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2018-12-30
Vinta la battaglia per il deficit, l’Ue ci lascia la zavorra Iva
Ansa
Dopo un'inevitabile fiducia finale ieri sera alla Camera, la prima manovra gialloblù è a un passo dal diventare legge: manca solo l'ultimo passaggio della promulgazione da parte del capo dello Stato, il quale - realisticamente - lascerà deluso il coro di chi gli chiede di non firmare. Al massimo, c'è da attendersi la sera del 31, nel tradizionale discorso di fine anno, qualche rimbrotto sulla compressione eccessiva dei tempi di dibattito parlamentare da parte del presidente Sergio Mattarella.
Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e Movimento 5 stelle di condurre in porto i provvedimenti-bandiera sui quali i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo scorso: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per quota 100 e reddito di cittadinanza.
Resta il dubbio - questo sì - se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro crescita e pro sviluppo in una situazione che, alla vigilia del 2019, presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre recessivi.
In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. Una prima volta, perché per due lunghi mesi i pesi massimi della Commissione Ue (a partire dal commissario francese, con ambizioni politiche macroniste, Pierre Moscovici e dall'oscuro lettone Valdis Dombrovskis) hanno sparato contro l'Italia a palle incatenate, sempre a Borse aperte, nel tentativo di creare una destabilizzazione sui mercati: ma, forse con loro delusione, non c'è stata una capitolazione italiana via spread, com'era accaduto nel 2011.
E una seconda volta perché, a trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti smussata rispetto alle aspettative.
Come? Con più tasse (la Web tax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell'Iva. Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%).
Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo «ringraziare» la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell'Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica.
A proposito di deficit, l'asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%.
Quanto al consenso, dubitiamo che le opposizioni abbiano qualcosa da festeggiare. Tutti i sondaggi attestano che la fiducia nel governo (specie nella Lega di Matteo Salvini) resta alta, e nei prossimi mesi sarà forte in molte aree sociali l'attesa per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, mentre non c'è rilevazione che non attesti la crisi di Pd e Forza Italia.
Resta un'incognita di fondo, che riguarda l'intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt'altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima.
Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta choc, con un mega taglio di tasse (1.500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1.500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant'anni). Invece l'Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli «zero virgola». Con figli (francesi) e figliastri (italiani).
Quota 100 varrà per 350.000
La Lega è dunque riuscita a condurre in porto il suo principale obiettivo di campagna elettorale: non ancora la demolizione integrale della legge Fornero, ma certo un forte ridimensionamento della sua parte più aspra. Si potrà dunque andare in pensione già dal 2019, con 62 anni di età e 38 di contributi. Gli stanziamenti effettuati nella legge di bilancio (una ventina di miliardi nel triennio, di cui meno di 5 nel primo anno) sono valutati dalla componente leghista del governo assolutamente adeguati e capienti per «una durata triennale» come recentemente dichiarato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La prima stesura della manovra ne aveva previsti addirittura 7 per il primo anno: ma erano forse troppi, grazie alle «finestre» che razionalizzeranno i flussi dei lavoratori in uscita. E i fondi basteranno soprattutto perché si ha ragione di ritenere che non tutte le persone potenzialmente interessate, 350.000 per il 2019, sceglieranno questa opzione. C'è già un precedente in tal senso. Per l'Ape social (che era mirata verso alcune categorie, e quindi avrebbe potuto avere un'adesione massiccia), a fronte di uno stanziamento di 1,8 miliardi, a luglio erano stati consumati solo 600 milioni, con un «tiraggio» (in metà anno) che aveva coinvolto appena un terzo delle persone e delle risorse interessate. A fine anno potranno essere due terzi, ma è impensabile un'adesione generalizzata. Lo stesso tipo di valutazione viene fatta dal governo rispetto a quota 100: è un'opportunità, ma non si ritiene che tutti gli interessati la coglieranno. E non tanto per le penalizzazioni (che non ci saranno: nemmeno in termini di contributi figurativi), ma per due altri fattori. Il primo è il mancato guadagno: se vai in pensione prima, rinunci allo stipendio. Il secondo è il divieto di cumulo (fino a un massimo di cinque anni, ma ovviamente può essere meno, a seconda della vicinanza di ciascuno alla vecchia soglia dei 67 anni): insomma, se scegli quota 100, non puoi fare altro, anche per favorire il ricambio generazionale. A proposito del ricambio generazionale, resta un'incognita che solo il tempo potrà chiarire. I critici del governo gialloblù dicono: è impensabile che, per ogni lavoratore in uscita, avvenga in automatico una nuova assunzione di un giovane. E in effetti immaginare un tasso di sostituzione del 100% sarebbe insensatamente ottimistico: nel governo nessuno dice una cosa del genere. Però è certamente vera anche la contro-obiezione da parte dei leghisti: se ci saranno nuove assunzioni di giovani (che avranno costi inferiori) saranno state certamente incoraggiate e favorite anche dal meccanismo di uscita dei lavoratori più anziani generato da quota 100.
