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2018-12-30
Vinta la battaglia per il deficit, l’Ue ci lascia la zavorra Iva
Ansa
Dopo un'inevitabile fiducia finale ieri sera alla Camera, la prima manovra gialloblù è a un passo dal diventare legge: manca solo l'ultimo passaggio della promulgazione da parte del capo dello Stato, il quale - realisticamente - lascerà deluso il coro di chi gli chiede di non firmare. Al massimo, c'è da attendersi la sera del 31, nel tradizionale discorso di fine anno, qualche rimbrotto sulla compressione eccessiva dei tempi di dibattito parlamentare da parte del presidente Sergio Mattarella.
Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e Movimento 5 stelle di condurre in porto i provvedimenti-bandiera sui quali i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo scorso: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per quota 100 e reddito di cittadinanza.
Resta il dubbio - questo sì - se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro crescita e pro sviluppo in una situazione che, alla vigilia del 2019, presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre recessivi.
In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. Una prima volta, perché per due lunghi mesi i pesi massimi della Commissione Ue (a partire dal commissario francese, con ambizioni politiche macroniste, Pierre Moscovici e dall'oscuro lettone Valdis Dombrovskis) hanno sparato contro l'Italia a palle incatenate, sempre a Borse aperte, nel tentativo di creare una destabilizzazione sui mercati: ma, forse con loro delusione, non c'è stata una capitolazione italiana via spread, com'era accaduto nel 2011.
E una seconda volta perché, a trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti smussata rispetto alle aspettative.
Come? Con più tasse (la Web tax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell'Iva. Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%).
Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo «ringraziare» la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell'Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica.
A proposito di deficit, l'asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%.
Quanto al consenso, dubitiamo che le opposizioni abbiano qualcosa da festeggiare. Tutti i sondaggi attestano che la fiducia nel governo (specie nella Lega di Matteo Salvini) resta alta, e nei prossimi mesi sarà forte in molte aree sociali l'attesa per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, mentre non c'è rilevazione che non attesti la crisi di Pd e Forza Italia.
Resta un'incognita di fondo, che riguarda l'intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt'altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima.
Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta choc, con un mega taglio di tasse (1.500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1.500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant'anni). Invece l'Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli «zero virgola». Con figli (francesi) e figliastri (italiani).
Quota 100 varrà per 350.000
La Lega è dunque riuscita a condurre in porto il suo principale obiettivo di campagna elettorale: non ancora la demolizione integrale della legge Fornero, ma certo un forte ridimensionamento della sua parte più aspra. Si potrà dunque andare in pensione già dal 2019, con 62 anni di età e 38 di contributi. Gli stanziamenti effettuati nella legge di bilancio (una ventina di miliardi nel triennio, di cui meno di 5 nel primo anno) sono valutati dalla componente leghista del governo assolutamente adeguati e capienti per «una durata triennale» come recentemente dichiarato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La prima stesura della manovra ne aveva previsti addirittura 7 per il primo anno: ma erano forse troppi, grazie alle «finestre» che razionalizzeranno i flussi dei lavoratori in uscita. E i fondi basteranno soprattutto perché si ha ragione di ritenere che non tutte le persone potenzialmente interessate, 350.000 per il 2019, sceglieranno questa opzione. C'è già un precedente in tal senso. Per l'Ape social (che era mirata verso alcune categorie, e quindi avrebbe potuto avere un'adesione massiccia), a fronte di uno stanziamento di 1,8 miliardi, a luglio erano stati consumati solo 600 milioni, con un «tiraggio» (in metà anno) che aveva coinvolto appena un terzo delle persone e delle risorse interessate. A fine anno potranno essere due terzi, ma è impensabile un'adesione generalizzata. Lo stesso tipo di valutazione viene fatta dal governo rispetto a quota 100: è un'opportunità, ma non si ritiene che tutti gli interessati la coglieranno. E non tanto per le penalizzazioni (che non ci saranno: nemmeno in termini di contributi figurativi), ma per due altri fattori. Il primo è il mancato guadagno: se vai in pensione prima, rinunci allo stipendio. Il secondo è il divieto di cumulo (fino a un massimo di cinque anni, ma ovviamente può essere meno, a seconda della vicinanza di ciascuno alla vecchia soglia dei 67 anni): insomma, se scegli quota 100, non puoi fare altro, anche per favorire il ricambio generazionale. A proposito del ricambio generazionale, resta un'incognita che solo il tempo potrà chiarire. I critici del governo gialloblù dicono: è impensabile che, per ogni lavoratore in uscita, avvenga in automatico una nuova assunzione di un giovane. E in effetti immaginare un tasso di sostituzione del 100% sarebbe insensatamente ottimistico: nel governo nessuno dice una cosa del genere. Però è certamente vera anche la contro-obiezione da parte dei leghisti: se ci saranno nuove assunzioni di giovani (che avranno costi inferiori) saranno state certamente incoraggiate e favorite anche dal meccanismo di uscita dei lavoratori più anziani generato da quota 100.
