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2018-12-30
Vinta la battaglia per il deficit, l’Ue ci lascia la zavorra Iva
Ansa
Dopo un'inevitabile fiducia finale ieri sera alla Camera, la prima manovra gialloblù è a un passo dal diventare legge: manca solo l'ultimo passaggio della promulgazione da parte del capo dello Stato, il quale - realisticamente - lascerà deluso il coro di chi gli chiede di non firmare. Al massimo, c'è da attendersi la sera del 31, nel tradizionale discorso di fine anno, qualche rimbrotto sulla compressione eccessiva dei tempi di dibattito parlamentare da parte del presidente Sergio Mattarella.
Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e Movimento 5 stelle di condurre in porto i provvedimenti-bandiera sui quali i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo scorso: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per quota 100 e reddito di cittadinanza.
Resta il dubbio - questo sì - se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro crescita e pro sviluppo in una situazione che, alla vigilia del 2019, presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre recessivi.
In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. Una prima volta, perché per due lunghi mesi i pesi massimi della Commissione Ue (a partire dal commissario francese, con ambizioni politiche macroniste, Pierre Moscovici e dall'oscuro lettone Valdis Dombrovskis) hanno sparato contro l'Italia a palle incatenate, sempre a Borse aperte, nel tentativo di creare una destabilizzazione sui mercati: ma, forse con loro delusione, non c'è stata una capitolazione italiana via spread, com'era accaduto nel 2011.
E una seconda volta perché, a trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti smussata rispetto alle aspettative.
Come? Con più tasse (la Web tax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell'Iva. Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%).
Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo «ringraziare» la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell'Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica.
A proposito di deficit, l'asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%.
Quanto al consenso, dubitiamo che le opposizioni abbiano qualcosa da festeggiare. Tutti i sondaggi attestano che la fiducia nel governo (specie nella Lega di Matteo Salvini) resta alta, e nei prossimi mesi sarà forte in molte aree sociali l'attesa per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, mentre non c'è rilevazione che non attesti la crisi di Pd e Forza Italia.
Resta un'incognita di fondo, che riguarda l'intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt'altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima.
Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta choc, con un mega taglio di tasse (1.500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1.500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant'anni). Invece l'Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli «zero virgola». Con figli (francesi) e figliastri (italiani).
Quota 100 varrà per 350.000
La Lega è dunque riuscita a condurre in porto il suo principale obiettivo di campagna elettorale: non ancora la demolizione integrale della legge Fornero, ma certo un forte ridimensionamento della sua parte più aspra. Si potrà dunque andare in pensione già dal 2019, con 62 anni di età e 38 di contributi. Gli stanziamenti effettuati nella legge di bilancio (una ventina di miliardi nel triennio, di cui meno di 5 nel primo anno) sono valutati dalla componente leghista del governo assolutamente adeguati e capienti per «una durata triennale» come recentemente dichiarato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La prima stesura della manovra ne aveva previsti addirittura 7 per il primo anno: ma erano forse troppi, grazie alle «finestre» che razionalizzeranno i flussi dei lavoratori in uscita. E i fondi basteranno soprattutto perché si ha ragione di ritenere che non tutte le persone potenzialmente interessate, 350.000 per il 2019, sceglieranno questa opzione. C'è già un precedente in tal senso. Per l'Ape social (che era mirata verso alcune categorie, e quindi avrebbe potuto avere un'adesione massiccia), a fronte di uno stanziamento di 1,8 miliardi, a luglio erano stati consumati solo 600 milioni, con un «tiraggio» (in metà anno) che aveva coinvolto appena un terzo delle persone e delle risorse interessate. A fine anno potranno essere due terzi, ma è impensabile un'adesione generalizzata. Lo stesso tipo di valutazione viene fatta dal governo rispetto a quota 100: è un'opportunità, ma non si ritiene che tutti gli interessati la coglieranno. E non tanto per le penalizzazioni (che non ci saranno: nemmeno in termini di contributi figurativi), ma per due altri fattori. Il primo è il mancato guadagno: se vai in pensione prima, rinunci allo stipendio. Il secondo è il divieto di cumulo (fino a un massimo di cinque anni, ma ovviamente può essere meno, a seconda della vicinanza di ciascuno alla vecchia soglia dei 67 anni): insomma, se scegli quota 100, non puoi fare altro, anche per favorire il ricambio generazionale. A proposito del ricambio generazionale, resta un'incognita che solo il tempo potrà chiarire. I critici del governo gialloblù dicono: è impensabile che, per ogni lavoratore in uscita, avvenga in automatico una nuova assunzione di un giovane. E in effetti immaginare un tasso di sostituzione del 100% sarebbe insensatamente ottimistico: nel governo nessuno dice una cosa del genere. Però è certamente vera anche la contro-obiezione da parte dei leghisti: se ci saranno nuove assunzioni di giovani (che avranno costi inferiori) saranno state certamente incoraggiate e favorite anche dal meccanismo di uscita dei lavoratori più anziani generato da quota 100.