Reddito e pensione, nodo fondi
Nella manovra è previsto uno stanziamento (7,1 miliardi nel 2019, di cui 1 per i centri per l'impiego) per l'operazione «reddito e pensioni di cittadinanza». Ora, come La Verità ha scritto per prima, toccherà a un provvedimento separato, a un decreto (stesso discorso per quota 100), definirne i contorni. Resta un problema: i soldi per tutto non ci sono. Secondo Alberto Brambilla (centro studi Itinerari previdenziali), «solo per portare a 780 euro il milione di persone che percepisce la pensione d'invalidità, ci vorrebbero 6 miliardi. Per portare a 780 un altro milione che percepisce o la pensione sociale o l'assegno sociale, ne servirebbero altri 3 e mezzo». Si comprende da questa simulazione che non sarà facile per i grillini sistemare una coperta che resterà inevitabilmente corta. La novità (positiva) è che è stata accolta da M5s la proposta leghista di rendere la misura più «market friendly», prevedendo che, a offerta di lavoro accettata, il sussidio alla persona diventi un intervento a favore dell'impresa. I leghisti (saggiamente: comunque la si pensi sul reddito di cittadinanza) proponevano una defiscalizzazione. I grillini ci hanno pensato: e qualcuno non era favorevole a dare semaforo verde a un'ipotesi che - ad avviso dei grillini dubbiosi - avrebbe generato una commistione tra interventi assistenziali pro disoccupati e interventi di decontribuzione pro imprese. Si è giunti a un compromesso: misura pro impresa sì, ma nella forma di un incentivo. Insomma, ad assunzione effettuata, le rimanenti mensilità del reddito di cittadinanza andranno all'azienda (fino alla fine del ciclo, che dura 18 mesi). Veniamo ai dettagli della misura, per come i grillini stanno cercando di concepirla. Ci sarà più rigore (si spera) rispetto all'obbligo di accettare le offerte di lavoro: la prima entro 100 km da casa, la seconda entro 250, la terza con obbligo (per chi non ha figli) di trasferirsi, pena la perdita del sussidio. Quanto al cosiddetto «navigator», cioè il tutor che opera nei centri per l'impiego, si occuperà di un numero di percettori di sussidio variabile da 100 a 150, e avrà un incentivo per ogni assunzione riuscita (una somma pari a un quinto dello stipendio dell'assunto). Quanto al sussidio, le prime ipotesi distinguono tra un contributo per l'affitto (280 euro al mese per chi non è proprietario di una casa) e integrazione al reddito, che varierà (500 euro per un single, 700 per due adulti, 900 per due adulti con figli minorenni, e così via fino a 1050 euro per tre adulti con due minorenni). Per la pensione di cittadinanza, l'ipotesi è di far scendere il contributo per l'affitto a 150 euro, mentre l'integrazione al reddito si attesterebbe sui 630 euro.
