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2018-12-30
Vinta la battaglia per il deficit, l’Ue ci lascia la zavorra Iva
Ansa
Dopo un'inevitabile fiducia finale ieri sera alla Camera, la prima manovra gialloblù è a un passo dal diventare legge: manca solo l'ultimo passaggio della promulgazione da parte del capo dello Stato, il quale - realisticamente - lascerà deluso il coro di chi gli chiede di non firmare. Al massimo, c'è da attendersi la sera del 31, nel tradizionale discorso di fine anno, qualche rimbrotto sulla compressione eccessiva dei tempi di dibattito parlamentare da parte del presidente Sergio Mattarella.
Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e Movimento 5 stelle di condurre in porto i provvedimenti-bandiera sui quali i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo scorso: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per quota 100 e reddito di cittadinanza.
Resta il dubbio - questo sì - se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro crescita e pro sviluppo in una situazione che, alla vigilia del 2019, presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre recessivi.
In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. Una prima volta, perché per due lunghi mesi i pesi massimi della Commissione Ue (a partire dal commissario francese, con ambizioni politiche macroniste, Pierre Moscovici e dall'oscuro lettone Valdis Dombrovskis) hanno sparato contro l'Italia a palle incatenate, sempre a Borse aperte, nel tentativo di creare una destabilizzazione sui mercati: ma, forse con loro delusione, non c'è stata una capitolazione italiana via spread, com'era accaduto nel 2011.
E una seconda volta perché, a trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti smussata rispetto alle aspettative.
Come? Con più tasse (la Web tax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell'Iva. Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%).
Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo «ringraziare» la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell'Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica.
A proposito di deficit, l'asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%.
Quanto al consenso, dubitiamo che le opposizioni abbiano qualcosa da festeggiare. Tutti i sondaggi attestano che la fiducia nel governo (specie nella Lega di Matteo Salvini) resta alta, e nei prossimi mesi sarà forte in molte aree sociali l'attesa per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, mentre non c'è rilevazione che non attesti la crisi di Pd e Forza Italia.
Resta un'incognita di fondo, che riguarda l'intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt'altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima.
Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta choc, con un mega taglio di tasse (1.500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1.500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant'anni). Invece l'Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli «zero virgola». Con figli (francesi) e figliastri (italiani).
Quota 100 varrà per 350.000
La Lega è dunque riuscita a condurre in porto il suo principale obiettivo di campagna elettorale: non ancora la demolizione integrale della legge Fornero, ma certo un forte ridimensionamento della sua parte più aspra. Si potrà dunque andare in pensione già dal 2019, con 62 anni di età e 38 di contributi. Gli stanziamenti effettuati nella legge di bilancio (una ventina di miliardi nel triennio, di cui meno di 5 nel primo anno) sono valutati dalla componente leghista del governo assolutamente adeguati e capienti per «una durata triennale» come recentemente dichiarato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La prima stesura della manovra ne aveva previsti addirittura 7 per il primo anno: ma erano forse troppi, grazie alle «finestre» che razionalizzeranno i flussi dei lavoratori in uscita. E i fondi basteranno soprattutto perché si ha ragione di ritenere che non tutte le persone potenzialmente interessate, 350.000 per il 2019, sceglieranno questa opzione. C'è già un precedente in tal senso. Per l'Ape social (che era mirata verso alcune categorie, e quindi avrebbe potuto avere un'adesione massiccia), a fronte di uno stanziamento di 1,8 miliardi, a luglio erano stati consumati solo 600 milioni, con un «tiraggio» (in metà anno) che aveva coinvolto appena un terzo delle persone e delle risorse interessate. A fine anno potranno essere due terzi, ma è impensabile un'adesione generalizzata. Lo stesso tipo di valutazione viene fatta dal governo rispetto a quota 100: è un'opportunità, ma non si ritiene che tutti gli interessati la coglieranno. E non tanto per le penalizzazioni (che non ci saranno: nemmeno in termini di contributi figurativi), ma per due altri fattori. Il primo è il mancato guadagno: se vai in pensione prima, rinunci allo stipendio. Il secondo è il divieto di cumulo (fino a un massimo di cinque anni, ma ovviamente può essere meno, a seconda della vicinanza di ciascuno alla vecchia soglia dei 67 anni): insomma, se scegli quota 100, non puoi fare altro, anche per favorire il ricambio generazionale. A proposito del ricambio generazionale, resta un'incognita che solo il tempo potrà chiarire. I critici del governo gialloblù dicono: è impensabile che, per ogni lavoratore in uscita, avvenga in automatico una nuova assunzione di un giovane. E in effetti immaginare un tasso di sostituzione del 100% sarebbe insensatamente ottimistico: nel governo nessuno dice una cosa del genere. Però è certamente vera anche la contro-obiezione da parte dei leghisti: se ci saranno nuove assunzioni di giovani (che avranno costi inferiori) saranno state certamente incoraggiate e favorite anche dal meccanismo di uscita dei lavoratori più anziani generato da quota 100.
