Quante inesattezze del Colle su guerra e leggi internazionali. Ma guai a criticarlo

Ci sono taciti accordi non scritti ma inviolabili nel giornalismo italiano. Uno di questi è che gli uomini politici si possono criticare tutti, tranne uno: il presidente della Repubblica. Le sue parole devono essere semplicemente trasmesse. Sulla stampa, ormai, nemmeno il Papa gode di un simile riguardo.
In queste ultime due settimane è stato praticamente impossibile trovare una sola riga di valutazione critica al «surreale» comunicato sulla guerra all’Iran, rilasciato il 13 marzo scorso dalla Presidenza della Repubblica, a margine della riunione del Consiglio supremo della difesa. Eppure un dibattito anche sul pensiero pubblico del Quirinale dovrebbe essere linfa vitale per la nostra democrazia.
Il comunicato emesso, a ben vedere, contiene una serie di inesattezze e ribaltamenti della realtà preoccupanti, in quanto espressi dal vertice del Consiglio che ha la funzione e la responsabilità della difesa nazionale. Tale ruolo imporrebbe, quantomeno, di saper interpretare con lucidità le crisi internazionali, anziché analizzarle con antichi paradigmi, fermi probabilmente al 1948, inapplicabili in un mondo oggi notevolmente mutato, sia sul piano geopolitico, sia su quello delle alleanze.
Il comunicato presidenziale si apre esprimendo «grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti» provocati dall’azione militare «degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran». E fin qui tutto bene, ma a leggere quello che viene dopo, ci si stupisce quasi che al Consiglio supremo della difesa sembrino pensare che la guerra sia stata scatenata direttamente da Teheran. Nel passaggio immediatamente successivo, infatti, si denunciano «le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale» ma si afferma che questo attacco al diritto internazionale è stato «irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina».
Forse la memoria storica difetta, ma ci chiediamo come classificare allora i bombardamenti illegali della Nato sulla Serbia nel 1999, allora Presidente del Consiglio era Massimo D’Alema, quelli sull’Afghanistan del 2001, sull’Iraq nel 2011 e sulla Siria dal 2014? L’impressione è che non ci si interroghi a sufficienza sul fatto che la frequenza e l’impunità delle violazioni commesse, in tutti questi anni, abbiano svuotato di significato le norme che regolano la convivenza tra gli Stati. Infatti da tempo, e molto prima del conflitto ucraino, stiamo assistendo a un «decoupling» (disaccoppiamento) tra la norma giuridica e la realtà geopolitica.
È evidente, ad esempio, la lampante contraddizione tra istituzioni giudiziarie internazionali (come la Corte Penale Internazionale) che hanno mostrato un attivismo senza precedenti, e i meccanismi di esecuzione politica, di fatto paralizzati.
Il mondo ha assistito in questi ultimi trent’anni, non a semplici violazioni episodiche, ma a uno smantellamento progressivo e sistematico delle architetture di sicurezza collettiva. Per questo in tale quadro appare quantomeno riduttivo ancorare la genesi della crisi del diritto internazionale alla invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. Troppo semplice e storicamente fuorviante.
Nel documento presidenziale non mancano poi altre valutazioni parziali e distoniche. La guerra all’Iran? Qui si mettono le mani avanti, affermando che gli attacchi ai civili che spesso uccidono bambini «sono sempre inaccettabili come nel caso della strage della scuola di Minab» (170 morti, quasi tutte bambine, anche se nel comunicato la paternità delle bombe rimane ignota), ma subito dopo si precisa che l’estensione del conflitto avviene «ad opera dell’Iran». Pertanto «il Consiglio valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz».
È indubbio che l’Iran sia uno Stato canaglia, repressivo e illiberale (simile alla Corea del Nord), ma per evitare di essere protagonisti del teatro dell’assurdo, non è illogico immaginare che se un Paese sovrano, seppur canaglia, viene bombardato, possa risultare inevitabile che risponda al fuoco generando una spirale che rischi di portare ad un allargamento del conflitto. A meno che lo si voglia incolpare di non arrendersi e di cercare di colpire le basi militari da cui partono gli aerei e i missili che lo bombardano. Un fatto questo, tra l’altro, legittimato dal «diritto inalienabile all’autodifesa», stabilito dall’articolo 51 della Carta dell’Onu. A proposito di diritto internazionale.
Manca poi, nel documento, un esame approfondito sul ruolo dell’Europa. Sulla funzione che avrebbe potuto e potrebbe assolvere in questo deteriorato scenario e che di fatto invece non svolge. La conclusione del ragionamento dovrebbe quindi portare ad un’ovvia deduzione, e cioè che dietro il linguaggio felpato delle istituzioni e la retorica della responsabilità, nei comunicati della più alta carica dello Sato italiano, rischi di prevalere la logica del doppio standard e di un certo suprematismo ideologico. Nella post-verità quirinalizia la guerra è brutta e l’Italia la condanna sempre. Ci mancherebbe altro! Ma se davvero si vuole conseguire l’obiettivo della pace, allora bisogna aggiornare le lenti con le quali leggere la realtà. I vecchi schemi geopolitici sono saltati e non sono più utilizzabili. Riproporli con l’intento di fornire un contributo alla disanima di un mondo in pieno rivolgimento, anziché aiutare la soluzione dei problemi, alla fine li complica soltanto.