Rivoluzione partite Iva ed esperimento ripetizioni
È la parte migliore e più coraggiosa della manovra, che letteralmente cambia la vita (in meglio) a 900.000 imprese (artigiani, commercianti), professionisti e partite Iva: si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. E attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di un'imposizione fiscale più contenuta e accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Un altro esperimento di flat tax - limitato a un settore ma pur sempre interessante - è quello per le ripetizioni scolastiche, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'Irpef (e delle addizionali regionali e comunali) pari al 15%». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Secondo un accurato studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero.
Scure sugli assegni d’oro. Mini stop alle rivalutazioni
Sulle pensioni d'oro, vittoria piena M5s. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, risultano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui. Oltre quell'asticella, ci sono cinque scaglioni a cui verranno applicate altrettante aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Su un altro piano, assolutamente distinto, cambia il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e ora vengono sbloccate (buona notizia). A seguito però del negoziato con Bruxelles (cattiva notizia), la rivalutazione sarà più contenuta per le pensioni sopra i 1.521 euro. Fino a quella soglia ci sarà una rivalutazione piena, corrispondente al tasso (1,1%) che era stato reso noto dal Mef. Salendo nei trattamenti, la rivalutazione si assottiglierà: tra i 1.522 e i 2.029 euro, sarà pari al 97% del tasso, quindi all'1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%; tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro, pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%.
Sulle spese manca la regia. Tagli a editoria e Coni
Nella manovra non c'è un'azione organica di spending review. Il premier Giuseppe Conte, nella conferenza dell'altro ieri, ha dichiarato: «Sul taglio degli sprechi, il governo ha avuto poco tempo. Serve una task force che lavori in modo mirato e così potremo recuperare molte risorse». Ci sono però stati due interventi di settore: su editoria e sport. Quanto all'editoria, è stato deciso un contenimento dei contributi pubblici. Il taglio dei fondi è diluito nel tempo, per consentire alle imprese editoriali interessate di riorganizzarsi: 20% in meno sulla cifra eccedente 500.000 euro nel 2019; 50% nel 2020; 75% nel 2021. Scontate le proteste dei percettori: ma non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato.
Quanto allo sport, rivoluzione per il Coni, che manterrà il formale governo dello sport, ma perderà la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società. In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (40 milioni), mentre il resto sarà gestito da una nuova società, Sport e Saluta spa, sotto il diretto controllo del governo. Inevitabile la polemica. Per i difensori dello status quo, la riforma mina la mitica «autonomia» dello sport italiano. Ma a ben vedere, l'argomento non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo.
Bonus bebè e family card. Più risorse a chi fa figli
Almeno cinque novità rilevanti nella legge di bilancio in materia di politiche per la famiglia, troppo spesso trascurate. La prima: buone notizie per i papà, che avranno cinque giorni di congedo obbligatorio (quindi i neo-padri dovranno astenersi dal lavoro per almeno cinque giorni, anche non continuativi, nei primi cinque mesi di vita del bimbo o della bimba), e un giorno in più in caso di sostituzione della mamma. La seconda: si incrementa il buono per iscriversi agli asili nido pubblici (1.500 euro l'anno, in salita dagli attuali 1.000) per il triennio 2019-2021. Per il 2022 l'importo dovrà essere rideterminato, ma non potrà in ogni caso scendere sotto i 1000 euro. La terza: una «carta per la famiglia», con sconti per cittadini italiani e di altri Paesi dell'Unione con residenza regolare: ma devono avere almeno tre figli di età non superiore a 26 anni (l'allargamento consiste nel fatto che finora il limite era fissato a 18 anni). La quarta: una sequenza di strumenti di monitoraggio e discussione, da una conferenza nazionale sulla famiglia a un piano nazionale sul tema, passando per ben tre osservatori (su infanzia, famiglia, pedopornografia).La quinta: un pacchetto di altre misure di sostegno. Interventi per valorizzare il ruolo dei consultori familiari e dei centri per la famiglia; per il sostegno ai minori orfani; per il sostegno ai genitori separati e divorziati; per il sostegno alle famiglie con almeno tre figli minori. Più nuove iniziative per la conciliazione del tempo di vita e di lavoro, e di welfare familiare aziendale.
