lepore bologna
Il sindaco di Bologna Matteo Lepore (Ansa)

Il sindaco dem di Bologna, Matteo Lepore, ha avuto la sciagurata idea di organizzare una manifestazione pubblica per chiedere «verità e trasparenza» sulla morte del marocchino di 42 anni deceduto al Pilastro al culmine di un intervento di polizia, e quando l’iniziativa sfocia in scontri e violenti attacchi alle forze dell’ordine prende le distanze dai cittadini, senza fare ammenda.

Che cosa si aspettava, dopo il richiamo alla piazza? Lepore ha scaldato gli animi consentendo striscioni con accuse di abuso razzista e omicidi di Stato, mentre veniva formulata una sentenza politica contro la polizia, invece di garantire sicurezza e tranquillità in attesa che si svolgano le necessarie indagini, come un sindaco è tenuto a fare.

«Il presidio promosso dal Comune aveva proprio questo obiettivo: stare accanto alla famiglia, tenere unita la città e riaffermare la fiducia nello Stato di diritto», ha tentato di replicare il sindaco al premier Giorgia Meloni. Nella lettera aperta alla città ha però tenuto altro tono: «Piazza Nettuno rappresenta Bologna. C’erano migliaia di persone che si sono incontrate pacificamente e spontaneamente, per esprimere la loro vicinanza alla famiglia di Abderrahim Fakir. Piazza Roosevelt e gli scontri, invece, non rappresentano Bologna. Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo Stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica».

Quanta ipocrisia. Lo sa, Lepore, quali sono i violenti, dopo aver lasciato che la città si incendiasse con parole di odio e vendetta? Purtroppo, sembra essere una sua costante, considerarsi dalla parte della legge anche contro ogni evidenza. Come quando reagì sprezzante alle critiche sulla distribuzione gratuita di pipe sterili ai consumatori di crack, ideona della sua amministrazione.

Per il sindaco di sinistra, giudicare folle l’iniziativa dell’agosto 2025 e ripresa lo scorso aprile di acquistare con i soldi dei contribuenti centinaia di pipe in alluminio per tossici significava essere fuori dalla «comunità democratica». Si mostrò indifferente alle proteste del centrodestra e dichiarò: «Chi fa politica con esposti e denunce non ha idee e spera che prima o poi la giustizia fermi le idee degli altri».

Nemmeno quando a gennaio di quest’anno la giustizia amministrativa bocciò il provvedimento con cui il Comune aveva istituito la «Città 30», Lepore ammise che i suoi cittadini avevano ragione a essere esasperati per l’abbassamento del limite di velocità da 50 a 30 chilometri orari, entrato ufficialmente in vigore nel gennaio 2024.

«Bologna 30 andrà avanti, non si ferma», dichiarò dopo la sentenza del Tar. «La lentezza è un valore da riscoprire», spiegava al Corriere della Sera nel luglio del 2023. «La mia esperienza da residente dice che abbiamo bisogno di più sicurezza stradale e anche di più silenzio perché le auto fanno rumore. Nella percezione delle persone ha influito anche il Covid». Lepore è andato avanti con ordinanze sulla mobilità «Città 30», contro le quali è stato presentato ricorso al presidente del Consiglio di Stato. «Più del 90% dei tratti di strada che verrebbero posti ai 30 chilometri all’ora riscontra un’incidentalità negli ultimi sette anni, dal 2018 al 2024, pari a zero. Zero incidenti, zero feriti, zero morti», ha tuonato Fratelli d’Italia. «Lepore non è al di sopra delle leggi. La limitazione dovrebbe essere solo specifica, in via sperimentale, e solo per certe situazioni», protestava Francesco Sassone, coordinatore cittadino di Fdi.

Il sindaco invece si arroga il diritto di decidere che cosa sia giusto o no per Bologna. Dall’aumento del 50% del biglietto giornaliero dell’autobus, alla proposta di rendere gratuiti i titoli di viaggio del trasporto pubblico locale per i richiedenti asilo ospitati nei Cas, passando per lo sportello contro l’islamofobia avviato pochi giorni dopo la strage di Modena, quando il marocchino Salim El Koudri aveva lanciato la propria auto a folle velocità nel centro cittadino, falciando i passanti.

Tra strizzare l’occhio ai collettivi studenteschi e pro Pal (nel maggio 2024 aveva issato la bandiera palestinese a Palazzo d’Accursio) e ripetere ogni anno feste delle nuove cittadinanze nell’ambito della campagna «Bolognesi dal primo giorno», il sindaco ha perfino cercato di incolpare i cittadini delle conseguenze delle alluvioni.

«Io sono un riformista […] Il riformismo è realizzare delle cose che affondano le loro radici nelle case delle persone, non farle semplicemente perché ce lo chiede Bruxelles: la prima cosa si chiama politica, la seconda è un esercizio della tecnica», dichiarava Lepore nel settembre 2021, in una intervista al settimanale Sette del Corriere della Sera.

Adesso fa il sorpreso, l’amareggiato perché non riconoscerebbe i bolognesi violenti. «Non lo immaginava, il signor sindaco, che molte persone non aspettano altro? Ma in che mondo vive?», gli chiedono su Instagram, in risposta alla lettera aperta. «Il sindaco è sceso in piazza con i parenti del capotreno accoltellato?», finge di non ricordare una bolognese. «Era italiano e bianco», chiosa un altro utente. «Quelle sono vittime che non fanno gola per il bacino elettorale».

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