Reddito e pensione, nodo fondi
Nella manovra è previsto uno stanziamento (7,1 miliardi nel 2019, di cui 1 per i centri per l'impiego) per l'operazione «reddito e pensioni di cittadinanza». Ora, come La Verità ha scritto per prima, toccherà a un provvedimento separato, a un decreto (stesso discorso per quota 100), definirne i contorni. Resta un problema: i soldi per tutto non ci sono. Secondo Alberto Brambilla (centro studi Itinerari previdenziali), «solo per portare a 780 euro il milione di persone che percepisce la pensione d'invalidità, ci vorrebbero 6 miliardi. Per portare a 780 un altro milione che percepisce o la pensione sociale o l'assegno sociale, ne servirebbero altri 3 e mezzo». Si comprende da questa simulazione che non sarà facile per i grillini sistemare una coperta che resterà inevitabilmente corta. La novità (positiva) è che è stata accolta da M5s la proposta leghista di rendere la misura più «market friendly», prevedendo che, a offerta di lavoro accettata, il sussidio alla persona diventi un intervento a favore dell'impresa. I leghisti (saggiamente: comunque la si pensi sul reddito di cittadinanza) proponevano una defiscalizzazione. I grillini ci hanno pensato: e qualcuno non era favorevole a dare semaforo verde a un'ipotesi che - ad avviso dei grillini dubbiosi - avrebbe generato una commistione tra interventi assistenziali pro disoccupati e interventi di decontribuzione pro imprese. Si è giunti a un compromesso: misura pro impresa sì, ma nella forma di un incentivo. Insomma, ad assunzione effettuata, le rimanenti mensilità del reddito di cittadinanza andranno all'azienda (fino alla fine del ciclo, che dura 18 mesi). Veniamo ai dettagli della misura, per come i grillini stanno cercando di concepirla. Ci sarà più rigore (si spera) rispetto all'obbligo di accettare le offerte di lavoro: la prima entro 100 km da casa, la seconda entro 250, la terza con obbligo (per chi non ha figli) di trasferirsi, pena la perdita del sussidio. Quanto al cosiddetto «navigator», cioè il tutor che opera nei centri per l'impiego, si occuperà di un numero di percettori di sussidio variabile da 100 a 150, e avrà un incentivo per ogni assunzione riuscita (una somma pari a un quinto dello stipendio dell'assunto). Quanto al sussidio, le prime ipotesi distinguono tra un contributo per l'affitto (280 euro al mese per chi non è proprietario di una casa) e integrazione al reddito, che varierà (500 euro per un single, 700 per due adulti, 900 per due adulti con figli minorenni, e così via fino a 1050 euro per tre adulti con due minorenni). Per la pensione di cittadinanza, l'ipotesi è di far scendere il contributo per l'affitto a 150 euro, mentre l'integrazione al reddito si attesterebbe sui 630 euro.
Rivoluzione partite Iva ed esperimento ripetizioni
È la parte migliore e più coraggiosa della manovra, che letteralmente cambia la vita (in meglio) a 900.000 imprese (artigiani, commercianti), professionisti e partite Iva: si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. E attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di un'imposizione fiscale più contenuta e accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Un altro esperimento di flat tax - limitato a un settore ma pur sempre interessante - è quello per le ripetizioni scolastiche, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'Irpef (e delle addizionali regionali e comunali) pari al 15%». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Secondo un accurato studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero.