Avviato il saldo e stralcio per le soglie Isee basse
Nella manovra è previsto un meccanismo di saldo e stralcio delle cartelle (ricomprese nel periodo tra il 2000 e il 2017) per i soggetti in difficoltà economica. Aliquote: 16% (per chi abbia un Isee non al di sopra di 8.500 euro), 20% (da quella soglia fino a 12.500 euro), 35% (da quella soglia fino a 20.000 euro). Il requisito fondamentale per accedere alla misura è quello di aver presentato la dichiarazione dei redditi (anche se poi l'imposta non è stata pagata). L'operazione può riguardare ad esempio cartelle Equitalia, contributi previdenziali (per lavoratori autonomi o professionisti) ecc. L'altro fattore decisivo, come detto in esordio, è l'Isee 2019, con l'indicazione dei tre scaglioni e delle tre diverse aliquote citate. Occorrerà poi aggiungere l'aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme oggetto della rateizzazione (2% l'anno). Sono previste due modalità di pagamento. Si può pagare in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019. Oppure si può scegliere una formula basata su cinque rate: il 35% entro il 30 novembre, il 20% entro il 31 marzo 2020, e quindi tre rate - corrispondenti ognuna al 15% - entro il 31 luglio 2020, entro il 31 marzo 2021 e infine entro il 31 luglio 2021. Inevitabili le polemiche delle opposizioni per l'assenza di una soglia per richiedere la sanatoria: come detto, l'unico requisito è l'Isee che testimoni una situazione di difficoltà economica dell'interessato. Secondo le opposizioni, invece, il rischio sarebbe quello di aiutare i «finti poveri».
Comuni, casse sbloccate. Sulla Tav si decide presto
In materia di investimenti, tre certezze (scritte nella legge di bilancio), una penalizzazione (frutto del difficile negoziato con Bruxelles), e un lavoro in corso (i cui effetti si vedranno nel 2019). Partiamo dalle tre certezze. La prima: per le Regioni, norme sulla contabilità che permutano la spesa corrente in spesa per investimenti. La seconda: per le province, 250 milioni di fondi strutturali. La terza: per i Comuni, copertura degli avanzi di bilancio, e di fatto conseguente sblocco degli investimenti. Sono tre misure che possono effettivamente attivare risorse che erano rimaste dormienti. La penalizzazione deriva dal fatto che, dopo il difficile negoziato con la Commissione europea, risultano circa 4 miliardi di investimenti in meno. Il lavoro in corso riguarda la cabina di regia in materia. Ancora nella conferenza stampa dell'altro ieri, lo stesso Giuseppe Conte ha tra l'altro rivendicato di aver convocato le aziende di Stato per incoraggiare nuovi investimenti e iniziative. Quanto alle grandi opere, dopo la decisione di sblocco del gasdotto Tap, resta invece incerta la sorte della Tav. Entro fine mese dovrebbero essere resi noti gli ulteriori dati della procedura istruttoria che è in corso da parte di una commissione tecnica. Una decisione definitiva dovrebbe avvenire prima delle europee, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio. Sempre nell'incontro con i giornalisti dell'altro giorno, Conte ha anche evocato il ponte Morandi di Genova: «Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili, ma confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura».