Reddito e pensione, nodo fondi
Nella manovra è previsto uno stanziamento (7,1 miliardi nel 2019, di cui 1 per i centri per l'impiego) per l'operazione «reddito e pensioni di cittadinanza». Ora, come La Verità ha scritto per prima, toccherà a un provvedimento separato, a un decreto (stesso discorso per quota 100), definirne i contorni. Resta un problema: i soldi per tutto non ci sono. Secondo Alberto Brambilla (centro studi Itinerari previdenziali), «solo per portare a 780 euro il milione di persone che percepisce la pensione d'invalidità, ci vorrebbero 6 miliardi. Per portare a 780 un altro milione che percepisce o la pensione sociale o l'assegno sociale, ne servirebbero altri 3 e mezzo». Si comprende da questa simulazione che non sarà facile per i grillini sistemare una coperta che resterà inevitabilmente corta. La novità (positiva) è che è stata accolta da M5s la proposta leghista di rendere la misura più «market friendly», prevedendo che, a offerta di lavoro accettata, il sussidio alla persona diventi un intervento a favore dell'impresa. I leghisti (saggiamente: comunque la si pensi sul reddito di cittadinanza) proponevano una defiscalizzazione. I grillini ci hanno pensato: e qualcuno non era favorevole a dare semaforo verde a un'ipotesi che - ad avviso dei grillini dubbiosi - avrebbe generato una commistione tra interventi assistenziali pro disoccupati e interventi di decontribuzione pro imprese. Si è giunti a un compromesso: misura pro impresa sì, ma nella forma di un incentivo. Insomma, ad assunzione effettuata, le rimanenti mensilità del reddito di cittadinanza andranno all'azienda (fino alla fine del ciclo, che dura 18 mesi). Veniamo ai dettagli della misura, per come i grillini stanno cercando di concepirla. Ci sarà più rigore (si spera) rispetto all'obbligo di accettare le offerte di lavoro: la prima entro 100 km da casa, la seconda entro 250, la terza con obbligo (per chi non ha figli) di trasferirsi, pena la perdita del sussidio. Quanto al cosiddetto «navigator», cioè il tutor che opera nei centri per l'impiego, si occuperà di un numero di percettori di sussidio variabile da 100 a 150, e avrà un incentivo per ogni assunzione riuscita (una somma pari a un quinto dello stipendio dell'assunto). Quanto al sussidio, le prime ipotesi distinguono tra un contributo per l'affitto (280 euro al mese per chi non è proprietario di una casa) e integrazione al reddito, che varierà (500 euro per un single, 700 per due adulti, 900 per due adulti con figli minorenni, e così via fino a 1050 euro per tre adulti con due minorenni). Per la pensione di cittadinanza, l'ipotesi è di far scendere il contributo per l'affitto a 150 euro, mentre l'integrazione al reddito si attesterebbe sui 630 euro.
Rivoluzione partite Iva ed esperimento ripetizioni
È la parte migliore e più coraggiosa della manovra, che letteralmente cambia la vita (in meglio) a 900.000 imprese (artigiani, commercianti), professionisti e partite Iva: si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. E attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di un'imposizione fiscale più contenuta e accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Un altro esperimento di flat tax - limitato a un settore ma pur sempre interessante - è quello per le ripetizioni scolastiche, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'Irpef (e delle addizionali regionali e comunali) pari al 15%». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Secondo un accurato studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero.
Scure sugli assegni d’oro. Mini stop alle rivalutazioni
Sulle pensioni d'oro, vittoria piena M5s. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, risultano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui. Oltre quell'asticella, ci sono cinque scaglioni a cui verranno applicate altrettante aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Su un altro piano, assolutamente distinto, cambia il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e ora vengono sbloccate (buona notizia). A seguito però del negoziato con Bruxelles (cattiva notizia), la rivalutazione sarà più contenuta per le pensioni sopra i 1.521 euro. Fino a quella soglia ci sarà una rivalutazione piena, corrispondente al tasso (1,1%) che era stato reso noto dal Mef. Salendo nei trattamenti, la rivalutazione si assottiglierà: tra i 1.522 e i 2.029 euro, sarà pari al 97% del tasso, quindi all'1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%; tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro, pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%.
Sulle spese manca la regia. Tagli a editoria e Coni
Nella manovra non c'è un'azione organica di spending review. Il premier Giuseppe Conte, nella conferenza dell'altro ieri, ha dichiarato: «Sul taglio degli sprechi, il governo ha avuto poco tempo. Serve una task force che lavori in modo mirato e così potremo recuperare molte risorse». Ci sono però stati due interventi di settore: su editoria e sport. Quanto all'editoria, è stato deciso un contenimento dei contributi pubblici. Il taglio dei fondi è diluito nel tempo, per consentire alle imprese editoriali interessate di riorganizzarsi: 20% in meno sulla cifra eccedente 500.000 euro nel 2019; 50% nel 2020; 75% nel 2021. Scontate le proteste dei percettori: ma non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato.
Quanto allo sport, rivoluzione per il Coni, che manterrà il formale governo dello sport, ma perderà la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società. In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (40 milioni), mentre il resto sarà gestito da una nuova società, Sport e Saluta spa, sotto il diretto controllo del governo. Inevitabile la polemica. Per i difensori dello status quo, la riforma mina la mitica «autonomia» dello sport italiano. Ma a ben vedere, l'argomento non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo.
Bonus bebè e family card. Più risorse a chi fa figli
Almeno cinque novità rilevanti nella legge di bilancio in materia di politiche per la famiglia, troppo spesso trascurate. La prima: buone notizie per i papà, che avranno cinque giorni di congedo obbligatorio (quindi i neo-padri dovranno astenersi dal lavoro per almeno cinque giorni, anche non continuativi, nei primi cinque mesi di vita del bimbo o della bimba), e un giorno in più in caso di sostituzione della mamma. La seconda: si incrementa il buono per iscriversi agli asili nido pubblici (1.500 euro l'anno, in salita dagli attuali 1.000) per il triennio 2019-2021. Per il 2022 l'importo dovrà essere rideterminato, ma non potrà in ogni caso scendere sotto i 1000 euro. La terza: una «carta per la famiglia», con sconti per cittadini italiani e di altri Paesi dell'Unione con residenza regolare: ma devono avere almeno tre figli di età non superiore a 26 anni (l'allargamento consiste nel fatto che finora il limite era fissato a 18 anni). La quarta: una sequenza di strumenti di monitoraggio e discussione, da una conferenza nazionale sulla famiglia a un piano nazionale sul tema, passando per ben tre osservatori (su infanzia, famiglia, pedopornografia).La quinta: un pacchetto di altre misure di sostegno. Interventi per valorizzare il ruolo dei consultori familiari e dei centri per la famiglia; per il sostegno ai minori orfani; per il sostegno ai genitori separati e divorziati; per il sostegno alle famiglie con almeno tre figli minori. Più nuove iniziative per la conciliazione del tempo di vita e di lavoro, e di welfare familiare aziendale.