Scure sugli assegni d’oro. Mini stop alle rivalutazioni
Sulle pensioni d'oro, vittoria piena M5s. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, risultano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui. Oltre quell'asticella, ci sono cinque scaglioni a cui verranno applicate altrettante aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Su un altro piano, assolutamente distinto, cambia il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e ora vengono sbloccate (buona notizia). A seguito però del negoziato con Bruxelles (cattiva notizia), la rivalutazione sarà più contenuta per le pensioni sopra i 1.521 euro. Fino a quella soglia ci sarà una rivalutazione piena, corrispondente al tasso (1,1%) che era stato reso noto dal Mef. Salendo nei trattamenti, la rivalutazione si assottiglierà: tra i 1.522 e i 2.029 euro, sarà pari al 97% del tasso, quindi all'1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%; tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro, pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%.
Sulle spese manca la regia. Tagli a editoria e Coni
Nella manovra non c'è un'azione organica di spending review. Il premier Giuseppe Conte, nella conferenza dell'altro ieri, ha dichiarato: «Sul taglio degli sprechi, il governo ha avuto poco tempo. Serve una task force che lavori in modo mirato e così potremo recuperare molte risorse». Ci sono però stati due interventi di settore: su editoria e sport. Quanto all'editoria, è stato deciso un contenimento dei contributi pubblici. Il taglio dei fondi è diluito nel tempo, per consentire alle imprese editoriali interessate di riorganizzarsi: 20% in meno sulla cifra eccedente 500.000 euro nel 2019; 50% nel 2020; 75% nel 2021. Scontate le proteste dei percettori: ma non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato.
Quanto allo sport, rivoluzione per il Coni, che manterrà il formale governo dello sport, ma perderà la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società. In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (40 milioni), mentre il resto sarà gestito da una nuova società, Sport e Saluta spa, sotto il diretto controllo del governo. Inevitabile la polemica. Per i difensori dello status quo, la riforma mina la mitica «autonomia» dello sport italiano. Ma a ben vedere, l'argomento non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo.
Bonus bebè e family card. Più risorse a chi fa figli
Almeno cinque novità rilevanti nella legge di bilancio in materia di politiche per la famiglia, troppo spesso trascurate. La prima: buone notizie per i papà, che avranno cinque giorni di congedo obbligatorio (quindi i neo-padri dovranno astenersi dal lavoro per almeno cinque giorni, anche non continuativi, nei primi cinque mesi di vita del bimbo o della bimba), e un giorno in più in caso di sostituzione della mamma. La seconda: si incrementa il buono per iscriversi agli asili nido pubblici (1.500 euro l'anno, in salita dagli attuali 1.000) per il triennio 2019-2021. Per il 2022 l'importo dovrà essere rideterminato, ma non potrà in ogni caso scendere sotto i 1000 euro. La terza: una «carta per la famiglia», con sconti per cittadini italiani e di altri Paesi dell'Unione con residenza regolare: ma devono avere almeno tre figli di età non superiore a 26 anni (l'allargamento consiste nel fatto che finora il limite era fissato a 18 anni). La quarta: una sequenza di strumenti di monitoraggio e discussione, da una conferenza nazionale sulla famiglia a un piano nazionale sul tema, passando per ben tre osservatori (su infanzia, famiglia, pedopornografia).La quinta: un pacchetto di altre misure di sostegno. Interventi per valorizzare il ruolo dei consultori familiari e dei centri per la famiglia; per il sostegno ai minori orfani; per il sostegno ai genitori separati e divorziati; per il sostegno alle famiglie con almeno tre figli minori. Più nuove iniziative per la conciliazione del tempo di vita e di lavoro, e di welfare familiare aziendale.
Avviato il saldo e stralcio per le soglie Isee basse
Nella manovra è previsto un meccanismo di saldo e stralcio delle cartelle (ricomprese nel periodo tra il 2000 e il 2017) per i soggetti in difficoltà economica. Aliquote: 16% (per chi abbia un Isee non al di sopra di 8.500 euro), 20% (da quella soglia fino a 12.500 euro), 35% (da quella soglia fino a 20.000 euro). Il requisito fondamentale per accedere alla misura è quello di aver presentato la dichiarazione dei redditi (anche se poi l'imposta non è stata pagata). L'operazione può riguardare ad esempio cartelle Equitalia, contributi previdenziali (per lavoratori autonomi o professionisti) ecc. L'altro fattore decisivo, come detto in esordio, è l'Isee 2019, con l'indicazione dei tre scaglioni e delle tre diverse aliquote citate. Occorrerà poi aggiungere l'aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme oggetto della rateizzazione (2% l'anno). Sono previste due modalità di pagamento. Si può pagare in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019. Oppure si può scegliere una formula basata su cinque rate: il 35% entro il 30 novembre, il 20% entro il 31 marzo 2020, e quindi tre rate - corrispondenti ognuna al 15% - entro il 31 luglio 2020, entro il 31 marzo 2021 e infine entro il 31 luglio 2021. Inevitabili le polemiche delle opposizioni per l'assenza di una soglia per richiedere la sanatoria: come detto, l'unico requisito è l'Isee che testimoni una situazione di difficoltà economica dell'interessato. Secondo le opposizioni, invece, il rischio sarebbe quello di aiutare i «finti poveri».