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La legge di bilancio passa la prova della fiducia alla Camera. Il 2,04% spuntato con la Commissione consente una prima mossa espansiva, che però non è ancora sufficiente. Serve un maggior impegno sul fronte delle imposte. Lo speciale contiene nove articoli. Dopo un'inevitabile fiducia finale ieri sera alla Camera, la prima manovra gialloblù è a un passo dal diventare legge: manca solo l'ultimo passaggio della promulgazione da parte del capo dello Stato, il quale - realisticamente - lascerà deluso il coro di chi gli chiede di non firmare. Al massimo, c'è da attendersi la sera del 31, nel tradizionale discorso di fine anno, qualche rimbrotto sulla compressione eccessiva dei tempi di dibattito parlamentare da parte del presidente Sergio Mattarella. Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e Movimento 5 stelle di condurre in porto i provvedimenti-bandiera sui quali i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo scorso: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per quota 100 e reddito di cittadinanza. Resta il dubbio - questo sì - se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro crescita e pro sviluppo in una situazione che, alla vigilia del 2019, presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre recessivi. In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. Una prima volta, perché per due lunghi mesi i pesi massimi della Commissione Ue (a partire dal commissario francese, con ambizioni politiche macroniste, Pierre Moscovici e dall'oscuro lettone Valdis Dombrovskis) hanno sparato contro l'Italia a palle incatenate, sempre a Borse aperte, nel tentativo di creare una destabilizzazione sui mercati: ma, forse con loro delusione, non c'è stata una capitolazione italiana via spread, com'era accaduto nel 2011. E una seconda volta perché, a trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti smussata rispetto alle aspettative. Come? Con più tasse (la Web tax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell'Iva. Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo «ringraziare» la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell'Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica. A proposito di deficit, l'asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%. Quanto al consenso, dubitiamo che le opposizioni abbiano qualcosa da festeggiare. Tutti i sondaggi attestano che la fiducia nel governo (specie nella Lega di Matteo Salvini) resta alta, e nei prossimi mesi sarà forte in molte aree sociali l'attesa per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, mentre non c'è rilevazione che non attesti la crisi di Pd e Forza Italia. Resta un'incognita di fondo, che riguarda l'intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt'altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima. Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta choc, con un mega taglio di tasse (1.500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1.500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant'anni). Invece l'Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli «zero virgola». 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Gli stanziamenti effettuati nella legge di bilancio (una ventina di miliardi nel triennio, di cui meno di 5 nel primo anno) sono valutati dalla componente leghista del governo assolutamente adeguati e capienti per «una durata triennale» come recentemente dichiarato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La prima stesura della manovra ne aveva previsti addirittura 7 per il primo anno: ma erano forse troppi, grazie alle «finestre» che razionalizzeranno i flussi dei lavoratori in uscita. E i fondi basteranno soprattutto perché si ha ragione di ritenere che non tutte le persone potenzialmente interessate, 350.000 per il 2019, sceglieranno questa opzione. C'è già un precedente in tal senso. Per l'Ape social (che era mirata verso alcune categorie, e quindi avrebbe potuto avere un'adesione massiccia), a fronte di uno stanziamento di 1,8 miliardi, a luglio erano stati consumati solo 600 milioni, con un «tiraggio» (in metà anno) che aveva coinvolto appena un terzo delle persone e delle risorse interessate. A fine anno potranno essere due terzi, ma è impensabile un'adesione generalizzata. Lo stesso tipo di valutazione viene fatta dal governo rispetto a quota 100: è