Per citare Fantozzi, il marxismo «è una c... pazzesca». E uguale la mafia

La soluzione ai problemi del mondo non è la lotta di classe, ma l’imprenditore, un imprenditore decente la cui attività sia regolata da leggi giuste e sindacati non politicizzati che fanno l’interesse dei lavoratori. «Comandare è meglio che avere rapporti sessuali» è una frase di Leonardo Sciascia (citata nel libro Il sasso in bocca) che riassume la mentalità mafiosa, e che è diventata una maniera di dire.
La frase si adatta ai parassiti, i mafiosi e i funzionari delle dittature, in particolare di quelle comuniste. Non ha senso usarla invece per l’imprenditore, quello che Marx chiama il capitalista. Molti citano la teoria marxiana del plusvalore come se fosse un’ovvietà inconfutabile: il valore lo crea il lavoro, dunque il profitto del capitalista è sempre lavoro rubato all’operaio. Esiste un capitalismo di rapina, però è un’eccezione, perché non è vitale, e come è successo nella Gran Bretagna dei secoli XIX e XX, si corregge da solo, nel giro di poche generazioni.
L’aggettivo «poche» non è ironico. L’arbitrio dei faraoni sui loro schiavi era durato molto di più. Lo schiavismo islamico dura dalla fondazione dell’islam e ha inchiodato l’islam al sottosviluppo. Il comunismo sovietico e cambogiano ha inchiodato i rispettivi Paesi al sottosviluppo. La Cina ne è uscita a costo di sofferenze inenarrabili per il suo popolo.
Il capitalista che regna su un popolo di schiavi è un capitalismo incapace di autoalimentarsi. Il capitalista che ha operai ben pagati che a loro volta diventano consumatori e sostengono il sistema ha creato un sistema che invece progredisce. E andrebbe chiamato imprenditore, non capitalista. Marx, in tutta la sua sterminata produzione, ha sistematicamente ignorato tre elementi fondamentali che rendono quella teoria una ricostruzione parziale e distorta della realtà economica.
Il primo è il rischio d’impresa. Chi eredita una fabbrica di automobili, e la fa andare in malora, non merita il nome di imprenditore. Chi mette su una fabbrica di automobili per esempio a Torino, nel 1899 chiedendo soldi alle banche non sta semplicemente «comandando»: sta scommettendo tutto, patrimonio, reputazione, anni di vita, su un’idea. Se va male, i debiti restano suoi fino all’ultimo centesimo, mentre l’operaio ha già incassato il suo stipendio. In Italia, se l’azienda è insolvente persino sul Tfr, interviene l’Inps con il proprio fondo dedicato a tutelare il lavoratore. L’imprenditore fallito, invece, diventa schiavo di Equitalia per il resto dei suoi giorni.
Il secondo elemento ignorato da Marx è l’idea imprenditoriale. A nessun impiegato statale sarebbe venuto in mente di inventare la Nutella o l’ovetto Kinder. Quella fu la visione geniale di Ferrero, un uomo che, tra l’altro, con quella ricchezza costruì uno dei migliori istituti per ragazzi disabili d’Italia. Il funzionario sovietico, privo di incentivi e di rischio personale, produceva invece lo «spaccamele da due quintali» (è una storiella di umorismo nero sovietico: «Cosa è quell’oggetto che pesa due quintali e spacca una mela in tre pezzi?», «Uno spaccamele sovietico progettato per spaccare una mela in quattro»). Il Paese dei Soviet era celebre per povertà di brevetti e soprattutto per attrezzature di livello imbarazzante, se non inadeguate in maniera criminale, come racconta con straordinaria potenza Preghiera per Chernobyl di Svetlana Alexievich, libro che chiunque voglia capire cosa è stato il comunismo reale dovrebbe leggere. Bambini di piombo è la serie televisiva che racconta la vicenda autentica del saturnismo che colpì la salute di un paesino di minatori polacchi per una miniera di piombo gestita serenamente dei funzionari marxisti con regole che avrebbero portato qualsiasi proprietario del mondo capitalista dritto in galera.
Il terzo elemento è la sicurezza asimmetrica: il dipendente percepisce lo stipendio dodici mesi su dodici, con tredicesima, Tfr e protezioni contrattuali. L’imprenditore può anche non mangiare per pagare gli stipendi. Questo differenziale di rischio giustifica pienamente un differenziale di remunerazione, non è sfruttamento, è matematica elementare.