Comuni, casse sbloccate. Sulla Tav si decide presto
In materia di investimenti, tre certezze (scritte nella legge di bilancio), una penalizzazione (frutto del difficile negoziato con Bruxelles), e un lavoro in corso (i cui effetti si vedranno nel 2019). Partiamo dalle tre certezze. La prima: per le Regioni, norme sulla contabilità che permutano la spesa corrente in spesa per investimenti. La seconda: per le province, 250 milioni di fondi strutturali. La terza: per i Comuni, copertura degli avanzi di bilancio, e di fatto conseguente sblocco degli investimenti. Sono tre misure che possono effettivamente attivare risorse che erano rimaste dormienti. La penalizzazione deriva dal fatto che, dopo il difficile negoziato con la Commissione europea, risultano circa 4 miliardi di investimenti in meno. Il lavoro in corso riguarda la cabina di regia in materia. Ancora nella conferenza stampa dell'altro ieri, lo stesso Giuseppe Conte ha tra l'altro rivendicato di aver convocato le aziende di Stato per incoraggiare nuovi investimenti e iniziative. Quanto alle grandi opere, dopo la decisione di sblocco del gasdotto Tap, resta invece incerta la sorte della Tav. Entro fine mese dovrebbero essere resi noti gli ulteriori dati della procedura istruttoria che è in corso da parte di una commissione tecnica. Una decisione definitiva dovrebbe avvenire prima delle europee, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio. Sempre nell'incontro con i giornalisti dell'altro giorno, Conte ha anche evocato il ponte Morandi di Genova: «Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili, ma confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura».
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La legge di bilancio passa la prova della fiducia alla Camera. Il 2,04% spuntato con la Commissione consente una prima mossa espansiva, che però non è ancora sufficiente. Serve un maggior impegno sul fronte delle imposte. Lo speciale contiene nove articoli. Dopo un'inevitabile fiducia finale ieri sera alla Camera, la prima manovra gialloblù è a un passo dal diventare legge: manca solo l'ultimo passaggio della promulgazione da parte del capo dello Stato, il quale - realisticamente - lascerà deluso il coro di chi gli chiede di non firmare. Al massimo, c'è da attendersi la sera del 31, nel tradizionale discorso di fine anno, qualche rimbrotto sulla compressione eccessiva dei tempi di dibattito parlamentare da parte del presidente Sergio Mattarella. Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e Movimento 5 stelle di condurre in porto i provvedimenti-bandiera sui quali i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo scorso: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per quota 100 e reddito di cittadinanza. Resta il dubbio - questo sì - se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro crescita e pro sviluppo in una situazione che, alla vigilia del 2019, presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre recessivi. In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. Una prima volta, perché per due lunghi mesi i pesi massimi della Commissione Ue (a partire dal commissario francese, con ambizioni politiche macroniste, Pierre Moscovici e dall'oscuro lettone Valdis Dombrovskis) hanno sparato contro l'Italia a palle incatenate, sempre a Borse aperte, nel tentativo di creare una destabilizzazione sui mercati: ma, forse con loro delusione, non c'è stata una capitolazione italiana via spread, com'era accaduto nel 2011. E una seconda volta perché, a trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti smussata rispetto alle aspettative. Come? Con più tasse (la Web tax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell'Iva. Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021. L'ultima stesura, successiva all'accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l'Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%). Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo «ringraziare» la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell'Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica. A proposito di deficit, l'asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%. Quanto al consenso, dubitiamo che le opposizioni abbiano qualcosa da festeggiare. Tutti i sondaggi attestano che la fiducia nel governo (specie nella Lega di Matteo Salvini) resta alta, e nei prossimi mesi sarà forte in molte aree sociali l'attesa per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, mentre non c'è rilevazione che non attesti la crisi di Pd e Forza Italia. Resta un'incognita di fondo, che riguarda l'intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt'altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima. Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta choc, con un mega taglio di tasse (1.500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1.500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant'anni). Invece l'Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli «zero virgola». 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Gli stanziamenti effettuati nella legge di bilancio (una ventina di miliardi nel triennio, di cui meno di 5 nel primo anno) sono valutati dalla componente leghista del governo assolutamente adeguati e capienti per «una durata triennale» come recentemente dichiarato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. La prima stesura della manovra ne aveva previsti addirittura 7 per il primo anno: ma erano forse troppi, grazie alle «finestre» che razionalizzeranno i flussi dei lavoratori in uscita. E i fondi basteranno soprattutto perché si ha ragione di ritenere che non tutte le persone potenzialmente interessate, 350.000 per il 2019, sceglieranno questa opzione. C'è già un precedente in tal senso. Per l'Ape social (che era mirata verso alcune categorie, e quindi avrebbe potuto avere un'adesione massiccia), a fronte di uno stanziamento di 1,8 miliardi, a luglio erano stati consumati solo 600 milioni, con un «tiraggio» (in metà anno) che aveva coinvolto appena un terzo delle persone e delle risorse interessate. A fine anno potranno essere due terzi, ma è impensabile un'adesione generalizzata. Lo stesso tipo di valutazione viene fatta dal governo rispetto a quota 100: è un'opportunità, ma non si ritiene che tutti gli interessati la coglieranno. E non tanto per le penalizzazioni (che non ci saranno: nemmeno in termini di contributi figurativi), ma per due altri fattori. Il primo è il mancato guadagno: se vai in pensione prima, rinunci allo stipendio. Il secondo è il divieto di cumulo (fino a un massimo di cinque anni, ma ovviamente può essere meno, a seconda della vicinanza di ciascuno alla vecchia soglia dei 67 anni): insomma, se scegli quota 100, non puoi fare altro, anche per favorire il ricambio generazionale. A proposito del ricambio generazionale, resta un'incognita che solo il tempo potrà chiarire. I critici del governo gialloblù dicono: è impensabile che, per ogni lavoratore in uscita, avvenga in automatico una nuova assunzione di un giovane. E in effetti immaginare un tasso di sostituzione del 100% sarebbe insensatamente ottimistico: nel governo nessuno dice una cosa del genere. Però è certamente vera anche la contro-obiezione da parte dei leghisti: se ci saranno nuove assunzioni di giovani (che avranno costi inferiori) saranno state certamente incoraggiate e favorite anche dal meccanismo di uscita dei lavoratori più anziani generato da quota 100. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="reddito-e-pensione-nodo-fondi" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779571395" data-use-pagination="False"> Reddito e pensione, nodo fondi Nella manovra è previsto uno stanziamento (7,1 miliardi nel 2019, di cui 1 per i centri per l'impiego) per l'operazione «reddito e pensioni di cittadinanza». Ora, come La Verità ha scritto per prima, toccherà a un provvedimento separato, a un decreto (stesso discorso per quota 100), definirne i contorni. Resta un problema: i soldi per tutto non ci sono. Secondo Alberto Brambilla (centro studi Itinerari previdenziali), «solo per portare a 780 euro il milione di persone che percepisce la pensione d'invalidità, ci vorrebbero 6 miliardi. Per portare a 780 un altro milione che percepisce o la pensione sociale o l'assegno sociale, ne servirebbero altri 3 e mezzo». Si comprende da questa simulazione che non sarà facile per i grillini sistemare una coperta che resterà inevitabilmente corta. La novità (positiva) è che è stata accolta da M5s la proposta leghista di rendere la misura più «market friendly», prevedendo che, a offerta di lavoro accettata, il sussidio alla persona diventi un intervento a favore dell'impresa. I leghisti (saggiamente: comunque la si pensi sul reddito di cittadinanza) proponevano una defiscalizzazione. I grillini ci hanno