Da anni, ricercatori e scienziati lo affermano, però leggere i risultati della perizia su «Tachipirina e vigile attesa» fa ribollire il sangue.
Perché la dottoressa Simona Amato, consulente scelta dall’Ufficio di presidenza della commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia Covid, spiega nel dettaglio come fosse contro ogni evidenza scientifica raccomandare un «antidolorifico e antipiretico con nessuna o scarsa azione antinfiammatoria, appartenendo infatti ad altra classe di farmaci».
Un farmaco che «non presenta nessun impatto sulla malattia in quanto né agisce sulla replicazione virale né agisce sulla tempesta citochinica». Invece, mentre le prime due varianti di Sars-CoV-2 provocavano un gran numero di ricoveri ospedalieri e una elevata mortalità nelle fasce di popolazione più fragili, era quello che indicavano le circolari dell’allora ministro della Salute Roberto Speranza per le cure domiciliari dei pazienti Covid, per un paziente nella fase di replicazione virale «sarebbe stato logico considerare l’introduzione precoce di trattamento ad azione antivirale», scrive l’esperta.
La vigile attesa «è un atteggiamento che di norma viene assicurato quando le possibilità di guarigione spontanea sono notevoli e se sappiamo che la malattia, che stiamo affrontando, difficilmente evolverà in maniera pericolosa». L’Oms aveva proclamato un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale e in Italia si diceva ai medici di curare con un farmaco inutile (che però riduce il glutatione, un importante antiossidante naturale prodotto dalle cellule) e incrociando le dita.
Eppure, la letteratura scientifica già sottolineava come «il Covid-19 abbia una fisiopatologia complessa, caratterizzata da replicazione virale iniziale, infiammazione sistemica (“cytokine storm”), nonché alterazioni della coagulazione e trombosi, tale che attendere l’aggravamento dei sintomi (“wait and see”) nei pazienti fragili aumenterebbe il rischio di ospedalizzazione e morte», afferma Amato, direttore Uoc Accreditamento, Qualità e Risk Management dell’Asl Roma 2.
Risultati di ricerca e delle prove scientifiche mostravano che i meccanismi patogenetici del Covid-19 «richiedevano l’implementazione urgente della terapia combinata, ovvero l’uso di più farmaci per i pazienti ambulatoriali affetti da Covid-19, al fine di ottenere una reale riduzione dei ricoveri ospedalieri e dei tassi di mortalità». In altri Paesi come gli Stati Uniti già nel primo anno di pandemia erano state proposte terapie combinate nel trattamento di pazienti Covid.
Da noi, non solo non venne avviata tempestivamente una terapia multifarmaco sequenziale, ma nemmeno il Comitato tecnico scientifico (Cts) si prese la briga di leggere la «panoramica di opzioni e relative prove scientifiche di efficacia» presenti «in 2.706 articoli nel periodo 1° dicembre 2019 e 27 marzo 2020», sul tema del trattamento dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2.
Un ampio passaggio della perizia è dedicato all’approssimazione con la quale le circolari del 2020 e 2021 fornivano indicazioni su «periodiche» misurazioni della saturazione, «non indicando invece come effettuare un efficace monitoraggio atto ad intercettare tempestivamente i danni polmonari, né suggerendo con un puntuale protocollo i farmaci».
Questi «bias cognitivi rispetto ai dati pubblicati in letteratura hanno sicuramente ridotto un approccio terapeutico atto a contrastare la progressione della malattia e l’insorgere della tempesta citochinica con la progressione della malattia verso un quadro di grave ipossia», scrive Amato.
La vigile attesa è andata così a impattare sulla situazione già critica della organizzazione delle cure territoriali. Nemmeno le Usca, che dovevano offrire assistenza domiciliare ai pazienti Covid nella misura di una ogni 50.000 abitanti, riuscirono ad essere attivate. «È ragionevole pertanto presumere che, in base alle prove di letteratura, il tasso di mortalità registrato in Italia sia anche correlabile alle indicazioni fornite con le circolari del novembre 2020 e dell’aprile 2021 troppo focalizzate sull’approccio di vigile attesa e paracetamolo senza alcuna azione invece sulla fase della replicazione virale», afferma l’esperta, specializzata in Malattie dell’apparato respiratorio, in Igiene e Medicina preventiva, con diversi master come quello in etica e management in sanità.
«Riteniamo doveroso che l’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, risponda di questi dati», dichiara la deputata Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid. Il senatore Ignazio Zullo, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Sanità, sottolinea che nella perizia si cita anche la sperimentazione del plasma iperimmune avviata dal dottor Giuseppe De Donno. «Fu molto osteggiata», ricorda Zullo. «L’allora ministro Speranza dovrebbe spiegare le ragioni di certe scelte deleterie».
La terapia Tachipirina e vigile attesa, ignorando anche i benefici legati all’utilizzo dello Iodopovidone e la possibilità di utilizzare Zinco, N-acetilcisteina, lattoferrina, tarassaco, quercitina, vitamina C e vitamina D in relazione alla terapia domiciliare del Covid, «non ha tenuto conto delle prove scientifiche effettivamente a disposizione nella letteratura scientifica dando, dunque, delle indicazioni non supportate da prove di efficacia e ponendo quindi a rischio di evoluzione di malattia i pazienti paucisintomatici a domicilio», commenta Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >