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Mario Calabresi (Ansa)

La notizia delle ultime ore non è che Mario Calabresi pensi di candidarsi a sindaco di Milano. Il suo nome circola da mesi, citato più volte dai quotidiani come uno dei possibili successori di Giuseppe Sala. La novità è che abbia deciso di dirlo pubblicamente adesso, mercoledì sera alla Festa dell’Unità di Vizzolo Predabissi, senza aspettare settembre e le decisioni ufficiali del centrosinistra.

«Ci sto pensando e mi piacerebbe fare la mia parte per Milano», ha detto Calabresi, aggiungendo di essere in attesa di capire quale percorso sarà scelto e se ci saranno oppure no le primarie. Sono parole rivolte soprattutto ai vertici locali e nazionali del Pd. Perché il punto sembra essere uno solo: i dem non hanno ancora chiarito se intendono aprire davvero i gazebo oppure scegliere il candidato attraverso un accordo tra i partiti.

Mentre il centrosinistra continua a ribadire di voler rinviare ogni decisione a settembre, sui giornali sono comparsi altri due possibili candidati civici da investire direttamente: prima Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico, poi Umberto Ambrosoli.

La rettrice si è però chiamata fuori. È rimasto così Ambrosoli, già candidato del centrosinistra alla presidenza della Lombardia nel 2013, indicato come possibile soluzione unitaria qualora la coalizione decidesse di evitare le primarie. È alla luce di queste indiscrezioni, rilanciate più volte dai giornali, che va letta la mossa di Calabresi. Il suo nome era stato sondato da tempo come possibile profilo civico, ma nel frattempo sono comparsi Sciuto e Ambrosoli, indicati per lo stesso ruolo e forse anche loro destinati a chiudere la partita senza passare dalle primarie. La gestione riguarda soprattutto il segretario metropolitano Alessandro Capelli e la segretaria regionale Silvia Roggiani, più che Elly Schlein. Del resto, si domandano nel Pd, qualcuno avrà incontrato Sciuto e Ambrosoli?

Di certo per Calabresi le primarie resterebbero comunque una strada in salita. Il sondaggio YouTrend pubblicato a maggio assegnava a Pierfrancesco Majorino il 35 per cento e a lui il 31. Majorino può contare sull’esperienza amministrativa, sul radicamento nel Pd e su una rete politica già organizzata. Calabresi partirebbe invece da outsider, molto conosciuto ma senza una struttura pronta. A pesare sulla candidatura ci sono anche le perplessità, emerse in una parte del Pd, sui rapporti professionali di Calabresi con Be Water, partecipata dal colosso delle criptovalute Tether, e sui possibili conflitti d’interesse che potrebbero diventare un tema durante le primarie. Tether, inoltre, ha appena consolidato la sua partecipazione, investendo altri 30,8 milioni di euro nella società, ormai valutata 200 milioni.

Al momento Be Water risulta controllata al 40% da Guido Maria Brera, che è anche presidente della società, e al 38% da Tether. Il resto del capitale è suddiviso in piccole quote tra molti azionisti, tra cui Mario Calabresi, il fondo Planven, Saverio Costanzo. A complicare il quadro c’è anche l’affollamento. Lorenzo Pacini si muove da mesi nell’area più giovane e militante del partito, mentre altri esponenti dem, da Anna Scavuzzo a Tommaso Sacchi, hanno manifestato la volontà di partecipare.

Le primarie restano appese al calendario delle elezioni politiche e comunali. Se le due scadenze dovessero avvicinarsi, la corsa a Palazzo Marino finirebbe per intrecciarsi con le ambizioni di chi punta a candidarsi a Roma, condizionando tempi, alleanze ed equilibri interni.

Anche il centrodestra è in panne. Carlo Cottarelli, più volte evocato, sembra ormai essersi fatto da parte. Mentre Maurizio Lupi resta tra i nomi più spendibili, senza però raccogliere una convergenza definitiva. Insomma a meno di un anno dal voto, Milano ha molti aspiranti sindaci ma ancora nessun candidato vero.

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