pensato: e qualcuno non era favorevole a dare semaforo verde a un'ipotesi che - ad avviso dei grillini dubbiosi - avrebbe generato una commistione tra interventi assistenziali pro disoccupati e interventi di decontribuzione pro imprese. Si è giunti a un compromesso: misura pro impresa sì, ma nella forma di un incentivo. Insomma, ad assunzione effettuata, le rimanenti mensilità del reddito di cittadinanza andranno all'azienda (fino alla fine del ciclo, che dura 18 mesi). Veniamo ai dettagli della misura, per come i grillini stanno cercando di concepirla. Ci sarà più rigore (si spera) rispetto all'obbligo di accettare le offerte di lavoro: la prima entro 100 km da casa, la seconda entro 250, la terza con obbligo (per chi non ha figli) di trasferirsi, pena la perdita del sussidio. Quanto al cosiddetto «navigator», cioè il tutor che opera nei centri per l'impiego, si occuperà di un numero di percettori di sussidio variabile da 100 a 150, e avrà un incentivo per ogni assunzione riuscita (una somma pari a un quinto dello stipendio dell'assunto). Quanto al sussidio, le prime ipotesi distinguono tra un contributo per l'affitto (280 euro al mese per chi non è proprietario di una casa) e integrazione al reddito, che varierà (500 euro per un single, 700 per due adulti, 900 per due adulti con figli minorenni, e così via fino a 1050 euro per tre adulti con due minorenni). Per la pensione di cittadinanza, l'ipotesi è di far scendere il contributo per l'affitto a 150 euro, mentre l'integrazione al reddito si attesterebbe sui 630 euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="rivoluzione-partite-iva-ed-esperimento-ripetizioni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779571395" data-use-pagination="False"> Rivoluzione partite Iva ed esperimento ripetizioni È la parte migliore e più coraggiosa della manovra, che letteralmente cambia la vita (in meglio) a 900.000 imprese (artigiani, commercianti), professionisti e partite Iva: si tratta del primo step dell'introduzione della flat tax: 15% di tasse per le partite Iva fino a 65.000 euro annui di fatturato, e 20% sopra quella soglia fino a 100.000 euro. E attenzione: nella manovra c'è già scritto che dal 1° gennaio 2020 l'aliquota del 15% sarà applicabile fino a un fatturato di 100.000 euro. Il vantaggio è duplice: non solo sul piano di un'imposizione fiscale più contenuta e accettabile, ma anche su quello degli oneri burocratici. I soggetti ricompresi in questo regime fiscale saranno infatti esonerati dalla tenuta di una contabilità rigida. Un altro esperimento di flat tax - limitato a un settore ma pur sempre interessante - è quello per le ripetizioni scolastiche, con l'obiettivo di attivare un potente incentivo all'emersione di attività finora molto spesso svolte in nero. Secondo la norma, dal primo gennaio 2019, «i titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado» potranno chiedere l'applicazione di «un'imposta sostitutiva dell'Irpef (e delle addizionali regionali e comunali) pari al 15%». Quindi un'opportunità in più, un'alternativa, se ritenuta vantaggiosa. Secondo un accurato studio di due anni fa, curato da Lorenzo Castellani e Giacomo Bandini, attualmente metà degli studenti delle superiori si avvarrebbero attualmente di lezioni private; il giro d'affari sarebbe complessivamente di 800 milioni l'anno, e in 9 casi su 10 le ripetizioni avverrebbero senza dichiarazioni al fisco: quindi in nero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="scure-sugli-assegni-doro-mini-stop-alle-rivalutazioni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779571395" data-use-pagination="False"> Scure sugli assegni d’oro. Mini stop alle rivalutazioni Sulle pensioni d'oro, vittoria piena M5s. Contrariamente a quanto era stato assicurato per mesi, risultano colpiti indistintamente tutti i trattamenti più elevati, senza alcuna tutela per quelli frutto di contributi effettivamente versati dagli interessati. Dunque, taglio per 5 anni di tutti i trattamenti (tranne quelli di invalidità o per le vittime del terrorismo) i cui importi superino la soglia dei 100.000 euro lordi annui. Oltre quell'asticella, ci sono cinque scaglioni a cui verranno applicate altrettante aliquote crescenti: taglio del 15% per la parte tra 100 e 130.000 euro; del 25% per la parte da 130 a 200.000 euro; del 30% per la parte da 200 fino a 350.000 euro; del 35% per la parte da 350 a 500.000 euro: del 40% per la