un'opportunità, ma non si ritiene che tutti gli interessati la coglieranno. E non tanto per le penalizzazioni (che non ci saranno: nemmeno in termini di contributi figurativi), ma per due altri fattori. Il primo è il mancato guadagno: se vai in pensione prima, rinunci allo stipendio. Il secondo è il divieto di cumulo (fino a un massimo di cinque anni, ma ovviamente può essere meno, a seconda della vicinanza di ciascuno alla vecchia soglia dei 67 anni): insomma, se scegli quota 100, non puoi fare altro, anche per favorire il ricambio generazionale. A proposito del ricambio generazionale, resta un'incognita che solo il tempo potrà chiarire. I critici del governo gialloblù dicono: è impensabile che, per ogni lavoratore in uscita, avvenga in automatico una nuova assunzione di un giovane. E in effetti immaginare un tasso di sostituzione del 100% sarebbe insensatamente ottimistico: nel governo nessuno dice una cosa del genere. Però è certamente vera anche la contro-obiezione da parte dei leghisti: se ci saranno nuove assunzioni di giovani (che avranno costi inferiori) saranno state certamente incoraggiate e favorite anche dal meccanismo di uscita dei lavoratori più anziani generato da quota 100. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="reddito-e-pensione-nodo-fondi" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779741781" data-use-pagination="False"> Reddito e pensione, nodo fondi Nella manovra è previsto uno stanziamento (7,1 miliardi nel 2019, di cui 1 per i centri per l'impiego) per l'operazione «reddito e pensioni di cittadinanza». Ora, come La Verità ha scritto per prima, toccherà a un provvedimento separato, a un decreto (stesso discorso per quota 100), definirne i contorni. Resta un problema: i soldi per tutto non ci sono. Secondo Alberto Brambilla (centro studi Itinerari previdenziali), «solo per portare a 780 euro il milione di persone che percepisce la pensione d'invalidità, ci vorrebbero 6 miliardi. Per portare a 780 un altro milione che percepisce o la pensione sociale o l'assegno sociale, ne servirebbero altri 3 e mezzo». Si comprende da questa simulazione che non sarà facile per i grillini sistemare una coperta che resterà inevitabilmente corta. La novità (positiva) è che è stata accolta da M5s la proposta leghista di rendere la misura più «market friendly», prevedendo che, a offerta di lavoro accettata, il sussidio alla persona diventi un intervento a favore dell'impresa. I leghisti (saggiamente: comunque la si pensi sul reddito di cittadinanza) proponevano una defiscalizzazione. I grillini ci hanno pensato: e qualcuno non era favorevole a dare semaforo verde a un'ipotesi che - ad avviso dei grillini dubbiosi - avrebbe generato una commistione tra interventi assistenziali pro disoccupati e interventi di decontribuzione pro imprese. Si è giunti a un compromesso: misura pro impresa sì, ma nella forma di un incentivo. Insomma, ad assunzione effettuata, le rimanenti mensilità del reddito di cittadinanza andranno all'azienda (fino alla fine del ciclo, che dura 18 mesi). Veniamo ai dettagli della misura, per come i grillini stanno cercando di concepirla. Ci sarà più rigore (si spera) rispetto all'obbligo di accettare le offerte di lavoro: la prima entro 100 km da casa, la seconda entro 250, la terza con obbligo (per chi non ha figli) di trasferirsi, pena la perdita del sussidio. Quanto al cosiddetto «navigator», cioè il tutor che opera nei centri per l'impiego, si occuperà di un numero di percettori di sussidio variabile da 100 a 150, e avrà un incentivo per ogni assunzione riuscita (una somma pari a un quinto dello stipendio dell'assunto). Quanto al sussidio, le prime ipotesi distinguono tra un contributo per l'affitto (280 euro al mese per chi non è proprietario di una casa) e integrazione al reddito, che varierà (500 euro per un single, 700 per due adulti, 900 per due adulti con figli minorenni, e così via fino a 1050 euro per tre adulti con due minorenni). Per la pensione di cittadinanza, l'ipotesi è di far scendere il contributo per l'affitto a 150 euro, mentre l'integrazione al reddito si attesterebbe sui 630 euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="rivoluzione-partite-iva-ed-esperimento-ripetizioni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779741781" data-use-pagination="False"> Rivoluzione partite Iva ed esperimento ripetizioni È la parte migliore e più coraggiosa della manovra, che letteralmente cambia la vita (in meglio) a 900.000 imprese (artigiani, commercianti), professionisti e partite Iva: si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. E attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di un'imposizione fiscale più contenuta e accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Un altro esperimento di flat tax - limitato a un settore ma pur sempre interessante - è quello per le ripetizioni scolastiche, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'Irpef (e delle addizionali regionali e comunali) pari al 15%». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Secondo un accurato studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="scure-sugli-assegni-doro-mini-stop-alle-rivalutazioni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779741781" data-use-pagination="False"> Scure sugli assegni d’oro. Mini stop alle rivalutazioni Sulle pensioni d'oro, vittoria piena M5s. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, risultano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui. Oltre quell'asticella, ci sono cinque scaglioni a cui verranno applicate altrettante aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Su un altro piano, assolutamente distinto, cambia il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e ora vengono sbloccate (buona notizia). A seguito però del negoziato con Bruxelles (cattiva notizia), la rivalutazione sarà più contenuta per le pensioni sopra i 1.521 euro. Fino a quella soglia ci sarà una rivalutazione piena, corrispondente al tasso (1,1%) che era stato reso noto dal Mef. Salendo nei trattamenti, la rivalutazione si assottiglierà: tra i 1.522 e i 2.029 euro, sarà pari al 97% del tasso, quindi all'1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%; tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro, pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="sulle-spese-manca-la-regia-tagli-a-editoria-e-coni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779741781" data-use-pagination="False"> Sulle spese manca la regia. Tagli a editoria e Coni Nella manovra non c'è un'azione organica di spending review. Il premier Giuseppe Conte, nella conferenza dell'altro ieri, ha dichiarato: «Sul taglio degli sprechi, il governo ha avuto poco tempo. Serve una task force che lavori in modo mirato e così potremo recuperare molte risorse». Ci sono però stati due interventi di settore: su editoria e sport. Quanto all'editoria, è stato deciso un contenimento dei contributi pubblici. Il taglio dei fondi è diluito nel tempo, per consentire alle imprese editoriali interessate di riorganizzarsi: 20% in meno sulla cifra eccedente 500.000 euro nel 2019; 50% nel 2020; 75% nel 2021. Scontate le proteste dei percettori: ma non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato. Quanto allo sport, rivoluzione per il Coni, che manterrà il formale governo dello sport, ma perderà la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società. In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (40 milioni), mentre il resto sarà gestito da una nuova società, Sport e Saluta spa, sotto il diretto controllo del governo. Inevitabile la polemica. Per i difensori dello status quo, la riforma mina la mitica «autonomia» dello sport italiano. Ma a ben vedere, l'argomento non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="bonus-bebe-e-family-card-piu-risorse-a-chi-fa-figli" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779741781" data-use-pagination="False"> Bonus bebè e family card. Più risorse a chi fa figli Almeno cinque novità rilevanti nella legge di bilancio in materia di politiche per la famiglia, troppo spesso trascurate. La prima: buone notizie per i papà, che avranno cinque giorni di congedo obbligatorio (quindi i neo-padri dovranno astenersi dal lavoro per almeno cinque giorni, anche non continuativi, nei primi cinque mesi di vita del bimbo o della bimba), e un giorno in più in caso di sostituzione della mamma. La seconda: si incrementa il buono per iscriversi agli asili nido pubblici (1.500 euro l'anno, in salita dagli attuali 1.000) per il triennio 2019-2021. Per il 2022 l'importo dovrà essere rideterminato, ma non potrà in ogni caso scendere sotto i 1000 euro. La terza: una «carta per la famiglia», con sconti per cittadini italiani e di altri Paesi dell'Unione con residenza regolare: ma devono avere almeno tre figli