Reddito e pensione, nodo fondi
Nella manovra è previsto uno stanziamento (7,1 miliardi nel 2019, di cui 1 per i centri per l'impiego) per l'operazione «reddito e pensioni di cittadinanza». Ora, come La Verità ha scritto per prima, toccherà a un provvedimento separato, a un decreto (stesso discorso per quota 100), definirne i contorni. Resta un problema: i soldi per tutto non ci sono. Secondo Alberto Brambilla (centro studi Itinerari previdenziali), «solo per portare a 780 euro il milione di persone che percepisce la pensione d'invalidità, ci vorrebbero 6 miliardi. Per portare a 780 un altro milione che percepisce o la pensione sociale o l'assegno sociale, ne servirebbero altri 3 e mezzo». Si comprende da questa simulazione che non sarà facile per i grillini sistemare una coperta che resterà inevitabilmente corta. La novità (positiva) è che è stata accolta da M5s la proposta leghista di rendere la misura più «market friendly», prevedendo che, a offerta di lavoro accettata, il sussidio alla persona diventi un intervento a favore dell'impresa. I leghisti (saggiamente: comunque la si pensi sul reddito di cittadinanza) proponevano una defiscalizzazione. I grillini ci hanno pensato: e qualcuno non era favorevole a dare semaforo verde a un'ipotesi che - ad avviso dei grillini dubbiosi - avrebbe generato una commistione tra interventi assistenziali pro disoccupati e interventi di decontribuzione pro imprese. Si è giunti a un compromesso: misura pro impresa sì, ma nella forma di un incentivo. Insomma, ad assunzione effettuata, le rimanenti mensilità del reddito di cittadinanza andranno all'azienda (fino alla fine del ciclo, che dura 18 mesi). Veniamo ai dettagli della misura, per come i grillini stanno cercando di concepirla. Ci sarà più rigore (si spera) rispetto all'obbligo di accettare le offerte di lavoro: la prima entro 100 km da casa, la seconda entro 250, la terza con obbligo (per chi non ha figli) di trasferirsi, pena la perdita del sussidio. Quanto al cosiddetto «navigator», cioè il tutor che opera nei centri per l'impiego, si occuperà di un numero di percettori di sussidio variabile da 100 a 150, e avrà un incentivo per ogni assunzione riuscita (una somma pari a un quinto dello stipendio dell'assunto). Quanto al sussidio, le prime ipotesi distinguono tra un contributo per l'affitto (280 euro al mese per chi non è proprietario di una casa) e integrazione al reddito, che varierà (500 euro per un single, 700 per due adulti, 900 per due adulti con figli minorenni, e così via fino a 1050 euro per tre adulti con due minorenni). Per la pensione di cittadinanza, l'ipotesi è di far scendere il contributo per l'affitto a 150 euro, mentre l'integrazione al reddito si attesterebbe sui 630 euro.