Avviato il saldo e stralcio per le soglie Isee basse
Nella manovra è previsto un meccanismo di saldo e stralcio delle cartelle (ricomprese nel periodo tra il 2000 e il 2017) per i soggetti in difficoltà economica. Aliquote: 16% (per chi abbia un Isee non al di sopra di 8.500 euro), 20% (da quella soglia fino a 12.500 euro), 35% (da quella soglia fino a 20.000 euro). Il requisito fondamentale per accedere alla misura è quello di aver presentato la dichiarazione dei redditi (anche se poi l'imposta non è stata pagata). L'operazione può riguardare ad esempio cartelle Equitalia, contributi previdenziali (per lavoratori autonomi o professionisti) ecc. L'altro fattore decisivo, come detto in esordio, è l'Isee 2019, con l'indicazione dei tre scaglioni e delle tre diverse aliquote citate. Occorrerà poi aggiungere l'aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme oggetto della rateizzazione (2% l'anno). Sono previste due modalità di pagamento. Si può pagare in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019. Oppure si può scegliere una formula basata su cinque rate: il 35% entro il 30 novembre, il 20% entro il 31 marzo 2020, e quindi tre rate - corrispondenti ognuna al 15% - entro il 31 luglio 2020, entro il 31 marzo 2021 e infine entro il 31 luglio 2021. Inevitabili le polemiche delle opposizioni per l'assenza di una soglia per richiedere la sanatoria: come detto, l'unico requisito è l'Isee che testimoni una situazione di difficoltà economica dell'interessato. Secondo le opposizioni, invece, il rischio sarebbe quello di aiutare i «finti poveri».
Comuni, casse sbloccate. Sulla Tav si decide presto
In materia di investimenti, tre certezze (scritte nella legge di bilancio), una penalizzazione (frutto del difficile negoziato con Bruxelles), e un lavoro in corso (i cui effetti si vedranno nel 2019). Partiamo dalle tre certezze. La prima: per le Regioni, norme sulla contabilità che permutano la spesa corrente in spesa per investimenti. La seconda: per le province, 250 milioni di fondi strutturali. La terza: per i Comuni, copertura degli avanzi di bilancio, e di fatto conseguente sblocco degli investimenti. Sono tre misure che possono effettivamente attivare risorse che erano rimaste dormienti. La penalizzazione deriva dal fatto che, dopo il difficile negoziato con la Commissione europea, risultano circa 4 miliardi di investimenti in meno. Il lavoro in corso riguarda la cabina di regia in materia. Ancora nella conferenza stampa dell'altro ieri, lo stesso Giuseppe Conte ha tra l'altro rivendicato di aver convocato le aziende di Stato per incoraggiare nuovi investimenti e iniziative. Quanto alle grandi opere, dopo la decisione di sblocco del gasdotto Tap, resta invece incerta la sorte della Tav. Entro fine mese dovrebbero essere resi noti gli ulteriori dati della procedura istruttoria che è in corso da parte di una commissione tecnica. Una decisione definitiva dovrebbe avvenire prima delle europee, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio. Sempre nell'incontro con i giornalisti dell'altro giorno, Conte ha anche evocato il ponte Morandi di Genova: «Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili, ma confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura».
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La legge di bilancio passa la prova della fiducia alla Camera. Il 2,04% spuntato con la Commissione consente una prima mossa espansiva, che però non è ancora sufficiente. Serve un maggior impegno sul fronte delle imposte. Lo speciale contiene nove articoli. Dopo un'inevitabile fiducia finale ieri sera alla Camera, la prima manovra gialloblù è a un passo dal diventare legge: manca solo l'ultimo passaggio della promulgazione da parte del capo dello Stato, il quale - realisticamente - lascerà deluso il coro di chi gli chiede di non firmare. Al massimo, c'è da attendersi la sera del 31, nel tradizionale discorso di fine anno, qualche rimbrotto sulla compressione eccessiva dei tempi di dibattito parlamentare da parte del presidente Sergio Mattarella. Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e Movimento 5 stelle di condurre in porto i provvedimenti-bandiera sui quali i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo scorso: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per quota 100 e reddito di cittadinanza. Resta il dubbio - questo sì - se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro crescita e pro sviluppo in una situazione che, alla vigilia del 2019, presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre recessivi. In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. Una prima volta, perché per due lunghi mesi i pesi massimi della Commissione Ue (a partire dal commissario francese, con ambizioni politiche macroniste, Pierre Moscovici e dall'oscuro lettone Valdis Dombrovskis) hanno sparato contro l'Italia a palle incatenate, sempre a Borse aperte, nel tentativo di creare una destabilizzazione sui mercati: ma, forse con loro delusione, non c'è stata una capitolazione italiana via spread, com'era accaduto nel 2011. E una seconda volta perché, a trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti smussata rispetto alle aspettative. Come? Con più tasse (la Web tax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell'Iva. Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo «ringraziare» la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell'Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica. A proposito di deficit, l'asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%. Quanto al consenso, dubitiamo che le opposizioni abbiano qualcosa da festeggiare. Tutti i sondaggi attestano che la fiducia nel governo (specie nella Lega di Matteo Salvini) resta alta, e nei prossimi mesi sarà forte in molte aree sociali l'attesa per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, mentre non c'è rilevazione che non attesti la crisi di Pd e Forza Italia. Resta un'incognita di fondo, che riguarda l'intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt'altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima. Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta choc, con un mega taglio di tasse (1.500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1.500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant'anni). Invece l'Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli «zero virgola». 