, «la questione necessita di un approfondimento ulteriore e di una motivazione adeguata sul profilo dell’incompatibilità ambientale». Inoltre, ha sottolineato la consigliera laica, «vi sono dichiarazioni successive della Del Tedesco che anticipa l’esito di tale pratica, già percependo l’archiviazione da parte del Csm». Eccher quindi ha denunciato sia una istruttoria superficiale da parte della Commissione (si potevano, per esempio, chiamare in audizione i dirigenti o la stessa Del Tedesco, il direttivo dell’Anm del Trentino, oppure acquisire altri documenti a disposizione della cancelleria) sia la mancanza di una motivazione sull’archiviazione delle pratiche».
La richiesta al Plenum, avanzata anche dal pentastellato Papa, era quindi di far tornare le cinque pratiche alla Commissione disciplinare che si occupa delle incompatibilità per una nuova e approfondita valutazione. All’unanimità, e senza alcun intervento da parte di nessun consigliere, il Plenum ha votato per il ritorno in Commissione. La palla è tornata quindi al forzista Aimi, che ora dovrà riesaminare tutti e cinque i casi che erano stati bocciati, compresi quelli che riguardano la pm del fisico bestiale.
Killer torna in libertà perché obeso
Obeso e fumatore incallito, pertanto può andare agli arresti domiciliari. Nonostante una condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata da scontare. La motivazione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Torino è che bisogna assicurargli l’assistenza necessaria. Dimitri Fricano, 36 anni, di Biella, l’uomo che nell’estate del 2017 a Sassari assassinò con 57 coltellate Erika Preti durante una vacanza a San Teodoro (Sassari), martedì scorso, dopo sei anni di detenzione, ha lasciato il penitenziario torinese delle Vallette per stabilirsi in una piccola frazione di un comune del Biellese, dalla quale, hanno prescritto i giudici di Sorveglianza, non si potrà allontanare se non per andare dai medici e, in ogni caso, senza mai lasciare la provincia. Quando fu arrestato Fricano era un omone di 120 chili. Oggi il suo peso ha raggiunto i 200 chilogrammi e, stando alle relazioni mediche, non riesce a muoversi se non con l’aiuto delle stampelle o di una sedia a rotelle. I giudici di Sorveglianza nella loro ordinanza hanno elencato tutti i problemi di salute del detenuto. Non solo quelli fisici. A cominciare dalla meningite che lo colpì nel 1989 per passare alla sindrome ansioso depressiva da bulimia, al disturbo di personalità, alla depressione e alle apnee notturne. Inoltre Fricano sarebbe un soggetto a «forte rischio cardiovascolare» sia per la sua condizione di «grande obeso» sia perché è un fumatore incallito. Sarebbero quindi particolarmente elevati i rischi di complicanze cardiache.
Nella documentazione presentata dai suoi difensori, gli avvocati Alessandra Guarini e Roberto Onida, è spiegato che arriva a fumare anche cento sigarette al giorno. Valutazioni che hanno convinto le toghe, che hanno valutato le sue condizioni non compatibili con la permanenza in un istituto di pena. «Non è in grado», è scritto nell’ordinanza, «di assolvere autonomamente le proprie necessità quotidiane e ha bisogno di un’assistenza che non è possibile dispensare nell’istituto». Inoltre, «non può uscire dalla sua cella perché in carrozzina non riesce a spostarsi. Glielo impedirebbero anche le barriere architettoniche interne». L’obesità, poi, appare come irrisolvibile in carcere, perché, valutano i giudici, Fricano sarebbe impossibilitato a seguire una dieta.
«Nel corso della restrizione», annotano i giudici,« si è riscontrato un ulteriore aumento ponderale, in quanto il paziente non può disporre di un pasto ipocalorico (non dispensato dalla cucina dell’istituto) e non segue le indicazioni dietetiche». La depressione e la detenzione, insomma, lo spingerebbero «a consumare in maniera compulsiva alimenti contro indicati». A queste valutazioni si sommano quelle psichiche. Nel corso delle indagini si appurò che Fricano avrebbe scatenato la sua furia omicida su Erika dopo un banale litigio. Lui prima si proclamò innocente, ma confessò un mese dopo. Solo quando ormai tutti gli indizi stavano convergendo su di lui. Nel 2020 la Corte d’appello di Cagliari lo ha condannato a 30 anni. Una pena che lui stesso, scrivono i giudici di Sorveglianza, ora riconosce come «equa», nonostante affermi di non ricordare assolutamente nulla del delitto. Quella con Erika, a suo dire, era una relazione «appagante». E ancora oggi non riesce a spiegare perché l’abbia uccisa.
«Con il tempo», è il parere degli psicologi, «si è abituato ad attribuire la causa ai problemi mentali di cui soffre». L’ennesimo boccone amaro per i genitori di Erika. Mentre il procuratore generale Alberto Benso ha dato il suo parere favorevole, anche perché la detenzione non sarebbe «funzionale alla rieducazione» se Fricano è costretto a restare in una cella «nella passiva sopportazione di una condizione di inferiorità rispetto agli altri detenuti».