Rivoluzione partite Iva ed esperimento ripetizioni
È la parte migliore e più coraggiosa della manovra, che letteralmente cambia la vita (in meglio) a 900.000 imprese (artigiani, commercianti), professionisti e partite Iva: si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. E attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di un'imposizione fiscale più contenuta e accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Un altro esperimento di flat tax - limitato a un settore ma pur sempre interessante - è quello per le ripetizioni scolastiche, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'Irpef (e delle addizionali regionali e comunali) pari al 15%». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Secondo un accurato studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero.
Scure sugli assegni d’oro. Mini stop alle rivalutazioni
Sulle pensioni d'oro, vittoria piena M5s. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, risultano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui. Oltre quell'asticella, ci sono cinque scaglioni a cui verranno applicate altrettante aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Su un altro piano, assolutamente distinto, cambia il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e ora vengono sbloccate (buona notizia). A seguito però del negoziato con Bruxelles (cattiva notizia), la rivalutazione sarà più contenuta per le pensioni sopra i 1.521 euro. Fino a quella soglia ci sarà una rivalutazione piena, corrispondente al tasso (1,1%) che era stato reso noto dal Mef. Salendo nei trattamenti, la rivalutazione si assottiglierà: tra i 1.522 e i 2.029 euro, sarà pari al 97% del tasso, quindi all'1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%; tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro, pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%.
Sulle spese manca la regia. Tagli a editoria e Coni
Nella manovra non c'è un'azione organica di spending review. Il premier Giuseppe Conte, nella conferenza dell'altro ieri, ha dichiarato: «Sul taglio degli sprechi, il governo ha avuto poco tempo. Serve una task force che lavori in modo mirato e così potremo recuperare molte risorse». Ci sono però stati due interventi di settore: su editoria e sport. Quanto all'editoria, è stato deciso un contenimento dei contributi pubblici. Il taglio dei fondi è diluito nel tempo, per consentire alle imprese editoriali interessate di riorganizzarsi: 20% in meno sulla cifra eccedente 500.000 euro nel 2019; 50% nel 2020; 75% nel 2021. Scontate le proteste dei percettori: ma non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato.
Quanto allo sport, rivoluzione per il Coni, che manterrà il formale governo dello sport, ma perderà la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società. In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (40 milioni), mentre il resto sarà gestito da una nuova società, Sport e Saluta spa, sotto il diretto controllo del governo. Inevitabile la polemica. Per i difensori dello status quo, la riforma mina la mitica «autonomia» dello sport italiano. Ma a ben vedere, l'argomento non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo.
Bonus bebè e family card. Più risorse a chi fa figli
Almeno cinque novità rilevanti nella legge di bilancio in materia di politiche per la famiglia, troppo spesso trascurate. La prima: buone notizie per i papà, che avranno cinque giorni di congedo obbligatorio (quindi i neo-padri dovranno astenersi dal lavoro per almeno cinque giorni, anche non continuativi, nei primi cinque mesi di vita del bimbo o della bimba), e un giorno in più in caso di sostituzione della mamma. La seconda: si incrementa il buono per iscriversi agli asili nido pubblici (1.500 euro l'anno, in salita dagli attuali 1.000) per il triennio 2019-2021. Per il 2022 l'importo dovrà essere rideterminato, ma non potrà in ogni caso scendere sotto i 1000 euro. La terza: una «carta per la famiglia», con sconti per cittadini italiani e di altri Paesi dell'Unione con residenza regolare: ma devono avere almeno tre figli di età non superiore a 26 anni (l'allargamento consiste nel fatto che finora il limite era fissato a 18 anni). La quarta: una sequenza di strumenti di monitoraggio e discussione, da una conferenza nazionale sulla famiglia a un piano nazionale sul tema, passando per ben tre osservatori (su infanzia, famiglia, pedopornografia).La quinta: un pacchetto di altre misure di sostegno. Interventi per valorizzare il ruolo dei consultori familiari e dei centri per la famiglia; per il sostegno ai minori orfani; per il sostegno ai genitori separati e divorziati; per il sostegno alle famiglie con almeno tre figli minori. Più nuove iniziative per la conciliazione del tempo di vita e di lavoro, e di welfare familiare aziendale.