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Gli stanziamenti effettuati nella legge di bilancio (una ventina di miliardi nel triennio, di cui meno di 5 nel primo anno) sono valutati dalla componente leghista del governo assolutamente adeguati e capienti per «una durata triennale» come recentemente dichiarato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La prima stesura della manovra ne aveva previsti addirittura 7 per il primo anno: ma erano forse troppi, grazie alle «finestre» che razionalizzeranno i flussi dei lavoratori in uscita. E i fondi basteranno soprattutto perché si ha ragione di ritenere che non tutte le persone potenzialmente interessate, 350.000 per il 2019, sceglieranno questa opzione. C'è già un precedente in tal senso. Per l'Ape social (che era mirata verso alcune categorie, e quindi avrebbe potuto avere un'adesione massiccia), a fronte di uno stanziamento di 1,8 miliardi, a luglio erano stati consumati solo 600 milioni, con un «tiraggio» (in metà anno) che aveva coinvolto appena un terzo delle persone e delle risorse interessate. A fine anno potranno essere due terzi, ma è impensabile un'adesione generalizzata. Lo stesso tipo di valutazione viene fatta dal governo rispetto a quota 100: è un'opportunità, ma non si ritiene che tutti gli interessati la coglieranno. E non tanto per le penalizzazioni (che non ci saranno: nemmeno in termini di contributi figurativi), ma per due altri fattori. Il primo è il mancato guadagno: se vai in pensione prima, rinunci allo stipendio. Il secondo è il divieto di cumulo (fino a un massimo di cinque anni, ma ovviamente può essere meno, a seconda della vicinanza di ciascuno alla vecchia soglia dei 67 anni): insomma, se scegli quota 100, non puoi fare altro, anche per favorire il ricambio generazionale. A proposito del ricambio generazionale, resta un'incognita che solo il tempo potrà chiarire. I critici del governo gialloblù dicono: è impensabile che, per ogni lavoratore in uscita, avvenga in automatico una nuova assunzione di un giovane. E in effetti immaginare un tasso di sostituzione del 100% sarebbe insensatamente ottimistico: nel governo nessuno dice una cosa del genere. Però è certamente vera anche la contro-obiezione da parte dei leghisti: se ci saranno nuove assunzioni di giovani (che avranno costi inferiori) saranno state certamente incoraggiate e favorite anche dal meccanismo di uscita dei lavoratori più anziani generato da quota 100. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="reddito-e-pensione-nodo-fondi" data-post-id="2624676476" data-published-at="1770748587" data-use-pagination="False"> Reddito e pensione, nodo fondi Nella manovra è previsto uno stanziamento (7,1 miliardi nel 2019, di cui 1 per i centri per l'impiego) per l'operazione «reddito e pensioni di cittadinanza». Ora, come La Verità ha scritto per prima, toccherà a un provvedimento separato, a un decreto (stesso discorso per quota 100), definirne i contorni. Resta un problema: i soldi per tutto non ci sono. Secondo Alberto Brambilla (centro studi Itinerari previdenziali), «solo per portare a 780 euro il milione di persone che percepisce la pensione d'invalidità, ci vorrebbero 6 miliardi. Per portare a 780 un altro milione che percepisce o la pensione sociale o l'assegno sociale, ne servirebbero altri 3 e mezzo». Si comprende da questa simulazione che non sarà facile per i grillini sistemare una coperta che resterà inevitabilmente corta. La novità (positiva) è che è stata accolta da M5s la proposta leghista di rendere la misura più «market friendly», prevedendo che, a offerta di lavoro accettata, il sussidio alla persona diventi un intervento a favore dell'impresa. I leghisti (saggiamente: comunque la si pensi sul reddito di cittadinanza) proponevano una defiscalizzazione. I grillini ci hanno pensato: e qualcuno non era favorevole a dare semaforo verde a un'ipotesi che - ad avviso dei grillini dubbiosi - avrebbe generato una commistione tra interventi assistenziali pro disoccupati e interventi di decontribuzione pro imprese. Si è giunti a un compromesso: misura pro impresa sì, ma nella forma di un incentivo. Insomma, ad assunzione effettuata, le rimanenti mensilità del reddito di cittadinanza andranno all'azienda (fino alla fine del ciclo, che dura 18 mesi). Veniamo ai dettagli della misura, per come i grillini stanno cercando di concepirla. Ci sarà più rigore (si spera) rispetto all'obbligo di accettare le offerte di lavoro: la prima entro 100 km da casa, la seconda entro 250, la terza con obbligo (per chi non ha figli) di trasferirsi, pena la perdita del sussidio. Quanto al cosiddetto «navigator», cioè il tutor che opera nei centri per l'impiego, si occuperà di un numero di percettori di sussidio variabile da 100 a 150, e avrà un incentivo per ogni assunzione riuscita (una somma pari a un quinto dello stipendio dell'assunto). Quanto al sussidio, le prime ipotesi distinguono tra un contributo per l'affitto (280 euro al mese per chi non è proprietario di una casa) e integrazione al reddito, che varierà (500 euro per un single, 700 per due adulti, 900 per due adulti con figli minorenni, e così via fino a 1050 euro per tre adulti con due minorenni). Per la pensione di cittadinanza, l'ipotesi è di far scendere il contributo per l'affitto a 150 euro, mentre l'integrazione al reddito si attesterebbe sui 630 euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="rivoluzione-partite-iva-ed-esperimento-ripetizioni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1770748587" data-use-pagination="False"> Rivoluzione partite Iva ed esperimento ripetizioni È la parte migliore e più coraggiosa della manovra, che letteralmente cambia la vita (in meglio) a 900.000 imprese (artigiani, commercianti), professionisti e partite Iva: si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. E attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di un'imposizione fiscale più contenuta e accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Un altro esperimento di flat tax - limitato a un settore ma pur sempre interessante - è quello per le ripetizioni scolastiche, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'Irpef (e delle addizionali regionali e comunali) pari al 15%». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Secondo un accurato studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="scure-sugli-assegni-doro-mini-stop-alle-rivalutazioni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1770748587" data-use-pagination="False"> Scure sugli assegni d’oro. Mini stop alle rivalutazioni Sulle pensioni d'oro, vittoria piena M5s. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, risultano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui. Oltre quell'asticella, ci sono cinque scaglioni a cui verranno applicate altrettante aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Su un altro piano, assolutamente distinto, cambia il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e ora vengono sbloccate (buona notizia). A seguito però del negoziato con Bruxelles (cattiva notizia), la rivalutazione sarà più contenuta per le pensioni sopra i 1.521 euro. Fino a quella soglia ci sarà una rivalutazione piena, corrispondente al tasso (1,1%) che era stato reso noto dal Mef. Salendo nei trattamenti, la rivalutazione si assottiglierà: tra i 1.522 e i 2.029 euro, sarà pari al 97% del tasso, quindi all'1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%; tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro, pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="sulle-spese-manca-la-regia-tagli-a-editoria-e-coni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1770748587" data-use-pagination="False"> Sulle spese manca la regia. Tagli a editoria e Coni Nella manovra non c'è un'azione organica di spending review. Il premier Giuseppe Conte, nella conferenza dell'altro ieri, ha dichiarato: «Sul taglio degli sprechi, il governo ha avuto poco tempo. Serve una task force che lavori in modo mirato e così potremo recuperare molte risorse». Ci sono però stati due interventi di settore: su editoria e sport. Quanto all'editoria, è stato deciso un contenimento dei contributi pubblici. Il taglio dei fondi è diluito nel tempo, per consentire alle imprese editoriali interessate di riorganizzarsi: 20% in meno sulla cifra eccedente 500.000 euro nel 2019; 50% nel 2020; 75% nel 2021. Scontate le proteste dei percettori: ma non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato. Quanto allo sport, rivoluzione per il Coni, che manterrà il formale governo dello sport, ma perderà la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società. In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (40 milioni), mentre il resto sarà gestito da una nuova società, Sport e Saluta spa, sotto il diretto controllo del governo. Inevitabile la polemica. Per i difensori dello status quo, la riforma mina la mitica «autonomia» dello sport italiano. Ma a ben vedere, l'argomento non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="bonus-bebe-e-family-card-piu-risorse-a-chi-fa-figli" data-post-id="2624676476" data-published-at="1770748587" data-use-pagination="False"> Bonus bebè e family card. Più risorse a chi fa figli Almeno cinque novità rilevanti nella legge di bilancio in materia di politiche per la famiglia, troppo spesso trascurate. La prima: buone notizie per i papà, che avranno cinque giorni di congedo obbligatorio (quindi i neo-padri dovranno astenersi dal lavoro per almeno cinque giorni, anche non continuativi, nei primi cinque mesi di vita del bimbo o della bimba), e un giorno in più in caso di sostituzione della mamma. La seconda: si incrementa il buono per iscriversi agli asili nido pubblici (1.500 euro l'anno, in salita dagli attuali 1.000) per il triennio 2019-2021. Per il 2022 l'importo dovrà essere rideterminato, ma non potrà in ogni caso scendere sotto i 1000 euro. La terza: una «carta per la famiglia», con sconti per cittadini italiani e di altri Paesi dell'Unione con residenza regolare: ma devono avere almeno tre figli di età non superiore a 26 anni (l'allargamento consiste nel fatto che finora il limite era fissato a 18 anni). La quarta: una sequenza di strumenti di monitoraggio e discussione, da una conferenza nazionale sulla famiglia a un piano nazionale sul tema, passando per ben tre osservatori (su infanzia, famiglia, pedopornografia).La quinta: un pacchetto di altre misure di sostegno. Interventi per valorizzare il ruolo dei consultori familiari e dei centri per la famiglia; per il sostegno ai minori orfani; per il sostegno ai genitori separati e divorziati; per il sostegno alle famiglie con almeno tre figli minori. Più nuove iniziative per la conciliazione del tempo di vita e di lavoro, e di welfare familiare aziendale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="avviato-il-saldo-e-stralcio-per-le-soglie-isee-basse" data-post-id="2624676476" data-published-at="1770748587" data-use-pagination="False"> Avviato il saldo e stralcio per le soglie Isee basse Nella manovra è previsto un meccanismo di saldo e stralcio delle cartelle (ricomprese nel periodo tra il 2000 e il 2017) per i soggetti in difficoltà economica. Aliquote: 16% (per chi abbia un Isee non al di sopra di 8.500 euro), 20% (da quella soglia fino a 12.500 euro), 35% (da quella soglia fino a 20.000 euro). Il requisito fondamentale per accedere alla misura è quello di aver presentato la dichiarazione dei redditi (anche se poi l'imposta non è stata pagata). L'operazione può riguardare ad esempio cartelle Equitalia, contributi previdenziali (per lavoratori autonomi o professionisti) ecc. L'altro fattore decisivo, come detto in esordio, è l'Isee 2019, con l'indicazione dei tre scaglioni e delle tre diverse aliquote citate. Occorrerà poi aggiungere l'aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme oggetto della rateizzazione (2% l'anno). Sono previste due modalità di pagamento. Si può pagare in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019. Oppure si può scegliere una formula basata su cinque rate: il 35% entro il 30 novembre, il 20% entro il 31 marzo 2020, e quindi tre rate - corrispondenti ognuna al 15% - entro il 31 luglio 2020, entro il 31 marzo 2021 e infine entro il 31 luglio 2021. Inevitabili le polemiche delle opposizioni per l'assenza di una soglia per richiedere la sanatoria: come detto, l'unico requisito è l'Isee che testimoni una situazione di difficoltà economica dell'interessato. Secondo le opposizioni, invece, il rischio sarebbe quello di aiutare i «finti poveri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="comuni-casse-sbloccate-sulla-tav-si-decide-presto" data-post-id="2624676476" data-published-at="1770748587" data-use-pagination="False"> Comuni, casse sbloccate. Sulla Tav si decide presto In materia di investimenti, tre certezze (scritte nella legge di bilancio), una penalizzazione (frutto del difficile negoziato con Bruxelles), e un lavoro in corso (i cui effetti si vedranno nel 2019). Partiamo dalle tre certezze. La prima: per le Regioni, norme sulla contabilità che permutano la spesa corrente in spesa per investimenti. La seconda: per le province, 250 milioni di fondi strutturali. La terza: per i Comuni, copertura degli avanzi di bilancio, e di fatto conseguente sblocco degli investimenti. Sono tre misure che possono effettivamente attivare risorse che erano rimaste dormienti. La penalizzazione deriva dal fatto che, dopo il difficile negoziato con la Commissione europea, risultano circa 4 miliardi di investimenti in meno. Il lavoro in corso riguarda la cabina di regia in materia. Ancora nella conferenza stampa dell'altro ieri, lo stesso Giuseppe Conte ha tra l'altro rivendicato di aver convocato le aziende di Stato per incoraggiare nuovi investimenti e iniziative. Quanto alle grandi opere, dopo la decisione di sblocco del gasdotto Tap, resta invece incerta la sorte della Tav. Entro fine mese dovrebbero essere resi noti gli ulteriori dati della procedura istruttoria che è in corso da parte di una commissione tecnica. Una decisione definitiva dovrebbe avvenire prima delle europee, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio. Sempre nell'incontro con i giornalisti dell'altro giorno, Conte ha anche evocato il ponte Morandi di Genova: «Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili, ma confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura».
