Da Bologna a Torino, il segretario del Partito democratico Elly Schlein, continua a non intervenire sugli scontri. Un silenzio imbarazzato che fornisce più di un argomento a chi crede che il problema di certa sinistra, quella che lei rappresenta, sia politicamente legata sia agli ambienti dei centri sociali che a quelli pro Pal e pro islam. Entrambi i mondi sembrano protetti, perlomeno politicamente, e questo silenzio non fa che dimostrarlo.
A livello nazionale c’è silenzio imbarazzato, ma sul territorio rischia di esserci persino connivenza. Venaus è il Comune che, in provincia di Torino, ha ospitato il «festival dell’Alta felicità», una manifestazione che va avanti da 10 anni in Val di Susa organizzata da diversi centri sociali e patrocinata dal Comune. Le realtà coinvolte si chiamano: Notav.info, InfoAut, Cua Torino, Kollettivo studentesco autonomo Torino. Centri sociali di chiara posizione politica che per domenica del 19 luglio avevano convocato i loro militanti per un «weekend di lotta» destinato all’allestimento del «Festival dell’Alta felicità». All’interno del festival, che si è chiuso ieri, è stato organizzato anche un mercatino sponsorizzato sul sito del Comune che chiedeva a chi volesse partecipare un contributo per l’occupazione di suolo pubblico (come succede in tutte le amministrazioni) allegando una domanda da presentare entro il 18 luglio. Insomma, tutto molto organizzato e istituzionale, se non fosse che i soggetti coinvolti, nei giorni che precedevano gli scontri, sui loro social diffondevano questo comunicato: «Sabato 25 luglio torneremo a marciare e, quest’anno, saremo ovunque. Con un doppio appuntamento, in partenza da Susa e da Venaus, con carovane di mezzi e a piedi, raggiungeremo i cantieri della devastazione, simboli di tutto ciò contro cui combattiamo».
Nel comunicato si legge ancora: «Contro i vecchi e i nuovi cantieri, per un futuro libero dalla guerra, dallo sfruttamento e dalla devastazione. Per l’autodeterminazione e l’alleanza tra popoli in lotta e la difesa dell’ambiente e della natura. La Val di Susa è nostra e la riprenderemo. A 15 anni dalla libera repubblica della Maddalena (l’area del cantiere di Chiomonte, presidiata dagli attivisti da oltre 15 anni, ndr.), Saremo ovunque! Ora e sempre no Tav! Palestina libera!».
Difficile lasciare spazio alle interpretazioni. Le istituzioni del territorio dovevano essere a conoscenza delle intenzioni di questi attivisti. Per Augusta Montaruli, deputata piemontese di Fratelli d’Italia, il festival andrebbe proibito perché produce un «volume d’affari ingiustificabile mentre gli italiani pagano i danni della guerriglia». Montaruli, all’indomani degli scontri, ha ricordato: «Avevamo chiesto che gli organizzatori isolassero i violenti, invece emerge ancora di più quella che sarebbe una connessione ingiustificabile tra il festival e il corteo. Le immagini postate dagli stessi protagonisti della allucinante giornata in val Susa parlano chiaro. Chi era a fare guerriglia cercando di dare un colpo allo Stato con conseguenze gravissime era già dal 19 luglio in Val Susa a montare e allestire il Festival dell’Alta felicità. Non possiamo permettere che in cinque ore commettano atti eversivi e in tre giorni si riempiano le tasche di un flusso copiosissimo denaro». La vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera fa i conti degli incassi: «Le stime dei partecipanti al Festival vanno dalle 30 alle 40.000 persone. Se calcoliamo 35.000 persone di presenze effettive e una spesa media di 25 euro a persona al festival, emerge che in Val Susa in quei giorni di fuoco potrebbero essere stati incassati circa 875.000 euro. Se poi si considera il crowdfunding che apertamente da mesi è online per la realizzazione del festival, risulta realistico ipotizzare che il volume d’affari possa andare ben oltre il milione di euro. Ma è possibile che un festival che parrebbe connesso alla guerriglia di ieri e che attrae persone che poi si riversano sul cantiere possa svolgersi così candidamente? No. Se si vuole dare una risposta ai fatti di ieri si deve interrompere il flusso di denaro che alimenta i no Tav e, quindi, anche quel festival».
Il ragionamento fila e si fonda sull’opportunità. Tante persone, tanti soldi, ma anche tanti voti. Ed è per questo che, a pensar male, potrebbe sembrare che Schlein e gli altri facciano melina proprio per non andare contro un’ampia porzione di elettorato. Non capendo però, che è proprio quella porzione di elettorato, quella dei centri sociali e dei no Tav, che continuando ad agire così, non fa altro che far perdere consensi consegnandoli a questo esecutivo.
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