Avviato il saldo e stralcio per le soglie Isee basse
Nella manovra è previsto un meccanismo di saldo e stralcio delle cartelle (ricomprese nel periodo tra il 2000 e il 2017) per i soggetti in difficoltà economica. Aliquote: 16% (per chi abbia un Isee non al di sopra di 8.500 euro), 20% (da quella soglia fino a 12.500 euro), 35% (da quella soglia fino a 20.000 euro). Il requisito fondamentale per accedere alla misura è quello di aver presentato la dichiarazione dei redditi (anche se poi l'imposta non è stata pagata). L'operazione può riguardare ad esempio cartelle Equitalia, contributi previdenziali (per lavoratori autonomi o professionisti) ecc. L'altro fattore decisivo, come detto in esordio, è l'Isee 2019, con l'indicazione dei tre scaglioni e delle tre diverse aliquote citate. Occorrerà poi aggiungere l'aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme oggetto della rateizzazione (2% l'anno). Sono previste due modalità di pagamento. Si può pagare in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019. Oppure si può scegliere una formula basata su cinque rate: il 35% entro il 30 novembre, il 20% entro il 31 marzo 2020, e quindi tre rate - corrispondenti ognuna al 15% - entro il 31 luglio 2020, entro il 31 marzo 2021 e infine entro il 31 luglio 2021. Inevitabili le polemiche delle opposizioni per l'assenza di una soglia per richiedere la sanatoria: come detto, l'unico requisito è l'Isee che testimoni una situazione di difficoltà economica dell'interessato. Secondo le opposizioni, invece, il rischio sarebbe quello di aiutare i «finti poveri».
Comuni, casse sbloccate. Sulla Tav si decide presto
In materia di investimenti, tre certezze (scritte nella legge di bilancio), una penalizzazione (frutto del difficile negoziato con Bruxelles), e un lavoro in corso (i cui effetti si vedranno nel 2019). Partiamo dalle tre certezze. La prima: per le Regioni, norme sulla contabilità che permutano la spesa corrente in spesa per investimenti. La seconda: per le province, 250 milioni di fondi strutturali. La terza: per i Comuni, copertura degli avanzi di bilancio, e di fatto conseguente sblocco degli investimenti. Sono tre misure che possono effettivamente attivare risorse che erano rimaste dormienti. La penalizzazione deriva dal fatto che, dopo il difficile negoziato con la Commissione europea, risultano circa 4 miliardi di investimenti in meno. Il lavoro in corso riguarda la cabina di regia in materia. Ancora nella conferenza stampa dell'altro ieri, lo stesso Giuseppe Conte ha tra l'altro rivendicato di aver convocato le aziende di Stato per incoraggiare nuovi investimenti e iniziative. Quanto alle grandi opere, dopo la decisione di sblocco del gasdotto Tap, resta invece incerta la sorte della Tav. Entro fine mese dovrebbero essere resi noti gli ulteriori dati della procedura istruttoria che è in corso da parte di una commissione tecnica. Una decisione definitiva dovrebbe avvenire prima delle europee, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio. Sempre nell'incontro con i giornalisti dell'altro giorno, Conte ha anche evocato il ponte Morandi di Genova: «Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili, ma confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura».