Keir Starmer (Ansa)
Nel Regno Unito l’affare Epstein sta assumendo proporzioni talmente imponenti che ieri si sono esposti anche il principe William e la moglie Kate. La famiglia reale è coinvolta per colpa di Andrea Mountbatten-Windsor (zio di William e fratello di Re Carlo III), ora sospettato - in aggiunta agli scandali sessuali già noti - di aver trasmesso documenti riservati all’amico Epstein mentre ricopriva l’incarico di inviato speciale per il Commercio nel 2010. A tal proposito, la polizia britannica ha avviato nuove indagini per esaminare quanto emerso dall’ultima tranche di file pubblicati. «Possiamo confermare che il principe e la principessa di Galles sono profondamente preoccupati per le continue rivelazioni», si legge in un comunicato ufficiale di Palazzo Reale. «I loro pensieri vanno tutti alle vittime». Anche Re Carlo, in una nota separata, si è detto pronto a collaborare nelle indagini sul fratello. Le pressioni contro Starmer, tuttavia, non sembrano diminuire al cadere dei vari capri espiatori, e non provengono solo dalle file dell’opposizione. Da giorni si susseguono voci su un possibile cambio di guardia all’interno del Partito laburista e ieri, a chiedere la testa dell’attuale presidente del Consiglio, si è unito anche il leader dei laburisti scozzesi Anas Sarwa.
È singolare, ma la maggior parte delle figure finora travolte dall’ondata degli Epstein files si trovano in Europa. La polizia norvegese ha aperto un’inchiesta contro la nota diplomatica Mona Juul e il marito Terje Rod-Larsen, sospettati rispettivamente di «corruzione aggravata» e «complicità in corruzione aggravata». Entrambi furono protagonisti dei negoziati segreti tra Israele e l’Olp che portarono agli accordi di Oslo degli anni Novanta. In serata, Juul ha annunciato le sue dimissioni da ambasciatrice della Giordania, ruolo da cui era già stata sospesa nei giorni scorsi. In Francia, dopo le clamorose indagini su Jack Lang (finito sotto scorta insieme alla moglie per via delle minacce subite sui social) e la famiglia Caroline, Emmanuel Macron ha dichiarato che il caso riguarda «soprattutto gli Stati Uniti» e, in questo senso, «la giustizia americana deve fare il suo lavoro e basta». Una frase piuttosto incomprensibile, vista la natura dello scandalo e la fitta corrispondenza del pedofilo. Anche Deutsche Bank ieri ha dovuto rilasciare un comunicato di scuse pubbliche: «Come sottolineato ripetutamente dal 2020, la banca riconosce di aver sbagliato ad accettare Jeffrey Epstein come cliente nel 2013», ha dichiarato un portavoce della più importante banca tedesca. Il magnate avrebbe gestito temporaneamente più di 40 conti presso l’istituto di Francoforte, custodendovi gran parte del proprio patrimonio.
Non che Oltreoceano le acque siano più calme. Ieri, la compagna e complice del pedofilo, Ghislaine Maxwell, è stata convocata dalla commissione d’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti, ma la donna si è avvalsa del quinto emendamento e ha rifiutato di rispondere alle domande. I suoi legali giocano sporco e affermano che «la signora Maxwell è pronta a parlare in modo completo e onesto se le sarà data la grazia dal presidente Trump», aggiungendo, inoltre, che soltanto lei può spiegare «perché sia il presidente Trump che il presidente Clinton sono innocenti, non hanno commesso nulla di sbagliato».
Da ieri, inoltre, i membri del Congresso possono consultare i documenti originali non censurati presso il Dipartimento della Giustizia (Doj). «Domani (ieri per chi legge, ndr) andrò al Doj per vedere gli Epstein files non redatti. Che documenti dovrei vedere? Allegate i link originali in risposta», ha scritto domenica sul suo profilo X il deputato repubblicano Thomas Massie. Lo stesso esponente del Gop, non certo uno dei più trumpiani, da giorni chiede le dimissioni del segretario al Commercio, Howard Lutnick, già citato più volte dalla Verità in relazione al suo discorso sulla fine della globalizzazione tenuto a Davos. Lutnick dichiarò di aver interrotto i legami con Epstein nel 2005, ma le recenti email desecretate smentiscono tali affermazioni.