parte oltre i 500.000 euro. Su un altro piano, assolutamente distinto, cambia il meccanismo di rivalutazione delle pensioni. Le rivalutazioni erano bloccate dal 2011, e ora vengono sbloccate (buona notizia). A seguito però del negoziato con Bruxelles (cattiva notizia), la rivalutazione sarà più contenuta per le pensioni sopra i 1.521 euro. Fino a quella soglia ci sarà una rivalutazione piena, corrispondente al tasso (1,1%) che era stato reso noto dal Mef. Salendo nei trattamenti, la rivalutazione si assottiglierà: tra i 1.522 e i 2.029 euro, sarà pari al 97% del tasso, quindi all'1,067%; tra i 2.029 e i 2.537 euro, pari al 77% del tasso, quindi allo 0,847%; tra i 2.537 e i 3.042 euro, pari al 52% del tasso, quindi allo 0,572%; tra i 3.042 e i 4.059 euro, pari al 47% del tasso, quindi allo 0,517%; tra i 4.059 e i 4.566 euro, pari al 45%, quindi allo 0,495%; per i trattamenti superiori ai 4.566 euro, pari al 40% del tasso, quindi allo 0,44%. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="sulle-spese-manca-la-regia-tagli-a-editoria-e-coni" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779571395" data-use-pagination="False"> Sulle spese manca la regia. Tagli a editoria e Coni Nella manovra non c'è un'azione organica di spending review. Il premier Giuseppe Conte, nella conferenza dell'altro ieri, ha dichiarato: «Sul taglio degli sprechi, il governo ha avuto poco tempo. Serve una task force che lavori in modo mirato e così potremo recuperare molte risorse». Ci sono però stati due interventi di settore: su editoria e sport. Quanto all'editoria, è stato deciso un contenimento dei contributi pubblici. Il taglio dei fondi è diluito nel tempo, per consentire alle imprese editoriali interessate di riorganizzarsi: 20% in meno sulla cifra eccedente 500.000 euro nel 2019; 50% nel 2020; 75% nel 2021. Scontate le proteste dei percettori: ma non si vede perché i cittadini debbano continuare a finanziare solo alcune opinioni, incluse quelle che non condividono, generando una disparità di trattamento sul mercato. Quanto allo sport, rivoluzione per il Coni, che manterrà il formale governo dello sport, ma perderà la cassaforte, cioè i 410 milioni di finanziamento annuale statale destinati alle federazioni sportive. Attualmente a distribuirli è il Coni stesso, attraverso una sua società. In base alla manovra, invece, fermo restando lo stanziamento della stessa somma, solo una piccola parte andrebbe al Coni (40 milioni), mentre il resto sarà gestito da una nuova società, Sport e Saluta spa, sotto il diretto controllo del governo. Inevitabile la polemica. Per i difensori dello status quo, la riforma mina la mitica «autonomia» dello sport italiano. Ma a ben vedere, l'argomento non è convincente: anzi, quanto più è chiara la responsabilità del governo, tanto più sarà limpida la possibilità per il Parlamento di esercitare attività ispettiva e di controllo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="bonus-bebe-e-family-card-piu-risorse-a-chi-fa-figli" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779571395" data-use-pagination="False"> Bonus bebè e family card. Più risorse a chi fa figli Almeno cinque novità rilevanti nella legge di bilancio in materia di politiche per la famiglia, troppo spesso trascurate. La prima: buone notizie per i papà, che avranno cinque giorni di congedo obbligatorio (quindi i neo-padri dovranno astenersi dal lavoro per almeno cinque giorni, anche non continuativi, nei primi cinque mesi di vita del bimbo o della bimba), e un giorno in più in caso di sostituzione della mamma. La seconda: si incrementa il buono per iscriversi agli asili nido pubblici (1.500 euro l'anno, in salita dagli attuali 1.000) per il triennio 2019-2021. Per il 2022 l'importo dovrà essere rideterminato, ma non potrà in ogni caso scendere sotto i 1000 euro. La terza: una «carta per la famiglia», con sconti per cittadini italiani e di altri Paesi dell'Unione con residenza regolare: ma devono avere almeno tre figli di età non superiore a 26 anni (l'allargamento consiste nel fatto che finora il limite era fissato a 18 anni). La quarta: una sequenza di strumenti di monitoraggio e discussione, da una conferenza nazionale sulla famiglia a un piano nazionale sul tema, passando per ben tre osservatori (su infanzia, famiglia, pedopornografia).La quinta: un pacchetto di altre misure di sostegno. Interventi per valorizzare il ruolo dei consultori familiari