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La legge di bilancio passa la prova della fiducia alla Camera. Il 2,04% spuntato con la Commissione consente una prima mossa espansiva, che però non è ancora sufficiente. Serve un maggior impegno sul fronte delle imposte. Lo speciale contiene nove articoli. Dopo un'inevitabile fiducia finale ieri sera alla Camera, la prima manovra gialloblù è a un passo dal diventare legge: manca solo l'ultimo passaggio della promulgazione da parte del capo dello Stato, il quale - realisticamente - lascerà deluso il coro di chi gli chiede di non firmare. Al massimo, c'è da attendersi la sera del 31, nel tradizionale discorso di fine anno, qualche rimbrotto sulla compressione eccessiva dei tempi di dibattito parlamentare da parte del presidente Sergio Mattarella. Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e Movimento 5 stelle di condurre in porto i provvedimenti-bandiera sui quali i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo scorso: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per quota 100 e reddito di cittadinanza. Resta il dubbio - questo sì - se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro crescita e pro sviluppo in una situazione che, alla vigilia del 2019, presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre recessivi. In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. Una prima volta, perché per due lunghi mesi i pesi massimi della Commissione Ue (a partire dal commissario francese, con ambizioni politiche macroniste, Pierre Moscovici e dall'oscuro lettone Valdis Dombrovskis) hanno sparato contro l'Italia a palle incatenate, sempre a Borse aperte, nel tentativo di creare una destabilizzazione sui mercati: ma, forse con loro delusione, non c'è stata una capitolazione italiana via spread, com'era accaduto nel 2011. E una seconda volta perché, a trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti smussata rispetto alle aspettative. Come? Con più tasse (la Web tax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell'Iva. Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo «ringraziare» la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell'Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica. A proposito di deficit, l'asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%. Quanto al consenso, dubitiamo che le opposizioni abbiano qualcosa da festeggiare. Tutti i sondaggi attestano che la fiducia nel governo (specie nella Lega di Matteo Salvini) resta alta, e nei prossimi mesi sarà forte in molte aree sociali l'attesa per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, mentre non c'è rilevazione che non attesti la crisi di Pd e Forza Italia. Resta un'incognita di fondo, che riguarda l'intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt'altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima. Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta choc, con un mega taglio di tasse (1.500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1.500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant'anni). Invece l'Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli «zero virgola». 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Gli stanziamenti effettuati nella legge di bilancio (una ventina di miliardi nel triennio, di cui meno di 5 nel primo anno) sono valutati dalla componente leghista del governo assolutamente adeguati e capienti per «una durata triennale» come recentemente dichiarato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La prima stesura della manovra ne aveva previsti addirittura 7 per il primo anno: ma erano forse troppi, grazie alle «finestre» che razionalizzeranno i flussi dei lavoratori in uscita. E i fondi basteranno soprattutto perché si ha ragione di ritenere che non tutte le persone potenzialmente interessate, 350.000 per il 2019, sceglieranno questa opzione. C'è già un precedente in tal senso. Per l'Ape social (che era mirata verso alcune categorie, e quindi avrebbe potuto avere un'adesione massiccia), a fronte di uno stanziamento di 1,8 miliardi, a luglio erano stati consumati solo 600 milioni, con un «tiraggio» (in metà anno) che aveva coinvolto appena un terzo delle persone e delle risorse interessate. A fine anno potranno essere due terzi, ma è impensabile un'adesione generalizzata. Lo stesso tipo di valutazione viene fatta dal governo rispetto a quota 100: è un'opportunità, ma non si ritiene che tutti gli interessati la coglieranno. E non tanto per le penalizzazioni (che non ci saranno: nemmeno in termini di contributi figurativi), ma per due altri fattori. Il primo è il mancato guadagno: se vai in pensione prima, rinunci allo stipendio. Il secondo è il divieto di cumulo (fino a un massimo di cinque anni, ma ovviamente può essere meno, a seconda della vicinanza di ciascuno alla vecchia soglia dei 67 anni): insomma, se scegli quota 100, non puoi fare altro, anche per favorire il ricambio generazionale. A proposito del ricambio generazionale, resta un'incognita che solo il tempo potrà chiarire. I critici del governo gialloblù dicono: è impensabile che, per ogni lavoratore in uscita, avvenga in automatico una nuova assunzione di un giovane. E in effetti immaginare un tasso di sostituzione del 100% sarebbe insensatamente ottimistico: nel governo nessuno dice una cosa del genere. Però è certamente vera anche la contro-obiezione da parte dei leghisti: se ci saranno nuove assunzioni di giovani (che avranno costi inferiori) saranno state certamente incoraggiate e favorite anche dal meccanismo di uscita dei lavoratori più anziani generato da quota 100. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="reddito-e-pensione-nodo-fondi" data-post-id="2624676476" data-published-at="1781252782" data-use-pagination="False"> Reddito e pensione, nodo fondi Nella manovra è previsto uno stanziamento (7,1 miliardi nel 2019, di cui 1 per i centri per l'impiego) per l'operazione «reddito e pensioni di cittadinanza». Ora, come La Verità ha scritto per prima, toccherà a un provvedimento separato, a un decreto (stesso discorso per quota 100), definirne i contorni. Resta un problema: i soldi per tutto non ci sono. Secondo Alberto Brambilla (centro studi Itinerari previdenziali), «solo per portare a 780 euro il milione di persone che percepisce la pensione d'invalidità, ci vorrebbero 6 miliardi. Per portare a 780 un altro milione che percepisce o la pensione sociale o l'assegno sociale, ne servirebbero altri 3 e mezzo». Si comprende da questa simulazione che non sarà facile per i grillini sistemare una coperta che resterà inevitabilmente corta. La novità (positiva) è che è stata accolta da M5s la proposta leghista di rendere la misura più «market friendly», prevedendo che, a offerta di lavoro accettata, il sussidio alla persona diventi un intervento a favore dell'impresa. I leghisti (saggiamente: comunque la si pensi sul reddito di cittadinanza) proponevano una defiscalizzazione. I grillini ci hanno pensato: e qualcuno non era favorevole a dare semaforo verde a un'ipotesi che - ad avviso dei grillini dubbiosi - avrebbe generato una commistione tra interventi assistenziali pro disoccupati e interventi di decontribuzione pro imprese. Si è giunti a un compromesso: misura pro impresa sì, ma nella forma di un incentivo. Insomma, ad assunzione effettuata, le rimanenti mensilità del reddito di cittadinanza andranno all'azienda (fino alla fine del ciclo, che dura 18 mesi). Veniamo ai dettagli della misura, per come i grillini stanno cercando di concepirla. Ci sarà più rigore (si spera) rispetto all'obbligo di accettare le offerte di lavoro: la prima entro 100 km da casa, la seconda entro 250, la terza con obbligo (per chi non ha figli) di trasferirsi, pena la perdita del sussidio. Quanto al cosiddetto «navigator», cioè il tutor che opera nei centri per l'impiego, si occuperà di un numero di percettori di sussidio variabile da 100 a 150, e avrà un incentivo per ogni assunzione riuscita (una somma pari a un quinto dello stipendio dell'assunto). Quanto al sussidio, le prime ipotesi distinguono tra un contributo per l'affitto (280 euro al mese per chi non è proprietario di una casa) e integrazione al reddito, che varierà (500 euro per un single, 700 per due adulti, 900 per due adulti con figli minorenni, e così via fino a 1050 euro per tre adulti con due minorenni). Per la pensione di cittadinanza, l'ipotesi è di far scendere il contributo per l'affitto a 150 euro, mentre l'integrazione al reddito si attesterebbe sui 630 euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="rivoluzione-partite-iva-ed-esperimento-ripetizioni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1781252782" data-use-pagination="False"> Rivoluzione partite Iva ed esperimento ripetizioni È la parte migliore e più coraggiosa della manovra, che letteralmente cambia la vita (in meglio) a 900.000 imprese (artigiani, commercianti), professionisti e partite Iva: si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. E attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di un'imposizione fiscale più contenuta e accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Un altro esperimento di flat tax - limitato a un settore ma pur sempre interessante - è quello per le ripetizioni scolastiche, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'Irpef (e delle addizionali regionali e comunali) pari al 15%». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Secondo un accurato studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="scure-sugli-assegni-doro-mini-stop-alle-rivalutazioni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1781252782" data-use-pagination="False"> Scure sugli assegni d’oro. Mini stop alle rivalutazioni Sulle pensioni d'oro, vittoria piena M5s. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, risultano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui. Oltre quell'asticella, ci sono cinque scaglioni a cui verranno applicate altrettante aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Su un altro piano, assolutamente distinto, cambia il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e ora vengono sbloccate (buona notizia). A seguito però del negoziato con Bruxelles (cattiva notizia), la rivalutazione sarà più contenuta per le pensioni sopra i 1.521 euro. Fino a quella soglia ci sarà una rivalutazione piena, corrispondente al tasso (1,1%) che era stato reso noto dal Mef. Salendo nei trattamenti, la rivalutazione si assottiglierà: tra i 1.522 e i 2.029 euro, sarà pari al 97% del tasso, quindi all'1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%; tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro, pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="sulle-spese-manca-la-regia-tagli-a-editoria-e-coni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1781252782" data-use-pagination="False"> Sulle spese manca la regia. Tagli a editoria e Coni Nella manovra non c'è un'azione organica di spending review. Il premier Giuseppe Conte, nella conferenza dell'altro ieri, ha dichiarato: «Sul taglio degli sprechi, il governo ha avuto poco tempo. Serve una task force che lavori in modo mirato e così potremo recuperare molte risorse». Ci sono però stati due interventi di settore: su editoria e sport. Quanto all'editoria, è stato deciso un contenimento dei contributi pubblici. Il taglio dei fondi è diluito nel tempo, per consentire alle imprese editoriali interessate di riorganizzarsi: 20% in meno sulla cifra eccedente 500.000 euro nel 2019; 50% nel 2020; 75% nel 2021. Scontate le proteste dei percettori: ma non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato. Quanto allo sport, rivoluzione per il Coni, che manterrà il formale governo dello sport, ma perderà la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società. In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (40 milioni), mentre il resto sarà gestito da una nuova società, Sport e Saluta spa, sotto il diretto controllo del governo. Inevitabile la polemica. Per i difensori dello status quo, la riforma mina la mitica «autonomia» dello sport italiano. Ma a ben vedere, l'argomento non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="bonus-bebe-e-family-card-piu-risorse-a-chi-fa-figli" data-post-id="2624676476" data-published-at="1781252782" data-use-pagination="False"> Bonus bebè e family card. Più risorse a chi fa figli Almeno cinque novità rilevanti nella legge di bilancio in materia di politiche per la famiglia, troppo spesso trascurate. La prima: buone notizie per i papà, che avranno cinque giorni di congedo obbligatorio (quindi i neo-padri dovranno astenersi dal lavoro per almeno cinque giorni, anche non continuativi, nei primi cinque mesi di vita del bimbo o della bimba), e un giorno in più in caso di sostituzione della mamma. La seconda: si incrementa il buono per iscriversi agli asili nido pubblici (1.500 euro l'anno, in salita dagli attuali 1.000) per il triennio 2019-2021. Per il 2022 l'importo dovrà essere rideterminato, ma non potrà in ogni caso scendere sotto i 1000 euro. La terza: una «carta per la famiglia», con sconti per cittadini italiani e di altri Paesi dell'Unione con residenza regolare: ma devono avere almeno tre figli di età non superiore a 26 anni (l'allargamento consiste nel fatto che finora il limite era fissato a 18 anni). La quarta: una sequenza di strumenti di monitoraggio e discussione, da una conferenza nazionale sulla famiglia a un piano nazionale sul tema, passando per ben tre osservatori (su infanzia, famiglia, pedopornografia).La quinta: un pacchetto di altre misure di sostegno. Interventi per valorizzare il ruolo dei consultori familiari e dei centri per la famiglia; per il sostegno ai minori orfani; per il sostegno ai genitori separati e divorziati; per il sostegno alle famiglie con almeno tre figli minori. Più nuove iniziative per la conciliazione del tempo di vita e di lavoro, e di welfare familiare aziendale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="avviato-il-saldo-e-stralcio-per-le-soglie-isee-basse" data-post-id="2624676476" data-published-at="1781252782" data-use-pagination="False"> Avviato il saldo e stralcio per le soglie Isee basse Nella manovra è previsto un meccanismo di saldo e stralcio delle cartelle (ricomprese nel periodo tra il 2000 e il 2017) per i soggetti in difficoltà economica. Aliquote: 16% (per chi abbia un Isee non al di sopra di 8.500 euro), 20% (da quella soglia fino a 12.500 euro), 35% (da quella soglia fino a 20.000 euro). Il requisito fondamentale per accedere alla misura è quello di aver presentato la dichiarazione dei redditi (anche se poi l'imposta non è stata pagata). L'operazione può riguardare ad esempio cartelle Equitalia, contributi previdenziali (per lavoratori autonomi o professionisti) ecc. L'altro fattore decisivo, come detto in esordio, è l'Isee 2019, con l'indicazione dei tre scaglioni e delle tre diverse aliquote citate. Occorrerà poi aggiungere l'aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme oggetto della rateizzazione (2% l'anno). Sono previste due modalità di pagamento. Si può pagare in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019. Oppure si può scegliere una formula basata su cinque rate: il 35% entro il 30 novembre, il 20% entro il 31 marzo 2020, e quindi tre rate - corrispondenti ognuna al 15% - entro il 31 luglio 2020, entro il 31 marzo 2021 e infine entro il 31 luglio 2021. Inevitabili le polemiche delle opposizioni per l'assenza di una soglia per richiedere la sanatoria: come detto, l'unico requisito è l'Isee che testimoni una situazione di difficoltà economica dell'interessato. Secondo le opposizioni, invece, il rischio sarebbe quello di aiutare i «finti poveri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="comuni-casse-sbloccate-sulla-tav-si-decide-presto" data-post-id="2624676476" data-published-at="1781252782" data-use-pagination="False"> Comuni, casse sbloccate. Sulla Tav si decide presto In materia di investimenti, tre certezze (scritte nella legge di bilancio), una penalizzazione (frutto del difficile negoziato con Bruxelles), e un lavoro in corso (i cui effetti si vedranno nel 2019). Partiamo dalle tre certezze. La prima: per le Regioni, norme sulla contabilità che permutano la spesa corrente in spesa per investimenti. La seconda: per le province, 250 milioni di fondi strutturali. La terza: per i Comuni, copertura degli avanzi di bilancio, e di fatto conseguente sblocco degli investimenti. Sono tre misure che possono effettivamente attivare risorse che erano rimaste dormienti. La penalizzazione deriva dal fatto che, dopo il difficile negoziato con la Commissione europea, risultano circa 4 miliardi di investimenti in meno. Il lavoro in corso riguarda la cabina di regia in materia. Ancora nella conferenza stampa dell'altro ieri, lo stesso Giuseppe Conte ha tra l'altro rivendicato di aver convocato le aziende di Stato per incoraggiare nuovi investimenti e iniziative. Quanto alle grandi opere, dopo la decisione di sblocco del gasdotto Tap, resta invece incerta la sorte della Tav. Entro fine mese dovrebbero essere resi noti gli ulteriori dati della procedura istruttoria che è in corso da parte di una commissione tecnica. Una decisione definitiva dovrebbe avvenire prima delle europee, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio. Sempre nell'incontro con i giornalisti dell'altro giorno, Conte ha anche evocato il ponte Morandi di Genova: «Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili, ma confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura».
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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