Le risposte degli utenti al post di Massie fanno ben comprendere lo stato di confusione in cui giace l’opinione pubblica mondiale, non solo americana, e la necessità di un atto di trasparenza democratico di cui questo passaggio parlamentare potrebbe costituire un buon inizio. La prima risposta sotto al post allega una mail indirizzata a Epstein il cui mittente, però, è oscurato con una barra nera: «Ti do il permesso di ucciderlo. Dovrebbe essere insieme a [redatto]. Ha mentito a te e ha mentito a me», si legge. Un altro profilo chiede al deputato di visionare un’email inviata dal pedofilo a un destinatario altrettanto oscurato in cui è scritto: «Dove sei? Tutto bene? Mi è piaciuto tantissimo il video delle torture». Di elementi da chiarire, in questa storia, ce ne sono ancora parecchi.
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 febbraio 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci illustra gli indici di gradimento di Donald Trump negli Usa in vista delle elezioni di midterm.
(IStock)
Non ci sono ancora i dettagli sulla forma definitiva che assumerà il testo, ma la vecchia bozza che circola ormai da diverse settimane interviene sul differenziale di prezzo del gas tra Italia (mercato Psv) e Olanda (mercato Ttf), introduce 55 euro di sconto per le famiglie con Isee sotto i 15.000 euro e uno sconto sugli oneri di sistema per le pmi. Allo studio anche una norma per evitare la saturazione delle reti. Sulla cartolarizzazione degli oneri di sistema in bolletta (cioè una diluizione nel tempo per diminuirne il peso) c’è invece una discussione aperta con la Commissione Ue e non è certo che alla fine vi sarà.
Nel frattempo, però, l’energia resta costosa. Il Pun index di ieri, cioè il mercato giornaliero, ha quotato ancora l’energia elettrica a 136,83 €/MWh, quello di oggi a 128,18 €/MWh.
Il principale accusato per i prezzi alti è il sistema con cui si stabilisce quanto vale l’energia, cioè il sistema del prezzo marginale. Tale sistema prevede che la fonte più costosa fissi il prezzo per tutti i produttori, ragion per cui sul banco degli imputati viene messo il gas naturale.
Però con i recenti cali del prezzo del gas, che ieri al PSV quotava attorno a 36 euro/MWh, e quelli dei permessi di emissione di CO2, che avevano ieri un prezzo di 80 euro/tonnellata, si otterrebbe un costo di produzione pari a circa 105 euro/MWh, circa 30 euro/MWh in meno del prezzo realizzato.
Qualcuno cioè sta accumulando margini offrendo in borsa a prezzi molto più alti del costo marginale di produzione. Evidentemente le regole attuali lo consentono. Ma non è sempre colpa del gas, che tra l’altro è aumentato di prezzo da quando l’Ue ha deciso di dichiarare guerra ai combustibili fossili. Se si guardano le statistiche del mese di gennaio delle tecnologie che fissano il prezzo nei 96 quarti d’ora di una giornata nella zona Nord, diffusi dal Gestore del mercato elettrico, si vede che solo nel 23% circa dei casi il prezzo elettrico è fissato dagli impianti a gas a ciclo combinato (con un prezzo medio di 127 euro/MWh). Nel 58% dei casi a fissare il prezzo è stato il meccanismo del Market Coupling, che lascia indeterminata la tecnologia con cui si fissa il prezzo (con un prezzo medio superiore pari a 134,9 euro/MWh).
Il Market Coupling è un sistema con cui si determina il valore dell’energia nelle zone di mercato europee, allocando nello stesso momento la capacità di trasporto transfrontaliera tra Paesi europei. Cioè, si stabilisce il prezzo in base alla capacità di trasporto disponibile e non soltanto in base al prezzo offerto dai vari impianti (che offrono la loro energia al costo di produzione marginale). Il prezzo si fissa appena la capacità di trasporto viene saturata, ma non si conosce la tecnologia che ha fissato il prezzo.
Addirittura, risulta che a gennaio gli impianti a gas Ccgt sono stati la fonte con il prezzo medio più basso in tutte le ore in zona Nord, quella a maggiore consumo e produzione. Il prezzo più alto si è registrato sugli impianti idroelettrici a pompaggio (166,45 euro/MWh in 27 quarti d’ora), le batterie di rete (157,5 euro/MWh in 15 quarti d’ora), quelli idroelettrici di modulazione (142 euro/MWh in 70 quarti d’ora) e idroelettrico ad acqua fluente (134 euro/MWh in 194 quarti d’ora). I soli 3 quarti d’ora in cui le centrali turbogas hanno fissato il prezzo valevano in media 172 euro/MWh.
Sorge il sospetto che con il passaggio ai prezzi zonali su base quart’oraria, per armonizzare il sistema italiano a quello europeo, ci sia qualcosa che non torna. Forse i dati trasmessi dal Gme sono incompleti, certamente una indicazione della tecnologia marginale nel caso del Market Coupling aiuterebbe a dipanare la matassa. O il sistema non funziona come dovrebbe, massimizzando i costi anziché minimizzarli, oppure qualcuno ne sta approfittando. O forse sono vere le tre cose insieme.
In Senato intanto proseguono le audizioni legate all’Indagine conoscitiva sullo «stato dell’arte e sullo sviluppo dell’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili». Nell’audizione del 3 febbraio, l’amministratore delegato di Rse (Ricerca sul Sistema Energetico, società controllata dal Ministero dell’Economia attraverso il Gse), Franco Cotana, ha affermato che «una distribuzione delle Fer (fonti di energia rinnovabile, ndr) più sbilanciata verso il Sud e le Isole, in linea con le richieste di connessione ricevute da Terna, comporta un fabbisogno di capacità di accumulo quasi del 50% superiore a quello corrispondente alla distribuzione prevista dal decreto “Aree Idonee”, con relativi extra-costi per il sistema dell’ordine di 5,3 miliardi di euro». Cioè, se Terna accogliesse tutte le richieste di connessione di impianti fotovoltaici così come sono presentate dai produttori, il sistema costerebbe 5,3 miliardi in più, perché la produzione troppo concentrata costringerebbe a tagli della produzione e all’installazione di maggiori accumuli, che hanno un costo. Gli operatori, dice Rse, «puntano a massimizzare i propri ricavi privilegiando le aree con maggiore disponibilità della fonte primaria. In questo scenario, in tali aree si rischia una elevata overgeneration che implica la necessità di un maggior ricorso a sistemi di accumulo e a sviluppi delle reti elettriche, in assenza dei quali i prezzi “catturati” dagli impianti di generazione fotovoltaici sul mercato risulterebbero sempre più bassi, mettendo a rischio la sostenibilità degli investimenti».