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Lo sbarramento di due consiglieri, grillino e leghista, ha impedito l’archiviazione della pratica aperta dopo la nostra intervista alla pm Viviana Del Tedesco sul boia nigeriano. Il dossier rispedito in commissione.Dimitri Fricano uccise con 57 coltellate la fidanzata dopo un litigio in vacanza: condannato a 30 anni, è stato scarcerato con l’ok della Procura. «In cella mangia troppo e male».Lo speciale contiene due articoli.Il Consiglio superiore della magistratura ha tentato di salvare la pm che lo scorso agosto definì il nigeriano che a Rovereto uccise con una gragnola di pugni un’inerme sessantenne, Iris Setti, uno con il fisico «spettacolare». L’apprezzamento per i muscoli mortiferi del trentasettenne Chukwuka Nweke, un vagabondo che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra e che aveva anche precedenti per droga, finirono al centro di un’intervista raccolta dalla Verità che fece sobbalzare perfino l’Associazione nazionale magistrati trentina. Il parlamentino delle toghe prese in modo netto le distanze dalla collega, definendo le parole usate nell’intervista come «inopportune». E le due consigliere laiche del parlamentino dei giudici Claudia Eccher (Lega) e Isabella Bertolini (Fratelli d’Italia) qualche giorno dopo formalizzarono al Comitato di presidenza del Csm una richiesta per avviare una pratica nei confronti della toga, Viviana Del Tedesco, che in quel momento era anche facente funzioni di procuratore. La pratica, però, si apprende ora, è finita in un blocco con altre quattro, tutte su femminicidi. E tutte dirette verso una richiesta di archiviazione con un’unica votazione, prima della discussione dell’ordine del giorno. Una istanza del pentastellato Michele Papa e lo sbarramento della leghista Claudia Eccher, però, hanno smosso le acque, riportando il caso indietro alla Prima commissione. Era stata infatti quest’ultima, che si occupa delle incompatibilità dei magistrati e che è presieduta dal laico di Forza Italia Enrico Aimi, a decidere all’unanimità di chiudere l’intero blocco, ritenendo che non ci fossero (anche perché erano stati trasmessi gli atti al vice presidente per l’inoltro ai titolari dell’azione disciplinare) provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare. Le valutazioni quindi non si sono basate su una vera e propria istruttoria, che proprio Eccher ha chiesto invece a gran voce. «È necessario un ulteriore approfondimento da parte della Commissione. Per rispetto delle vittime ritengo che queste pratiche necessitino di un supplemento istruttorio e di una motivazione specifica», ha precisato Eccher durante il Plenum di mercoledì scorso. «Ricordo a tutti», ha affermato la consigliera leghista durante il suo intervento, «che la Del Tedesco nel caso riguardante l’omicidio di Mara Fait (altro caso avvenuto poco tempo prima a Rovereto), aveva negato il «codice rosso» archiviando la sua richiesta in sette giorni e motivando la sua scelta con la frase: «Che le persone non vadano d’accordo è un discorso, che poi si arrivi a un omicidio è un altro». Fait, infermiera in pensione, è stata uccisa dal suo vicino di casa, un albanese, con il quale da tempo c’erano forti attriti. E in questo caso c’è anche una richiesta di opposizione all’archiviazione avanzata dagli avvocati della vittima che non è stata acquisita né esaminata. «Una morte annunciata», l’avevano definita gli avvocati Rosa Rizzi e Flavio Dalbosco che da tempo seguivano l’infermiera e che solo poco tempo prima avevano depositato l’ultima denuncia, chiedendo una misura di allontanamento che, però, fu archiviata. Poi Eccher è passata al caso del nigeriano dal fisico bestiale: «Non si può archiviare senza avere nemmeno esaminato i profili problematici della vicenda e motivato su di essi», ha affermato la Eccher, aggiungendo: «Non ci dimentichiamo che vi sono delle dichiarazioni della Del Tedesco che hanno avuto una importante eco mediatica a livello nazionale, tra l’altro quantomeno lesive della memoria di Iris Setti. Vorrei citare testualmente le sue parole: “È un uomo che fisicamente è spettacolare, aveva una puntualità nel firmare in caserma che se gli studenti fossero così puntuali saremmo a cavallo”». Secondo Eccher, «la questione necessita di un approfondimento ulteriore e di una motivazione adeguata sul profilo dell’incompatibilità ambientale». Inoltre, ha sottolineato la consigliera laica, «vi sono dichiarazioni successive della Del Tedesco che anticipa l’esito di tale pratica, già percependo l’archiviazione da parte del Csm». Eccher quindi ha denunciato sia una istruttoria superficiale da parte della Commissione (si potevano, per esempio, chiamare in audizione i dirigenti o la stessa Del Tedesco, il direttivo dell’Anm del Trentino, oppure acquisire altri documenti a disposizione della cancelleria) sia la mancanza di una motivazione sull’archiviazione delle pratiche». La richiesta al Plenum, avanzata anche dal pentastellato Papa, era quindi di far tornare le cinque pratiche alla Commissione disciplinare che si occupa delle incompatibilità per una nuova e approfondita valutazione. All’unanimità, e senza alcun intervento da parte di nessun consigliere, il Plenum ha votato per il ritorno in Commissione. La palla è tornata quindi al forzista Aimi, che ora dovrà riesaminare tutti e cinque i casi che erano stati bocciati, compresi quelli che riguardano la pm del fisico bestiale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/viviana-del-tedesco-csm-2666233283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="killer-torna-in-liberta-perche-obeso" data-post-id="2666233283" data-published-at="1699695140" data-use-pagination="False"> Killer torna in libertà perché obeso Obeso e fumatore incallito, pertanto può andare agli arresti domiciliari. Nonostante una condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata da scontare. La motivazione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Torino è che bisogna assicurargli l’assistenza necessaria. Dimitri Fricano, 36 anni, di Biella, l’uomo che nell’estate del 2017 a Sassari assassinò con 57 coltellate Erika Preti durante una vacanza a San Teodoro (Sassari), martedì scorso, dopo sei anni di detenzione, ha lasciato il penitenziario torinese delle Vallette per stabilirsi in una piccola frazione di un comune del Biellese, dalla quale, hanno prescritto i giudici di Sorveglianza, non si potrà allontanare se non per andare dai medici e, in ogni caso, senza mai lasciare la provincia. Quando fu arrestato Fricano era un omone di 120 chili. Oggi il suo peso ha raggiunto i 200 chilogrammi e, stando alle relazioni mediche, non riesce a muoversi se non con l’aiuto delle stampelle o di una sedia a rotelle. I giudici di Sorveglianza nella loro ordinanza hanno elencato tutti i problemi di salute del detenuto. Non solo quelli fisici. A cominciare dalla meningite che lo colpì nel 1989 per passare alla sindrome ansioso depressiva da bulimia, al disturbo di personalità, alla depressione e alle apnee notturne. Inoltre Fricano sarebbe un soggetto a «forte rischio cardiovascolare» sia per la sua condizione di «grande obeso» sia perché è un fumatore incallito. Sarebbero quindi particolarmente elevati i rischi di complicanze cardiache. Nella documentazione presentata dai suoi difensori, gli avvocati Alessandra Guarini e Roberto Onida, è spiegato che arriva a fumare anche cento sigarette al giorno. Valutazioni che hanno convinto le toghe, che hanno valutato le sue condizioni non compatibili con la permanenza in un istituto di pena. «Non è in grado», è scritto nell’ordinanza, «di assolvere autonomamente le proprie necessità quotidiane e ha bisogno di un’assistenza che non è possibile dispensare nell’istituto». Inoltre, «non può uscire dalla sua cella perché in carrozzina non riesce a spostarsi. Glielo impedirebbero anche le barriere architettoniche interne». L’obesità, poi, appare come irrisolvibile in carcere, perché, valutano i giudici, Fricano sarebbe impossibilitato a seguire una dieta. «Nel corso della restrizione», annotano i giudici,« si è riscontrato un ulteriore aumento ponderale, in quanto il paziente non può disporre di un pasto ipocalorico (non dispensato dalla cucina dell’istituto) e non segue le indicazioni dietetiche». La depressione e la detenzione, insomma, lo spingerebbero «a consumare in maniera compulsiva alimenti contro indicati». A queste valutazioni si sommano quelle psichiche. Nel corso delle indagini si appurò che Fricano avrebbe scatenato la sua furia omicida su Erika dopo un banale litigio. Lui prima si proclamò innocente, ma confessò un mese dopo. Solo quando ormai tutti gli indizi stavano convergendo su di lui. Nel 2020 la Corte d’appello di Cagliari lo ha condannato a 30 anni. Una pena che lui stesso, scrivono i giudici di Sorveglianza, ora riconosce come «equa», nonostante affermi di non ricordare assolutamente nulla del delitto. Quella con Erika, a suo dire, era una relazione «appagante». E ancora oggi non riesce a spiegare perché l’abbia uccisa. «Con il tempo», è il parere degli psicologi, «si è abituato ad attribuire la causa ai problemi mentali di cui soffre». L’ennesimo boccone amaro per i genitori di Erika. Mentre il procuratore generale Alberto Benso ha dato il suo parere favorevole, anche perché la detenzione non sarebbe «funzionale alla rieducazione» se Fricano è costretto a restare in una cella «nella passiva sopportazione di una condizione di inferiorità rispetto agli altri detenuti».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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