La neurobiologia smonta il detto mafioso. C’è un altro livello di analisi da tener presente: quello etologico e neuroscientifico. La frase «comandare è meglio che fottere» non descrive una verità universale dell’uomo - descrive la patologia compensatoria di chi non sa o non può guadagnare. Dal punto di vista della neurobiologia, la frase corretta sarebbe semmai: guadagnare è meglio che fottere, o almeno pari grado. Quando un uomo, cioè un essere umano di sesso maschile, guadagna denaro, alla tomografia a emissione di positroni (Pet) si illuminano le stesse aree cerebrali che si attivano durante la sessualità. E non è un caso: il denaro, dal punto di vista etologico, equivale al territorio. In natura, il maschio che controlla il territorio accede alla riproduzione; quello che non ne ha viene escluso, come suggerisce con brutalità efficace il termine «sfigato», che non è una parolaccia ma un preciso indicatore etologico di rango basso nel branco. Gli erbivori mangiano tutti l’erba, e tutti si riproducono. Invece negli animali carnivori, e noi fondamentalmente lo siamo, con buona pace dei vegani, solo i più alti di grado si riproducono, perché se si riproducessero tutti non ci sarebbero abbastanza lepri da mangiare e risorse per i cuccioli.
Il Don Giovanni di Mozart lo racconta benissimo: il servo porta da bere mentre il padrone si intrattiene con la fanciulla. Comandare, invece, è la scorciatoia di chi non ha saputo costruire né guadagnare: è il surrogato del territorio, non il territorio stesso. La mafia lo sa bene. E lo sanno bene anche rivoluzionari e funzionari di paesi del comunismo reale, incapaci di costruire e capaci di comandare. Marx non l’ha mai capito. «Comandare» non è costruire. La mafia non costruisce niente. Non inventa la Nutella, non fonda ospedali, non porta l’elettricità nelle case. I partiti comunisti del comunismo reale costruiscono pochissimo, male e sempre con lo schema del massimo sforzo per il minimo risultato. La mafia esercita il parassitismo organizzato su ciò che altri hanno costruito, esattamente come fa lo Stato quando divora con la tassazione eccessiva le energie di chi produce. Il comunismo costruisce pochissimo e male. Dove la pressione fiscale mostruosa, imposta da partiti di origine marxista, e il pizzo si sommano, il risultato è che l’imprenditore onesto smette di fare l’imprenditore, e a quel punto tanto vale diventare mafioso. Non è il capitalismo a generare la mafia: è la sua assenza, il soffocamento della libertà economica, a renderla conveniente.
Il vero motto non è «comandare è meglio che fottere»: è altresì «costruire è meglio che comandare». Ed è esattamente ciò che il libero mercato, con tutti i suoi difetti, ha dimostrato di saper fare meglio di qualunque alternativa collettivista. L’unico sistema economico che abbia strappato miliardi di esseri umani dalla povertà assoluta è l’economia di mercato.
Il comunismo reale, al contrario, ha prodotto carestie epocali (la più famosa è l’Ucraina del 1932-33), cannibalismo (Russia, 1921, Ucraina 1933, Mongolia 1945), gulag, Chernobyl, lao gai, alcuni milioni di morti di fame nel gran balzo in avanti cinese (forse venti) alcuni milioni di morti linciati nella rivoluzione culturale cinese (forse 10), lo sterminio sistematico delle neonate negli orfanotrofi di stato (cifra sconosciuta, qualche decina di milioni) e i campi di sterminio cambogiani. Costruire è una nobile arte. Il mafioso e il funzionario sovietico sono dominati dalla libido dominandi, il vizio dei tiranni, dei mafiosi e degli statalisti. L’imprenditore ha la libido aedificandi, la passione di costruire che è il motore del progresso umano. Sono concetti e approcci alla vita diametralmente opposti. Chi comanda senza costruire è semplicemente un frustrato con un esercito. Chi non lo capisce, comanda magari anche bene, se è un buon militare, ma non costruisce alcunché. Chi costruisce, anche senza comandare nessuno, cambia il mondo.