È il noto tema della cannibalizzazione degli impianti fotovoltaici, per cui più aumenta l’offerta di questi impianti più aumentano i costi di rete o la necessità di sussidi pubblici. Spesso, entrambe le cose.
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L'ingresso de Le Constellation a Crans Montana (Ansa)
Giustificazioni, apparentemente, da Italietta. Invece a spiegare anni di mancate ispezioni sulle misure antincendio nel locale Le Constellation di Crans-Montana, distrutto dal rogo di capodanno dove hanno perso la vita 41 giovanissimi di cui sei italiani (e altri 115 sono rimasti gravemente feriti), è stato Ken Jacquemoud, ex responsabile della sicurezza di Crans-Montana dal 2017 al 2024.
Jaquemoud è indagato insieme al suo successore, Christophe Balet, e ai proprietari del locale Jaques Moretti e Jessica Maric per incendio, omicidio, lesioni colpose e ieri mattina è stato sentito per diverse ore durante un’udienza «particolarmente tesa» che lo ha visto entrare nei locali della Procura di Sion da una porta sul retro, per evitare la stampa. «A causa dei problemi di organico», ha riferito, «non avevamo risorse per fare i controlli sulla sicurezza dei locali pubblici e avevamo anche problemi con il software, per la cui sostituzione abbiamo impiegato molto tempo, di tutto questo avevamo informato il Comune», ha riferito il tecnico. Aggiungendo anche che «a causa del bug del sistema informatico i dati sui controlli si erano cancellati», che «non era stato fatto un backup» e dunque «c’è voluto molto tempo per cambiare il programma» e che, lui, comunque, aveva detto al Comune che «servivano più risorse».
La sua testimonianza fa il paio con quella di Balet, l’ormai noto responsabile della sicurezza senza brevetto antincendio «perché l’esame per ottenerlo era difficile» eppure incaricato dal Comune di Crans dal 2024 in poi per verificare il livello di rischio dei locali pubblici. Anche Balet, infatti, che interrogato venerdì scorso aveva scaricato la colpa di non aver mai controllato Le Constellation sugli stessi «problemi informatici», durati - quindi a conti fatti - ben cinque anni.
Dunque, riassumendo, il Comune di Crans-Montana, stazione sciistica tra le più rinomate d’Europa, parte del Canton Vallese che è terzo per estensione tra i cantoni della Svizzera, uno degli stati più ricchi al mondo, non aveva denari a sufficienza per pagare dei tecnici che facessero le ispezioni antincendio - obbligatorie per legge - negli (appena) 1.400 locali pubblici del territorio, molti dei quali con attività stagionale.
E nemmeno aveva da investire gli spiccioli necessari a far funzionare un gestionale che ricordasse ai suoi dipendenti quando era il momento di fare ritorno nei locali per le verifiche.
Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, non si tratta di una fake news. Anzi, a quanto pare, di un problema condiviso da altre amministrazioni. Qualche giorno fa, infatti, la Conferenza dei sindaci del distretto di Sierre, di cui Crans-Montana fa parte, ha inviato una lettera al Canton Vallese e al Consiglio di Stato sostenendo che la legge sulla protezione antincendio è troppo complicata da applicare e troppo onerosa per dei piccoli Comuni. «Nessuno è attualmente in grado di assumersi pienamente questo compito; non si tratta solo di mancanza di risorse, ma di un sistema la cui portata è troppo ampia» hanno scritto i sindaci in una sorta di «difesa d’ufficio» del primo cittadino di Crans, Nicolas Feraud, che se finisse nei guai per i mancati controlli, creerebbe un precedente di cui molti suoi colleghi, evidentemente, hanno timore.
Anche se la situazione che emerge dagli ultimi interrogatori può sembrare già di per sé paradossale, è bene ricordare una delle più importanti contraddizioni che girano intorno al tema della sicurezza, dove ogni responsabile tenta di fare scaricabarile sull’altro.
La spugna dei pannelli insonorizzanti appiccicata sul soffitto del seminterrato che ospitava centinaia di giovani, che usavano candele pirotecniche per i festeggiamenti e che era stata appiccicata al soffitto da Jaques Moretti in persona nel 2015 durante la ristrutturazione del locale, era evidentemente pericolosa e avrebbe fatto inorridire chiunque alzando gli occhi al soffitto - con o senza brevetto - avesse voluto vederla. Sia per la evidente scarsa qualità del materiale, che per la scarsa aderenza al soffitto - come provano i tanti video che la mostrano quasi a penzoloni. Eppure quei pannelli insonorizzanti, causa non solo della velocità del propagarsi delle fiamme ma anche dei gas tossici sprigionati che hanno reso impossibile la fuga a tanti dei ragazzi, morti per le esalazioni, non sono mai entrati nel novero dei controlli. Le due uniche ispezioni effettuate a Le Constellation dal 2015 - una nel 2018 e l’ultima nel 2019 - non ne rilevarono nemmeno la presenza, mentre le prescrizioni sulle vie di fuga e sulle porte dei sicurezza e sugli estintori - secondo quanto emerso fino ad oggi - si limitarono ad indicazioni di minima. A questo proposito sarà sentito - non come indagato ma come persona informata sui fatti - anche David Vocat, capo dei vigili del fuoco che sarebbe stato presente nei controlli al locale. Vocat, che era stato chiamato in causa anche dai Moretti, sarà ascoltato il prossimo 16 febbraio. Nei prossimi giorni sarà anche di nuovo il turno dei coniugi: Jacques sarà nuovamente interrogato domani, Jessica giovedì.
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