e dei centri per la famiglia; per il sostegno ai minori orfani; per il sostegno ai genitori separati e divorziati; per il sostegno alle famiglie con almeno tre figli minori. Più nuove iniziative per la conciliazione del tempo di vita e di lavoro, e di welfare familiare aziendale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="avviato-il-saldo-e-stralcio-per-le-soglie-isee-basse" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779571395" data-use-pagination="False"> Avviato il saldo e stralcio per le soglie Isee basse Nella manovra è previsto un meccanismo di saldo e stralcio delle cartelle (ricomprese nel periodo tra il 2000 e il 2017) per i soggetti in difficoltà economica. Aliquote: 16% (per chi abbia un Isee non al di sopra di 8.500 euro), 20% (da quella soglia fino a 12.500 euro), 35% (da quella soglia fino a 20.000 euro). Il requisito fondamentale per accedere alla misura è quello di aver presentato la dichiarazione dei redditi (anche se poi l'imposta non è stata pagata). L'operazione può riguardare ad esempio cartelle Equitalia, contributi previdenziali (per lavoratori autonomi o professionisti) ecc. L'altro fattore decisivo, come detto in esordio, è l'Isee 2019, con l'indicazione dei tre scaglioni e delle tre diverse aliquote citate. Occorrerà poi aggiungere l'aggio maturato dagli agenti esattoriali e gli eventuali interessi sulle somme oggetto della rateizzazione (2% l'anno). Sono previste due modalità di pagamento. Si può pagare in un'unica soluzione entro il 30 novembre 2019. Oppure si può scegliere una formula basata su cinque rate: il 35% entro il 30 novembre, il 20% entro il 31 marzo 2020, e quindi tre rate - corrispondenti ognuna al 15% - entro il 31 luglio 2020, entro il 31 marzo 2021 e infine entro il 31 luglio 2021. Inevitabili le polemiche delle opposizioni per l'assenza di una soglia per richiedere la sanatoria: come detto, l'unico requisito è l'Isee che testimoni una situazione di difficoltà economica dell'interessato. Secondo le opposizioni, invece, il rischio sarebbe quello di aiutare i «finti poveri». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinta-la-battaglia-per-il-deficit-lue-ci-lascia-la-zavorra-iva-2624676476.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="comuni-casse-sbloccate-sulla-tav-si-decide-presto" data-post-id="2624676476" data-published-at="1779571395" data-use-pagination="False"> Comuni, casse sbloccate. Sulla Tav si decide presto In materia di investimenti, tre certezze (scritte nella legge di bilancio), una penalizzazione (frutto del difficile negoziato con Bruxelles), e un lavoro in corso (i cui effetti si vedranno nel 2019). Partiamo dalle tre certezze. La prima: per le Regioni, norme sulla contabilità che permutano la spesa corrente in spesa per investimenti. La seconda: per le province, 250 milioni di fondi strutturali. La terza: per i Comuni, copertura degli avanzi di bilancio, e di fatto conseguente sblocco degli investimenti. Sono tre misure che possono effettivamente attivare risorse che erano rimaste dormienti. La penalizzazione deriva dal fatto che, dopo il difficile negoziato con la Commissione europea, risultano circa 4 miliardi di investimenti in meno. Il lavoro in corso riguarda la cabina di regia in materia. Ancora nella conferenza stampa dell'altro ieri, lo stesso Giuseppe Conte ha tra l'altro rivendicato di aver convocato le aziende di Stato per incoraggiare nuovi investimenti e iniziative. Quanto alle grandi opere, dopo la decisione di sblocco del gasdotto Tap, resta invece incerta la sorte della Tav. Entro fine mese dovrebbero essere resi noti gli ulteriori dati della procedura istruttoria che è in corso da parte di una commissione tecnica. Una decisione definitiva dovrebbe avvenire prima delle europee, per ammissione dello stesso presidente del Consiglio. Sempre nell'incontro con i giornalisti dell'altro giorno, Conte ha anche evocato il ponte Morandi di Genova: «Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili, ma confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura».
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Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
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In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
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Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
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