di età non superiore a 26 anni (l'allargamento consiste nel fatto che finora il limite era fissato a 18 anni). La quarta: una sequenza di strumenti di monitoraggio e discussione, da una conferenza nazionale sulla famiglia a un piano nazionale sul tema, passando per ben tre osservatori (su infanzia, famiglia, pedopornografia).La quinta: un pacchetto di altre misure di sostegno. Interventi per valorizzare il ruolo dei consultori familiari e dei centri per la famiglia; per il sostegno ai minori orfani; per il sostegno ai genitori separati e divorziati; per il sostegno alle famiglie con almeno tre figli minori. Più nuove iniziative per la conciliazione del tempo di vita e di lavoro, e di welfare familiare aziendale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="avviato-il-saldo-e-stralcio-per-le-soglie-isee-basse" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779741781" data-use-pagination="False"> Avviato il saldo e stralcio per le soglie Isee basse Nella manovra è previsto un meccanismo di saldo e stralcio delle cartelle (ricomprese nel periodo tra il 2000 e il 2017) per i soggetti in difficoltà economica. Aliquote: 16% (per chi abbia un Isee non al di sopra di 8.500 euro), 20% (da quella soglia fino a 12.500 euro), 35% (da quella soglia fino a 20.000 euro). Il requisito fondamentale per accedere alla misura è quello di aver presentato la dichiarazione dei redditi (anche se poi l'imposta non è stata pagata). L'operazione può riguardare ad esempio cartelle Equitalia, contributi previdenziali (per lavoratori autonomi o professionisti) ecc. L'altro fattore decisivo, come detto in esordio, è l'Isee 2019, con l'indicazione dei tre scaglioni e delle tre diverse aliquote citate. Occorrerà poi aggiungere l'aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme oggetto della rateizzazione (2% l'anno). Sono previste due modalità di pagamento. Si può pagare in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019. Oppure si può scegliere una formula basata su cinque rate: il 35% entro il 30 novembre, il 20% entro il 31 marzo 2020, e quindi tre rate - corrispondenti ognuna al 15% - entro il 31 luglio 2020, entro il 31 marzo 2021 e infine entro il 31 luglio 2021. Inevitabili le polemiche delle opposizioni per l'assenza di una soglia per richiedere la sanatoria: come detto, l'unico requisito è l'Isee che testimoni una situazione di difficoltà economica dell'interessato. Secondo le opposizioni, invece, il rischio sarebbe quello di aiutare i «finti poveri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="comuni-casse-sbloccate-sulla-tav-si-decide-presto" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779741781" data-use-pagination="False"> Comuni, casse sbloccate. Sulla Tav si decide presto In materia di investimenti, tre certezze (scritte nella legge di bilancio), una penalizzazione (frutto del difficile negoziato con Bruxelles), e un lavoro in corso (i cui effetti si vedranno nel 2019). Partiamo dalle tre certezze. La prima: per le Regioni, norme sulla contabilità che permutano la spesa corrente in spesa per investimenti. La seconda: per le province, 250 milioni di fondi strutturali. La terza: per i Comuni, copertura degli avanzi di bilancio, e di fatto conseguente sblocco degli investimenti. Sono tre misure che possono effettivamente attivare risorse che erano rimaste dormienti. La penalizzazione deriva dal fatto che, dopo il difficile negoziato con la Commissione europea, risultano circa 4 miliardi di investimenti in meno. Il lavoro in corso riguarda la cabina di regia in materia. Ancora nella conferenza stampa dell'altro ieri, lo stesso Giuseppe Conte ha tra l'altro rivendicato di aver convocato le aziende di Stato per incoraggiare nuovi investimenti e iniziative. Quanto alle grandi opere, dopo la decisione di sblocco del gasdotto Tap, resta invece incerta la sorte della Tav. Entro fine mese dovrebbero essere resi noti gli ulteriori dati della procedura istruttoria che è in corso da parte di una commissione tecnica. Una decisione definitiva dovrebbe avvenire prima delle europee, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio. Sempre nell'incontro con i giornalisti dell'altro giorno, Conte ha anche evocato il ponte Morandi di Genova: «Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili, ma confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura».
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.